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2023-09-05
Caos vaccini Covid nelle Rsa. Silenzio sugli effetti avversi
(Imagoeconomica)
Si ripropone l’allarme ingiustificato nelle Rsa. Basta qualche positivo, anche asintomatico, per isolare i nostri anziani vietando le visite. E tornano i tamponi a raffica, le richieste di compilare moduli di «corresponsabilità», prima di varcare il cancello di una struttura. Per non parlare delle terze o quarte dosi di anti Covid già somministrate nei giorni scorsi, senza aspettare il nuovo vaccino che arriverà a ottobre.
«I bisogni assistenziali legati alla terza età devono diventare un tema centrale nei prossimi anni», dichiarava a marzo il ministro della Salute, Orazio Schillaci. Una maggiore attenzione agli anziani va prestata subito, senza trascurare la realtà che vivono nelle Rsa dopo drastiche chiusure, morti senza controllo e tanta crudele indifferenza mostrata durante la pandemia.
Confinati nelle strutture hanno bisogno di assistenza e di cure, ma anche della visita delle persone care, altrimenti si affretta la loro fine. Se «il virus è sempre meno virulento, provoca febbre, mal di gola, raffreddore. Non polmonite. Si ferma alle vie respiratorie superiori», come ha dichiarato pochi giorni fa il presidente dell’Agenzia italiana del farmaco, Giorgio Palù, perché condannare alla morte per solitudine anziani plurivaccinati che non sono più a rischio di contrarre una grave malattia?
Pochi giorni fa, una delle strutture per non autosufficienti denominata «Loro» e che fa parte dell’Istituto assistenza anziani di Verona, ha chiuso le porte alle visite. Erano stati trovati dieci positivi e la direzione ha deciso lo stop. La reazione a una misura considerata eccessiva quando non c’è rischio, né emergenza è stata immediata.
Il Comitato Verona per la libertà ha protestato fuori da Villa Monga, la sede amministrativa, con un video che ha spopolato sui social. «Siamo stati ricevuti dalla direttrice, che ha firmato la chiusura dopo il consulto con medici e Ulss», spiega Francesca Menin che fa parte del comitato. «Ci è stato detto che stanno “benissimo”, che tutto è partito da un anziano che aveva qualche linea di febbre. Sono stati fatti un po’ di tamponi e hanno trovato dieci positivi». Sono in isolamento, senza problemi di salute, ma l’intera struttura ha fatto quadrato come in piena pandemia. Vietate «a oltranza» le visite, nessun permesso «per portare a casa il proprio congiunto positivo al tampone e che magari si vorrebbe assistere con maggiori cure», è indignata Francesca. L’Rsa non dà l’autorizzazione, può solo decidere il medico. Ma non era finito per tutti l’isolamento in caso di positività? Anche la figlia di un novantenne ospite della Rsa a Milano, in zona Baggio e con 21 positivi, voleva portarsi a casa il genitore. Nulla da fare.
Nelle cronache locali, i reparti chiusi per piccoli focolai fanno notizia, a livello nazionale non sono ancora diventati pretesto per evidenziare la crescita dei contagi. Si aspetta la partenza nella nuova campagna vaccinale, per seminare preoccupazione. Intanto, però, scattano le restrizioni. Si rispolverano vecchi moduli da compilare per far visita a un parente in Rsa. «Vedo persone in fila, che devono sottoscrivere di “non presentare segni e sintomi sospetti per Covid 19”, così di non avere avuto contatti con persone con “diagnosi sospetta”, e di non essere in quarantena, mentre siamo ancora obbligati a indossare le Ffp2», racconta Margherita.
Nome di fantasia, che una signora vicentina preferisce utilizzare per non compromettere la permanenza nella Rsa della madre novantenne, ricoverata a metà agosto all’ospedale San Bortolo del capoluogo Berico per frattura del femore. «Al pronto soccorso le fecero il tampone, anche se non presentava problemi respiratori. A un secondo test fu sottoposta prima dell’intervento, il terzo bastoncino le venne infilato nel naso prima di trasferirla alla Rsa per la riabilitazione», elenca la figlia. «Mi avvisarono che le avrebbero fatto il tampone ogni 48 ore, visto che si era fermata a due dosi di vaccino anti Covid, ma ho presentato il modulo di “dissenso informato” e adesso la lasciano in pace».
Si tratta di un modulo elaborato dal Comitato «Di sana e robusta costituzione», con il quale è possibile autocertificare l’assenza di segni e sintomi respiratori, negando il consenso al tampone. Nel documento viene riportata anche l’affermazione dell’infettivologo Matteo Bassetti: «Siamo alla completa follia da tamponi, ormai è finito il problema Covid, allora perché non tamponiamo per l’influenza, per il virus sinciziale? Vi rendete conto l’ignoranza di chi decide queste procedure a livello ospedaliero? Devono rendere conto ai cittadini».
