La psiche dei bambini è fragile. Un bambino deportato in mezzo a estranei non benevoli può essere facilmente fatto crollare con la tecnica dell’interrogatorio prolungato o di terzo grado, spesso accompagnata dalla mancanza di sonno, elencata nella lista delle torture. Questo bambino è stato ripetutamente torturato, grazie alla tortura gli sono state estorte false confessioni con cui ha distrutto la sua famiglia. Non è certo l’unico caso. Questo è successo in uno Stato che pretende di seguire linee di democrazia e giustizia. Questi interrogatori portano a menzogne e a formazioni di false memorie. Davide ha scritto tutto in un libro, Io, bambino zero, uscito da Vallardi nel 2025. La sua psiche distrutta, bocciature, abbandono scolastico, cannabinoidi, alcol, due trattamenti sanitari obbligatori, un ricovero volontario. Sua madre naturale è morta quando lui aveva 19 anni. L’aveva vista per l’ultima volta quando ne aveva 7.
È importante studiare cosa hanno detto, scritto, pensato le persone che si sono arrogate il diritto di decidere chi meritava di essere genitore e chi no, perché da quelle parole dipendevano sentenze, allontanamenti, adozioni internazionali, bambini che non hanno mai più rivisto i genitori. A Bibbiano, l’inchiesta «Angeli e Demoni» della Procura di Reggio Emilia ha portato alla luce un sistema in cui le relazioni inviate al Tribunale dei minori venivano adattate, corrette, orientate verso l’esito già deciso. Un’assistente sociale descriveva i sogni di una bambina «in maniera non conforme al vero e con univoca connotazione sessuale», omettendo il desiderio della bambina di rivedere il padre. La stessa operatrice, informata dalla famiglia affidataria che gli incubi della piccola erano causati dall’uso dell’iPad e da certi cartoni animati, ometteva sistematicamente questa circostanza nelle comunicazioni al tribunale. Quello che non serviva alla narrazione spariva. Quello che serviva veniva amplificato, distorto, inventato. C’è poi un messaggio WhatsApp, documentato dalla Procura, che circola tra i colleghi dei servizi sociali: «Avviso tutti i colleghi che i pacchi con regali per bambini allontanati dalle famiglie continuano ad aumentare sempre più e siccome non vengono consegnati per diversi motivi, anche nella maggior parte dei casi perché è meglio non farli avere ai bambini, direi che la regola per il 2019 è quella che per salvare capre e cavoli diciamo ai genitori che il servizio non accetta alcun pacco da consegnare ai propri figli». Genitori separati dai loro figli che mandano regali di Natale. Regali che non arrivano. E come motivazione ufficiale verso i genitori, una bugia. Non perché il regolamento lo impedisse, ma perché «è meglio non farli avere ai bambini». Chi ha deciso che fosse meglio? Su quale base scientifica, su quale norma di legge, su quale sentenza? Federica Anghinolfi, ex responsabile dei servizi sociali dell’Unione Val d’Enza, intervistata da Fuori dal Coro, ha detto: «Io facevo quello che l’istituzione mi chiedeva di fare». L’istituzione lo chiedeva. Dunque andava fatto. La banalità del male è il titolo del libro di Hanna Arendt dove si esamina lo schema della deresponsabilizzazione burocratica. L’istituzione chi sarebbe? Esattamente chi ha chiesto di strappare i bambini alle famiglie sulla base di perizie false, disegni manipolati da psicologi che aggiungevano dettagli sessuali alle produzioni grafiche dei minori, e sedute terapeutiche in cui si usava una cosiddetta «macchinetta dei ricordi», impulsi elettrici applicati durante il colloquio, per «orientare» i ricordi dei bambini in prossimità delle audizioni giudiziarie? La «macchinetta dei ricordi» applica i principi della tecnica Emdr, che facilita la risoluzione del trauma attraverso movimenti orizzontali degli occhi, simili a quelli che abbiamo nel sonno Rem. Durante questa tecnica è fondamentale il comportamento corretto del terapeuta, perché se il terapeuta parla e suggerisce durante le stimolazioni, si possono formare con facilità falsi ricordi.
Il caso della Bassa Modenese è forse il più grottesco. Negli anni Novanta, una serie di bambini di Mirandola e dintorni iniziarono a raccontare di messe nere, riti satanici nei cimiteri, bambini uccisi, padri travestiti da diavolo. Storie fisicamente impossibili, eppure accolte con entusiasmo da psicologi e assistenti sociali che le usarono per avviare procedimenti penali contro decine di genitori. Tutti innocenti. Alcuni morirono in carcere. I bambini, cresciuti, hanno raccontato come nacquero quelle storie. Davide Tonelli ricorda le sedute della psicologa Donati: «Domande suggestive», silenzi puniti con ulteriori domande, il mal di testa come segnale fisico di una resistenza psicologica che stava cedendo. Ricorda un «funerale finto» organizzato dai terapeuti, in cui avrebbe dovuto dire addio alla madre naturale ancora in vita, per «fare spazio alla nuova mamma».
La comunità agricola del Forteto, in provincia di Firenze, ha accolto tra il 1977 e il 2011 un centinaio di minori inviati dai servizi sociali. Per decenni, assistenti sociali pagati dallo Stato hanno effettuato regolari sopralluoghi nella struttura guidata da Rodolfo Fiesoli, condannato in via definitiva per abusi sessuali su minori e adulti affidati, e non hanno visto gli abusi. Quelle visite erano percepite dagli ex ospiti, come testimoniato davanti alla commissione parlamentare di inchiesta, come formalità: si guardava quello che si voleva vedere, si redigevano relazioni rassicuranti, e i bambini tornavano nelle mani di Rodolfo Fiesoli. Il Forteto era citato in convegni, premiato da enti pubblici, visitato da politici.
Il sistema che produce questi danni non è un’aberrazione. È un sistema dotato di logiche proprie, di incentivi propri, di un linguaggio tecnico che rende difficile la critica dall’esterno. Chi osa mettere in dubbio una relazione psicologica, chi chiede conto di un allontanamento, diventa automaticamente «incapace di comprendere la complessità del caso». I genitori che protestano troppo diventano «non collaborativi», una colpa. I bambini che dicono di voler tornare a casa vengono reinterpretati come espressione di un «legame traumatico» da cui emanciparsi. La macchina si autoalimenta. E quando, come nella Bassa Modenese, i bambini diventano adulti e dicono la verità, non c’è nessun ente, nessun ordine professionale, nessuna istituzione che chieda scusa. Ora il sistema potrebbe crollare, corretto finalmente da leggi decenti, di cui si comincia a parlare, anche perché impavidi e furibondi i bambini del bosco resistono. Allevati nell’erba e nel sole, non stanno cedendo, e col loro ostinato coraggio impediscono alle luci di spegnersi.