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2020-07-27
Fontana, se il dono diventa un reato
Attilio Fontana (Ansa)
Sintetizziamola così, la storia dell'attacco ad Attilio Fontana e alla Lombardia. Con alcune abitudini che ormai son diventate un metodo brevettato: i fatti travolti dal fango; le ricostruzioni a posteriori che prescindono dall'ansia di chi si trovava a operare nel pieno di un'emergenza infernale; e infine i lanciatori di fango che sanno benissimo in faccia a chi devono scagliarlo (e chi invece deve assolutamente rimanere con viso e vestiti immacolati e profumati). L'uso politico (e mediatico) della giustizia conosce un solo schema: come si dice tra Oxford e Cambridge, spargere merda in quantità industriale. Morale: il malcapitato, nel giro di 36 ore, si ritrova massacrato, con la sua faccia che rimbalza tra giornali-tv-social, con una trentina di milioni di italiani (se sommiamo ascolti tv e visualizzazioni) raggiunti in un giorno e mezzo dallo stimolo a considerarlo un mascalzone fatto e finito, e il tutto dentro un vortice di fatti spesso assolutamente vaghi (ma sempre presentati in una luce torbida), che spaziano dal pubblico alla dimensione privata.
Ricordare in questo caso che l'avviso di garanzia sarebbe un atto - appunto - a tutela della persona che lo riceve diventa un'atroce beffa, l'ultima pernacchia, lo sberleffo finale. Ma quale garanzia? Nel turboprocesso mediatico di questi anni, la potenza dello sputtanamento iniziale è totale, non ammette repliche: cosa volete che importi, tra qualche mese, il trafiletto in cui si dirà che la posizione di Tizio è stata archiviata?
Tra l'altro, pure la consecutio è ormai capovolta. Secondo logica (e secondo diritto), ci dovrebbe essere prima una verifica preliminare dei fatti, poi l'apertura di un'indagine con la doverosa informazione all'indagato, infine il processo in tre gradi con le prescritte garanzie. E invece no, tutto è rovesciato: prima lo sputtanamento, poi eventualmente l'individuazione di un'ipotesi di reato, poi gli accertamenti, infine il trafiletto (tra i necrologi e le previsioni meteo) per comunicare che i titoli a caratteri cubitali di qualche mese prima valevano meno di zero.
Pensandoci bene, ora si capisce, rileggendo le intercettazioni del caso Palamara, come mai le correnti della magistratura si accapigliassero selvaggiamente per accaparrarsi le postazioni di vertice delle procure. A prima vista, un'anomalia, visto che dovrebbe essere il giudice terzo la figura più ambita, cioè chi pronuncia la sentenza finale. Macché: il vero potere, la possibilità di sconvolgere l'agenda politica ed economica del Paese (e di dettare quella mediatica) passa dagli uffici di Procura, dalla semplice apertura di un'indagine, da una banale iscrizione nel registro degli indagati.
Il caso Fontana corrisponde in tutto e per tutto a questo «protocollo»: prima il pestaggio mediatico del malcapitato, e poi - cerca cerca - ancora non si trova quale sia il reato, o almeno non si capisce di che reato si tratti. Turbativa d'asta? Forse no. Il solito abuso d'ufficio, che si porta in tutte le stagioni come un maglioncino blu? Pare di no. L'ultimo spiffero dice: frode in pubbliche forniture. E su che base? Perché alla fine della fiera i camici donati (ripeto: donati) dalla società Dama srl alla Regione Lombardia sarebbero stati consegnati in numero minore rispetto a quanto inizialmente previsto. Ricapitoliamo: il contribuente non ha pagato nulla, i camici sono arrivati (un po' di meno ma sono arrivati), eppure la locomotiva dello sputtanamento corre e sbuffa a tutto vapore.
