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2023-09-05
Caos vaccini Covid nelle Rsa. Silenzio sugli effetti avversi
(Imagoeconomica)
Si ripropone l’allarme ingiustificato nelle Rsa. Basta qualche positivo, anche asintomatico, per isolare i nostri anziani vietando le visite. E tornano i tamponi a raffica, le richieste di compilare moduli di «corresponsabilità», prima di varcare il cancello di una struttura. Per non parlare delle terze o quarte dosi di anti Covid già somministrate nei giorni scorsi, senza aspettare il nuovo vaccino che arriverà a ottobre.
«I bisogni assistenziali legati alla terza età devono diventare un tema centrale nei prossimi anni», dichiarava a marzo il ministro della Salute, Orazio Schillaci. Una maggiore attenzione agli anziani va prestata subito, senza trascurare la realtà che vivono nelle Rsa dopo drastiche chiusure, morti senza controllo e tanta crudele indifferenza mostrata durante la pandemia.
Confinati nelle strutture hanno bisogno di assistenza e di cure, ma anche della visita delle persone care, altrimenti si affretta la loro fine. Se «il virus è sempre meno virulento, provoca febbre, mal di gola, raffreddore. Non polmonite. Si ferma alle vie respiratorie superiori», come ha dichiarato pochi giorni fa il presidente dell’Agenzia italiana del farmaco, Giorgio Palù, perché condannare alla morte per solitudine anziani plurivaccinati che non sono più a rischio di contrarre una grave malattia?
Pochi giorni fa, una delle strutture per non autosufficienti denominata «Loro» e che fa parte dell’Istituto assistenza anziani di Verona, ha chiuso le porte alle visite. Erano stati trovati dieci positivi e la direzione ha deciso lo stop. La reazione a una misura considerata eccessiva quando non c’è rischio, né emergenza è stata immediata.
Il Comitato Verona per la libertà ha protestato fuori da Villa Monga, la sede amministrativa, con un video che ha spopolato sui social. «Siamo stati ricevuti dalla direttrice, che ha firmato la chiusura dopo il consulto con medici e Ulss», spiega Francesca Menin che fa parte del comitato. «Ci è stato detto che stanno “benissimo”, che tutto è partito da un anziano che aveva qualche linea di febbre. Sono stati fatti un po’ di tamponi e hanno trovato dieci positivi». Sono in isolamento, senza problemi di salute, ma l’intera struttura ha fatto quadrato come in piena pandemia. Vietate «a oltranza» le visite, nessun permesso «per portare a casa il proprio congiunto positivo al tampone e che magari si vorrebbe assistere con maggiori cure», è indignata Francesca. L’Rsa non dà l’autorizzazione, può solo decidere il medico. Ma non era finito per tutti l’isolamento in caso di positività? Anche la figlia di un novantenne ospite della Rsa a Milano, in zona Baggio e con 21 positivi, voleva portarsi a casa il genitore. Nulla da fare.
Nelle cronache locali, i reparti chiusi per piccoli focolai fanno notizia, a livello nazionale non sono ancora diventati pretesto per evidenziare la crescita dei contagi. Si aspetta la partenza nella nuova campagna vaccinale, per seminare preoccupazione. Intanto, però, scattano le restrizioni. Si rispolverano vecchi moduli da compilare per far visita a un parente in Rsa. «Vedo persone in fila, che devono sottoscrivere di “non presentare segni e sintomi sospetti per Covid 19”, così di non avere avuto contatti con persone con “diagnosi sospetta”, e di non essere in quarantena, mentre siamo ancora obbligati a indossare le Ffp2», racconta Margherita.
