(iStock). Nel riquadro, il libro di Apicio «De re coquinaria»
Nelle cucine italiane tornano protagoniste le essenze floreali. Già usate da Greci e Romani, erano consuetudine nel Medioevo e nel Rinascimento. La modernità le ha quasi spazzate via. Ma sono «risorte» grazie agli hippie.
«Dillo con un fiore» è un vecchio adagio della lingua italiana che invita a mostrare interesse, passione, amicizia o amore verso un’altra persona regalando un fiore. Una massima che, di solito, spopola nel giorno dedicato agli innamorati, quel San Valentino celebrato solo pochi giorni fa. Ma insieme a un fiore ci si può unire anche una bella insalata. O un formaggio. E questo perché mai come negli ultimi anni, chef stellati e massaie domestiche stanno rispolverando una prassi in voga fin dall’antichità: l’uso di fiori edibili per preparare piatti.
Infatti, «Un italiano su quattro ha acquistato o assaggiato almeno una volta un fiore edule, che dai piatti degli chef stellati stanno conquistando le tavole di tutti i giorni, tra freschi, essiccati o addirittura trasformati in cocktail»: questa considerazione accompagna un report realizzato da Assofloro con le Università di Napoli, di Milano e di Verona assieme a Coldiretti in occasione di a Myplant&garden, la più importante fiera del settore in corso alla Fiera di Milano-Rho. Oggi in Italia la produzione di fiori eduli vale circa 7 milioni di euro, coprendo il 20% del totale europeo. «Le principali Regioni produttrici sono Puglia, Campania, Veneto, Toscana e la Liguria», spiega la Coldiretti, «esistono circa 1.600 tipologie di questi prodotti, tutti collegati da un elevato valore salutistico: sono poveri di grassi e ricchi di sostanze nutritive come minerali, proteine e vitamine (A, gruppo B, C ed E), oltre a fibra, composti bioattivi e antiossidanti quali flavonoidi e carotenoidi». La loro popolarità è cresciuta anche grazie a programmi tv di cucina e influencer del food, alla ristorazione gourmet e degli agriturismi, alle esperienze turistiche legate alla cucina. Nelle ricette casalinghe si usano crudi aggiunti a insalate, piatti freddi, formaggi freschi, tartare e carpacci di pesce, mentre in pasticceria servono principalmente per le decorazioni. Le maggiori coltivazioni sono effettuate in serra e fuori suolo; l’irrigazione avviene tramite il metodo a goccia per evitare di rovinare i fiori bagnandoli; la raccolta si svolge manualmente da personale altamente formato e qualificato; la conservazione richiede luoghi al fresco; la distribuzione avviene entro pochi giorni dalla raccolta.
Il «dillo con un fiore» a tavola, come detto, non è certo legato a una moda del momento o al fatto che Carlo Cracco o Antonino Cannavacciuolo hanno infilato delle margherite in un risotto nell’ultima puntata del loro nuovo show serale in televisione. Nel corso dei secoli i fiori hanno giocato una parte importante nelle diverse gastronomie del mondo. Il Vecchio Testamento, il Corano e molti altri documenti religiosi contengono dettagli circa le qualità «gastronomiche» di alcuni fiori. Gli antichi Romani e Greci utilizzavano fiori edibili in vari piatti, non solo per il loro gusto, ma anche per la loro bellezza visiva. I fiori di cappero, per esempio, erano apprezzati per il loro sapore unico e sono stati impiegati sia in insalate che in salse. Abbiamo testimonianze fin dalla Roma imperiale, per esempio con la ricetta del vino alle rose nel De re coquinaria di Marco Gavio Apicio, lo chef dell’imperatore Tiberio. Nel Medioevo, i fiori eduli tornarono in auge in Europa, dove venivano utilizzati in piatti nobili e festivi. Nella Londra di William Shakespeare, durante gli spettacoli teatrali, era sorseggiata acqua di rose o liquore aromatizzato con garofani.
