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2023-12-13
Schiaffi a Zelensky negli Usa. E l’Ucraina confessa: «La controffensiva è fallita»
Volodymyr Zelensky (Ansa)
Maglione nero, pantalone verde. Il presidente ucraino è volato negli Usa con la solita tenuta marziale. E, soprattutto, con il cappello in mano, per chiedere altre armi e altri soldi. Quelli che la pattuglia trumpiana, forte abbastanza da bloccare il Parlamento, continua a negargli. Nelle stesse ore in cui il «nuovo Churchill» riceveva porte in faccia a Washington, i russi annunciavano un’avanzata a Zaporizhzhia; un attacco hacker mandava in tilt rete mobile, Internet e Monobank, uno dei principali istituti di credito della nazione invasa; e il segretario del Consiglio per la sicurezza di Kiev, Oleksii Danilov, con la Bbc ammetteva il fiasco della controffensiva: «C’erano delle speranze, ma non si sono avverate».
Qualche mese fa, la missione statunitense di Volodymyr Zelensky sarebbe stata una passerella. Ieri, la terza trasferta dall’inizio della guerra si è rivelata un tentativo a perdere. Iniziato con l’accoglienza tra gli applausi al Congresso e i colloqui privati con deputati e senatori, al fianco del numero uno al Senato dei dem, Chuck Schumer, e di quello dei repubblicani, Mitch McConnell. Il quale ha però ribadito l’orientamento del suo partito: sì ai finanziamenti (un pacchetto da 61 miliardi di dollari) solo quando l’amministrazione americana sigillerà il confine meridionale. Conclusione: «È praticamente impossibile» autorizzare i trasferimenti di risorse «prima di Natale».
Subito dopo, Zelensky ha visto lo Speaker, Mike Johnson, uomo vicino a Donald Trump. Anche lui non si è granché ammorbidito: ha confermato che ci vuole trasparenza su come sono spesi i denari dei contribuenti e che bisogna intervenire per fermare l’immigrazione illegale. Altrimenti, niente aiuti agli alleati. Infine, il presidente ucraino si è recato nello Studio Ovale, per il vertice con Joe Biden.
La conferenza stampa dei due omologhi era programmata per la tarda serata italiana, dopo che La Verità era andata in stampa. In ogni caso, senza un compromesso al Congresso, l’inquilino della Casa Bianca non poteva andare molto oltre la promessa di qualche giorno fa: una manciata di razzi. E nessun nuovo assegno. Quanto rimane in cassa basta a stento fino a fine mese.
Anche i rapporti di Kiev con il Vecchio continente si avvicinano a un binario morto. La Commissione ha concordato un iter per destinare alla resistenza i profitti generati dagli asset russi congelati. Il neopremier polacco, Donald Tusk, si è spinto a invocare la «mobilitazione totale» in favore degli aggrediti. Nondimeno, gli ambasciatori Ue non hanno trovato la quadra sul dodicesimo round di sanzioni a Mosca. E le trattative sulla procedura accelerata per l’ingresso nell’Unione dell’Ucraina, oltre che della Moldavia, si sono arenate: al veto di Ungheria e Slovacchia si è aggiunto quello dell’Austria. Il cancelliere, Karl Nehammer, ritiene che, per il Paese in guerra, «non dovrebbe esserci alcun trattamento preferenziale». Alle attuali condizioni, non ci sono margini d’intesa. Il leader di Budapest, Viktor Orbán, ha ribadito le sue ragioni in un tweet: «I numeri sono chiari: i burocrati a Bruxelles non rappresentano il popolo europeo! Il 71%» dei cittadini, stando almeno a un sondaggio della conservatrice Szádzavég Foundation, «vuole che la guerra finisca subito, mentre il 73% concorda sul fatto che Russia e Ucraina debbano essere obbligate a condurre negoziati di pace». Alla faccia del sostegno a oltranza ai buoni, alla faccia dello spauracchio del Lebensraum di Vladimir Putin, il quale, incassata la vittoria nel Donbass, sarebbe intenzionato - giurano gli analisti occidentali - a riprovare la presa della capitale e poi a proseguire la marcia verso Ovest. Di sicuro, con l’inerzia del conflitto dalla sua parte, lo zar non è propenso a trattare. Nemmeno se sono vere le stime dell’intelligence statunitense: il Cremlino avrebbe perso quasi il 90% delle truppe di cui disponeva prima dell’«operazione speciale».
