L’attesa per la seconda stagione di «Scissione» è finita
«Scissione» (Apple Tv+)

La serie televisiva, la cui seconda stagione sarà disponibile su Apple Tv+ a partire da venerdì 17 gennaio, è straordinariamente interessante, perché, per quanto lontano sia il futuro e la sua rappresentazione così come lo show la offre, la dicotomia privato-lavoro è fonte pressoché inesauribile di empatia e immedesimazione.

La parola «distopia» sarebbe riduttiva per descrivere Scissione. Forse, semplicemente, sarebbe inadatta. La serie televisiva, la cui seconda stagione sarà disponibile su Apple Tv+ a partire da venerdì 17 gennaio, non è (solo) la rappresentazione di un mondo in cui la bruttura, il terrore e gli incubi abbiano preso lo spazio della realtà. È, anche e soprattuto, un interrogarsi continuo e concreto tanto sulla natura dell’essere umano quanto sulla sua capacità (necessità, piuttosto) di vivere inserito in un contesto sociale e professionale.

Scissione, che alla regia vede un Ben Stiller non più in vena di commedia, mette in scena il futuro. Ed è cupo, questo futuro, strano in un modo che non ha alcunché di buffo o divertente. Gli individui lavorano in uno stato di alienazione volontaria. Hanno un chip nella testa, ed è varcando la soglia della propria azienda, la Lumon Industries, che il clic avviene; non metaforico, ma concreto. Una volta sedute alle proprie scrivanie, le persone vedono attivarsi il chip e spegnersi con ciò l’interruttore dell’individualità. Diventano automi, in una certa misura, costretti dalla tecnologia a dimenticare la dimensione soggettiva e privata per far sì che la mente diventi appannaggio esclusivo del sé lavoratore. Il tempo smette di scorrere. Non c’è passato né futuro, non ci sono ricordi o pensieri, desideri, pulsioni. C’è solo il lavoro, con le sue urgenze, gli obblighi, le scadenze. Poi, al termine della giornata, di nuovo un clic, nel senso opposto questa volta. Fuori dalle aziende, tornano tutti a respirare, a vivere, e non c’è memoria di quel che è accaduto in orario di ufficio. Qualcuno, nella distopia, potrebbe vedere efficienza, un’ottimizzazione delle risorse e del tempo. Ma qualcun altro, come accade nell’economia dello show, vede e avverte altro: un pericolo non ben definito, una minaccia.

Nella prima stagione di Scissione, la minaccia aleggiava nell’aria, inafferrabile e inafferrata. Nella seconda stagione, è tangibile, a tratti. E ad afferrarla sono i protagonisti, incarnati – tutti – dal meglio che Hollywood abbia da offrire. Patricia Arquette, John Turturro e Christopher Walken sono tra gli interpreti dello show, deputati – in questi nuovi episodi, dieci in totale – a scoprire quali e quanto orribili conseguenze la tecnologia abbia portato nelle loro vite. È la distopia che prende forma, l’incubo. Un gioco di potere e delirio, venduto come opzione migliore e migliorativa per l’umanità. Sulla carta, potrebbe essere trito tutto questo, la copia di mille storie già raccontate. E, invece, Scissione è straordinariamente interessante, perché, per quanto lontano sia il futuro e la sua rappresentazione così come lo show la offre, la dicotomia privato-lavoro è fonte pressoché inesauribile di empatia e immedesimazione. Tante domande, dunque, tante occasioni di vivere sulla propria pelle quel che la serie prova a ipotizzare. Da vedere.

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