Il tampone ripetuto agli ospiti delle Rsa viene segnalato da più parti, ma sembra importare a pochi la tortura inflitta a un anziano. Quante dosi abbiano ancora in circolazione non fa differenza, perché un altro novantenne della Rsa Parco delle Cave di Milano ne aveva fatte quattro eppure è risultato positivo. Ma non li vaccinano dicendo che è per il loro bene? Sulla carta, anzi nella circolare ministeriale di agosto, la campagna nazionale avrebbe come obiettivo «quello di prevenire la mortalità, le ospedalizzazioni e le forme gravi di Covid-19 nelle persone anziane e con elevata fragilità», alle quali «è raccomandata e offerta una dose di richiamo a valenza 12 mesi con la nuova formulazione di vaccino aggiornato». Vaccino che arriverà a ottobre, però intanto continuano a somministrare quello «vecchio». Sempre per il bene dei nostri anziani? La Regione Lazio fa sapere che «le vaccinazioni anti Covid nelle Rsa non si sono mai interrotte». In Lombardia, ad agosto «sono state effettuate 110 dosi su 56.000 ospiti delle strutture residenziali. Una sola era prima dose, per le altre si trattava di booster». Se il monovalente è raccomandato dall’Agenzia europea del farmaco soprattutto per fragili e anziani, perché somministrare il bivalente che non regge con le nuove varianti? Forse ci sono dosi in giacenza da smaltire? E le diamo alla mamma, al papà, al nonno? In Emilia Romagna «non ci sono campagne vaccinali in corso, né nelle Rsa né altrove», precisano dalla Regione.
In Veneto pure si attenderebbe il nuovo vaccino di Pfizer, però ci segnalano richiami già iniziati ad agosto nelle residenze. «Non per direttiva della Azienda Ulss 9 Scaligera, sono vaccinazioni gestite in autonomia dalle Rsa», precisano a Verona. Chissà in quante altre parti d’Italia sarà questa, la prassi tollerata.
Ministro Schillaci, che cosa aspetta per fare ordine e rispettare la salute degli anziani?
Gli Stati abbandonano la farmacovigilanza
Sarà certamente un caso, ma proprio quando arrivano dati sui vaccini che non avremmo mai voluto leggere, riparte la grancassa delle vaccinazioni anti Covid e allo stesso tempo si spengono i riflettori sulla farmacovigilanza. Con una laconica segnalazione, i Centers for Disease Control (Cdc) americani hanno serenamente comunicato ai cittadini di aver chiuso la piattaforma sugli eventi avversi dei vaccini antiCovid, v-Safe. «Grazie per la tua partecipazione - si legge aprendo l’applicazione creata dall’agenzia federale - la raccolta dei dati per i vaccini Covid-19 si è conclusa il 30 giugno 2023».
La farmacovigilanza in America poggiava su due strumenti: il vecchio Vaers (Vaccine Adverse Event Reporting System) della Food and Drug Administration (Fda), sistema di sorveglianza passiva che funzionava attraverso la compilazione di alcuni moduli online, e il v-Safe, programma di sorveglianza attiva per monitorare la sicurezza dei vaccini, gestito dai Cdc. V-safe era un’applicazione rivolta a un gruppo demografico più giovane - quello che usa le app ma anche quello più bersagliato dalla propaganda pro-vax anti Covid - ed è stata spenta all’improvviso.
Quali siano gli argomenti contrari al monitoraggio continuo delle vaccinazioni anti covid i Cdc non lo hanno spiegato, limitandosi a reindirizzare verso il Vaers. Ma secondo David Gortler, farmacologo ed ex senior advisor di Fda, i rapporti Vaers rappresentano meno dell’1% degli eventi avversi del vaccino che si verificano realmente. Non solo: prima che il database fosse rimosso, Gortler ha condiviso un’immagine dalla dashboard V-safe in cui i cittadini colpiti da effetti collaterali risultavano essere 6,4 milioni, di cui 2 milioni ormai «incapaci di svolgere le normali attività della vita quotidiana e con urgente necessità di cure mediche».
Un dato forse troppo scomodo per essere tenuto online. I Cdc, nel frattempo, stanno procedendo con la campagna vaccinale per il nuovo vaccino autorizzato in tutta fretta (anche in Europa, grazie anche alla «procedura accelerata» di approvazione dei farmaci varata dall’Agenzia europea per i medicinali) e continuano a raccomandare vaccini e richiami anti Covid «per tutti i cittadini di età pari o superiore a 6 mesi», come da indicazioni del presidente Usa Joe Biden, che ha appena chiesto al Congresso altri fondi per i farmaci adattati alle nuove varianti. Vacciniamoci di più e vigiliamo di meno, insomma.
Nel Regno Unito il caos dei dati è emerso in maniera ancora più sfacciata: lo scorso 25 agosto, con un ritardo di sei mesi, l’Office for National Statistics (Ons), l’Istat inglese, ha finalmente rilasciato un disastroso aggiornamento sui decessi rispetto allo stato vaccinale.