Gli Stati europei riluttanti devono avere ben presente l’entità del conto da pagare per l’entrata dell’Ucraina nell’Ue, sia in termini militari sia in termini economici. Quanto al primo punto, anche in assenza di un’adesione alla Nato, i membri del club dovrebbero impegnarsi nella difesa dell’alleato, come prescrivono i trattati; quanto al secondo, le sovvenzioni e i costi della ricostruzione si aggiungerebbero al prezzo della crisi energetica e del disaccoppiamento da Mosca. Ne sa qualcosa la Germania.
La Süddeutsche Zeitung ha segnalato che diverse aziende tedesche stanno inoltrando domanda di risarcimento al governo federale, per la perdita dei giri d’affari con la Russia. Tra esse, Wintershall Dea, società di gas e petrolio, Siemens Mobility e Volkswagen Bank. Già a metà novembre, a Berlino erano arrivati 16 faldoni, per un totale di 2,8 miliardi di euro, relativi a investimenti coperti da garanzie pubbliche. Tutto ciò avviene proprio nel momento in cui, al Bundestag, si è fatto serrato il confronto sulla manovra, strascico del pasticcio sui fondi extra bilancio.
Stando così le cose, non è strano che, tra i titubanti verso l’Ucraina, figuri pure Berlino, nonostante le rassicurazioni del cancelliere, Olaf Scholz. Con questa guerra per procura, gli americani puntavano, sì, a intrappolare Putin, ma altresì a picconare l’egemonia continentale tedesca, alimentata dalle economiche forniture energetiche di Mosca. Un modello imploso - sabotato - insieme ai tubi del gasdotto baltico. La leadership teutonica era un fardello, ma la sua crisi trascina con sé la filiera produttiva che era agganciata alla locomotiva, a cominciare dalla manifattura del Nord Est d’Italia. Vale l’antico principio: se Atene piange, Sparta non ride.
Bibi ammette dissidi con l’America. Biden: «Perdete sostegno ovunque»
Ieri, l’esercito israeliano ha iniziato a pompare acqua di mare nei tunnel di Hamas a Gaza. Ma nessuno sa cosa succederà, una volta che il conflitto nella Striscia di Gaza sarà concluso. Non tutti la pensano allo stesso modo. Neanche Israele e Stati Uniti. Persino il premier israeliano, Benjamin Netanyahu, lo ha riconosciuto, continuando tuttavia a ringraziare Washington per il sostegno dato e assicurando che non verrà ripetuto «l’errore di Oslo», che portò alla collaborazione con i palestinesi. «Non può essere che, dopo l’enorme sacrificio dei nostri combattenti, lasceremo entrare a Gaza coloro che insegnano, sostengono e finanziano il terrorismo». «Gaza non sarà Hamas-stan nè Fatah-stan», ha assicurato Netanyahu, che nei giorni scorsi è stato criticato per aver paragonato il massiccio attacco di Hamas in Israele il 7 ottobre agli Accordi di Oslo.Parlando al ricevimento alla Casa Bianca per la festa ebraica di Hanukkah, il presidente americano, Joe Biden, ha ricordato la sua relazione decennale con Netanyahu, raccontando di aver fatto un’annotazione su una vecchia fotografia di loro due, usando il soprannome per il leader israeliano. «Ci ho scritto sopra: “Bibi, ti voglio bene ma non sono d’accordo con un accidenti di ciò che hai da dire”. E oggi è più o meno la stessa cosa», ha detto Biden tra applausi sparsi di un pubblico in gran parte ebraico, aggiungendo che Israele è in una «posizione difficile». Ha concluso però ribadendo ancora una volta la sua vicinanza al popolo ebraico e alla sua causa: «Non bisogna essere ebrei per essere sionisti, io sono sionista. Continuiamo a fornire aiuti militari a Israele per difendersi da Hamas ma bisogna stare attenti, devono stare attenti: l’opinione pubblica può cambiare da un giorno all’altro». Ha spiegato poi che Israele sta «cominciando a perdere sostegno in tutto il mondo» a causa dei bombardamenti indiscriminati. Ad ogni modo, il segretario alla Difesa americano, Lloyd Austin, dovrebbe visitare Israele la prossima settimana. Il segretario di Stato, Antony Blinken, è stato nel Paese la settimana scorsa e il consigliere per la sicurezza nazionale, Jake Sullivan, lo visiterà alla fine della settimana. Mentre si pensa al futuro, nel presente, l’Alto rappresentante Ue per la politica estera, Josep Borrell, continua ad attaccare Israele con sempre più veemenza. «La situazione a Gaza peggiora. L’Onu ci dice che non ci sono rifugi possibili e sta per smettere di lavorare nell’area per mancanza di risorse e sicurezza. Al G7 avevamo richiesto che le attività militari di Israele a Gaza Sud non seguissero lo stesso schema di Gaza Nord ma il livello di distruzione resta senza precedenti. È peggio di Dresda, Colonia è simile a quello che è successo ad Amburgo. Tale orrore non può essere giustificato con l’orrore del 7 ottobre».
