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2023-09-05
Caos vaccini Covid nelle Rsa. Silenzio sugli effetti avversi
(Imagoeconomica)
Si ripropone l’allarme ingiustificato nelle Rsa. Basta qualche positivo, anche asintomatico, per isolare i nostri anziani vietando le visite. E tornano i tamponi a raffica, le richieste di compilare moduli di «corresponsabilità», prima di varcare il cancello di una struttura. Per non parlare delle terze o quarte dosi di anti Covid già somministrate nei giorni scorsi, senza aspettare il nuovo vaccino che arriverà a ottobre.
«I bisogni assistenziali legati alla terza età devono diventare un tema centrale nei prossimi anni», dichiarava a marzo il ministro della Salute, Orazio Schillaci. Una maggiore attenzione agli anziani va prestata subito, senza trascurare la realtà che vivono nelle Rsa dopo drastiche chiusure, morti senza controllo e tanta crudele indifferenza mostrata durante la pandemia.
Confinati nelle strutture hanno bisogno di assistenza e di cure, ma anche della visita delle persone care, altrimenti si affretta la loro fine. Se «il virus è sempre meno virulento, provoca febbre, mal di gola, raffreddore. Non polmonite. Si ferma alle vie respiratorie superiori», come ha dichiarato pochi giorni fa il presidente dell’Agenzia italiana del farmaco, Giorgio Palù, perché condannare alla morte per solitudine anziani plurivaccinati che non sono più a rischio di contrarre una grave malattia?
Pochi giorni fa, una delle strutture per non autosufficienti denominata «Loro» e che fa parte dell’Istituto assistenza anziani di Verona, ha chiuso le porte alle visite. Erano stati trovati dieci positivi e la direzione ha deciso lo stop. La reazione a una misura considerata eccessiva quando non c’è rischio, né emergenza è stata immediata.
Il Comitato Verona per la libertà ha protestato fuori da Villa Monga, la sede amministrativa, con un video che ha spopolato sui social. «Siamo stati ricevuti dalla direttrice, che ha firmato la chiusura dopo il consulto con medici e Ulss», spiega Francesca Menin che fa parte del comitato. «Ci è stato detto che stanno “benissimo”, che tutto è partito da un anziano che aveva qualche linea di febbre. Sono stati fatti un po’ di tamponi e hanno trovato dieci positivi». Sono in isolamento, senza problemi di salute, ma l’intera struttura ha fatto quadrato come in piena pandemia. Vietate «a oltranza» le visite, nessun permesso «per portare a casa il proprio congiunto positivo al tampone e che magari si vorrebbe assistere con maggiori cure», è indignata Francesca. L’Rsa non dà l’autorizzazione, può solo decidere il medico. Ma non era finito per tutti l’isolamento in caso di positività? Anche la figlia di un novantenne ospite della Rsa a Milano, in zona Baggio e con 21 positivi, voleva portarsi a casa il genitore. Nulla da fare.
Nelle cronache locali, i reparti chiusi per piccoli focolai fanno notizia, a livello nazionale non sono ancora diventati pretesto per evidenziare la crescita dei contagi. Si aspetta la partenza nella nuova campagna vaccinale, per seminare preoccupazione. Intanto, però, scattano le restrizioni. Si rispolverano vecchi moduli da compilare per far visita a un parente in Rsa. «Vedo persone in fila, che devono sottoscrivere di “non presentare segni e sintomi sospetti per Covid 19”, così di non avere avuto contatti con persone con “diagnosi sospetta”, e di non essere in quarantena, mentre siamo ancora obbligati a indossare le Ffp2», racconta Margherita.
Nome di fantasia, che una signora vicentina preferisce utilizzare per non compromettere la permanenza nella Rsa della madre novantenne, ricoverata a metà agosto all’ospedale San Bortolo del capoluogo Berico per frattura del femore. «Al pronto soccorso le fecero il tampone, anche se non presentava problemi respiratori. A un secondo test fu sottoposta prima dell’intervento, il terzo bastoncino le venne infilato nel naso prima di trasferirla alla Rsa per la riabilitazione», elenca la figlia. «Mi avvisarono che le avrebbero fatto il tampone ogni 48 ore, visto che si era fermata a due dosi di vaccino anti Covid, ma ho presentato il modulo di “dissenso informato” e adesso la lasciano in pace».
Si tratta di un modulo elaborato dal Comitato «Di sana e robusta costituzione», con il quale è possibile autocertificare l’assenza di segni e sintomi respiratori, negando il consenso al tampone. Nel documento viene riportata anche l’affermazione dell’infettivologo Matteo Bassetti: «Siamo alla completa follia da tamponi, ormai è finito il problema Covid, allora perché non tamponiamo per l’influenza, per il virus sinciziale? Vi rendete conto l’ignoranza di chi decide queste procedure a livello ospedaliero? Devono rendere conto ai cittadini».