Altro esempio? L'apertura della stagione di caccia (giudiziaria) in Lombardia sembra estendersi anche all'intesa tra la società Diasorin e l'ospedale San Matteo di Pavia per la realizzazione di test sierologici. Anche qui, in presenza di fatti ancora nebulosi, si è tranquillamente sbattuta in prima pagina un'eccellenza sanitaria come quella struttura. Ma non basta ancora: l'eccitazione nelle redazioni ha raggiunto l'apice quando è venuta fuori la notizia di un presunto sms di un deputato leghista che, rivolgendosi a un ex consigliere regionale, avrebbe citato Salvini («Sentito anche Salvini», sarebbe il contenuto del messaggino, che poi avrebbe esplicitato un giudizio politico negativo su un sindaco orientato tra l'altro a scegliere un test alternativo). Ma da un «sentito anche Salvini» che possiamo ricavare? Per chi conosca la politica, praticamente nulla: è normale che un dirigente politico cerchi di rafforzare la sua opinione citando il capo. Ma da qui a ricavarne un'indicazione certa e verificata sui test ce ne corre. Anche perché il resto del messaggio del deputato leghista (secondo alcune ricostruzioni, Paolo Grimoldi, il quale ha peraltro detto di avere conservato tutti i messaggi e ha smentito alcune versioni circolate) sembra piuttosto rimproverare a un sindaco un attacco politico alla Regione Lombardia proprio nel momento più duro dell'emergenza. Ed è dunque normale e comprensibile che un dirigente di partito inviti a non fare sponda, politicamente parlando, con un sindaco rivelatosi in polemica con la giunta leghista. Un giudizio politico come ogni giorno se ne scrivono e se ne pronunciano migliaia, a livello nazionale, regionale, comunale, a destra come a sinistra. E invece che titolo esce fuori su diverse testate? Elementare, Watson: «Inchiesta di Pavia, spunta il nome di Salvini». E lo sputtanamento è servito.
Pd e 5 stelle sognano il ribaltone ma il centrodestra si compatta
Attilio Fontana va allo scontro. Nella giornata di oggi o in quella di domani, il governatore della Lombardia si difenderà in Consiglio regionale, dove l'opposizione - su iniziativa grillina - è pronta a presentare una mozione di sfiducia nei suoi confronti. «Serve un atto politico coraggioso per la storia che stiamo andando a costruire, siamo pronti a chiedere la sfiducia del presidente Fontana e chiediamo alle altre forze d'opposizione di sostenere la nostra richiesta», ha dichiarato il capogruppo del Movimento 5 stelle lombardo, Massimo De Rosa. Sulla stessa linea si è collocato anche il viceministro dello Sviluppo economico, il grillino Stefano Buffagni, che ha affermato: «C'è un chiaro problema di opportunità, e la gestione ex post del proprio caso da parte del governatore mi colpisce molto. Come ho detto, questa giunta non può andare avanti. Non è stata in grado di gestire l'emergenza causata dalla pandemia e poteva certamente evitare le strumentalizzazioni contro il governo, che ha operato con serietà senza mai entrare in contrapposizione con gli enti locali». Tutto questo, mentre il segretario del Pd lombardo, Vinicio Peluffo, ha dichiarato: «O Fontana può smentire in modo convincente o prenderemo atto che si è definitivamente rotto il rapporto di fiducia con i cittadini lombardi». Più netto l'eurodeputato del Pd, Pierfrancesco Majorino, che ha invocato le dimissioni del governatore.
Fontana, dal canto suo, non sembra minimamente intenzionato a fare un passo indietro. E, nelle scorse ore, ha incassato il sostegno della sua giunta: a partire dagli assessori Giulio Gallera e Raffaele Cattaneo. Sostegno al governatore è arrivato tra l'altro dal capogruppo della Lega in Regione, Roberto Anelli, che ha definito l'intera vicenda una «assurdità». Dura anche la posizione di Matteo Salvini. Il leader del Carroccio aveva polemicamente parlato nei giorni scorsi di «giustizia alla Palamara», mentre ieri ha twittato: «In Italia la “giustizia" fa uscire di galera i mafiosi e indaga i cittadini onesti, in Lombardia e ovunque. Troppi Palamara nei tribunali, urge riforma seria per il bene degli Italiani». Accuse di doppiopesismo sono invece arrivate dal deputato leghista, Claudio Durigon. «Tra i camici gratuiti per la Lombardia e le mascherine vendute per 14 milioni alla Regione Lazio da un negozio che vende led, Fontana saprà spiegare anche questa situazione. Ma Zingaretti quando dovrà spiegare i milioni delle mascherine nel Lazio?», ha dichiarato. Solidarietà a Fontana è arrivata nelle scorse ore anche dal gruppo consiliare di Fratelli d'Italia in Regione Lombardia.
