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2018-04-22
Sana voleva sposare un italiano: uccisa dal padre e dal fratello
ANSA
Sembra quasi che dorma, prigioniera di un sonno profondo. Nelle immagini del funerale islamico che hanno cominciato a circolare sul Web, il viso di Sana Cheema è incorniciato da un drappo candido. I suoi grandi occhi orientali e la bocca sottile sono chiusi, attorno alle guance le hanno deposto dei fiori color porpora. Sembra che stia sognando, ma il suo corpo è già gelido. E l'ovale del viso che sbuca dal sudario è una tragica finzione. Non vediamo al di sotto del mento, non vediamo il collo sottile. Perché è lì che si sono accaniti il padre e suo fratello.
In Pakistan - il Paese che a Sana ha dato i natali e soprattutto la morte - ogni anno centinaia di ragazze fanno la stessa fine. Alcune vengono arse vive. Altre sgozzate come capretti. A Sana hanno aperto la gola perché si era rifiutata di seguire gli ordini della famiglia. Non voleva sposarsi con l'uomo, più vecchio di lei, a cui avevano deciso di darla in moglie. Lei rifiutava la tradizione, il padre e il fratello hanno voluto seguirla, ammazzandola.
Lo chiamano «delitto d'onore», e fino al 2016 era sostanzialmente depenalizzato. I parenti che uccidevano una donna potevano evitare condanne, a patto che venissero perdonati dagli altri famigliari. Poi, un paio d'anni fa, il Parlamento ha approvato una legge che vieta la pratica. Di fatto, però, l'usanza tribale di massacrare la femmina riottosa non è stata sradicata, e a farne le spese è stata questa ragazza di 25 anni che adesso giace da qualche parte nella regione del Gujrat.
Sana Cheema era nata in Pakistan ma era cresciuta in Italia, a Brescia. Era arrivata da bambina assieme ai genitori. Aveva frequentato le scuole in città, aveva trovato lavoro in un'autoscuola di via Bevilacqua. Si era costruita una vita, insomma. «Ha fatto la scuola a Verolanuova. Ha abitato a Verolanuova. Con i suoi familiari», ha scritto sui social network chi conosceva questa fanciulla con i capelli lunghi e lo sguardo profondo.
I suoi genitori avevano anche ottenuto la cittadinanza, ma qualche tempo fa hanno deciso di spostarsi ancora, e si sono trasferiti in Germania. Sana era rimasta qui, e a quanto pare non aveva nessuna intenzione di trasferirsi altrove. Sembra che avesse conosciuto qualcuno, un ragazzo italiano, forse era intenzionata a sposarlo, o magari voleva semplicemente frequentarlo per un po' e vedere se le cose potevano funzionare.
Non gliel'hanno permesso. I suoi genitori e suo fratello avevano altri piani in mente per lei. Volevano che sposasse un suo connazionale, probabilmente un quarantenne o comunque un uomo più grande, che lei forse nemmeno conosceva. Questa è l'usanza del Paese islamico, e rimane appiccicata anche a chi si trasferisce in Europa.
Quando Sana si è opposta, l'hanno fatta tacere con una lama. Hanno aspettato che tornasse in patria. La giovane si trovava lì da un paio di mesi, per quella che doveva essere una vacanza come tante altre: un soggiorno per salutare i famigliari rimasti all'estero. Ma l'ultima tappa del viaggio è stato il lago di sangue.
Esattamente come avvenne, nel 2006, a Hina Saleem, dolce mora di appena 19 anni. Anche Hina viveva in provincia di Brescia, a Ponte Zanano. Suo padre l'ha ammazzata perforandola venti volte con un coltello da cucina e l'ha sepolta nel giardino di casa, con la testa rivolta alla Mecca, macabro omaggio a una cultura di violenza. Pure in quel caso i famigliari approvavano. Il motivo del massacro lo chiarì sua madre Bushra, appena dieci giorni dopo l'omicidio: «Mia figlia non si comportava come una buona musulmana». Per questo i suoi parenti l'hanno smembrata come belve: portava abiti occidentali, aveva un fidanzato italiano, non voleva starsene rinchiusa in casa o tornare in Pakistan, per finire incastrata in un matrimonio combinato. Questa normalità le è costata la vita. Nel 2016, dieci anni dopo lo scempio, la madre di Hina ha detto ai giornali di aver perdonato il marito.
La voce della madre di Sana, invece, non l'abbiamo ancora sentita. A farsi viva, però, è stata un'amica della ragazza: è stata lei a contattare Anna Della Moretta, firma del Giornale di Brescia che ha raccontato i primi dettagli dell'assassinio. La giovane pakistana che si è rivolta alla cronista ha ovviamente scelto di restare anonima, ma non voleva che la memoria di Sana venisse tumulata assieme al corpo. Anche questa ragazza conosce la violenza, ha sperimentato sul suo corpo la brutalità dei parenti per cui le donne valgono meno dei capi di bestiame. E ha avuto il fegato di raccontare.
Molte altre, invece, non parlano. Perché non sanno come farlo o perché sono paralizzate dal terrore. Sono sepolte da vive in una comunità che è presente nel nostro Paese da parecchio tempo, ma che è ben lungi dall'essere «integrata», come si usa dire. In Italia vivono circa 108.200 pakistani, di questi 37.771 sono in Lombardia e 12.551 (dati 2017) nella sola Provincia di Brescia. Nel Bresciano, precisamente in Val Sabbia, si trova Odolo, il Comune con più abitanti di fede islamica di tutta la regione. Questa terra industrializzata, ricca di lavoro, ha sempre attratto immigrati, e per lungo tempo ha potuto assorbirli, dando loro lavoro, assistenza sanitaria, tutele e stipendi.