Nome di fantasia, che una signora vicentina preferisce utilizzare per non compromettere la permanenza nella Rsa della madre novantenne, ricoverata a metà agosto all’ospedale San Bortolo del capoluogo Berico per frattura del femore. «Al pronto soccorso le fecero il tampone, anche se non presentava problemi respiratori. A un secondo test fu sottoposta prima dell’intervento, il terzo bastoncino le venne infilato nel naso prima di trasferirla alla Rsa per la riabilitazione», elenca la figlia. «Mi avvisarono che le avrebbero fatto il tampone ogni 48 ore, visto che si era fermata a due dosi di vaccino anti Covid, ma ho presentato il modulo di “dissenso informato” e adesso la lasciano in pace».
Si tratta di un modulo elaborato dal Comitato «Di sana e robusta costituzione», con il quale è possibile autocertificare l’assenza di segni e sintomi respiratori, negando il consenso al tampone. Nel documento viene riportata anche l’affermazione dell’infettivologo Matteo Bassetti: «Siamo alla completa follia da tamponi, ormai è finito il problema Covid, allora perché non tamponiamo per l’influenza, per il virus sinciziale? Vi rendete conto l’ignoranza di chi decide queste procedure a livello ospedaliero? Devono rendere conto ai cittadini».
Il tampone ripetuto agli ospiti delle Rsa viene segnalato da più parti, ma sembra importare a pochi la tortura inflitta a un anziano. Quante dosi abbiano ancora in circolazione non fa differenza, perché un altro novantenne della Rsa Parco delle Cave di Milano ne aveva fatte quattro eppure è risultato positivo. Ma non li vaccinano dicendo che è per il loro bene? Sulla carta, anzi nella circolare ministeriale di agosto, la campagna nazionale avrebbe come obiettivo «quello di prevenire la mortalità, le ospedalizzazioni e le forme gravi di Covid-19 nelle persone anziane e con elevata fragilità», alle quali «è raccomandata e offerta una dose di richiamo a valenza 12 mesi con la nuova formulazione di vaccino aggiornato». Vaccino che arriverà a ottobre, però intanto continuano a somministrare quello «vecchio». Sempre per il bene dei nostri anziani? La Regione Lazio fa sapere che «le vaccinazioni anti Covid nelle Rsa non si sono mai interrotte». In Lombardia, ad agosto «sono state effettuate 110 dosi su 56.000 ospiti delle strutture residenziali. Una sola era prima dose, per le altre si trattava di booster». Se il monovalente è raccomandato dall’Agenzia europea del farmaco soprattutto per fragili e anziani, perché somministrare il bivalente che non regge con le nuove varianti? Forse ci sono dosi in giacenza da smaltire? E le diamo alla mamma, al papà, al nonno? In Emilia Romagna «non ci sono campagne vaccinali in corso, né nelle Rsa né altrove», precisano dalla Regione.
In Veneto pure si attenderebbe il nuovo vaccino di Pfizer, però ci segnalano richiami già iniziati ad agosto nelle residenze. «Non per direttiva della Azienda Ulss 9 Scaligera, sono vaccinazioni gestite in autonomia dalle Rsa», precisano a Verona. Chissà in quante altre parti d’Italia sarà questa, la prassi tollerata.
Ministro Schillaci, che cosa aspetta per fare ordine e rispettare la salute degli anziani?
Gli Stati abbandonano la farmacovigilanza
Sarà certamente un caso, ma proprio quando arrivano dati sui vaccini che non avremmo mai voluto leggere, riparte la grancassa delle vaccinazioni anti Covid e allo stesso tempo si spengono i riflettori sulla farmacovigilanza. Con una laconica segnalazione, i Centers for Disease Control (Cdc) americani hanno serenamente comunicato ai cittadini di aver chiuso la piattaforma sugli eventi avversi dei vaccini antiCovid, v-Safe. «Grazie per la tua partecipazione - si legge aprendo l’applicazione creata dall’agenzia federale - la raccolta dei dati per i vaccini Covid-19 si è conclusa il 30 giugno 2023».