Lo stesso Fontana ha detto la sua alla Stampa: «Questa storia è pazzesca», ha commentato il presidente della Lombardia, «ma qual è il reato? Di solito le persone finiscono indagate perché prendono dei soldi illecitamente. Io invece rischio di passare alla storia come il primo politico che viene indagato perché i soldi ha cercato di versarli. Certo, quando è saltata fuori questa storia e ho visto che mio cognato faceva questa donazione, ho voluto partecipare anch'io. Fare anch'io una donazione. Mi sembrava il dovere di ogni lombardo. Io della fornitura», ha aggiunto Fontana, «non sapevo niente. L'ho saputo solo quando mio cognato ha deciso di fare la donazione. Torno a ripetere: ma qual è il reato? È vero, mi sono sentito responsabile per mio cognato. Quei soldi li consideravo una donazione a mio modo. Alla fine la Regione da mio cognato i camici li ha avuti gratis e l'unico reato che vedo veramente è una palese violazione del segreto istruttorio».
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Levando il fango dai fatti, per il governatore resta un'accusa di «frode in pubbliche forniture». Perché i camici donati dalla società del cognato sarebbero stati meno di quanto previsto. Stesso metodo a Pavia, dove si tira in ballo a sproposito pure il nome di Matteo Salvini. Pd e 5 stelle sognano il ribaltone ma il centrodestra si compatta. Pronta la mozione di sfiducia dell'opposizione. Giunta unita: «Nessun passo indietro». Lo speciale comprende due articoli. Sintetizziamola così, la storia dell'attacco ad Attilio Fontana e alla Lombardia. Con alcune abitudini che ormai son diventate un metodo brevettato: i fatti travolti dal fango; le ricostruzioni a posteriori che prescindono dall'ansia di chi si trovava a operare nel pieno di un'emergenza infernale; e infine i lanciatori di fango che sanno benissimo in faccia a chi devono scagliarlo (e chi invece deve assolutamente rimanere con viso e vestiti immacolati e profumati). L'uso politico (e mediatico) della giustizia conosce un solo schema: come si dice tra Oxford e Cambridge, spargere merda in quantità industriale. Morale: il malcapitato, nel giro di 36 ore, si ritrova massacrato, con la sua faccia che rimbalza tra giornali-tv-social, con una trentina di milioni di italiani (se sommiamo ascolti tv e visualizzazioni) raggiunti in un giorno e mezzo dallo stimolo a considerarlo un mascalzone fatto e finito, e il tutto dentro un vortice di fatti spesso assolutamente vaghi (ma sempre presentati in una luce torbida), che spaziano dal pubblico alla dimensione privata. Ricordare in questo caso che l'avviso di garanzia sarebbe un atto - appunto - a tutela della persona che lo riceve diventa un'atroce beffa, l'ultima pernacchia, lo sberleffo finale. Ma quale garanzia? Nel turboprocesso mediatico di questi anni, la potenza dello sputtanamento iniziale è totale, non ammette repliche: cosa volete che importi, tra qualche mese, il trafiletto in cui si dirà che la posizione di Tizio è stata archiviata? Tra l'altro, pure la consecutio è ormai capovolta. Secondo logica (e secondo diritto), ci dovrebbe essere prima una verifica preliminare dei fatti, poi l'apertura di un'indagine con la doverosa informazione all'indagato, infine il processo in tre gradi con le prescritte garanzie. E invece no, tutto è rovesciato: prima lo sputtanamento, poi eventualmente l'individuazione di un'ipotesi di reato, poi gli accertamenti, infine il trafiletto (tra i necrologi e le previsioni meteo) per comunicare che i titoli a caratteri cubitali di qualche mese prima valevano meno di zero. Pensandoci bene, ora si