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2018-07-07
Sanità in Basilicata, arrestato il governatore
Ansa
Chiunque avrebbe scommesso che, per tutti quei proclami sull'accoglienza, sarebbe stato ricordato come il governatore che voleva sostituire i lucani emigrati con i rifugiati. E invece no. In Basilicata Marcello Pittella, fratello del senatore Gianni e figlio del senatore Mimì (condannato per banda armata nel processo Moro ter perché aveva curato una terrorista, deceduto qualche mese fa), presidente della Regione renziano che puntava al secondo mandato, con molta probabilità verrà ricordato con le parole del gip di Matera che ieri lo ha ristretto nella sua abitazione di Lauria. Ai domiciliari per falso e abuso d'ufficio. Perché, secondo il giudice, è il padrino delle raccomandazioni nel sistema sanitario lucano. Un'inchiesta della Guardia di finanza di Matera, coordinata dal pm Salvatore Colella, sulla manipolazione di concorsi e raccomandazioni nelle nomine ai vertici della sanità lucana ha svelato il meccanismo con il quale Pittella riusciva ad «accontentare tutti» i suoi amici. Era, insomma, per dirla proprio come il gip Angela Rosa Nettis, il «deus ex machina di questa distorsione istituzionale». È Pittella «che influenza le scelte gestionali delle aziende sanitarie e ospedaliere, interfacciandosi direttamente con i direttori generali che sono stati nominati con validità triennale dalla sua giunta». È sempre Pittella che ha in mano il «totale condizionamento della sanità pubblica», scrive il gip, «per interessi privatistici e logiche clientelari politiche». Ed è ancora Pittella che spicca, secondo il gip, «per la spartizione partitocratica degli incarichi e dei posti messi a concorso nel settore della sanità, i cui protagonisti con disinvolta facilità si muovono con un malinteso senso di impunità».
E, siccome pensava di ricandidarsi a governatore alle prossime regionali (incassando coram populo anche il consenso di 70 sindaci su 131 comuni), scrive il gip, il pericolo di reiterazione dei reati risulta «quantomai attuale e concreto», soprattutto perché «ciò fa ritenere che continuerà a garantire i suoi favori e a imporre i suoi placet ai suoi accoliti pur di consolidare il bacino clientelare, potendo contare su appoggi locali, in uno scambio di utilità vicendevoli».
I «questuanti», così definisce il giudice coloro che cercavano di piazzare nei posti pubblici gli amici, «si interfacciano tra loro in uno scambio reciproco di richieste illegittime e promesse o dazioni indebite». Una piaga, che esclude la meritocrazia, e che dimostra, come sostiene il gip, che la politica viene intesa nella «più fraintesa accezione negativa e distorta, non più a servizio della realizzazione del bene collettivo ma a soddisfacimento dei propri bisogni di sciacallaggio di potere e condizionamento sociale».
Le misure restrittive sono state eseguite nei confronti dei vertici delle aziende sanitarie lucane e anche della Asl di Bari. In totale: due arresti in carcere, 20 ai domiciliari e otto obblighi di dimora eseguiti da 100 agenti delle Fiamme gialle che riguardano persone coinvolte a vario titolo in fatti riconducibili a reati contro la pubblica amministrazione. I capi d'imputazione che mettono sotto accusa la sanità lucana sono 31.
La cricca dei burocrati della sanità aveva fornito le tracce di alcuni concorsi in anticipo. Le graduatorie le avevano poi realizzate su due binari: quelle reali e quelle, in rosso, per evidenziare i raccomandati.
«I concorsi», ha detto in conferenza stampa il capo della Procura di Matera, Pietro Argentino, «sono stati artefatti con precisione matematica». I punteggi venivano taroccati e i verbali con i giudizi sui candidati bravi da affossare per avvantaggiare i raccomandati venivano distrutti.