La farmacovigilanza in America poggiava su due strumenti: il vecchio Vaers (Vaccine Adverse Event Reporting System) della Food and Drug Administration (Fda), sistema di sorveglianza passiva che funzionava attraverso la compilazione di alcuni moduli online, e il v-Safe, programma di sorveglianza attiva per monitorare la sicurezza dei vaccini, gestito dai Cdc. V-safe era un’applicazione rivolta a un gruppo demografico più giovane - quello che usa le app ma anche quello più bersagliato dalla propaganda pro-vax anti Covid - ed è stata spenta all’improvviso.
Quali siano gli argomenti contrari al monitoraggio continuo delle vaccinazioni anti covid i Cdc non lo hanno spiegato, limitandosi a reindirizzare verso il Vaers. Ma secondo David Gortler, farmacologo ed ex senior advisor di Fda, i rapporti Vaers rappresentano meno dell’1% degli eventi avversi del vaccino che si verificano realmente. Non solo: prima che il database fosse rimosso, Gortler ha condiviso un’immagine dalla dashboard V-safe in cui i cittadini colpiti da effetti collaterali risultavano essere 6,4 milioni, di cui 2 milioni ormai «incapaci di svolgere le normali attività della vita quotidiana e con urgente necessità di cure mediche».
Un dato forse troppo scomodo per essere tenuto online. I Cdc, nel frattempo, stanno procedendo con la campagna vaccinale per il nuovo vaccino autorizzato in tutta fretta (anche in Europa, grazie anche alla «procedura accelerata» di approvazione dei farmaci varata dall’Agenzia europea per i medicinali) e continuano a raccomandare vaccini e richiami anti Covid «per tutti i cittadini di età pari o superiore a 6 mesi», come da indicazioni del presidente Usa Joe Biden, che ha appena chiesto al Congresso altri fondi per i farmaci adattati alle nuove varianti. Vacciniamoci di più e vigiliamo di meno, insomma.
Nel Regno Unito il caos dei dati è emerso in maniera ancora più sfacciata: lo scorso 25 agosto, con un ritardo di sei mesi, l’Office for National Statistics (Ons), l’Istat inglese, ha finalmente rilasciato un disastroso aggiornamento sui decessi rispetto allo stato vaccinale.
Molti esperti hanno immediatamente rilevato che circa il 95% di tutti i decessi era tra i vaccinati. Poche ore dopo la pubblicazione del rapporto, l’Ons ha pubblicato un disclaimer in cui, informando che c’era stato un «problema relativo al modo in cui i dati vengono sommati dopo quattro dosi di vaccinazione», invitava i lettori a non utilizzarli. In calce alla precisazione, l’Ons ha comunicato che i rapporti sui decessi per stato vaccinale non saranno più pubblicati: «Non aggiorneremo più l’analisi dei decessi per stato vaccinale, serie Inghilterra. L’ultima edizione è stata da aprile 2021 a maggio 2023, pubblicata il 25 agosto 2023. Questa pubblicazione è stata istituita durante la pandemia di Covid 19 per rispondere in modo tempestivo a importanti domande sulla mortalità in base allo status vaccinale».
L’Italia, come sempre, va al traino. L’Istituto superiore di sanità (Iss) guidato da Silvio Brusaferro ha pubblicato i dati sull’efficacia dei vaccini fino a gennaio 2023. Quando non è stato più possibile nascondere l’evidenza della cosiddetta «efficacia negativa» dei farmaci anti Covid, corrispondente a una maggiore incidenza di reinfezione tra i vaccinati, il format dei bollettini è cambiato. «Dal 25 gennaio 2023 i dati relativi alla copertura vaccinale e alla stima dell’efficacia vaccinale non vengono più pubblicati nel presente report», ha comunicato l’Iss nel suo rapporto esteso datato 1 febbraio 2023 e pubblicato il 3 febbraio. «Viene prodotto, invece, un documento mensile contenente una stima del rischio assoluto di infezione da Sars CoV-2 (sintomatica e asintomatica) e di malattia grave, che tiene conto non solo dello stato vaccinale ma anche di una eventuale infezione pregressa». Tutto bellissimo se non fosse che, del famoso «documento mensile», non c’è traccia. Dopo quello di febbraio e un altro report relativo al periodo 2 gennaio-5 febbraio 2023 e reso pubblico tre mesi dopo, il 21 aprile 2023, l’Iss non ha pubblicato più nulla. Non doveva essere mensile? Dopo report a singhiozzo (prima mensili, poi trimestrali, infine quando capitava), i dati sulle segnalazioni di sospette reazioni avverse ai vaccini anti covid, gestiti dall’Agenzia italiana del farmaco (Aifa) presieduta da Giorgio Palù, sono confluiti nel Rapporto sulla sorveglianza post-marketing di tutti i vaccini, pubblicato però soltanto una volta l’anno.