capisce, rileggendo le intercettazioni del caso Palamara, come mai le correnti della magistratura si accapigliassero selvaggiamente per accaparrarsi le postazioni di vertice delle procure. A prima vista, un'anomalia, visto che dovrebbe essere il giudice terzo la figura più ambita, cioè chi pronuncia la sentenza finale. Macché: il vero potere, la possibilità di sconvolgere l'agenda politica ed economica del Paese (e di dettare quella mediatica) passa dagli uffici di Procura, dalla semplice apertura di un'indagine, da una banale iscrizione nel registro degli indagati. Il caso Fontana corrisponde in tutto e per tutto a questo «protocollo»: prima il pestaggio mediatico del malcapitato, e poi - cerca cerca - ancora non si trova quale sia il reato, o almeno non si capisce di che reato si tratti. Turbativa d'asta? Forse no. Il solito abuso d'ufficio, che si porta in tutte le stagioni come un maglioncino blu? Pare di no. L'ultimo spiffero dice: frode in pubbliche forniture. E su che base? Perché alla fine della fiera i camici donati (ripeto: donati) dalla società Dama srl alla Regione Lombardia sarebbero stati consegnati in numero minore rispetto a quanto inizialmente previsto. Ricapitoliamo: il contribuente non ha pagato nulla, i camici sono arrivati (un po' di meno ma sono arrivati), eppure la locomotiva dello sputtanamento corre e sbuffa a tutto vapore. Altro esempio? L'apertura della stagione di caccia (giudiziaria) in Lombardia sembra estendersi anche all'intesa tra la società Diasorin e l'ospedale San Matteo di Pavia per la realizzazione di test sierologici. Anche qui, in presenza di fatti ancora nebulosi, si è tranquillamente sbattuta in prima pagina un'eccellenza sanitaria come quella struttura. Ma non basta ancora: l'eccitazione nelle redazioni ha raggiunto l'apice quando è venuta fuori la notizia di un presunto sms di un deputato leghista che, rivolgendosi a un ex consigliere regionale, avrebbe citato Salvini («Sentito anche Salvini», sarebbe il contenuto del messaggino, che poi avrebbe esplicitato un giudizio politico negativo su un sindaco orientato tra l'altro a scegliere un test alternativo). Ma da un «sentito anche Salvini» che possiamo ricavare? Per chi conosca la politica, praticamente nulla: è normale che un dirigente politico cerchi di rafforzare la sua opinione citando il capo. Ma da qui a ricavarne un'indicazione certa e verificata sui test ce ne corre. Anche perché il resto del messaggio del deputato leghista (secondo alcune ricostruzioni, Paolo Grimoldi, il quale ha peraltro detto di avere conservato tutti i messaggi e ha smentito alcune versioni circolate) sembra piuttosto rimproverare a un sindaco un attacco politico alla Regione Lombardia proprio nel momento più duro dell'emergenza. Ed è dunque normale e comprensibile che un dirigente di partito inviti a non fare sponda, politicamente parlando, con un sindaco rivelatosi in polemica con la giunta leghista. Un giudizio politico come ogni giorno se ne scrivono e se ne pronunciano migliaia, a livello nazionale, regionale, comunale, a destra come a sinistra. E invece che titolo esce fuori su diverse testate? Elementare, Watson: «Inchiesta di Pavia, spunta il nome di Salvini». E lo sputtanamento è servito. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/se-si-tratta-di-fontana-il-dono-diventa-reato-2646804155.