Il «collettore» delle raccomandazioni di Pittella era il commissario straordinario dell'Azienda sanitaria di Matera, Pietro Quinto (per lui si sono aperte le porte del carcere). Nelle carte dell'inchiesta viene descritto come un uomo di potere e di relazioni. Dal 29 maggio di un anno fa, sostengono gli investigatori, ha saputo di essere sotto indagine e gli inquirenti ritengono di sapere anche da chi sia stato avvisato: da uno degli uomini lucani più vicini a Matteo Renzi, il senatore Salvatore Margiotta.
«Quinto», sostiene l'accusa, «mantiene significativi rapporti con altre figure politiche e religiose di spicco». Come don Angelo Gallitelli, segretario del vescovo di Matera, che aveva chiesto una raccomandazione all'università per la sorella. Pensava, tramite Quinto, di arrivare a Pittella. Ma lo stesso Quinto, emerge nell'ordinanza che riporta anche uno stralcio dell'intercettazione ambientale captata dagli investigatori, bisbigliando come se fosse nel confessionale, gli fa capire che per quella richiesta è meglio rivolgersi a un altro big del Partito democratico, l'ex sottosegretario del governo Renzi alla Sanità, prima, e viceministro all'Istruzione poi, Vito De Filippo (che non è indagato). Ed è così che indirizza il sacerdote, «positivamente», sottolinea il gip, «verso l'altro, più competente, sponsor».
Il figlio d’arte che voleva sostituire i lucani con gli immigrati
La dinasty alla lucana dei Pittella's era già leggenda prima che la cronaca, insensibile, facesse irruzione, con le pettorine della Guardia di Finanza, nella casa di Marcello, governatore, fratello (molto fratello) e figlio d'arte, rampollo di una casata di politici che hanno fatto la storia della Basilicata. Marcello Pittella è il figlio del fu Domenico, scomparso lo scorso aprile a 86 anni. Don Mimì fu eletto tre volte senatore del Partito socialista italiano, nel 1972, nel 1976 e nel 1979.
La sua brillante carriera politica fu interrotta da una disavventura giudiziaria: fu arrestato il 4 ottobre 1983, accusato di associazione sovversiva e partecipazione a banda armata per aver messo a disposizione delle Brigate rosse la sua clinica di Lauria, dove due anni prima, nel 1981, senza redigere un referto, aveva medicato e curato la terrorista latitante Natalia Ligas, ferita alla coscia in un conflitto a fuoco. Scontò 2 anni e 9 mesi di detenzione tra Regina Coeli e domiciliari, Don Mimì, finché ottenne la libertà condizionale. Fu condannato in appello a 12 anni, sentenza confermata dalla Cassazione nell'ambito del processo Moro ter, il 10 maggio 1993. Riparò in Francia, dove condusse la dura vita del latitante, finché, il 28 aprile 1999, si costituì a Rebibbia. La sua pena fu ridotta di un terzo dalla grazia parziale concessa il 18 novembre 1999 dal presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi. Tornò libero, avendo saldato il suo conto con la giustizia, nel 2002.
Marcello Pittella, secondogenito di Don Mimì, presidente della Basilicata dal 2013, era pronto a ricandidarsi, sottoponendo agli elettori i risultati di 5 anni di governo. Indimenticabile il progetto We are the people, presentato nell'ottobre 2016 insieme a Naguib Sawiris, tycoon egiziano e presidente del gruppo delle telecomunicazioni Orascom, e Rawya Mansour, fondatrice di Ramsco, gruppo internazionale impegnato nella tutela dell'ambiente e nella lotta alla povertà nei paesi in via di sviluppo.
Il progetto, per fortuna rimasto solo sulla carta, doveva realizzare «un sistema integrato dei servizi di accoglienza ai migranti che tenga conto delle priorità del territorio e garantisca futuro ed occupazione ai residenti e agli stranieri». Pittella voleva ripopolare la Basilicata con gli immigrati, che avrebbero dovuto sostituire i tanti giovani che avevano lasciato la terra d'origine: «Con questo accordo», disse Marcello Pittella, «scriviamo una pagina importante per l'Europa che deve attuare una strategia più incisiva sulla politica di accoglienza dei rifugiati e dei migranti. L'errore di quanti realizzano muri di cemento armato per tentare di arginare un fenomeno fisiologicamente inarrestabile, può trovare una risposta efficace da parte di piccoli grandi esempi come quello offerto dalla nostra regione».
