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2023-12-13
Schiaffi a Zelensky negli Usa. E l’Ucraina confessa: «La controffensiva è fallita»
Volodymyr Zelensky (Ansa)
Maglione nero, pantalone verde. Il presidente ucraino è volato negli Usa con la solita tenuta marziale. E, soprattutto, con il cappello in mano, per chiedere altre armi e altri soldi. Quelli che la pattuglia trumpiana, forte abbastanza da bloccare il Parlamento, continua a negargli. Nelle stesse ore in cui il «nuovo Churchill» riceveva porte in faccia a Washington, i russi annunciavano un’avanzata a Zaporizhzhia; un attacco hacker mandava in tilt rete mobile, Internet e Monobank, uno dei principali istituti di credito della nazione invasa; e il segretario del Consiglio per la sicurezza di Kiev, Oleksii Danilov, con la Bbc ammetteva il fiasco della controffensiva: «C’erano delle speranze, ma non si sono avverate».
Qualche mese fa, la missione statunitense di Volodymyr Zelensky sarebbe stata una passerella. Ieri, la terza trasferta dall’inizio della guerra si è rivelata un tentativo a perdere. Iniziato con l’accoglienza tra gli applausi al Congresso e i colloqui privati con deputati e senatori, al fianco del numero uno al Senato dei dem, Chuck Schumer, e di quello dei repubblicani, Mitch McConnell. Il quale ha però ribadito l’orientamento del suo partito: sì ai finanziamenti (un pacchetto da 61 miliardi di dollari) solo quando l’amministrazione americana sigillerà il confine meridionale. Conclusione: «È praticamente impossibile» autorizzare i trasferimenti di risorse «prima di Natale».
Subito dopo, Zelensky ha visto lo Speaker, Mike Johnson, uomo vicino a Donald Trump. Anche lui non si è granché ammorbidito: ha confermato che ci vuole trasparenza su come sono spesi i denari dei contribuenti e che bisogna intervenire per fermare l’immigrazione illegale. Altrimenti, niente aiuti agli alleati. Infine, il presidente ucraino si è recato nello Studio Ovale, per il vertice con Joe Biden.
La conferenza stampa dei due omologhi era programmata per la tarda serata italiana, dopo che La Verità era andata in stampa. In ogni caso, senza un compromesso al Congresso, l’inquilino della Casa Bianca non poteva andare molto oltre la promessa di qualche giorno fa: una manciata di razzi. E nessun nuovo assegno. Quanto rimane in cassa basta a stento fino a fine mese.
Anche i rapporti di Kiev con il Vecchio continente si avvicinano a un binario morto. La Commissione ha concordato un iter per destinare alla resistenza i profitti generati dagli asset russi congelati. Il neopremier polacco, Donald Tusk, si è spinto a invocare la «mobilitazione totale» in favore degli aggrediti. Nondimeno, gli ambasciatori Ue non hanno trovato la quadra sul dodicesimo round di sanzioni a Mosca. E le trattative sulla procedura accelerata per l’ingresso nell’Unione dell’Ucraina, oltre che della Moldavia, si sono arenate: al veto di Ungheria e Slovacchia si è aggiunto quello dell’Austria. Il cancelliere, Karl Nehammer, ritiene che, per il Paese in guerra, «non dovrebbe esserci alcun trattamento preferenziale». Alle attuali condizioni, non ci sono margini d’intesa. Il leader di Budapest, Viktor Orbán, ha ribadito le sue ragioni in un tweet: «I numeri sono chiari: i burocrati a Bruxelles non rappresentano il popolo europeo! Il 71%» dei cittadini, stando almeno a un sondaggio della conservatrice Szádzavég Foundation, «vuole che la guerra finisca subito, mentre il 73% concorda sul fatto che Russia e Ucraina debbano essere obbligate a condurre negoziati di pace». Alla faccia del sostegno a oltranza ai buoni, alla faccia dello spauracchio del Lebensraum di Vladimir Putin, il quale, incassata la vittoria nel Donbass, sarebbe intenzionato - giurano gli analisti occidentali - a riprovare la presa della capitale e poi a proseguire la marcia verso Ovest. Di sicuro, con l’inerzia del conflitto dalla sua parte, lo zar non è propenso a trattare. Nemmeno se sono vere le stime dell’intelligence statunitense: il Cremlino avrebbe perso quasi il 90% delle truppe di cui disponeva prima dell’«operazione speciale».
