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2019-05-29
Si apre la stagione di caccia a Di Maio. Mezzo M5s chiede le sue dimissioni
Ansa
La tentazione di rimuovere il lutto e la voglia, invece, di affrontarlo seriamente, in modo adulto e un minimo partecipato. Oscilla ancora tra questi due estremi il pendolo grillino dopo l'euro disfatta di domenica, con il Movimento dimezzato in soli 15 mesi. A guardare il Blog delle Stelle, sembra che non sia successo niente, anzi, che abbiano vinto. Ma ieri il malcontento verso Luigi Di Maio ha cominciato a prendere forma e voce, con alcuni tra gli esponenti più esperti e autonomi che hanno chiesto un cambio di passo, una nuova strategia, un diverso metodo per stare al governo (se proprio è necessario), senza però morire salviniani e dopo un lungo dissanguamento. Questa sera, nell'assemblea romana dei deputati di M5s, Di Maio non potrà cavarsela come ha fatto lunedì pomeriggio al suo ministero, riunendo quattro fedelissimi per dirsi l'un l'altro: «Allora andiamo avanti». Dovrà spiegare la linea «governativa» e dovrà convincere le truppe che il capo del Carroccio può essere logorato, a costo di giocare un po' di sponda con Bruxelles, Francoforte, il Quirinale e le odiate banche. Insomma, con quei poteri forti, per i quali questo colosso ferito da pur sempre 330 deputati può diventare il ventre molle del governo gialloblù.
Anche ieri, a 48 ore dall'incubo del misero 17% raccolto alle europee, il Blog delle Stelle, unica fonte d'informazione ufficiale e certificata per il popolo grillino, aveva un qualcosa di vagamente sovietico. In testa all'homepage, nomi e foto dei 14 eletti del Movimento a Bruxelles. Sotto, tra i post in evidenza, ecco subito un nuovo annuncio da battaglia: «E ora allarghiamo la platea dei beneficiari del reddito di cittadinanza!» Molto probabile, con la Lega di Matteo Salvini diventata il primo partito con il 34% dei consensi. Ah, già, perché si è votato. E in effetti, sul blog pentastellato, trova spazio anche la conferenza stampa di lunedì pomeriggio di Di Maio, così titolata: «Una grande lezione: impariamo e non molliamo». Stop.
Ma che ogni lezione, prima di essere imparata, vada compresa, è quello che ieri hanno cominciato a dire pubblicamente alcuni grillini con testa non programmata dalla Casaleggio e Associati o, peggio, dai «guru della comunicazione» interna. L'abruzzese Primo Di Nicola, una carriera da cronista all'Espresso, senatore alla prima legislatura, di buon mattino si dimette da vicepresidente del gruppo a Palazzo Madama. Non fa alcuna polemica, ma si affida a poche righe su Facebook: «È una decisione che ritengo necessaria non solo alla luce del risultato elettorale ma anche e soprattutto delle cose che ci siamo detti in tanti incontri e assemblee. Mettere a disposizione del Movimento gli incarichi. È l'unico modo che conosco per favorire una discussione autenticamente democratica su quello che siamo e dove vogliamo andare». Non ci vuol tanto a capire che quel riferimento generico a «mettere a disposizione gli incarichi» dopo una sconfitta rompe il tabù delle dimissioni di Di Maio. Come Di Nicola la pensano in molti, che però parleranno questa sera, ma nella breccia s'infilano subito Carla Ruocco e Gianluigi Paragone, ovvero altri due esponenti non abituati a chiedere il permesso prima di aprire bocca. La Ruocco, presidente della commissione Finanze di Montecitorio, è tra coloro che avrebbero preferito un governo con il Pd e non lo esclude neppure adesso. Ma intanto sceglie Il Messaggero di Francesco Gaetano Caltagirone, probabilmente il quotidiano più inviso ai vertici del Movimento insieme alla Stampa, per mandare a dire che si può stare benissimo all'opposizione e condurre le proprie battaglie in Parlamento. Quanto all'amico Di Maio, eccolo servito di barba e capelli: «Io ritengo che agli onori debbano seguire gli oneri; voglio bene a Luigi con cui per anni abbiamo fatto crescere il Movimento, ma c'è una responsabilità politica di questo brutto risultato che non spunta dal nulla ma ha radici lontane: penso all'esperienza di Roma». Poi la bomba: «Pensi alle dimissioni».
