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2019-05-29
Si apre la stagione di caccia a Di Maio. Mezzo M5s chiede le sue dimissioni
Ansa
La tentazione di rimuovere il lutto e la voglia, invece, di affrontarlo seriamente, in modo adulto e un minimo partecipato. Oscilla ancora tra questi due estremi il pendolo grillino dopo l'euro disfatta di domenica, con il Movimento dimezzato in soli 15 mesi. A guardare il Blog delle Stelle, sembra che non sia successo niente, anzi, che abbiano vinto. Ma ieri il malcontento verso Luigi Di Maio ha cominciato a prendere forma e voce, con alcuni tra gli esponenti più esperti e autonomi che hanno chiesto un cambio di passo, una nuova strategia, un diverso metodo per stare al governo (se proprio è necessario), senza però morire salviniani e dopo un lungo dissanguamento. Questa sera, nell'assemblea romana dei deputati di M5s, Di Maio non potrà cavarsela come ha fatto lunedì pomeriggio al suo ministero, riunendo quattro fedelissimi per dirsi l'un l'altro: «Allora andiamo avanti». Dovrà spiegare la linea «governativa» e dovrà convincere le truppe che il capo del Carroccio può essere logorato, a costo di giocare un po' di sponda con Bruxelles, Francoforte, il Quirinale e le odiate banche. Insomma, con quei poteri forti, per i quali questo colosso ferito da pur sempre 330 deputati può diventare il ventre molle del governo gialloblù.
Anche ieri, a 48 ore dall'incubo del misero 17% raccolto alle europee, il Blog delle Stelle, unica fonte d'informazione ufficiale e certificata per il popolo grillino, aveva un qualcosa di vagamente sovietico. In testa all'homepage, nomi e foto dei 14 eletti del Movimento a Bruxelles. Sotto, tra i post in evidenza, ecco subito un nuovo annuncio da battaglia: «E ora allarghiamo la platea dei beneficiari del reddito di cittadinanza!» Molto probabile, con la Lega di Matteo Salvini diventata il primo partito con il 34% dei consensi. Ah, già, perché si è votato. E in effetti, sul blog pentastellato, trova spazio anche la conferenza stampa di lunedì pomeriggio di Di Maio, così titolata: «Una grande lezione: impariamo e non molliamo». Stop.
Ma che ogni lezione, prima di essere imparata, vada compresa, è quello che ieri hanno cominciato a dire pubblicamente alcuni grillini con testa non programmata dalla Casaleggio e Associati o, peggio, dai «guru della comunicazione» interna. L'abruzzese Primo Di Nicola, una carriera da cronista all'Espresso, senatore alla prima legislatura, di buon mattino si dimette da vicepresidente del gruppo a Palazzo Madama. Non fa alcuna polemica, ma si affida a poche righe su Facebook: «È una decisione che ritengo necessaria non solo alla luce del risultato elettorale ma anche e soprattutto delle cose che ci siamo detti in tanti incontri e assemblee. Mettere a disposizione del Movimento gli incarichi. È l'unico modo che conosco per favorire una discussione autenticamente democratica su quello che siamo e dove vogliamo andare». Non ci vuol tanto a capire che quel riferimento generico a «mettere a disposizione gli incarichi» dopo una sconfitta rompe il tabù delle dimissioni di Di Maio. Come Di Nicola la pensano in molti, che però parleranno questa sera, ma nella breccia s'infilano subito Carla Ruocco e Gianluigi Paragone, ovvero altri due esponenti non abituati a chiedere il permesso prima di aprire bocca. La Ruocco, presidente della commissione Finanze di Montecitorio, è tra coloro che avrebbero preferito un governo con il Pd e non lo esclude neppure adesso. Ma intanto sceglie Il Messaggero di Francesco Gaetano Caltagirone, probabilmente il quotidiano più inviso ai vertici del Movimento insieme alla Stampa, per mandare a dire che si può stare benissimo all'opposizione e condurre le proprie battaglie in Parlamento. Quanto all'amico Di Maio, eccolo servito di barba e capelli: «Io ritengo che agli onori debbano seguire gli oneri; voglio bene a Luigi con cui per anni abbiamo fatto crescere il Movimento, ma c'è una responsabilità politica di questo brutto risultato che non spunta dal nulla ma ha radici lontane: penso all'esperienza di Roma». Poi la bomba: «Pensi alle dimissioni».
