2021-03-27
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Le testimonianze choc sulle gang di pakistani in Uk. Spunta il video di Nowak che dice: «Non respiro più».
Quando, due giorni fa, il parlamentare britannico Rupert Lowe si è presentato di fronte ai suoi colleghi, aveva con sé dei fogli di carta. Su di essi non c’era scritto solamente il discorso che avrebbe dovuto tenere ma anche, e soprattutto, le testimonianze delle vittime delle grooming gang, le bande di pachistani che, a partire dal 2001, hanno violentato giovani ragazze (spesso minorenni bianche) in modo organizzato. Una rete criminale diffusa in almeno 85 aree del Regno Unito che, a lungo, ha agito nell’ombra.
Lowe ha letto le testimonianze delle vittime e ha chiesto al Parlamento britannico di agire. Ha chiesto di farlo «finalmente», visto che per tanto tempo i politici di sinistra hanno fatto il possibile per minimizzare il caso. Di fronte alle testimonianze di queste ragazze, però, non si può rimanere in silenzio. C’è chi racconta di essere stata abusata con una bottiglia e chi, invece, ha subito così tante violenze e così brute da non riuscire più a sedersi per lungo tempo. Un’altra, giovanissima, ha dovuto cedere il posto in cui dormiva a dei cani. Perché, per le gang di pachistani, quelle donne valevano poco o nulla. Dovevano essere umiliate in ogni modo. A volte erano costrette ad avere rapporti perfino con gli animali: «Credo che la cosa più spaventosa sia stata non avere la minima idea di cosa stesse succedendo. C’erano uomini intorno a me - non inorriditi, non disgustati - che non mi aiutavano, ma filmavano e ridevano, scommettendo se davvero il cane mi avrebbe violentata o meno. Sì, sono stata violentata da un cane», ha raccontato una vittima.
Non erano considerate persone. Erano brandelli di carne o poco più. Una vittima racconta l’atteggiamento del suo aguzzino: «Mi ha afferrato il viso, mi ha fissata dritto negli occhi e voleva vedermi crollare. Ci è riuscito». Un’altra ha raccontato di esser stata abusata da almeno 600 uomini nel corso della sua vita.
Quelle ragazze erano occidentali, dovevano essere punite. Una delle ragazze abusate racconta infatti che i carnefici facevano costantemente commenti sul fatto che «le ragazze bianche, le ragazze cristiane, fossero considerate meno morali e con valori inferiori, mentre le ragazze musulmane venivano descritte da alcuni uomini come dotate di dignità e di una posizione morale più elevata». Il periodo peggiore per loro era quello delle celebrazioni islamiche: «Le cose degeneravano durante l’Eid e le festività. Le feste diventavano più grandi, più violente e caotiche. C’era sempre più gente coinvolta, sempre più ragazze coinvolte. Le feste erano semplicemente più grandi», racconta un’altra vittima.
Ci sono voluti oltre dieci anni per arrivare alle prime condanne dei carnefici. Dieci anni in cui gli enti pubblici si sono macchiati di «gravi negligenze», come riporta il report realizzato da Lowe. Il rischio di passare per razzisti era troppo alto. Era meglio tacere di fronte a quello strano via vai di macchine che si presentavano di fronte alle case suonando il clacson per lasciare le ragazzine e, infine, sparire. Meglio chiudere gli occhi. Lo stesso ragionamento che hanno fatto i poliziotti che hanno lasciato che Henry Nowak morisse dissanguato a soli 18 anni dopo esser stato accoltellato da un sikh, Vickrum Digwa. Il video della sua agonia è agghiacciante. Il giovane britannico è disperato. «Mi hanno colpito», dice. E poi, citando involontariamente George Floyd, «non riesco a respirare». I poliziotti non gli credono. Non è di colore. Si fidano di Digwa, che ha detto di aver subito insulti di stampo razzista. Aveva mentito, ma tutti gli hanno creduto. Tra un bianco e un sikh è meglio fidarsi di quest’ultimo, almeno non si rischia di essere accusati di razzismo. Henry però è morto come un cane. Mentre sta per esalare il suo ultimo respiro dicendo di esser ferito, un poliziotto lo sfotte: «Non credo proprio, amico». E poi ancora: «Non riesco a respirare». Non era Floyd. Non ci sarà nessuna protesta per lui. Nessun giornale progressista gli dedicherà titoli strazianti.
Digwa, che ha ricevuto l’ergastolo, era un criminale perfino per la sua stessa comunità. Per anni, infatti, aveva insegnato Gatka, l’antica arte marziale del Punjab, agli altri sikh. Era però stato allontanato perché non si comportava bene. Continuava a mentire, proprio come ha fatto dopo aver accoltellato Nowak. Non contento, una volta cacciato, come ha raccontato il Daily Mail, ha rubato oltre mille sterline di armi che erano state acquistate con i soldi della comunità. «Era piuttosto aggressivo e brutale per le strade. Eravamo preoccupati», fanno sapere alcuni sikh che lo hanno conosciuto. E che infatti lo avevano scaricato. Nigel Farage ha parlato di una «cultura a due velocità, dove i diritti dei bianchi contano meno di quelli delle minoranze etniche». Difficile dargli torto.