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="pd-e-5-stelle-sognano-il-ribaltone-ma-il-centrodestra-si-compatta" data-post-id="2646804155" data-published-at="1595799961" data-use-pagination="False"> Pd e 5 stelle sognano il ribaltone ma il centrodestra si compatta Attilio Fontana va allo scontro. Nella giornata di oggi o in quella di domani, il governatore della Lombardia si difenderà in Consiglio regionale, dove l'opposizione - su iniziativa grillina - è pronta a presentare una mozione di sfiducia nei suoi confronti. «Serve un atto politico coraggioso per la storia che stiamo andando a costruire, siamo pronti a chiedere la sfiducia del presidente Fontana e chiediamo alle altre forze d'opposizione di sostenere la nostra richiesta», ha dichiarato il capogruppo del Movimento 5 stelle lombardo, Massimo De Rosa. Sulla stessa linea si è collocato anche il viceministro dello Sviluppo economico, il grillino Stefano Buffagni, che ha affermato: «C'è un chiaro problema di opportunità, e la gestione ex post del proprio caso da parte del governatore mi colpisce molto. Come ho detto, questa giunta non può andare avanti. Non è stata in grado di gestire l'emergenza causata dalla pandemia e poteva certamente evitare le strumentalizzazioni contro il governo, che ha operato con serietà senza mai entrare in contrapposizione con gli enti locali». Tutto questo, mentre il segretario del Pd lombardo, Vinicio Peluffo, ha dichiarato: «O Fontana può smentire in modo convincente o prenderemo atto che si è definitivamente rotto il rapporto di fiducia con i cittadini lombardi». Più netto l'eurodeputato del Pd, Pierfrancesco Majorino, che ha invocato le dimissioni del governatore. Fontana, dal canto suo, non sembra minimamente intenzionato a fare un passo indietro. E, nelle scorse ore, ha incassato il sostegno della sua giunta: a partire dagli assessori Giulio Gallera e Raffaele Cattaneo. Sostegno al governatore è arrivato tra l'altro dal capogruppo della Lega in Regione, Roberto Anelli, che ha definito l'intera vicenda una «assurdità». Dura anche la posizione di Matteo Salvini. Il leader del Carroccio aveva polemicamente parlato nei giorni scorsi di «giustizia alla Palamara», mentre ieri ha twittato: «In Italia la “giustizia" fa uscire di galera i mafiosi e indaga i cittadini onesti, in Lombardia e ovunque. Troppi Palamara nei tribunali, urge riforma seria per il bene degli Italiani». Accuse di doppiopesismo sono invece arrivate dal deputato leghista, Claudio Durigon. «Tra i camici gratuiti per la Lombardia e le mascherine vendute per 14 milioni alla Regione Lazio da un negozio che vende led, Fontana saprà spiegare anche questa situazione. Ma Zingaretti quando dovrà spiegare i milioni delle mascherine nel Lazio?», ha dichiarato. Solidarietà a Fontana è arrivata nelle scorse ore anche dal gruppo consiliare di Fratelli d'Italia in Regione Lombardia. Lo stesso Fontana ha detto la sua alla Stampa: «Questa storia è pazzesca», ha commentato il presidente della Lombardia, «ma qual è il reato? Di solito le persone finiscono indagate perché prendono dei soldi illecitamente. Io invece rischio di passare alla storia come il primo politico che viene indagato perché i soldi ha cercato di versarli. Certo, quando è saltata fuori questa storia e ho visto che mio cognato faceva questa donazione, ho voluto partecipare anch'io. Fare anch'io una donazione. Mi sembrava il dovere di ogni lombardo. Io della fornitura», ha aggiunto Fontana, «non sapevo niente. L'ho saputo solo quando mio cognato ha deciso di fare la donazione. Torno a ripetere: ma qual è il reato? È vero, mi sono sentito responsabile per mio cognato. Quei soldi li consideravo una donazione a mio modo. Alla fine la Regione da mio cognato i camici li ha avuti gratis e l'unico reato che vedo veramente è una palese violazione del segreto istruttorio».