A fare più male di tutti, però, è Paragone. Il giornalista si è sbattuto come pochi in questa campagna elettorale, girando tutta l'Italia per sostenere i candidati del Movimento, ha macinato ore e ore di dirette video autogestite che ha riversato sui social e sul web. Insomma, non ha molto da rimproverarsi per questo maledetto «17», eppure spiega al fattoquotidiano.it: «Che ci sia bisogno di una discontinuità è fuor di dubbio, che si debba esaurire nella decisione di Primo Di Nicola di dimettersi credo di no, credo debba essere molto più sostanziosa: la generosità di Luigi di mettere insieme 3-4 incarichi in qualche modo deve essere rivista».
Intanto, al di là delle congratulazioni per i 14 che vanno a Strasburgo, c'è anche il problema di fare un gruppo con qualcun altro, in modo da arrivare almeno a quota 25 e prendere i relativi rimborsi da 80.000 euro a testa. Ma i croati di Zivi Zid hanno ottenuto un misero seggio, mentre i polacchi di «Kukiz 15», gli estoni di Elurikkuse Erakond, i greci di Akkel e i finalndesi di Liike Nyt non hanno piazzato neppure un deputato. Risultato, se si vuole limitare l'impatto finanziario di alleanze sbagliate, bisognerà sedersi intorno a un tavolo con il Brexit Party di Nigel Farage.
Toti rompe e Berlusconi si infuria
Nel giro di tre settimane Silvio Berlusconi è passato da una sala operatoria al Parlamento europeo: è stato eletto con 557.000 preferenze personali, un risultato che anche gli avversari interni al centrodestra hanno riconosciuto essere eccezionale. Mai come in queste elezioni europee Forza Italia è stata Forza Silvio: mentre il vecchio leone si batteva in tutti gli studi televisivi, il partito arrancava, stentava, e così quell'8,7% suona come una solenne bocciatura non certo dell'ex premier, ma di chi doveva gestire il partito e invece ha curato solo il proprio orticello. La differenza abissale tra il Cav e i suoi dirigenti sta tutta nella fotografia della giornata di ieri. Berlusconi è volato a Bruxelles, per il prevertice del Partito popolare europeo. In Belgio e a Strasburgo, c'è da giurarci, resterà molto tempo: si trova perfettamente a suo agio, in quell'ambiente, l'ex premier, che grazie alle relazioni politiche e personali tessute in 25 anni di attività politica e di governo può assumere un ruolo di primo piano. E già al lavoro, ad esempio, per cercare di evitare che Viktor Orbán, presidente ungherese paladino dei sovranisti, venga espulso o decida di andarsene dal Ppe, dal quale è stato già sospeso. «Mi auguro che Berlusconi», ha detto ieri Matteo Salvini, «che ho sentito al telefono, abbia un buon successo da parlamentare europeo, vista la sua esperienza internazionale». Mentre il leader lavora, però, Forza Italia è alle prese con la crisi interna. Per raggiungere l'obiettivo del 10%, infatti, sarebbe bastato che Berlusconi fosse in lista anche nella circoscrizione dell'Italia centrale, dove invece il suo nome non c'era, a differenza che nelle altre quattro. Risultato: superflop di Fi che ha raggranellato un misero 6,25%, con lo smacco del sorpasso da parte di Fratelli d'Italia. Perché Berlusconi non si è candidato al Centro? Semplice: per lasciare campo libero al suo delfino pro-tempore, Antonio Tajani. Una scelta che, stando agli spifferi insistenti e convergenti che arrivano dall'interno del partito, è stata concertata con la senatrice Licia Ronzulli, che ormai in tanti definiscono «la zarina di Forza Italia». Tajani e Ronzulli, in queste ore, sono nel mirino di chi chiede un congresso vero e un rinnovamento della classe dirigente. Al di là delle voci sui suoi frequenti contatti telefonici con Matteo Salvini, alla Ronzulli viene imputato di aver completamente isolato il leader e di avere avuto un ruolo determinante nella composizione delle liste per le europee, e quindi del flop nelle urne. Domani, giovedì, è previsto un comitato di presidenza di Forza Italia. Molti dirigenti del Sud, dove il partito ha ottenuto i risultati migliori, sono pronti ad andarsene se Fi resterà nelle mani di Tajani e della Ronzulli. Da parte loro, attraverso una nota, i consiglieri regionali e gli assessori azzurri in Lombardia hanno chiesto «una modifica coraggiosa e decisa dell'organizzazione del partito». Ieri il governatore della Liguria, Giovanni Toti ha lanciato l'idea di un nuovo soggetto politico, da costruire insieme a Giorgia Meloni, per «riprendere quelle personalità che abbiamo perso per strada nell'ultimo anno quando dicevo che ci saremmo schiantati». Ma giura: Ginché esiste, io sarò in Fi». «Toti», ha commentato Berlusconi, «ha dei suoi sentieri personali che a mio parere non porteranno da nessuna parte. Tutti coloro che sono usciti da Forza Italia si sono condannati all'invisibilità». «Forse Berlusconi non si è accorto», ha replicato, con insolita aggressività, Toti, «che è Forza Italia a marciare diritta verso l'invisibilità. Dimezzare i voti in un anno mi sembra un ottimo viatico in tal senso».
