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2023-09-23
Salasso da Bruxelles: gli Stati paghino le abitazioni green alle famiglie fragili
Il paradosso è che più i governi nazionali prendono le distanze dalla direttiva sulle case green che impone tappe «utopistiche» per la riqualificazione energetica del parco immobiliare europeo, più Bruxelles accelera. E così mentre rimbalzava la notizia di due triloghi – gli incontri tra Commissione, Consiglio e Parlamento - consecutivi, il 6 (già si sapeva) e il 12 ottobre (convocato a sorpresa), il ministro tedesco delle Finanze, Christian Lindner, e la collega all’edilizia Klara Geywitz mettevano in guarda dai rischi per la pace sociale della normativa Ue. Il paradosso nel paradosso è che più si va avanti nella discussione è più vengono fuori le distanze tra le varie istituzioni continentali. Perché è verissimo che si sta cercando in tutti i modi di trovare dei compromessi, ma è altrettanto chiaro che negli ultimi giorni si sono consumati un paio di vertici preparatori, in vista del trilogo, che comunque hanno acceso gli animi. Protagonisti i funzionari che lavorano dal punto di vista tecnico ma con indicazioni politiche ben precise. Dai meeting traspaiono le difficoltà a individuare punti di contatto, per esempio, sull’articolo 9, sulla carta il più discusso perché fissa le tappe e quindi i tempi del passaggio del parco immobiliare da una classe energetica all’altra. Per esempio: gli edifici non residenziali devono raggiungere la classe E entro il 2027, mentre per quelli residenziali c’è tempo fino al 2030. Altri tre anni poi sono stabiliti per il passaggio alla D, mentre dead line ancora diverse vengono fissate per gli immobili di proprietà pubblica.
Dalle notizie raccolte dalla Verità emerge per esempio che sulle scadenze è in atto uno scontro tra parlamento e Consiglio. Il primo ritiene fondamentale indicare una tempistica precisa per il raggiungimento delle varie classi energetiche con modalità lineari e quindi uguali per tutti, mentre il Consiglio (premier e presidenti degli Stati membri) ritiene che il sistema debba fissare maggiori differenziazioni a seconda delle caratteristiche dei Paesi o delle aree geografiche. Non solo. Perché una diversificazione andrebbe individuata anche in relazione ai livelli di consumo di energia dei singoli immobili. Un esempio del controsenso: secondo l’attuale normativa un piccolo immobile non residenziale, in classe G, che magari è usato solo per poche ore alla settimana e quindi consuma pochissimo, dovrebbe essere ristrutturato, mentre un ipermercato, in classe D, con consumi molto elevati, non sarà obbligato a farlo. Com’è possibile?
Altro punto di disaccordo sull’articolo 15 (incentivi finanziari e barriere di mercato). Come si finanzia la direttiva? Dove si prendono le risorse per i lavori di riqualificazione? La competenza è, ovviamente, dei ministri delle Finanze dei singoli Paesi, e tra i vari strumenti messi sul tavolo ci sono il Pnrr e i fondi di coesione. Fatto sta che il confronto si è accesso sul paragrafo 1 bis, primo comma, per quanto riguarda il compito delle finanze pubbliche di farsi carico dei costi per la ristrutturazione delle case delle famiglie fragili. Il Consiglio vuole una formulazione meno diretta e vincolante rispetto a quella proposta dalla Commissione. Del resto basti pensare a quello che sta succedendo in Italia con il Superbonus 110% e al peso che sta avendo sul bilancio pubblico. Perché è chiaro che quando si parla di edilizia si tocca un tasto molto delicato e che una volta innescato il meccanismo all’interno dei singoli Paesi, diventa difficilissimo fermarlo.
I motivi di attrito sono evidenti, ma questo non vuol dire che non si andrà avanti a trattare e che l’obiettivo non sia quello di trovare la quadra. Tant’è vero che il Consiglio ha proposto un altro incontro tecnico, la prossima settimana, il 29 settembre. «Siamo fortemente preoccupati per le notizie che giungono da Bruxelles», sottolinea il presidente di Confedilizia Giorgio Spaziani Testa, «l’improvvisa accelerazione dei lavori del trilogo e la fissazione di una riunione senza limiti di orario e finalizzata alla conclusione dell’esame del testo non ci fa presagire nulla di buono. Ci appelliamo al nostro governo perché respinga al mittente un’iniziativa legislativa che per l’Italia sarebbe devastante».