Sempre con l’essenza di quest’ultimo fiore, l’imperatore Carlo Magno amava ingentilire il vino, mentre i nomadi del Sahara, dopo un lungo e polveroso viaggio nel deserto, per rinfrescare il palato e lavare mani e viso offrivano acqua al fior d’arancio. Virginia Galilei, figlia di Galileo, suora in un convento di Arcetri, ricorda la delicata marmellata di fiori di rosmarino. Ma fu durante il regno di Elisabetta I che nelle macedonie di frutta vennero «apprezzate» le primule e nell’Inghilterra elisabettiana si iniziò anche a schiacciare i girasoli per ricavare l’olio.
È stata la gastronomia italo-spagnola a creare i fiori di zucca ripieni e nel Nuovo mondo i padri pellegrini usavano le violette per aromatizzare l’aceto, e le calendole (margherite gialle) per insaporire i brodi di carne. In Occidente, i fiori sono sopratutto patrimonio dell’erboristeria, eccetto alcune ricette come l’insalata di crisantemi milanese o il riso alla malva veneto.
Invece in Oriente, in quei Paesi poveri di apporti proteici, hanno valorizzato al massimo la ricchezza del mondo vegetale. Nell’antica Cina il loto era considerato un fiore sacro e veniva utilizzato nella cucina imperiale. Nella tradizione gastronomica cinese sono esaltate, da oltre sei secoli, le qualità aromatiche di crisantemi, gigli e fiori di loto. Mentre in Giappone, per integrare le carenze vitaminiche patite d’inverno, c’era l’uso in primavera d’andare per i campi a cercare le «sette erbe». I fiori di lillà, con il loro dolce aroma, erano molto apprezzati durante il Rinascimento e nel XVIII secolo fiori come crisantemi e calendule erano molto ricercati in Europa.
Questa consolidata tradizione svanì con l’avvento della cucina moderna nel XIX secolo: l’uso dei fiori in cucina diminuì poiché si privilegiavano altre tecniche culinarie e ingredienti. La riscoperta dei fiori eduli è avvenuta nel XX secolo, con l’interesse crescente per una cucina più naturale e sostenibile. Negli anni Sessanta e Settanta, il movimento hippie ha promosso il ritorno alla natura e, di conseguenza, anche l’uso di fiori edibili ha fatto il suo ritorno in tavola. Nella cucina moderna, i fiori eduli non sono solo un abbellimento, sono utilizzati per aggiungere sapore e intensificare l’esperienza gastronomica. L’esempio che viene alla mente con più frequenza sono i fiori di zucca che le varie cucine locali hanno, nel tempo, saputo proporre in tanti modi. La maggior parte delle volte, tuttavia, si possono trovare fritti in pastella, impanati, come ingrediente di paste e risotti o anche farciti al forno. Molto conosciuti sono i fiori di zucca ripieni alla romana, un antipasto gustosissimo costituito da un fiore ripieno di provatura (simile alla mozzarella) o fior di latte e mezza acciuga sott’olio, poi passato nella pastella e fritto. Comuni in molte Regioni sono anche le frittelle salate a base di questo gustoso ingrediente oppure le frittate.
Ma ogni fiore ha il suo profilo aromatico distintivo; per esempio, il nasturzio ha un sapore piccante e peperino, perfetto per insalate e piatti freschi. La lavanda, invece, offre note floreali dolci e leggermente erbacee, ideale per dolci e thè. «Un piatto ornato con la viola del pensiero assume tutta un’altra aria, colore, profumo e significato. Una torta arricchita con petali di rosa e margherite può diventare un capolavoro per gli occhi ed il palato», si può leggere nel sito di una importante azienda di ristorazione commerciale. Nella tradizione alpina e appenninica italiane, i fiori vengono impiegati non solo nella preparazione di piatti ma anche prodotti alimentari come formaggi e ricotte, indispensabili per fornire gusto e aroma. In alcuni casi questi semplici e comuni ingredienti sono divenuti non solo protagonisti di una parte di gastronomia tipica ma, addirittura, simboli di un territorio e della sua tradizione culinaria e culturale. La violetta di Parma candita ne è un esempio.
