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2021-02-03
Il Pd prova pure a mettere le mani sui parenti delle vittime del virus
Giorgio Gori (Emanuele Cremaschi/Getty Images)
- Il sindaco di Bergamo tenta di manipolare parte del comitato che denuncia le inefficienze nella gestione della pandemia. Robert Lingard, ex responsabile comunicazione del gruppo: «Giorgio Gori potrebbe ritrovarsi indagato».
- Il dicastero della Salute nega a Galeazzo Bignami, deputato di Fratelli d'Italia, i resoconti delle prime riunioni per fronteggiare l'emergenza sanitaria. «Sono solo scritti informali senza firma».
Lo speciale contiene due articoli.
Fino al 15 gennaio Robert Lingard è stato il responsabile comunicazione del comitato Noi denunceremo, nato da familiari di vittime del Covid a Bergamo. Quel giorno il presidente Luca Fusco aveva duramente criticato la Procura, accusando i pm che indagano sulla gestione dell'emergenza di essersi mossi tardi. Lingard ha lasciato il comitato perché quella dichiarazione non era stata concordata: «Nel momento in cui la Procura manda la Guardia di finanza ad acquisire documenti importantissimi al ministero della Salute, all'Istituto superiore di sanità e alla Regione Lombardia, non è il caso di mettere in dubbio l'azione dei pm», spiega. «Per di più lasciando intendere che i ritardi avrebbero permesso di occultare le prove».
Ma dietro l'abbandono c'è anche il sospetto di una strumentalizzazione politica operata dal sindaco Pd di Bergamo, Giorgio Gori. «Ma a me e al pool di legali», sottolinea Lingard, «interessa soltanto che venga accertato se ci sono responsabilità penali e civili nella gestione della pandemia, e di chi sono tali responsabilità indipendentemente dal colore politico». Quella di Bergamo è un'inchiesta che dà parecchio fastidio al Pd: di fatto ha trasformato la percezione che il Paese aveva della pandemia. Nei primi mesi eravamo tutti convinti di essere di fronte a una tragica fatalità, e quella era la narrativa istituzionale. Ma le indagini dei pm e i documenti prodotti dal comitato hanno portato alla luce una lunga serie di mancanze della politica. Come l'assenza di un piano pandemico, il tentativo di silenziare rapporti internazionali sfavorevoli come quello redatto dall'Oms, o i ritardi nell'adozione di misure drastiche contro il contagio.
Inizialmente i pm hanno puntato l'attenzione sui presunti ritardi della Regione Lombardia. Ma con il passare delle settimane l'orizzonte si è allargato fino a coinvolgere l'azione dei governi dal 2006 in poi, anno in cui fu redatto il piano pandemico mai aggiornato. «Da quello che è emerso negli ultimi mesi», dice Lingard, «l'idea che mi sono fatto è che Gori abbia tentato di fare il piacione. A mio avviso il primo segnale di delegittimazione si è avuto lo scorso giugno, alla commemorazione delle vittime al cimitero monumentale di Bergamo. Erano stati invitati il capo dello Stato e autorità di ogni tipo ma neppure un rappresentante del comitato. Noi abbiamo saputo della cerimonia dai giornali». Il comitato ha battuto i pugni chiedendo che fossero presenti i parenti di 5 deceduti. Alla fine Gori ha fatto un solo invito: il presidente Fusco. Evidentemente il sindaco, che conosce bene i meccanismi della comunicazione, temeva che i riflettori fossero per i familiari delle vittime e non per lui e gli altri politici che dovevano prendersi tutti i meriti. Osserva Lingard: «Credo che Fusco sia l'unico a non essersi accorto che Gori avrebbe potuto ipoteticamente utilizzare il comitato per monopolizzarlo. La riprova si è avuta il 29 dicembre, quando il sindaco ha annunciato che il Comune di Bergamo si sarebbe costituito parte civile in un eventuale processo per epidemia colposa. È paradossale».
Mossa molto strana, in effetti. «L'annuncio è avvenuto senza informare i familiari delle vittime e chi, anche da un punto di vista documentale e di denunce, ha attivato quell'eventuale processo», protesta Lingard. «Al momento è un semplice annuncio non ancora formalizzato, intanto i giornali scrivono che Gori “va in soccorso del comitato". Ma noi non volevamo essere catapultati nella caciara politica. L'aspetto più astruso è però un altro. Le indagini sono ancora in corso, e non si sa quali saranno i risultati. In linea teorica non va escluso che i pm possano coinvolgere lo stesso Gori: non dimentichiamo che il sindaco, per legge, è responsabile della salute pubblica nel suo territorio».