Con gli stranieri, sono arrivate anche le loro religioni e le loro usanze, comprese quelle più terrificanti. La zona è stata un terreno fertile per imam radicali e giovani pronti a partire per combattere in Siria tra i miliziani in nero dello Stato islamico. Ma assieme a queste storie estreme ce ne sono altre, intrise di una violenza più spaventosa perché ordinaria. Normale come la vita di Sana, fatta di foto sorridenti sul Web (dove seguiva il profilo di Chiara Ferragni), di un lavoro tranquillo, di qualche emozione semplice, come quella volta in cui vinse 264 euro giocando a bingo e condivise la soddisfazione sui social. Alla lotteria della sorte, purtroppo, Sana non ha avuto la stessa fortuna.
Suo padre e suo fratello sono stati arrestati dalle autorità pakistane. Lei giace morta, spezzata come i fiori purpurei che le incoronavano il viso nel giorno triste del funerale.
Francesco Borgonovo
Hina e le altre ragazze vittime del fanatismo islamico
Non è un caso che l'ultima vittima innocente della sharia, la legge sacra islamica, vivesse a Brescia, la città dei foreign fighters, dove nelle ultime settimane sono stati segnalati dai servizi segreti almeno 18 islamisti da tenere sotto controllo. Sana Cheema, pakistana, è stata uccisa in patria dal padre e dal fratello perché voleva sposare un italiano. Il copione è sempre lo stesso.
Leggendo la storia di Sana il primo nome che torna in mente è quello di Hina Saleem, ventenne, pakistana anche lei, uccisa dal padre l'11 agosto 2006 a Sarezzo, nel bresciano, perché sognava una vita occidentale. E invece anche dopo la morte Hina porta con sé il marchio di una cultura che voleva lasciarsi alle spalle: ora è sepolta, con la testa rivolta alla Mecca, nel cimitero monumentale di Brescia, riquadro islamici adulti, fila sei, nascosta dall'erba troppo alta, con dei sassi a segnare il perimetro di una piccola lapide senza foto. Nella sentenza, Hina viene riconosciuta vittima del «possesso-dominio» del padre che non accettava il suo stile di vita troppo occidentale. La cronaca locale bresciana è zeppa di notizie su accoltellamenti, violenze, percosse, soprusi. Le vittime sono sempre ragazze giovanissime. A volte perché non volevano portare il velo, altre volte perché hanno scelto un uomo italiano.
È viva, ma ha dovuto subire un altro tipo di violenza Jamila, una pakistana di 19 anni che nel 2011 per alcuni giorni è stata segregata a casa dai familiari perché «troppo bella». La giovane fu riaccompagnata a scuola, un istituto professionale di Brescia nel quale frequentava il primo anno, dal console pachistano di Milano.
E poi c'è il fenomeno, ancora troppo diffuso, dei matrimoni combinati. L'allarme è stato lanciato neanche un anno fa proprio da chi ha il polso della situazione, ovvero Emma Avezzù, procuratore capo del tribunale per i minorenni di Brescia: «Le vicende si sviluppano soprattutto nella Bassa bresciana, dove maggiore è la concentrazione di comunità indiane, pakistane e bengalesi, in cui è diffusa questa pratica. Fascia d'età: tra i 14 e 16 anni. Si tratta di ragazzine che nascono, crescono e studiano in Italia e che sentono stretti i panni identitari della loro cultura. Imposizioni, mortificazioni e violenze fisiche o psicologiche sono all'ordine del giorno. Unica arma in mano alla Procura è l'allontanamento delle famiglie. Perché c'è un vuoto legislativo. Spiega ancora il magistrato: «In Inghilterra esiste il reato di costrizione al matrimonio. In Italia, invece, ci muoviamo nell'ambito della violenza privata». A Modena, nel 2010, un pakistano lapida sua moglie Begm Shnez in giardino, perché difendeva la figlia Nosheen che non voleva coprirsi il capo con il velo e rifiutava un matrimonio combinato.
Ma anche le storie di ragazze picchiate o torturate perché non volevano indossare il velo sono tante in Italia. Esattamente un anno fa, nel giro di dieci giorni, vennero segnalati tre casi. Due nello stesso giorno: a Bassano del Grappa, in Veneto, e a Sant'Anastasia, in provincia di Napoli. Luoghi diversi del Paese per due storie identiche. Nel Vicentino, il padre picchiò la figlia che tentava di uscire di casa senza velo. In Campania la violenza integralista colpì una ventottenne che rifiutava il burqua. E solo pochi giorni prima una quattordicenne a Bologna fu allontanata dalla famiglia dalla Procura perché era stata rasata a zero dalla madre che la puniva perché sembrava troppo occidentale.
Quando non si fa in tempo a intervenire, però, queste storie si trasformano in tragedie. Ne è piena la cronaca italiana. Il caso più recente è quello di Azkaa Riaz, 19 anni, era pakistana anche lei. È stata investita e uccisa dal padre padrone meno di due mesi fa a Macerata con la sua auto. Pochi giorni dopo avrebbe dovuto testimoniare contro il papà in un processo per maltrattamenti in famiglia. I fratellini di Azkaa hanno confermato le accuse in aula. E i magistrati sospettano anche che Azkaa sia stata vittima di violenza sessuale. Altra vittima: Sanaa Dafani, 18 anni, marocchina, è stata sgozzata nel 2009 dal padre mentre era in auto con il fidanzato a Pordenone. Gli investigatori descrissero il movente come «culturale» e «religioso».