Sono commestibili i fiori di: aglio selvatico, arancio, basilico, borragine, camomilla, caprifoglio, carota, crisantemo, dente di leone, dalia, erba cipollina, fiordaliso, garofano, gelsomino, geranio, girasole, iris, lavanda, magnolia, margherita, menta, mirto, papavero, pesco, primula, rosa, rosmarino, rucola, salvia, sambuco, senape, tiglio, trifoglio, tulipano, viola del pensiero, zucca, zucchina. Alcuni sono certamente più noti e di uso comune, altri da scoprire. Non sono solo una festa per gli occhi, ma anche per le papille gustative. I fiori di borragine sanno di cocomero e donano freschezza e acidità, la calendula aggiunge un po’ di aspro e i fiori della rucola portano un pizzico di pepato.
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Nel riquadro, Filomena Palomba
La cofondatrice di FGM04: «Siamo partiti con il sogno di tenere insieme bellezza, benessere e performance. Il successo dei nostri leggings, concepiti come supporto cosmetico e funzionale, ci ha fatto capire che eravamo sulla strada giusta».
L’eccellenza sportiva non nasce solo dal talento, ma da un ecosistema che comprende ricerca scientifica, innovazione tessile e tecnologie capaci di supportare il corpo durante l’allenamento e il recupero. Materiali performanti, tessuti intelligenti e soluzioni studiate per favorire la microcircolazione, la termoregolazione e il comfort muscolare diventano veri e propri alleati dell’atleta, professionista o amatoriale che sia.
È proprio in questa intersezione tra sport, scienza e benessere che si inserisce FGM04, realtà fondata a Modena da Filomena Palomba e Michele Malerba, che ha fatto dell’innovazione tecnologica applicata all’activewear il proprio tratto distintivo. Dai leggings con tecnologia Fir alla cosmeceutica funzionale, l’azienda interpreta l’allenamento non solo come performance, ma come percorso di cura e valorizzazione del corpo. Ed è proprio Filomena Palomba a raccontarsi.
Come siete partiti con il vostro progetto imprenditoriale?
«FGM04 nasce nel 2004 con un obiettivo chiaro: offrire cosmetici di alta qualità a un prezzo accessibile, rendendo trattamenti professionali fruibili a un pubblico più ampio. Fin dall’inizio abbiamo scelto di concentrarci sulla cura del corpo, sviluppando creme e formulazioni studiate per contrastare gli inestetismi cutanei, con un’attenzione specifica a cellulite, ritenzione idrica e adipe localizzata. Lo sport ha sempre rappresentato il nostro universo di riferimento: uomini e donne attenti al proprio benessere, esigenti in termini di performance e qualità, ma anche consapevoli del valore di un prodotto efficace, per il quale sono disposti a investire».
È cambiata nel tempo la visione che avevate all’inizio?
«“Voi fate grandi meraviglie” mi disse una volta un fotografo: questa frase è diventata il nostro mantra quando creiamo un prodotto. Crediamo in una visione olistica di bellezza, dove benessere e performance convivono in perfetta armonia. Quando nel 2017 abbiamo lanciato i primi leggings, li abbiamo concepiti come un supporto cosmetico e funzionale: è stata una vera e propria intuizione perché all’epoca i leggings non erano un capo di moda. Poi grazie ai nostri canali social la crescita è stata esponenziale, siamo letteralmente esplosi».
Molti conoscono i vostri leggings per la tecnologia Fir. Potrebbe spiegare di cosa si tratta, come funziona e quali benefici porta a chi la utilizza?
«Nei tessuti tecnici dei nostri prodotti sono inseriti in modo permanente minerali naturali definiti bioattivi, in grado di assorbire il calore del corpo e di rifletterli sotto forma di raggi infrarossi lontani: i raggi Fir, appunto (Far Infrared Rays). Questa tecnologia garantisce vantaggi sia in termini di prestazioni atletiche che di aspetto della pelle, migliora il comfort e la percezione di benessere. I nostri leggings con tecnologia Fir modellano il corpo senza comprimere e offrono al contempo un trattamento di bellezza mentre li si indossa».
Come avviene il processo di ricerca e sviluppo delle tecnologie alla base dei vostri prodotti?
«Il nostro è un gruppo estremamente dinamico e aperto all’innovazione. Quando nasce un’idea o individuiamo una nuova tecnologia interessante, la analizziamo subito con un approccio concreto e orientato allo sviluppo: valutiamo fattibilità, benefici reali per il consumatore e coerenza con il nostro posizionamento di brand. Lavoriamo in modo strutturato su test di vestibilità, performance dei materiali, resa nel tempo e comfort, soprattutto per quanto riguarda i capi seamless e modellanti».
