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2018-07-07
Sanità in Basilicata, arrestato il governatore
Ansa
Chiunque avrebbe scommesso che, per tutti quei proclami sull'accoglienza, sarebbe stato ricordato come il governatore che voleva sostituire i lucani emigrati con i rifugiati. E invece no. In Basilicata Marcello Pittella, fratello del senatore Gianni e figlio del senatore Mimì (condannato per banda armata nel processo Moro ter perché aveva curato una terrorista, deceduto qualche mese fa), presidente della Regione renziano che puntava al secondo mandato, con molta probabilità verrà ricordato con le parole del gip di Matera che ieri lo ha ristretto nella sua abitazione di Lauria. Ai domiciliari per falso e abuso d'ufficio. Perché, secondo il giudice, è il padrino delle raccomandazioni nel sistema sanitario lucano. Un'inchiesta della Guardia di finanza di Matera, coordinata dal pm Salvatore Colella, sulla manipolazione di concorsi e raccomandazioni nelle nomine ai vertici della sanità lucana ha svelato il meccanismo con il quale Pittella riusciva ad «accontentare tutti» i suoi amici. Era, insomma, per dirla proprio come il gip Angela Rosa Nettis, il «deus ex machina di questa distorsione istituzionale». È Pittella «che influenza le scelte gestionali delle aziende sanitarie e ospedaliere, interfacciandosi direttamente con i direttori generali che sono stati nominati con validità triennale dalla sua giunta». È sempre Pittella che ha in mano il «totale condizionamento della sanità pubblica», scrive il gip, «per interessi privatistici e logiche clientelari politiche». Ed è ancora Pittella che spicca, secondo il gip, «per la spartizione partitocratica degli incarichi e dei posti messi a concorso nel settore della sanità, i cui protagonisti con disinvolta facilità si muovono con un malinteso senso di impunità».
E, siccome pensava di ricandidarsi a governatore alle prossime regionali (incassando coram populo anche il consenso di 70 sindaci su 131 comuni), scrive il gip, il pericolo di reiterazione dei reati risulta «quantomai attuale e concreto», soprattutto perché «ciò fa ritenere che continuerà a garantire i suoi favori e a imporre i suoi placet ai suoi accoliti pur di consolidare il bacino clientelare, potendo contare su appoggi locali, in uno scambio di utilità vicendevoli».
I «questuanti», così definisce il giudice coloro che cercavano di piazzare nei posti pubblici gli amici, «si interfacciano tra loro in uno scambio reciproco di richieste illegittime e promesse o dazioni indebite». Una piaga, che esclude la meritocrazia, e che dimostra, come sostiene il gip, che la politica viene intesa nella «più fraintesa accezione negativa e distorta, non più a servizio della realizzazione del bene collettivo ma a soddisfacimento dei propri bisogni di sciacallaggio di potere e condizionamento sociale».
Le misure restrittive sono state eseguite nei confronti dei vertici delle aziende sanitarie lucane e anche della Asl di Bari. In totale: due arresti in carcere, 20 ai domiciliari e otto obblighi di dimora eseguiti da 100 agenti delle Fiamme gialle che riguardano persone coinvolte a vario titolo in fatti riconducibili a reati contro la pubblica amministrazione. I capi d'imputazione che mettono sotto accusa la sanità lucana sono 31.
La cricca dei burocrati della sanità aveva fornito le tracce di alcuni concorsi in anticipo. Le graduatorie le avevano poi realizzate su due binari: quelle reali e quelle, in rosso, per evidenziare i raccomandati.
«I concorsi», ha detto in conferenza stampa il capo della Procura di Matera, Pietro Argentino, «sono stati artefatti con precisione matematica». I punteggi venivano taroccati e i verbali con i giudizi sui candidati bravi da affossare per avvantaggiare i raccomandati venivano distrutti.