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La riunione d'emergenza non ha sedato i malumori. Gianluigi Paragone, vicino ad Alessandro Di Battista, è chiaro: «I quattro incarichi sono troppi». Carla Ruocco, fedele a Beppe Grillo: «Lasci». E c'è la grana del gruppo all'Ue: senza, addio ai rimborsi.Il governatore della Liguria Giovanni Toti lancia un suo movimento moderato: «Ma non lascio Fi». Il Cav lo fulmina: «Ha risentimenti personali, chi è uscito prima di lui è scomparso».Lo speciale contiene due articoli.La tentazione di rimuovere il lutto e la voglia, invece, di affrontarlo seriamente, in modo adulto e un minimo partecipato. Oscilla ancora tra questi due estremi il pendolo grillino dopo l'euro disfatta di domenica, con il Movimento dimezzato in soli 15 mesi. A guardare il Blog delle Stelle, sembra che non sia successo niente, anzi, che abbiano vinto. Ma ieri il malcontento verso Luigi Di Maio ha cominciato a prendere forma e voce, con alcuni tra gli esponenti più esperti e autonomi che hanno chiesto un cambio di passo, una nuova strategia, un diverso metodo per stare al governo (se proprio è necessario), senza però morire salviniani e dopo un lungo dissanguamento. Questa sera, nell'assemblea romana dei deputati di M5s, Di Maio non potrà cavarsela come ha fatto lunedì pomeriggio al suo ministero, riunendo quattro fedelissimi per dirsi l'un l'altro: «Allora andiamo avanti». Dovrà spiegare la linea «governativa» e dovrà convincere le truppe che il capo del Carroccio può essere logorato, a costo di giocare un po' di sponda con Bruxelles, Francoforte, il Quirinale e le odiate banche. Insomma, con quei poteri forti, per i quali questo colosso ferito da pur sempre 330 deputati può diventare il ventre molle del governo gialloblù. Anche ieri, a 48 ore dall'incubo del misero 17% raccolto alle europee, il Blog delle Stelle, unica fonte d'informazione ufficiale e certificata per il popolo grillino, aveva un qualcosa di vagamente sovietico. In testa all'homepage, nomi e foto dei 14 eletti del Movimento a Bruxelles. Sotto, tra i post in evidenza, ecco subito un nuovo annuncio da battaglia: «E ora allarghiamo la platea dei beneficiari del reddito di cittadinanza!» Molto probabile, con la Lega di Matteo Salvini diventata il primo partito con il 34% dei consensi. Ah, già, perché si è votato. E in effetti, sul blog pentastellato, trova spazio anche la conferenza stampa di lunedì pomeriggio di Di Maio, così titolata: «Una grande lezione: impariamo e non molliamo». Stop. Ma che ogni lezione, prima di essere imparata, vada compresa, è quello che ieri hanno cominciato a dire pubblicamente alcuni grillini con testa non programmata dalla Casaleggio e Associati o, peggio, dai «guru della comunicazione» interna. L'abruzzese Primo Di Nicola, una carriera da cronista all'Espresso, senatore alla prima legislatura, di buon mattino si dimette da vicepresidente del gruppo a Palazzo Madama. Non fa alcuna polemica, ma si affida a poche righe su Facebook: «È una decisione che ritengo necessaria non solo alla luce del risultato elettorale ma anche e soprattutto delle cose che ci siamo detti in tanti incontri e assemblee. Mettere a disposizione del Movimento gli incarichi. È l'unico modo che conosco per favorire una discussione autenticamente democratica su quello che siamo e dove vogliamo andare». Non ci vuol tanto a capire che quel riferimento generico a «mettere a disposizione gli incarichi» dopo una sconfitta rompe il tabù delle dimissioni di Di Maio. Come Di Nicola la pensano in molti, che però parleranno questa sera, ma nella breccia s'infilano subito Carla Ruocco e Gianluigi Paragone, ovvero altri due esponenti non abituati a chiedere il permesso prima di aprire bocca. La Ruocco, presidente della commissione Finanze di Montecitorio, è tra coloro che avrebbero preferito un governo con il Pd e non lo esclude neppure adesso. Ma intanto sceglie Il Messaggero di Francesco Gaetano Caltagirone, probabilmente il quotidiano più inviso ai vertici del Movimento insieme alla Stampa, per mandare a dire che si può stare benissimo all'opposizione