Intanto, l’assemblea generale dell’Onu si è riunita ancora una volta per discutere una nuova risoluzione per il cessate il fuoco, simile a quella bloccata dal veto degli Stati Uniti la settimana scorsa. Il ministero della Salute di Gaza, controllato da Hamas, ha riferito che fin qui i morti nella Striscia sarebbero 18.412. Numeri su cui ancora una volta è impossibile effettuare una verifica indipendente.
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Il leader di Kiev al Congresso e alla Casa Bianca, ma i trumpiani non sbloccano gli aiuti Sanzioni boomerang su Berlino: le imprese chiedono risarcimenti per gli affari sfumati. Josep Borrell accusa: «Gaza peggio di Dresda». Israele inizia ad allagare i tunnel di Hamas.Lo speciale contiene due articoli.Maglione nero, pantalone verde. Il presidente ucraino è volato negli Usa con la solita tenuta marziale. E, soprattutto, con il cappello in mano, per chiedere altre armi e altri soldi. Quelli che la pattuglia trumpiana, forte abbastanza da bloccare il Parlamento, continua a negargli. Nelle stesse ore in cui il «nuovo Churchill» riceveva porte in faccia a Washington, i russi annunciavano un’avanzata a Zaporizhzhia; un attacco hacker mandava in tilt rete mobile, Internet e Monobank, uno dei principali istituti di credito della nazione invasa; e il segretario del Consiglio per la sicurezza di Kiev, Oleksii Danilov, con la Bbc ammetteva il fiasco della controffensiva: «C’erano delle speranze, ma non si sono avverate». Qualche mese fa, la missione statunitense di Volodymyr Zelensky sarebbe stata una passerella. Ieri, la terza trasferta dall’inizio della guerra si è rivelata un tentativo a perdere. Iniziato con l’accoglienza tra gli applausi al Congresso e i colloqui privati con deputati e senatori, al fianco del numero uno al Senato dei dem, Chuck Schumer, e di quello dei repubblicani, Mitch McConnell. Il quale ha però ribadito l’orientamento del suo partito: sì ai finanziamenti (un pacchetto da 61 miliardi di dollari) solo quando l’amministrazione americana sigillerà il confine meridionale. Conclusione: «È praticamente impossibile» autorizzare i trasferimenti di risorse «prima di Natale». Subito dopo, Zelensky ha visto lo Speaker, Mike Johnson, uomo vicino a Donald Trump. Anche lui non si è granché ammorbidito: ha confermato che ci vuole trasparenza su come sono spesi i denari dei contribuenti e che bisogna intervenire per fermare l’immigrazione illegale. Altrimenti, niente aiuti agli alleati. Infine, il presidente ucraino si è recato nello Studio Ovale, per il vertice con Joe Biden.La conferenza stampa dei due omologhi era programmata per la tarda serata italiana, dopo che La Verità era andata in stampa. In ogni caso, senza un compromesso al Congresso, l’inquilino della Casa Bianca non poteva andare molto oltre la promessa di qualche giorno fa: una manciata di razzi. E nessun nuovo assegno. Quanto rimane in cassa basta a stento fino a fine mese. Anche i rapporti di Kiev con il Vecchio continente si avvicinano a un binario morto. La Commissione ha concordato un iter per destinare alla resistenza i profitti generati dagli asset russi congelati. Il neopremier polacco, Donald Tusk, si è spinto a invocare la «mobilitazione totale» in favore degli aggrediti. Nondimeno, gli ambasciatori Ue non hanno trovato la quadra sul dodicesimo round di sanzioni a Mosca. E le trattative sulla procedura accelerata per l’ingresso nell’Unione dell’Ucraina, oltre che della Moldavia, si sono arenate: al veto di Ungheria e Slovacchia si è aggiunto quello dell’Austria. Il cancelliere, Karl Nehammer, ritiene che, per il Paese in guerra, «non dovrebbe esserci alcun trattamento