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2019-05-29
Si apre la stagione di caccia a Di Maio. Mezzo M5s chiede le sue dimissioni
Ansa
La tentazione di rimuovere il lutto e la voglia, invece, di affrontarlo seriamente, in modo adulto e un minimo partecipato. Oscilla ancora tra questi due estremi il pendolo grillino dopo l'euro disfatta di domenica, con il Movimento dimezzato in soli 15 mesi. A guardare il Blog delle Stelle, sembra che non sia successo niente, anzi, che abbiano vinto. Ma ieri il malcontento verso Luigi Di Maio ha cominciato a prendere forma e voce, con alcuni tra gli esponenti più esperti e autonomi che hanno chiesto un cambio di passo, una nuova strategia, un diverso metodo per stare al governo (se proprio è necessario), senza però morire salviniani e dopo un lungo dissanguamento. Questa sera, nell'assemblea romana dei deputati di M5s, Di Maio non potrà cavarsela come ha fatto lunedì pomeriggio al suo ministero, riunendo quattro fedelissimi per dirsi l'un l'altro: «Allora andiamo avanti». Dovrà spiegare la linea «governativa» e dovrà convincere le truppe che il capo del Carroccio può essere logorato, a costo di giocare un po' di sponda con Bruxelles, Francoforte, il Quirinale e le odiate banche. Insomma, con quei poteri forti, per i quali questo colosso ferito da pur sempre 330 deputati può diventare il ventre molle del governo gialloblù.
Anche ieri, a 48 ore dall'incubo del misero 17% raccolto alle europee, il Blog delle Stelle, unica fonte d'informazione ufficiale e certificata per il popolo grillino, aveva un qualcosa di vagamente sovietico. In testa all'homepage, nomi e foto dei 14 eletti del Movimento a Bruxelles. Sotto, tra i post in evidenza, ecco subito un nuovo annuncio da battaglia: «E ora allarghiamo la platea dei beneficiari del reddito di cittadinanza!» Molto probabile, con la Lega di Matteo Salvini diventata il primo partito con il 34% dei consensi. Ah, già, perché si è votato. E in effetti, sul blog pentastellato, trova spazio anche la conferenza stampa di lunedì pomeriggio di Di Maio, così titolata: «Una grande lezione: impariamo e non molliamo». Stop.
Ma che ogni lezione, prima di essere imparata, vada compresa, è quello che ieri hanno cominciato a dire pubblicamente alcuni grillini con testa non programmata dalla Casaleggio e Associati o, peggio, dai «guru della comunicazione» interna. L'abruzzese Primo Di Nicola, una carriera da cronista all'Espresso, senatore alla prima legislatura, di buon mattino si dimette da vicepresidente del gruppo a Palazzo Madama. Non fa alcuna polemica, ma si affida a poche righe su Facebook: «È una decisione che ritengo necessaria non solo alla luce del risultato elettorale ma anche e soprattutto delle cose che ci siamo detti in tanti incontri e assemblee. Mettere a disposizione del Movimento gli incarichi. È l'unico modo che conosco per favorire una discussione autenticamente democratica su quello che siamo e dove vogliamo andare». Non ci vuol tanto a capire che quel riferimento generico a «mettere a disposizione gli incarichi» dopo una sconfitta rompe il tabù delle dimissioni di Di Maio. Come Di Nicola la pensano in molti, che però parleranno questa sera, ma nella breccia s'infilano subito Carla Ruocco e Gianluigi Paragone, ovvero altri due esponenti non abituati a chiedere il permesso prima di aprire bocca. La Ruocco, presidente della commissione Finanze di Montecitorio, è tra coloro che avrebbero preferito un governo con il Pd e non lo esclude neppure adesso. Ma intanto sceglie Il Messaggero di Francesco Gaetano Caltagirone, probabilmente il quotidiano più inviso ai vertici del Movimento insieme alla Stampa, per mandare a dire che si può stare benissimo all'opposizione e condurre le proprie battaglie in Parlamento. Quanto all'amico Di Maio, eccolo servito di barba e capelli: «Io ritengo che agli onori debbano seguire gli oneri; voglio bene a Luigi con cui per anni abbiamo fatto crescere il Movimento, ma c'è una responsabilità politica di questo brutto risultato che non spunta dal nulla ma ha radici lontane: penso all'esperienza di Roma». Poi la bomba: «Pensi alle dimissioni».
A fare più male di tutti, però, è Paragone. Il giornalista si è sbattuto come pochi in questa campagna elettorale, girando tutta l'Italia per sostenere i candidati del Movimento, ha macinato ore e ore di dirette video autogestite che ha riversato sui social e sul web. Insomma, non ha molto da rimproverarsi per questo maledetto «17», eppure spiega al fattoquotidiano.it: «Che ci sia bisogno di una discontinuità è fuor di dubbio, che si debba esaurire nella decisione di Primo Di Nicola di dimettersi credo di no, credo debba essere molto più sostanziosa: la generosità di Luigi di mettere insieme 3-4 incarichi in qualche modo deve essere rivista».