e condurre le proprie battaglie in Parlamento. Quanto all'amico Di Maio, eccolo servito di barba e capelli: «Io ritengo che agli onori debbano seguire gli oneri; voglio bene a Luigi con cui per anni abbiamo fatto crescere il Movimento, ma c'è una responsabilità politica di questo brutto risultato che non spunta dal nulla ma ha radici lontane: penso all'esperienza di Roma». Poi la bomba: «Pensi alle dimissioni». A fare più male di tutti, però, è Paragone. Il giornalista si è sbattuto come pochi in questa campagna elettorale, girando tutta l'Italia per sostenere i candidati del Movimento, ha macinato ore e ore di dirette video autogestite che ha riversato sui social e sul web. Insomma, non ha molto da rimproverarsi per questo maledetto «17», eppure spiega al fattoquotidiano.it: «Che ci sia bisogno di una discontinuità è fuor di dubbio, che si debba esaurire nella decisione di Primo Di Nicola di dimettersi credo di no, credo debba essere molto più sostanziosa: la generosità di Luigi di mettere insieme 3-4 incarichi in qualche modo deve essere rivista». Intanto, al di là delle congratulazioni per i 14 che vanno a Strasburgo, c'è anche il problema di fare un gruppo con qualcun altro, in modo da arrivare almeno a quota 25 e prendere i relativi rimborsi da 80.000 euro a testa. Ma i croati di Zivi Zid hanno ottenuto un misero seggio, mentre i polacchi di «Kukiz 15», gli estoni di Elurikkuse Erakond, i greci di Akkel e i finalndesi di Liike Nyt non hanno piazzato neppure un deputato. Risultato, se si vuole limitare l'impatto finanziario di alleanze sbagliate, bisognerà sedersi intorno a un tavolo con il Brexit Party di Nigel Farage. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/si-apre-la-stagione-di-caccia-a-di-maio-mezzo-m5s-chiede-le-sue-dimissioni-2638355613.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="toti-rompe-e-berlusconi-si-infuria" data-post-id="2638355613" data-published-at="1769725511" data-use-pagination="False"> Toti rompe e Berlusconi si infuria Nel giro di tre settimane Silvio Berlusconi è passato da una sala operatoria al Parlamento europeo: è stato eletto con 557.000 preferenze personali, un risultato che anche gli avversari interni al centrodestra hanno riconosciuto essere eccezionale. Mai come in queste elezioni europee Forza Italia è stata Forza Silvio: mentre il vecchio leone si batteva in tutti gli studi televisivi, il partito arrancava, stentava, e così quell'8,7% suona come una solenne bocciatura non certo dell'ex premier, ma di chi doveva gestire il partito e invece ha curato solo il proprio orticello. La differenza abissale tra il Cav e i suoi dirigenti sta tutta nella fotografia della giornata di ieri. Berlusconi è volato a Bruxelles, per il prevertice del Partito popolare europeo. In Belgio e a Strasburgo, c'è da giurarci, resterà molto tempo: si trova perfettamente a suo agio, in quell'ambiente, l'ex premier, che grazie alle relazioni politiche e personali tessute in 25 anni di attività politica e di governo può assumere un ruolo di primo piano. E già al lavoro, ad esempio, per cercare di evitare che Viktor Orbán, presidente ungherese paladino dei sovranisti, venga espulso o decida di andarsene dal Ppe, dal quale è stato già sospeso. «Mi auguro che Berlusconi», ha detto ieri Matteo Salvini, «che ho sentito al telefono, abbia un buon successo da parlamentare europeo, vista la sua esperienza internazionale». Mentre il leader lavora, però, Forza Italia è alle prese con la crisi interna. Per raggiungere l'obiettivo del 10%, infatti, sarebbe bastato che Berlusconi fosse in lista anche nella circoscrizione dell'Italia centrale, dove invece il suo nome non c'era, a differenza che nelle altre quattro. Risultato: superflop di Fi che ha raggranellato un misero 6,25%, con lo smacco del sorpasso da parte di Fratelli d'Italia. Perché Berlusconi non si è candidato al Centro? Semplice: per lasciare campo libero al suo delfino pro-tempore, Antonio Tajani. Una scelta che, stando agli spifferi insistenti e convergenti che arrivano dall'interno del partito, è stata concertata con la