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Domenico Pianese, segretario del COISP, spiega perché, anche quando pericolosi, gli immigrati irregolare non vengono espulsi dal nostro Paese, partendo dai casi di Aurora Livoli e del capotreno ucciso a Bologna. Tra decreti di espulsione inefficaci, burocrazia, accordi internazionali e decisioni giudiziarie, emerge un sistema che lascia liberi soggetti pericolosi e scarica il peso sulle forze dell’ordine.
John Logie Baird (a destra) durante una dimostrazione del suo apparecchio televisivo (Getty Images)
Baird, nato nel 1888 in Scozia, era un inventore per passione. Estroso sin dall’infanzia pur minato da una salute cagionevole, si specializzò nel campo dell’ingegneria elettrica. Dopo l’interruzione degli studi a causa della Grande Guerra, lavorò per la locale società elettrica «Clyde Valley Electrical Company» prima di diventare piccolo imprenditore nello stesso settore. Il sogno di trasmettere suoni e immagini a distanza per mezzo di cavi elettrici era il sogno di molti ricercatori dell’epoca, che anche Baird perseguì fin da giovanissimo, quando realizzò da solo una linea telefonica per comunicare con le camerette degli amici che abitavano nella sua via. La chiave di volta per l’invenzione del primo televisore arrivò nei primi anni Venti, quando l’inventore scozzese sfruttò a sua volta un dispositivo nato quarant’anni prima. Si trattava dell’apparecchio noto come «disco di Nipkow», dal nome del suo inventore Paul Gottlieb Nipkow che lo brevettò nel 1883. Questo consisteva in un disco rotante ligneo dove erano praticati fori disposti a spirale che, girando rapidamente di fronte ad un’immagine illuminata, la scomponevano in linee come un rudimentale scanner. La rotazione del disco generava un segnale luminoso variabile, che Baird fu in grado di tradurre in una serie di impulsi elettrici differenziati a seconda dell’intensità luminosa generata dall’effetto dei fori. La trasmissione degli impulsi avveniva per mezzo di una cellula fotoelettrica, che traduceva il segnale e lo inviava ad una linea elettrica, al termine della quale stava un apparecchio ricevente del tutto simile a quello trasmittente dove il disco di Nipkow, ricevuto l’impulso, girava allo stesso modo di quello del televisore che aveva catturato l’immagine. L’apparecchio ricevente era dotato di un vetro temperato che, colpito dagli impulsi luminosi del disco rotante, riproduceva l’immagine trasmessa elettricamente con una definizione di 30 linee. John Logie Baird riuscì per la prima volta a riprodurre l’immagine tra due apparecchi nel suo laboratorio nel 1924 utilizzando la maschera di un burattino ventriloquo truccata e fortemente illuminata, condizione necessaria per la trasmissione di un’immagine minimamente leggibile. La prima televisione elettromeccanica a distanza fu presentata da Baird il 26 gennaio 1926 a Londra di fronte ad un comitato di scienziati. Gli apparecchi furono sistemati in due stanze separate e Baird mosse la testa del manichino «Stooky Bill», che comparve simultaneamente sul vetro retroilluminato dell’apparecchio ricevente riproducendo fedelmente i movimenti. Anche se poco definita, quella primissima trasmissione televisiva segnò un punto di svolta. L’esperimento fece molta impressione negli ambienti scientifici inglesi, che nei mesi successivi assistettero ad altre dimostrazioni durante le quali fu usato per la prima volta un uomo in carne ed ossa, il fattorino di Baird William Edward Taynton, che può essere considerato il primo attore televisivo della storia.
Tra il 1926 e la fine del decennio l’invenzione di Baird ebbe larga eco, ed il suo sistema fu alla base delle prime trasmissioni della BBC iniziate nel 1929. Il sistema elettromeccanico tuttavia aveva grandi limiti. Il disco di Nipkow impediva la crescita della definizione e la meccanica era rumorosa e fragile. Il sistema Baird fu abbandonato negli anni Trenta con la nascita della televisione elettronica basata sull’utilizzo del tubo catodico.