Il «collettore» delle raccomandazioni di Pittella era il commissario straordinario dell'Azienda sanitaria di Matera, Pietro Quinto (per lui si sono aperte le porte del carcere). Nelle carte dell'inchiesta viene descritto come un uomo di potere e di relazioni. Dal 29 maggio di un anno fa, sostengono gli investigatori, ha saputo di essere sotto indagine e gli inquirenti ritengono di sapere anche da chi sia stato avvisato: da uno degli uomini lucani più vicini a Matteo Renzi, il senatore Salvatore Margiotta.
«Quinto», sostiene l'accusa, «mantiene significativi rapporti con altre figure politiche e religiose di spicco». Come don Angelo Gallitelli, segretario del vescovo di Matera, che aveva chiesto una raccomandazione all'università per la sorella. Pensava, tramite Quinto, di arrivare a Pittella. Ma lo stesso Quinto, emerge nell'ordinanza che riporta anche uno stralcio dell'intercettazione ambientale captata dagli investigatori, bisbigliando come se fosse nel confessionale, gli fa capire che per quella richiesta è meglio rivolgersi a un altro big del Partito democratico, l'ex sottosegretario del governo Renzi alla Sanità, prima, e viceministro all'Istruzione poi, Vito De Filippo (che non è indagato). Ed è così che indirizza il sacerdote, «positivamente», sottolinea il gip, «verso l'altro, più competente, sponsor».
Il figlio d’arte che voleva sostituire i lucani con gli immigrati
La dinasty alla lucana dei Pittella's era già leggenda prima che la cronaca, insensibile, facesse irruzione, con le pettorine della Guardia di Finanza, nella casa di Marcello, governatore, fratello (molto fratello) e figlio d'arte, rampollo di una casata di politici che hanno fatto la storia della Basilicata. Marcello Pittella è il figlio del fu Domenico, scomparso lo scorso aprile a 86 anni. Don Mimì fu eletto tre volte senatore del Partito socialista italiano, nel 1972, nel 1976 e nel 1979.
La sua brillante carriera politica fu interrotta da una disavventura giudiziaria: fu arrestato il 4 ottobre 1983, accusato di associazione sovversiva e partecipazione a banda armata per aver messo a disposizione delle Brigate rosse la sua clinica di Lauria, dove due anni prima, nel 1981, senza redigere un referto, aveva medicato e curato la terrorista latitante Natalia Ligas, ferita alla coscia in un conflitto a fuoco. Scontò 2 anni e 9 mesi di detenzione tra Regina Coeli e domiciliari, Don Mimì, finché ottenne la libertà condizionale. Fu condannato in appello a 12 anni, sentenza confermata dalla Cassazione nell'ambito del processo Moro ter, il 10 maggio 1993. Riparò in Francia, dove condusse la dura vita del latitante, finché, il 28 aprile 1999, si costituì a Rebibbia. La sua pena fu ridotta di un terzo dalla grazia parziale concessa il 18 novembre 1999 dal presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi. Tornò libero, avendo saldato il suo conto con la giustizia, nel 2002.
Marcello Pittella, secondogenito di Don Mimì, presidente della Basilicata dal 2013, era pronto a ricandidarsi, sottoponendo agli elettori i risultati di 5 anni di governo. Indimenticabile il progetto We are the people, presentato nell'ottobre 2016 insieme a Naguib Sawiris, tycoon egiziano e presidente del gruppo delle telecomunicazioni Orascom, e Rawya Mansour, fondatrice di Ramsco, gruppo internazionale impegnato nella tutela dell'ambiente e nella lotta alla povertà nei paesi in via di sviluppo.