Non se ne fece nulla, ma Marcello Pittella decise che il suo volto dovesse comunque comparire tra quelli immortalati sul «Muro della speranza», gigantesco murales da 200 metri quadri che doveva rappresentare la storia della Lucania. Costo dell'opera: 180.000 euro di fondi regionali. Pittella, subito soprannominato Kim-Jong-Marcello, accusato di «autoesaltazione», rinunciò. Altrettanto famoso il fratello maggiore, Gianni, europarlamentare per quasi 20 anni di fila, dallo scorso 4 marzo senatore del Partito democratico. Fedelissimo di Matteo Renzi, Gianni ha sostenuto l'ex Rottamatore alle primarie del 2017, organizzando una lista ad hoc.
Carlo Tarallo
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Marcello Pittella (Pd) finisce ai domiciliari. Secondo i magistrati, influenzava le nomine pubbliche «per interessi privatistici e logiche clientelari». I concorsi erano «artefatti con precisione matematica» per soddisfare «i questuanti» che gli chiedevano favori.Pensò di ripopolare la zona con gli africani. Lui e il fratello sono renziani di ferro.Lo speciale contiene due articoli.Chiunque avrebbe scommesso che, per tutti quei proclami sull'accoglienza, sarebbe stato ricordato come il governatore che voleva sostituire i lucani emigrati con i rifugiati. E invece no. In Basilicata Marcello Pittella, fratello del senatore Gianni e figlio del senatore Mimì (condannato per banda armata nel processo Moro ter perché aveva curato una terrorista, deceduto qualche mese fa), presidente della Regione renziano che puntava al secondo mandato, con molta probabilità verrà ricordato con le parole del gip di Matera che ieri lo ha ristretto nella sua abitazione di Lauria. Ai domiciliari per falso e abuso d'ufficio. Perché, secondo il giudice, è il padrino delle raccomandazioni nel sistema sanitario lucano. Un'inchiesta della Guardia di finanza di Matera, coordinata dal pm Salvatore Colella, sulla manipolazione di concorsi e raccomandazioni nelle nomine ai vertici della sanità lucana ha svelato il meccanismo con il quale Pittella riusciva ad «accontentare tutti» i suoi amici. Era, insomma, per dirla proprio come il gip Angela Rosa Nettis, il «deus ex machina di questa distorsione istituzionale». È Pittella «che influenza le scelte gestionali delle aziende sanitarie e ospedaliere, interfacciandosi direttamente con i direttori generali che sono stati nominati con validità triennale dalla sua giunta». È sempre Pittella che ha in mano il «totale condizionamento della sanità pubblica», scrive il gip, «per interessi privatistici e logiche clientelari politiche». Ed è ancora Pittella che spicca, secondo il gip, «per la spartizione partitocratica degli incarichi e dei posti messi a concorso nel settore della sanità, i cui protagonisti con disinvolta facilità si muovono con un malinteso senso di impunità».E, siccome pensava di ricandidarsi a governatore alle prossime regionali (incassando coram populo anche il consenso di 70 sindaci su 131 comuni), scrive il gip, il pericolo di reiterazione dei reati risulta «quantomai attuale e concreto», soprattutto perché «ciò fa ritenere che continuerà a garantire i suoi favori e a imporre i suoi placet ai suoi accoliti pur di consolidare il bacino clientelare, potendo contare su appoggi locali, in uno scambio di utilità vicendevoli».I «questuanti», così definisce il giudice coloro che cercavano di piazzare nei posti pubblici gli amici, «si interfacciano tra loro in uno scambio reciproco di richieste illegittime e promesse o dazioni indebite». Una piaga, che esclude la meritocrazia, e che dimostra, come sostiene il gip, che la politica viene intesa nella «più fraintesa accezione negativa e distorta, non più a servizio della realizzazione del bene collettivo ma a soddisfacimento dei propri bisogni di sciacallaggio di potere e condizionamento sociale».Le misure restrittive sono state eseguite nei confronti dei vertici delle aziende sanitarie lucane e anche della Asl di Bari. In totale: due arresti in carcere, 20 ai domiciliari e otto obblighi di dimora eseguiti da 100 agenti delle Fiamme gialle che riguardano persone coinvolte a vario titolo in fatti riconducibili a reati contro la pubblica amministrazione. I capi d'imputazione che mettono sotto accusa la sanità lucana sono 31.La cricca dei burocrati della sanità aveva fornito le tracce di alcuni concorsi in anticipo. Le graduatorie le avevano poi realizzate su due binari: quelle reali e quelle, in rosso, per evidenziare i raccomandati.«I concorsi», ha detto in conferenza stampa il capo della Procura di Matera, Pietro Argentino, «sono stati artefatti con precisione matematica». I punteggi venivano taroccati e i verbali con i giudizi sui candidati bravi da affossare per avvantaggiare i raccomandati venivano distrutti. Il «collettore» delle raccomandazioni di Pittella era il commissario straordinario dell'Azienda sanitaria di Matera, Pietro Quinto (per lui si sono aperte le porte del carcere). Nelle carte dell'inchiesta viene descritto come un uomo di potere e di relazioni. Dal 29 maggio di un anno fa, sostengono gli investigatori, ha saputo di essere sotto indagine e gli inquirenti ritengono di sapere anche da chi sia stato avvisato: da uno degli uomini lucani più vicini a Matteo Renzi, il senatore Salvatore Margiotta. «Quinto», sostiene l'accusa, «mantiene significativi rapporti con altre figure politiche e religiose di spicco». Come don Angelo Gallitelli, segretario del vescovo di Matera, che aveva chiesto una raccomandazione all'università per la sorella. Pensava, tramite Quinto, di arrivare a Pittella. Ma lo stesso Quinto, emerge nell'ordinanza che riporta anche uno stralcio dell'intercettazione ambientale captata dagli investigatori, bisbigliando come se fosse nel confessionale, gli fa capire che per quella richiesta è meglio rivolgersi a un altro big del Partito democratico, l'ex sottosegretario del governo Renzi alla Sanità, prima, e viceministro all'Istruzione poi, Vito De Filippo (che non è indagato). Ed è così che indirizza il sacerdote, «positivamente», sottolinea il gip, «verso l'altro, più competente, sponsor».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/sanita-in-basilicata-arrestato-il-governatore-2584377857.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-figlio-darte-che-voleva-sostituire-i-lucani-con-gli-immigrati" data-post-id="2584377857" data-published-at="1774143111" data-use-pagination="False"> Il figlio d’arte che voleva sostituire i lucani con gli immigrati La dinasty alla lucana dei Pittella's era già leggenda prima che la cronaca, insensibile, facesse irruzione, con le pettorine della Guardia di Finanza, nella casa di Marcello, governatore, fratello (molto fratello) e figlio d'arte, rampollo di una casata di politici che hanno fatto la storia della Basilicata. Marcello Pittella è il figlio del fu Domenico, scomparso lo scorso aprile a 86 anni. Don Mimì fu eletto tre volte senatore del Partito socialista italiano, nel 1972, nel 1976 e nel 1979. La sua brillante carriera politica fu interrotta da una disavventura giudiziaria: fu arrestato il 4 ottobre 1983, accusato di associazione sovversiva e partecipazione a banda armata per aver messo a disposizione delle Brigate rosse la sua clinica di Lauria, dove due anni prima, nel 