Vittima del «movente culturale» anche la povera Kaur Balwinde, indiana di 27 anni strangolata dal marito e buttata nel Po nel 2012. Subcultura assassina anche per Fahima Rabie Katri, 27 anni, uccisa dal marito egiziano a Milano perché le piaceva fare shopping e non metteva più il chador. Tutti femminicidi, ma con un comune denominatore: l'integralismo religioso.
Fabio Amendolara
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Aggiornato al 23/04 ore 17:30: Secondo alcuni amici della ragazza, Sana Cheema non sarebbe stata uccisa ma sarebbe deceduta in seguito a un malore, probabilmente un infarto. Nonostante ciò, il padre e lo zio di Sana «non possono lasciare il territorio del Pakistan e la zona dove è stata sepolta la ragazza è sotto sequestro». A spiegarlo è stato Raza Asif, segretario nazionale della comunità pakistana in Italia intervenuto sul caso della 25enne. A oggi restano infatti ancora molti lati da chiare sulla morte della giovane sul cui cadavere, come ha spiegato Asif, «sarà eseguita l'autopsia dopo la riesumazione».Aveva 25 anni e viveva a Brescia, ma è stata sgozzata in Pakistan dai famigliari perché aveva rifiutato il matrimonio combinato. Una connazionale ha svelato l'orrore, i due sono stati arrestati nel Gujrat.Il caso di Hina e le altre vittime del fanatismo islamico. La ventenne uccisa nel 2006 e sepolta con la testa rivolta alla Mecca. Ma il massacro si estende ben oltre la provincia bresciana.Lo speciale contiene due articoli.Sembra quasi che dorma, prigioniera di un sonno profondo. Nelle immagini del funerale islamico che hanno cominciato a circolare sul Web, il viso di Sana Cheema è incorniciato da un drappo candido. I suoi grandi occhi orientali e la bocca sottile sono chiusi, attorno alle guance le hanno deposto dei fiori color porpora. Sembra che stia sognando, ma il suo corpo è già gelido. E l'ovale del viso che sbuca dal sudario è una tragica finzione. Non vediamo al di sotto del mento, non vediamo il collo sottile. Perché è lì che si sono accaniti il padre e suo fratello. In Pakistan - il Paese che a Sana ha dato i natali e soprattutto la morte - ogni anno centinaia di ragazze fanno la stessa fine. Alcune vengono arse vive. Altre sgozzate come capretti. A Sana hanno aperto la gola perché si era rifiutata di seguire gli ordini della famiglia. Non voleva sposarsi con l'uomo, più vecchio di lei, a cui avevano deciso di darla in moglie. Lei rifiutava la tradizione, il padre e il fratello hanno voluto seguirla, ammazzandola.Lo chiamano «delitto d'onore», e fino al 2016 era sostanzialmente depenalizzato. I parenti che uccidevano una donna potevano evitare condanne, a patto che venissero perdonati dagli altri famigliari. Poi, un paio d'anni fa, il Parlamento ha approvato una legge che vieta la pratica. Di fatto, però, l'usanza tribale di massacrare la femmina riottosa non è stata sradicata, e a farne le spese è stata questa ragazza di 25 anni che adesso giace da qualche parte nella regione del Gujrat. Sana Cheema era nata in Pakistan ma era cresciuta in Italia, a Brescia. Era arrivata da bambina assieme ai genitori. Aveva frequentato le scuole in città, aveva trovato lavoro in un'autoscuola di via Bevilacqua. Si era costruita una vita, insomma. «Ha fatto la scuola a Verolanuova. Ha abitato a Verolanuova. Con i suoi familiari», ha scritto sui social network chi conosceva questa fanciulla con i capelli lunghi e lo sguardo profondo. I suoi genitori avevano anche ottenuto la cittadinanza, ma qualche tempo fa hanno deciso di spostarsi ancora, e si sono trasferiti in Germania. Sana era rimasta qui, e a quanto pare non aveva nessuna intenzione di trasferirsi altrove. Sembra che avesse conosciuto qualcuno, un ragazzo italiano, forse era intenzionata a sposarlo, o magari voleva semplicemente frequentarlo per un po' e vedere se le cose potevano funzionare. Non gliel'hanno permesso. I suoi genitori e suo fratello avevano altri piani in mente per lei. Volevano che sposasse un suo connazionale, probabilmente un quarantenne o comunque un uomo più grande, che lei forse nemmeno conosceva. Questa è l'usanza del Paese islamico, e rimane appiccicata anche a chi si trasferisce in Europa. Quando Sana si è opposta, l'hanno fatta tacere con una lama. Hanno aspettato che tornasse in patria. La giovane si trovava lì da un paio di mesi, per quella che doveva essere una vacanza come tante altre: un soggiorno per salutare i famigliari rimasti all'estero. Ma l'ultima tappa del viaggio è stato il lago di sangue. Esattamente come avvenne, nel 2006, a Hina Saleem, dolce mora di appena 19 anni. Anche Hina viveva in provincia di Brescia, a Ponte Zanano. Suo padre l'ha ammazzata perforandola venti volte con un coltello da cucina e l'ha sepolta nel giardino di casa, con la testa rivolta alla Mecca, macabro omaggio a una cultura di violenza. Pure in quel caso i famigliari approvavano. Il motivo del massacro lo chiarì sua madre Bushra, appena dieci giorni dopo l'omicidio: «Mia figlia non si comportava come una buona musulmana». Per questo i suoi parenti l'hanno