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L’Unione dovrebbe concederci la possibilità di spendere 7 miliardi l’anno per tre anni. Poi si discuterà dei paletti. L’orientamento è: sì a esborsi per le fonti pulite, no ai tagli alle accise. L’Italia chiede di più.
La risposta alla lettera inviata dal presidente del Consiglio Giorgia Meloni a Ursula von der Leyen per chiedere margini di flessibilità fiscale per contrastare il rialzo dei prezzi dell’energia non arriverà attraverso le parole del presidente della Commissione europea, ma in maniera più ufficiale, ovvero, come riporta l’Agi, con la presentazione del pacchetto-primavera del Semestre europeo, che verrà presentato oggi.
Il pacchetto di primavera del Semestre europeo, ricordiamolo, è l’insieme di documenti e raccomandazioni di politica economica e di bilancio adottato annualmente dalla Commissione europea, che traccia analisi socioeconomiche di ciascuno Stato membro e fornisce orientamenti mirati per garantire finanze pubbliche stabili, competitività e crescita.
Bene: la Commissione europea concederà un margine dello 0,3% per investimenti in energia all’interno dell’1,5% previsto per le spese per la difesa all’interno della clausola di salvaguardia del Patto di stabilità. La direzione è quella auspicata da Giorgia Meloni, che alcune settimane fa, chiedendo con forza che una parte della flessibilità garantita dalla Commissione per le spese per la difesa potesse essere destinata a fronteggiare il caro carburanti, che con tutte le ricadute sull’economia ha un effetto pesantissimo sull’intera economia, pronunciò una frase di rara efficacia: «Se non ho più una nazione, non serve difenderla». La flessibilità per le spese destinate all’energia, a quanto si apprende, sarà concessa per tre anni, dal 2026 al 2028, per un massimo dello 0,3% sul totale dell’1,5% di spazio consentito per le spese per la difesa all’interno della clausola di salvaguardia del Patto di stabilità. Si tratta di circa 7 miliardi di euro l’anno, per un massimo del doppio in tre anni: una cifra non trascurabile.
Si va dunque nella direzione giusta, anche se ora inizia il solito iter iper complesso della burocrazia di Bruxelles: a quanto apprende La Verità, questa possibilità verrà citata nello «chapeau» delle raccomandazioni del semestre, che dovranno poi passare l’esame del Comitato politica economica, del Coreper, dell’Ecofin, e del Consiglio europeo. Uno sviluppo positivo, quindi, che andrà poi consolidato nelle prossime settimane lavorando sugli Stati membri della Ue. La proposta di Giorgia Meloni fa breccia in quello che sembrava un muro di gomma eretto dalla Commissione, ma attenzione: ci sono comunque degli aspetti tecnici da tenere in considerazione. Le indiscrezioni circolate a Bruxelles nelle ultime ore, infatti, raccontano di rigidi paletti per poter usufruire di questa flessibilità, che sarà concessa solo per quegli investimenti che vadano nella direzione della famigerata transizione dalle fonti fossili, e non per misure di sussidio alla domanda di energia da queste stesse fonti. Sostegno dunque a investimenti in veicoli elettrici, pannelli solari, reti elettriche e sistemi di accumulo, misure di efficienza energetica e ampliamento della capacità produttiva delle energie pulite. Nessun quattrino, stando alle indiscrezioni, potrà arrivare da questa flessibilità a misure sostegno di consumi di petrolio e gas attraverso sussidi generalizzati. Non potranno neanche essere inseriti nel conteggio programmi già esistenti o sussidi preesistenti: la flessibilità riguarderà esclusivamente nuove misure adottate dopo il febbraio 2026 con obblighi di rendicontazione dettagliati per evitare riclassificazioni di spese già previste.
A quanto riporta l’Ansa, le deroghe per l’energia saranno attivate seguendo la stessa procedura della clausola di salvaguardia per la difesa: gli Stati interessati dovranno presentare una richiesta formale, alla quale seguiranno una proposta della Commissione e l’approvazione del Consiglio Ue, per la quale serve la maggioranza qualificata, L’iter, come dicevamo, è estremamente farraginoso e richiederà dunque diversi passaggi: per arrivare alla operatività effettiva si dovrà attendere il prossimo autunno.
Bicchiere mezzo pieno (di benzina) o mezzo vuoto? Parliamoci chiaro: se lo spazio di flessibilità per contrastare il caro energia sarà sottoposto a una serie di vincoli tali da renderlo poco utile ad affrontare presto e bene la crisi attuale, allora saremo di fronte a un pannicello caldo. Se invece, anche attraverso il dialogo con gli altri Stati, si riuscirà a far capire alla Commissione europea che un paziente che arriva in ospedale in codice rosso non può essere operato tra sei mesi e senza poter utilizzare il bisturi, allora la misura darà effettivo respiro all’economia. «È un mese che stiamo lavorando e sento dire che non otterremo niente. È un percorso lungo e complicato, vediamo come va a finire», ha detto ieri il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti.