Molti esperti hanno immediatamente rilevato che circa il 95% di tutti i decessi era tra i vaccinati. Poche ore dopo la pubblicazione del rapporto, l’Ons ha pubblicato un disclaimer in cui, informando che c’era stato un «problema relativo al modo in cui i dati vengono sommati dopo quattro dosi di vaccinazione», invitava i lettori a non utilizzarli. In calce alla precisazione, l’Ons ha comunicato che i rapporti sui decessi per stato vaccinale non saranno più pubblicati: «Non aggiorneremo più l’analisi dei decessi per stato vaccinale, serie Inghilterra. L’ultima edizione è stata da aprile 2021 a maggio 2023, pubblicata il 25 agosto 2023. Questa pubblicazione è stata istituita durante la pandemia di Covid 19 per rispondere in modo tempestivo a importanti domande sulla mortalità in base allo status vaccinale».
L’Italia, come sempre, va al traino. L’Istituto superiore di sanità (Iss) guidato da Silvio Brusaferro ha pubblicato i dati sull’efficacia dei vaccini fino a gennaio 2023. Quando non è stato più possibile nascondere l’evidenza della cosiddetta «efficacia negativa» dei farmaci anti Covid, corrispondente a una maggiore incidenza di reinfezione tra i vaccinati, il format dei bollettini è cambiato. «Dal 25 gennaio 2023 i dati relativi alla copertura vaccinale e alla stima dell’efficacia vaccinale non vengono più pubblicati nel presente report», ha comunicato l’Iss nel suo rapporto esteso datato 1 febbraio 2023 e pubblicato il 3 febbraio. «Viene prodotto, invece, un documento mensile contenente una stima del rischio assoluto di infezione da Sars CoV-2 (sintomatica e asintomatica) e di malattia grave, che tiene conto non solo dello stato vaccinale ma anche di una eventuale infezione pregressa». Tutto bellissimo se non fosse che, del famoso «documento mensile», non c’è traccia. Dopo quello di febbraio e un altro report relativo al periodo 2 gennaio-5 febbraio 2023 e reso pubblico tre mesi dopo, il 21 aprile 2023, l’Iss non ha pubblicato più nulla. Non doveva essere mensile? Dopo report a singhiozzo (prima mensili, poi trimestrali, infine quando capitava), i dati sulle segnalazioni di sospette reazioni avverse ai vaccini anti covid, gestiti dall’Agenzia italiana del farmaco (Aifa) presieduta da Giorgio Palù, sono confluiti nel Rapporto sulla sorveglianza post-marketing di tutti i vaccini, pubblicato però soltanto una volta l’anno.
Insomma: crescono le segnalazioni e aumenta la pressione vaccinale, mentre magicamente i dati sugli effetti collaterali sono meno disponibili. Nel più perfetto dei «mondi al contrario», non poteva andare diversamente.
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Obblighi di fatto su iniezioni e tamponi, restrizioni per i visitatori, dosi non aggiornate: ogni Regione va per conto suo. Finché è permessa discrezionalità, ci rimettono pazienti e famiglie.Mentre l’ultimo report Iss sull’efficacia dei sieri risale ad aprile, gli Stati Uniti hanno dismesso la piattaforma dei Cdc in seguito a oltre 6 milioni di segnalazioni di effetti avversi. L’Istat inglese, invece, non aggiornerà più le analisi dei decessi per stato vaccinale.Lo speciale contiene due articoli.Si ripropone l’allarme ingiustificato nelle Rsa. Basta qualche positivo, anche asintomatico, per isolare i nostri anziani vietando le visite. E tornano i tamponi a raffica, le richieste di compilare moduli di «corresponsabilità», prima di varcare il cancello di una struttura. Per non parlare delle terze o quarte dosi di anti Covid già somministrate nei giorni scorsi, senza aspettare il nuovo vaccino che arriverà a ottobre. «I bisogni assistenziali legati alla terza età devono diventare un tema centrale nei prossimi anni», dichiarava a marzo il ministro della Salute, Orazio Schillaci. Una maggiore attenzione agli anziani va prestata subito, senza trascurare la realtà che vivono nelle Rsa dopo drastiche chiusure, morti senza controllo e tanta crudele indifferenza mostrata durante la pandemia. Confinati nelle strutture hanno bisogno di assistenza e di cure, ma anche della visita delle persone care, altrimenti si affretta la loro fine. Se «il virus è sempre meno virulento, provoca febbre, mal di gola, raffreddore. Non polmonite. Si ferma alle vie respiratorie superiori», come ha dichiarato pochi giorni fa il presidente dell’Agenzia italiana del farmaco, Giorgio Palù, perché condannare alla morte per solitudine anziani plurivaccinati che non sono più a rischio di contrarre una grave malattia?Pochi giorni fa, una delle strutture per non autosufficienti denominata «Loro» e che fa parte dell’Istituto assistenza anziani di Verona, ha chiuso le porte alle visite. Erano stati trovati dieci positivi e la direzione ha deciso lo stop. La reazione a una misura considerata eccessiva quando non c’è rischio, né emergenza è stata immediata. Il Comitato Verona per la libertà ha protestato fuori da Villa Monga, la sede amministrativa, con un video che ha spopolato sui social. «Siamo stati ricevuti dalla direttrice, che ha firmato la chiusura dopo il consulto con medici e Ulss», spiega Francesca Menin che fa parte del