1981, senza redigere un referto, aveva medicato e curato la terrorista latitante Natalia Ligas, ferita alla coscia in un conflitto a fuoco. Scontò 2 anni e 9 mesi di detenzione tra Regina Coeli e domiciliari, Don Mimì, finché ottenne la libertà condizionale. Fu condannato in appello a 12 anni, sentenza confermata dalla Cassazione nell'ambito del processo Moro ter, il 10 maggio 1993. Riparò in Francia, dove condusse la dura vita del latitante, finché, il 28 aprile 1999, si costituì a Rebibbia. La sua pena fu ridotta di un terzo dalla grazia parziale concessa il 18 novembre 1999 dal presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi. Tornò libero, avendo saldato il suo conto con la giustizia, nel 2002. Marcello Pittella, secondogenito di Don Mimì, presidente della Basilicata dal 2013, era pronto a ricandidarsi, sottoponendo agli elettori i risultati di 5 anni di governo. Indimenticabile il progetto We are the people, presentato nell'ottobre 2016 insieme a Naguib Sawiris, tycoon egiziano e presidente del gruppo delle telecomunicazioni Orascom, e Rawya Mansour, fondatrice di Ramsco, gruppo internazionale impegnato nella tutela dell'ambiente e nella lotta alla povertà nei paesi in via di sviluppo. Il progetto, per fortuna rimasto solo sulla carta, doveva realizzare «un sistema integrato dei servizi di accoglienza ai migranti che tenga conto delle priorità del territorio e garantisca futuro ed occupazione ai residenti e agli stranieri». Pittella voleva ripopolare la Basilicata con gli immigrati, che avrebbero dovuto sostituire i tanti giovani che avevano lasciato la terra d'origine: «Con questo accordo», disse Marcello Pittella, «scriviamo una pagina importante per l'Europa che deve attuare una strategia più incisiva sulla politica di accoglienza dei rifugiati e dei migranti. L'errore di quanti realizzano muri di cemento armato per tentare di arginare un fenomeno fisiologicamente inarrestabile, può trovare una risposta efficace da parte di piccoli grandi esempi come quello offerto dalla nostra regione». Non se ne fece nulla, ma Marcello Pittella decise che il suo volto dovesse comunque comparire tra quelli immortalati sul «Muro della speranza», gigantesco murales da 200 metri quadri che doveva rappresentare la storia della Lucania. Costo dell'opera: 180.000 euro di fondi regionali. Pittella, subito soprannominato Kim-Jong-Marcello, accusato di «autoesaltazione», rinunciò. Altrettanto famoso il fratello maggiore, Gianni, europarlamentare per quasi 20 anni di fila, dallo scorso 4 marzo senatore del Partito democratico. Fedelissimo di Matteo Renzi, Gianni ha sostenuto l'ex Rottamatore alle primarie del 2017, organizzando una lista ad hoc. Carlo Tarallo
Cirino Pomicino (Ansa)
‘O ministro, 86 anni, era ricoverato nella clinica Quisisana di Roma, afflitto dai postumi degli acciacchi dovuti alla cardiopatia cronica, con infarti ripetuti e due trapianti che gli hanno fatto dire: «Gli altri cambiano la macchina, io cambio gli organi».
Pilastro della Democrazia Cristiana, intelligente e scafato, cresciuto alla scuola di Giulio Andreotti che negli anni 70 cercava in Campania qualcuno da contrapporre ai ras del Sud Antonio Gava e Ciriaco De Mita, Cirino Pomicino ha attraversato la repubblica delle sciabole da protagonista: deputato per sette legislature, due volte ministro (Bilancio e Funzione pubblica), fu vicerè borbonico della corrente del luciferino Giulio. Qualcuno se lo ricorda raffigurato mentre balla da scatenato nel film che ricostruisce (con spreco di luoghi comuni) gli ultimi fuochi del pentapartito e delle convergenze parallele: «Il Divo» di Paolo Sorrentino.