Il progetto, per fortuna rimasto solo sulla carta, doveva realizzare «un sistema integrato dei servizi di accoglienza ai migranti che tenga conto delle priorità del territorio e garantisca futuro ed occupazione ai residenti e agli stranieri». Pittella voleva ripopolare la Basilicata con gli immigrati, che avrebbero dovuto sostituire i tanti giovani che avevano lasciato la terra d'origine: «Con questo accordo», disse Marcello Pittella, «scriviamo una pagina importante per l'Europa che deve attuare una strategia più incisiva sulla politica di accoglienza dei rifugiati e dei migranti. L'errore di quanti realizzano muri di cemento armato per tentare di arginare un fenomeno fisiologicamente inarrestabile, può trovare una risposta efficace da parte di piccoli grandi esempi come quello offerto dalla nostra regione».
Non se ne fece nulla, ma Marcello Pittella decise che il suo volto dovesse comunque comparire tra quelli immortalati sul «Muro della speranza», gigantesco murales da 200 metri quadri che doveva rappresentare la storia della Lucania. Costo dell'opera: 180.000 euro di fondi regionali. Pittella, subito soprannominato Kim-Jong-Marcello, accusato di «autoesaltazione», rinunciò. Altrettanto famoso il fratello maggiore, Gianni, europarlamentare per quasi 20 anni di fila, dallo scorso 4 marzo senatore del Partito democratico. Fedelissimo di Matteo Renzi, Gianni ha sostenuto l'ex Rottamatore alle primarie del 2017, organizzando una lista ad hoc.
Carlo Tarallo
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Marcello Pittella (Pd) finisce ai domiciliari. Secondo i magistrati, influenzava le nomine pubbliche «per interessi privatistici e logiche clientelari». I concorsi erano «artefatti con precisione matematica» per soddisfare «i questuanti» che gli chiedevano favori.Pensò di ripopolare la zona con gli africani. Lui e il fratello sono renziani di ferro.Lo speciale contiene due articoli.Chiunque avrebbe scommesso che, per tutti quei proclami sull'accoglienza, sarebbe stato ricordato come il governatore che voleva sostituire i lucani emigrati con i rifugiati. E invece no. In Basilicata Marcello Pittella, fratello del senatore Gianni e figlio del senatore Mimì (condannato per banda armata nel processo Moro ter perché aveva curato una terrorista, deceduto qualche mese fa), presidente della Regione renziano che puntava al secondo mandato, con molta probabilità verrà ricordato con le parole del gip di Matera che ieri lo ha ristretto nella sua abitazione di Lauria. Ai domiciliari per falso e abuso d'ufficio. Perché, secondo il giudice, è il padrino delle raccomandazioni nel sistema sanitario lucano. Un'inchiesta della Guardia di finanza di Matera, coordinata dal pm Salvatore Colella, sulla manipolazione di concorsi e raccomandazioni nelle nomine ai vertici della sanità lucana ha svelato il meccanismo con il quale Pittella riusciva ad «accontentare tutti» i suoi amici. Era, insomma, per dirla proprio come il gip Angela Rosa Nettis, il «deus ex machina di questa distorsione istituzionale». È Pittella «che influenza le scelte gestionali delle aziende sanitarie e ospedaliere, interfacciandosi direttamente con i direttori generali che sono stati nominati con validità triennale dalla sua giunta». È sempre Pittella che ha in mano il «totale condizionamento della sanità pubblica», scrive il gip, «per interessi privatistici e logiche clientelari politiche». Ed è ancora Pittella che spicca, secondo il gip, «per la spartizione partitocratica degli incarichi e dei posti messi a concorso nel settore della sanità, i cui protagonisti con disinvolta facilità si muovono con un malinteso senso di impunità».E, siccome pensava di ricandidarsi a governatore alle prossime regionali (incassando coram populo anche il consenso di 70 sindaci su 131 comuni), scrive il gip, il pericolo di reiterazione dei reati risulta «quantomai