smembrata come belve: portava abiti occidentali, aveva un fidanzato italiano, non voleva starsene rinchiusa in casa o tornare in Pakistan, per finire incastrata in un matrimonio combinato. Questa normalità le è costata la vita. Nel 2016, dieci anni dopo lo scempio, la madre di Hina ha detto ai giornali di aver perdonato il marito.La voce della madre di Sana, invece, non l'abbiamo ancora sentita. A farsi viva, però, è stata un'amica della ragazza: è stata lei a contattare Anna Della Moretta, firma del Giornale di Brescia che ha raccontato i primi dettagli dell'assassinio. La giovane pakistana che si è rivolta alla cronista ha ovviamente scelto di restare anonima, ma non voleva che la memoria di Sana venisse tumulata assieme al corpo. Anche questa ragazza conosce la violenza, ha sperimentato sul suo corpo la brutalità dei parenti per cui le donne valgono meno dei capi di bestiame. E ha avuto il fegato di raccontare. Molte altre, invece, non parlano. Perché non sanno come farlo o perché sono paralizzate dal terrore. Sono sepolte da vive in una comunità che è presente nel nostro Paese da parecchio tempo, ma che è ben lungi dall'essere «integrata», come si usa dire. In Italia vivono circa 108.200 pakistani, di questi 37.771 sono in Lombardia e 12.551 (dati 2017) nella sola Provincia di Brescia. Nel Bresciano, precisamente in Val Sabbia, si trova Odolo, il Comune con più abitanti di fede islamica di tutta la regione. Questa terra industrializzata, ricca di lavoro, ha sempre attratto immigrati, e per lungo tempo ha potuto assorbirli, dando loro lavoro, assistenza sanitaria, tutele e stipendi. Con gli stranieri, sono arrivate anche le loro religioni e le loro usanze, comprese quelle più terrificanti. La zona è stata un terreno fertile per imam radicali e giovani pronti a partire per combattere in Siria tra i miliziani in nero dello Stato islamico. Ma assieme a queste storie estreme ce ne sono altre, intrise di una violenza più spaventosa perché ordinaria. Normale come la vita di Sana, fatta di foto sorridenti sul Web (dove seguiva il profilo di Chiara Ferragni), di un lavoro tranquillo, di qualche emozione semplice, come quella volta in cui vinse 264 euro giocando a bingo e condivise la soddisfazione sui social. Alla lotteria della sorte, purtroppo, Sana non ha avuto la stessa fortuna. Suo padre e suo fratello sono stati arrestati dalle autorità pakistane. Lei giace morta, spezzata come i fiori purpurei che le incoronavano il viso nel giorno triste del funerale. Francesco Borgonovo<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/sana-voleva-sposare-un-italiano-uccisa-dal-fanatismo-islamico-2562077835.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="hina-e-le-altre-ragazze-vittime-del-fanatismo-islamico" data-post-id="2562077835" data-published-at="1773049338" data-use-pagination="False"> Hina e le altre ragazze vittime del fanatismo islamico Non è un caso che l'ultima vittima innocente della sharia, la legge sacra islamica, vivesse a Brescia, la città dei foreign fighters, dove nelle ultime settimane sono stati segnalati dai servizi segreti almeno 18 islamisti da tenere sotto controllo. Sana Cheema, pakistana, è stata uccisa in patria dal padre e dal fratello perché voleva sposare un italiano. Il copione è sempre lo stesso. Leggendo la storia di Sana il primo nome che torna in mente è quello di Hina Saleem, ventenne, pakistana anche lei, uccisa dal padre l'11 agosto 2006 a Sarezzo, nel bresciano, perché sognava una vita occidentale. E invece anche dopo la morte Hina porta con sé il marchio di una cultura che voleva lasciarsi alle spalle: ora è sepolta, con la testa rivolta alla Mecca, nel cimitero monumentale di Brescia, riquadro islamici adulti, fila sei, nascosta dall'erba troppo alta, con dei sassi a segnare il perimetro di una piccola lapide senza foto. Nella sentenza, Hina viene riconosciuta vittima del «possesso-dominio» del padre che non accettava il suo stile di vita troppo occidentale. La cronaca locale bresciana è zeppa di notizie su accoltellamenti, violenze, percosse, soprusi. Le vittime sono sempre ragazze giovanissime. A volte perché non volevano portare il velo, altre volte perché hanno scelto un uomo italiano. È viva, ma ha dovuto subire un altro tipo di violenza Jamila, una pakistana di 19 anni che nel 2011 per alcuni giorni è stata segregata a casa dai familiari perché «troppo bella». La giovane fu riaccompagnata a scuola, un istituto professionale di Brescia nel quale frequentava il primo anno, dal console pachistano di Milano. E poi c'è il fenomeno, ancora troppo diffuso, dei matrimoni combinati. L'allarme è stato lanciato neanche un anno fa proprio da chi ha il polso della situazione, ovvero Emma Avezzù, procuratore capo del tribunale per i minorenni di Brescia: «Le vicende si sviluppano soprattutto nella Bassa bresciana, dove maggiore è la concentrazione di comunità indiane, pakistane e bengalesi, in cui è diffusa questa pratica. Fascia d'età: tra i 14 e 16 anni. Si tratta di ragazzine che nascono, crescono e studiano in