«Decreto contro gli affitti brevi»
Sulla norma degli affitti brevi il ministero del Turismo esce allo scoperto. La Verità nei giorni scorsi aveva anticipato la possibilità di una vera e propria accelerazione nei tempi sul testo degli affitti brevi. L’ipotesi in campo era quella di trasformare l’attuale disegno di legge, che per sua natura presenta un’iter legislativo abbastanza lungo, in un decreto legge che accorcia nettamente i tempi per la pubblicazione in Gazzetta ufficiale. Ipotesi che ieri è stata confermata da Gianluca Caramanna, deputato di Fratelli d’Italia, ex amministratore di diverse strutture alberghiere affiliate a Federalberghi e stretto collaboratore della ministra del Turismo, Daniela Santanchè, che ha fortemente voluto le nuove norme sugli affitti brevi. Caramanna ha dunque precisato come il decreto legge in questione è in dirittura di arrivo. «Da quel che mi risulta, il testo sarà pronto a giorni. Si tratta di un decreto molto importante per la regolamentazione di un settore che in questi anni ha vissuto nel più completo far west». Molto probabilmente il testo non finirà nel Cdm di lunedì, che avrà il focus sull’emergenza prezzi, ma potrebbe invece essere inserito in quello del 28 settembre. Caramanna aggiunge poi di essere soddisfatto dato che il decreto sugli affitti brevi non «va a limitare il settore, come invece accade in altre città del mondo, ma pone regole a tutela dei proprietari e dei turisti che potranno godere di un appartamento a norma, dotato di tutti i requisiti previsti dalla legge. Il provvedimento, rivolto alle 12 città metropolitane, aiuterà a contrastare l’abusivismo attraverso il codice identificativo nazionale». Temi su cui le associazioni del settore, nei giorni scorsi, hanno anche inviato al ministero del Turismo un documento dove sono stati evidenziati punto per punto tutte le criticità contenute all’interno del testo sugli affitti brevi. Si va dal vincolo delle durata che non può essere inferiore alle due notti consecutive, fatta eccezione per l’ipotesi in cui la parte conduttrice sia costituita da un nucleo familiare con almeno tre figli, all’obbligo di diventare dei veri e propri imprenditori, se si ha l’ardire di affittare il proprio immobile, con tutti gli obblighi e i costi annessi, fino al dover dotare l’abitazione di quei dispositivi di sicurezza e gestionali tipici degli delle strutture professionali. Testo che di fatto è una vera è propria dichiarazione di guerra agli affitti brevi che tra le altre cose sono già normati da una disciplina che consente a qualunque privato cittadino, senza alcuna distinzione, di poter decidere liberamente come concedere in locazione un proprio immobile, che è stato ereditato o comprato usando i propri risparmi. Decreto che vuole mettere sullo stesso piano, viste le norme contenute, il dare in locazione un proprio immobile per periodi brevi, magari proprio nel periodo estivo o nei weekend, con un’attività economica-imprenditoriale vera e propria, come quella delle strutture professionali e degli alberghi. Inoltre, se la ministra del Turismo dovesse effettivamente tramutare il disegno di legge sugli affitti in un decreto legge andrebbe a danneggiare tutti quegli italiani che hanno una seconda casa. Essendo un atto con valore di legge adottato dal governo, in teoria solo in casi straordinari di necessità e urgenza, il testo viene pubblicato direttamente in Gazzetta ufficiale ed entra in vigore, il giorno stesso o quello successivo alla pubblicazione. Questo implica che dall’oggi al domani tutte le novità e gli obblighi previsti nel decreto degli affitti brevi entreranno in vigore, andando a creare situazione di disagio, dato che non si è nemmeno dato il tempo, a chi è coinvolto nelle modifiche, di adattarsi. Tempo che sarebbe invece concesso se si proseguisse l’iter legislativo legato al disegno di legge che prevede l’inserimento di possibili modifiche e limature da parte del Parlamento, prima che il testo finisca in Gazzetta ufficiale e produca i suoi effetti. Ma evidentemente quello che si vuole evitare è proprio il confronto.