attuale e concreto», soprattutto perché «ciò fa ritenere che continuerà a garantire i suoi favori e a imporre i suoi placet ai suoi accoliti pur di consolidare il bacino clientelare, potendo contare su appoggi locali, in uno scambio di utilità vicendevoli».I «questuanti», così definisce il giudice coloro che cercavano di piazzare nei posti pubblici gli amici, «si interfacciano tra loro in uno scambio reciproco di richieste illegittime e promesse o dazioni indebite». Una piaga, che esclude la meritocrazia, e che dimostra, come sostiene il gip, che la politica viene intesa nella «più fraintesa accezione negativa e distorta, non più a servizio della realizzazione del bene collettivo ma a soddisfacimento dei propri bisogni di sciacallaggio di potere e condizionamento sociale».Le misure restrittive sono state eseguite nei confronti dei vertici delle aziende sanitarie lucane e anche della Asl di Bari. In totale: due arresti in carcere, 20 ai domiciliari e otto obblighi di dimora eseguiti da 100 agenti delle Fiamme gialle che riguardano persone coinvolte a vario titolo in fatti riconducibili a reati contro la pubblica amministrazione. I capi d'imputazione che mettono sotto accusa la sanità lucana sono 31.La cricca dei burocrati della sanità aveva fornito le tracce di alcuni concorsi in anticipo. Le graduatorie le avevano poi realizzate su due binari: quelle reali e quelle, in rosso, per evidenziare i raccomandati.«I concorsi», ha detto in conferenza stampa il capo della Procura di Matera, Pietro Argentino, «sono stati artefatti con precisione matematica». I punteggi venivano taroccati e i verbali con i giudizi sui candidati bravi da affossare per avvantaggiare i raccomandati venivano distrutti. Il «collettore» delle raccomandazioni di Pittella era il commissario straordinario dell'Azienda sanitaria di Matera, Pietro Quinto (per lui si sono aperte le porte del carcere). Nelle carte dell'inchiesta viene descritto come un uomo di potere e di relazioni. Dal 29 maggio di un anno fa, sostengono gli investigatori, ha saputo di essere sotto indagine e gli inquirenti ritengono di sapere anche da chi sia stato avvisato: da uno degli uomini lucani più vicini a Matteo Renzi, il senatore Salvatore Margiotta. «Quinto», sostiene l'accusa, «mantiene significativi rapporti con altre figure politiche e religiose di spicco». Come don Angelo Gallitelli, segretario del vescovo di Matera, che aveva chiesto una raccomandazione all'università per la sorella. Pensava, tramite Quinto, di arrivare a Pittella. Ma lo stesso Quinto, emerge nell'ordinanza che riporta anche uno stralcio dell'intercettazione ambientale captata dagli investigatori, bisbigliando come se fosse nel confessionale, gli fa capire che per quella richiesta è meglio rivolgersi a un altro big del Partito democratico, l'ex sottosegretario del governo Renzi alla Sanità, prima, e viceministro all'Istruzione poi, Vito De Filippo (che non è indagato). Ed è così che indirizza il sacerdote, «positivamente», sottolinea il gip, «verso l'altro, più competente, sponsor».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/sanita-in-basilicata-arrestato-il-governatore-2584377857.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-figlio-darte-che-voleva-sostituire-i-lucani-con-gli-immigrati" data-post-id="2584377857" data-published-at="1779980803" data-use-pagination="False"> Il figlio d’arte che voleva sostituire i lucani con gli immigrati La dinasty alla lucana dei Pittella's era già leggenda prima che la cronaca, insensibile, facesse irruzione, con le pettorine della Guardia di Finanza, nella casa di Marcello, governatore, fratello (molto fratello) e figlio d'arte, rampollo di una casata di politici che hanno fatto la storia della Basilicata. Marcello Pittella è il figlio del fu Domenico, scomparso lo scorso aprile a 86 anni. Don Mimì fu eletto tre volte senatore