Intanto, al di là delle congratulazioni per i 14 che vanno a Strasburgo, c'è anche il problema di fare un gruppo con qualcun altro, in modo da arrivare almeno a quota 25 e prendere i relativi rimborsi da 80.000 euro a testa. Ma i croati di Zivi Zid hanno ottenuto un misero seggio, mentre i polacchi di «Kukiz 15», gli estoni di Elurikkuse Erakond, i greci di Akkel e i finalndesi di Liike Nyt non hanno piazzato neppure un deputato. Risultato, se si vuole limitare l'impatto finanziario di alleanze sbagliate, bisognerà sedersi intorno a un tavolo con il Brexit Party di Nigel Farage.
Toti rompe e Berlusconi si infuria
Nel giro di tre settimane Silvio Berlusconi è passato da una sala operatoria al Parlamento europeo: è stato eletto con 557.000 preferenze personali, un risultato che anche gli avversari interni al centrodestra hanno riconosciuto essere eccezionale. Mai come in queste elezioni europee Forza Italia è stata Forza Silvio: mentre il vecchio leone si batteva in tutti gli studi televisivi, il partito arrancava, stentava, e così quell'8,7% suona come una solenne bocciatura non certo dell'ex premier, ma di chi doveva gestire il partito e invece ha curato solo il proprio orticello. La differenza abissale tra il Cav e i suoi dirigenti sta tutta nella fotografia della giornata di ieri. Berlusconi è volato a Bruxelles, per il prevertice del Partito popolare europeo. In Belgio e a Strasburgo, c'è da giurarci, resterà molto tempo: si trova perfettamente a suo agio, in quell'ambiente, l'ex premier, che grazie alle relazioni politiche e personali tessute in 25 anni di attività politica e di governo può assumere un ruolo di primo piano. E già al lavoro, ad esempio, per cercare di evitare che Viktor Orbán, presidente ungherese paladino dei sovranisti, venga espulso o decida di andarsene dal Ppe, dal quale è stato già sospeso. «Mi auguro che Berlusconi», ha detto ieri Matteo Salvini, «che ho sentito al telefono, abbia un buon successo da parlamentare europeo, vista la sua esperienza internazionale». Mentre il leader lavora, però, Forza Italia è alle prese con la crisi interna. Per raggiungere l'obiettivo del 10%, infatti, sarebbe bastato che Berlusconi fosse in lista anche nella circoscrizione dell'Italia centrale, dove invece il suo nome non c'era, a differenza che nelle altre quattro. Risultato: superflop di Fi che ha raggranellato un misero 6,25%, con lo smacco del sorpasso da parte di Fratelli d'Italia. Perché Berlusconi non si è candidato al Centro? Semplice: per lasciare campo libero al suo delfino pro-tempore, Antonio Tajani. Una scelta che, stando agli spifferi insistenti e convergenti che arrivano dall'interno del partito, è stata concertata con la senatrice Licia Ronzulli, che ormai in tanti definiscono «la zarina di Forza Italia». Tajani e Ronzulli, in queste ore, sono nel mirino di chi chiede un congresso vero e un rinnovamento della classe dirigente. Al di là delle voci sui suoi frequenti contatti telefonici con Matteo Salvini, alla Ronzulli viene imputato di aver completamente isolato il leader e di avere avuto un ruolo determinante nella composizione delle liste per le europee, e quindi del flop nelle urne. Domani, giovedì, è previsto un comitato di presidenza di Forza Italia. Molti dirigenti del Sud, dove il partito ha ottenuto i risultati migliori, sono pronti ad andarsene se Fi resterà nelle mani di Tajani e della Ronzulli. Da parte loro, attraverso una nota, i consiglieri regionali e gli assessori azzurri in Lombardia hanno chiesto «una modifica coraggiosa e decisa dell'organizzazione del partito». Ieri il governatore della Liguria, Giovanni Toti ha lanciato l'idea di un nuovo soggetto politico, da costruire insieme a Giorgia Meloni, per «riprendere quelle personalità che abbiamo perso per strada nell'ultimo anno quando dicevo che ci saremmo schiantati». Ma giura: Ginché esiste, io sarò in Fi». «Toti», ha commentato Berlusconi, «ha dei suoi sentieri personali che a mio parere non porteranno da nessuna parte. Tutti coloro che sono usciti da Forza Italia si sono condannati all'invisibilità». «Forse Berlusconi non si è accorto», ha replicato, con insolita aggressività, Toti, «che è Forza Italia a marciare diritta verso l'invisibilità. Dimezzare i voti in un anno mi sembra un ottimo viatico in tal senso».