Dove viene realizzata la produzione dei vostri prodotti?
«I nostri prodotti sono 100% made in Italy. Abbiamo rivitalizzato un intero distretto, grazie alla lavorazione seamless, che garantisce un’assenza quasi totale di cuciture, per una maggiore vestibilità: la produzione avviene tramite macchinari circolari che creano tessuti in forma tubolare. Selezioniamo materiali di qualità che aiutano a migliorare le prestazioni e offrono la massima sicurezza possibile per chi li indossa. I capi hanno la certificazione Oeko-Tex® Standard 100, che garantisce che non contengono sostanze nocive per la salute».
FGM04 si distingue per un forte modello di influencer marketing. Qual è il segreto del vostro approccio e come scegliete i creator con cui collaborare?
«I social media sono stati fin dall’inizio una leva fondamentale per la nostra crescita. In modo spontaneo, molte ragazze hanno iniziato a taggarci dalla palestra, condividendo selfie e contenuti con i nostri completi: da lì FGM04 è diventato rapidamente virale e le richieste sono aumentate in modo significativo. Successivamente sono arrivate anche collaborazioni con influencer e celebrity. Siamo stati tra i primi nel settore a credere nell’influencer marketing e a promuovere un messaggio autentico di body positivity: crediamo che ogni persona meriti di vivere un rapporto positivo con il proprio corpo, al di là degli standard imposti dalla società e dalla cultura popolare».
Con le Olimpiadi o altri grandi eventi sportivi in corso, a chi pensate vadano più utili i vostri prodotti?
«A un pubblico ampio e trasversale. Non ci rivolgiamo esclusivamente agli atleti professionisti, ma soprattutto a tutte le persone che vivono lo sport nella quotidianità: in palestra, all’aperto, a casa o nel tempo libero. I nostri capi nascono per accompagnare l’allenamento, ma anche per valorizzare il corpo e garantire comfort, sostegno e vestibilità durante tutta la giornata. Collaboriamo con ambassador provenienti dal mondo dello sport, del fitness e del wellness, selezionati non solo per le performance, ma anche per l’affinità con i nostri valori».
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Carlo Cimbri (Ansa)
Carlo Cimbri presenta un bilancio record e mette le banche del gruppo in sicurezza.
Piazza Affari si toglie il cappello davanti ai conti di Unipol. Il titolo sale dell’8,6% a 21,1 euro dopo l’annuncio che l’anno scorso la compagnia ha guadagnato 1,53 miliardi, con un miglioramento del 36,8% rispetto al 2024. Non un ritocco cosmetico, ma un balzo di quelli che cambiano la postura. Gli azionisti festeggiano: dividendo di 1,12 euro per azione, contro gli 0,85 dell’esercizio precedente (+31,8%).
La cedola complessiva vale circa 804 milioni di euro, con un rendimento che sfiora il 5,7%, calcolandolo rispetto alle quotazioni attuali del titolo. Per il presidente Carlo Cimbri è solo l’inizio. L’obiettivo minimo è confermare 1,12 euro per azione per tutto il triennio. Se le condizioni lo consentiranno, verrà migliorato. La traiettoria è quella giusta per superare gli obiettivi del Piano industriale.
L’amministratore delegato, Matteo Laterza, aggiunge un dettaglio che agli investitori piace: nel 2025 è stato distribuito circa il 70% degli utili. Una percentuale robusta, che rende sostenibile nel tempo quel monte dividendi da 804 milioni e oltre. Non un fuoco di paglia.
Poi si allarga il campo. Cimbri cita Plauto: «Homo homini lupus». Il mondo degli affari è pieno di lupi e il bosco bancario italiano non è un prato fiorito.
Al centro della scena c’è Bper, il «lupetto» posseduto da Unipol. «Si è appena mangiata Cappuccetto Rosso», scherza il presidente, alludendo all’acquisizione della Banca Popolare di Sondrio. Dopo un pranzo così, è normale che venga sonnolenza: tempo di digerire tagliare i costi e fare quel lavoro duro che non finisce sempre in prima pagina ma che può essere molto glamour per gli azionisti.