del Partito socialista italiano, nel 1972, nel 1976 e nel 1979. La sua brillante carriera politica fu interrotta da una disavventura giudiziaria: fu arrestato il 4 ottobre 1983, accusato di associazione sovversiva e partecipazione a banda armata per aver messo a disposizione delle Brigate rosse la sua clinica di Lauria, dove due anni prima, nel 1981, senza redigere un referto, aveva medicato e curato la terrorista latitante Natalia Ligas, ferita alla coscia in un conflitto a fuoco. Scontò 2 anni e 9 mesi di detenzione tra Regina Coeli e domiciliari, Don Mimì, finché ottenne la libertà condizionale. Fu condannato in appello a 12 anni, sentenza confermata dalla Cassazione nell'ambito del processo Moro ter, il 10 maggio 1993. Riparò in Francia, dove condusse la dura vita del latitante, finché, il 28 aprile 1999, si costituì a Rebibbia. La sua pena fu ridotta di un terzo dalla grazia parziale concessa il 18 novembre 1999 dal presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi. Tornò libero, avendo saldato il suo conto con la giustizia, nel 2002. Marcello Pittella, secondogenito di Don Mimì, presidente della Basilicata dal 2013, era pronto a ricandidarsi, sottoponendo agli elettori i risultati di 5 anni di governo. Indimenticabile il progetto We are the people, presentato nell'ottobre 2016 insieme a Naguib Sawiris, tycoon egiziano e presidente del gruppo delle telecomunicazioni Orascom, e Rawya Mansour, fondatrice di Ramsco, gruppo internazionale impegnato nella tutela dell'ambiente e nella lotta alla povertà nei paesi in via di sviluppo. Il progetto, per fortuna rimasto solo sulla carta, doveva realizzare «un sistema integrato dei servizi di accoglienza ai migranti che tenga conto delle priorità del territorio e garantisca futuro ed occupazione ai residenti e agli stranieri». Pittella voleva ripopolare la Basilicata con gli immigrati, che avrebbero dovuto sostituire i tanti giovani che avevano lasciato la terra d'origine: «Con questo accordo», disse Marcello Pittella, «scriviamo una pagina importante per l'Europa che deve attuare una strategia più incisiva sulla politica di accoglienza dei rifugiati e dei migranti. L'errore di quanti realizzano muri di cemento armato per tentare di arginare un fenomeno fisiologicamente inarrestabile, può trovare una risposta efficace da parte di piccoli grandi esempi come quello offerto dalla nostra regione». Non se ne fece nulla, ma Marcello Pittella decise che il suo volto dovesse comunque comparire tra quelli immortalati sul «Muro della speranza», gigantesco murales da 200 metri quadri che doveva rappresentare la storia della Lucania. Costo dell'opera: 180.000 euro di fondi regionali. Pittella, subito soprannominato Kim-Jong-Marcello, accusato di «autoesaltazione», rinunciò. Altrettanto famoso il fratello maggiore, Gianni, europarlamentare per quasi 20 anni di fila, dallo scorso 4 marzo senatore del Partito democratico. Fedelissimo di Matteo Renzi, Gianni ha sostenuto l'ex Rottamatore alle primarie del 2017, organizzando una lista ad hoc. Carlo Tarallo
Contingente italiano sbarcato nella baia di Suda, isola di Creta (Getty Images)
Era il 28 maggio 1896 quando tre navi da guerra gettarono l’ancora nella baia di Suda, sull’isola di Creta. Una delle tre batteva la bandiera della Regia Marina italiana. Era l’incrociatore «Piemonte», sotto la guida del comandante Alfonso de Orestis e del capitano in seconda Paolo Thaon di Revel, futuro Capo di Stato Maggiore durante la Grande Guerra e in seguito ministro della Marina. A poca distanza dal «Piemonte» si trovavano la corazzata francese «Neptune» e la «Hood», corazzata della Royal Navy britannica. Perché quelle tre imbarcazioni si trovavano laggiù? I motivi sono da ricercare nella storia dell’isola di Creta, all’epoca dei fatti governata dall’impero Ottomano, che l’aveva strappata al dominio veneziano nel 1669.