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La Commissione spinge sulla direttiva: ristrutturazioni a carico dei Paesi, il Consiglio non ci sta. Sarebbe peggio del Superbonus.Gianluca Caramanna, collaboratore di Daniela Santanchè e imprenditore alberghiero: «Testo quasi pronto». I proprietari dovrebbero stravolgere l’immobile in pochi giorni.Lo speciale contiene due articoli.Il paradosso è che più i governi nazionali prendono le distanze dalla direttiva sulle case green che impone tappe «utopistiche» per la riqualificazione energetica del parco immobiliare europeo, più Bruxelles accelera. E così mentre rimbalzava la notizia di due triloghi – gli incontri tra Commissione, Consiglio e Parlamento - consecutivi, il 6 (già si sapeva) e il 12 ottobre (convocato a sorpresa), il ministro tedesco delle Finanze, Christian Lindner, e la collega all’edilizia Klara Geywitz mettevano in guarda dai rischi per la pace sociale della normativa Ue. Il paradosso nel paradosso è che più si va avanti nella discussione è più vengono fuori le distanze tra le varie istituzioni continentali. Perché è verissimo che si sta cercando in tutti i modi di trovare dei compromessi, ma è altrettanto chiaro che negli ultimi giorni si sono consumati un paio di vertici preparatori, in vista del trilogo, che comunque hanno acceso gli animi. Protagonisti i funzionari che lavorano dal punto di vista tecnico ma con indicazioni politiche ben precise. Dai meeting traspaiono le difficoltà a individuare punti di contatto, per esempio, sull’articolo 9, sulla carta il più discusso perché fissa le tappe e quindi i tempi del passaggio del parco immobiliare da una classe energetica all’altra. Per esempio: gli edifici non residenziali devono raggiungere la classe E entro il 2027, mentre per quelli residenziali c’è tempo fino al 2030. Altri tre anni poi sono stabiliti per il passaggio alla D, mentre dead line ancora diverse vengono fissate per gli immobili di proprietà pubblica.Dalle notizie raccolte dalla Verità emerge per esempio che sulle scadenze è in atto uno scontro tra parlamento e Consiglio. Il primo ritiene fondamentale indicare una tempistica precisa per il raggiungimento delle varie classi energetiche con modalità lineari e quindi uguali per tutti, mentre il Consiglio (premier e presidenti degli Stati membri) ritiene che il sistema debba fissare maggiori differenziazioni a seconda delle caratteristiche dei Paesi o delle aree geografiche. Non solo. Perché una diversificazione andrebbe individuata anche in relazione ai livelli di consumo di energia dei singoli immobili. Un esempio del controsenso: secondo l’attuale normativa un piccolo immobile non residenziale, in classe G, che magari è usato solo per poche ore alla settimana e quindi consuma pochissimo, dovrebbe essere ristrutturato, mentre un ipermercato, in classe D, con consumi molto elevati, non sarà obbligato a farlo. Com’è possibile?Altro punto di disaccordo sull’articolo 15 (incentivi finanziari e barriere di mercato). Come si finanzia la direttiva? Dove si prendono le risorse per i lavori di riqualificazione? La competenza è, ovviamente, dei ministri delle Finanze dei singoli Paesi, e tra i vari strumenti messi sul tavolo ci sono il Pnrr e i fondi di coesione. Fatto sta che il confronto si è accesso sul paragrafo 1 bis, primo comma, per quanto riguarda il compito delle finanze pubbliche di farsi carico dei costi per la ristrutturazione delle case delle famiglie fragili. Il Consiglio vuole una formulazione meno diretta e vincolante rispetto a quella proposta dalla Commissione. Del resto basti pensare a quello che sta succedendo in Italia con il Superbonus 110% e al peso che sta avendo sul bilancio pubblico. Perché è chiaro che quando si parla di edilizia si tocca un tasto molto delicato e che una volta innescato il meccanismo all’interno dei singoli Paesi, diventa difficilissimo fermarlo. I motivi di attrito sono evidenti, ma questo non vuol dire che non si andrà avanti a trattare e che l’obiettivo non sia quello di trovare la quadra. Tant’è vero che il Consiglio ha proposto un altro incontro tecnico, la prossima settimana, il 29 settembre. «Siamo fortemente preoccupati per le notizie che giungono da Bruxelles», sottolinea il presidente di Confedilizia Giorgio Spaziani Testa, «l’improvvisa accelerazione dei lavori del trilogo e la fissazione di una riunione senza limiti di orario e finalizzata alla conclusione dell’esame del testo non ci fa presagire nulla di buono. Ci appelliamo al nostro governo perché respinga al mittente un’iniziativa legislativa che per l’Italia sarebbe devastante».