Potrebbe dunque accadere che il Comune si ritrovi parte civile contro il suo stesso sindaco. D'altra parte, di solito questi passaggi avvengono a fascicolo giudiziario chiuso. «Le ragioni? Me le domando anch'io», si stupisce Lingard, «visto che in mezzo alle indagini non c'è più soltanto la Regione Lombardia ma i governi degli ultimi anni in cui il partito di Gori, il Pd, è sempre stato presente, a parte la partentesi del primo governo Conte».
Quello che si profila è un tentativo di strumentalizzare l'inchiesta di Bergamo contro la Regione Lombardia. Su questo, Lingard mette in fila una serie di fatti: «Mi limito a osservare che il sindaco è in prima linea nel criticare la Lombardia sulla campagna vaccinale e ha contribuito al lancio della class action contro l'istituzione della zona rossa che non doveva essere rossa. Con l'avvocato Consuelo Locati, che coordinava il pool legale del comitato, ci siamo sempre battuti contro le intromissioni della politica partitica». Ora anche l'avvocato Locati ha lasciato il comitato, spiegando su Facebook che Fusco voleva trasformarlo in un gruppo a sostegno della sua entrata in politica.
Emerge dunque un quadro in cui il Pd tenterebbe di «impadronirsi» dei parenti delle vittime del Covid di Bergamo, neutralizzando il comitato. «Di fatto, adesso il comitato è compromesso in termini di credibilità», è la convinzione di Lingard. «Chi potrebbe monopolizzare la questione della mala gestione dell'emergenza in Lombardia sarà dunque il sindaco Gori, il quale ha pure annunciato che chiederà i danni con la costituzione di parte civile. A patto che non gli arrivi l'avviso di garanzia».
Ecco la trasparenza del ministero: segreti i verbali della task force
Niente da fare, i verbali della task force anti Covid del ministro Roberto Speranza restano ancora, incredibilmente, segreti. A darne notizia, una fonte ufficiale, ossia un diniego ministeriale che, lunedì, è stato recapitato al deputato di Fratelli d'Italia Galeazzo Bignami, il quale giorni fa aveva inoltrato l'ennesima istanza di accesso agli atti per conoscere che cosa il team ministeriale di specialisti riunito per la prima volta il 22 gennaio – embrione da cui, poi, è poi derivato il Comitato tecnico scientifico – si fosse detto nel corso delle prime sedute. Una richiesta rigettata con motivazioni che hanno dell'incredibile.
La nota indirizzata a Bignami, infatti, liquida detti verbali come meri «fogli riproduttivi» di «riunioni», «scritti informali privi di firma» e che quindi «non costituiscono documenti amministrativi in senso proprio». «In altre parole», prosegue la nota, «trattasi di documenti che non hanno assunto natura provvedimentale, né si sono trasfusi in atti ufficiali, neppure in fase istruttoria, ed attengono ad una fase preparatoria». Per questo, è la conclusione, si può asserire «l'insussistenza del diritto di accesso alla natura e al contenuto degli atti in esame».
Ora, dato che non parliamo di una bocciofila né di una società segreta, bensì di una task force istituita per fronteggiare l'allora nascente pandemia – e di cui lo stesso ministro Speranza, non senza enfasi, aveva dato notizia – davvero non si capisce il motivo di cotanta riservatezza. Di certo non la comprende Bignami che, contattato dalla Verità, ha annunciato che da un lato ha inoltrato un'ulteriore richiesta di accesso agli atti e che, dall'altro, comunque vada adirà le vie legali, per quella che ritiene una segretezza ingiustificata per chi non abbia nulla da nascondere e, in ogni caso, illegittima.