senatrice Licia Ronzulli, che ormai in tanti definiscono «la zarina di Forza Italia». Tajani e Ronzulli, in queste ore, sono nel mirino di chi chiede un congresso vero e un rinnovamento della classe dirigente. Al di là delle voci sui suoi frequenti contatti telefonici con Matteo Salvini, alla Ronzulli viene imputato di aver completamente isolato il leader e di avere avuto un ruolo determinante nella composizione delle liste per le europee, e quindi del flop nelle urne. Domani, giovedì, è previsto un comitato di presidenza di Forza Italia. Molti dirigenti del Sud, dove il partito ha ottenuto i risultati migliori, sono pronti ad andarsene se Fi resterà nelle mani di Tajani e della Ronzulli. Da parte loro, attraverso una nota, i consiglieri regionali e gli assessori azzurri in Lombardia hanno chiesto «una modifica coraggiosa e decisa dell'organizzazione del partito». Ieri il governatore della Liguria, Giovanni Toti ha lanciato l'idea di un nuovo soggetto politico, da costruire insieme a Giorgia Meloni, per «riprendere quelle personalità che abbiamo perso per strada nell'ultimo anno quando dicevo che ci saremmo schiantati». Ma giura: Ginché esiste, io sarò in Fi». «Toti», ha commentato Berlusconi, «ha dei suoi sentieri personali che a mio parere non porteranno da nessuna parte. Tutti coloro che sono usciti da Forza Italia si sono condannati all'invisibilità». «Forse Berlusconi non si è accorto», ha replicato, con insolita aggressività, Toti, «che è Forza Italia a marciare diritta verso l'invisibilità. Dimezzare i voti in un anno mi sembra un ottimo viatico in tal senso».
Marc Chagall. Ricordo del Flauto magico,1976. Collezione privata © Marc Chagall, by SIAE 2025
Nato a Vitebsk nel 1887, ebreo russo che trascorse la maggior parte della sua vita in Francia (morì a Saint Paul de Vence nel 1985), Mar Chagall ( il cui nome ebraico era Moishe Segal e quello russo Mark Zacharovič Šagal), conservò sempre nel cuore la sua Patria («Non mi sono mai separato dalla mia terra, la mia arte non può vivere senza di essa» dichiarò nel 1922), le tradizioni e la religione ebraica, elementi che ricorrono costantemente nella sua vasta e poliedrica produzione artistica. Un attaccamento alle origini che era parte fondamentale del suo essere, di uomo e di artista, e che non lo abbandonò mai, nemmeno quando le leggi razziali lo costrinsero a lasciare l‘Europa per trasferirsi negli Stati Uniti: nel Vecchio Continente ci tornò a fine conflitto, nel 1946, già artista famoso e con la consacrazione del MOMA, che in quegli anni gli dedicò un’importante retrospettiva.
Animo sensibilissimo (dopo la morte dell’amatissima prima moglie Bella cadde in depressione e per un anno non riuscì più a dipingere…) e dalla spiritualità profonda, Chagall fece della sua arte la trasfigurazione poetica del suo nucleo emotivo: Chagall non rappresenta gli eventi, ma i ricordi , la memoria dell’infanzia che si fonde con la cronaca, la sua storia personale che si intreccia a quella universale. Il tutto in un mondo da fiaba, fluttuante, apparentemente senza logica, dove gli sposi sorvolano i campanili, le figure si sdoppiano, gli animali parlano, i violinisti suonano sui tetti, i profeti biblici stanno accanto a capre azzurre. Anche l’Olocausto, che la sua emotività non gli permise di dipingere in tutto il suo inenarrabile orrore, sotto il suo pennello si trasforma in fantasiosa allegoria: in un ebreo barbuto e malinconico con in mano la Torah (Solitudine, 1933) o in un Cristo crocifisso circondato dal caos (Crocifissione bianca, 1938). In Chagall il tempo non segue la linearità cronologica, ma quello dello spazio interiore, dove immagini lontane e vicine convivono nella stessa opera, senza gerarchie: il dolore con la bellezza, la perdita con la rinascita. Artista di inarrivabile poesia e delicatezza, dietro l’apparente semplicità delle sue opere si celano temi comuni a tutta l’umanità, speranze e contraddizioni, ma soprattutto la volontà di condurre lo spirito del Mondo verso una bellezza capace di trovare, anche negli orrori del tempo, angoli di pace e comprensione.