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/salasso-bruxelles-abitazioni-green-2665721413.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="decreto-contro-gli-affitti-brevi" data-post-id="2665721413" data-published-at="1695464520" data-use-pagination="False"> «Decreto contro gli affitti brevi» Sulla norma degli affitti brevi il ministero del Turismo esce allo scoperto. La Verità nei giorni scorsi aveva anticipato la possibilità di una vera e propria accelerazione nei tempi sul testo degli affitti brevi. L’ipotesi in campo era quella di trasformare l’attuale disegno di legge, che per sua natura presenta un’iter legislativo abbastanza lungo, in un decreto legge che accorcia nettamente i tempi per la pubblicazione in Gazzetta ufficiale. Ipotesi che ieri è stata confermata da Gianluca Caramanna, deputato di Fratelli d’Italia, ex amministratore di diverse strutture alberghiere affiliate a Federalberghi e stretto collaboratore della ministra del Turismo, Daniela Santanchè, che ha fortemente voluto le nuove norme sugli affitti brevi. Caramanna ha dunque precisato come il decreto legge in questione è in dirittura di arrivo. «Da quel che mi risulta, il testo sarà pronto a giorni. Si tratta di un decreto molto importante per la regolamentazione di un settore che in questi anni ha vissuto nel più completo far west». Molto probabilmente il testo non finirà nel Cdm di lunedì, che avrà il focus sull’emergenza prezzi, ma potrebbe invece essere inserito in quello del 28 settembre. Caramanna aggiunge poi di essere soddisfatto dato che il decreto sugli affitti brevi non «va a limitare il settore, come invece accade in altre città del mondo, ma pone regole a tutela dei proprietari e dei turisti che potranno godere di un appartamento a norma, dotato di tutti i requisiti previsti dalla legge. Il provvedimento, rivolto alle 12 città metropolitane, aiuterà a contrastare l’abusivismo attraverso il codice identificativo nazionale». Temi su cui le associazioni del settore, nei giorni scorsi, hanno anche inviato al ministero del Turismo un documento dove sono stati evidenziati punto per punto tutte le criticità contenute all’interno del testo sugli affitti brevi. Si va dal vincolo delle durata che non può essere inferiore alle due notti consecutive, fatta eccezione per l’ipotesi in cui la parte conduttrice sia costituita da un nucleo familiare con almeno tre figli, all’obbligo di diventare dei veri e propri imprenditori, se si ha l’ardire di affittare il proprio immobile, con tutti gli obblighi e i costi annessi, fino al dover dotare l’abitazione di quei dispositivi di sicurezza e gestionali tipici degli delle strutture professionali. Testo che di fatto è una vera è propria dichiarazione di guerra agli affitti brevi che tra le altre cose sono già normati da una disciplina che consente a qualunque privato cittadino, senza alcuna distinzione, di poter decidere liberamente come concedere in locazione un proprio immobile, che è stato ereditato o comprato usando i propri risparmi. Decreto che vuole mettere sullo stesso piano, viste le norme contenute, il dare in locazione un proprio immobile per periodi brevi, magari proprio nel periodo estivo o nei weekend, con un’attività economica-imprenditoriale vera e propria, come quella delle strutture professionali e degli alberghi. Inoltre, se la ministra del Turismo dovesse effettivamente tramutare il disegno di legge sugli affitti in un decreto legge andrebbe a danneggiare tutti quegli italiani che hanno una seconda casa. Essendo un atto con valore di legge adottato dal governo, in teoria solo in casi straordinari di necessità e urgenza, il testo viene pubblicato direttamente in Gazzetta ufficiale ed entra in vigore, il giorno stesso o quello successivo alla pubblicazione. Questo implica che dall’oggi al domani tutte le novità e gli obblighi previsti nel decreto degli affitti brevi entreranno in vigore, andando a creare situazione di disagio, dato che non si è nemmeno dato il tempo, a chi è coinvolto nelle modifiche, di adattarsi. Tempo che sarebbe invece concesso se si proseguisse l’iter legislativo legato al disegno di legge che prevede l’inserimento di possibili modifiche e limature da parte del Parlamento, prima che il testo finisca in Gazzetta ufficiale e produca i suoi effetti. Ma evidentemente quello che si vuole evitare è proprio il confronto.