Non una fonte di parte, bensì una sentenza del Tar – la numero 879/2021 – ha in effetti precisato che, a seguito del d.lgs. 25 maggio 2016, n. 97, il cosiddetto decreto Trasparenza, è pieno diritto del cittadino ottenere «qualsiasi documento in possesso delle pubbliche amministrazioni». Sempre la medesima sentenza ha poi precisato che è del tutto «irrilevante» che siffatti atti siano sfociati o meno in provvedimenti. Tradotto dal giuridichese: che quelli della task force fossero verbali, «scritti informali privi di firma», pizzini o sms, poco importa. Se ci sono, devono saltar fuori.
Tanto più, ecco il punto, che il rilievo di quei documenti non è elevato: è massimo. Infatti, tramite quei verbali - e solo attraverso di essi - è possibile ricostruire che cosa si sono detti gli autorevoli esperti convocati dal ministro e quali idee, all'inizio della pandemia, fossero emerse per pianificarne il contrasto. Rispetto a ciò, qualcosa in realtà è già trapelato. Sappiamo per esempio che il 29 gennaio il dottor Giuseppe Ippolito dell'Istituto Spallazani era intervenuto in seno alla task force evidenziando l'opportunità di «riferirsi alle metodologie del Piano pandemico di cui è dotata l'Italia e di adeguarle alle linee guida appena rese pubbliche dell'Oms».
In sostanza, nel corso delle prime riunioni del gruppo, Ippolito esortava a dare attuazione al piano pandemico «di cui è dotata l'Italia». Non è dato sapere se alludesse a quello del 2006 o ad altri successivi che, come più volte raccontato su questo giornale, altro non erano che fotocopie dei precedenti. Il punto è che lo specialista dello Spallanzani un richiamo, a fine gennaio 2020, lo aveva fatto. Il che non è banale se pensiamo che nelle settimane successive, a febbraio, il Pd, anziché invitare alla prudenza, organizzava con Beppe Sala e Nicola Zingaretti gli ormai famigerati «aperitivi contro la paura», appoggiando campagne divenute indimenticabili come «abbraccia un cinese».
Ecco che allora i verbali che il ministero sta tenacemente celando assumono una importanza immensa perché da essi, oltre agli scambi di pareri tra i componenti della task force, è possibile sapere sia la verità sul piano pandemico italiano, da settimane al centro di un vero e proprio giallo – sul quale molte sono state, di fatto, le bugie di Speranza – sia sulle eventuali, iniziali sottovalutazioni del coronavirus che possono essere costate all'Italia non centinaia, ma qualche migliaio di vite.
In teoria così non dovrebbe essere dato che, lo si ricorderà, il 27 gennaio, quando cioè, mentre l'emergenza Covid si stava sviluppando in Cina, Giuseppe Conte ospite di Lilli Gruber rassicurò tutti: «Siamo prontissimi, abbiamo adottato tutti i protocolli di prevenzione possibili e immaginabili». Poi com'è andata si è visto, purtroppo. Ma il solo modo per appurare le effettive responsabilità, repetita iuvant, è accedere ai benedetti verbali della task force. E il fatto che si continui ad inventarsi scuse, prima quasi negando l'esistenza della stessa task force - liquidata come un «tavolo di consultazione informale» -, poi spiegando che sì, i verbali ci sono, ma non sono atti di «natura provvedimentale», ecco, non lascia presagire nulla di buono. Tanto per cambiare.
