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2018-07-07
Sanità in Basilicata, arrestato il governatore
Ansa
Chiunque avrebbe scommesso che, per tutti quei proclami sull'accoglienza, sarebbe stato ricordato come il governatore che voleva sostituire i lucani emigrati con i rifugiati. E invece no. In Basilicata Marcello Pittella, fratello del senatore Gianni e figlio del senatore Mimì (condannato per banda armata nel processo Moro ter perché aveva curato una terrorista, deceduto qualche mese fa), presidente della Regione renziano che puntava al secondo mandato, con molta probabilità verrà ricordato con le parole del gip di Matera che ieri lo ha ristretto nella sua abitazione di Lauria. Ai domiciliari per falso e abuso d'ufficio. Perché, secondo il giudice, è il padrino delle raccomandazioni nel sistema sanitario lucano. Un'inchiesta della Guardia di finanza di Matera, coordinata dal pm Salvatore Colella, sulla manipolazione di concorsi e raccomandazioni nelle nomine ai vertici della sanità lucana ha svelato il meccanismo con il quale Pittella riusciva ad «accontentare tutti» i suoi amici. Era, insomma, per dirla proprio come il gip Angela Rosa Nettis, il «deus ex machina di questa distorsione istituzionale». È Pittella «che influenza le scelte gestionali delle aziende sanitarie e ospedaliere, interfacciandosi direttamente con i direttori generali che sono stati nominati con validità triennale dalla sua giunta». È sempre Pittella che ha in mano il «totale condizionamento della sanità pubblica», scrive il gip, «per interessi privatistici e logiche clientelari politiche». Ed è ancora Pittella che spicca, secondo il gip, «per la spartizione partitocratica degli incarichi e dei posti messi a concorso nel settore della sanità, i cui protagonisti con disinvolta facilità si muovono con un malinteso senso di impunità».
E, siccome pensava di ricandidarsi a governatore alle prossime regionali (incassando coram populo anche il consenso di 70 sindaci su 131 comuni), scrive il gip, il pericolo di reiterazione dei reati risulta «quantomai attuale e concreto», soprattutto perché «ciò fa ritenere che continuerà a garantire i suoi favori e a imporre i suoi placet ai suoi accoliti pur di consolidare il bacino clientelare, potendo contare su appoggi locali, in uno scambio di utilità vicendevoli».
I «questuanti», così definisce il giudice coloro che cercavano di piazzare nei posti pubblici gli amici, «si interfacciano tra loro in uno scambio reciproco di richieste illegittime e promesse o dazioni indebite». Una piaga, che esclude la meritocrazia, e che dimostra, come sostiene il gip, che la politica viene intesa nella «più fraintesa accezione negativa e distorta, non più a servizio della realizzazione del bene collettivo ma a soddisfacimento dei propri bisogni di sciacallaggio di potere e condizionamento sociale».
Le misure restrittive sono state eseguite nei confronti dei vertici delle aziende sanitarie lucane e anche della Asl di Bari. In totale: due arresti in carcere, 20 ai domiciliari e otto obblighi di dimora eseguiti da 100 agenti delle Fiamme gialle che riguardano persone coinvolte a vario titolo in fatti riconducibili a reati contro la pubblica amministrazione. I capi d'imputazione che mettono sotto accusa la sanità lucana sono 31.
La cricca dei burocrati della sanità aveva fornito le tracce di alcuni concorsi in anticipo. Le graduatorie le avevano poi realizzate su due binari: quelle reali e quelle, in rosso, per evidenziare i raccomandati.
«I concorsi», ha detto in conferenza stampa il capo della Procura di Matera, Pietro Argentino, «sono stati artefatti con precisione matematica». I punteggi venivano taroccati e i verbali con i giudizi sui candidati bravi da affossare per avvantaggiare i raccomandati venivano distrutti.
Il «collettore» delle raccomandazioni di Pittella era il commissario straordinario dell'Azienda sanitaria di Matera, Pietro Quinto (per lui si sono aperte le porte del carcere). Nelle carte dell'inchiesta viene descritto come un uomo di potere e di relazioni. Dal 29 maggio di un anno fa, sostengono gli investigatori, ha saputo di essere sotto indagine e gli inquirenti ritengono di sapere anche da chi sia stato avvisato: da uno degli uomini lucani più vicini a Matteo Renzi, il senatore Salvatore Margiotta.