preferenziale». Alle attuali condizioni, non ci sono margini d’intesa. Il leader di Budapest, Viktor Orbán, ha ribadito le sue ragioni in un tweet: «I numeri sono chiari: i burocrati a Bruxelles non rappresentano il popolo europeo! Il 71%» dei cittadini, stando almeno a un sondaggio della conservatrice Szádzavég Foundation, «vuole che la guerra finisca subito, mentre il 73% concorda sul fatto che Russia e Ucraina debbano essere obbligate a condurre negoziati di pace». Alla faccia del sostegno a oltranza ai buoni, alla faccia dello spauracchio del Lebensraum di Vladimir Putin, il quale, incassata la vittoria nel Donbass, sarebbe intenzionato - giurano gli analisti occidentali - a riprovare la presa della capitale e poi a proseguire la marcia verso Ovest. Di sicuro, con l’inerzia del conflitto dalla sua parte, lo zar non è propenso a trattare. Nemmeno se sono vere le stime dell’intelligence statunitense: il Cremlino avrebbe perso quasi il 90% delle truppe di cui disponeva prima dell’«operazione speciale».Gli Stati europei riluttanti devono avere ben presente l’entità del conto da pagare per l’entrata dell’Ucraina nell’Ue, sia in termini militari sia in termini economici. Quanto al primo punto, anche in assenza di un’adesione alla Nato, i membri del club dovrebbero impegnarsi nella difesa dell’alleato, come prescrivono i trattati; quanto al secondo, le sovvenzioni e i costi della ricostruzione si aggiungerebbero al prezzo della crisi energetica e del disaccoppiamento da Mosca. Ne sa qualcosa la Germania. La Süddeutsche Zeitung ha segnalato che diverse aziende tedesche stanno inoltrando domanda di risarcimento al governo federale, per la perdita dei giri d’affari con la Russia. Tra esse, Wintershall Dea, società di gas e petrolio, Siemens Mobility e Volkswagen Bank. Già a metà novembre, a Berlino erano arrivati 16 faldoni, per un totale di 2,8 miliardi di euro, relativi a investimenti coperti da garanzie pubbliche. Tutto ciò avviene proprio nel momento in cui, al Bundestag, si è fatto serrato il confronto sulla manovra, strascico del pasticcio sui fondi extra bilancio. Stando così le cose, non è strano che, tra i titubanti verso l’Ucraina, figuri pure Berlino, nonostante le rassicurazioni del cancelliere, Olaf Scholz. Con questa guerra per procura, gli americani puntavano, sì, a intrappolare Putin, ma altresì a picconare l’egemonia continentale tedesca, alimentata dalle economiche forniture energetiche di Mosca. Un modello imploso - sabotato - insieme ai tubi del gasdotto baltico. La leadership teutonica era un fardello, ma la sua crisi trascina con sé la filiera produttiva che era agganciata alla locomotiva, a cominciare dalla manifattura del Nord Est d’Italia. Vale l’antico principio: se Atene piange, Sparta non ride.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/schiaffi-a-zelensky-negli-usa-2666575594.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="bibi-ammette-dissidi-con-lamerica-biden-perdete-sostegno-ovunque" data-post-id="2666575594" data-published-at="1702461560" data-use-pagination="False"> Bibi ammette dissidi con l’America. Biden: «Perdete sostegno ovunque» Ieri, l’esercito israeliano ha iniziato a pompare acqua di mare nei tunnel di Hamas a Gaza. Ma nessuno sa cosa succederà, una volta che il conflitto nella Striscia di Gaza sarà concluso. Non tutti la pensano allo stesso modo. Neanche Israele e Stati Uniti. Persino il premier israeliano, Benjamin Netanyahu, lo ha riconosciuto, continuando tuttavia a ringraziare Washington per il sostegno dato e assicurando che non verrà ripetuto «l’errore di Oslo», che portò alla collaborazione con i palestinesi. «Non può essere che, dopo l’enorme