Insomma: crescono le segnalazioni e aumenta la pressione vaccinale, mentre magicamente i dati sugli effetti collaterali sono meno disponibili. Nel più perfetto dei «mondi al contrario», non poteva andare diversamente.
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Obblighi di fatto su iniezioni e tamponi, restrizioni per i visitatori, dosi non aggiornate: ogni Regione va per conto suo. Finché è permessa discrezionalità, ci rimettono pazienti e famiglie.Mentre l’ultimo report Iss sull’efficacia dei sieri risale ad aprile, gli Stati Uniti hanno dismesso la piattaforma dei Cdc in seguito a oltre 6 milioni di segnalazioni di effetti avversi. L’Istat inglese, invece, non aggiornerà più le analisi dei decessi per stato vaccinale.Lo speciale contiene due articoli.Si ripropone l’allarme ingiustificato nelle Rsa. Basta qualche positivo, anche asintomatico, per isolare i nostri anziani vietando le visite. E tornano i tamponi a raffica, le richieste di compilare moduli di «corresponsabilità», prima di varcare il cancello di una struttura. Per non parlare delle terze o quarte dosi di anti Covid già somministrate nei giorni scorsi, senza aspettare il nuovo vaccino che arriverà a ottobre. «I bisogni assistenziali legati alla terza età devono diventare un tema centrale nei prossimi anni», dichiarava a marzo il ministro della Salute, Orazio Schillaci. Una maggiore attenzione agli anziani va prestata subito, senza trascurare la realtà che vivono nelle Rsa dopo drastiche chiusure, morti senza controllo e tanta crudele indifferenza mostrata durante la pandemia. Confinati nelle strutture hanno bisogno di assistenza e di cure, ma anche della visita delle persone care, altrimenti si affretta la loro fine. Se «il virus è sempre meno virulento, provoca febbre, mal di gola, raffreddore. Non polmonite. Si ferma alle vie respiratorie superiori», come ha dichiarato pochi giorni fa il presidente dell’Agenzia italiana del farmaco, Giorgio Palù, perché condannare alla morte per solitudine anziani plurivaccinati che non sono più a rischio di contrarre una grave malattia?Pochi giorni fa, una delle strutture per non autosufficienti denominata «Loro» e che fa parte dell’Istituto assistenza anziani di Verona, ha chiuso le porte alle visite. Erano stati trovati dieci positivi e la direzione ha deciso lo stop. La reazione a una misura considerata eccessiva quando non c’è rischio, né emergenza è stata immediata. Il Comitato Verona per la libertà ha protestato fuori da Villa Monga, la sede amministrativa, con un video che ha spopolato sui social. «Siamo stati ricevuti dalla direttrice, che ha firmato la chiusura dopo il consulto con medici e Ulss», spiega Francesca Menin che fa parte del comitato. «Ci è stato detto che stanno “benissimo”, che tutto è partito da un anziano che aveva qualche linea di febbre. Sono stati fatti un po’ di tamponi e hanno trovato dieci positivi». Sono in isolamento, senza problemi di salute, ma l’intera struttura ha fatto quadrato come in piena pandemia. Vietate «a oltranza» le visite, nessun permesso «per portare a casa il proprio congiunto positivo al tampone e che magari si vorrebbe assistere con maggiori cure», è indignata Francesca. L’Rsa non dà l’autorizzazione, può solo decidere il medico. Ma non era finito per tutti l’isolamento in caso di positività? Anche la figlia di un novantenne ospite della Rsa a Milano, in zona Baggio e con 21 positivi, voleva portarsi a casa il genitore. Nulla da fare.Nelle cronache locali, i reparti chiusi per piccoli focolai fanno notizia, a livello nazionale non sono