Caustico e diplomatico, faceva risalire alla famiglia la capacità di trovare uno spazio di confronto con tutti. «Ero il quinto di sette figli, con sei maschi che tifavano per sei squadre diverse (lui era milanista - Ndr) e si identificavano in sei partiti diversi. Ci siamo formati alla scuola della tolleranza senza che mai le differenze intaccassero il profondo rapporto fraterno». Chi lo accusava di sprecare i soldi pubblici per accontentare le clientele si sentiva ripetere: «Sono ricco di famiglia, per capirlo guardate i tombini di Napoli». Portavano il nome della fonderia del nonno. Re delle commissioni Bilancio, nei mitici anni 80 inventò l’emendamento vol-au-vent, che le correnti dei partiti riempivano di finanziamenti. Era lo Sportello Pomicino, lui accontentava tutti e si giustificava: «Se lo sportello funziona è perché qualcuno bussa».
Nato a Napoli il 3 settembre 1939, teneva molto all’orario. «Erano le 7 di mattina, alle 11 l’Inghilterra dichiarò guerra alla Germania di Hitler e alle 17 la Francia fece altrettanto. Il mio arrivo consentì a papà di non essere chiamato al fronte, in quanto padre di 5 figli». Laureato in medicina e attivista democristiano, prima della chiamata andreottiana ha lavorato come neurochirurgo all’ospedale Cardarelli. Avvezzo alle comodità, aveva affittato sull’Appia Antica una villa con 20 stanze, costo 5 milioni di vecchie lire all’anno. I suoi eccessi facevano dire a Francesco Cossiga, che non gli era amico: «Siamo un Paese solido che può sopportare come ministro un analfabeta come lui».
Sposato due volte (la seconda con Lucia Marotta di 27 anni più giovane), il suo destino è stato indissolubilmente legato a Tangentopoli. Le inchieste, i canini affilati delle procure. Indagato 42 volte ma condannato solo due per finanziamento illecito della Dc, Cirino Pomicino uscì clamorosamente di scena la sera in cui, entrato in un ristorante di Napoli con la famiglia, fu costretto ad andarsene dal resto della clientela, che al suo apparire aveva cominciato a far tintinnare i bicchieri con le posate per sloggiarlo. Un affronto volgare e immeritato. Lui si difendeva così: «Nella chiesa è nato il proverbio “senza soldi non si cantano messe”. La politica non mi ha arricchito, non possiedo una casa e non la possiede neppure mia figlia Ilaria».
Testimone di un’epoca dominata anche dal tintinnio delle manette (fu condannato a un anno e mezzo di carcere, fece 17 giorni), qualche anno fa ha rivelato un retroscena inquietante di quella stagione: «Nel 1991 Carlo De Benedetti venne da me e mi chiese: Vuole essere il mio ministro? Lui e l’avvocato Gianni Agnelli avevano deciso un colpo di Stato, spazzare via la Dc per via giudiziaria e consegnare il potere ai comunisti che, orfani di Mosca, sarebbero stati lacchè ai loro ordini. Io dissi no». Arrivò Mani Pulite. Ma a rompere lo schema si materializzò Silvio Berlusconi.
Cirino Pomicino è morto un giorno prima del referendum, lui che della casta dei magistrati non aveva alcuna stima. E ai quali - quando cominciò a scrivere editoriali con lo pseudonimo di Geronimo (chiamato a L’Indipendente e poi al Giornale da Vittorio Feltri) - non risparmiò critiche feroci. «Geronimo era il grande capo Apache che non si arrese alle truppe nordiste e io non mi sono mai arreso ai pm e alle loro truppe mediatiche. Sotto le macerie lasciate dalle inchieste finì tutta la Prima repubblica tranne il Pci che, grazie ai ragazzi della via Pal della procura di Milano, fu solo costretto a cambiare nome». Eppure oggi si sarebbe opposto alla riforma Nordio perché la considerava troppo morbida. «Con lo sdoppiamento del Csm si verrebbe a creare una nicchia dove i pm se la cantano e se la suonano senza controllo, con la possibilità di intimidire non solo la politica ma anche i giudici». Un giorno del 1997, uscito dal sonno indotto dall’anestesia per uno degli infarti, si trovò al capezzale Antonio Di Pietro. «Mi avevano dato tre ore di vita e lui venne a trovarmi. Mi disse che aveva sempre votato Dc. Era convinto che sarei morto e non avrei mai potuto raccontarlo». Invece ha avuto in dono altri 29 anni durante i quali qualcuno gli dava dell’immortale. Lui sorrideva facendo le corna: «Della morte mi spaventa la bara, il corpo chiuso che si decompone. Mi farò cremare». Ora ‘O ministro cammina nell’eternità.