comitato. «Ci è stato detto che stanno “benissimo”, che tutto è partito da un anziano che aveva qualche linea di febbre. Sono stati fatti un po’ di tamponi e hanno trovato dieci positivi». Sono in isolamento, senza problemi di salute, ma l’intera struttura ha fatto quadrato come in piena pandemia. Vietate «a oltranza» le visite, nessun permesso «per portare a casa il proprio congiunto positivo al tampone e che magari si vorrebbe assistere con maggiori cure», è indignata Francesca. L’Rsa non dà l’autorizzazione, può solo decidere il medico. Ma non era finito per tutti l’isolamento in caso di positività? Anche la figlia di un novantenne ospite della Rsa a Milano, in zona Baggio e con 21 positivi, voleva portarsi a casa il genitore. Nulla da fare.Nelle cronache locali, i reparti chiusi per piccoli focolai fanno notizia, a livello nazionale non sono ancora diventati pretesto per evidenziare la crescita dei contagi. Si aspetta la partenza nella nuova campagna vaccinale, per seminare preoccupazione. Intanto, però, scattano le restrizioni. Si rispolverano vecchi moduli da compilare per far visita a un parente in Rsa. «Vedo persone in fila, che devono sottoscrivere di “non presentare segni e sintomi sospetti per Covid 19”, così di non avere avuto contatti con persone con “diagnosi sospetta”, e di non essere in quarantena, mentre siamo ancora obbligati a indossare le Ffp2», racconta Margherita. Nome di fantasia, che una signora vicentina preferisce utilizzare per non compromettere la permanenza nella Rsa della madre novantenne, ricoverata a metà agosto all’ospedale San Bortolo del capoluogo Berico per frattura del femore. «Al pronto soccorso le fecero il tampone, anche se non presentava problemi respiratori. A un secondo test fu sottoposta prima dell’intervento, il terzo bastoncino le venne infilato nel naso prima di trasferirla alla Rsa per la riabilitazione», elenca la figlia. «Mi avvisarono che le avrebbero fatto il tampone ogni 48 ore, visto che si era fermata a due dosi di vaccino anti Covid, ma ho presentato il modulo di “dissenso informato” e adesso la lasciano in pace».Si tratta di un modulo elaborato dal Comitato «Di sana e robusta costituzione», con il quale è possibile autocertificare l’assenza di segni e sintomi respiratori, negando il consenso al tampone. Nel documento viene riportata anche l’affermazione dell’infettivologo Matteo Bassetti: «Siamo alla completa follia da tamponi, ormai è finito il problema Covid, allora perché non tamponiamo per l’influenza, per il virus sinciziale? Vi rendete conto l’ignoranza di chi decide queste procedure a livello ospedaliero? Devono rendere conto ai cittadini».Il tampone ripetuto agli ospiti delle Rsa viene segnalato da più parti, ma sembra importare a pochi la tortura inflitta a un anziano. Quante dosi abbiano ancora in circolazione non fa differenza, perché un altro novantenne della Rsa Parco delle Cave di Milano ne aveva fatte quattro eppure è risultato positivo. Ma non li vaccinano dicendo che è per il loro bene? Sulla carta, anzi nella circolare ministeriale di agosto, la campagna nazionale avrebbe come obiettivo «quello di prevenire la mortalità, le ospedalizzazioni e le forme gravi di Covid-19 nelle persone anziane e con elevata fragilità», alle quali «è raccomandata e offerta una dose di richiamo a valenza 12 mesi con la nuova formulazione di vaccino aggiornato». Vaccino che arriverà a ottobre, però intanto continuano a somministrare quello «vecchio». Sempre per il bene dei nostri anziani? La Regione Lazio fa sapere che «le vaccinazioni anti Covid nelle Rsa non si sono mai interrotte». In Lombardia, ad agosto «sono state effettuate 110 dosi su 56.000 ospiti delle strutture residenziali. Una sola era prima dose, per le altre si trattava di booster». Se il monovalente è raccomandato dall’Agenzia europea del farmaco soprattutto per fragili e anziani, perché somministrare il bivalente che non regge con le nuove varianti? Forse ci sono dosi in giacenza da smaltire? E le diamo alla mamma, al papà, al nonno? In Emilia Romagna «non ci sono campagne vaccinali in corso, né nelle Rsa né altrove», precisano dalla Regione.In Veneto pure si attenderebbe il nuovo vaccino di Pfizer, però ci segnalano richiami già iniziati ad agosto nelle residenze. «Non per direttiva della Azienda Ulss 9 Scaligera, sono vaccinazioni gestite in autonomia dalle Rsa», precisano a Verona. Chissà in quante altre parti d’Italia sarà questa, la prassi tollerata.Ministro Schillaci, che cosa aspetta per fare ordine e rispettare la salute degli anziani?<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/rsa-vaccino-anziani-regole-2664904529.