Il tampone ripetuto agli ospiti delle Rsa viene segnalato da più parti, ma sembra importare a pochi la tortura inflitta a un anziano. Quante dosi abbiano ancora in circolazione non fa differenza, perché un altro novantenne della Rsa Parco delle Cave di Milano ne aveva fatte quattro eppure è risultato positivo. Ma non li vaccinano dicendo che è per il loro bene? Sulla carta, anzi nella circolare ministeriale di agosto, la campagna nazionale avrebbe come obiettivo «quello di prevenire la mortalità, le ospedalizzazioni e le forme gravi di Covid-19 nelle persone anziane e con elevata fragilità», alle quali «è raccomandata e offerta una dose di richiamo a valenza 12 mesi con la nuova formulazione di vaccino aggiornato». Vaccino che arriverà a ottobre, però intanto continuano a somministrare quello «vecchio». Sempre per il bene dei nostri anziani? La Regione Lazio fa sapere che «le vaccinazioni anti Covid nelle Rsa non si sono mai interrotte». In Lombardia, ad agosto «sono state effettuate 110 dosi su 56.000 ospiti delle strutture residenziali. Una sola era prima dose, per le altre si trattava di booster». Se il monovalente è raccomandato dall’Agenzia europea del farmaco soprattutto per fragili e anziani, perché somministrare il bivalente che non regge con le nuove varianti? Forse ci sono dosi in giacenza da smaltire? E le diamo alla mamma, al papà, al nonno? In Emilia Romagna «non ci sono campagne vaccinali in corso, né nelle Rsa né altrove», precisano dalla Regione.
In Veneto pure si attenderebbe il nuovo vaccino di Pfizer, però ci segnalano richiami già iniziati ad agosto nelle residenze. «Non per direttiva della Azienda Ulss 9 Scaligera, sono vaccinazioni gestite in autonomia dalle Rsa», precisano a Verona. Chissà in quante altre parti d’Italia sarà questa, la prassi tollerata.
Ministro Schillaci, che cosa aspetta per fare ordine e rispettare la salute degli anziani?
Gli Stati abbandonano la farmacovigilanza
Sarà certamente un caso, ma proprio quando arrivano dati sui vaccini che non avremmo mai voluto leggere, riparte la grancassa delle vaccinazioni anti Covid e allo stesso tempo si spengono i riflettori sulla farmacovigilanza. Con una laconica segnalazione, i Centers for Disease Control (Cdc) americani hanno serenamente comunicato ai cittadini di aver chiuso la piattaforma sugli eventi avversi dei vaccini antiCovid, v-Safe. «Grazie per la tua partecipazione - si legge aprendo l’applicazione creata dall’agenzia federale - la raccolta dei dati per i vaccini Covid-19 si è conclusa il 30 giugno 2023».
La farmacovigilanza in America poggiava su due strumenti: il vecchio Vaers (Vaccine Adverse Event Reporting System) della Food and Drug Administration (Fda), sistema di sorveglianza passiva che funzionava attraverso la compilazione di alcuni moduli online, e il v-Safe, programma di sorveglianza attiva per monitorare la sicurezza dei vaccini, gestito dai Cdc. V-safe era un’applicazione rivolta a un gruppo demografico più giovane - quello che usa le app ma anche quello più bersagliato dalla propaganda pro-vax anti Covid - ed è stata spenta all’improvviso.
Quali siano gli argomenti contrari al monitoraggio continuo delle vaccinazioni anti covid i Cdc non lo hanno spiegato, limitandosi a reindirizzare verso il Vaers. Ma secondo David Gortler, farmacologo ed ex senior advisor di Fda, i rapporti Vaers rappresentano meno dell’1% degli eventi avversi del vaccino che si verificano realmente. Non solo: prima che il database fosse rimosso, Gortler ha condiviso un’immagine dalla dashboard V-safe in cui i cittadini colpiti da effetti collaterali risultavano essere 6,4 milioni, di cui 2 milioni ormai «incapaci di svolgere le normali attività della vita quotidiana e con urgente necessità di cure mediche».
Un dato forse troppo scomodo per essere tenuto online. I Cdc, nel frattempo, stanno procedendo con la campagna vaccinale per il nuovo vaccino autorizzato in tutta fretta (anche in Europa, grazie anche alla «procedura accelerata» di approvazione dei farmaci varata dall’Agenzia europea per i medicinali) e continuano a raccomandare vaccini e richiami anti Covid «per tutti i cittadini di età pari o superiore a 6 mesi», come da indicazioni del presidente Usa Joe Biden, che ha appena chiesto al Congresso altri fondi per i farmaci adattati alle nuove varianti. Vacciniamoci di più e vigiliamo di meno, insomma.
Nel Regno Unito il caos dei dati è emerso in maniera ancora più sfacciata: lo scorso 25 agosto, con un ritardo di sei mesi, l’Office for National Statistics (Ons), l’Istat inglese, ha finalmente rilasciato un disastroso aggiornamento sui decessi rispetto allo stato vaccinale.