«Quinto», sostiene l'accusa, «mantiene significativi rapporti con altre figure politiche e religiose di spicco». Come don Angelo Gallitelli, segretario del vescovo di Matera, che aveva chiesto una raccomandazione all'università per la sorella. Pensava, tramite Quinto, di arrivare a Pittella. Ma lo stesso Quinto, emerge nell'ordinanza che riporta anche uno stralcio dell'intercettazione ambientale captata dagli investigatori, bisbigliando come se fosse nel confessionale, gli fa capire che per quella richiesta è meglio rivolgersi a un altro big del Partito democratico, l'ex sottosegretario del governo Renzi alla Sanità, prima, e viceministro all'Istruzione poi, Vito De Filippo (che non è indagato). Ed è così che indirizza il sacerdote, «positivamente», sottolinea il gip, «verso l'altro, più competente, sponsor».
Il figlio d’arte che voleva sostituire i lucani con gli immigrati
La dinasty alla lucana dei Pittella's era già leggenda prima che la cronaca, insensibile, facesse irruzione, con le pettorine della Guardia di Finanza, nella casa di Marcello, governatore, fratello (molto fratello) e figlio d'arte, rampollo di una casata di politici che hanno fatto la storia della Basilicata. Marcello Pittella è il figlio del fu Domenico, scomparso lo scorso aprile a 86 anni. Don Mimì fu eletto tre volte senatore del Partito socialista italiano, nel 1972, nel 1976 e nel 1979.
La sua brillante carriera politica fu interrotta da una disavventura giudiziaria: fu arrestato il 4 ottobre 1983, accusato di associazione sovversiva e partecipazione a banda armata per aver messo a disposizione delle Brigate rosse la sua clinica di Lauria, dove due anni prima, nel 1981, senza redigere un referto, aveva medicato e curato la terrorista latitante Natalia Ligas, ferita alla coscia in un conflitto a fuoco. Scontò 2 anni e 9 mesi di detenzione tra Regina Coeli e domiciliari, Don Mimì, finché ottenne la libertà condizionale. Fu condannato in appello a 12 anni, sentenza confermata dalla Cassazione nell'ambito del processo Moro ter, il 10 maggio 1993. Riparò in Francia, dove condusse la dura vita del latitante, finché, il 28 aprile 1999, si costituì a Rebibbia. La sua pena fu ridotta di un terzo dalla grazia parziale concessa il 18 novembre 1999 dal presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi. Tornò libero, avendo saldato il suo conto con la giustizia, nel 2002.
Marcello Pittella, secondogenito di Don Mimì, presidente della Basilicata dal 2013, era pronto a ricandidarsi, sottoponendo agli elettori i risultati di 5 anni di governo. Indimenticabile il progetto We are the people, presentato nell'ottobre 2016 insieme a Naguib Sawiris, tycoon egiziano e presidente del gruppo delle telecomunicazioni Orascom, e Rawya Mansour, fondatrice di Ramsco, gruppo internazionale impegnato nella tutela dell'ambiente e nella lotta alla povertà nei paesi in via di sviluppo.
Il progetto, per fortuna rimasto solo sulla carta, doveva realizzare «un sistema integrato dei servizi di accoglienza ai migranti che tenga conto delle priorità del territorio e garantisca futuro ed occupazione ai residenti e agli stranieri». Pittella voleva ripopolare la Basilicata con gli immigrati, che avrebbero dovuto sostituire i tanti giovani che avevano lasciato la terra d'origine: «Con questo accordo», disse Marcello Pittella, «scriviamo una pagina importante per l'Europa che deve attuare una strategia più incisiva sulla politica di accoglienza dei rifugiati e dei migranti. L'errore di quanti realizzano muri di cemento armato per tentare di arginare un fenomeno fisiologicamente inarrestabile, può trovare una risposta efficace da parte di piccoli grandi esempi come quello offerto dalla nostra regione».
Non se ne fece nulla, ma Marcello Pittella decise che il suo volto dovesse comunque comparire tra quelli immortalati sul «Muro della speranza», gigantesco murales da 200 metri quadri che doveva rappresentare la storia della Lucania. Costo dell'opera: 180.000 euro di fondi regionali. Pittella, subito soprannominato Kim-Jong-Marcello, accusato di «autoesaltazione», rinunciò. Altrettanto famoso il fratello maggiore, Gianni, europarlamentare per quasi 20 anni di fila, dallo scorso 4 marzo senatore del Partito democratico. Fedelissimo di Matteo Renzi, Gianni ha sostenuto l'ex Rottamatore alle primarie del 2017, organizzando una lista ad hoc.