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«Non è un investimento per i deboli di cuore», avverte il fondo Canaima, prevedendo che per districare il pantano politico ed economico serviranno anni. Nel resto dell’America Latina, tra reazioni politiche e minacce tariffarie, i listini continuano a macinare.
«La cattura di Maduro ha una valenza geopolitica ed economica profonda, ma questa “invasione di campo” preoccupa i vicini», spiega Salvatore Gaziano, responsabile delle strategie di investimento di SoldiExpert Scf. «Messico, Colombia e Brasile hanno reagito con durezza, parlando di linee inaccettabili superate. Eppure, nonostante le minacce di Trump e i dazi pesantissimi, i mercati azionari dell’area nell’ultimo anno e anche nelle ultime sedute hanno messo a segno performance positive quasi da record».
D’altronde, «il Messico non è più solo una meta turistica o un fornitore di materie prime, ma è diventato l’hub manifatturiero vitale per l’industria americana», continua Gaziano. «Grazie alla vicinanza geografica e ai vantaggi logistici dell’accordo Usmca, l’85% dell’export messicano resta immune dai dazi. Questo spiega la crescita esplosiva di titoli come Cemex (+83%) o dei gruppi aeroportuali (Gap e Oma): ogni nuova fabbrica costruita per servire il mercato Usa genera un indotto infrastrutturale che la borsa sta premiando con multipli generosi».
Anche il Brasile se la passa bene. Le esportazioni sono ai massimi e il mercato azionario rimane secondo molti analisti attraente: l’indice Msci Brazil è scambiato a circa 10 volte gli utili futuri, con un rendimento da dividendi che sfiora il 6%. E i dazi hanno finora avuto un impatto limitato perché il Paese ha saputo diversificare, esportando record di soia verso la Cina.
Del resto, il ciclo dei tassi di interesse in Brasile sembra aver raggiunto il suo apice al 15%, e questo lascia spazio a un potenziale allentamento monetario che favorirebbe ulteriormente le valutazioni azionarie. Il mercato sembra aver trovato un accordo con Lula, preferendo la stabilità della riforma fiscale alle incertezze di uno scontro frontale con Washington.
Il Sud America nonostante tutto rappresenta per molti analisti un’opportunità tattica tra le più interessanti dei mercati emergenti seppur rischiosa per i rischi politici e geopolitici. La scommessa degli investitori è chiara: la regione è diventata troppo cruciale per le filiere globali. Dal petrolio al cemento passando per l’acciaio, stiamo parlando di mercati interessanti per le economie più sviluppate, sempre più bisognose di materie prime necessarie per supportate la digitalizzazione e, più in generale, lo sviluppo delle nuove infrastrutture tecnologiche.
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(Ansa)
«Il presidente Trump ha reso noto che l’acquisizione della Groenlandia è una priorità per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti, ed è fondamentale per la deterrenza nei confronti dei nostri avversari nella regione artica», ha affermato, martedì sera, la portavoce della Casa Bianca, Karoline Leavitt, per poi aggiungere: «Il presidente e il suo team stanno discutendo una serie di opzioni per perseguire questo importante obiettivo di politica estera e, naturalmente, l’impiego delle forze armate statunitensi è sempre un’opzione a disposizione del comandante in capo». Ieri, Leavitt ha ribadito che «la prima opzione di Donald Trump è sempre la diplomazia», che si sostanzierebbe nell’«acquisto nell’isola». Già il segretario di Stato americano, Marco Rubio, aveva riferito ai membri del Congresso di questa intenzione. Ieri ha inoltre confermato che, la settimana prossima, avrà dei colloqui con i funzionari di Copenaghen. Tutto questo, mentre, secondo l’Economist, gli Stati Uniti starebbero tentando di stipulare con Nuuk un Trattato di libera associazione: una soluzione con cui Washington garantirebbe alla Groenlandia autonomia interna e supporto finanziario, assumendone però il controllo in materia di difesa.