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La normativa europea ha previsto un sistema graduale: nel 2024 copertura del 40% delle emissioni prodotte, poi salita al 70% nel 2025 e al 100% quest’anno. Un report del Centro studi Confindustria Sardegna ha disegnato uno scenario degli impatti della direttiva Ets trasporto marittimo sulle imprese dell’isola. Nello studio si sottolinea che se per un verso l’imposta dovrebbe accelerare l’introduzione di «innovazioni tecnologiche in grado di fornire un contributo estremamente significativo nella transizione ecologica, per un altro, ad oggi, assistiamo a un incremento esorbitante delle tariffe delle navi a totale discapito del sistema produttivo e del mercato finale». Considerando le due tratte più battute, la Cagliari-Livorno e, viceversa, la Olbia-Livorno, nel primo caso, nel 2024 l’Ets costava 6 euro a metro lineare per mezzo imbarcato (la misura media è di 13,6 metri lineari), con un costo complessivo di 81,60 euro. Nel 2025 l’importo a metro è passato a 16 euro con un sovraccosto di 217,60 euro. Per il 2026 con l’Ets al 100% l’onere, come ipotizza Confindustria, sarà di 27,14 euro a metro lineare e una maggior spesa per mezzo imbarcato di 369,10 euro. Questi rincari si scaricano lungo la filiera fino al consumatore finale. Il sistema Ets sta portando a un aumento anche del costo dei biglietti per i passeggeri. Le compagnie di navigazione hanno inserito nei preventivi una voce specifica, spesso chiamata «Supplemento Ets» o «Eco-Surcharge». Non è una tariffa fissa, ma varia in base alla lunghezza della tratta (ad esempio, la Civitavecchia-Olbia costa meno di supplemento rispetto alla Genova-Porto Torres). Poiché nel 2026 le compagnie devono coprire il 100% delle loro emissioni l’impatto sul prezzo finale è ora più visibile. C’è una nota parzialmente positiva: l’Unione europea ha previsto una deroga (esenzione) per i contratti di Continuità Territoriale fino al 2030. Questo significa che sulle rotte soggette a oneri di servizio pubblico (quelle «statali» con tariffe agevolate per i residenti), l’aumento dovrebbe essere nullo o molto contenuto. Il problema però è che molte rotte per la Sardegna sono operate in regime di «libero mercato» (soprattutto in estate o su tratte non coperte dalla continuità). Su queste navi, il rincaro Ets viene applicato pienamente e pagato da tutti, residenti e turisti. Alcune compagnie stanno cercando di compensare questi costi viaggiando a velocità ridotta per consumare meno carburante e pagare meno tasse, allungando però i tempi di percorrenza. Le aziende sarde hanno problematiche da affrontare anche per rimanere competitive. Per chi vuole risparmiare vale la regola dei voli, ovvero prenotare prima possibile perché i last minute sono diventati sensibilmente più costosi rispetto al passato.