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Lancia «Gamma» berlina del 1976 (Stellantis/Centro Storico Fiat)
Per sei anni la Lancia, regina delle ammiraglie di lusso italiane, era rimasta senza un vero modello di punta. L’ultima delle berline di classe superiore era stata la «Flaminia», prodotta dal 1959 al 1970, mentre l’ultimo modello a tre volumi (ma meno lussuosa) era stata la 2.000, una semplice rivisitazione dell’altrettanto obsoleta Flavia. La casa di Chivasso, assorbita da Fiat dal 1969, decise di non rimpiazzarla temporaneamente. Poi venne la crisi petrolifera mondiale, ed ogni progetto di vetture di alta cilindrata assetate di benzina fu sospeso.
Lancia si riaffacciò al segmento solo dopo alcuni anni, quando la concorrenza di ammiraglie estere come Mercedes e Bmw aveva occupato una buona fetta del mercato europeo. Ci riprovò dopo la metà degli anni Settanta, con la nuova «Gamma», presentata a Ginevra nel marzo del 1976. La crisi del 1973 aveva lasciato il segno, e l’efficienza dei motori in termini di consumi era diventata una priorità. Il mercato italiano era poi condizionato dalla pesante tassazione dei propulsori di cilindrata superiore ai 2 litri, che spesso erano adottati dalle case estere in configurazione 6 cilindri. La Lancia progettò sulla base di queste esigenze un motore tutto nuovo, completamente diverso da quelli dei modelli precedenti. La «Gamma» sarà infatti spinta da un 4 cilindri boxer in alluminio, prodotto nelle due cilindrate di 1,9 e 2,5 litri da 116 e 140 Cv rispettivamente. Quello che colpì maggiormente il pubblico e gli affezionati del marchio fu certamente la linea, che segnava una rottura con la lunga tradizione delle tre volumi. Affidata al blasonato nome di Pininfarina, la nuova ammiraglia lancia era di fatto una 2 volumi e mezzo con coda spiovente e tronca e la trazione era anteriore.
Contemporaneamente alla berlina fu presentata la coupé, una due porte più aggressiva e sportiveggiante, che conservava tuttavia gli ampi spazi interni della 4 porte. I motori garantivano ottime prestazioni, comprese tra i 185 e i 195 km/h nel confort degli interni lussuosamente rifiniti nello stile caratteristico della casa di Chivasso. La «Gamma» fu ben accolta da pubblico e stampa nonostante la evidente rottura con la tradizione delle berline a tre volumi. La sua storia però, passata dal restyling del 1980 che regalò ai motori l’iniezione elettronica, non fu felice. La causa del mancato successo di una vettura coraggiosa e all’avanguardia per lo stile fu la scarsa affidabilità del motore e degli organi ad esso collegati. Per alcune ingenuità di progettazione di un boxer del tutto nuovo, la Gamma soffrì costantemente di problemi (anche gravi) alla distribuzione per la fragilità del sistema, ed al servosterzo che era direttamente collegato alla distribuzione e poteva, se messo sotto sforzo dalla massa non indifferente della vettura, creare gravi danni agli organi meccanici.
La bella ma sfortunata ammiraglia di Chivasso uscì di scena appena 8 anni dopo il suo lancio, nel 1984. Sarà sostituita da una berlina che, per il successo ottenuto nel decennio successivo, proietterà un cono d’ombra sull’immagine dell’antesignana «Gamma», la Lancia «Thema».
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