sacrificio dei nostri combattenti, lasceremo entrare a Gaza coloro che insegnano, sostengono e finanziano il terrorismo». «Gaza non sarà Hamas-stan nè Fatah-stan», ha assicurato Netanyahu, che nei giorni scorsi è stato criticato per aver paragonato il massiccio attacco di Hamas in Israele il 7 ottobre agli Accordi di Oslo.Parlando al ricevimento alla Casa Bianca per la festa ebraica di Hanukkah, il presidente americano, Joe Biden, ha ricordato la sua relazione decennale con Netanyahu, raccontando di aver fatto un’annotazione su una vecchia fotografia di loro due, usando il soprannome per il leader israeliano. «Ci ho scritto sopra: “Bibi, ti voglio bene ma non sono d’accordo con un accidenti di ciò che hai da dire”. E oggi è più o meno la stessa cosa», ha detto Biden tra applausi sparsi di un pubblico in gran parte ebraico, aggiungendo che Israele è in una «posizione difficile». Ha concluso però ribadendo ancora una volta la sua vicinanza al popolo ebraico e alla sua causa: «Non bisogna essere ebrei per essere sionisti, io sono sionista. Continuiamo a fornire aiuti militari a Israele per difendersi da Hamas ma bisogna stare attenti, devono stare attenti: l’opinione pubblica può cambiare da un giorno all’altro». Ha spiegato poi che Israele sta «cominciando a perdere sostegno in tutto il mondo» a causa dei bombardamenti indiscriminati. Ad ogni modo, il segretario alla Difesa americano, Lloyd Austin, dovrebbe visitare Israele la prossima settimana. Il segretario di Stato, Antony Blinken, è stato nel Paese la settimana scorsa e il consigliere per la sicurezza nazionale, Jake Sullivan, lo visiterà alla fine della settimana. Mentre si pensa al futuro, nel presente, l’Alto rappresentante Ue per la politica estera, Josep Borrell, continua ad attaccare Israele con sempre più veemenza. «La situazione a Gaza peggiora. L’Onu ci dice che non ci sono rifugi possibili e sta per smettere di lavorare nell’area per mancanza di risorse e sicurezza. Al G7 avevamo richiesto che le attività militari di Israele a Gaza Sud non seguissero lo stesso schema di Gaza Nord ma il livello di distruzione resta senza precedenti. È peggio di Dresda, Colonia è simile a quello che è successo ad Amburgo. Tale orrore non può essere giustificato con l’orrore del 7 ottobre». Intanto, l’assemblea generale dell’Onu si è riunita ancora una volta per discutere una nuova risoluzione per il cessate il fuoco, simile a quella bloccata dal veto degli Stati Uniti la settimana scorsa. Il ministero della Salute di Gaza, controllato da Hamas, ha riferito che fin qui i morti nella Striscia sarebbero 18.412. Numeri su cui ancora una volta è impossibile effettuare una verifica indipendente.
Jacques e Jessica Moretti con i loro avvocati (Ansa)
L’interrogatorio di oggi, a quanto risulta, ha riguardato i beni della coppia e le loro (sempre meno chiare) attività imprenditoriali, mentre un nuovo confronto sull’incendio si dovrebbe tenere domani. Ma questo è bastato per far prendere alle autorità svizzere, finalmente, la decisione di applicare per i due, accusati di omicidio colposo, lesioni e incendio colposo, le misure cautelari che i parenti delle vittime si aspettavano già da giorni. Per quanto riguarda Jaques, la procuratrice Catherine Seppey ha ritenuto che la sua nazionalità francese e le sue abitudini di spostarsi frequentemente da un luogo all’altro per affari fossero elementi sufficienti per ipotizzare che l’uomo potesse lasciare la Svizzera per tornare in patria. Soprattutto perché la Francia è un Paese che non estrada i suoi cittadini. L’uomo, al termine dell’incontro in Procura, è stato visto salire su un mezzo della polizia per essere tradotto in carcere.