A fare più male di tutti, però, è Paragone. Il giornalista si è sbattuto come pochi in questa campagna elettorale, girando tutta l'Italia per sostenere i candidati del Movimento, ha macinato ore e ore di dirette video autogestite che ha riversato sui social e sul web. Insomma, non ha molto da rimproverarsi per questo maledetto «17», eppure spiega al fattoquotidiano.it: «Che ci sia bisogno di una discontinuità è fuor di dubbio, che si debba esaurire nella decisione di Primo Di Nicola di dimettersi credo di no, credo debba essere molto più sostanziosa: la generosità di Luigi di mettere insieme 3-4 incarichi in qualche modo deve essere rivista».
Intanto, al di là delle congratulazioni per i 14 che vanno a Strasburgo, c'è anche il problema di fare un gruppo con qualcun altro, in modo da arrivare almeno a quota 25 e prendere i relativi rimborsi da 80.000 euro a testa. Ma i croati di Zivi Zid hanno ottenuto un misero seggio, mentre i polacchi di «Kukiz 15», gli estoni di Elurikkuse Erakond, i greci di Akkel e i finalndesi di Liike Nyt non hanno piazzato neppure un deputato. Risultato, se si vuole limitare l'impatto finanziario di alleanze sbagliate, bisognerà sedersi intorno a un tavolo con il Brexit Party di Nigel Farage.
Toti rompe e Berlusconi si infuria
Nel giro di tre settimane Silvio Berlusconi è passato da una sala operatoria al Parlamento europeo: è stato eletto con 557.000 preferenze personali, un risultato che anche gli avversari interni al centrodestra hanno riconosciuto essere eccezionale. Mai come in queste elezioni europee Forza Italia è stata Forza Silvio: mentre il vecchio leone si batteva in tutti gli studi televisivi, il partito arrancava, stentava, e così quell'8,7% suona come una solenne bocciatura non certo dell'ex premier, ma di chi doveva gestire il partito e invece ha curato solo il proprio orticello. La differenza abissale tra il Cav e i suoi dirigenti sta tutta nella fotografia della giornata di ieri. Berlusconi è volato a Bruxelles, per il prevertice del Partito popolare europeo. In Belgio e a Strasburgo, c'è da giurarci, resterà molto tempo: si trova perfettamente a suo agio, in quell'ambiente, l'ex premier, che grazie alle relazioni politiche e personali tessute in 25 anni di attività politica e di governo può assumere un ruolo di primo piano. E già al lavoro, ad esempio, per cercare di evitare che Viktor Orbán, presidente ungherese paladino dei sovranisti, venga espulso o decida di andarsene dal Ppe, dal quale è stato già sospeso. «Mi auguro che Berlusconi», ha detto ieri Matteo Salvini, «che ho sentito al telefono, abbia un buon successo da parlamentare europeo, vista la sua esperienza internazionale». Mentre il leader lavora, però, Forza Italia è alle prese con la crisi interna. Per raggiungere l'obiettivo del 10%, infatti, sarebbe bastato che Berlusconi fosse in lista anche nella circoscrizione dell'Italia centrale, dove invece il suo nome non c'era, a differenza che nelle altre quattro. Risultato: superflop di Fi che ha raggranellato un misero 6,25%, con lo smacco del sorpasso da parte di Fratelli d'Italia. Perché Berlusconi non si è candidato al Centro? Semplice: per lasciare campo libero al suo delfino pro-tempore, Antonio Tajani. Una scelta che, stando agli spifferi insistenti e convergenti che arrivano dall'interno del partito, è stata concertata con la senatrice Licia Ronzulli, che ormai in tanti definiscono «la zarina di Forza Italia». Tajani e Ronzulli, in queste ore, sono nel mirino di chi chiede un congresso vero e un rinnovamento della classe dirigente. Al di là delle voci sui suoi frequenti contatti telefonici con Matteo Salvini, alla Ronzulli viene imputato di aver completamente isolato il leader e di avere avuto un ruolo determinante nella composizione delle liste per le europee, e quindi del flop nelle urne. Domani, giovedì, è previsto un comitato di presidenza di Forza Italia. Molti dirigenti