Confitarma, l’associazione degli armatori, ha stimato che l’impatto totale per il sistema Italia nel 2026 dagli Ets a pieno regime, supererà i 600 milioni di euro. Questo costo, avverte l’organizzazione, non può essere assorbito dagli armatori senza mettere a rischio la sopravvivenza delle rotte. È inevitabile, se ne deduce, che potrebbe essere scaricato sulle tariffe. Cifre ufficiali non ci sono.Non c’è solo l’Ets. La Fuel Eu, altro regolamento europeo per diminuire le emissioni di gas serra, crea un costo aggiuntivo in Europa nel 2025 almeno tra 250 e 300 euro a tonnellata. L’aumento dei costi dei traghetti potrebbe spingere alcune aziende a preferire il trasporto tutto su gomma, dove possibile o a delocalizzare, aumentando le emissioni. Pertanto l’imprenditoria sarda si trova a dover pagare una tassa ambientale che chi produce in Lombardia o in Francia, usando camion su strada, non deve pagare allo stesso modo, creando una disparità di mercato. Cna Fita Sardegna ha segnalato che gli aumenti incidono in modo particolare sulle piccole imprese artigiane, già penalizzate dall’assenza di economie di scala e dall’impossibilità di accedere a meccanismi di compensazione automatica.
Sulla Cagliari-Livorno il costo a metro lineare è salito recentemente a 28,50 euro, con un totale di 387,60 euro per semirimorchio. Confrontando i dati con l’ultimo trimestre del 2025, la crescita arriva al 50%. La tratta Olbia-Livorno registra 23,60 euro a metro lineare, con un incremento del 43% rispetto al trimestre precedente. Le tariffe rischiano di rendere insostenibile la logistica per le aziende e c’è il pericolo di una stangata sui prezzi dei beni che viaggiano via mare.Intanto i marittimi respingono l’idea che questi aumenti abbiano a che fare con il costo del lavoro. «Sulle navi si naviga con equipaggi sempre più ridotti», spiegano, «spesso al limite della sicurezza. Non solo non beneficiamo di questi rincari, ma ne subiamo le conseguenze». Secondo i rappresentanti dei lavoratori del mare, negli ultimi anni le compagnie hanno puntato al contenimento dei costi comprimendo il personale. «Si parla di sostenibilità ambientale, ma non di sostenibilità sociale», sottolineano.
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Ecco #DimmiLaVerità del 9 gennaio 2026. Il costituzionalista Stefano Ceccanti, ex parlamentare Pd, spiega le ragioni del comitato La Sinistra che vota Si al referendum sulla giustizia.
Ansa
Tanto è forte l’indignazione che qualcuno sta pensando di denunciare. Lo conferma anche Testa rispondendo a un commento di Ernesto Carbone, membro del Csm in quota Italia viva, in cui si legge: «Illecita? Violazione delle regole? Se sei certo di quello che dici non dovresti scriverlo qui ma in una denuncia». Messaggio cui Testa risponde: «C’è chi ci sta pensando». Alle denunce si aggiunge anche un’interrogazione del vicecapogruppo di Fdi, Salvo Sallemi al ministro Nordio, in cui si chiede di verificare la correttezza dell’informazione nell’ambito della campagna referendaria.
Qualcosa si muove e anche su altri piani. Sul tema dei finanziamenti un giudice autorevole, esponente del Si, sta sollevando dei rilievi anche sul finanziamento del comitato da parte dell’Anm e verificando la possibilità di un ricorso cautelare per evitare e bloccare la distrazione dei fondi a fini non statutari. È anche vero che alcuni sono scettici all’idea di affidare ad Agcom il giudizio perché potrebbe trasformarsi in un boomerang. Enrico Costa di Forza Italia, ipotizza un conflitto d’interessi: «Il comitato Giusto dire No, promosso dall’Anm, indirizzato organicamente dall’Anm, con sede presso l’Anm in Cassazione, finanziato dall’Anm, gode anche di finanziamenti ulteriori e privati; pertanto i magistrati in servizio iscritti all’Anm, attraverso i loro organi rappresentativi, promuovono, indirizzano e finanziano il Comitato attraverso le quote associative, e sono affiancati da soggetti privati che contribuiscono economicamente a pagare le iniziative. Questo schema crea uno stretto legame, non solo politico, ma anche formale tra magistrati in servizio iscritti all’Anm e privati sostenitori che finiscono per praticare una forma di finanziamento indiretto all’Anm, in quanto finanziano il “suo” comitato. Cosa accadrebbe ove un magistrato iscritto all’Anm si trovasse di fronte, nella propria attività in tribunale, un finanziatore del comitato? Si asterrebbe per gravi ragioni di convenienza? Cosa accadrebbe se si trovasse a discutere un procedimento in cui sono parti contrapposte un finanziatore del No e un sostenitore del Sì?».