Nel bosco si muovono anche altri animali: Banco Bpm ha un percorso definito; Monte dei Paschi di Siena sta costruendo il suo mettendo in fila Mediobanca e Generali. A guidarlo Luigi Lovaglio, «un supermanager che sa il fatto suo». Cimbri non ha dubbi: «Saprà far fruttare i capitali affidati dagli azionisti». Sullo sfondo resta il nodo Mediobanca, con equilibri in evoluzione che rendono difficile oggi immaginare l’assetto futuro di Assicurazioni Generali, anche sul fronte delle partnership di bancassicurazione, dove oggi pesa la presenza dei francesi di Axa.
Unipol si attrezza «per stare in sicurezza nel mondo dei lupi». Nessuna frenesia di shopping assicurativo ma grande attenzione agli incastri bancari, dove le sinergie con Bper, dice Cimbri con un sorriso, sono più naturali che con qualunque altro partner.
E poi c’è il capitolo sanità, con lo Ieo di cui Cimbri è presidente e Unipol grande azionista, con il 14%. Il vecchio progetto di crescita proposto da Leonardo Del Vecchio non è più sul tavolo. Faceva perno sulla fusione fra due eccellenze ospedaliere come Ieo e Humanitas. Mediobanca, primo azionista dello Ieo, l’aveva bocciato. Leonardo Del Vecchio se l’era legata al dito ma non aveva avuto il tempo di insistere. Ora tutto è cambiato. Il controllo della banca d’affari è passato sotto l’ombrello di Mps, dove pesano la Delfin degli eredi Del Vecchio e il ruolo di Francesco Milleri. «Se verrà riproposto lo valuteremo nel contesto attuale», dice Cimbri. Nessuna pregiudiziale: Unipol spalleggerà qualunque progetto sostenibile che salvaguardi le prospettive dello Ieo. Il dossier si riaprirà nei prossimi mesi, anche alla luce del piano industriale del Monte.
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2026-02-21
L’ultima arringa di Lagarde: adesso rinfaccia agli altri i difetti dell’Unione europea
Christine Lagarde (Ansa)
Il capo della Bce contesta il sistema globale fondato su «mercantilismo e coercizione». Ovvero, i pilastri dell’Ue a trazione franco-tedesca. Che lei fa di tutto per ripristinare.
Christine Lagarde giura al Wall Street Journal che terminerà il suo ottennio a capo della Bce, iniziato nel 2019, smentendo la versione del Financial Times: il quotidiano britannico la dava in uscita anticipata, per consentire a Friedrich Merz ed Emmanuel Macron - soprattutto a Emmanuel Macron - di individuare il suo successore all’istituto di Francoforte prima delle presidenziali francesi del 2027, sulle quali incombe lo spettro della vittoria della destra.
Non sarebbe certo il primo favore che la presidente della Banca centrale, in teoria al di sopra degli interessi della nazione di provenienza, concede all’inquilino dell’Eliseo: a ottobre, La Verità documentò il massiccio acquisto di titoli transalpini, nonostante l’esplosione del deficit al 5-6% del Pil. Una mossa che ha consentito a Parigi, in una fase tesissima, di limitare i danni alle finanze pubbliche. Mario Draghi, per dire, non era stato altrettanto comprensivo con l’Italia: nel 2018, in vista della legge di bilancio targata Lega-5 stelle, per la quale si prevedeva un rapporto deficit/Pil al 2,4%, il predecessore di Lagarde bloccò la compera dei Btp, lasciando impennare lo spread. Intanto, stando alla ricostruzione di Bloomberg, la Francia si appresta a varare una finanziaria con deficit al 5%, alla faccia dei piani per sistemare i conti. Arriverà una letterina di richiamo, tipo quella che Jean-Claude Trichet e l’inossidabile Draghi indirizzarono al governo Berlusconi nel 2011?