ancora diventati pretesto per evidenziare la crescita dei contagi. Si aspetta la partenza nella nuova campagna vaccinale, per seminare preoccupazione. Intanto, però, scattano le restrizioni. Si rispolverano vecchi moduli da compilare per far visita a un parente in Rsa. «Vedo persone in fila, che devono sottoscrivere di “non presentare segni e sintomi sospetti per Covid 19”, così di non avere avuto contatti con persone con “diagnosi sospetta”, e di non essere in quarantena, mentre siamo ancora obbligati a indossare le Ffp2», racconta Margherita. Nome di fantasia, che una signora vicentina preferisce utilizzare per non compromettere la permanenza nella Rsa della madre novantenne, ricoverata a metà agosto all’ospedale San Bortolo del capoluogo Berico per frattura del femore. «Al pronto soccorso le fecero il tampone, anche se non presentava problemi respiratori. A un secondo test fu sottoposta prima dell’intervento, il terzo bastoncino le venne infilato nel naso prima di trasferirla alla Rsa per la riabilitazione», elenca la figlia. «Mi avvisarono che le avrebbero fatto il tampone ogni 48 ore, visto che si era fermata a due dosi di vaccino anti Covid, ma ho presentato il modulo di “dissenso informato” e adesso la lasciano in pace».Si tratta di un modulo elaborato dal Comitato «Di sana e robusta costituzione», con il quale è possibile autocertificare l’assenza di segni e sintomi respiratori, negando il consenso al tampone. Nel documento viene riportata anche l’affermazione dell’infettivologo Matteo Bassetti: «Siamo alla completa follia da tamponi, ormai è finito il problema Covid, allora perché non tamponiamo per l’influenza, per il virus sinciziale? Vi rendete conto l’ignoranza di chi decide queste procedure a livello ospedaliero? Devono rendere conto ai cittadini».Il tampone ripetuto agli ospiti delle Rsa viene segnalato da più parti, ma sembra importare a pochi la tortura inflitta a un anziano. Quante dosi abbiano ancora in circolazione non fa differenza, perché un altro novantenne della Rsa Parco delle Cave di Milano ne aveva fatte quattro eppure è risultato positivo. Ma non li vaccinano dicendo che è per il loro bene? Sulla carta, anzi nella circolare ministeriale di agosto, la campagna nazionale avrebbe come obiettivo «quello di prevenire la mortalità, le ospedalizzazioni e le forme gravi di Covid-19 nelle persone anziane e con elevata fragilità», alle quali «è raccomandata e offerta una dose di richiamo a valenza 12 mesi con la nuova formulazione di vaccino aggiornato». Vaccino che arriverà a ottobre, però intanto continuano a somministrare quello «vecchio». Sempre per il bene dei nostri anziani? La Regione Lazio fa sapere che «le vaccinazioni anti Covid nelle Rsa non si sono mai interrotte». In Lombardia, ad agosto «sono state effettuate 110 dosi su 56.000 ospiti delle strutture residenziali. Una sola era prima dose, per le altre si trattava di booster». Se il monovalente è raccomandato dall’Agenzia europea del farmaco soprattutto per fragili e anziani, perché somministrare il bivalente che non regge con le nuove varianti? Forse ci sono dosi in giacenza da smaltire? E le diamo alla mamma, al papà, al nonno? In Emilia Romagna «non ci sono campagne vaccinali in corso, né nelle Rsa né altrove», precisano dalla Regione.In Veneto pure si attenderebbe il nuovo vaccino di Pfizer, però ci segnalano richiami già iniziati ad agosto nelle residenze. «Non per direttiva della Azienda Ulss 9 Scaligera, sono vaccinazioni gestite in autonomia dalle Rsa», precisano a Verona. 