La composizione etnico-religiosa dell’isola fece da volano nei due secoli di dominazione della Sacra Porta. La maggioranza della popolazione era di origini greche e di religione cristiano-ortodossa mentre la minoranza dominante era musulmana. Gli attriti tra le due comunità cretesi aumentarono con la sollevazione della Grecia, a cui seguì l’indipendenza dopo i moti del 1821. Il malcontento dei cristiani esplose più volte negli anni, come nel caso della rivolta del 1866-1869, terminata con il massacro della popolazione filoellenica. Per il timore di un’espansione della protesta ai Balcani, il governo turco concesse una serie di riforme e pose a capo dell’isola un cristiano, Alexander Kharatheodori. La svolta non servì tuttavia a lenire le gravi tensioni etniche e religiose perché i musulmani dell’isola non accettarono la guida di un cristiano e iniziarono una serie di violenze contro la popolazione. L’11 maggio 1896 si perpetrò il massacro dei cristiani di Canea e anche ad Heraklion vi furono scontri, saccheggi e omicidi. I nuovi disordini di Creta attirarono l’attenzione delle diplomazie europee, già in allarme nei confronti dell’impero turco per il massacro degli Armeni di Anatolia del 1895. L’equilibrio nel Mediterraneo era a rischio. Fu soprattutto quest’ultimo aspetto a mettere in moto le diplomazie francesi, inglesi ed italiane per un intervento diretto formalmente a proteggere i propri connazionali residenti a Creta. Per l’Italia guidata da Antonio di Rudinì, la crisi cretese si mostrò come un’occasione imperdibile, dopo la sconfitta coloniale di Adua, per mantenere il ruolo di potenza nell’area del Mediterraneo e per proteggere gli interessi economici messi a rischio dalle tensioni tra Atene e la Sublime Porta. L’intervento a tre, discusso per l’Italia dal ministro della Marina Benedetto Brin, rappresentò una sorta di alleanza militare di peacekeeping ante litteram.
Dalla rada di Suma, le navi della coalizione europea inviarono uomini con le lance con compiti di deterrenza e di recupero dei connazionali che chiedevano protezione. Il compito di gestire le operazioni di terra dell’equipaggio del «Piemonte» fu affidato a Thaon di Revel. Nei giorni successivi, nonostante la presenza delle navi estere e la pressione diplomatica, la situazione a Creta non parve migliorare. Si temette da subito un’escalation anche per l’atteggiamento del governo di Atene, deciso a dare una spallata alla situazione di Creta fomentando l’insurrezione, in vista di una futura annessione dell’isola. Per le continue violenze tra le fazioni, anche se l’arrivo delle navi estere placò momentaneamente gli animi di fronte alle artiglierie e alle armi caricate sulle lance, fu deciso un rafforzamento della presenza della Regia Marina. Nel mese di giugno giunse a Creta la «Vesuvio», incrociatore comandato dal Capitano Umberto De La Tour, seguita dalla «Liguria», dall’«Etna» e dalla «Morosini». Nei primi mesi del 1897 la situazione dell’isola non parve migliorare. Fu la premessa per la formazione di una prima coalizione internazionale, chiamata in inglese «Admiral’s Squadron» (squadrone degli ammiragli) che incluse anche la Russia, la Germania e l’Austria-Ungheria. A capo della forza navale fu posto il viceammiraglio italiano Felice Napoleone Canevaro, già organico alla Marina sarda e in seguito parte della spedizione di Garibaldi. Nato da una famiglia ligure originaria di Zoagli, Canevaro era il più anziano dei comandanti dello squadrone internazionale. Il suo ruolo fu estremamente delicato, in quanto la situazione geopolitica vedeva un’opinione pubblica europea favorevole ai greci e all’annessione di Creta, ma i governi volevano evitare un crollo degli Ottomani causato da una guerra civile. Fu necessario dunque proteggere, per così dire, i musulmani assediati nelle città costiere e contenere la ribellione dei greci ortodossi nell’entroterra dell’isola, continuamente alimentati dall’appoggio logistico di Atene.