del Sud, dove il partito ha ottenuto i risultati migliori, sono pronti ad andarsene se Fi resterà nelle mani di Tajani e della Ronzulli. Da parte loro, attraverso una nota, i consiglieri regionali e gli assessori azzurri in Lombardia hanno chiesto «una modifica coraggiosa e decisa dell'organizzazione del partito». Ieri il governatore della Liguria, Giovanni Toti ha lanciato l'idea di un nuovo soggetto politico, da costruire insieme a Giorgia Meloni, per «riprendere quelle personalità che abbiamo perso per strada nell'ultimo anno quando dicevo che ci saremmo schiantati». Ma giura: Ginché esiste, io sarò in Fi». «Toti», ha commentato Berlusconi, «ha dei suoi sentieri personali che a mio parere non porteranno da nessuna parte. Tutti coloro che sono usciti da Forza Italia si sono condannati all'invisibilità». «Forse Berlusconi non si è accorto», ha replicato, con insolita aggressività, Toti, «che è Forza Italia a marciare diritta verso l'invisibilità. Dimezzare i voti in un anno mi sembra un ottimo viatico in tal senso».
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La riunione d'emergenza non ha sedato i malumori. Gianluigi Paragone, vicino ad Alessandro Di Battista, è chiaro: «I quattro incarichi sono troppi». Carla Ruocco, fedele a Beppe Grillo: «Lasci». E c'è la grana del gruppo all'Ue: senza, addio ai rimborsi.Il governatore della Liguria Giovanni Toti lancia un suo movimento moderato: «Ma non lascio Fi». Il Cav lo fulmina: «Ha risentimenti personali, chi è uscito prima di lui è scomparso».Lo speciale contiene due articoli.La tentazione di rimuovere il lutto e la voglia, invece, di affrontarlo seriamente, in modo adulto e un minimo partecipato. Oscilla ancora tra questi due estremi il pendolo grillino dopo l'euro disfatta di domenica, con il Movimento dimezzato in soli 15 mesi. A guardare il Blog delle Stelle, sembra che non sia successo niente, anzi, che abbiano vinto. Ma ieri il malcontento verso Luigi Di Maio ha cominciato a prendere forma e voce, con alcuni tra gli esponenti più esperti e autonomi che hanno chiesto un cambio di passo, una nuova strategia, un diverso metodo per stare al governo (se proprio è necessario), senza però morire salviniani e dopo un lungo dissanguamento. Questa sera, nell'assemblea romana dei deputati di M5s, Di Maio non potrà cavarsela come ha fatto lunedì pomeriggio al suo ministero, riunendo quattro fedelissimi per dirsi l'un l'altro: «Allora andiamo avanti». Dovrà spiegare la linea «governativa» e dovrà convincere le truppe che il capo del Carroccio può essere logorato, a costo di giocare un po' di sponda con Bruxelles, Francoforte, il Quirinale e le odiate banche. Insomma, con quei poteri forti, per i quali questo colosso ferito da pur sempre 330 deputati può diventare il ventre molle del governo gialloblù. Anche ieri, a 48 ore dall'incubo del misero 17% raccolto alle europee, il Blog delle Stelle, unica fonte d'informazione ufficiale e certificata per il popolo grillino, aveva un qualcosa di vagamente sovietico. In testa all'homepage, nomi e foto dei 14 eletti del Movimento a Bruxelles. Sotto, tra i post in evidenza, ecco subito un nuovo annuncio da battaglia: «E ora allarghiamo la platea dei beneficiari del reddito di cittadinanza!» Molto probabile, con la Lega di Matteo Salvini diventata il primo partito con il 34% dei consensi. Ah, già, perché si è votato. E in effetti, sul blog pentastellato, trova spazio anche la conferenza stampa di lunedì pomeriggio di Di Maio, così titolata: «Una grande lezione: impariamo e non molliamo». Stop. Ma che ogni lezione, prima di essere imparata, vada compresa, è quello che ieri hanno cominciato a dire pubblicamente alcuni grillini con testa non programmata dalla Casaleggio e Associati o, peggio, dai «guru della comunicazione» interna. L'abruzzese Primo Di Nicola, una carriera da cronista all'Espresso, senatore alla prima legislatura, di buon mattino si dimette