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Con una laconica segnalazione, i Centers for Disease Control (Cdc) americani hanno serenamente comunicato ai cittadini di aver chiuso la piattaforma sugli eventi avversi dei vaccini antiCovid, v-Safe. «Grazie per la tua partecipazione - si legge aprendo l’applicazione creata dall’agenzia federale - la raccolta dei dati per i vaccini Covid-19 si è conclusa il 30 giugno 2023». La farmacovigilanza in America poggiava su due strumenti: il vecchio Vaers (Vaccine Adverse Event Reporting System) della Food and Drug Administration (Fda), sistema di sorveglianza passiva che funzionava attraverso la compilazione di alcuni moduli online, e il v-Safe, programma di sorveglianza attiva per monitorare la sicurezza dei vaccini, gestito dai Cdc. V-safe era un’applicazione rivolta a un gruppo demografico più giovane - quello che usa le app ma anche quello più bersagliato dalla propaganda pro-vax anti Covid - ed è stata spenta all’improvviso. Quali siano gli argomenti contrari al monitoraggio continuo delle vaccinazioni anti covid i Cdc non lo hanno spiegato, limitandosi a reindirizzare verso il Vaers. Ma secondo David Gortler, farmacologo ed ex senior advisor di Fda, i rapporti Vaers rappresentano meno dell’1% degli eventi avversi del vaccino che si verificano realmente. Non solo: prima che il database fosse rimosso, Gortler ha condiviso un’immagine dalla dashboard V-safe in cui i cittadini colpiti da effetti collaterali risultavano essere 6,4 milioni, di cui 2 milioni ormai «incapaci di svolgere le normali attività della vita quotidiana e con urgente necessità di cure mediche». Un dato forse troppo scomodo per essere tenuto online. I Cdc, nel frattempo, stanno procedendo con la campagna vaccinale per il nuovo vaccino autorizzato in tutta fretta (anche in Europa, grazie anche alla «procedura accelerata» di approvazione dei farmaci varata dall’Agenzia europea per i medicinali) e continuano a raccomandare vaccini e richiami anti Covid «per tutti i cittadini di età pari o superiore a 6 mesi», come da indicazioni del presidente Usa Joe Biden, che ha appena chiesto al Congresso altri fondi per i farmaci adattati alle nuove varianti. Vacciniamoci di più e vigiliamo di meno, insomma. Nel Regno Unito il caos dei dati è emerso in maniera ancora più sfacciata: lo scorso 25 agosto, con un ritardo di sei mesi, l’Office for National Statistics (Ons), l’Istat inglese, ha finalmente rilasciato un disastroso aggiornamento sui decessi rispetto allo stato vaccinale. Molti esperti hanno immediatamente rilevato che circa il 95% di tutti i decessi era tra i vaccinati. Poche ore dopo la pubblicazione del rapporto, l’Ons ha pubblicato un disclaimer in cui, informando che c’era stato un «problema relativo al modo in cui i dati vengono sommati dopo quattro dosi di vaccinazione», invitava i lettori a non utilizzarli. In calce alla precisazione, l’Ons ha comunicato che i rapporti sui decessi per stato vaccinale non saranno più pubblicati: «Non aggiorneremo più l’analisi dei decessi per stato vaccinale, serie Inghilterra. L’ultima edizione è stata da aprile 2021 a maggio 2023, pubblicata il 25 agosto 2023. Questa pubblicazione è stata istituita durante la pandemia di Covid 19 per rispondere in modo tempestivo a importanti domande sulla mortalità in base allo status vaccinale». L’Italia, come sempre, va al traino. L’Istituto superiore di sanità (Iss) guidato da Silvio Brusaferro ha pubblicato i dati sull’efficacia dei vaccini fino a gennaio 2023. Quando non è stato più possibile nascondere l’evidenza della cosiddetta «efficacia