A condurci nel mondo delle sue colorate atmosfere incantate la splendida mostra-evento (già nei primi due giorni di apertura ha registrato oltre duemila visitatori…) allestita nelle sale di Palazzo dei Diamanti di Ferrara, che in un percorso espositivo particolarmente coinvolgente raccoglie oltre 200 opere e sale immersive di stupefacente bellezza.
Chagall testimone del suo tempo. La Mostra
Curato da Paul Schneiter e Francesca Villanti, il ricco percorso espositivo parte dagli esordi di Chagall nella natia Vitebsk, passa per l'esilio negli Stati Uniti durante la Seconda guerra mondiale e si conclude con le grandi composizioni della maturità. Diviso in dieci sezioni, fra opere di toccante bellezza e dense di significato come La sposa dai due volti (un dipinto che rappresenta la dualità dell'esistenza umana, fra i temi più cari all’artista), La nave dell'Esodo (un'opera che sovrappone due episodi: l'Esodo biblico dall'Egitto e la fuga degli ebrei europei dalle persecuzioni naziste) e La Pace ( una colomba bianca a cui Chagall affida il suo messaggio di speranza), davvero spettacolari le sale immersive che permettono al visitatore di ammirare due creazioni monumentali in una dimensione coinvolgente e grandiosa: il soffitto dell'Opéra di Parigi e le 12 vetrate per la sinagoga di Hadassah, esempio di come Chagall abbia saputo fondere arte e spiritualità.
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Il platino è il caso più evidente di riscoperta. Salvatore Gaziano (SoldiExpert Scf) nota che «dopo il boom dell’oro, molti investitori hanno riscoperto il platino, rimasto indietro nel rapporto storico di prezzo con il metallo giallo». La tesi poggia sulla doppia anima: bene prezioso per l’oreficeria (con domanda asiatica solida) e input industriale «insostituibile» per vetro e automotive. L’offerta, però, resta sotto pressione per i problemi estrattivi in Sudafrica: la scarsità fisica sostiene le quotazioni, con l’Etc WisdomTree Physical Platinum a +28,4% da inizio anno.
Se il platino è una scommessa sul valore, il rame è una scommessa sull’infrastruttura della civiltà digitale. Lo strategist di SoldiExpert Scf sintetizza: «L’Ia non è fatta solo di software, ma di chilometri di cavi e infrastrutture elettriche». E la scala è impressionante: «Un singolo data center richiede fino a 9.000 tonnellate di rame, e la rete elettrica per collegarlo ne richiede tre volte tanto». In Europa, poche storie offrono esposizione diretta: fra queste brilla Aurubis. «La sua forza sta nel riciclo»: dai rifiuti elettronici estrae rame per reti e mobilità verde, ma anche oro e argento; l’aumento dei prezzi dei metalli gonfia il valore delle scorte in bilancio e sostiene il titolo. Il termometro del settore è il consolidamento: la possibile fusione Rio Tinto-Glencore (260 miliardi di dollari) segnala che la «scala» è diventata requisito strategico per presidiare l’offerta globale. Sul lato investimenti, Gaziano ricorda che si può puntare sulle singole eccellenze o su panieri diversificati, tenendo conto della volatilità ciclica del comparto.
Stefano Gianti (Swissquote) sottolinea che «la maniera più semplice è probabilmente quella di acquistare un Etc», che replica l’andamento del metallo (al netto di costi contenuti).
Ma Gabriel Debach (eToro) invita a leggere il rame come un mercato logisticamente «inceppato»: a gennaio 2026 «il Lme è ancora prevalentemente in backwardation (una condizione di mercato in cui il prezzo attuale di una materia prima è superiore ai prezzi dei contratti futures con scadenza successiva, ndr)», mentre il Comex è in contango (il prezzo dei futures è superiore all’attuale, ndr) dopo l’accumulo di scorte Usa legato ai timori di dazi. Per questo, oltre alla direzione del ciclo, contano struttura a termine e flussi fisici. Quando il rame corre, l’alluminio entra nel gioco come sostituto: Goldman Sachs indica la coppia Long rame e Short alluminio fino a dicembre 2027. In parallelo, il platino torna centrale come catalizzatore per fuel cell e filiera dell’idrogeno. Palladio e litio sono osservati: la Cina punta a raddoppiare la capacità di ricarica Ev entro il 2027 a 180 Gw, mentre il litio oscilla tra domanda in crescita e ritorno dell’offerta».