D’altronde, come chiarito dallo stesso Donald Trump domenica, la Casa Bianca vuole l’isola per una questione di sicurezza nazionale. In particolare, il presidente americano punta ad arginare l’influenza di Pechino e Mosca nell’Artico. La stessa Leavitt, ieri ha sottolineato che la Groenlandia darebbe a Washington «maggiore controllo sulla regione artica e garanzia che Cina, Russia e i nostri avversari non possano continuare la loro aggressione in questa regione così importante e strategica». Ricordiamo che nel 1941, a seguito della conquista della Danimarca da parte del Terzo Reich, gli Stati Uniti assunsero la gestione della difesa della Groenlandia, mantenendola fino al 1945. Washington si attivò quindi per proteggere dai tedeschi le locali riserve di criolite: un minerale cruciale per la produzione di alluminio. Il controllo dell’isola diede inoltre agli Usa un vantaggio sulla Luftwaffe in termini di stazioni metereologiche. Non a caso, nel 1946, l’amministrazione Truman tentò, per quanto senza successo, di acquistare la Groenlandia dalla Danimarca. Segno, questo, del fatto che Washington ritenesse l’isola significativamente strategica.
Venendo a tempi più recenti, non è che la voce grossa dei francesi e degli europei sia poi così giustificata. Al netto dei modi duri, Trump non ha esattamente tutti i torti quando pone la questione della Groenlandia. Innanzitutto, a dicembre 2024, fu l’amministrazione Biden a lanciare l’allarme su un aumento della cooperazione sino-russa nell’Artico: Artico che tuttavia non era granché stato al centro dei pensieri dell’allora presidente americano. In secondo luogo, sono state proprio le rivendicazioni di Trump sulla Groenlandia (espresse già a gennaio dell’anno scorso) a dare una scossa agli europei su questo dossier. A ottobre, Copenaghen ha annunciato una spesa extra da 4,2 miliardi di dollari per rafforzare la difesa nella regione artica. Era inoltre il mese scorso, quando la Groenlandia ha concesso una licenza di sfruttamento per il giacimento di grafite di Amitsoq a GreenRoc Mining, in un’iniziativa che è stata sostenuta dall’Ue. Insomma, se non fosse stato per Trump, probabilmente gli europei avrebbero continuato a ignorare bellamente la strategicità dell’isola sia sul fronte militare che su quello delle materie prime.
Ma non è tutto. Per quanto possano fare la voce grossa, gli europei sanno bene di non poter fare a meno degli Stati Uniti sia per quanto riguarda il processo diplomatico ucraino sia per quanto concerne la credibilità della Nato. Trump di questo è consapevole e, proprio ieri, su Truth ha dichiarato: «La Russia e la Cina non hanno alcuna paura della Nato senza gli Stati Uniti, e dubito che la Nato sarebbe lì per noi se ne avessimo davvero bisogno. Sono tutti fortunati che io abbia ricostruito il nostro esercito durante il mio primo mandato, e che continuiamo a farlo. Saremo sempre al fianco della Nato, anche se loro non ci saranno per noi». Tutto questo evidenzia come le manie di grandezza della Francia abbiano le armi spuntate. Il peso geopolitico del Vecchio continente appare infatti sempre più inconsistente. Senza poi trascurare che Emmanuel Macron ha costantemente flirtato (e continua a flirtare) con la Cina: un discorso, questo, che ha riguardato anche il cancellierato di Olaf Scholz in Germania (durato dal 2021 al 2025). Tutto questo per dire che, oltre a ignorare sostanzialmente l’Artico, alcuni Paesi europei, in questi anni, hanno creato delle tensioni nelle relazioni transatlantiche. E questo ben prima che Trump tornasse alla Casa Bianca. Quindi, prima di gridare allo scandalo sulla Groenlandia, forse gli europei, a partire da Francia e Germania, dovrebbero pensare un tantino alle proprie responsabilità.
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