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La riunione d'emergenza non ha sedato i malumori. Gianluigi Paragone, vicino ad Alessandro Di Battista, è chiaro: «I quattro incarichi sono troppi». Carla Ruocco, fedele a Beppe Grillo: «Lasci». E c'è la grana del gruppo all'Ue: senza, addio ai rimborsi.Il governatore della Liguria Giovanni Toti lancia un suo movimento moderato: «Ma non lascio Fi». Il Cav lo fulmina: «Ha risentimenti personali, chi è uscito prima di lui è scomparso».Lo speciale contiene due articoli.La tentazione di rimuovere il lutto e la voglia, invece, di affrontarlo seriamente, in modo adulto e un minimo partecipato. Oscilla ancora tra questi due estremi il pendolo grillino dopo l'euro disfatta di domenica, con il Movimento dimezzato in soli 15 mesi. A guardare il Blog delle Stelle, sembra che non sia successo niente, anzi, che abbiano vinto. Ma ieri il malcontento verso Luigi Di Maio ha cominciato a prendere forma e voce, con alcuni tra gli esponenti più esperti e autonomi che hanno chiesto un cambio di passo, una nuova strategia, un diverso metodo per stare al governo (se proprio è necessario), senza però morire salviniani e dopo un lungo dissanguamento. Questa sera, nell'assemblea romana dei deputati di M5s, Di Maio non potrà cavarsela come ha fatto lunedì pomeriggio al suo ministero, riunendo quattro fedelissimi per dirsi l'un l'altro: «Allora andiamo avanti». Dovrà spiegare la linea «governativa» e dovrà convincere le truppe che il capo del Carroccio può essere logorato, a costo di giocare un po' di sponda con Bruxelles, Francoforte, il Quirinale e le odiate banche. Insomma, con quei poteri forti, per i quali questo colosso ferito da pur sempre 330 deputati può diventare il ventre molle del governo gialloblù. Anche ieri, a 48 ore dall'incubo del misero 17% raccolto alle europee, il Blog delle Stelle, unica fonte d'informazione ufficiale e certificata per il popolo grillino, aveva un qualcosa di vagamente sovietico. In testa all'homepage, nomi e foto dei 14 eletti del Movimento a Bruxelles. Sotto, tra i post in evidenza, ecco subito un nuovo annuncio da battaglia: «E ora allarghiamo la platea dei beneficiari del reddito di cittadinanza!» Molto probabile, con la Lega di Matteo Salvini diventata il primo partito con il 34% dei consensi. Ah, già, perché si è votato. E in effetti, sul blog pentastellato, trova spazio anche la conferenza stampa di lunedì pomeriggio di Di Maio, così titolata: «Una grande lezione: impariamo e non molliamo». Stop. Ma che ogni lezione, prima di essere imparata, vada compresa, è quello che ieri hanno cominciato a dire pubblicamente alcuni grillini con testa non programmata dalla Casaleggio e Associati o, peggio, dai «guru della comunicazione» interna. L'abruzzese Primo Di Nicola, una carriera da cronista all'Espresso, senatore alla prima legislatura, di buon mattino si dimette da vicepresidente del gruppo a Palazzo Madama. Non fa alcuna polemica, ma si affida a poche righe su Facebook: «È una decisione che ritengo necessaria non solo alla luce del risultato elettorale ma anche e soprattutto delle cose che ci siamo detti in tanti incontri e assemblee. Mettere a disposizione del Movimento gli incarichi. È l'unico modo che conosco per favorire una discussione autenticamente democratica su quello che siamo e dove vogliamo andare». Non ci vuol tanto a capire che quel riferimento generico a «mettere a disposizione gli incarichi» dopo una sconfitta rompe il tabù delle dimissioni di Di Maio. Come Di Nicola la pensano in molti, che però parleranno questa sera, ma nella breccia s'infilano subito Carla Ruocco e Gianluigi Paragone, ovvero altri due esponenti non abituati a chiedere il permesso prima di aprire bocca. La Ruocco, presidente della commissione Finanze di Montecitorio, è tra coloro che avrebbero preferito un governo con il Pd e non lo esclude neppure adesso. Ma intanto sceglie Il Messaggero di Francesco Gaetano Caltagirone, probabilmente il quotidiano più inviso ai vertici del Movimento insieme alla Stampa, per mandare a dire che si può stare benissimo all'opposizione e condurre le proprie battaglie in Parlamento. Quanto all'amico Di Maio, eccolo servito di barba e capelli: «Io ritengo che agli onori debbano seguire gli oneri; voglio bene a Luigi con cui per anni abbiamo fatto crescere il Movimento, ma c'è una responsabilità politica di questo brutto risultato che non spunta dal nulla ma ha radici lontane: penso all'esperienza di Roma». Poi la bomba: «Pensi alle dimissioni». A fare più male di tutti, però, è Paragone. Il giornalista si è sbattuto come pochi in questa campagna elettorale, girando tutta l'Italia per sostenere i candidati del Movimento, ha macinato ore e ore di dirette video autogestite che ha riversato sui social e sul web. Insomma, non ha molto da rimproverarsi per questo maledetto «17», eppure spiega al fattoquotidiano.it: «Che ci sia bisogno di una discontinuità è fuor di dubbio, che si debba esaurire nella decisione di Primo Di Nicola di dimettersi credo di no, credo debba essere molto più sostanziosa: la generosità di Luigi di mettere insieme 3-4 incarichi in qualche modo deve essere rivista». Intanto, al di là delle congratulazioni per i 14 che vanno a Strasburgo, c'è anche il problema di fare un gruppo con qualcun altro, in modo da arrivare almeno a quota 25 e prendere i relativi rimborsi da 80.000 euro a testa. Ma i croati di Zivi Zid hanno ottenuto un misero seggio, mentre i polacchi di «Kukiz 15», gli estoni di Elurikkuse Erakond, i greci di Akkel e i finalndesi di Liike Nyt non hanno piazzato neppure un deputato. Risultato, se si vuole limitare l'impatto finanziario di alleanze sbagliate, bisognerà sedersi intorno a un tavolo con il Brexit Party di Nigel Farage. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/si-apre-la-stagione-di-caccia-a-di-maio-mezzo-m5s-chiede-le-sue-dimissioni-2638355613.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="toti-rompe-e-berlusconi-si-infuria" data-post-id="2638355613" data-published-at="1778687274" data-use-pagination="False"> Toti rompe e Berlusconi si infuria Nel giro di tre settimane Silvio Berlusconi è passato da una sala operatoria al Parlamento europeo: è stato eletto con 557.000 preferenze personali, un risultato che anche gli avversari interni al centrodestra hanno riconosciuto essere eccezionale. Mai come in queste elezioni europee Forza Italia è stata Forza Silvio: mentre il vecchio leone si batteva in tutti gli studi televisivi, il partito arrancava, stentava, e così quell'8,7% suona come una solenne bocciatura non certo dell'ex premier, ma di chi doveva gestire il partito e invece ha curato solo il proprio orticello. La differenza abissale tra il Cav e i suoi dirigenti sta tutta nella fotografia della giornata di ieri. Berlusconi è volato a Bruxelles, per il prevertice del Partito popolare europeo. In Belgio e a Strasburgo, c'è da giurarci, resterà molto tempo: si trova perfettamente a suo agio, in quell'ambiente, l'ex premier, che grazie alle relazioni politiche e personali tessute in 25 anni di attività politica e di governo può assumere un ruolo di primo piano. E già al lavoro, ad esempio, per cercare di evitare che Viktor Orbán, presidente ungherese paladino dei sovranisti, venga espulso o decida di andarsene dal Ppe, dal quale è stato già sospeso. «Mi auguro che Berlusconi», ha detto ieri Matteo Salvini, «che ho sentito al telefono, abbia un buon successo da parlamentare europeo, vista la sua esperienza internazionale». Mentre il leader lavora, però, Forza Italia è alle prese con la crisi interna. Per raggiungere l'obiettivo del 10%, infatti, sarebbe bastato che Berlusconi fosse in lista anche nella circoscrizione dell'Italia centrale, dove invece il suo nome non c'era, a differenza che nelle altre quattro. Risultato: superflop di Fi che ha raggranellato un misero 6,25%, con lo smacco del sorpasso da parte di Fratelli d'Italia. Perché Berlusconi non si è candidato al Centro? Semplice: per lasciare campo libero al suo delfino pro-tempore, Antonio Tajani. Una scelta che, stando agli spifferi insistenti e convergenti che arrivano dall'interno del partito, è stata concertata con la senatrice Licia Ronzulli, che ormai in tanti definiscono «la zarina di Forza Italia». Tajani e Ronzulli, in queste ore, sono nel mirino di chi chiede un congresso vero e un rinnovamento della classe dirigente. Al di là delle voci sui suoi frequenti contatti telefonici con Matteo Salvini, alla Ronzulli viene imputato di aver completamente isolato il leader e di avere avuto un ruolo determinante nella composizione delle liste per le europee, e quindi del flop nelle urne. Domani, giovedì, è previsto un comitato di presidenza di Forza Italia. Molti dirigenti del Sud, dove il partito ha ottenuto i risultati migliori, sono pronti ad andarsene se Fi resterà nelle mani di Tajani e della Ronzulli. Da parte loro, attraverso una nota, i consiglieri regionali e gli assessori azzurri in Lombardia hanno chiesto «una modifica coraggiosa e decisa dell'organizzazione del partito». Ieri il governatore della Liguria, Giovanni Toti ha lanciato l'idea di un nuovo soggetto politico, da costruire insieme a Giorgia Meloni, per «riprendere quelle personalità che abbiamo perso per strada nell'ultimo anno quando dicevo che ci saremmo schiantati». Ma giura: Ginché esiste, io sarò in Fi». «Toti», ha commentato Berlusconi, «ha dei suoi sentieri personali che a mio parere non porteranno da nessuna parte. Tutti coloro che sono usciti da Forza Italia si sono condannati all'invisibilità». «Forse Berlusconi non si è accorto», ha replicato, con insolita aggressività, Toti, «che è Forza Italia a marciare diritta verso l'invisibilità. Dimezzare i voti in un anno mi sembra un ottimo viatico in tal senso».