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="gli-stati-abbandonano-la-farmacovigilanza" data-post-id="2664904529" data-published-at="1693858727" data-use-pagination="False"> Gli Stati abbandonano la farmacovigilanza Sarà certamente un caso, ma proprio quando arrivano dati sui vaccini che non avremmo mai voluto leggere, riparte la grancassa delle vaccinazioni anti Covid e allo stesso tempo si spengono i riflettori sulla farmacovigilanza. Con una laconica segnalazione, i Centers for Disease Control (Cdc) americani hanno serenamente comunicato ai cittadini di aver chiuso la piattaforma sugli eventi avversi dei vaccini antiCovid, v-Safe. «Grazie per la tua partecipazione - si legge aprendo l’applicazione creata dall’agenzia federale - la raccolta dei dati per i vaccini Covid-19 si è conclusa il 30 giugno 2023». La farmacovigilanza in America poggiava su due strumenti: il vecchio Vaers (Vaccine Adverse Event Reporting System) della Food and Drug Administration (Fda), sistema di sorveglianza passiva che funzionava attraverso la compilazione di alcuni moduli online, e il v-Safe, programma di sorveglianza attiva per monitorare la sicurezza dei vaccini, gestito dai Cdc. V-safe era un’applicazione rivolta a un gruppo demografico più giovane - quello che usa le app ma anche quello più bersagliato dalla propaganda pro-vax anti Covid - ed è stata spenta all’improvviso. Quali siano gli argomenti contrari al monitoraggio continuo delle vaccinazioni anti covid i Cdc non lo hanno spiegato, limitandosi a reindirizzare verso il Vaers. Ma secondo David Gortler, farmacologo ed ex senior advisor di Fda, i rapporti Vaers rappresentano meno dell’1% degli eventi avversi del vaccino che si verificano realmente. Non solo: prima che il database fosse rimosso, Gortler ha condiviso un’immagine dalla dashboard V-safe in cui i cittadini colpiti da effetti collaterali risultavano essere 6,4 milioni, di cui 2 milioni ormai «incapaci di svolgere le normali attività della vita quotidiana e con urgente necessità di cure mediche». Un dato forse troppo scomodo per essere tenuto online. I Cdc, nel frattempo, stanno procedendo con la campagna vaccinale per il nuovo vaccino autorizzato in tutta fretta (anche in Europa, grazie anche alla «procedura accelerata» di approvazione dei farmaci varata dall’Agenzia europea per i medicinali) e continuano a raccomandare vaccini e richiami anti Covid «per tutti i cittadini di età pari o superiore a 6 mesi», come da indicazioni del presidente Usa Joe Biden, che ha appena chiesto al Congresso altri fondi per i farmaci adattati alle nuove varianti. Vacciniamoci di più e vigiliamo di meno, insomma. Nel Regno Unito il caos dei dati è emerso in maniera ancora più sfacciata: lo scorso 25 agosto, con un ritardo di sei mesi, l’Office for National Statistics (Ons), l’Istat inglese, ha finalmente rilasciato un disastroso aggiornamento sui decessi rispetto allo stato vaccinale. Molti esperti hanno immediatamente rilevato che circa il 95% di tutti i decessi era tra i vaccinati. Poche ore dopo la pubblicazione del rapporto, l’Ons ha pubblicato un disclaimer in cui, informando che c’era stato un «problema relativo al modo in cui i dati vengono sommati dopo quattro dosi di vaccinazione», invitava i lettori a non utilizzarli. In calce alla precisazione, l’Ons ha comunicato che i rapporti sui decessi per stato vaccinale non saranno più pubblicati: «Non aggiorneremo più l’analisi dei decessi per stato vaccinale, serie Inghilterra. L’ultima edizione è stata da aprile 2021 a maggio 2023, pubblicata il 25 agosto 2023. Questa pubblicazione è stata istituita durante la pandemia di Covid 19 per rispondere in modo tempestivo a importanti domande sulla mortalità in base allo status vaccinale». L’Italia, come sempre, va al traino. L’Istituto superiore di sanità (Iss) guidato da Silvio Brusaferro ha pubblicato i dati sull’efficacia dei vaccini fino a gennaio 2023. Quando non è stato più possibile nascondere l’evidenza della cosiddetta «efficacia negativa» dei farmaci anti Covid, corrispondente a una maggiore incidenza di reinfezione tra i vaccinati, il format dei bollettini è cambiato. «Dal 25 gennaio 2023 i dati relativi alla copertura vaccinale e alla stima dell’efficacia vaccinale non vengono più pubblicati nel presente report», ha comunicato l’Iss nel suo rapporto esteso datato 1 febbraio 2023 e pubblicato il 3 febbraio. «Viene prodotto, invece, un documento mensile contenente una stima del rischio assoluto di infezione da Sars CoV-2 (sintomatica e asintomatica) e di malattia grave, che tiene conto non solo dello stato vaccinale ma anche di una eventuale infezione pregressa». Tutto bellissimo se non fosse che, del famoso «documento mensile», non c’è traccia. Dopo quello di febbraio e un altro report relativo al periodo 2 gennaio-5 febbraio 2023 e reso pubblico tre mesi dopo, il 21 aprile 2023, l’Iss non ha pubblicato più nulla. Non doveva essere mensile? Dopo report a singhiozzo (prima mensili, poi trimestrali, infine quando capitava), i dati sulle segnalazioni di sospette reazioni avverse ai vaccini anti covid, gestiti dall’Agenzia italiana del farmaco (Aifa) presieduta da Giorgio Palù, sono confluiti nel Rapporto sulla sorveglianza post-marketing di tutti i vaccini, pubblicato però soltanto una volta l’anno. Insomma: crescono le segnalazioni e aumenta la pressione vaccinale, mentre magicamente i dati sugli effetti collaterali sono meno disponibili. Nel più perfetto dei «mondi al contrario», non poteva andare diversamente.