La signora Moretti, invece, è uscita dagli uffici della polizia scortata dai suoi legali ed è stata mandata a casa, dove la Procura avrebbe chiesto per lei le misure domiciliari: dovrà indossare un braccialetto elettronico e presentarsi ogni tre giorni per la firma. Nell’immensa tragedia che ha stravolto la vita di tante famiglie, questo è il primo momento di riallineamento alla realtà dell’inchiesta svizzera, che fino ad oggi - anche a fronte di evidenze gravissime, dagli abusi dei gestori ai mancati controlli da parte degli enti pubblici - aveva tenuto un approccio ritenuto da molti troppo blando.
Nelle prossime 48 ore, comunque, la decisione dell’arresto e delle misure cautelari dovrà essere confermata dal giudice che si occupa, a livello cantonale, dei provvedimenti coercitivi.
Jessica, dunque, si sarebbe risparmiata il carcere in quanto - secondo alcuni media francesi - sarebbe madre di un bambino di 10 mesi (oltre a un primo figlio più grande, presente la sera dell’incendio come capo staff del locale andato a fuoco). La donna era arrivata oggi mattina a Sion, sede della procura generale del Canton Vallese, mano nella mano con Jaques, accompagnata dagli avvocati che seguono la coppia e scortata dalla polizia. I due erano entrati da una porta laterale degli uffici e lei - che la notte dell’incendio era presente a Le Constellation - con gli occhialoni scuri calati sulla faccia non aveva risposto ai giornalisti che la sollecitavano a porgere le scuse alle vittime.
Una volta uscita dall’interrogatorio, invece, trovatasi sola e con il marito in partenza per il carcere, Jessica ha parlato: «I miei pensieri costanti vanno alle vittime e alle persone che lottano tutt’oggi. È una tragedia inimmaginabile e mai avremmo pensato che potesse accadere. Si è verificata nella nostra struttura e ci tengo a chiedere scusa», ha detto, piangendo. Parole che, però, nella mente di chi vive un lutto così enorme, non riescono a cancellare l’idea che lei, quella notte davanti al fuoco che divampava, sia fuggita senza prestare soccorsi, se non addirittura con l’incasso della serata stretto tra le braccia.
Oggi, in Svizzera, era lutto nazionale e durante la cerimonia commemorativa dedicata alle vittime il consigliere di Stato del Canton Vallese, Stéphane Ganzer, ha fatto una promessa: «Adesso arriva il tempo della giustizia», ha detto. «È chiaro che avremmo potuto evitare questo dramma. Avremmo dovuto evitarlo. Ma ora la giustizia agirà in maniera rigorosa e indipendente».
Sempre oggi, il premier Giorgia Meloni, intervenendo alla usuale conferenza stampa di inizio anno, ha dichiarato: «Quello che è successo a Crans-Montana non è una disgrazia, è il risultato di troppe persone che non hanno fatto il loro lavoro o che pensavano di fare soldi facili. Ora le responsabilità devono essere individuate e perseguite». Ma torniamo, per un momento, a Jessica e al marito con due particolari che, se confermati, dicono molto della coppia, riportati dal quotidiano svizzero Inside Paradeplatz. Innanzitutto i domiciliari: la signora Moretti li passerà in un ambiente particolarmente confortevole, ossia la villa da 500 metri quadrati, di cui 147 di giardino, acquistata appena un anno fa dai due nel Comune di Lens per oltre 400.000 franchi. Per quanto riguarda Jaques, invece, sempre lo stesso quotidiano, scavando meglio sugli arresti che l’uomo in passato aveva scontato, ha scoperto che già avevano a che fare con la Svizzera. Secondo quanto riportato, infatti, Jaques, allora trentenne, abitava in un paesino francese ai confini con la Svizzera e da lì inviava giovani donne francesi a Ginevra per fare le «accompagnatrici» nelle località di lusso. Nel 2005 i francesi allertarono la polizia, ma poiché in Svizzera la prostituzione non è illegale, Jaques fu condannato in Francia a 12 mesi di carcere, dei quali ne scontò appena quattro. Intanto spuntano nuove accuse per la coppia: la notte della strage tolsero dai social video e foto del locale. A riferirlo uno dei legali delle vittime, l’avvocato Romain Jordan.