Gli Stati europei riluttanti devono avere ben presente l’entità del conto da pagare per l’entrata dell’Ucraina nell’Ue, sia in termini militari sia in termini economici. Quanto al primo punto, anche in assenza di un’adesione alla Nato, i membri del club dovrebbero impegnarsi nella difesa dell’alleato, come prescrivono i trattati; quanto al secondo, le sovvenzioni e i costi della ricostruzione si aggiungerebbero al prezzo della crisi energetica e del disaccoppiamento da Mosca. Ne sa qualcosa la Germania.
La Süddeutsche Zeitung ha segnalato che diverse aziende tedesche stanno inoltrando domanda di risarcimento al governo federale, per la perdita dei giri d’affari con la Russia. Tra esse, Wintershall Dea, società di gas e petrolio, Siemens Mobility e Volkswagen Bank. Già a metà novembre, a Berlino erano arrivati 16 faldoni, per un totale di 2,8 miliardi di euro, relativi a investimenti coperti da garanzie pubbliche. Tutto ciò avviene proprio nel momento in cui, al Bundestag, si è fatto serrato il confronto sulla manovra, strascico del pasticcio sui fondi extra bilancio.
Stando così le cose, non è strano che, tra i titubanti verso l’Ucraina, figuri pure Berlino, nonostante le rassicurazioni del cancelliere, Olaf Scholz. Con questa guerra per procura, gli americani puntavano, sì, a intrappolare Putin, ma altresì a picconare l’egemonia continentale tedesca, alimentata dalle economiche forniture energetiche di Mosca. Un modello imploso - sabotato - insieme ai tubi del gasdotto baltico. La leadership teutonica era un fardello, ma la sua crisi trascina con sé la filiera produttiva che era agganciata alla locomotiva, a cominciare dalla manifattura del Nord Est d’Italia. Vale l’antico principio: se Atene piange, Sparta non ride.
Bibi ammette dissidi con l’America. Biden: «Perdete sostegno ovunque»
Ieri, l’esercito israeliano ha iniziato a pompare acqua di mare nei tunnel di Hamas a Gaza. Ma nessuno sa cosa succederà, una volta che il conflitto nella Striscia di Gaza sarà concluso. Non tutti la pensano allo stesso modo. Neanche Israele e Stati Uniti. Persino il premier israeliano, Benjamin Netanyahu, lo ha riconosciuto, continuando tuttavia a ringraziare Washington per il sostegno dato e assicurando che non verrà ripetuto «l’errore di Oslo», che portò alla collaborazione con i palestinesi. «Non può essere che, dopo l’enorme sacrificio dei nostri combattenti, lasceremo entrare a Gaza coloro che insegnano, sostengono e finanziano il terrorismo». «Gaza non sarà Hamas-stan nè Fatah-stan», ha assicurato Netanyahu, che nei giorni scorsi è stato criticato per aver paragonato il massiccio attacco di Hamas in Israele il 7 ottobre agli Accordi di Oslo.Parlando al ricevimento alla Casa Bianca per la festa ebraica di Hanukkah, il presidente americano, Joe Biden, ha ricordato la sua relazione decennale con Netanyahu, raccontando di aver fatto un’annotazione su una vecchia fotografia di loro due, usando il soprannome per il leader israeliano. «Ci ho scritto sopra: “Bibi, ti voglio bene ma non sono d’accordo con un accidenti di ciò che hai da dire”. E oggi è più o meno la stessa cosa», ha detto Biden tra applausi sparsi di un pubblico in gran parte ebraico, aggiungendo che Israele è in una «posizione difficile». Ha concluso però ribadendo ancora una volta la sua vicinanza al popolo ebraico e alla sua causa: «Non bisogna essere ebrei per essere sionisti, io sono sionista. Continuiamo a fornire aiuti militari a Israele per difendersi da Hamas ma bisogna stare attenti, devono stare attenti: l’opinione pubblica può cambiare da un giorno all’altro». Ha spiegato poi che Israele sta «cominciando a perdere sostegno in tutto il mondo» a causa dei bombardamenti indiscriminati. Ad ogni modo, il segretario alla Difesa americano, Lloyd Austin, dovrebbe visitare Israele la prossima settimana. Il segretario di Stato, Antony Blinken, è stato nel Paese la settimana scorsa e il consigliere per la sicurezza nazionale, Jake Sullivan, lo visiterà alla fine della settimana. Mentre si pensa al futuro, nel presente, l’Alto rappresentante Ue per la politica estera, Josep Borrell, continua ad attaccare Israele con sempre più veemenza. «La situazione a Gaza peggiora. L’Onu ci dice che non ci sono rifugi possibili e sta per smettere di lavorare nell’area per mancanza di risorse e sicurezza. Al G7 avevamo richiesto che le attività militari di Israele a Gaza Sud non seguissero lo stesso schema di Gaza Nord ma il livello di distruzione resta senza precedenti. È peggio di Dresda, Colonia è simile a quello che è successo ad Amburgo. Tale orrore non può essere giustificato con l’orrore del 7 ottobre».
