Ci sono almeno tre buoni motivi per cui se fossimo nei panni di Luigi Di Maio rinunceremmo all’idea di tassare le auto ritenute inquinanti. Il primo è piuttosto evidente e per vederlo è sufficiente spingere l’occhio oltre la punta del proprio naso e guardare ciò che è accaduto in Francia. Anche Emmanuel Macron era animato da nobili principi ecologici. L’inquilino dell’Eliseo voleva passare alla storia come il presidente che, se non il Paese, avrebbe almeno ripulito l’aria. Così ecco varata l’imposta sui veicoli che inquinano. Peccato che tra i possessori di auto vecchie, con motori fuori norma, ci sia principalmente chi non ha i soldi per comprarsene una nuova, ossia la povera gente, che in Francia come in Italia risulta essere la maggioranza. Se tu penalizzi persone che si alzano la mattina presto e per lavorare percorrono molti chilometri su un macinino scassato, è ovvio che queste si ribellano e protestano: ed è ciò che è accaduto Oltralpe nelle scorse settimane. All’inizio Macron ha fatto il gradasso, dichiarando di voler tirar dritto. Poi, quando sono cominciati gli scontri e alle manifestazioni pacifiche si sono sostituite quelle che hanno messo a ferro e fuoco le città, monsieur le president ha messo la retromarcia, rimangiandosi tutto per sei mesi ma molto probabilmente per sempre.Ecco, dopo una simile debaclé tutto ci saremmo aspettati tranne che Luigi Di Maio (…)

(…) volesse seguire l’esempio dell’ex banchiere dei Rothschild, questa semmai è una cosa che può fare Matteo Renzi, il quale è in marcia come il presidente francese verso la sconfitta più devastante, ossia quella del suo nuovo partito.

Oltre a questa ragione – già di per sé sufficiente a indurre chiunque a rimettere nel cassetto la tassa ecologista – ce n’è una seconda, altrettanto valida. Non so per quale ragione ma qualcuno si è convinto che le auto elettriche siano la soluzione all’inquinamento e all’effetto serra. Forse perché quando le avvii non si sente il rombo del motore. Forse perché il tubo di scappamento non scarica una nuvola puzzolente come il diesel. Sta di fatto che la percezione è che l’elettrico depuri l’aria. In realtà si tratta di una bufala, perché se è vero che la vettura elettrica in sé non inquina è altrettanto vero che quando la si ricarica da qualche altra parte c’è una centrale che produce inquinamento. Uno studio ha dimostrato che l’auto elettrica inquina meno solo là dove l’energia è prodotta con fonti rinnovabili e l’Italia non è tra questi pochissimi Paesi. Anzi, produce 170 grammi al chilometro di CO2, più di quanto facciano diesel e benzina. Come ha scritto pochi giorni fa sulla Verità Sergio Barlocchetti, nel 2016 a Hong Kong è stato condotto un esperimento su una Tesla e su una Bmw 320i. Secondo il test, realizzato dall’analista Neil Beveridge, percorrendo 150.000 chilometri la Tesla produce 27,1 tonnellate di CO2, mentre la Bmw si ferma a 22,8 tonnellate. Come si spiega? Semplice: nella notte la Tesla veniva ricaricata con l’energia prodotta da una società che utilizzava un mix di combustibile fossile e di nucleare.

Insomma, nella città in cui circoliamo l’auto elettrica inquina meno, ma da qualche parte c’è una centrale che per produrre l’energia usata dal veicolo silenzioso e affatto puzzolente inquina anche più di prima. Per non parlare dei luoghi dove prima o poi si dovrà smaltire la batteria.

Terza buona ragione per abbandonare l’idea di tassare le auto a benzina. Come tutti sanno Sergio Marchionne fino all’ultimo o quasi si era detto scettico davanti all’idea di trasformare la Fiat (anzi la Fca) in un’azienda produttrice di auto elettriche. Secondo il manager nelle nostre città sarebbe stato impossibile mettere lungo ogni marciapiede una colonnina di alimentazione e, siccome molti italiani non hanno il box e parcheggiano in strada, ricaricare si sarebbe rivelata un’impresa. Risultato: oggi la Fiat non primeggia nelle vendite di auto elettriche, tassare quelle a benzina equivarrebbe dunque a dare una mazzata all’azienda e, di riflesso, a chi vi lavora, in un momento in cui il gruppo ha già qualche problema. So che un governo non deve solo fare gli interessi delle imprese private, ma deve badare a quelli della collettività, ma dato che il Pil già langue non credo sia una buona idea contribuire a farlo scendere ancora un po’.

Un’ultima annotazione: tassare non porta mai bene a nessun governo. Di Maio e compagni farebbero bene a ricordarsi com’è finito Mario Monti. Da salvatore della patria ora è trattato alla stregua di una specie di reietto per aver messo l’imposta sulla casa. Figuratevi quella sull’auto, veicolo che, per molti italiani, nelle classifica di ciò che è più caro viene subito dopo la mamma.

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