negativa» dei farmaci anti Covid, corrispondente a una maggiore incidenza di reinfezione tra i vaccinati, il format dei bollettini è cambiato. «Dal 25 gennaio 2023 i dati relativi alla copertura vaccinale e alla stima dell’efficacia vaccinale non vengono più pubblicati nel presente report», ha comunicato l’Iss nel suo rapporto esteso datato 1 febbraio 2023 e pubblicato il 3 febbraio. «Viene prodotto, invece, un documento mensile contenente una stima del rischio assoluto di infezione da Sars CoV-2 (sintomatica e asintomatica) e di malattia grave, che tiene conto non solo dello stato vaccinale ma anche di una eventuale infezione pregressa». Tutto bellissimo se non fosse che, del famoso «documento mensile», non c’è traccia. Dopo quello di febbraio e un altro report relativo al periodo 2 gennaio-5 febbraio 2023 e reso pubblico tre mesi dopo, il 21 aprile 2023, l’Iss non ha pubblicato più nulla. Non doveva essere mensile? Dopo report a singhiozzo (prima mensili, poi trimestrali, infine quando capitava), i dati sulle segnalazioni di sospette reazioni avverse ai vaccini anti covid, gestiti dall’Agenzia italiana del farmaco (Aifa) presieduta da Giorgio Palù, sono confluiti nel Rapporto sulla sorveglianza post-marketing di tutti i vaccini, pubblicato però soltanto una volta l’anno. Insomma: crescono le segnalazioni e aumenta la pressione vaccinale, mentre magicamente i dati sugli effetti collaterali sono meno disponibili. Nel più perfetto dei «mondi al contrario», non poteva andare diversamente.
«Creatives» (Amazon Prime Video)
Avrebbero perso la salute, il sonno. I propri, legittimi proventi. Eppure, nonostante l'ambiguità del caso, nonostante le rimostranze di chi lo ha vissuto sulla propria pelle, Amazon Prime Video ha deciso di proporre una narrazione diversa di quel che è accaduto a Velvet Media.
Di intessere una trama romantica, corredata di sliding doors dall'esito felice. Creatives, serie televisiva cui è stato affidato il compito di rileggere l'intera vicenda senza mai farvi accenno diretto, nasce per dare forma all'ipotesi che sia una buona intenzione all'origine del tutto. Un'idea pura, quella di anime decise a creare un ambiente di lavoro basato sul rispetto e la comprensione delle persone che ne siano coinvolte.
Creatives, al debutto sulla piattaforma streaming venerdì 20 febbraio, torna nella provincia di Treviso, tra le sue strade strette. Torna a un gruppo di giovani, che, senza troppo badare agli esiti dell'impresa, specie a quelli nefasti, ha deciso di mettere in piedi un'agenzia sui generis, regalando ai propri dipendenti la più totale autonomia. L'agenzia di cui racconta la serie televisiva, non aveva un orario di lavoro. Ciascuno era libero di autogestirsi. C'era uno psicologo a disposizione dei lavoratori, un'attenzione rara al benessere delle persone. C'era la piena convinzione di come la felicità fosse condicio sine qua non per ottenere produttività. E c'era, pure, una sorta di prova empirica rispetto alla validità del metodo. In poco tempo, l'agenzia è cresciuta, e con lei il numero dei dipendenti, arrivato a superare il centinaio. Sembrava tutto funzionasse, specie l'idea che le persone potessero valere più dei numeri, delle regole. Ma, come spesso accade, la realtà ha fatto presto irruzione nel castello di sogni, svelandone le crepe, le ombre, le fragilità. Complice la pandemia, l'agenzia di cui racconta la serie tv di Amazon Prime Video s'è fermata. Una battuta d'arresto dolorosa e violenta, che, nell'economia del racconto, non ha tolto all'esperimento umano il suo romanticismo.