Il presidente Usa Donald Trump è atterrato a Pechino per un vertice con Xi Jinping. Si tratta della prima visita di un presidente americano in Cina da quasi un decennio, in un incontro volto a ridurre le tensioni tra le due superpotenze.
Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump è arrivato a Pechino, dove è atteso per un vertice di alto profilo con il leader cinese Xi Jinping. L’incontro si inserisce in un contesto di forti tensioni tra Washington e Pechino e punta ad avviare un confronto diretto tra le due principali potenze globali.
Si tratta della prima visita di un presidente americano in Cina dopo quasi dieci anni, un passaggio considerato significativo sul piano diplomatico. Trump è atterrato all’aeroporto internazionale della capitale cinese a bordo dell’Air Force One, dando così avvio a una missione osservata con grande attenzione dalla comunità internazionale. All’arrivo a Pechino, Trump è stato accolto dal vice presidente cinese Han Zheng in una cerimonia sulla pista dell’aeroporto, tra tappeto rosso, saluti ufficiali e la presenza di una delegazione di bambini. Subito dopo lo sbarco dall’Air Force One, il tycoon ha stretto la mano al suo omologo cinese e ha ricevuto un omaggio floreale prima di salire sulla limousine presidenziale.
Sul piano geopolitico, da Pechino è arrivato un messaggio di apertura alla collaborazione: il ministero degli Esteri ha parlato di una volontà di «gestire le divergenze e ampliare la cooperazione» con Washington. Un clima che si inserisce in un contesto internazionale teso, segnato anche dalle dichiarazioni provenienti dall’Iran, dove un portavoce militare ha ipotizzato un possibile aumento dell’arricchimento dell’uranio fino al 90% in caso di nuova escalation. Secondo alcune indiscrezioni rilanciate dai media statunitensi, inoltre, l’amministrazione americana starebbe valutando nuove opzioni operative in caso di fallimento delle attuali trattative, con l’ipotesi di una ridefinizione delle operazioni militari legate allo scenario iraniano. Sullo sfondo, l’agenda della visita di Trump a Pechino include anche colloqui sul Medio Oriente e sulla questione di Taiwan, dossier centrali nei rapporti tra le due superpotenze.
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Friedrich Merz (Ansa)
Davanti a lui, a Berlino, i 400 delegati sindacali fremono, contestano e rimandano al mittente la ricetta; nessuna voglia di lacrime e sangue dopo 30 anni di benessere diffuso. La scena mai vista prima nella storia è il fulcro dello speech del cancelliere al congresso della Federazione dei Sindacati (Dgb) e segna due punti critici: il no alle riforme e il crollo della popolarità dopo solo un anno di governo.
«Aumentare la produttività, diminuire l’assenteismo, riformare la Sanità pubblica, tagliare le pensioni». Lo scenario molto italiano (do you remember la stagione Mario Monti?) fa sanguinare le orecchie di chi ascolta. Ma la verità di Merz non può aspettare oltre. «Abbiamo fallito nel modernizzare il nostro Paese, adesso ne paghiamo le conseguenze. La sfida più difficile sarà la riforma del sistema pensionistico obbligatorio. La commissione di esperti incaricata presenterà le sue proposte fra qualche settimana, le decisioni arriveranno in estate. Un lavoratore non può sostenere il costo di due pensionati. Nulla di tutto ciò è dovuto a cattiveria da parte mia o del governo federale, si tratta semplicemente di demografia e matematica. I problemi strutturali rimandati per anni si sono aggravati».
In una tumultuosa mattina di maggio la Germania scende definitivamente dal piedistallo. E scopre che le otto ore giornaliere di lavoro sono poche (la proposta è di arrivare a 12 con compensazioni settimanali), che la leggendaria produttività è crollata a livelli mediterranei. E che, come sottolinea un Merz sempre più in imbarazzo, «gli alti costi e la burocrazia stanno danneggiando le imprese mettendo a rischio i posti di lavoro e la prosperità delle generazioni future». Per i rappresentanti dei lavoratori è uno shock senza precedenti. Da sempre favorevoli alle riforme nei convegni, nei Paesi ad alto tasso di sviluppo i sindacati di ogni latitudine sono i garanti dell’immobilismo, del corporativismo, del privilegio. Così, dopo avere dormito sugli allori, fischiano, urlano e andranno in piazza.