Il sindaco di Bergamo tenta di manipolare parte del comitato che denuncia le inefficienze nella gestione della pandemia. Robert Lingard, ex responsabile comunicazione del gruppo: «Giorgio Gori potrebbe ritrovarsi indagato».Il dicastero della Salute nega a Galeazzo Bignami, deputato di Fratelli d'Italia, i resoconti delle prime riunioni per fronteggiare l'emergenza sanitaria. «Sono solo scritti informali senza firma».Lo speciale contiene due articoli.Fino al 15 gennaio Robert Lingard è stato il responsabile comunicazione del comitato Noi denunceremo, nato da familiari di vittime del Covid a Bergamo. Quel giorno il presidente Luca Fusco aveva duramente criticato la Procura, accusando i pm che indagano sulla gestione dell'emergenza di essersi mossi tardi. Lingard ha lasciato il comitato perché quella dichiarazione non era stata concordata: «Nel momento in cui la Procura manda la Guardia di finanza ad acquisire documenti importantissimi al ministero della Salute, all'Istituto superiore di sanità e alla Regione Lombardia, non è il caso di mettere in dubbio l'azione dei pm», spiega. «Per di più lasciando intendere che i ritardi avrebbero permesso di occultare le prove».Ma dietro l'abbandono c'è anche il sospetto di una strumentalizzazione politica operata dal sindaco Pd di Bergamo, Giorgio Gori. «Ma a me e al pool di legali», sottolinea Lingard, «interessa soltanto che venga accertato se ci sono responsabilità penali e civili nella gestione della pandemia, e di chi sono tali responsabilità indipendentemente dal colore politico». Quella di Bergamo è un'inchiesta che dà parecchio fastidio al Pd: di fatto ha trasformato la percezione che il Paese aveva della pandemia. Nei primi mesi eravamo tutti convinti di essere di fronte a una tragica fatalità, e quella era la narrativa istituzionale. Ma le indagini dei pm e i documenti prodotti dal comitato hanno portato alla luce una lunga serie di mancanze della politica. Come l'assenza di un piano pandemico, il tentativo di silenziare rapporti internazionali sfavorevoli come quello redatto dall'Oms, o i ritardi nell'adozione di misure drastiche contro il contagio.Inizialmente i pm hanno puntato l'attenzione sui presunti ritardi della Regione Lombardia. Ma con il passare delle settimane l'orizzonte si è allargato fino a coinvolgere l'azione dei governi dal 2006 in poi, anno in cui fu redatto il piano pandemico mai aggiornato. «Da quello che è emerso negli ultimi mesi», dice Lingard, «l'idea che mi sono fatto è che Gori abbia tentato di fare il piacione. A mio avviso il primo segnale di delegittimazione si è avuto lo scorso giugno, alla commemorazione delle vittime al cimitero monumentale di Bergamo. Erano stati invitati il capo dello Stato e autorità di ogni tipo ma neppure un rappresentante del comitato. Noi abbiamo saputo della cerimonia dai giornali». Il comitato ha battuto i pugni chiedendo che fossero presenti i parenti di 5 deceduti. Alla fine Gori ha fatto un solo invito: il presidente Fusco. Evidentemente il sindaco, che conosce bene i meccanismi della comunicazione, temeva che i riflettori fossero per i familiari delle vittime e non per lui e gli altri politici che dovevano prendersi tutti i meriti. Osserva Lingard: «Credo che Fusco sia l'unico a non essersi accorto che Gori avrebbe potuto ipoteticamente utilizzare il comitato per monopolizzarlo. La riprova si è avuta il 29 dicembre, quando il sindaco ha annunciato che il Comune di Bergamo si sarebbe costituito parte civile in un eventuale processo per epidemia colposa. È paradossale».Mossa molto strana, in effetti. «L'annuncio è avvenuto senza informare i familiari delle vittime e chi, anche da un punto di vista documentale e di denunce, ha attivato quell'eventuale processo», protesta Lingard. «Al momento è un semplice annuncio non ancora formalizzato, intanto i giornali scrivono che Gori “va in soccorso del comitato". Ma noi non volevamo essere catapultati nella caciara politica. L'aspetto più astruso è però un altro. Le indagini sono ancora in corso, e non si sa quali saranno i risultati. In linea teorica non va escluso che i pm possano coinvolgere lo stesso Gori: non dimentichiamo che il sindaco, per legge, è responsabile della salute pubblica nel suo territorio».Potrebbe dunque accadere che il Comune si ritrovi parte civile contro il suo stesso sindaco. D'altra parte, di solito questi passaggi avvengono a fascicolo giudiziario chiuso. «Le ragioni? Me le domando anch'io», si stupisce Lingard, «visto