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(IStock)
Don Chichì ha un’idea. «Tornare alle origini, a Cristo e ai suoi Apostoli che portavano alle genti sofferenti la parola consolatrice di Dio! Passare casa per casa, bussare a tutte le porte, interessarsi di tutti i problemi dei fedeli, intervenire attivamente dove è possibile. Trasformare il prete-burocrate in amico». Naturalmente l’idea di don Chichì, che poi è quella della Chiesa del post Concilio, fu un fiasco.
E rischia di esserlo ancora di più ora che la Cei - come si legge nel documento finale del suo consiglio permanente (quasi fosse la Cgil) - «ha demandato alla Presidenza la costituzione di gruppi di lavoro per lo studio di linee orientative e indicazioni per la riconfigurazione territoriale delle comunità parrocchiali e l’affido della partecipazione alla cura pastorale di una comunità a un diacono o un’altra persona non insignita del carattere sacerdotale o a una comunità di persone, e anche per lo studio degli aspetti teologici, antropologici e pastorali relativi all’accoglienza di persone omoaffettive e transgender».
Proviamo a tradurre il burocratese della Conferenza episcopale: nel documento si chiede che ogni comunità parrocchiale abbia un fedele, sia esso diacono o laico, che si possa occupare dell’inclusione di persone omosessuali o trans. Bene. Anzi, male: perché la Chiesa oggi pare interessata a tutto fuorché a far arrivare il maggior numero di anime possibili al Padreterno. Per cui parla di tutto - del clima, dei trans, della disoccupazione e del fatto che non esistono più le mezze stagioni - ma mai (o quasi) della fede. Eppure quello dovrebbe essere il cuore di tutto.
Giovanni Maria Vianney, il curato d’Ars, faceva una cosa molto semplice. Si alzava la mattina e si chiudeva nel confessionale, dove rimaneva per ore e ore. I fedeli accorrevano da ogni dove per dirgli i peccati che avevano commesso, certamente, ma pure le loro difficoltà. E lui ascoltava tutti e li assolveva nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Promettevano di non peccare più, ma poi ci ricadevano lo stesso. E allora indietro dal curato d’Ars, che non si muoveva mai da quell’inginocchiatoio di legno. Era, lui, un prete-prete. Non il prete amico di don Chichì, prototipo di tanti preti-amici che oggi sono vescovi e cardinali. Che hanno perso il centro e che a furia di cercare chi era lontano hanno perso chi si trovava più vicino. Basta entrare in una chiesa per rendersene conto. Non c’è più nessuno che prega. A volte qualche vecchina, come una sentinella solitaria, che sgrana il rosario. A volte qualcuno che chiede un miracolo per sé o per qualche caro.
La primavera del Concilio, come ha detto Paolo VI, si è rivelata un gelido inverno. Che ha ghiacciato le anime. E ora, per provare a portare qualcuno in chiesa, si punta ad aprirsi ulteriormente, a colpi di psicologia e sociologia. Ma ciò che serve davvero è qualcuno che parli fede. Qualcuno che parli meno di questo mondo e più dell’altro. C’è bisogno del Cristo dell’altare maggiore, che indica la via, e di preti come don Camillo, che abbiano mani come badili per rimetterti in carreggiata. E che siano in grado di scaldare il nostro vecchio cuore di marziani, come direbbe Giovannino Guareschi.
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(Ansa)
La riforma consta di otto articoli, sull’ultimo dei quali - «Disposizioni transitorie» - tornerò alla fine. Gli altri sette modificano gli articoli 87, 102, 104-107 e 110 della Costituzione. Sembrerebbe la modifica di sette articoli e infatti le lamentele del Comitato per il No esordiscono proprio così: «Questa legge modifica sette articoli della Costituzione». Il che, pur apparentemente vero, è sostanzialmente sonoramente falso e fuorviante. Il Comitato per il No esordisce manipolandovi col trasmettere il messaggio angoscioso che la riforma governativa stravolgerebbe la Costituzione. Una comunicazione levantina che da sola basterebbe a togliere ogni fiducia a chi invita a votare No.
La verità sostanziale è che si modificano solo due articoli, mentre gli altri sono solo adeguati per coerenza. Per esempio, visto che nei due veri articoli modificati si istituiscono due magistrature governate, ciascuna, dal proprio Consiglio superiore, l’articolo 87 - che attualmente recita: «Il presidente della Repubblica presiede il Csm» - diventa: «Il presidente della Repubblica presiede il Csm giudicante e il Csm requirente». Simili considerazioni valgono per gli articoli 102, 105, 106 e 110. Gli articoli veramente modificati sono il 104 e il 105. La riforma disciplina tre cose.