Dopo due anni di recessione, gli indicatori hanno fatto segnare una crescita troppo flebile per essere rassicurante. E la prima conseguenza del giro di vite annunciato a Berlino è il crollo dei consensi. L’ultimo sondaggio Forsa, pubblicato dalla Bild, è una sentenza: dopo soli 12 mesi di governo la coalizione annaspa, con i conservatori di Cdu-Csu al 22% e i socialisti di Spd (responsabili del ballo sul Titanic) al 12%. Tutto ciò mentre Alternative für Deutschland vola al 27%. A livello personale Merz è al 13%. Commento dei sondaggisti: «Ci sono stati picchi negativi anche per i cancellieri precedenti, ma che qualcuno scendesse sotto il 15% non si era mai visto. I partiti di governo hanno perso un terzo della loro già risicata sostanza, un altro dato mai visto».
Sembra uno scherzo della nemesi. Qualche giorno fa il cancelliere, che a differenza di molti suoi colleghi ha il pregio di dire ciò che pensa (più o meno come Giancarlo Giorgetti), ha dichiarato con aria depressa: «Mi capita di svegliarmi la mattina e chiedermi se questo non sia solo un brutto sogno». La locomotiva si è fermata su un binario morto per quattro motivi sotto gli occhi di tutti, che riguardano anche la geopolitica internazionale.
Ecco i pilastri della prosperità che oggi vacillano. 1) La sovranità energetica è un ricordo, il gas russo a basso costo non c’è più e l’attentato angloamericano al Nordstream 2 (con manovalanza ucraina) ha dato il colpo di grazia; 2) l’ombrello militare americano sta sparendo per via del disimpegno di Donald Trump e gli investimenti sono concentrati sulla difesa (1.000 miliardi); 3) la potenza esclusivamente economica mostra la corda per il crollo delle esportazioni e dell’automotive; 4) la supremazia politica nei confronti dell’Unione europea con diktat di indirizzo (regole draconiane per gli altri, solo sviluppo per Berlino) è diventata un boomerang. A tal punto che il Bundestag ha dovuto sconfessare l’amato Patto di stabilità e iniziare la stagione del debito, sconfessando le strategie di Angela Merkel e del falco Wolfgang Schauble.
Gli errori a ripetizione sul Green deal alla base del suicidio energetico (rinnovabili) e di quello industriale (auto elettriche) hanno fatto il resto. Con l’ottusa complicità di Ursula von del Leyen, peraltro teleguidata da Berlino mentre si gettava dal balcone. Come va ripetendo da anni Alberto Bagnai, «i tedeschi non tornano indietro solo per non ammettere di avere sbagliato, esattamente come 85 anni fa». Questa volta hanno tagliato il ramo sul quale erano seduti. E le bordate di fischi dei sindacati a Merz hanno il rumore di un tonfo.
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Keir Starmer (Ansa)
Lui, per ora, resiste, attaccandosi a un cavillo: per farlo fuori da segretario serve che il 20% dei deputati lo sfiduci e candidino un altro leader. Come numeri ci siamo, ma formalmente non sarebbe stata ancora avviata la procedura formale prevista dallo statuto. E il soldato Keir, finché non lo mandano a casa dalla guida del partito, non esce neppure dal bunker del governo.
Starmer ha riunito il suo governo alle 10 del mattino e raccontano che sia stata una riunione tesa, con alcuni ministri che manco guardavano negli occhi il premier, arrabbiato perché anche i suoi alleati più fedeli da due giorni gli stavano consigliando di annunciare la data delle dimissioni, se non altro per placare le acque. Ma questa soluzione a Starmer non piace perché teme che gli sia concesso solo il tempo necessario a uno dei suoi possibili rivali di partito, il popolarissimo sindaco di Manchester Andy Burnham, per ottenere un seggio alle suppletive (basterebbe far dimettere un fedelissimo), tornare deputato (come da regolamento) e poi soffiargli la segreteria.