Italia e che sentono stretti i panni identitari della loro cultura. Imposizioni, mortificazioni e violenze fisiche o psicologiche sono all'ordine del giorno. Unica arma in mano alla Procura è l'allontanamento delle famiglie. Perché c'è un vuoto legislativo. Spiega ancora il magistrato: «In Inghilterra esiste il reato di costrizione al matrimonio. In Italia, invece, ci muoviamo nell'ambito della violenza privata». A Modena, nel 2010, un pakistano lapida sua moglie Begm Shnez in giardino, perché difendeva la figlia Nosheen che non voleva coprirsi il capo con il velo e rifiutava un matrimonio combinato. Ma anche le storie di ragazze picchiate o torturate perché non volevano indossare il velo sono tante in Italia. Esattamente un anno fa, nel giro di dieci giorni, vennero segnalati tre casi. Due nello stesso giorno: a Bassano del Grappa, in Veneto, e a Sant'Anastasia, in provincia di Napoli. Luoghi diversi del Paese per due storie identiche. Nel Vicentino, il padre picchiò la figlia che tentava di uscire di casa senza velo. In Campania la violenza integralista colpì una ventottenne che rifiutava il burqua. E solo pochi giorni prima una quattordicenne a Bologna fu allontanata dalla famiglia dalla Procura perché era stata rasata a zero dalla madre che la puniva perché sembrava troppo occidentale. Quando non si fa in tempo a intervenire, però, queste storie si trasformano in tragedie. Ne è piena la cronaca italiana. Il caso più recente è quello di Azkaa Riaz, 19 anni, era pakistana anche lei. È stata investita e uccisa dal padre padrone meno di due mesi fa a Macerata con la sua auto. Pochi giorni dopo avrebbe dovuto testimoniare contro il papà in un processo per maltrattamenti in famiglia. I fratellini di Azkaa hanno confermato le accuse in aula. E i magistrati sospettano anche che Azkaa sia stata vittima di violenza sessuale. Altra vittima: Sanaa Dafani, 18 anni, marocchina, è stata sgozzata nel 2009 dal padre mentre era in auto con il fidanzato a Pordenone. Gli investigatori descrissero il movente come «culturale» e «religioso». Vittima del «movente culturale» anche la povera Kaur Balwinde, indiana di 27 anni strangolata dal marito e buttata nel Po nel 2012. Subcultura assassina anche per Fahima Rabie Katri, 27 anni, uccisa dal marito egiziano a Milano perché le piaceva fare shopping e non metteva più il chador. Tutti femminicidi, ma con un comune denominatore: l'integralismo religioso. Fabio Amendolara
Donald Trump (Ansa)
Non esclude neppure l’uso di truppe di terra, è convinto che la capacità di resistenza delle forze armate di Teheran sia al lumicino e rivendica il diritto di essere consultato sulla scelta della nuova «Guida» dell’Iran.
Ieri c’è stato un botta e risposta (assai timida da parte del britannico) tra Trump e Keir Starmer mentre emerge la totale irrilevanza dell’Europa proprio nella «difesa» di Cipro. Oggi a Larnaca è atteso Macron che sta cercando nuovo protagonismo con la difesa dell’isola bersagliata dagli iraniani. È quasi un’opera buffa considerando che un pezzo dell’isola è occupato dalla Turchia da oltre mezzo secolo, senza che l’Ue, di cui ora Cipro è presidente di turno, sia mai riuscita a comporre la crisi. Forse perché Tayyip Recep Erdogan ha il secondo esercito della Nato. Macron, che ieri ha avuto colloqui con il leader egiziano al-Sisi, il quale gli ha espresso preoccupazioni sia per il mercato dell’energia sia per il timore di un allargamento del conflitto nell’area mediorientale sollecitando un’ iniziativa diplomatica per frenare gli attacchi israelo-americani, prova ad accreditare la Francia come prima (e unica) potenza nucleare europea. Ha inviato Fabien Mandon, il capo di Stato maggiore transalpino, a Beirut, e lui oggi vedrà Nikos Christodoulides suo omologo cipriota, e Kyriakos Mitsotakis, il premier greco, per illustrare la solidarietà militante dei Paesi europei verso Cipro.
C’è una cintura navale di protezione a cui partecipano oltre alla Francia, l’Italia con la fregata Martinengo, la Spagna e l’Olanda, ma i primi ad arrivare sono stati i britannici. E proprio sull’impegno tardivo di Londra si appuntano le maggiori critiche di Trump, apparso addirittura sprezzante verso Starmer, che ieri ha fatto un punto ad ampio spettro sul conflitto iraniano. Parlando alla Cbs, The Donald ha scandito: «Stiamo vincendo a livelli mai visti prima e velocemente: è stato incredibile il lavoro che abbiamo fatto. I missili iraniani esplodono in mille pezzi. Ne sono rimasti pochissimi. I droni saltano in aria. Le fabbriche stanno saltando in aria mentre parliamo. La Marina è andata in fondo al mare. L’Aeronautica è andata. Ogni singolo elemento del loro esercito è andato. La loro leadership è andata. Non c’è niente che non sia andato». Poi, sempre riferendosi al teatro operativo, il presidente americano intervenendo ad Abc News ha ribadito: «Tutto è sul tavolo, non escludo l’invio di truppe sul terreno per recuperare l’uranio arricchito: il loro piano era chiaro, volevano attaccare tutto il Medio Oriente, ma ora sono una tigre di carta».