Giuseppe Conte e Domenico Arcuri (Ansa)
Dopo aver ricostruito il faccia a faccia avvenuto il 18 giugno nell’abitazione romana di Arcuri, quest’ultimo ha confermato che gli capita di incontrare l’ex presidente del Consiglio. Ma c’è anche una sequenza di date a insospettire il centrodestra. Il 17 giugno l’ufficio di presidenza della commissione Covid decide di convocare Arcuri. Il giorno successivo, il 18 giugno, Conte incontra l’ex commissario nell’abitazione romana di quest'ultimo e il 19 giugno Arcuri invia al presidente della commissione, Marco Lisei, una lettera con cui comunica di non avere «alcun problema, né alcun impedimento, d essere sentito nella forma dell’audizione testimoniale».
Il capogruppo dei meloniani alla Camera, Galeazzo Bignami, mette in fila gli avvenimenti: «Oggi sulla Verità, Arcuri ammette candidamente che è solito incontrarsi con Conte. Quindi il testimone chiave della vicenda del Covid è solito incontrarsi con il componente più controverso della commissione Covid. E lo fa con una coincidenza temporale che parla da sé. Il 17 giugno la commissione decide di convocare Arcuri a testimonianza, il 18 giugno Arcuri e Conte si incontrano a casa Arcuri. Il 19 giugno Arcuri per la prima volta scrive alla commissione dicendosi disponibile, anche se in realtà è un obbligo quello di venire in commissione per rendere testimonianza con gli effetti di legge». Per Bignami «non serve Agatha Christie per capire che tre coincidenze in questo caso fanno ben più di una prova. È uno schema già visto e usato in Antimafia da Gioacchino Natoli e Roberto Scarpinato, testimone e commissario protetto dalla sua immunità a essere sentito in commissione: si confrontano prima dell’audizione proprio sui temi di cui dovranno riferire. Un uso distorto delle istituzioni che ha un obiettivo evidente: impedire alla commissione d’inchiesta sul Covid di svolgere il suo lavoro».
Si concentra sulle coincidenze temporali anche la deputata di Fratelli d’Italia Alice Buonguerrieri: «Il 17 giugno l’ufficio di presidenza della commissione Covid decide, con la netta contrarietà del M5s, di escutere a testimonianza Arcuri, nominato da Conte. Il giorno dopo, Conte, componente della stessa commissione, incontra Arcuri. Il giorno dopo ancora, tramite lettera, Arcuri avvisa la commissione, per la prima volta, che è “disponibile” a farsi audire. Disponibile si fa per dire, visto che lui sa bene di essere obbligato dalla legge a rendere testimonianza quando, come in questo caso, è richiesta». Secondo la parlamentare, la ricostruzione della Verità getta gravi ombre sulla futura testimonianza di Arcuri e sul ruolo del suo vecchio dante causa: «Siamo di fronte a fatti gravi, dalla successione temporale inquietante, che rendono ancora più evidente il conflitto di interessi in cui versa Conte, il quale siede in commissione non per far emergere la verità, ma per affossarla».
Anche il presidente dei senatori di Fratelli d’Italia, Lucio Malan, parte dal nostro scoop «sul faccia a faccia tra coloro che gestirono l’emergenza Covid»: «Viene da chiedersi cosa i due avessero da dirsi? C’entra qualcosa con la lettera inviata il giorno dopo da Arcuri al presidente Lisei , in cui ha dato disponibilità a essere audito dalla Commissione? Che avessero necessità di concordare qualche posizione?». Per Malan, «come al solito, Conte preferisce parlare della pandemia altrove, ora probabilmente anche in privato con colui che aveva scelto come commissario all’emergenza Covid, ma non dove dovrebbe e cioè in Commissione». Quindi conclude così: «Fdi continuerà a chiedere che l’ex premier si presenti per raccontare quello che sa su quanto sta emergendo dai lavori».