Lo scontro meno evidente, ma altrettanto vivo, si sta consumando sulle date del voto. Fonti di governo evidenziano che «la legge impone all’esecutivo di decidere entro il 17 gennaio». Si fa riferimento all’articolo 15 della legge n. 352 del 1970, secondo cui il referendum va indetto entro 60 giorni dalla comunicazione dell’ordinanza dell’Ufficio centrale per il referendum, della Corte di cassazione, che ha ammesso le richieste referendarie (il 18 novembre). La stessa norma prevede che il referendum si svolga in una domenica (e un lunedì in questo caso, come stabilito dal cdm del 22 dicembre) compresa tra il cinquantesimo e il settantesimo giorno successivo all’emanazione del decreto di indizione. Il che farebbe ricascare le date a metà marzo (15-16 o, appunto, 22-23 marzo).
D’altro canto, chi sta portando avanti la raccolta firme per un referendum costituzionale sulla riforma stessa (promossa da un comitato di 15 cittadini, che ha tempo fino al 30 gennaio per raggiungere le 500.000 firme necessarie) ha già annunciato che impugnerà «qualsiasi decreto di fissazione del referendum che dovesse venire emesso prima che la Cassazione si sarà espressa su questa raccolta firme. Se il governo vorrà disattendere una costante prassi della storia repubblicana, lo inviteremo a giustificarsi in tutte le sedi opportune. Nei quattro precedenti, il decreto di fissazione del referendum è sempre stato emesso al termine dei tre mesi previsti per la raccolta firme», ha chiarito il portavoce del comitato promotore della raccolta di firme popolari per il referendum sulla Giustizia, Carlo Guglielmi, aggiungendo: «Siamo pronti a impugnare in tutte le sedi. Siamo pronti a fare tutto quello che ci consente il sistema di pesi e contrappesi previsto dalla Costituzione della Repubblica».
Per molti questo sarebbe un nuovo modo per prendere altro tempo. L’obiettivo è sempre lo stesso: arrivare al rinnovo del Consiglio superiore della magistratura con una riforma ancora in attesa di entrare in vigore a causa del tempo tecnico necessario per emanare i decreti attuativi.
Giovanni Bachelet, presidente del Comitato per il No delle associazioni della società civile, commentando l’ipotesi che il referendum si tenga il 22 marzo, ha detto: «Quella delle date non è una nostra battaglia. Noi possiamo fare una buona campagna anche con una data anticipata rispetto a quello che consiglierebbe il buonsenso. A quanto pare il governo ha una grande fretta, ci spiegherà poi perché».
La questione della data «non appassiona» altri promotori del Si, come Luigi Marattin, segretario del Pld. Così anche Forza Italia: «Non ci azzuffiamo per dieci giorni in più o in meno». Il commento di Raffaele Nevi, portavoce nazionale di Forza Italia e vice-capogruppo alla Camera.
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La pressione di Ursula von der Leyen perché il Mercosur passi è fortissima, al punto che ieri la presidenza pro tempore del Consiglio europeo, ora in mano a Cipro, ha respinto la richiesta di non far entrare in vigore l’accordo prima della ratifica del Parlamento, che sarà chiamo a votare sì o no senza modifiche del testo. Il ministro dell’Agricoltura Maria Panayiotou ha affermato: «Contiamo di chiudere entro sabato il Mercosur e gli strumenti di salvaguardia interconnessi». Che però nel testo non ci sono. Modifiche prova farle passare in zona Cesarini il nostro ministro Francesco Lollobrigida in cerca di una giustificazione per il cambio di rotta italiano. Lollobrigida ha proposto di abbassare al 5% la soglia di ribasso dei prezzi che fa scattare la clausola di salvaguardia bloccando l’importazione.