Carlo Tarallo
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Marcello Pittella (Pd) finisce ai domiciliari. Secondo i magistrati, influenzava le nomine pubbliche «per interessi privatistici e logiche clientelari». I concorsi erano «artefatti con precisione matematica» per soddisfare «i questuanti» che gli chiedevano favori.Pensò di ripopolare la zona con gli africani. Lui e il fratello sono renziani di ferro.Lo speciale contiene due articoli.Chiunque avrebbe scommesso che, per tutti quei proclami sull'accoglienza, sarebbe stato ricordato come il governatore che voleva sostituire i lucani emigrati con i rifugiati. E invece no. In Basilicata Marcello Pittella, fratello del senatore Gianni e figlio del senatore Mimì (condannato per banda armata nel processo Moro ter perché aveva curato una terrorista, deceduto qualche mese fa), presidente della Regione renziano che puntava al secondo mandato, con molta probabilità verrà ricordato con le parole del gip di Matera che ieri lo ha ristretto nella sua abitazione di Lauria. Ai domiciliari per falso e abuso d'ufficio. Perché, secondo il giudice, è il padrino delle raccomandazioni nel sistema sanitario lucano. Un'inchiesta della Guardia di finanza di Matera, coordinata dal pm Salvatore Colella, sulla manipolazione di concorsi e raccomandazioni nelle nomine ai vertici della sanità lucana ha svelato il meccanismo con il quale Pittella riusciva ad «accontentare tutti» i suoi amici. Era, insomma, per dirla proprio come il gip Angela Rosa Nettis, il «deus ex machina di questa distorsione istituzionale». È Pittella «che influenza le scelte gestionali delle aziende sanitarie e ospedaliere, interfacciandosi direttamente con i direttori generali che sono stati nominati con validità triennale dalla sua giunta». È sempre Pittella che ha in mano il «totale condizionamento della sanità pubblica», scrive il gip, «per interessi privatistici e logiche clientelari politiche». Ed è ancora Pittella che spicca, secondo il gip, «per la spartizione partitocratica degli incarichi e dei posti messi a concorso nel settore della sanità, i cui protagonisti con disinvolta facilità si muovono con un malinteso senso di impunità».E, siccome pensava di ricandidarsi a governatore alle prossime regionali (incassando coram populo anche il consenso di 70 sindaci su 131 comuni), scrive il gip, il pericolo di reiterazione dei reati risulta «quantomai attuale e concreto», soprattutto perché «ciò fa ritenere che continuerà a garantire i suoi favori e a imporre i suoi placet ai suoi accoliti pur di consolidare il bacino clientelare, potendo contare su appoggi locali, in uno scambio di utilità vicendevoli».I «questuanti», così definisce il giudice coloro che cercavano di piazzare nei posti pubblici gli amici, «si interfacciano tra loro in uno scambio reciproco di richieste illegittime e promesse o dazioni indebite». Una piaga, che esclude la meritocrazia, e che dimostra, come sostiene il gip, che la politica viene intesa nella «più fraintesa accezione negativa e distorta, non più a servizio della realizzazione del bene collettivo ma a soddisfacimento dei propri bisogni di sciacallaggio di potere e condizionamento sociale».Le misure restrittive sono state eseguite nei confronti dei vertici delle aziende sanitarie lucane e anche della Asl di Bari. In totale: due arresti in carcere, 20 ai domiciliari e otto obblighi di dimora eseguiti da 100 agenti delle Fiamme gialle che riguardano persone coinvolte a vario titolo in fatti riconducibili a reati contro la pubblica amministrazione. I capi d'imputazione che mettono sotto accusa la sanità lucana sono 31.La cricca dei burocrati della sanità aveva fornito le tracce di alcuni concorsi in anticipo. Le graduatorie le avevano poi realizzate su due binari: quelle reali e quelle, in rosso, per evidenziare i raccomandati.«I concorsi», ha detto in conferenza stampa il capo della Procura di Matera, Pietro Argentino, «sono stati artefatti con precisione matematica». I punteggi venivano taroccati e i verbali con i giudizi sui candidati bravi da affossare per avvantaggiare i raccomandati venivano distrutti. Il «collettore» delle raccomandazioni di Pittella era il commissario straordinario dell'Azienda sanitaria di Matera, Pietro Quinto (per lui si sono aperte le porte del carcere). Nelle carte dell'inchiesta viene descritto come un uomo di potere e di relazioni. Dal 29 maggio di un anno fa, sostengono gli investigatori, ha saputo di essere sotto indagine e gli inquirenti ritengono di sapere anche da chi sia stato avvisato: da uno degli uomini lucani più vicini a Matteo Renzi, il senatore Salvatore Margiotta. «Quinto», sostiene l'accusa, «mantiene significativi rapporti con altre figure politiche e religiose di spicco». Come don Angelo Gallitelli, segretario del vescovo di Matera, che aveva chiesto una raccomandazione all'università per la sorella. Pensava, tramite Quinto, di arrivare a Pittella. Ma lo stesso Quinto, emerge nell'ordinanza che riporta anche uno stralcio dell'intercettazione ambientale captata dagli investigatori, bisbigliando come se fosse nel confessionale, gli fa capire che per quella richiesta è meglio rivolgersi a un altro big del Partito democratico, l'ex sottosegretario del governo Renzi alla Sanità, prima, e viceministro all'Istruzione poi, Vito De Filippo (che non è indagato). Ed è così che indirizza il sacerdote, «positivamente», sottolinea il gip, «verso l'altro, più competente, sponsor».