Sulla stessa linea si colloca Antonella Zedda, vicepresidente dei senatori di Fdi e componente della commissione Covid: «La polemica costruita in queste settimane dalle opposizioni sulla commissione aveva uno scopo ben preciso: proteggere Arcuri. Ora tutto torna. Grazie a un articolo della Verità scopriamo che il 18 giugno, proprio il giorno seguente a un ufficio di presidenza della commissione Covid infuocato, Arcuri e Conte si sono incontrati a cena». La senatrice richiama, infine, il tema dell’audizione testimoniale: «Conte non trova tempo per venire in commissione, dove latita da commissario e dove fugge da audito, ma trova modo di incontrare informalmente un testimone chiave in una tempistica sospetta? Inoltre Arcuri sostiene di essere disposto a venire in commissione, ma vorremmo ricordare a lui e a tutto il M5s che testimoniare sotto giuramento non è una gentile concessione a Fdi, ma un obbligo di legge. Ci chiediamo anche perché non sia venuto prima, quando non era obbligato. Aspettiamo questo momento anche perché sono molti i punti oscuri della sua gestione e gli italiani hanno diritto a delle risposte».
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Giuseppe Conte (Imagoeconomica)
Certo, forse sarebbe meglio che un componente della commissione d’inchiesta deputata a indagare su alcuni fatti, e inevitabilmente a porre domande ai protagonisti di una stagione, evitasse di incontrare un testimone che potrebbe essere chiamato a chiarire proprio quei fatti. Uno degli argomenti del recente referendum sulla giustizia riguardava l’impossibilità di garantire l’imparzialità di chi giudica se frequenta chi indaga. Ma nel caso della commissione Covid siamo un po’ oltre, perché il commissario che deve porre quesiti e in seguito anche tirare le conclusioni su quegli stessi quesiti, non sta sullo stesso piano ma addirittura nello stesso salotto di chi è chiamato, con la sua testimonianza, a fornire spiegazioni. È un po’ come se il pm del caso Garlasco andasse a casa di una persona informata dei fatti e lo facesse in compagnia del giudice che un domani dovrà valutare la testimonianza. Succedesse qualche cosa del genere probabilmente grideremmo allo scandalo e immagino che se ci fossero imputati o anche solo parti lese, ci sarebbe chi chiederebbe la ricusazione delle toghe coinvolte.
Ecco, nel caso della commissione Covid, siamo di fronte a questo enigma: dell’organismo fa parte Conte, il quale, oltre a essere stato presidente del Consiglio nel 2020-2021, quando furono prese misure d’emergenza per sconfiggere la pandemia, è anche amico amico del commissario da lui nominato per combattere il virus. Che in quella stagione non tutto sia andato per il verso giusto e che siano stati spesi un mucchio di soldi, anzi di miliardi, è ormai certo. Dunque, la commissione dovrebbe andare fino in fondo, sentendo i protagonisti e chiedendo loro chi decise che cosa e perché alcuni fornitori, che poi si rivelarono inadatti, furono preferiti rispetto ad altri. Qualche domanda andrebbe posta a chi aveva la possibilità di prendere le decisioni, in questo caso Conte. Ma l’ex premier oggi siede in commissione Covid, cioè indossa la toga del pm e del giudice, e i pm e i giudici non possono essere chiamati a rispondere, perché dovrebbero svestirsi del proprio ruolo per poi indossare quelli del testimone. Già questa è un’anomalia a cui forse bisognerebbe porre rimedio, ma l’unico che lo può fare è lo stesso Conte.
Poi però c’è il secondo aspetto sorprendente e cioè che, come rivelato dal nostro Giacomo Amadori, l’ex presidente del Consiglio e attuale commissario è amico amico di Arcuri, ovvero di uno che la sa lunga sulla gestione della pandemia, persona che la commissione vuole audire. E così eccoci arrivati al nodo della faccenda: di cosa parlano i due amici quando si incontrano, come ad esempio la scorsa settimana? «Di tutto e di niente», ha detto rispondendo al nostro vicedirettore lo stesso Arcuri. Tutto può voler dire anche dei lavori della commissione, ma magari anche no. Di certo, gli incontri fra un testimone e un commissario all’insaputa degli altri alimentano dubbi. E infatti ieri gli esponenti di Fratelli d’Italia, tra i più assidui nell’accendere un faro su quel che accadde cinque anni fa, si sono scatenati, chiedendo come sia possibile che l’ex commissario parli con l’attuale componente di un istituto preposto a indagare senza riferire nelle sedi istituzionali.
Difficile dar loro torto, anche perché in un’inchiesta della magistratura è spuntato un altro commissario, sempre dei 5 stelle, ma questa volta al lavoro nella commissione Antimafia, che parlava all’insaputa dei colleghi con un testimone, anticipando le domande e suggerendo le risposte. È così che si fanno le indagini? E il mito dello streaming, bandiera dei 5 stelle per garantire con la diretta video la massima trasparenza dentro i palazzi del potere, che fine ha fatto? Domande legittime, che aspettano risposte più che legittime, ovvero necessarie. Perché altrimenti ci sarà sempre chi alimenterà dubbi su una gestione dell’emergenza, che oltre a diversi errori è costata anche molta sofferenza. Arcuri ha detto al nostro Amadori che è pronto a parlare. Noi siamo pronti ad ascoltare e soprattutto a fare domande, riferendo le risposte, con lo stesso scrupolo con cui da anni ci interroghiamo sugli effetti dell’emergenza Covid.