L’esordio dell’articolo 104 - «La magistratura costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere» - diventa: «La magistratura costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere ed è composta dai magistrati della carriera giudicante e della carriera requirente». È finalmente introdotta la separazione delle carriere: così come l’avvocato che vi difende non è collega del giudice che deve emettere sentenza, anche la pubblica accusa non lo sarà più. Ove l’articolo vecchio continua assegnando la presidenza dell’unico Csm al capo dello Stato, quello nuovo si adegua, istituisce due Csm e mantiene il capo dello Stato a presiederli entrambi. Ecco attuato il principio del giusto processo, in ottemperanza all’articolo 111 della Costituzione.
Secondo il vecchio articolo, gli altri componenti (attualmente 24) sono «eletti» per 2/3 dai magistrati e per 1/3 da una lista che il Parlamento compone tra professionisti di lungo corso del diritto. Nell’articolo modificato dalla riforma, la parola «eletti» è sostituita con le parole «estratti a sorte».
L’articolo 105 attuale recita: «Spettano al Csm le assunzioni, le assegnazioni e i trasferimenti, le promozioni e i provvedimenti disciplinari nei riguardi dei magistrati». Il nuovo articolo 105 è molto più lungo, col primo comma quasi coincidente con l’intero articolo vecchio: «Spettano a ciascuno dei due Csm le assunzioni, le assegnazioni, i trasferimenti, le valutazioni di professionalità e i conferimenti di funzioni nei riguardi dei magistrati». Come si nota, le parole «le promozioni» sono sostituite con le parole «le valutazioni di professionalità e i conferimenti di funzioni»; e sono state soppresse le parole «provvedimenti disciplinari» del vecchio articolo. Cosa significa? Significa, intanto, che ove la vecchia legge parla solo di «promozioni», la nuova parla di «valutazioni di professionalità». Ora, non voglio qui rivangare la brillante carriera dei giudici che hanno distrutto la vita di Enzo Tortora, solo perché non voglio dare l’impressione che quella del caso Tortora sia l’eccezione che conferma una regola: temo che sia invece la regola. Ancora: a leggere l’attuale articolo 105, suona quanto mai bizzarro che eventuali provvedimenti disciplinari nei confronti di un magistrato siano affidati a coloro che quel medesimo magistrato ha eletto. E, infatti, come osservavo a mo’ di esempio, quelli coinvolti nel caso Tortora, lungi dal subire provvedimenti disciplinari, fecero invece brillante carriera. Nel resto del nuovo art. 105, la riforma istituisce allora un’Alta Corte disciplinare, composta da 15 giudici professionalmente qualificati: «Tre dei quali nominati dal presidente della Repubblica» e gli altri 12 sono, di nuovo, tutti estratti a sorte: sei sono della magistratura giudicante, tre della magistratura inquirente e tre da un elenco di professionisti di lungo corso del diritto nominati dal Parlamento. I membri dell’Alta Corte non possono essere membri di nessun Parlamento (regionale, nazionale o europeo) né possono esercitare professione di avvocato. Infine, chi è soggetto a provvedimenti dell’Alta Corte può impugnarli solo dinanzi alla medesima Corte e, in questo caso, essa giudica in assenza dei componenti che hanno concorso alla decisione impugnata.
La prima lamentela del Comitato per il No è che la riforma assoggetterebbe il Csm al governo e/o al Parlamento. Ora, ditemi voi, come possa mai accadere che, passando da un meccanismo elettivo a una estrazione a sorte, chicchessia possa meglio influenzare sull’esito finale. Anzi, l’estrazione a sorte tra i titolati a far parte dei due Csm o dell’Alta Corte è l’unica cosa che garantisce che la scelta dei componenti sia avvenuta senza alcuna influenza esterna. Allora, chi vi dice che la riforma introduce, rispetto alla vecchia legge, maggiore controllo del potere politico, vi sta manipolando, vi sta mentendo, e vi sta togliendo il potere di scegliere. Né è vero che gli scelti per votazione sono i più «bravi»: sono solo quelli che hanno avuto più voti.
Le «Disposizioni transitorie», poi, prevedono che le leggi sul Csm, sull’ordinamento giudiziario e sulla giurisdizione disciplinare siano adeguate entro un anno alla nuova norma costituzionale. Allora, non solo con la nuova legge l’ingerenza della politica sulla magistratura è ridotta, ma codesta presunta ingerenza non è di alcun beneficio all’attuale esecutivo, che sarà a scadenza a ridosso dell’entrata in vigore della riforma.
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