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«Gomorra. Le Origini» (Sky)
Non sarebbe stato il futuro, hanno deciso infine, ma il passato a permettere loro di continuare a vivere di Gomorra e dei suoi personaggi. Così, a cinque anni dall’ultima puntata della serie televisiva, dopo un film che ha approfondito verticalmente l’esistenza di uno fra i suoi protagonisti, gli sceneggiatori hanno scelto di confezionare un prequel di Gomorra. E di farlo insieme a Roberto Saviano. La storia, infatti, è frutto di un guizzo estemporaneo, calato, però, all'interno del romanzo originale: riavvolgere il nastro e spiegare (o provare a) come si sia arrivati laddove tutto è cominciato, a Secondigliano e alle lotte per il potere.
Pietro Savastano, allora, non boss, ma ragazzino. Gomorra: Le Origini, su Sky dalla prima serata di venerdì 9 gennaio, torna al 1977, all'anno in cui don Pietro Savastano è solo Pietro: un adolescente di strada, figlio di una famiglia indigente, di una Secondigliano povera e priva di mezzi. Sogna un futuro migliore, come gli amici che lo circondano. Ma questo futuro non sa come costruirlo, né con quali strumenti. Di lì, dunque, la scelta di accodarsi ad Angelo, detto 'a Sirena, reggente di quel pezzo di Napoli che per Savastano e i suoi amici è un tutto senza confini. Di qui, il fascino subito, l'invidia, la voglia di detenere un giorno quello stesso potere, quella stessa ricchezza.
Lo show, in sei episodi, racconta l'ascesa di don Pietro, quel don Pietro che sarebbe diventato padre di Gennaro Savastano e, dunque, motore della Gomorra vera e propria. Pare un romanzo di formazione al contrario, un romanzo di corruzione, la storia di un ragazzino che ha scelto di non scegliere, rimanendo dentro quelle storture che la prossimità gli ha insegnato a conoscere e riconoscere. Pietro Savastano, andando appresso ad Angelo, 'a Sirena, viene introdotto tra le fila della Camorra, al modus operandi della criminalità. Diventa quel che avrebbe dovuto evitare di essere. Ed è in questa sua metamorfosi che germina il seme di Gomorra, così come sette anni di messa in onda televisiva ce l'hanno raccontata.
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La normativa europea ha previsto un sistema graduale: nel 2024 copertura del 40% delle emissioni prodotte, poi salita al 70% nel 2025 e al 100% quest’anno. Un report del Centro studi Confindustria Sardegna ha disegnato uno scenario degli impatti della direttiva Ets trasporto marittimo sulle imprese dell’isola. Nello studio si sottolinea che se per un verso l’imposta dovrebbe accelerare l’introduzione di «innovazioni tecnologiche in grado di fornire un contributo estremamente significativo nella transizione ecologica, per un altro, ad oggi, assistiamo a un incremento esorbitante delle tariffe delle navi a totale discapito del sistema produttivo e del mercato finale». Considerando le due tratte più battute, la Cagliari-Livorno e, viceversa, la Olbia-Livorno, nel primo caso, nel 2024 l’Ets costava 6 euro a metro lineare per mezzo imbarcato (la misura media è di 13,6 metri lineari), con un costo complessivo di 81,60 euro. Nel 2025 l’importo a metro è passato a 16 euro con un sovraccosto di 217,60 euro. Per il 2026 con l’Ets al 100% l’onere, come ipotizza Confindustria, sarà di 27,14 euro a metro lineare e una maggior spesa per mezzo imbarcato di 369,10 euro. Questi rincari si scaricano lungo la filiera fino al consumatore finale. Il sistema Ets sta portando a un aumento anche del costo dei biglietti per i passeggeri. Le compagnie di navigazione hanno inserito nei preventivi una voce specifica, spesso chiamata «Supplemento Ets» o «Eco-Surcharge». Non è una tariffa fissa, ma varia in