da vicepresidente del gruppo a Palazzo Madama. Non fa alcuna polemica, ma si affida a poche righe su Facebook: «È una decisione che ritengo necessaria non solo alla luce del risultato elettorale ma anche e soprattutto delle cose che ci siamo detti in tanti incontri e assemblee. Mettere a disposizione del Movimento gli incarichi. È l'unico modo che conosco per favorire una discussione autenticamente democratica su quello che siamo e dove vogliamo andare». Non ci vuol tanto a capire che quel riferimento generico a «mettere a disposizione gli incarichi» dopo una sconfitta rompe il tabù delle dimissioni di Di Maio. Come Di Nicola la pensano in molti, che però parleranno questa sera, ma nella breccia s'infilano subito Carla Ruocco e Gianluigi Paragone, ovvero altri due esponenti non abituati a chiedere il permesso prima di aprire bocca. La Ruocco, presidente della commissione Finanze di Montecitorio, è tra coloro che avrebbero preferito un governo con il Pd e non lo esclude neppure adesso. Ma intanto sceglie Il Messaggero di Francesco Gaetano Caltagirone, probabilmente il quotidiano più inviso ai vertici del Movimento insieme alla Stampa, per mandare a dire che si può stare benissimo all'opposizione e condurre le proprie battaglie in Parlamento. Quanto all'amico Di Maio, eccolo servito di barba e capelli: «Io ritengo che agli onori debbano seguire gli oneri; voglio bene a Luigi con cui per anni abbiamo fatto crescere il Movimento, ma c'è una responsabilità politica di questo brutto risultato che non spunta dal nulla ma ha radici lontane: penso all'esperienza di Roma». Poi la bomba: «Pensi alle dimissioni». A fare più male di tutti, però, è Paragone. Il giornalista si è sbattuto come pochi in questa campagna elettorale, girando tutta l'Italia per sostenere i candidati del Movimento, ha macinato ore e ore di dirette video autogestite che ha riversato sui social e sul web. Insomma, non ha molto da rimproverarsi per questo maledetto «17», eppure spiega al fattoquotidiano.it: «Che ci sia bisogno di una discontinuità è fuor di dubbio, che si debba esaurire nella decisione di Primo Di Nicola di dimettersi credo di no, credo debba essere molto più sostanziosa: la generosità di Luigi di mettere insieme 3-4 incarichi in qualche modo deve essere rivista». Intanto, al di là delle congratulazioni per i 14 che vanno a Strasburgo, c'è anche il problema di fare un gruppo con qualcun altro, in modo da arrivare almeno a quota 25 e prendere i relativi rimborsi da 80.000 euro a testa. Ma i croati di Zivi Zid hanno ottenuto un misero seggio, mentre i polacchi di «Kukiz 15», gli estoni di Elurikkuse Erakond, i greci di Akkel e i finalndesi di Liike Nyt non hanno piazzato neppure un deputato. Risultato, se si vuole limitare l'impatto finanziario di alleanze sbagliate, bisognerà sedersi intorno a un tavolo con il Brexit Party di Nigel Farage. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/si-apre-la-stagione-di-caccia-a-di-maio-mezzo-m5s-chiede-le-sue-dimissioni-2638355613.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="toti-rompe-e-berlusconi-si-infuria" data-post-id="2638355613" data-published-at="1774143589" data-use-pagination="False"> Toti rompe e Berlusconi si infuria Nel giro di tre settimane Silvio Berlusconi è passato da una sala operatoria al Parlamento europeo: è stato eletto con 557.000 preferenze personali, un risultato che anche gli avversari interni al centrodestra hanno riconosciuto essere eccezionale. Mai come in queste elezioni europee Forza Italia è stata Forza Silvio: mentre il vecchio leone si batteva in tutti gli studi televisivi, il partito arrancava, stentava, e così quell'8,7% suona come una solenne bocciatura non certo dell'ex premier, ma di chi doveva gestire il partito e invece ha curato solo il proprio orticello. La differenza abissale tra il Cav e i suoi dirigenti sta tutta nella fotografia della giornata di ieri. Berlusconi