che in mezzo alle indagini non c'è più soltanto la Regione Lombardia ma i governi degli ultimi anni in cui il partito di Gori, il Pd, è sempre stato presente, a parte la partentesi del primo governo Conte».Quello che si profila è un tentativo di strumentalizzare l'inchiesta di Bergamo contro la Regione Lombardia. Su questo, Lingard mette in fila una serie di fatti: «Mi limito a osservare che il sindaco è in prima linea nel criticare la Lombardia sulla campagna vaccinale e ha contribuito al lancio della class action contro l'istituzione della zona rossa che non doveva essere rossa. Con l'avvocato Consuelo Locati, che coordinava il pool legale del comitato, ci siamo sempre battuti contro le intromissioni della politica partitica». Ora anche l'avvocato Locati ha lasciato il comitato, spiegando su Facebook che Fusco voleva trasformarlo in un gruppo a sostegno della sua entrata in politica.Emerge dunque un quadro in cui il Pd tenterebbe di «impadronirsi» dei parenti delle vittime del Covid di Bergamo, neutralizzando il comitato. «Di fatto, adesso il comitato è compromesso in termini di credibilità», è la convinzione di Lingard. «Chi potrebbe monopolizzare la questione della mala gestione dell'emergenza in Lombardia sarà dunque il sindaco Gori, il quale ha pure annunciato che chiederà i danni con la costituzione di parte civile. 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A darne notizia, una fonte ufficiale, ossia un diniego ministeriale che, lunedì, è stato recapitato al deputato di Fratelli d'Italia Galeazzo Bignami, il quale giorni fa aveva inoltrato l'ennesima istanza di accesso agli atti per conoscere che cosa il team ministeriale di specialisti riunito per la prima volta il 22 gennaio – embrione da cui, poi, è poi derivato il Comitato tecnico scientifico – si fosse detto nel corso delle prime sedute. Una richiesta rigettata con motivazioni che hanno dell'incredibile. La nota indirizzata a Bignami, infatti, liquida detti verbali come meri «fogli riproduttivi» di «riunioni», «scritti informali privi di firma» e che quindi «non costituiscono documenti amministrativi in senso proprio». «In altre parole», prosegue la nota, «trattasi di documenti che non hanno assunto natura provvedimentale, né si sono trasfusi in atti ufficiali, neppure in fase istruttoria, ed attengono ad una fase preparatoria». Per questo, è la conclusione, si può asserire «l'insussistenza del diritto di accesso alla natura e al contenuto degli atti in esame». Ora, dato che non parliamo di una bocciofila né di una società segreta, bensì di una task force istituita per fronteggiare l'allora nascente pandemia – e di cui lo stesso ministro Speranza, non senza enfasi, aveva dato notizia – davvero non si capisce il motivo di cotanta riservatezza. Di certo non la comprende Bignami che, contattato dalla Verità, ha annunciato che da un lato ha inoltrato un'ulteriore richiesta di accesso agli atti e che, dall'altro, comunque vada adirà le vie legali, per quella che ritiene una segretezza ingiustificata per chi non abbia nulla da nascondere e, in ogni caso, illegittima. Non una fonte di parte, bensì una sentenza del Tar – la numero 879/2021 – ha in effetti precisato che, a seguito del d.lgs. 25 maggio 2016, n. 97, il cosiddetto decreto Trasparenza, è pieno diritto del cittadino ottenere «qualsiasi documento in possesso delle pubbliche amministrazioni». Sempre la medesima sentenza ha poi precisato che è del tutto «irrilevante» che siffatti atti siano sfociati o meno in provvedimenti. Tradotto dal giuridichese: che quelli della task force fossero verbali, «scritti informali privi di firma», pizzini o sms, poco importa. Se ci sono, devono saltar fuori. Tanto più, ecco il punto, che il rilievo di quei documenti non è elevato: è massimo. Infatti, tramite quei verbali - e solo attraverso di essi - è possibile ricostruire che cosa si sono detti gli autorevoli esperti convocati dal ministro e quali idee, all'inizio della pandemia, fossero emerse per pianificarne il contrasto. Rispetto a ciò, qualcosa in realtà è già trapelato. Sappiamo per esempio che il 29 gennaio il dottor Giuseppe Ippolito dell'Istituto Spallazani era intervenuto in seno alla task force evidenziando l'opportunità di «riferirsi alle metodologie del Piano pandemico di cui è dotata l'Italia e di adeguarle alle linee guida appena rese pubbliche dell'Oms». In sostanza, nel corso delle prime riunioni del gruppo, Ippolito esortava a dare attuazione al piano