È però sul versante politico e di relazioni internazionali che Trump è stato molto drastico. Per quel che riguarda l’Iran, a seguito dell’annuncio che gli ayatollah avrebbero scelto la nuova Guida suprema, è stato chiarissimo: «Non durerà a lungo se non avrà la nostra approvazione, siamo anche disposti a lavorare con quelli rimasti del vecchio regime, ma ci vogliamo assicurare di non dover tornare qui ogni dieci anni, quando magari non avrete un presidente come me che è disposto a farlo - ha spiegato ad Abc News - non voglio che tra cinque anni si debba tornare a fare la stessa cosa, o peggio ancora lasciare che abbiano un’arma nucleare».
È seguita la «botta» a Starmer. Trump ha pubblicato su Truth un messaggio inequivocabile: «Il Regno Unito, il nostro un tempo grande alleato, sta finalmente considerando di inviare due portaerei in Medio Oriente. Va bene, primo ministro Starmer, non ne abbiamo più bisogno. Ma ce lo ricorderemo. Non abbiamo bisogno di persone che si uniscono alle guerre dopo che abbiamo già vinto». Così ieri l’inquilino di Downing Street è corso ai ripari e ha telefonato al presidente americano a cui ha espresso il suo cordoglio per la morte di sei marine. Con l’intesa di risentirsi presto Starmer ha messo sul tavolo la possibilità dell’uso delle basi della Raf per la difesa comune in Medio Oriente. Insomma, anche Londra s’adegua a Trump. Chi fa un passo avanti, invece, nel conflitto sono gli Emirati Arabi Uniti. Secondo fonti israeliane, smentite però da Abu Dhabi, gli Emirati avrebbero bombardato un impianto di desalinizzazione in Iran. Gli emiratini hanno però accompagnato la smentita con la sottolineatura: «Rivendichiamo il diritto a difenderci» anche perché solo ieri sono stati intercettati 17 missili balistici e 117 droni.
L’Iran per il momento ha continuato gli attacchi verso i paesi del Golfo. Il che fa dire, a Benjamin Netanyahu: «Abbiamo un piano specifico con molteplici opzioni per indebolire il regime iraniano e portare un cambiamento». Come detto il lavoro «sporco» tocca a Israele che è intenzionato a finirlo in fretta.
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Celebrazioni a Teheran per Mojtaba Khamenei (Ansa)
La Repubblica islamica dell’Iran sostiene di aver già individuato la figura destinata a succedere alla guida del Paese dopo la morte dell’ayatollah Ali Khamenei, ma ufficialmente, al momento di andare in stampa, il nome del nuovo leader supremo non è stato ancora reso pubblico. Un silenzio che riflette le profonde tensioni politiche e istituzionali che attraversano il sistema di potere iraniano in uno dei momenti più delicati della sua storia recente. A confermare che una decisione sarebbe stata presa è stato un membro dell’Assemblea degli esperti, l’organo religioso incaricato dalla Costituzione di designare la Guida suprema; l’ayatollah Mohammad-Mahdi Mirbagheri ha dichiarato che all’interno dell’Assemblea sono stati compiuti «grandi sforzi per determinare la Guida» e che sarebbe stato raggiunto «un parere decisivo e unanime». Un altro membro dell’Assemblea, Hojjatoleslam Jafari, rappresentante della provincia di Zanjan, ha espresso l’auspicio che la decisione venga resa nota al più presto. «Il ritardo nell’elezione del terzo leader è amaro e indesiderato per tutti», ha spiegato, invitando tuttavia la popolazione a non perdere fiducia nei rappresentanti religiosi chiamati a prendere una decisione così delicata.
Nel frattempo, un altro religioso dell’Assemblea ha assicurato che il nome di Khamenei come leader dell’Iran «continuerà a esistere», sottolineando come la futura guida della Repubblica islamica dovrà muoversi nel solco politico e ideologico tracciato dal defunto ayatollah. Secondo la Costituzione, spetta all’Assemblea degli esperti - composta da 88 religiosi - scegliere la Guida suprema quando la carica rimane vacante. È quanto accaduto dopo i quasi 37 anni di leadership di Ali Khamenei, morto a seguito di un attacco Usa a Teheran lo scorso 28 febbraio. La successione rappresenta quindi uno dei passaggi più sensibili nella storia politica della Repubblica islamica.
Il dibattito interno è reso ancora più complesso dalla possibile candidatura di Mojtaba Khamenei, figlio della precedente Guida suprema e da tempo indicato come uno dei principali pretendenti alla successione. La sua nomina, osteggiata dal presidente statunitense Donald Trump secondo il quale «sarebbe inaccettabile», garantirebbe continuità con la linea politica del padre e lascerebbe campo libero ai pasdaran, principali sponsor della sua ascesa.
Il prezzo, secondo molti osservatori, lo pagherebbe la popolazione iraniana, che potrebbe trovarsi di fronte a una repressione ancora più dura mentre il conflitto in corso rischierebbe di intensificarsi ulteriormente. Secondo alcune informazioni circolate nelle ultime ore, Mojtaba Khamenei sarebbe inoltre rimasto gravemente ferito nei raid che hanno colpito la città di Qom alla fine di febbraio e si troverebbe attualmente ricoverato in ospedale. Un altro membro dell’Assemblea, l’ayatollah Mohsen Heidari Alekasir, ha dichiarato che il candidato prescelto sarebbe stato individuato anche tenendo conto delle indicazioni lasciate dallo stesso Khamenei prima della morte. Secondo il religioso, il nuovo leader dovrebbe essere una figura «odiata dal nemico», aggiungendo che «persino il Grande Satana» avrebbe già fatto il suo nome. Ovvio il riferimento a Mojtaba Khamenei. All’interno del clero non mancano le pressioni per accelerare la decisione. L’ayatollah ha chiesto di rendere pubblico al più presto il nome del «giurista a pieno titolo» selezionato dall’Assemblea. Rahim Tavakol, altro membro dell’organismo religioso, ha assicurato che l’assemblea ha già svolto il proprio compito e che «presto verrà annunciato il successore» di Khamenei. Tuttavia diversi osservatori ritengono che il ritardo possa essere legato anche a questioni procedurali e di sicurezza. Secondo alcuni giuristi iraniani, la Costituzione prevede che almeno due terzi dei membri dell’Assemblea partecipino fisicamente alla deliberazione. In mancanza di questa condizione, qualsiasi decisione rischierebbe di non avere piena validità legale.