è volato a Bruxelles, per il prevertice del Partito popolare europeo. In Belgio e a Strasburgo, c'è da giurarci, resterà molto tempo: si trova perfettamente a suo agio, in quell'ambiente, l'ex premier, che grazie alle relazioni politiche e personali tessute in 25 anni di attività politica e di governo può assumere un ruolo di primo piano. E già al lavoro, ad esempio, per cercare di evitare che Viktor Orbán, presidente ungherese paladino dei sovranisti, venga espulso o decida di andarsene dal Ppe, dal quale è stato già sospeso. «Mi auguro che Berlusconi», ha detto ieri Matteo Salvini, «che ho sentito al telefono, abbia un buon successo da parlamentare europeo, vista la sua esperienza internazionale». Mentre il leader lavora, però, Forza Italia è alle prese con la crisi interna. Per raggiungere l'obiettivo del 10%, infatti, sarebbe bastato che Berlusconi fosse in lista anche nella circoscrizione dell'Italia centrale, dove invece il suo nome non c'era, a differenza che nelle altre quattro. Risultato: superflop di Fi che ha raggranellato un misero 6,25%, con lo smacco del sorpasso da parte di Fratelli d'Italia. Perché Berlusconi non si è candidato al Centro? Semplice: per lasciare campo libero al suo delfino pro-tempore, Antonio Tajani. Una scelta che, stando agli spifferi insistenti e convergenti che arrivano dall'interno del partito, è stata concertata con la senatrice Licia Ronzulli, che ormai in tanti definiscono «la zarina di Forza Italia». Tajani e Ronzulli, in queste ore, sono nel mirino di chi chiede un congresso vero e un rinnovamento della classe dirigente. Al di là delle voci sui suoi frequenti contatti telefonici con Matteo Salvini, alla Ronzulli viene imputato di aver completamente isolato il leader e di avere avuto un ruolo determinante nella composizione delle liste per le europee, e quindi del flop nelle urne. Domani, giovedì, è previsto un comitato di presidenza di Forza Italia. Molti dirigenti del Sud, dove il partito ha ottenuto i risultati migliori, sono pronti ad andarsene se Fi resterà nelle mani di Tajani e della Ronzulli. Da parte loro, attraverso una nota, i consiglieri regionali e gli assessori azzurri in Lombardia hanno chiesto «una modifica coraggiosa e decisa dell'organizzazione del partito». Ieri il governatore della Liguria, Giovanni Toti ha lanciato l'idea di un nuovo soggetto politico, da costruire insieme a Giorgia Meloni, per «riprendere quelle personalità che abbiamo perso per strada nell'ultimo anno quando dicevo che ci saremmo schiantati». Ma giura: Ginché esiste, io sarò in Fi». «Toti», ha commentato Berlusconi, «ha dei suoi sentieri personali che a mio parere non porteranno da nessuna parte. Tutti coloro che sono usciti da Forza Italia si sono condannati all'invisibilità». «Forse Berlusconi non si è accorto», ha replicato, con insolita aggressività, Toti, «che è Forza Italia a marciare diritta verso l'invisibilità. Dimezzare i voti in un anno mi sembra un ottimo viatico in tal senso».
Cirino Pomicino (Ansa)
‘O ministro, 86 anni, era ricoverato nella clinica Quisisana di Roma, afflitto dai postumi degli acciacchi dovuti alla cardiopatia cronica, con infarti ripetuti e due trapianti che gli hanno fatto dire: «Gli altri cambiano la macchina, io cambio gli organi».
Pilastro della Democrazia Cristiana, intelligente e scafato, cresciuto alla scuola di Giulio Andreotti che negli anni 70 cercava in Campania qualcuno da contrapporre ai ras del Sud Antonio Gava e Ciriaco De Mita, Cirino Pomicino ha attraversato la repubblica delle sciabole da protagonista: deputato per sette legislature, due volte ministro (Bilancio e Funzione pubblica), fu vicerè borbonico della corrente del luciferino Giulio. Qualcuno se lo ricorda raffigurato mentre balla da scatenato nel film che ricostruisce (con spreco di luoghi comuni) gli ultimi fuochi del pentapartito e delle convergenze parallele: «Il Divo» di Paolo Sorrentino.