Intanto ieri la Borsa di Milano ha battuto il suo record: il Ftse Mib è cresciuto dell’1,61% a quota 50.578 punti, livello mai raggiunto dal principale indice milanese. Fortissimi acquisti per Stm, che ha rivisto le stime sui data center: il titolo è salito del 15,1% nel finale a 68,26 euro, al suo massimo storico. I ricavi previsti dal gruppo quest’anno salgono da 500 milioni a 1 miliardo e potrebbero raddoppiare nel 2027.
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Nicola Fratoianni (Ansa)
Idea Cgil: aliquota all’1,3%. Ma uno studio di Bruxelles dimostra che è controproducente.
Il Pd chiama e la Cgil risponde. Anzi anticipa. La proposta del segretario dem, Elly Schlein, di una patrimoniale, inizialmente europea ma che avrebbe una replica anche a livello nazionale, non è un concetto nuovo alla sinistra. Al momento Giuseppe Conte non si espone in dichiarazioni nette, ma preferisce monitorare l’impatto sugli elettori, vedere che aria tira, annusare le reazioni e esaminare i periodici sondaggi sulle preferenze.
Il Pd però la scelta di campo l’ha fatta, con o senza i 5 stelle, sapendo che ha dalla sua la sponda della Cgil. Domani, a Roma, Schlein e il segretario del sindacato di Corso Italia, Maurizio Landini, presentano il volume L’Italia che non arriva a fine mese dell’ex ministro del Lavoro, Cesare Damiano, del già professore di sociologia economica, Mimmo Carrieri e del sindacalista Cgil Agostino Megale che dialogheranno con il segretario Pd e Landini sul problema salariale e sulla ricchezza accumulata nelle mani di pochi e quindi sulla necessità di una redistribuzione equa. I relatori non si limiteranno all’analisi ma forniranno una soluzione per sbloccare l’impasse delle retribuzioni. È probabile che il tema della patrimoniale rispunti ma se così non fosse, le basi ideologiche sono state gettate.
Il giorno dopo, venerdì a Milano, c’è l’appuntamento organizzato dall’European Left Alliance, l’alleanza della sinistra europea, dal titolo «Tax the rich, combattere le disuguaglianze e ridistribuire ricchezza». Tra i partecipanti la deputata di Sinistra italiana nel gruppo Avs, Elisabetta Piccolotti.
Per la Cgil si tratta di andare a ripescare una proposta lanciata a novembre 2025 e rimessa nel cassetto per le reazioni polemiche ma mai definitivamente archiviata. Landini proponeva di applicare un’aliquota dell’1,3% su una platea di contribuenti, circa 500.000, che detiene almeno 2 milioni di euro. Il segretario della Cgil la spiegava come «un contributo di solidarietà da parte dell’1% della popolazione a vantaggio del 99%». Il gettito stimato sarebbe pari a circa 26 miliardi di euro. Risorse che secondo il sindacalista, servirebbero a finanziare sanità, istruzione, non autosufficienza, politiche abitative, sociali e di trasporto pubblico.
Ma poi, ammesso che la sinistra riesca a farla digerire, la patrimoniale funzionerebbe? A questa domanda ha già risposto la Commissione Ue che ha bocciato preventivamente la tesi Schlein. A fine marzo, quindi in anticipo sul lancio del segretario del Pd, la Commissione europea ha pubblicato uno studio, Wealth Taxation, Including Net Wealth, Capital and Exit Taxes, affidato a un consorzio di centri di ricerca. Il lavoro ripescato dal Corriere della Sera, fa una panoramica delle luci e delle (molte) ombre delle imposte patrimoniali negli Stati membri. Negli ultimi trent’anni c’è stata una accelerazione della ricchezza privata nell’Ue che si è però concentrata ai vertici della piramide sociale. Sicché l’1% ha accelerato più rapidamente mentre la classe media è avanzata a ritmo più lento. Una situazione condizionata anche dalla pressione fiscale elevata sul lavoro e dai bisogni di bilancio post crisi. Di qui nasce il dibattito pubblico che reclama equità.
Lo studio a questo punto analizza gli effetti delle varie imposte patrimoniali, da quella netta sul patrimonio, alle plusvalenze maturate o realizzate, alle successioni e donazioni, exit tax. Risultato: nessuna di queste genera in pratica entrate significative nella maggior parte degli Stati membri. Anzi, i gettiti si sono spesso ridotti nonostante il boom dei patrimoni. Il perché è noto: soglie elevate, esenzioni estese, regimi di favore, aliquote in discesa, basi imponibili erose. Lo sbocco è stato diverso per i Paesi che l’hanno adottata. Germania e Svezia l’hanno abolita, Francia ridimensionata, Norvegia e Svizzera la mantengono, Spagna la combina con un’imposta di solidarietà. Il 30 novembre 2025 gli elettori svizzeri hanno respinto con un secco 78,3% la proposta dei Giovani Socialisti di un’imposta federale del 50% su successioni e donazioni sopra i 50 milioni di franchi, seconda bocciatura dopo il no del 2015 (71%), con tutti i 26 cantoni contrari.
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