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/sanita-in-basilicata-arrestato-il-governatore-2584377857.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-figlio-darte-che-voleva-sostituire-i-lucani-con-gli-immigrati" data-post-id="2584377857" data-published-at="1765403049" data-use-pagination="False"> Il figlio d’arte che voleva sostituire i lucani con gli immigrati La dinasty alla lucana dei Pittella's era già leggenda prima che la cronaca, insensibile, facesse irruzione, con le pettorine della Guardia di Finanza, nella casa di Marcello, governatore, fratello (molto fratello) e figlio d'arte, rampollo di una casata di politici che hanno fatto la storia della Basilicata. Marcello Pittella è il figlio del fu Domenico, scomparso lo scorso aprile a 86 anni. Don Mimì fu eletto tre volte senatore del Partito socialista italiano, nel 1972, nel 1976 e nel 1979. La sua brillante carriera politica fu interrotta da una disavventura giudiziaria: fu arrestato il 4 ottobre 1983, accusato di associazione sovversiva e partecipazione a banda armata per aver messo a disposizione delle Brigate rosse la sua clinica di Lauria, dove due anni prima, nel 1981, senza redigere un referto, aveva medicato e curato la terrorista latitante Natalia Ligas, ferita alla coscia in un conflitto a fuoco. Scontò 2 anni e 9 mesi di detenzione tra Regina Coeli e domiciliari, Don Mimì, finché ottenne la libertà condizionale. Fu condannato in appello a 12 anni, sentenza confermata dalla Cassazione nell'ambito del processo Moro ter, il 10 maggio 1993. Riparò in Francia, dove condusse la dura vita del latitante, finché, il 28 aprile 1999, si costituì a Rebibbia. La sua pena fu ridotta di un terzo dalla grazia parziale concessa il 18 novembre 1999 dal presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi. Tornò libero, avendo saldato il suo conto con la giustizia, nel 2002. Marcello Pittella, secondogenito di Don Mimì, presidente della Basilicata dal 2013, era pronto a ricandidarsi, sottoponendo agli elettori i risultati di 5 anni di governo. Indimenticabile il progetto We are the people, presentato nell'ottobre 2016 insieme a Naguib Sawiris, tycoon egiziano e presidente del gruppo delle telecomunicazioni Orascom, e Rawya Mansour, fondatrice di Ramsco, gruppo internazionale impegnato nella tutela dell'ambiente e nella lotta alla povertà nei paesi in via di sviluppo. Il progetto, per fortuna rimasto solo sulla carta, doveva realizzare «un sistema integrato dei servizi di accoglienza ai migranti che tenga conto delle priorità del territorio e garantisca futuro ed occupazione ai residenti e agli stranieri». Pittella voleva ripopolare la Basilicata con gli immigrati, che avrebbero dovuto sostituire i tanti giovani che avevano lasciato la terra d'origine: «Con questo accordo», disse Marcello Pittella, «scriviamo una pagina importante per l'Europa che deve attuare una strategia più incisiva sulla politica di accoglienza dei rifugiati e dei migranti. L'errore di quanti realizzano muri di cemento armato per tentare di arginare un fenomeno fisiologicamente inarrestabile, può trovare una risposta efficace da parte di piccoli grandi esempi come quello offerto dalla nostra regione». Non se ne fece nulla, ma Marcello Pittella decise che il suo volto dovesse comunque comparire tra quelli immortalati sul «Muro della speranza», gigantesco murales da 200 metri quadri che doveva rappresentare la storia della Lucania. Costo dell'opera: 180.000 euro di fondi regionali. Pittella, subito soprannominato Kim-Jong-Marcello, accusato di «autoesaltazione», rinunciò. Altrettanto famoso il fratello maggiore, Gianni, europarlamentare per quasi 20 anni di fila, dallo scorso 4 marzo senatore del Partito democratico. Fedelissimo di Matteo Renzi, Gianni ha sostenuto l'ex Rottamatore alle primarie del 2017, organizzando una lista ad hoc. Carlo Tarallo
Da sinistra: Bruno Migale, Ezio Simonelli, Vittorio Pisani, Luigi De Siervo, Diego Parente e Maurizio Improta
Questa mattina la Lega Serie A ha ricevuto il capo della Polizia, prefetto Vittorio Pisani, insieme ad altri vertici della Polizia, per un incontro dedicato alla sicurezza negli stadi e alla gestione dell’ordine pubblico. Obiettivo comune: sviluppare strumenti e iniziative per un calcio più sicuro, inclusivo e rispettoso.