Con queste premesse stamani a palazzo Berlaymont si riuniscono gli «ambasciatori» dei 27 che devono decidere se varare l’accordo con Brasile, Argentina, Uruguay e Paraguay più la Bolivia. Il trattato che è in gestazione da un quarto di secolo è fortemente divisivo ed è contestato duramente dagli agricoltori. Oggi a Milano ci sarà un presidio di un migliaio di trattori, ma dovrebbe abbattere del 90% i dazi su un pacchetto nutrito di prodotti. Loro ci venderanno carne - il Brasile è leader mondiale - riso, zucchero, soia, legumi, carta; l’Europa punta a esportare macchinari, auto, chimica, farmaceutica e fertilizzanti che, vietati in Ue, saranno usati nella Pampa e in Amazzonia.
Qui c’è il primo motivo di allarme per gli agricoltori europei. La B è «ostaggio» delle industrie che dopo i disastri del Green deal pretendono un risarcimento. L’area del Mercosur conta 270 milioni di abitanti e in questo, a parere della Commissione, sta la bontà dell’accordo. Quei consumatori però hanno un reddito annuo che va dai 19.000 dollari dell’Uruguay ai 6.600 in Paraguay contro la media europea di 36.000 euro! Aspettarsi corse agli acquisti è almeno enfatico. L’urgenza della baronessa è tutta geopolitica: vuole dimostrare a Donald Trump che l’ Europa può andare nel giardino di casa degli Usa a fare affari e se vuole può «allearsi» commercialmente con la Cina che nel Mercosur ha già una posizione di forza.
Come spesso capita, la Von der Leyen - vuole chiudere entro domani per andare il 12 gennaio a firmare in Paraguay - però fa i conti senza l’oste. La situazione in Europa è molto critica. Ieri centinaia di trattori hanno stretto d’assedio il parlamento francese e bloccato Parigi: hanno percorso gli Champs Elysees e hanno un presidio permanente all’Eliseo e all’Assemblea nazionale. Se passa il Mercosur il 20 gennaio assedieranno Bruxelles. Proteste ci sono in Grecia con migliaia di agricoltori mobilitati, in Polonia, in Bulgaria e Romania. Il gruppo di Visegrad (Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca e Slovacchia) ha anticipato che voterà contro l’accordo. Il no viene anche dall’Irlanda. Per la verità il nostro ministro Francesco Lollobrigida ha fatto capire che l’Italia dirà sì solo se c’è la clausola di reciprocità. Il passaggio per il governo italiano è assai delicato. Ieri Coldiretti e Filiera Italia hanno emesso un comunicato netto. Ettore Prandini e Luigi Scordamaglia affermano: «Ribadiamo l’opposizione alla firma del Mercosur senza reciprocità: cioè che valgano per i produttori che esportano in Europa le stesse regole imposte agli agricoltori europei. Deve sempre valere il divieto d’ingresso nell’Ue di alimenti ottenuti con sostanze e tecniche bandite da anni nei nostri campi e nelle nostre stalle. L’accordo è un favore della Von der Leyen e dei suoi tecnocrati alle multinazionali straniere, a partire dalle aziende chimiche tedesche come Bayer e Basf a cui sarà consentito di esportare con più facilità fitofarmaci vietati nell’Ue che rientrerebbero nei piatti dei consumatori con le importazioni agevolate. Non basta l’aumento dei controlli in frontiera proposto dalla Commissione; al massimo si arriva al 4% con evidenti rischi per i consumatori. Perciò l’autorità doganale europea deve insediarsi a Roma e va imposta l’etichetta d’origine e cassata la regola dell’ultima trasformazione che fa passare per europeo ciò che europeo non è».
Pare di capire che il prezzo in termini di consenso non è basso per Giorgia Meloni, ma è assai più alto per Ursula von der Leyen. Sulla politica agricola è nata l’Europa, ma ora rischia d’essere la fine della pur fragile intesa europea.
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