Intanto, l’assemblea generale dell’Onu si è riunita ancora una volta per discutere una nuova risoluzione per il cessate il fuoco, simile a quella bloccata dal veto degli Stati Uniti la settimana scorsa. Il ministero della Salute di Gaza, controllato da Hamas, ha riferito che fin qui i morti nella Striscia sarebbero 18.412. Numeri su cui ancora una volta è impossibile effettuare una verifica indipendente.
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Il leader di Kiev al Congresso e alla Casa Bianca, ma i trumpiani non sbloccano gli aiuti Sanzioni boomerang su Berlino: le imprese chiedono risarcimenti per gli affari sfumati. Josep Borrell accusa: «Gaza peggio di Dresda». Israele inizia ad allagare i tunnel di Hamas.Lo speciale contiene due articoli.Maglione nero, pantalone verde. Il presidente ucraino è volato negli Usa con la solita tenuta marziale. E, soprattutto, con il cappello in mano, per chiedere altre armi e altri soldi. Quelli che la pattuglia trumpiana, forte abbastanza da bloccare il Parlamento, continua a negargli. Nelle stesse ore in cui il «nuovo Churchill» riceveva porte in faccia a Washington, i russi annunciavano un’avanzata a Zaporizhzhia; un attacco hacker mandava in tilt rete mobile, Internet e Monobank, uno dei principali istituti di credito della nazione invasa; e il segretario del Consiglio per la sicurezza di Kiev, Oleksii Danilov, con la Bbc ammetteva il fiasco della controffensiva: «C’erano delle speranze, ma non si sono avverate». Qualche mese fa, la missione statunitense di Volodymyr Zelensky sarebbe stata una passerella. Ieri, la terza trasferta dall’inizio della guerra si è rivelata un tentativo a perdere. Iniziato con l’accoglienza tra gli applausi al Congresso e i colloqui privati con deputati e senatori, al fianco del numero uno al Senato dei dem, Chuck Schumer, e di quello dei repubblicani, Mitch McConnell. Il quale ha però ribadito l’orientamento del suo partito: sì ai finanziamenti (un pacchetto da 61 miliardi di dollari) solo quando l’amministrazione americana sigillerà il confine meridionale. Conclusione: «È praticamente impossibile» autorizzare i trasferimenti di risorse «prima di Natale». Subito dopo, Zelensky ha visto lo Speaker, Mike Johnson, uomo vicino a Donald Trump. Anche lui non si è granché ammorbidito: ha confermato che ci vuole trasparenza su come sono spesi i denari dei contribuenti e che bisogna intervenire per fermare l’immigrazione illegale. Altrimenti, niente aiuti agli alleati. Infine, il presidente ucraino si è recato nello Studio Ovale, per il vertice con Joe Biden.La conferenza stampa dei due omologhi era programmata per la tarda serata italiana, dopo che La Verità era andata in stampa. In ogni caso, senza un compromesso al Congresso, l’inquilino della Casa Bianca non poteva andare molto oltre la promessa di qualche giorno fa: una manciata di razzi. E nessun nuovo assegno. Quanto rimane in cassa basta a stento fino a fine mese. Anche i rapporti di Kiev con il Vecchio continente si avvicinano a un binario morto. La Commissione ha concordato un iter per destinare alla resistenza i profitti generati dagli asset russi congelati. Il neopremier polacco, Donald Tusk, si è spinto a invocare la «mobilitazione totale» in favore degli aggrediti. Nondimeno, gli ambasciatori Ue non hanno trovato la quadra sul dodicesimo round di sanzioni a Mosca. E le trattative sulla procedura accelerata per l’ingresso nell’Unione dell’Ucraina, oltre che della Moldavia, si sono arenate: al veto di Ungheria e Slovacchia si è aggiunto quello dell’Austria. Il cancelliere, Karl Nehammer, ritiene che, per il Paese in guerra, «non dovrebbe esserci alcun