Salari bassi e condizioni dure. I sindacati fan dell’invasione devono recitare il mea culpa
Maurizio Landini lancia l’allarme sul lavoro, ma dimentica di fare autocritica: anche la Cgil, tifosa della manodopera immigrata low cost, ha contribuito a questo Far west.

Maurizio Landini si lamenta con Repubblica delle condizioni di lavoro in Italia. Secondo il segretario della Cgil, sarebbe addirittura a rischio la tenuta democratica del Paese. Lo spunto per la riflessione su ciò che accade nelle aziende è dato dall’uccisione a Novara di un giovane sindacalista da parte di un giovane lavoratore. «Di picchetti, anche molto duri, ne ho fatti tanti nella mia vita sindacale», confida da ex funzionario arrabbiato dei metalmeccanici. «Ho bloccato i camion nei piazzali per impedire la consegna delle merci durante le vertenze, mi sono scontrato con i padroni e con i padroncini, mi sono sgolato per convincere i lavoratori a scioperare. Ma mai e poi mai ho visto un camionista forzare un picchetto, travolgere dei lavoratori fino ad ucciderne uno». Neanche io, che pure da cronista ho seguito per anni le vertenze sindacali, per di più a Brescia, dove la Cgil era rappresentata dall’ala più integralista di Giorgio Cremaschi, ho mai visto nulla del genere. A dire il vero – pur lavorando per un quotidiano sensibile al fascino della lotta dura e pura – già all’epoca pensavo che le battaglie sindacali dovessero svolgersi nel rispetto della legge. E dunque ritenevo che i funzionari di Cgil, Cisl e Uil avrebbero fatto meglio a evitare picchetti per bloccare l’ingresso dei lavoratori in fabbrica, impedire ai camion di scaricare le merci o ai treni di viaggiare, perché è legittimo difendere il proprio lavoro, ma rispettando quello degli altri, che sia quello di un dipendente che non intende scioperare o di un autotrasportatore che deve consegnare ciò che gli è stato affidato. Scioperare è un diritto sancito dalla legge, non un dovere e nessuno, neanche un sindacalista arrabbiato, può obbligare un lavoratore, operaio o camionista che sia, a fare ciò che non lo convince o anche solo ciò che non gli conviene.

Certo, niente legittima l’uccisione di una persona, né un picchetto che impedisce a un autotrasportatore di partire, né una vertenza in cui i diritti sono stati messi sotto i piedi. Tuttavia, di fronte alla tragica vicenda di Abdil Belakdim, il giovane sindacalista finito sotto le ruote del camion guidato da Alessio Spasiano, un ragazzo di 25 anni, serve forse qualche riflessione in più di quelle fornite da Landini, il quale si limita a dire che il lavoro è disprezzato e, in puro stile marxista, parla della metamorfosi del rapporto tra capitale e lavoro. «Fino ad ora ha prevalso la logica del mercato e del profitto e così il lavoro è stato progressivamente svalorizzato: salari bassi, tagli agli investimenti in ricerca e innovazione, produttività ferma». Landini parla di giungla: «Una sequenza di leggi ha portato al punto in cui ci troviamo: è stata rilegittimata l’intermediazione di manodopera, è stata legalizzata la catena infinita degli appalti con la logica del massimo ribasso, per garantire i guadagni alle aziende, ma non i diritti e la dignità a chi lavora». Per il segretario della Cgil, insomma, la colpa è dei padroni e della politica e il sindacato non ha nulla da rimproverarsi.

La realtà invece è ben diversa, perché se c’è qualcuno che ha favorito la svalorizzazione del lavoro, il ricorso al massimo ribasso, l’intermediazione di manodopera, queste sono proprio le grandi confederazioni, con le loro porte aperte all’immigrazione, cioè a una manodopera a basso costo, spesso disposta per disperazione a lavorare a qualsiasi condizione, nel settore della logistica come in quello agricolo.

Forse Landini non ha letto le cronache di questi giorni, dove si parlava di ciò che avviene nell’autotrasporto su gomma. La descrizione è quella di una guerra tra poveri, con finte cooperative che competono fra loro giocando al ribasso, sia nei prezzi che nel numero di colli consegnati. Alla guida dei bisonti sulla strada, spesso persone straniere, arruolate in fretta e furia, pronte a guidare fino ad ammazzarsi di stanchezza. Una scena che si ripete uguale nelle campagne, dove gli italiani sono stati sostituiti dagli immigrati, che si fanno pagare poco, vivono in baracche lerce e lavorano fino allo stremo. Le leggi sul caporalato, volute dal sindacato e patrocinate dalla sinistra, non hanno fermato il fenomeno, perché per impedire lo sfruttamento è indispensabile impedire il flusso degli sfruttati. Ma i compagni, a caccia di nuovi voti, perché quelli che tradizionalmente arrivavano sono confluiti altrove, preferiscono non guardare in faccia la realtà e lasciare che l’Italia si affolli di nuovi schiavi. Che facciano i rider, i camionisti o i raccoglitori di frutta, tutti hanno in comune una paga da fame, alla quale sempre più spesso ora si stanno adeguando anche gli italiani.

Non deve trarre in inganno il fatto che Abdil Belakdim fosse immigrato dal Marocco e Alessio Spasiano un camionista di Caserta: sono due facce di una stessa medaglia. Una medaglia che la sinistra terzomondista e filo immigrazione si può appuntare sul petto.

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