Mentre faceva tutti questi calcoli, il premier veniva mollato da quattro membri del governo: tre donne e un figlio di immigrati. Se ne sono andate Alex Davies-Jones, ministro per le Vittime e la violenza contro donne e ragazze, Jess Phillips, ministro per la Tutela dei minori, e Miatta Fahnbulleh, ministro per le Comunità. E a fine pomeriggio molla anche un pezzo da novanta come il vice della Salute, Zubir Ahmed, chirurgo, cinque figli, scozzese di nascita e figlio di un tassista pakistano. Ahmed era il simbolo del tentativo di rimettere in piedi la sanità pubblica, ma ieri se n’è andato scrivendo a Starmer: «È chiaro ormai da un po’ di giorni che la gente ha irrimediabilmente perso fiducia in te come primo ministero». Meno duro, ma comunque micidiale, l’addio per lettera di una fedelissima come Jess Phillips: «Sei una brava persona, ma ho toccato con mano che questo non basta». E poi gli spiega chiaramente che il suo tempo è finito quando aggiunge: «Non vedo quel cambiamento che volevo e quindi non posso continuare a fare il ministro sotto l’attuale leadership». Mentre l’ex collega Miatta Fahnbulleh, economista e liberiana di nascita, invitava il premier a «organizzare una transizione ordinata». Transizione che al momento il premier non ha nessuna intenzione di assecondare. Anche se l’Economist, per dire, ieri pomeriggio lo dava già per perso («Sir Starmer is on the way out») e il Guardian si divertiva a dedicare il suo approfondimento del giorno al seguente tema: «Perché tutti odiano Keir Starmer?».
Con i sondaggi che danno sempre il partito di Nigel Farage dieci punti sopra il Labour, si può provare a spiegare questa crisi, con il partito spaccato in due. Il motivo più immediato è la sconfitta elettorale rimediata la scorsa settimana, con i laburisti che hanno perso 1.500 consiglieri nelle elezioni locali in Inghilterra e che hanno ceduto il Galles, oltre ad aver registrato il peggior risultato di sempre al Parlamento scozzese. E poi c’è lo scandalo per la disgraziata nomina ad ambasciatore Usa di un vecchio arnese come Peter Mandelson, travolto dallo scandalo Epstein. Molti deputati laburisti, quando hanno scoperto i legami dell’ex ministro con il finanziere pedofilo, si sono rivoltati con Starmer. E forse non è un caso che tre ministri dimessi su quattro siano donne, più restie a perdonare certi comportamenti. La Phillips, ministro per la Tutela dei minori, non ci è passata sopra: «La saga di Mandelson quando è venuta a galla ha spinto il premier ad agire per renderci più credibili (su quei temi, ndr). Io non perderò mai l’occasione di una crisi per portare a casa progressi in favore delle donne e delle ragazze e quindi sono state fatte richieste e alcune sono state soddisfatte».
Se la giornata campale di Starmer e del suo governo non ha toccato più di tanto sterlina e Borsa, che hanno chiuso sostanzialmente invariate, i titoli pubblici a 10 anni sono saliti al 5,1% di rendimento, ovvero sui massimi dal luglio 2008, mentre i rendimenti delle obbligazioni trentennali sono schizzati al 5,8%, record dal lontano 1998. I mercati temono che un nuovo leader laburista non sappia fare a meno, per vincere, di promettere un aumento della spesa pubblica. Oppure che metta nuove tasse. Chi possa prendere il posto di Starmer, ammesso che non sia necessario mandargli il notaio del partito per schiodarlo dall’ufficio, non è ancora chiaro. Il rivale che teme di più è il sindaco di Manchester, Burnham (56 anni) , ma il premier si guarda le spalle anche dal rampante ministro della Salute Wes Streeting (43 anni), ala destra del partito e con un solo handicap: è anche lui vicino a Mandelson. Oggi Starmer e Streeting si incontreranno, dopo che ieri non si sono quasi rivolti la parola.
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(IStock)
Come quella di Marco Cavaleri, direttore del dipartimento rischi per la salute pubblica e della task force emergenze dell’Agenzia europea per i medicinali (Ema), pubblicata ieri su Repubblica. «I vaccini a mRna messi a punto contro il Covid stimolano meglio il sistema immunitario», ha sostenuto il già responsabile dell’area vaccini e prevenzione delle malattie infettive dell’agenzia europea.
Un’affermazione in netto contrasto con la ricerca di coorte pubblicata su The Lancet nel febbraio 2022 e basata sui registri dell’intera popolazione svedese, che dimostrò come l’efficacia pratica dei vaccini Covid contro l’infezione sintomatica fosse svanita nel tempo, passando dal 92% nei giorni da 15 a 30 dopo la 2° dose fino alla perdita di efficacia significativa a partire dai 7 mesi.
In Italia, una pubblicazione dell’Istituto superiore di sanità (Iss) sul British Medical Journal (BMJ) nel febbraio 2022, mostrava come nell’arco di 8-9 mesi anche nella media della popolazione italiana di età 40-59 anni la protezione dei vaccinati con 2 dosi scendeva appena sopra al livello dei non vaccinati, e dai 60 anni in poi addirittura sotto a quel livello. Un declino anche maggiore si è avuto nella popolazione ad alto rischio, con una discesa di un significativo -44% sotto al livello dei non vaccinati, a 8-9 mesi dalla 2° dose.