Per mantenere il controllo, non era più sufficiente presidiare i porti con le navi: si rendeva necessaria una forza di sbarco per ristabilire l’ordine e gettare le basi di un’amministrazione controllata dalle potenze europee. Il 4 febbraio 1897 da Catania un piroscafo di linea caricò il primo contingente italiano che avrebbe dovuto sbarcare sull’isola di Creta, guidato dal colonnello Vincenzo Garioni e composto da uomini del 1° Battaglione del 36° Reggimento fanteria «Forlì», di unità dell’artiglieria da montagna e da Carabinieri i quali, comandati dal capitano Federico Craveri, avrebbero dovuto assumere il compito di garantire l’ordine pubblico nel quadro di una gendarmeria internazionale. Anche la Marina aumentò in quel frangente la presenza a Creta, dal momento che i greci inviarono navi da guerra con l’intenzione di annettere l’isola con un colpo di mano. A Suna si unirono altre navi della Regia Marina tra cui il «Ruggiero di Lauria» e l’incrociatore «Stromboli». Il corpo di spedizione italiano raggiunse le 3.000 unità, sbarcando a Creta e stabilendosi nella zona di influenza assegnata dalla coalizione internazionale, la parte orientale dell’Isola. Il primo scontro a fuoco si verificò il 13 febbraio 1897 nei pressi de La Canea, quando i militari italiani, Carabinieri e fanti, furono fatti bersaglio di cecchini filogreci. Guidati dal tenente De Mandato, furono in grado di respingere l’assalto. Il 36° Fanteria fu invece impegnato presso la cittadina di Hierapietra, dove i ribelli cercavano di tagliare le forniture idriche degli assediati. Anche a Candia, l’odierna Heraklion, gli italiani furono coinvolti nei duri scontri tra cristiani e musulmani, intervenendo frequentemente per scongiurare i linciaggi tra le due fazioni. Nell’entroterra i fanti e i Carabinieri (ai quali si affiancarono poi i bersaglieri comandati dal tenente colonnello Achille Brusati) furono spesso impegnati in azioni di controguerriglia e rastrellamento contro le bande di briganti ed irregolari sparse per l’isola.
La situazione geopolitica internazionale accelerò la risoluzione della questione cretese. Nell’aprile 1897 scoppiò in Tessaglia la guerra tra impero Ottomano e Grecia, che si concluse in soli 30 giorni con la sconfitta netta di Atene, che si vide costretta a ritirare le truppe da Creta durante il breve conflitto e vide sfumare le prospettive di annessione. Francia, Gran Bretagna ed Italia decisero così le sorti dell’isola al tavolo delle trattative. Fu scelta una mediazione: mentre formalmente Creta sarebbe rimasta turca, sarebbe stata retta da un governo autonomo sotto la guida del principe Giorgio, nipote del re di Grecia e del quale faceva parte anche il futuro premier Eleutherios Venizelos. La transizione avvenne con la coalizione internazionale ancora sull’isola, dove scoppiarono ancora per lughi mesi violenti tumulti. Fu proprio il più grave a determinare il ritiro definitivo dei turchi da Creta. Il 25 agosto 1898 a Candia i musulmani massacrarono centinaia di cristiani. Tra le vittime 17 soldati britannici e il vice console inglese. La reazione fu durissima. La stessa regina Vittoria chiese una punizione esemplare e i musulmani furono disarmati in soli 4 giorni. 17 capi della rivolta furono impiccati in pubblico, mentre le potenze Francia e Italia si unirono a Londra pretendendo dal Sultano il ritiro totale da Creta. Le ultime truppe ottomane lasciarono l’isola alla fine di novembre del 1898, mettendo fine a due secoli e mezzo di dominio turco. Parte del contingente internazionale rimase per garantire l’ordine pubblico e addestrare la gendarmeria del nuovo governo cretese fino al 1906, mentre i Carabinieri fino al 1914.
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