Lagarde, per sua stessa ammissione, ci tiene a mantenere i glutei tonici. Pare che il marito apprezzasse. Non c’è modo di verificarlo, ma se la signora ha una cosa tosta, quella di sicuro è la faccia. Non si spiega altrimenti la sua prolusione alla Columbia Law school di New York, dove, nella notte italiana tra giovedì e venerdì, ha accettato il Wolfgang Friedmann memorial award 2026. «Sentiamo parlare molto di un “nuovo ordine mondiale”», ha argomentato, «ma il cosiddetto nuovo ordine non è nuovo: è un ritorno a vecchi schemi di coercizione e mercantilismo. Non è mondiale, perché la maggior parte dei Paesi non lo vuole. E non è un ordine, perché rappresenta piuttosto l’assenza di uno». Da che pulpito: e l’ordine europeo che cosa è stato?
Di coercizione e mercantilismo, nel Vecchio continente se ne intendono. Tutta l’architettura dei trattati Ue è stata congegnata per consolidare l’imperialismo economico tedesco, imperniato sul surplus commerciale e sull’abbassamento del costo del lavoro - traduzione: compressione di diritti e retribuzioni - pur di rendere competitive le merci esportate dalla Germania. Non a caso, è sullo squilibrio nella bilancia dei pagamenti che si è consumato l’attrito con gli Stati Uniti. Anche prima della guerra dei dazi con Donald Trump, che per il tycoon si complica alla luce della bocciatura rimediata alla Corte Suprema, l’asimmetria aveva irritato le amministrazioni americane.
Favola per euroscettici? Mica tanto. A dicembre 2024, lo ammise persino Draghi, criticando la «preferenza» delle élite europee per «una costellazione economica […] basata sullo sfruttamento della domanda estera e sull’esportazione di capitale con bassi livelli salariali». Un modello che l’ex banchiere centrale giudicava «non più sostenibile». È da quella forzatura che è nata l’austerità. Ed è dall’austerità che hanno tratto linfa i vituperati movimenti populisti e sovranisti, che oggi, complice l’immigrazione incontrollata, a sua volta leva per l’ulteriore compressione dei compensi più risicati, vengono accusati di mettere a repentaglio la tenuta dell’Ue. È poco onesto additare la pagliuzza nell’occhio degli altri (Trump, che almeno punta a rivitalizzare la domanda interna), avendo ignorato per anni la trave nel proprio.
In pieno spirito revisionista, Lagarde ha fornito una versione tutta sua dei fatti: «Il sistema internazionale» di cui si osserva il tramonto, ha dichiarato alla platea della Grande Mela, «non è stato un’imposizione dei forti sui deboli: è stato costruito nel corso dei secoli da Paesi grandi e piccoli insieme e ha garantito risultati straordinari, dalla riduzione delle guerre tra Stati all’espansione del commercio globale e alla diminuzione della povertà». La tesi, quindi, è che l’ordine emerso dal secondo conflitto mondiale fosse una specie di prodotto spontaneo, il risultato di una dinamica naturale, quasi la condizione di default dell’umanità. Un’opzione neutrale. È il vecchio trucco della tecnocrazia per legittimarsi: presentare sé stessa quale esito di un processo razionale, orientato dalla sua verità intrinseca e oggettiva e non da una marca ideologica. Spiace: sono falsità.
Non era neutrale la scelta di somministrare a tutti gli Stati membri dell’Unione la disciplina ordoliberale, stratagemma con cui trasferire ricchezza dal Sud al Nord, dalle colombe ai falchi. Non era neutrale la sistematica demolizione del welfare. Non era neutrale il progressivo smontaggio della democrazia in nome dei «parametri», delle raccomandazioni della Commissione e delle missive della Bce. E non è neutrale la crociata verde della banca sotto la stessa Lagarde, anche se viene coperta dal velo della scienza e dalle ricerche che proverebbero, come conseguenza degli eventi meteo, il rischio di choc finanziari per i Paesi già esposti sui mercati.
«La storia», ha pontificato ieri la numero uno dell’istituto di Francoforte, «dimostra che un semplice equilibrio di potenza tra rivali può durare a lungo, ma quando crolla il prezzo è altissimo». Meglio preservare il vecchio squilibrio di potenza? Sì, se è grazie a esso che si comanda... E per farlo, ha ammonito la funzionaria francese, occorre realizzare delle riforme «con realismo, ambizione e cooperazione». «Se vogliamo che tutto rimanga com’è», ha chiosato Lagarde citando Il Gattopardo, «bisogna che tutto cambi». Le avranno spiegato che quello non era un motto positivo?
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