Emergono anche divisioni all’interno dell’establishment. Alcune fonti sostengono che il segretario del Consiglio supremo di sicurezza nazionale, Ali Larijani, si sarebbe opposto alla nomina di Mojtaba Khamenei, preferendo invece la candidatura del fratello Sadeq Larijani, ex capo della magistratura e figura influente dell’apparato religioso e politico iraniano. Per l’esercito israeliano, invece, non è importante chi verrà nominato: «Continueremo a colpire chiunque tenti di assumere o designare la carica di Guida Suprema» ha affermato l’Idf in una nota.
La guerra «sotterranea» dell’acqua
L’escalation militare in Medio Oriente continua ad allargarsi mentre il confronto tra Iran, Israele e Stati Uniti apre nuovi fronti di tensione in tutta la regione. A Teheran la situazione appare sempre più critica dopo una serie di raid che hanno colpito infrastrutture energetiche della capitale provocando incendi di vaste proporzioni. Il corrispondente della Cnn Frederik Pleitgen ha raccontato dalla città uno scenario che ha definito «apocalittico». Gli attacchi israeliani hanno centrato diversi impianti petroliferi causando roghi che, a distanza di oltre 12 ore, continuavano ancora a bruciare. Colonne di fumo nero si sono alzate sopra la capitale mentre la pioggia, mescolata ai residui di petrolio dispersi nell’aria, è ricaduta sulle strade.
Nel frattempo il comando militare Usa per il Medio Oriente ha diffuso un messaggio diretto alla popolazione iraniana invitando i civili a restare nelle proprie abitazioni: «State a casa. Il regime sta consapevolmente mettendo in pericolo le vite dei civili», si legge nell’avviso diffuso dallo Us central command. Nel comunicato si accusa inoltre Teheran di utilizzare quartieri densamente abitati per operazioni militari, compreso il lancio di droni d’attacco e missili balistici. Washington ha tuttavia precisato di non essere coinvolta negli attacchi contro le infrastrutture energetiche iraniane.
Il segretario statunitense all’Energia, Chris Wright, intervistato dalla Cnn, ha dichiarato che gli Stati Uniti non intendono colpire l’industria petrolifera o del gas della Repubblica islamica. Secondo Wright gli obiettivi dei raid riguarderebbero depositi di carburante utilizzati per rifornire le stazioni di benzina della capitale. Il segretario ha riconosciuto l’impatto degli attacchi sulla qualità dell’aria a Teheran, aggiungendo, tuttavia, che «alcuni giorni di qualità dell’aria peggiore non sono nulla rispetto a ciò che il popolo iraniano ha sofferto sotto il regime». La portavoce della Casa Bianca Karoline Leavitt, intervistata da Fox News, ha spiegato che la strategia dell’amministrazione guidata da Donald Trump resta concentrata su una campagna di bombardamenti aerei. «Il dispiegamento di truppe a terra non rientra nel piano attuale ma il presidente non ha rimosso l’opzione dal tavolo», ha dichiarato.
Le tensioni si estendono anche al Golfo. Le autorità del Bahrein hanno denunciato un attacco con drone attribuito all’Iran contro un impianto di desalinizzazione nei pressi della capitale Manama. In una nota ufficiale il governo ha riferito che l’azione ha colpito obiettivi civili causando danni materiali alla struttura. L’Autorità elettrica e idrica del Paese ha tuttavia assicurato che l’incidente non ha interrotto la distribuzione dell’acqua potabile. Il tema resta particolarmente delicato perché nei Paesi del Golfo la sopravvivenza delle città dipende in larga parte dagli impianti di desalinizzazione.
Proprio gli Emirati Arabi Uniti sono finiti al centro di nuove polemiche diplomatiche. Secondo indiscrezioni riportate dal quotidiano israeliano Ynet, Abu Dhabi avrebbe valutato la possibilità di colpire un impianto di desalinizzazione in Iran come segnale politico. Negli Emirati cresce però la rabbia per le notizie diffuse dai media israeliani. Secondo quanto riferito da Channel 12, fonti vicine alla leadership emiratina ritengono che rivelazioni pubbliche di questo tipo possano compromettere un delicato equilibrio regionale. Sul piano diplomatico Teheran continua intanto a ribadire la propria determinazione a resistere. Il ministro degli Esteri Abbas Araghchi, intervistato dalla Nbc, ha affermato che la cooperazione con la Russia «non è una novità né un segreto» e che l’Iran continuerà a difendere il proprio territorio: «La nostra dignità non è in vendita», ha dichiarato. Resta instabile anche il fronte libanese. Secondo le Forze di difesa israeliane, negli ultimi giorni oltre 200 membri di Hezbollah e di altri gruppi armati sarebbero stati uccisi durante le operazioni militari in Libano. Il ministero della Salute libanese ha riferito che i bombardamenti della scorsa settimana hanno provocato almeno 394 morti, confermando come il conflitto stia assumendo dimensioni sempre più ampie.