trattamento preferenziale». Alle attuali condizioni, non ci sono margini d’intesa. Il leader di Budapest, Viktor Orbán, ha ribadito le sue ragioni in un tweet: «I numeri sono chiari: i burocrati a Bruxelles non rappresentano il popolo europeo! Il 71%» dei cittadini, stando almeno a un sondaggio della conservatrice Szádzavég Foundation, «vuole che la guerra finisca subito, mentre il 73% concorda sul fatto che Russia e Ucraina debbano essere obbligate a condurre negoziati di pace». Alla faccia del sostegno a oltranza ai buoni, alla faccia dello spauracchio del Lebensraum di Vladimir Putin, il quale, incassata la vittoria nel Donbass, sarebbe intenzionato - giurano gli analisti occidentali - a riprovare la presa della capitale e poi a proseguire la marcia verso Ovest. Di sicuro, con l’inerzia del conflitto dalla sua parte, lo zar non è propenso a trattare. Nemmeno se sono vere le stime dell’intelligence statunitense: il Cremlino avrebbe perso quasi il 90% delle truppe di cui disponeva prima dell’«operazione speciale».Gli Stati europei riluttanti devono avere ben presente l’entità del conto da pagare per l’entrata dell’Ucraina nell’Ue, sia in termini militari sia in termini economici. Quanto al primo punto, anche in assenza di un’adesione alla Nato, i membri del club dovrebbero impegnarsi nella difesa dell’alleato, come prescrivono i trattati; quanto al secondo, le sovvenzioni e i costi della ricostruzione si aggiungerebbero al prezzo della crisi energetica e del disaccoppiamento da Mosca. Ne sa qualcosa la Germania. La Süddeutsche Zeitung ha segnalato che diverse aziende tedesche stanno inoltrando domanda di risarcimento al governo federale, per la perdita dei giri d’affari con la Russia. Tra esse, Wintershall Dea, società di gas e petrolio, Siemens Mobility e Volkswagen Bank. Già a metà novembre, a Berlino erano arrivati 16 faldoni, per un totale di 2,8 miliardi di euro, relativi a investimenti coperti da garanzie pubbliche. Tutto ciò avviene proprio nel momento in cui, al Bundestag, si è fatto serrato il confronto sulla manovra, strascico del pasticcio sui fondi extra bilancio. Stando così le cose, non è strano che, tra i titubanti verso l’Ucraina, figuri pure Berlino, nonostante le rassicurazioni del cancelliere, Olaf Scholz. Con questa guerra per procura, gli americani puntavano, sì, a intrappolare Putin, ma altresì a picconare l’egemonia continentale tedesca, alimentata dalle economiche forniture energetiche di Mosca. Un modello imploso - sabotato - insieme ai tubi del gasdotto baltico. La leadership teutonica era un fardello, ma la sua crisi trascina con sé la filiera produttiva che era agganciata alla locomotiva, a cominciare dalla manifattura del Nord Est d’Italia. Vale l’antico principio: se Atene piange, Sparta non ride.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/schiaffi-a-zelensky-negli-usa-2666575594.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="bibi-ammette-dissidi-con-lamerica-biden-perdete-sostegno-ovunque" data-post-id="2666575594" data-published-at="1702461560" data-use-pagination="False"> Bibi ammette dissidi con l’America. Biden: «Perdete sostegno ovunque» Ieri, l’esercito israeliano ha iniziato a pompare acqua di mare nei tunnel di Hamas a Gaza. Ma nessuno sa cosa succederà, una volta che il conflitto nella Striscia di Gaza sarà concluso. Non tutti la pensano allo stesso modo. Neanche Israele e Stati Uniti. Persino il premier israeliano, Benjamin Netanyahu, lo ha riconosciuto, continuando tuttavia a ringraziare Washington per il sostegno dato e assicurando che non verrà ripetuto «l’errore di Oslo», che portò alla collaborazione con i palestinesi. «Non