base alla lunghezza della tratta (ad esempio, la Civitavecchia-Olbia costa meno di supplemento rispetto alla Genova-Porto Torres). Poiché nel 2026 le compagnie devono coprire il 100% delle loro emissioni l’impatto sul prezzo finale è ora più visibile. C’è una nota parzialmente positiva: l’Unione europea ha previsto una deroga (esenzione) per i contratti di Continuità Territoriale fino al 2030. Questo significa che sulle rotte soggette a oneri di servizio pubblico (quelle «statali» con tariffe agevolate per i residenti), l’aumento dovrebbe essere nullo o molto contenuto. Il problema però è che molte rotte per la Sardegna sono operate in regime di «libero mercato» (soprattutto in estate o su tratte non coperte dalla continuità). Su queste navi, il rincaro Ets viene applicato pienamente e pagato da tutti, residenti e turisti. Alcune compagnie stanno cercando di compensare questi costi viaggiando a velocità ridotta per consumare meno carburante e pagare meno tasse, allungando però i tempi di percorrenza. Le aziende sarde hanno problematiche da affrontare anche per rimanere competitive. Per chi vuole risparmiare vale la regola dei voli, ovvero prenotare prima possibile perché i last minute sono diventati sensibilmente più costosi rispetto al passato.
Confitarma, l’associazione degli armatori, ha stimato che l’impatto totale per il sistema Italia nel 2026 dagli Ets a pieno regime, supererà i 600 milioni di euro. Questo costo, avverte l’organizzazione, non può essere assorbito dagli armatori senza mettere a rischio la sopravvivenza delle rotte. È inevitabile, se ne deduce, che potrebbe essere scaricato sulle tariffe. Cifre ufficiali non ci sono.Non c’è solo l’Ets. La Fuel Eu, altro regolamento europeo per diminuire le emissioni di gas serra, crea un costo aggiuntivo in Europa nel 2025 almeno tra 250 e 300 euro a tonnellata. L’aumento dei costi dei traghetti potrebbe spingere alcune aziende a preferire il trasporto tutto su gomma, dove possibile o a delocalizzare, aumentando le emissioni. Pertanto l’imprenditoria sarda si trova a dover pagare una tassa ambientale che chi produce in Lombardia o in Francia, usando camion su strada, non deve pagare allo stesso modo, creando una disparità di mercato. Cna Fita Sardegna ha segnalato che gli aumenti incidono in modo particolare sulle piccole imprese artigiane, già penalizzate dall’assenza di economie di scala e dall’impossibilità di accedere a meccanismi di compensazione automatica.
Sulla Cagliari-Livorno il costo a metro lineare è salito recentemente a 28,50 euro, con un totale di 387,60 euro per semirimorchio. Confrontando i dati con l’ultimo trimestre del 2025, la crescita arriva al 50%. La tratta Olbia-Livorno registra 23,60 euro a metro lineare, con un incremento del 43% rispetto al trimestre precedente. Le tariffe rischiano di rendere insostenibile la logistica per le aziende e c’è il pericolo di una stangata sui prezzi dei beni che viaggiano via mare.Intanto i marittimi respingono l’idea che questi aumenti abbiano a che fare con il costo del lavoro. «Sulle navi si naviga con equipaggi sempre più ridotti», spiegano, «spesso al limite della sicurezza. Non solo non beneficiamo di questi rincari, ma ne subiamo le conseguenze». Secondo i rappresentanti dei lavoratori del mare, negli ultimi anni le compagnie hanno puntato al contenimento dei costi comprimendo il personale. «Si parla di sostenibilità ambientale, ma non di sostenibilità sociale», sottolineano.
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Ecco #DimmiLaVerità del 9 gennaio 2026. Il costituzionalista Stefano Ceccanti, ex parlamentare Pd, spiega le ragioni del comitato La Sinistra che vota Si al referendum sulla giustizia.