Nel Regno Unito, prendendo in esame le settimane dalla 36° del 2021 alla 13° 2022, la crescita di infezioni tra i vaccinati è stata impressionante, fino al +275% degli ultimi sette giorni resi disponibili. Poi, la Uk Health Security Agency comunicò di non pubblicare più questa tabella; però intanto, per chi voleva capire, era evidente che la protezione non solo calava ma diventava negativa.
La Commissione medico-scientifica indipendente (Cmsi) ha cercato di comprendere il perché di questa inversione, non certo addebitabile a un allentamento delle precauzioni individuali, e l’ipotesi ritenuta più plausibile è che sia dovuta a un deterioramento del sistema immunitario. Un deterioramento che «andrebbe incluso tra gli effetti avversi molto gravi di queste vaccinazioni ripetute», fa notare da anni la Cmsi.
Pure in Italia, secondo i dati dell’Iss, ad esempio con 3 dosi i vaccinati tra 40 e 59 anni si infettarono rapidamente di più, fino a superare le infezioni dei non vaccinati entro aprile 2022, e arrivare alla prima settimana del 2023 a +70% di casi positivi rispetto ai non vaccinati. Quindi, già a gennaio-marzo 2022 era chiaro che i vaccini non riducevano affatto la trasmissione, anzi. Dopo poche settimane dall’ultima dose trasmettevano l’infezione più dei non vaccinati. Altro che vaccinazione che riduce un po’ la trasmissione del virus, come ha dichiarato in audizione l’ex dg dell’Agenzia italiana del farmaco (Aifa), Nicola Magrini.
Quindi, come si fa a proporre oggi ancora la narrazione che «i vaccini a mRna messi a punto contro il Covid stimolano meglio il sistema immunitario»? Non solo. Nell’audizione in commissione parlamentare d’inchiesta di Eugenio Serravalle, presidente dell’Associazione di studi e informazioni sulla salute, il medico ha evidenziato i danni provocati alla popolazione in età pediatrica con la vaccinazione Covid.
Eppure, i segnali non mancavano. Nell’analisi retrospettiva nazionale su dati individuali di tutti i bambini italiani (3,6 milioni) pubblicata su The Lancet e relativa all’efficacia del vaccino BNT162b2 contro l’infezione da Sars-CoV-2 e il Covid-19 grave, con il monitoraggio dal 17 gennaio al 13 aprile 2022 si ammetteva che in fascia 5-11 anni i vaccini hanno efficacia pratica (Ve) inferiore rispetto ad altre età, e che la protezione dall’infezione scende al 38,7% tra 0 e 14 giorni dal completamento del ciclo primario, per calare al 21,2% «tra 43 e 84 giorni».
Serviva almeno a proteggere dal Covid grave? Niente affatto, si fermava al 41,1%. Invece, nel report esteso dell’Iss del 6 aprile 2022, i bambini tra 5-11 anni si infettavano il 21,6 % in più rispetto ai non vaccinati, non 21,2% in meno come si è fatto credere su Lancet. Se la vaccinazione Covid per i giovanissimi era inutile, mai abbastanza si parla degli eventi avversi che ha prodotto. Il dottor Serravalle ha citato diversi studi, ma soprattutto ha insistito sulla non attendibilità della farmacovigilanza passiva dell’Aifa che riporta una frequenza di segnalazioni più di 1.000 volte inferiore al sistema di monitoraggio v-safe gestito dai Cdc statunitensi.
«Serravalle ha spiegato che nelle persone in età pediatrica il rischio legato alla contrazione del virus era molto basso, ma nonostante ciò furono oggetto, dai 12 anni in su, della campagna vaccinale di massa impostata dall’allora governo», ha dichiarato Alice Buonguerrieri, capogruppo di Fratelli d’Italia in commissione Covid, ricordando che «attraverso il super green pass fu impedito a ragazzi molto giovani, “colpevoli” di non essere vaccinati, di poter svolgere attività sportive […] questa politica sproporzionata rispetto al beneficio atteso fu estremamente grave».
Intanto, il gup di Roma ha dichiarato il non luogo a procedere per intervenuta prescrizione per l’ex numero due dell’Organizzazione mondiale della Sanità (Oms) ed ex direttore generale del ministero della Salute Ranieri Guerra, per l’allora direttore generale della Prevenzione del ministero della Salute Giuseppe Ruocco e per la dirigente del ministero della Salute Maria Grazia Pompa. La decisione riguarda lo stralcio delle indagini, trasmesse dai pm di Bergamo e Brescia per competenza territoriale nella capitale, relative al piano pandemico e alla gestione dell’emergenza Covid.
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