pandemico «di cui è dotata l'Italia». Non è dato sapere se alludesse a quello del 2006 o ad altri successivi che, come più volte raccontato su questo giornale, altro non erano che fotocopie dei precedenti. Il punto è che lo specialista dello Spallanzani un richiamo, a fine gennaio 2020, lo aveva fatto. Il che non è banale se pensiamo che nelle settimane successive, a febbraio, il Pd, anziché invitare alla prudenza, organizzava con Beppe Sala e Nicola Zingaretti gli ormai famigerati «aperitivi contro la paura», appoggiando campagne divenute indimenticabili come «abbraccia un cinese». Ecco che allora i verbali che il ministero sta tenacemente celando assumono una importanza immensa perché da essi, oltre agli scambi di pareri tra i componenti della task force, è possibile sapere sia la verità sul piano pandemico italiano, da settimane al centro di un vero e proprio giallo – sul quale molte sono state, di fatto, le bugie di Speranza – sia sulle eventuali, iniziali sottovalutazioni del coronavirus che possono essere costate all'Italia non centinaia, ma qualche migliaio di vite. In teoria così non dovrebbe essere dato che, lo si ricorderà, il 27 gennaio, quando cioè, mentre l'emergenza Covid si stava sviluppando in Cina, Giuseppe Conte ospite di Lilli Gruber rassicurò tutti: «Siamo prontissimi, abbiamo adottato tutti i protocolli di prevenzione possibili e immaginabili». Poi com'è andata si è visto, purtroppo. Ma il solo modo per appurare le effettive responsabilità, repetita iuvant, è accedere ai benedetti verbali della task force. E il fatto che si continui ad inventarsi scuse, prima quasi negando l'esistenza della stessa task force - liquidata come un «tavolo di consultazione informale» -, poi spiegando che sì, i verbali ci sono, ma non sono atti di «natura provvedimentale», ecco, non lascia presagire nulla di buono. Tanto per cambiare.
A finire sotto pressione sono stati i Gilt, i titoli di Stato britannici. «Sull’obbligazionario britannico avevamo visto segnali di stabilizzazione importanti, ma le tensioni internazionali hanno rimescolato le carte in modo brutale», spiega Salvatore Gaziano, responsabile delle strategie di investimento di SoldiExpert Scf. «Quello che doveva essere l’anno del grande allentamento monetario si è trasformato in un nuovo stress test sui rendimenti, con i tassi di interesse che hanno subito un’impennata vertiginosa, facendo scendere i prezzi delle obbligazioni».
Gli Etf sui governativi inglesi hanno accusato cali fra il -3,7% e il -4,5%, con punte di 7% sulle scadenze più lunghe. Il rendimento del decennale è tornato oltre il 5,1%, ai massimi dalla crisi del 2008.
A pesare non è solo il petrolio, ma la politica. Il governo laburista di Keir Starmer, nato con la promessa di riportare serietà a Westminster, si trova indebolito dalle ricadute dello scandalo Epstein. «L’instabilità politica è tornata a essere un fattore di rischio primario», osserva Gaziano. «I mercati reagiscono con estrema sensibilità quando percepiscono un vuoto di potere. Lo scandalo Epstein non è solo una questione di cronaca, ma un colpo alla stabilità di un governo già sotto pressione per la gestione economica».
La Borsa di Londra ha mostrato maggiore tenuta. «In un mondo incerto, i giganti dell’energia e delle materie prime, che abbondano a Londra, hanno agito parzialmente da paracadute», osserva Gaziano. Ma la spaccatura interna si allarga: se il Ftse 100 regge grazie alle multinazionali, il Ftse 250, più esposto all’economia domestica, soffre molto di più.
Il nodo, però, è anche strutturale. «il Regno Unito sconta una rigidità strutturale che l’Europa continentale ha in parte superato», spiega Salvatore Gaziano, «Mentre Germania e Francia hanno imparato a diversificare le scorte e gestire meglio i picchi dei prezzi energetici, l’Uk è rimasto prigioniero di un modello di fissazione dei prezzi che scarica immediatamente ogni aumento sulle bollette delle famiglie. Se a questo aggiungiamo mutui che corrono verso il 5%, capiamo perché la fiducia dei consumatori britannici sia oggi ai minimi termini, molto più che in Italia o in Spagna».
Fra i titoli spicca Legal & General, con dividendi elevati e il ruolo di «cassaforte». In negativo, invece, 3i Group, crollata del -19% in una sola seduta dopo i segnali di rallentamento della catena Action. «Quando le aspettative di crescita vengono deluse anche di poco, i multipli del private equity vengono ricalcolati con una rapidità brutale», conclude Gaziano.