Creatives, in sei episodi, documenta gli sforzi del gruppo, il colpo di reni per rialzarsi, più forti di prima. Tace il resto, però: quello che le cronache hanno riportato, la disillusione di chi lì dentro ha lavorato, di chi giura di essere stato preso in giro. Tace e il confine rimane labile, sospeso tra verità giudiziaria e narrazione televisiva.
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Il luogo della strage a Pawtucket, Rhode Island (Getty Images)
Intorno al 2020, Robert Dorgan, uomo cinquantenne, si sottopone a un intervento chirurgico per cambiare genere e “diventare” Roberta Esposito. Da lì iniziano i conflitti familiari, come racconta l’emittente locale WPRI-TV riferendosi ai documenti giudiziari.
Nei mesi successivi Dorgan si reca al dipartimento di polizia di North Providence per denunciare suo suocero per le minacce di «farlo assassinare da una gang di strada asiatica se non se ne fosse andato di casa». Dorgan ha dichiarato di aver vissuto in quella casa per sette anni ma di essere diventato un ospite sgradito dopo il cambio di genere. Inoltre, sul suocero sono rivolte le accuse – poi archiviate – di intimidazione dei testimoni e di intralcio al sistema giudiziario.
Nel frattempo, l’allora moglie di Dorgan, Rhonda Dorgan, ha presentato istanza di divorzio. Inizialmente la motivazione riguardava «l’intervento di riassegnazione di genere, i tratti narcisistici e i disturbi della personalità». Ma in un secondo momento, si è preferito rimuovere ogni puntualizzazione e fare un più generico riferimento a delle «differenze inconciliabili che hanno causato l'immediata rottura del matrimonio». Il divorzio viene formalizzato nel giugno 2021.
La furia di Dorgan non ha risparmiato neanche sua madre che viene accusata di aggressione e di una condotta «violenta, minacciosa e tumultuosa», come recitano i verbali della polizia. La vicenda è stata anche un ulteriore motivo di attrito con il suocero. Rivolgendosi alla polizia, Dorgan ha dichiarato: «mio suocero mi ha detto che se non avessi ritirato le accuse di aggressione contro mia madre, ci si sarebbero potute aspettare ulteriori ritorsioni e questo era un altro motivo per farmi uccidere».
Alla fine, però, ad uccidere è stato lo stesso Dorgan. Infatti, l'epilogo di questa lunga storia arriva con la strage di ieri. Un video diffuso sul web ritrae i 14 colpi di arma da fuoco sparati consecutivamente, i giocatori e le decine di spettatori che si danno alla fuga. Uno dei presenti ha provato a disarmare Dorgan che però era provvisto di una seconda arma da fuoco. Le due vittime sono il fratello del figlio di Dorgan e sua madre (non è chiaro se è la stessa donna del divorzio). I tre feriti sono altri due parenti e un amico di famiglia: tutti in pericolo di vita.
Al di là della lunga storia del carnefice, le premesse della strage erano rintracciabili anche sulla rete. Su X erano svariati i contenuti ripostati all’insegna dell’odio contro i critici dei trans, dell'antisemitismo e dei diritti Lgbt. In più, nei giorni precedenti Jesse Van Rootselaar, un diciottenne transgender, aveva ucciso la madre, il fratellastro e altre sei persone nella sua ex scuola a Tumbler Ridge, nella Columbia Britannica. Molti conservatori sottolineano la correlazione tra le persone trans e le sparatorie di massa fino a proporre la dismorfia di genere come condizione squalificante per il possesso di armi.
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