Oggi, negli uffici milanesi della Lega Calcio Serie A, il mondo del calcio professionistico ha ospitato le istituzioni di pubblica sicurezza per un confronto diretto e costruttivo.
Il capo della Polizia, prefetto Vittorio Pisani, accompagnato da alcune delle figure chiave del dipartimento - il questore di Milano Bruno Migale, il dirigente generale di P.S. prefetto Diego Parente e il presidente dell’Osservatorio nazionale sulle manifestazioni sportive Maurizio Improta - ha incontrato i vertici della Lega, guidati dal presidente Ezio Simonelli, dall’amministratore delegato Luigi De Siervo e dall’head of competitions Andrea Butti.
Al centro dell’incontro, durato circa un’ora, temi di grande rilevanza per il calcio italiano: la sicurezza negli stadi e la gestione dell’ordine pubblico durante le partite di Serie A. Secondo quanto emerso, si è trattato di un momento di dialogo concreto, volto a rafforzare la collaborazione tra istituzioni e club, con l’obiettivo di rendere le competizioni sportive sempre più sicure per tifosi, giocatori e operatori.
Il confronto ha permesso di condividere esperienze, criticità e prospettive future, aprendo la strada a un percorso comune per sviluppare strumenti e iniziative capaci di garantire un ambiente rispettoso e inclusivo. La volontà di entrambe le parti è chiara: non solo prevenire episodi di violenza o disordine, ma anche favorire la cultura del rispetto, elemento indispensabile per la crescita del calcio italiano e per la tutela dei tifosi.
«L’incontro di oggi rappresenta un passo importante nella collaborazione tra Lega e Forze dell’Ordine», si sottolinea nella nota ufficiale diffusa al termine della visita dalla Lega Serie A. L’intenzione condivisa è quella di creare un dialogo costante, capace di tradursi in azioni concrete, procedure aggiornate e interventi mirati negli stadi di tutta Italia.
In un contesto sportivo sempre più complesso, dove la passione dei tifosi può trasformarsi rapidamente in tensione, il dialogo tra Lega e Polizia appare strategico. La sfida, spiegano i partecipanti, è costruire una rete di sicurezza che sia preventiva, reattiva e sostenibile, tutelando chi partecipa agli eventi senza compromettere l’atmosfera che caratterizza il calcio italiano.
L’appuntamento di Milano conferma come la sicurezza negli stadi non sia solo un tema operativo, ma un valore condiviso: la Serie A e le forze dell’ordine intendono camminare insieme, passo dopo passo, verso un calcio sempre più sicuro, inclusivo e rispettoso.
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Due bambini svaniti nel nulla. Mamma e papà non hanno potuto fargli neppure gli auguri di compleanno, qualche giorno fa, quando i due fratellini hanno compiuto 5 e 9 anni in comunità. Eppure una telefonata non si nega neanche al peggior delinquente. Dunque perché a questi genitori viene negato il diritto di vedere e sentire i loro figli? Qual è la grave colpa che avrebbero commesso visto che i bimbi stavano bene?