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Petroliere in navigazione nello Stretto di Hormuz (Getty Images)
Dopo l’attacco, sabato, di un drone iraniano alla petroliera Kiku, battente bandiera panamense, è partita la rappresaglia americana con raid aerei su basi militari iraniane nel porto di Sirik e nell’isola di Qeshm, sul lato iraniano dello Stretto di Hormuz. L’Iran ha reagito con missili e droni verso le basi statunitensi in Kuwait e Bahrein. A seguito degli incidenti, il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, ieri in visita in Iraq, ha dichiarato che lo Stretto di Hormuz resterà sotto controllo iraniano per 30 giorni: «Lo Stretto di Hormuz rimane sotto la completa supervisione e gestione dell’Iran per i prossimi 30 giorni e, una volta rimossi tutti gli ostacoli, la piena capacità di navigazione del canale sarà ripristinata».
Da giorni Teheran rivendica che il transito dallo Stretto debba avvenire «in modo coordinato con la Guardia rivoluzionaria», ovvero i pasdaran, e lungo «corridoi concordati con l’Iran». Ciò nella prospettiva, in cui gli iraniani sperano ancora, che nei negoziati con gli Usa previsti fino a metà agosto, possano cavarne un pedaggio. Sono tali rivendicazioni all’origine dell’incidente della nave Kiku e di un precedente analogo, giovedì scorso. La reazione del comando americano Centcom, su ordine del presidente Donald Trump, è partita la notte fra sabato e domenica. Stando al Centcom, aerei statunitensi «hanno colpito 10 obiettivi in Iran fra cui infrastrutture di sorveglianza militari, sistemi di comunicazione, siti di difesa aerea, impianti di stoccaggio di droni e mezzi per la posa di mine». Trump ha postato sul social Truth l’ennesimo monito: «Potrebbe arrivare un momento in cui non saremo più in grado di essere ragionevoli e saremo costretti a portare a termine militarmente il lavoro che abbiamo iniziato. Se ciò accadesse, la Repubblica islamica dell’Iran cesserebbe di esistere».
Chiaramente gli Usa non potrebbero «far cessare di esistere l’Iran», se non con armi atomiche, fuori discussione. La reazione dei pasdaran ha preso corpo con missili e droni su avamposti statunitensi. Secondo la Guardia rivoluzionaria «sono state distrutte otto infrastrutture delle forze Usa nella base aerea Ali Al Salem, in Kuwait, e nella base della Quinta Flotta dell’US Navy a Port Salman, in Bahrein». Le truppe kuwaitiane, equipaggiate coi missili antiaerei Patriot forniti dagli Usa, hanno affermato di aver «intercettato e neutralizzato due missili balistici iraniani» e che l’incursione «non ha causato danni, né vittime». Dal ministero degli Esteri di Kuwait City è poi stata diramata «una condanna delle aggressioni dell’Iran in violazione della nostra sovranità». Stessi toni dal Bahrein, il cui comando militare ha denunciato «attacchi con missili balistici e droni intercettati e distrutto dalle nostre difese». Inoltre, il ministero degli Esteri del Bahrein, indicando «l’Iran responsabile di ogni escalation», ha chiesto al Consiglio di sicurezza dell’Onu di riunirsi «in sessione urgente».
La pretesa iraniana di dominare lo Stretto di Hormuz e la prontezza di Trump a reagire a ogni sgarro con attacchi aerei, paiono indicare che entrambe parti facciano a gara nel presentarsi come «vincitore» della guerra, per quanto nel caso iraniano la pretesa sia assai meno lontana dalla verità. L’ambasciatore statunitense alle Nazioni Unite, Mike Waltz, ha promesso che «gli Stati Uniti continueranno, militarmente se necessario, a smantellare le infrastrutture che Teheran cerca di usare per controllare illegalmente una via navigabile internazionale». Ieri il gruppo armatoriale Cma-Cgm ha comunicato che una sua nave cargo battente bandiera francese «è riuscita a uscire dallo Stretto di Hormuz», ma che «10 navi del gruppo sono ancora bloccate». Inoltre, il Financial Times ha pubblicato i commenti di Takaya Soga, amministratore delegato della società di navigazione giapponese Nyk Line, secondo cui la presenza delle almeno 80 mine iraniane posate nei mesi scorsi ostacolerà il traffico navale attraverso Hormuz per mesi. Ha spiegato: «Le rotte disponibili sono limitate, una presso l’isola di Larak, vicino alla costa iraniana, e un’altra vicino all’Oman, a Sud».
Il processo negoziale dipenderà anche dall’evoluzione della situazione in Libano, dove ancora ieri sono proseguiti scontri fra truppe di Israele e miliziani Hezbollah, con l’uccisione di un soldato ebraico e di un miliziano sciita. Il ministro iraniano Araghchi chiede che «gli Stati Uniti costringano l’entità sionista (Israele, ndr) a cessare i raid». Secondo Axios, gli Usa avrebbero, per ora, «chiesto a Israele due modifiche sul testo dell’accordo con il Libano, una che impegna le truppe ebraiche a ritirarsi da un villaggio del Libano meridionale, l’altra che impegna a un più ampio ritiro dal Paese».
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