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Maurizio Landini (Ansa)
Firme che giustificano, neanche a dirlo, il commento entusiasta del ministro Paolo Zangrillo, che ha parlato di «obiettivo raggiunto», e che hanno spinto il premier, parco di parole negli ultimi tempi, a intervenire via social per rivendicare il successo. «Il governo», ha evidenziato Giorgia Meloni, «continua a lavorare sull’aumento dei salari. Oggi la firma del rinnovo della parte economica del contratto collettivo nazionale del comparto Istruzione, per il triennio 2025-2027, che interessa oltre un milione di dipendenti. È il terzo rinnovo per il comparto Istruzione dall’inizio della legislatura: una cosa mai accaduta prima».
La Meloni ha ragione a rivendicare la firma anche perché si tratta di uno schiaffo alla gestione politica che Maurizio Landini ha impresso alla Cgil. Schiaffone ancora più sonoro, perché non arriva dall’esecutivo, cosa che di questi tempi non farebbe notizia, ma dalla stessa Cgil. Il segretario ha fatto del no a prescindere al rinnovo dei contratti della Pa una delle cifre distintiva del suo mandato. Istruzione, sanità, lavoratori dei ministeri o delle Regioni poco importa. Nell’ultima tornata c’è stata solo opposizione. Il leader che ormai partecipa come capopolo a tutte le battaglie politiche della sinistra (l’impiego di forze della Cgil sul No al referendum della giustizia è comparabile a quello del Pd) si è sempre opposto ai nuovi contratti, nonostante il governo avesse messo sul piatto circa 20 miliardi. Un cifra record, insufficiente per i desiderata di Landini. Motivo? Nel rinnovo precedente, 2022-2024, non veniva coperta l’inflazione monstre del periodo. Copertura impossibile, visto che parlavamo di un costo della vita schizzato del 17%. Insomma, aumenti del 7-8% non bastavano. E adesso? Cos’è cambiato? Perché la Cgil firma? La motivazione ufficiale è che in quest’ultima tranche, incrementi in busta paga da 135 euro per la parte economica 2025-27, l’inflazione verrebbe potenzialmente coperta, ma la realtà è tutt’altra. Entrando nel merito, va infatti ricordato che senza il contratto precedente, che è stato rinnovato senza l’avallo della Cgil, quest’ultimo rinnovo non ci sarebbe mai stato. E del resto Landini questa firma la subisce. Il segretario è costretto a fare buon viso a cattivo gioco rispetto ai mal di pancia di una categoria, quella della scuola (e non è la sola), che è stanca di seguire la linea politica del capo e capisce che continuando a dire sempre no gli iscritti fuggono.
C’è di più. Perché i rapporti tra Maurizio Landini e Gianna Fracassi, la segretaria generale della Flc (Federazione lavoratori della conoscenza), non sono idilliaci. La Fracassi era legata alla gestione precedente (con Susanna Camusso è diventata segretaria confederale con deleghe importantissime, comprese le politiche economiche) e si sussurra che ambisca a prendere il posto dell’ex Fiom, anche per depoliticizzare il sindacato.
Ma al di là della questione personale, la firma sul contratto della scuola squarcia il velo di ipocrisia che ormai da mesi nasconde le tensioni tra la gestione del segretario e una parte consistente del sindacato.
Perso il sostegno dei suoi, sembra che nelle scorse ore Landini abbia addirittura contattato un esponente molto importante del governo, particolarmente vicino a Palazzo Chigi, per chiedere margini su una riapertura del contratto in caso di inflazione galoppante causa guerra. Il senso del discorso sarebbe stato: «Alla fine noi firmiamo, ma se la situazione precipita qui si ricontratta tutto». Diplomatica, ma eloquente la risposta: guarda che quello che chiedi non si può fare.
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Ecco #DimmiLaVerità del 2 aprile 2026. Il capogruppo di Fdi in Commissione Sport, Alessandro Amorese, commenta il flop dell'Italia e chiede più libertà per le tifoserie.
Tutti a guardare il prezzo del petrolio, ma a Wall Street si è svegliato un guru come Bill Ackman: è bastato un suo post su X, nel quale diceva che le azioni erano sottovalutate, per far partire gli acquisti sulle Borse lunedì. Un trend che continua a durare, fino alla prossima scusa per vendere.