- Il 21 e il 22 si valuteranno le comunicazioni di Mario Draghi al Parlamento. Il sospetto è che i due leader non siano affatto spaventati dall’eventualità di una caduta del governo. Anche se i loro ministri hanno posizioni diverse.
- Ucraini in ritirata da Severodonetsk. Il comando della regione: «I russi stanno distruggendo tutto, però li respingeremo». Morti quattro stranieri. Fuga da Sloviansk che ancora non è sotto controllo di Mosca.
Lo speciale comprende due articoli.
Lega e M5s il 21 giugno dovranno scoprire le carte sul loro «no» all’invio di altre armi in Ucraina e il governo trema. In quella data, e il giorno successivo, il premier Mario Draghi illustrerà alla Camera e al Senato le sue comunicazioni prima dell’ennesimo Consiglio europeo sul conflitto in Ucraina. Trattandosi di comunicazioni e non di semplice informativa, è previsto un voto sulle risoluzioni che verranno presentate. Il ministro dello Sviluppo economico, Giancarlo Giorgetti della Lega, ammette che si tratta di «un passaggio rischioso»: «Cosa faranno Lega e M5s bisogna chiederlo a Salvini e Conte», dice Giorgetti, «ogni voto è rischioso. È il parlamento che decide e deciderà se dare la fiducia o non darla a questo governo. È una cosa troppo importante per essere banalizzata come qualsiasi altra votazione, la posizione assunta dal presidente Draghi è una posizione difficile che mira ad arrivare alla pace per una forma di durezza nei confronti di Putin e della Russia. È chiaro», sottolinea Giorgetti, «che il parlamento à sovrano». Al di là della frase sibillina sul «cosa farà la Lega dovete chiederlo a Salvini», è evidente che Giorgetti sa bene che il 21 e 22 giugno lo stesso leader della Lega e il presidente del M5s Giuseppe Conte (che a quanto ci risulta hanno riaperto un canale di comunicazione tra loro) saranno obbligati a scoprire le carte e tutta l’Italia saprà se le loro dichiarazioni contro ulteriori invii di armi in Ucraina sono concrete posizioni politiche o fuffa propagandistica. Anche ieri il leader del Carroccio è stato perentorio: «Bisogna fermare questa guerra e bisogna smetterla di inviare armi», ha detto Salvini, perché la pace adesso è urgente per salvare vite in Ucraina ma anche per salvare posti di lavoro e famiglie in Italia».
Fino ad ora, ricordiamolo, l’invio di armi in Ucraina è stato effettuato in base a un decreto varato dal governo appena due giorni dopo l’inizio della guerra, approvato successivamente da Camera e Senato: sono settimane che il M5s chiede un nuovo passaggio in parlamento, mentre Salvini invoca lo stop alle forniture di armamenti a Kiev. Ora Salvini e Conte sono al bivio: «Premesso che di armi in Ucraina non ne stiamo più inviando», dice alla Verità una fonte vicina al dossier, «sia perché gli ucraini hanno i soldi per comprarle sia perché non ne abbiamo più disponibili, se Lega e M5s mettessero nero su bianco in una risoluzione che l’Italia deve smetterla di inviare armamenti il governo andrebbe in crisi. Come possiamo sapere se tra qualche settimana o mese il conflitto non si inasprirà ancora di più? Draghi avrebbe le mani legate, senza contare il fatto che Pd, Forza Italia, Italia viva e i centristi presenterebbero una risoluzione per conto loro. Se invece ci sarà un riferimento generico», aggiunge la nostra fonte, «alla necessità di favorire la diplomazia, senza riferimenti espliciti alle armi, allora il bluff di Conte e Salvini sarà scoperto».
Fonti del M5s, su questo punto, riferiscono alla Verità che «la risoluzione la scriveranno in parlamento, ci sarà un lungo confronto con le altre forze di maggioranza e lì si vedrà quale sarà il punto di caduta. Non vogliamo creare un’occasione per mettere in difficoltà il governo», aggiungono le fonti, «vogliamo offrire un indirizzo che vada nella direzione che noi auspichiamo, la nostra posizione nota ormai a tutti». In parlamento e al governo c’è il sospetto che Conte e Salvini non siano per nulla spaventati dall’eventualità di una caduta del governo: «Lega e M5s», dice alla Verità un esponente dell’esecutivo, «sono i partiti che stanno pagando più di tutti il sostegno a Draghi in termini di consensi, stanno donando il sangue, potrebbero effettivamente aver voglia di metterci un punto».
«Ben vengano delle risoluzioni che siano il più possibile condivise», commenta il ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, «perché il giorno dopo il presidente del Consiglio Mario Draghi dovrà andare al tavolo europeo, è un momento molto delicato e quindi confido nel fatto che il parlamento possa esprimere la massima compattezza». I ministri di Lega e M5s, come avviene molto spesso, hanno posizioni diverse rispetto ai leader dei rispettivi partiti: si tratta del vizio d’origine del governo Draghi, più volte evidenziato dalla Verità, che ha consentito fino ad ora al premier di agire in maniera autonoma rispetto alle indicazioni delle forze politiche che lo sostengono, e nel caso della guerra anche dalla volontà del popolo, con un’opinione pubblica sempre più critica rispetto all’invio di armi in Ucraina, come rilevato da tutti i sondaggi e dalla semplice esperienza quotidiana di ciascuno di noi.
Il rischio di una crisi è reale: «Mi auguro ardentemente», sottolinea il segretario del Pd, Enrico Letta, «che la maggioranza regga e che non ci siano motivi per cui il governo cada nelle prossime settimane. Affronteremo quel passaggio parlamentare del 21 e 22 consapevoli di questi rischi, noi siamo ovviamente disponibili in parlamento, nella maggioranza a discutere e valutare» aggiunge Letta, «ma ovviamente all’interno di un criterio generale della linearità con le scelte che abbiamo fatto sino ad oggi».
Contenuto riservato agli abbonati
Prosegui con la lettura >
Contenuto riservato agli abbonati
Rinnova il tuo abbonamento per proseguire con la lettura >