può essere che, dopo l’enorme sacrificio dei nostri combattenti, lasceremo entrare a Gaza coloro che insegnano, sostengono e finanziano il terrorismo». «Gaza non sarà Hamas-stan nè Fatah-stan», ha assicurato Netanyahu, che nei giorni scorsi è stato criticato per aver paragonato il massiccio attacco di Hamas in Israele il 7 ottobre agli Accordi di Oslo.Parlando al ricevimento alla Casa Bianca per la festa ebraica di Hanukkah, il presidente americano, Joe Biden, ha ricordato la sua relazione decennale con Netanyahu, raccontando di aver fatto un’annotazione su una vecchia fotografia di loro due, usando il soprannome per il leader israeliano. «Ci ho scritto sopra: “Bibi, ti voglio bene ma non sono d’accordo con un accidenti di ciò che hai da dire”. E oggi è più o meno la stessa cosa», ha detto Biden tra applausi sparsi di un pubblico in gran parte ebraico, aggiungendo che Israele è in una «posizione difficile». Ha concluso però ribadendo ancora una volta la sua vicinanza al popolo ebraico e alla sua causa: «Non bisogna essere ebrei per essere sionisti, io sono sionista. Continuiamo a fornire aiuti militari a Israele per difendersi da Hamas ma bisogna stare attenti, devono stare attenti: l’opinione pubblica può cambiare da un giorno all’altro». Ha spiegato poi che Israele sta «cominciando a perdere sostegno in tutto il mondo» a causa dei bombardamenti indiscriminati. Ad ogni modo, il segretario alla Difesa americano, Lloyd Austin, dovrebbe visitare Israele la prossima settimana. Il segretario di Stato, Antony Blinken, è stato nel Paese la settimana scorsa e il consigliere per la sicurezza nazionale, Jake Sullivan, lo visiterà alla fine della settimana. Mentre si pensa al futuro, nel presente, l’Alto rappresentante Ue per la politica estera, Josep Borrell, continua ad attaccare Israele con sempre più veemenza. «La situazione a Gaza peggiora. L’Onu ci dice che non ci sono rifugi possibili e sta per smettere di lavorare nell’area per mancanza di risorse e sicurezza. Al G7 avevamo richiesto che le attività militari di Israele a Gaza Sud non seguissero lo stesso schema di Gaza Nord ma il livello di distruzione resta senza precedenti. È peggio di Dresda, Colonia è simile a quello che è successo ad Amburgo. Tale orrore non può essere giustificato con l’orrore del 7 ottobre». Intanto, l’assemblea generale dell’Onu si è riunita ancora una volta per discutere una nuova risoluzione per il cessate il fuoco, simile a quella bloccata dal veto degli Stati Uniti la settimana scorsa. Il ministero della Salute di Gaza, controllato da Hamas, ha riferito che fin qui i morti nella Striscia sarebbero 18.412. Numeri su cui ancora una volta è impossibile effettuare una verifica indipendente.
Cirino Pomicino (Ansa)
‘O ministro, 86 anni, era ricoverato nella clinica Quisisana di Roma, afflitto dai postumi degli acciacchi dovuti alla cardiopatia cronica, con infarti ripetuti e due trapianti che gli hanno fatto dire: «Gli altri cambiano la macchina, io cambio gli organi».
Pilastro della Democrazia Cristiana, intelligente e scafato, cresciuto alla scuola di Giulio Andreotti che negli anni 70 cercava in Campania qualcuno da contrapporre ai ras del Sud Antonio Gava e Ciriaco De Mita, Cirino Pomicino ha attraversato la repubblica delle sciabole da protagonista: deputato per sette legislature, due volte ministro (Bilancio e Funzione pubblica), fu vicerè borbonico della corrente del luciferino Giulio. Qualcuno se lo ricorda raffigurato mentre balla da scatenato nel film che ricostruisce (con spreco di luoghi comuni) gli ultimi fuochi del pentapartito e delle convergenze parallele: «Il Divo» di Paolo Sorrentino.