Un allontanamento che oggi mostra troppi lati oscuri. A partire dal modo in cui quel 16 ottobre i bimbi sono stati portati via con la forza, tra le urla strazianti. Alle ore 11.10, come denunciano le telecamere di sorveglianza della casa, i genitori vengono attirati fuori al cancello da due carabinieri. Alle 11.29 spuntano dal bosco una decina di agenti, armati di tutto punto e col giubbotto antiproiettile. E mentre gridano «Pigliali, pigliali tutti!» fanno irruzione nella casa, dove si trovano, da soli, i bambini. I due fratellini vengono portati fuori dagli agenti, il più piccolo messo a sedere, sulle scale, col pigiamino e senza scarpe. E solo quindici minuti dopo, alle 11,43, come registrano le telecamere, arrivano le assistenti sociali che portano via i bambini tra le urla disperate.
Una procedura al di fuori di ogni regola. Che però ottiene l’appoggio della giudice Nadia Todeschini, del Tribunale dei minori di Firenze. Come riferisce un ispettore ripreso dalle telecamere di sorveglianza della casa: «Ho telefonato alla giudice e le ho detto: “Dottoressa, l’operazione è andata bene. I bambini sono con i carabinieri. E adesso sono arrivati gli assistenti sociali”. E la giudice ha risposto: “Non so come ringraziarvi!”».
Dunque, chi ha dato l’ordine di agire in questo modo? E che trauma è stato inferto a questi bambini? Giriamo la domanda a Marina Terragni, Garante per l’infanzia e l’adolescenza. «Per la nostra Costituzione un bambino non può essere prelevato con la forza», conferma, «per di più se non è in borghese. Ci sono delle sentenze della Cassazione. Queste modalità non sono conformi allo Stato di diritto. Se il bambino non vuole andare, i servizi sociali si debbono fermare. Purtroppo ci stiamo abituando a qualcosa che è fuori legge».
Proviamo a chiedere spiegazioni ai servizi sociali dell’unione Montana dei comuni Valtiberina, ma l’accoglienza non è delle migliori. Prima minacciano di chiamare i carabinieri. Poi, la più giovane ci chiude la porta in faccia con un calcio. È Veronica Savignani, che quella mattina, come mostrano le telecamere, afferra il bimbo come un pacco. E mentre lui scalcia e grida disperato - «Aiuto! Lasciatemi andare» - lei lo rimprovera: «Ma perché urli?». Dopo un po’ i toni cambiano. Esce a parlarci Sara Spaterna. C’era anche lei quel giorno, con la collega Roberta Agostini, per portare via i bambini. Ma l’unica cosa di cui si preoccupa è che «è stata rovinata la sua immagine». E alle nostre domande ripete come una cantilena: «Non posso rispondere». Anche la responsabile dei servizi, Francesca Meazzini, contattata al telefono, si trincera dietro un «non posso dirle nulla».
Al Tribunale dei Minoridi Firenze, invece, parte lo scarica barile. La presidente, Silvia Chiarantini, dice che «l’allontanamento è avvenuto secondo le regole di legge». E ci conferma che i genitori possono vedere i figli in incontri protetti. E allora perché da due mesi a mamma e papà non è stata concessa neppure una telefonata? E chi pagherà per il trauma fatto a questi bambini?
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Il premier: «Il governo ci ha creduto fin dall’inizio, impulso decisivo per nuovi traguardi».
«Il governo ha creduto fin dall’inizio in questa sfida e ha fatto la sua parte per raggiungere questo traguardo. Ringrazio i ministri Lollobrigida e Giuli che hanno seguito il dossier, ma è stata una partita che non abbiamo giocato da soli: abbiamo vinto questa sfida insieme al popolo italiano. Questo riconoscimento imprimerà al sistema Italia un impulso decisivo per raggiungere nuovi traguardi».
Lo ha detto la premier Giorgia Meloni in un videomessaggio celebrando l’entrata della cucina italiana nei patrimoni culturali immateriali dell’umanità. È la prima cucina al mondo a essere riconosciuta nella sua interezza. A deliberarlo, all’unanimità, è stato il Comitato intergovernativo dell’Unesco, riunito a New Delhi, in India.