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Giorgia Meloni (Ansa)
«L’Italia cerca sempre di dare un aiuto». E Poi: «Giorgia è un’ottima leader ed è una mia amica». Le dichiarazioni che Donald Trump ha rilasciato al Corriere della Sera a sostegno del presidente del Consiglio Giorgia Meloni hanno provocato moltissime proteste da parte dell’opposizione.«L’Italia non è parte del conflitto, non intende essere parte del conflitto. Noi ci stiamo limitando a rafforzare la nostra presenza nei Paesi del Golfo che sono stati attaccati dall’Iran con missili, con droni, ma solo a scopo difensivo». La risposta di Meloni a chi accusa l’esecutivo di essere entrato in guerra arriva su Rete 4 in un’intervista rilasciata a Mario Giordano, nella puntata di ieri di Fuori dal coro. «Una decisione che nasce dal bisogno che noi abbiamo di proteggere le decine di migliaia di italiani che sono presenti nell’area, oltre che i nostri contingenti militari», ha puntualizzato il premier, spiegando che «noi abbiamo circa 2.000 soldati dislocati in quella regione. Dopodiché quelle sono anche nazioni con le quali noi abbiamo sicuramente ottimi rapporti, ma che sono anche vitali per i nostri interessi energetici». E poi ha ribadito: «Però non intendiamo entrare in guerra e non ci entreremo».
Sulle parole del presidente degli Stati Uniti era già intervenuto anche il ministro degli Interni Antonio Tajani. «Quella del presidente Donald Trump al Corriere della sera è una dichiarazione più politica e non credo che ci sia nulla da chiarire». E poi sulle contestazioni arrivate da Pd, Avs e Movimento 5 stelle ha detto: «Le opposizioni fanno la loro parte, mi pare che adesso in questo momento non ci sia nulla da commentare», ha spiegato. «Tutto quello che si sta facendo si è fatto, si farà, è stato detto in Parlamento, quindi, non c’è null’altro per quanto mi riguarda da aggiungere».
Sulla guerra, Meloni da Giordano ha insistito: «La guerra ovviamente non piace a nessuno e nessuno sottovaluta i rischi e le difficoltà che ne seguono, però neanche l’alternativa è rassicurante. Che è la ragione per cui noi ci siamo spesi moltissimo per arrivare a un accordo sul nucleare iraniano, cioè per avere certezza che l’Iran rinuncia all’atomica, che però sono falliti. E quindi adesso, secondo me, la priorità è capire se ci siano i margini per riprendere quei negoziati. E se ci fossero, ovviamente l’Italia intende lavorare su questo, cioè al ritorno della diplomazia».
Sull’Iran, poi, attacca le opposizioni che accusa di fare «propaganda spicciola» e si chiede «se davvero sia questo il momento». Anche perché «noi dobbiamo fare i conti con un quadro nel quale sono oggettivamente saltate le regole del diritto internazionale».
La guerra preoccupa anche per le possibili conseguenze a livello di terrorismo ma Meloni ha rassicurato: «Non ci sono particolari allarmi in questo momento, ma sicuramente noi, a scopo di prevenzione, siamo mobilitatissimi», anche perché, ha spiegato, «il Comitato antiterrorismo e il Comitato nazionale difesa e sicurezza, sono praticamente convocati a oltranza». Guerra, terrorismo e rincaro dei prezzi inevitabile. Questo preoccupa le persone e il premier ha consigliato «prudenza» a chi specula «perché non escludo di aumentare le tasse a quelle aziende che si dovessero rendere responsabili della speculazione e dell’aumento dei prezzi». Sui rincari della benzina ha detto che intende valutare «di attivare le cosiddette accise mobili, un meccanismo che esiste dal 2008 e che noi abbiamo reso più efficace con il nostro provvedimento sui carburanti nel 2023», perché «se i prezzi dovessero aumentare in modo stabile, questo meccanismo consentirebbe di utilizzare la parte di maggiore Iva che arriva dall’aumento per calmierare i prezzi riducendo le accise».
Inevitabile un passaggio sul referendum a poco meno di due settimane dal voto: «Se non partiamo dalla base, non possiamo risolvere i problemi. Sono convinta che la riforma della giustizia interviene anche su materie come immigrazione e sicurezza». Meloni, infatti, ha ricordato che questi due temi viaggiano su tre livelli: le leggi «messe a disposizione» anche dal governo, il lavoro delle forze dell’ordine e la «magistratura che fa rispettare le leggi». «Se uno dei tre livelli non funziona il meccanismo si inceppa e io conosco moltissimi casi nei quali il meccanismo si è inceppato», ha spiegato Meloni, citando le «devastazioni dei centri sociali a Roma e a Torino, dove non c’è stato alcun seguito giudiziario e addirittura i giudici hanno annullato il Daspo fatto agli antagonisti».
Sull’immigrazione ha ricordato «le continue interpretazioni forzate delle norme per impedirci di governare il fenomeno dell’immigrazione». Infine, un appello per il Sì al referendum del 22 e del 23 marzo: «Non avremo altre occasioni» di riformare la giustizia. «Se vogliamo far camminare questa nazione, dobbiamo avere il coraggio di modernizzarla. Di cambiare quello che non funziona».
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