Caustico e diplomatico, faceva risalire alla famiglia la capacità di trovare uno spazio di confronto con tutti. «Ero il quinto di sette figli, con sei maschi che tifavano per sei squadre diverse (lui era milanista - Ndr) e si identificavano in sei partiti diversi. Ci siamo formati alla scuola della tolleranza senza che mai le differenze intaccassero il profondo rapporto fraterno». Chi lo accusava di sprecare i soldi pubblici per accontentare le clientele si sentiva ripetere: «Sono ricco di famiglia, per capirlo guardate i tombini di Napoli». Portavano il nome della fonderia del nonno. Re delle commissioni Bilancio, nei mitici anni 80 inventò l’emendamento vol-au-vent, che le correnti dei partiti riempivano di finanziamenti. Era lo Sportello Pomicino, lui accontentava tutti e si giustificava: «Se lo sportello funziona è perché qualcuno bussa».
Nato a Napoli il 3 settembre 1939, teneva molto all’orario. «Erano le 7 di mattina, alle 11 l’Inghilterra dichiarò guerra alla Germania di Hitler e alle 17 la Francia fece altrettanto. Il mio arrivo consentì a papà di non essere chiamato al fronte, in quanto padre di 5 figli». Laureato in medicina e attivista democristiano, prima della chiamata andreottiana ha lavorato come neurochirurgo all’ospedale Cardarelli. Avvezzo alle comodità, aveva affittato sull’Appia Antica una villa con 20 stanze, costo 5 milioni di vecchie lire all’anno. I suoi eccessi facevano dire a Francesco Cossiga, che non gli era amico: «Siamo un Paese solido che può sopportare come ministro un analfabeta come lui».
Sposato due volte (la seconda con Lucia Marotta di 27 anni più giovane), il suo destino è stato indissolubilmente legato a Tangentopoli. Le inchieste, i canini affilati delle procure. Indagato 42 volte ma condannato solo due per finanziamento illecito della Dc, Cirino Pomicino uscì clamorosamente di scena la sera in cui, entrato in un ristorante di Napoli con la famiglia, fu costretto ad andarsene dal resto della clientela, che al suo apparire aveva cominciato a far tintinnare i bicchieri con le posate per sloggiarlo. Un affronto volgare e immeritato. Lui si difendeva così: «Nella chiesa è nato il proverbio “senza soldi non si cantano messe”. La politica non mi ha arricchito, non possiedo una casa e non la possiede neppure mia figlia Ilaria».
Testimone di un’epoca dominata anche dal tintinnio delle manette (fu condannato a un anno e mezzo di carcere, fece 17 giorni), qualche anno fa ha rivelato un retroscena inquietante di quella stagione: «Nel 1991 Carlo De Benedetti venne da me e mi chiese: Vuole essere il mio ministro? Lui e l’avvocato Gianni Agnelli avevano deciso un colpo di Stato, spazzare via la Dc per via giudiziaria e consegnare il potere ai comunisti che, orfani di Mosca, sarebbero stati lacchè ai loro ordini. Io dissi no». Arrivò Mani Pulite. Ma a rompere lo schema si materializzò Silvio Berlusconi.
Cirino Pomicino è morto un giorno prima del referendum, lui che della casta dei magistrati non aveva alcuna stima. E ai quali - quando cominciò a scrivere editoriali con lo pseudonimo di Geronimo (chiamato a L’Indipendente e poi al Giornale da Vittorio Feltri) - non risparmiò critiche feroci. «Geronimo era il grande capo Apache che non si arrese alle truppe nordiste e io non mi sono mai arreso ai pm e alle loro truppe mediatiche. Sotto le macerie lasciate dalle inchieste finì tutta la Prima repubblica tranne il Pci che, grazie ai ragazzi della via Pal della procura di Milano, fu solo costretto a cambiare nome». Eppure oggi si sarebbe opposto alla riforma Nordio perché la considerava troppo morbida. «Con lo sdoppiamento del Csm si verrebbe a creare una nicchia dove i pm se la cantano e se la suonano senza controllo, con la possibilità di intimidire non solo la politica ma anche i giudici». Un giorno del 1997, uscito dal sonno indotto dall’anestesia per uno degli infarti, si trovò al capezzale Antonio Di Pietro. «Mi avevano dato tre ore di vita e lui venne a trovarmi. Mi disse che aveva sempre votato Dc. Era convinto che sarei morto e non avrei mai potuto raccontarlo». Invece ha avuto in dono altri 29 anni durante i quali qualcuno gli dava dell’immortale. Lui sorrideva facendo le corna: «Della morte mi spaventa la bara, il corpo chiuso che si decompone. Mi farò cremare». Ora ‘O ministro cammina nell’eternità.