Ansa
I vaccini a Rna messaggero contro il Covid favoriscono e velocizzano, se a dosi ripetute, la crescita di piccoli tumori già presenti nell’organismo e velocizzano la crescita di metastasi. È quanto emerge dalla letteratura scientifica e, in particolare, dagli esperimenti fatti in vitro sulle cellule e quelli sui topi, così come viene esposto nello studio pubblicato lo scorso 2 dicembre sulla rivista Mdpi da Ciro Isidoro, biologo, medico, patologo e oncologo sperimentale, nonché professore ordinario di patologia generale all’Università del Piemonte orientale di Novara. Lo studio è una review, ovvero una sintesi critica dei lavori scientifici pubblicati finora sull’argomento, e le conclusioni a cui arriva sono assai preoccupanti. Dai dati scientifici emerge che sia il vaccino a mRna contro il Covid sia lo stesso virus possono favorire la crescita di tumori e metastasi già esistenti. Inoltre, alla luce dei dati clinici a disposizione, emerge sempre più chiaramente che a questo rischio di tumori e metastasi «accelerati» appaiono più esposti i vaccinati con più dosi. Fa notare Isidoro: «Proprio a causa delle ripetute vaccinazioni i vaccinati sono più soggetti a contagiarsi e dunque - sebbene sia vero che il vaccino li protegge, ma temporaneamente, dal Covid grave - queste persone si ritrovano nella condizione di poter subire contemporaneamente i rischi oncologici provocati da vaccino e virus naturale messi insieme».
Sono diversi i meccanismi cellulari attraverso cui il vaccino può velocizzare l’andamento del cancro analizzati negli studi citati nella review di Isidoro, intitolata «Sars-Cov2 e vaccini anti-Covid-19 a mRna: Esiste un plausibile legame meccanicistico con il cancro?». Tra questi studi, alcuni rilevano che, in conseguenza della vaccinazione anti-Covid a mRna - e anche in conseguenza del Covid -, «si riduce Ace 2», enzima convertitore di una molecola chiamata angiotensina II, favorendo il permanere di questa molecola che favorisce a sua volta la proliferazione dei tumori. Altri dati analizzati nella review dimostrano inoltre che sia il virus che i vaccini di nuova generazione portano ad attivazione di geni e dunque all’attivazione di cellule tumorali. Altri dati ancora mostrano come sia il virus che il vaccino inibiscano l’espressione di proteine che proteggono dalle mutazioni del Dna.
Insomma, il vaccino anti-Covid, così come il virus, interferisce nei meccanismi cellulari di protezione dal cancro esponendo a maggiori rischi chi ha già una predisposizione genetica alla formazione di cellule tumorali e i malati oncologici con tumori dormienti, spiega Isidoro, facendo notare come i vaccinati con tre o più dosi si sono rivelati più esposti al contagio «perché il sistema immunitario in qualche modo viene ingannato e si adatta alla spike e dunque rende queste persone più suscettibili ad infettarsi».
Nella review anche alcune conferme agli esperimenti in vitro che arrivano dal mondo reale, come uno studio retrospettivo basato su un’ampia coorte di individui non vaccinati (595.007) e vaccinati (2.380.028) a Seul, che ha rilevato un’associazione tra vaccinazione e aumento del rischio di cancro alla tiroide, allo stomaco, al colon-retto, al polmone, al seno e alla prostata. «Questi dati se considerati nel loro insieme», spiega Isidoro, «convergono alla stessa conclusione: dovrebbero suscitare sospetti e stimolare una discussione nella comunità scientifica».
D’altra parte, anche Katalin Karikó, la biochimica vincitrice nel 2023 del Nobel per la Medicina proprio in virtù dei suoi studi sull’Rna applicati ai vaccini anti Covid, aveva parlato di questi possibili effetti collaterali di «acceleratore di tumori già esistenti». In particolare, in un’intervista rilasciata a Die Welt lo scorso gennaio, la ricercatrice ungherese aveva riferito della conversazione con una donna sulla quale, due giorni dopo l’inoculazione, era comparso «un grosso nodulo al seno». La signora aveva attribuito l’insorgenza del cancro al vaccino, mentre la scienziata lo escludeva ma tuttavia forniva una spiegazione del fenomeno: «Il cancro c’era già», spiegava Karikó, «e la vaccinazione ha dato una spinta in più al sistema immunitario, così che le cellule di difesa immunitaria si sono precipitate in gran numero sul nemico», sostenendo, infine, che il vaccino avrebbe consentito alla malcapitata di «scoprire più velocemente il cancro», affermazione che ha lasciato e ancor di più oggi lascia - alla luce di questo studio di Isidoro - irrisolti tanti interrogativi, soprattutto di fronte all’incremento in numero dei cosiddetti turbo-cancri e alla riattivazione di metastasi in malati oncologici, tutti eventi che si sono manifestati post vaccinazione anti- Covid e non hanno trovato altro tipo di plausibilità biologica diversa da una possibile correlazione con i preparati a mRna.