Caustico e diplomatico, faceva risalire alla famiglia la capacità di trovare uno spazio di confronto con tutti. «Ero il quinto di sette figli, con sei maschi che tifavano per sei squadre diverse (lui era milanista - Ndr) e si identificavano in sei partiti diversi. Ci siamo formati alla scuola della tolleranza senza che mai le differenze intaccassero il profondo rapporto fraterno». Chi lo accusava di sprecare i soldi pubblici per accontentare le clientele si sentiva ripetere: «Sono ricco di famiglia, per capirlo guardate i tombini di Napoli». Portavano il nome della fonderia del nonno. Re delle commissioni Bilancio, nei mitici anni 80 inventò l’emendamento vol-au-vent, che le correnti dei partiti riempivano di finanziamenti. Era lo Sportello Pomicino, lui accontentava tutti e si giustificava: «Se lo sportello funziona è perché qualcuno bussa».
Nato a Napoli il 3 settembre 1939, teneva molto all’orario. «Erano le 7 di mattina, alle 11 l’Inghilterra dichiarò guerra alla Germania di Hitler e alle 17 la Francia fece altrettanto. Il mio arrivo consentì a papà di non essere chiamato al fronte, in quanto padre di 5 figli». Laureato in medicina e attivista democristiano, prima della chiamata andreottiana ha lavorato come neurochirurgo all’ospedale Cardarelli. Avvezzo alle comodità, aveva affittato sull’Appia Antica una villa con 20 stanze, costo 5 milioni di vecchie lire all’anno. I suoi eccessi facevano dire a Francesco Cossiga, che non gli era amico: «Siamo un Paese solido che può sopportare come ministro un analfabeta come lui».
Sposato due volte (la seconda con Lucia Marotta di 27 anni più giovane), il suo destino è stato indissolubilmente legato a Tangentopoli. Le inchieste, i canini affilati delle procure. Indagato 42 volte ma condannato solo due per finanziamento illecito della Dc, Cirino Pomicino uscì clamorosamente di scena la sera in cui, entrato in un ristorante di Napoli con la famiglia, fu costretto ad andarsene dal resto della clientela, che al suo apparire aveva cominciato a far tintinnare i bicchieri con le posate per sloggiarlo. Un affronto volgare e immeritato. Lui si difendeva così: «Nella chiesa è nato il proverbio “senza soldi non si cantano messe”. La politica non mi ha arricchito, non possiedo una casa e non la possiede neppure mia figlia Ilaria».
Testimone di un’epoca dominata anche dal tintinnio delle manette (fu condannato a un anno e mezzo di carcere, fece 17 giorni), qualche anno fa ha rivelato un retroscena inquietante di quella stagione: «Nel 1991 Carlo De Benedetti venne da me e mi chiese: Vuole essere il mio ministro? Lui e l’avvocato Gianni Agnelli avevano deciso un colpo di Stato, spazzare via la Dc per via giudiziaria e consegnare il potere ai comunisti che, orfani di Mosca, sarebbero stati lacchè ai loro ordini. Io dissi no». Arrivò Mani Pulite. Ma a rompere lo schema si materializzò Silvio Berlusconi.
Cirino Pomicino è morto un giorno prima del referendum, lui che della casta dei magistrati non aveva alcuna stima. E ai quali - quando cominciò a scrivere editoriali con lo pseudonimo di Geronimo (chiamato a L’Indipendente e poi al Giornale da Vittorio Feltri) - non risparmiò critiche feroci. «Geronimo era il grande capo Apache che non si arrese alle truppe nordiste e io non mi sono mai arreso ai pm e alle loro truppe mediatiche. Sotto le macerie lasciate dalle inchieste finì tutta la Prima repubblica tranne il Pci che, grazie ai ragazzi della via Pal della procura di Milano, fu solo costretto a cambiare nome». Eppure oggi si sarebbe opposto alla riforma Nordio perché la considerava troppo morbida. «Con lo sdoppiamento del Csm si verrebbe a creare una nicchia dove i pm se la cantano e se la suonano senza controllo, con la possibilità di intimidire non solo la politica ma anche i giudici». Un giorno del 1997, uscito dal sonno indotto dall’anestesia per uno degli infarti, si trovò al capezzale Antonio Di Pietro. «Mi avevano dato tre ore di vita e lui venne a trovarmi. Mi disse che aveva sempre votato Dc. Era convinto che sarei morto e non avrei mai potuto raccontarlo». Invece ha avuto in dono altri 29 anni durante i quali qualcuno gli dava dell’immortale. Lui sorrideva facendo le corna: «Della morte mi spaventa la bara, il corpo chiuso che si decompone. Mi farò cremare». Ora ‘O ministro cammina nell’eternità.