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Lancia «Gamma» berlina del 1976 (Stellantis/Centro Storico Fiat)
Per sei anni la Lancia, regina delle ammiraglie di lusso italiane, era rimasta senza un vero modello di punta. L’ultima delle berline di classe superiore era stata la «Flaminia», prodotta dal 1959 al 1970, mentre l’ultimo modello a tre volumi (ma meno lussuosa) era stata la 2.000, una semplice rivisitazione dell’altrettanto obsoleta Flavia. La casa di Chivasso, assorbita da Fiat dal 1969, decise di non rimpiazzarla temporaneamente. Poi venne la crisi petrolifera mondiale, ed ogni progetto di vetture di alta cilindrata assetate di benzina fu sospeso.
Lancia si riaffacciò al segmento solo dopo alcuni anni, quando la concorrenza di ammiraglie estere come Mercedes e Bmw aveva occupato una buona fetta del mercato europeo. Ci riprovò dopo la metà degli anni Settanta, con la nuova «Gamma», presentata a Ginevra nel marzo del 1976. La crisi del 1973 aveva lasciato il segno, e l’efficienza dei motori in termini di consumi era diventata una priorità. Il mercato italiano era poi condizionato dalla pesante tassazione dei propulsori di cilindrata superiore ai 2 litri, che spesso erano adottati dalle case estere in configurazione 6 cilindri. La Lancia progettò sulla base di queste esigenze un motore tutto nuovo, completamente diverso da quelli dei modelli precedenti. La «Gamma» sarà infatti spinta da un 4 cilindri boxer in alluminio, prodotto nelle due cilindrate di 1,9 e 2,5 litri da 116 e 140 Cv rispettivamente. Quello che colpì maggiormente il pubblico e gli affezionati del marchio fu certamente la linea, che segnava una rottura con la lunga tradizione delle tre volumi. Affidata al blasonato nome di Pininfarina, la nuova ammiraglia lancia era di fatto una 2 volumi e mezzo con coda spiovente e tronca e la trazione era anteriore.
Contemporaneamente alla berlina fu presentata la coupé, una due porte più aggressiva e sportiveggiante, che conservava tuttavia gli ampi spazi interni della 4 porte. I motori garantivano ottime prestazioni, comprese tra i 185 e i 195 km/h nel confort degli interni lussuosamente rifiniti nello stile caratteristico della casa di Chivasso. La «Gamma» fu ben accolta da pubblico e stampa nonostante la evidente rottura con la tradizione delle berline a tre volumi. La sua storia però, passata dal restyling del 1980 che regalò ai motori l’iniezione elettronica, non fu felice. La causa del mancato successo di una vettura coraggiosa e all’avanguardia per lo stile fu la scarsa affidabilità del motore e degli organi ad esso collegati. Per alcune ingenuità di progettazione di un boxer del tutto nuovo, la Gamma soffrì costantemente di problemi (anche gravi) alla distribuzione per la fragilità del sistema, ed al servosterzo che era direttamente collegato alla distribuzione e poteva, se messo sotto sforzo dalla massa non indifferente della vettura, creare gravi danni agli organi meccanici.
La bella ma sfortunata ammiraglia di Chivasso uscì di scena appena 8 anni dopo il suo lancio, nel 1984. Sarà sostituita da una berlina che, per il successo ottenuto nel decennio successivo, proietterà un cono d’ombra sull’immagine dell’antesignana «Gamma», la Lancia «Thema».
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