«Marginale il gabinetto di Speranza»
Mentre eravamo chiusi in casa durante il lockdown, il più lungo di tutti i Paesi occidentali, ognuno di noi era certo in cuor suo che i decisori che apparecchiavano ogni giorno alle 18 il tragico rito della lettura dei contagi e dei decessi sapessero ciò che stavano facendo. In realtà, al netto di un accettabile margine di impreparazione vista l’emergenza del tutto nuova, nelle tante stanze dei bottoni che il governo Pd-M5S di allora, guidato da Giuseppe Conte, aveva istituito, andavano tutti in ordine sparso. E l’audizione in commissione Covid del proctologo del San Raffaele Pierpaolo Sileri, allora viceministro alla Salute in quota 5 stelle, ha reso ancor più tangibile il livello d’improvvisazione e sciatteria di chi allora prese le decisioni e oggi è impegnato in tripli salti carpiati pur di rinnegarne la paternità. È il caso, ad esempio, del senatore Francesco Boccia del Pd, che ieri è intervenuto con zelante sollecitudine rivolgendo a Sileri alcune domande che son suonate più come ingannevoli asseverazioni. Una per tutte: «Io penso che il gabinetto del ministero della salute (guidato da Roberto Speranza, ndr) fosse assolutamente marginale, decidevano Protezione civile e coordinamento dei ministri». Il senso dell’intervento di Boccia non è difficile da cogliere: minimizzare le responsabilità del primo imputato della malagestione pandemica, Speranza, collega di partito di Boccia, e rovesciare gli oneri ora sul Cts, ora sulla Protezione civile, eventualmente sul governo ma in senso collegiale. «Puoi chiarire questi aspetti così li mettiamo a verbale?», ha chiesto Boccia a Sileri. L’ex sottosegretario alla salute, però, non ha dato la risposta desiderata: «Il mio ruolo era marginale», ha dichiarato Sileri, impegnato a sua volta a liberarsi del peso degli errori e delle omissioni in nome di un malcelato «io non c’ero, e se c’ero dormivo», «il Cts faceva la valutazione scientifica e la dava alla politica. Era il governo che poi decideva». Quello stesso governo dove Speranza, per forza di cose, allora era il componente più rilevante. Sileri ha dichiarato di essere stato isolato dai funzionari del ministero: «Alle riunioni non credo aver preso parte se non una volta» e «i Dpcm li ricevevo direttamente in aula, non ne avevo nemmeno una copia». Che questo racconto sia funzionale all’obiettivo di scaricare le responsabilità su altri, è un dato di fatto, ma l’immagine che ne esce è quella di decisori «inadeguati e tragicomici», come ebbe già ad ammettere l’altro sottosegretario Sandra Zampa (Pd).Anche sull’adozione dell’antiscientifica «terapia» a base di paracetamolo (Tachipirina) e vigile attesa, Sileri ha dichiarato di essere totalmente estraneo alla decisione: «Non so chi ha redatto la circolare del 30 novembre 2020 che dava agli antinfiammatori un ruolo marginale, ne ho scoperto l’esistenza soltanto dopo che era già uscita». Certo, ha ammesso, a novembre poteva essere dato maggiore spazio ai Fans perché «da marzo avevamo capito che non erano poi così malvagi». Bontà sua. Per Alice Buonguerrieri (Fdi) «è la conferma che la gestione del Covid affogasse nella confusione più assoluta». Boccia è tornato all’attacco anche sul piano pandemico: «Alcuni virologi hanno ribadito che era scientificamente impossibile averlo su Sars Cov-2, confermi?». «L'impatto era inatteso, ma ovviamente avere un piano pandemico aggiornato avrebbe fatto grosse differenze», ha replicato Sileri, che nel corso dell’audizione ha anche preso le distanze dalle misure suggerite dall’Oms che «aveva un grosso peso politico da parte dalla Cina». «I burocrati nominati da Speranza sono stati lasciati spadroneggiare per coprire le scelte errate dei vertici politici», è il commento di Antonella Zedda, vicepresidente dei senatori di Fratelli d’Italia, alla «chicca» emersa in commissione: un messaggio di fuoco che l’allora capo di gabinetto del ministero Goffredo Zaccardi indirizzò a Sileri («Stai buono o tiro fuori i dossier che ho nel cassetto», avrebbe scritto).In che mani siamo stati.
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