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Lancia «Gamma» berlina del 1976 (Stellantis/Centro Storico Fiat)
Per sei anni la Lancia, regina delle ammiraglie di lusso italiane, era rimasta senza un vero modello di punta. L’ultima delle berline di classe superiore era stata la «Flaminia», prodotta dal 1959 al 1970, mentre l’ultimo modello a tre volumi (ma meno lussuosa) era stata la 2.000, una semplice rivisitazione dell’altrettanto obsoleta Flavia. La casa di Chivasso, assorbita da Fiat dal 1969, decise di non rimpiazzarla temporaneamente. Poi venne la crisi petrolifera mondiale, ed ogni progetto di vetture di alta cilindrata assetate di benzina fu sospeso.
Lancia si riaffacciò al segmento solo dopo alcuni anni, quando la concorrenza di ammiraglie estere come Mercedes e Bmw aveva occupato una buona fetta del mercato europeo. Ci riprovò dopo la metà degli anni Settanta, con la nuova «Gamma», presentata a Ginevra nel marzo del 1976. La crisi del 1973 aveva lasciato il segno, e l’efficienza dei motori in termini di consumi era diventata una priorità. Il mercato italiano era poi condizionato dalla pesante tassazione dei propulsori di cilindrata superiore ai 2 litri, che spesso erano adottati dalle case estere in configurazione 6 cilindri. La Lancia progettò sulla base di queste esigenze un motore tutto nuovo, completamente diverso da quelli dei modelli precedenti. La «Gamma» sarà infatti spinta da un 4 cilindri boxer in alluminio, prodotto nelle due cilindrate di 1,9 e 2,5 litri da 116 e 140 Cv rispettivamente. Quello che colpì maggiormente il pubblico e gli affezionati del marchio fu certamente la linea, che segnava una rottura con la lunga tradizione delle tre volumi. Affidata al blasonato nome di Pininfarina, la nuova ammiraglia lancia era di fatto una 2 volumi e mezzo con coda spiovente e tronca e la trazione era anteriore.
Contemporaneamente alla berlina fu presentata la coupé, una due porte più aggressiva e sportiveggiante, che conservava tuttavia gli ampi spazi interni della 4 porte. I motori garantivano ottime prestazioni, comprese tra i 185 e i 195 km/h nel confort degli interni lussuosamente rifiniti nello stile caratteristico della casa di Chivasso. La «Gamma» fu ben accolta da pubblico e stampa nonostante la evidente rottura con la tradizione delle berline a tre volumi. La sua storia però, passata dal restyling del 1980 che regalò ai motori l’iniezione elettronica, non fu felice. La causa del mancato successo di una vettura coraggiosa e all’avanguardia per lo stile fu la scarsa affidabilità del motore e degli organi ad esso collegati. Per alcune ingenuità di progettazione di un boxer del tutto nuovo, la Gamma soffrì costantemente di problemi (anche gravi) alla distribuzione per la fragilità del sistema, ed al servosterzo che era direttamente collegato alla distribuzione e poteva, se messo sotto sforzo dalla massa non indifferente della vettura, creare gravi danni agli organi meccanici.
La bella ma sfortunata ammiraglia di Chivasso uscì di scena appena 8 anni dopo il suo lancio, nel 1984. Sarà sostituita da una berlina che, per il successo ottenuto nel decennio successivo, proietterà un cono d’ombra sull’immagine dell’antesignana «Gamma», la Lancia «Thema».
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