Molti esperti hanno immediatamente rilevato che circa il 95% di tutti i decessi era tra i vaccinati. Poche ore dopo la pubblicazione del rapporto, l’Ons ha pubblicato un disclaimer in cui, informando che c’era stato un «problema relativo al modo in cui i dati vengono sommati dopo quattro dosi di vaccinazione», invitava i lettori a non utilizzarli. In calce alla precisazione, l’Ons ha comunicato che i rapporti sui decessi per stato vaccinale non saranno più pubblicati: «Non aggiorneremo più l’analisi dei decessi per stato vaccinale, serie Inghilterra. L’ultima edizione è stata da aprile 2021 a maggio 2023, pubblicata il 25 agosto 2023. Questa pubblicazione è stata istituita durante la pandemia di Covid 19 per rispondere in modo tempestivo a importanti domande sulla mortalità in base allo status vaccinale».
L’Italia, come sempre, va al traino. L’Istituto superiore di sanità (Iss) guidato da Silvio Brusaferro ha pubblicato i dati sull’efficacia dei vaccini fino a gennaio 2023. Quando non è stato più possibile nascondere l’evidenza della cosiddetta «efficacia negativa» dei farmaci anti Covid, corrispondente a una maggiore incidenza di reinfezione tra i vaccinati, il format dei bollettini è cambiato. «Dal 25 gennaio 2023 i dati relativi alla copertura vaccinale e alla stima dell’efficacia vaccinale non vengono più pubblicati nel presente report», ha comunicato l’Iss nel suo rapporto esteso datato 1 febbraio 2023 e pubblicato il 3 febbraio. «Viene prodotto, invece, un documento mensile contenente una stima del rischio assoluto di infezione da Sars CoV-2 (sintomatica e asintomatica) e di malattia grave, che tiene conto non solo dello stato vaccinale ma anche di una eventuale infezione pregressa». Tutto bellissimo se non fosse che, del famoso «documento mensile», non c’è traccia. Dopo quello di febbraio e un altro report relativo al periodo 2 gennaio-5 febbraio 2023 e reso pubblico tre mesi dopo, il 21 aprile 2023, l’Iss non ha pubblicato più nulla. Non doveva essere mensile? Dopo report a singhiozzo (prima mensili, poi trimestrali, infine quando capitava), i dati sulle segnalazioni di sospette reazioni avverse ai vaccini anti covid, gestiti dall’Agenzia italiana del farmaco (Aifa) presieduta da Giorgio Palù, sono confluiti nel Rapporto sulla sorveglianza post-marketing di tutti i vaccini, pubblicato però soltanto una volta l’anno.
Insomma: crescono le segnalazioni e aumenta la pressione vaccinale, mentre magicamente i dati sugli effetti collaterali sono meno disponibili. Nel più perfetto dei «mondi al contrario», non poteva andare diversamente.
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Obblighi di fatto su iniezioni e tamponi, restrizioni per i visitatori, dosi non aggiornate: ogni Regione va per conto suo. Finché è permessa discrezionalità, ci rimettono pazienti e famiglie.Mentre l’ultimo report Iss sull’efficacia dei sieri risale ad aprile, gli Stati Uniti hanno dismesso la piattaforma dei Cdc in seguito a oltre 6 milioni di segnalazioni di effetti avversi. L’Istat inglese, invece, non aggiornerà più le analisi dei decessi per stato vaccinale.Lo speciale contiene due articoli.Si ripropone l’allarme ingiustificato nelle Rsa. Basta qualche positivo, anche asintomatico, per isolare i nostri anziani vietando le visite. E tornano i tamponi a raffica, le richieste di compilare moduli di «corresponsabilità», prima di varcare il cancello di una struttura. Per non parlare delle terze o quarte dosi di anti Covid già somministrate nei giorni scorsi, senza aspettare il nuovo vaccino che arriverà a ottobre. «I bisogni assistenziali legati alla terza età devono diventare un tema centrale nei prossimi anni», dichiarava a marzo il ministro della Salute, Orazio Schillaci. Una maggiore attenzione agli anziani va prestata subito, senza trascurare la realtà che vivono nelle Rsa dopo drastiche chiusure, morti senza controllo e tanta crudele indifferenza mostrata durante la pandemia. Confinati nelle strutture hanno bisogno di assistenza e di cure, ma anche della visita delle persone care, altrimenti si affretta la loro fine. Se «il virus è sempre meno virulento, provoca febbre, mal di gola, raffreddore. Non polmonite. Si ferma alle vie respiratorie superiori», come ha dichiarato pochi giorni fa il presidente dell’Agenzia italiana del farmaco, Giorgio Palù, perché condannare alla morte per solitudine anziani plurivaccinati che non sono più a rischio di contrarre una grave malattia?Pochi giorni fa, una delle strutture per non autosufficienti denominata «Loro» e che fa parte dell’Istituto assistenza anziani di Verona, ha chiuso le porte alle visite. Erano stati trovati dieci positivi e la direzione ha deciso lo stop. La reazione a una misura considerata eccessiva quando non c’è rischio, né emergenza è stata immediata. Il Comitato Verona per la libertà ha protestato fuori da Villa Monga, la sede amministrativa, con un video che ha spopolato sui social. «Siamo stati ricevuti dalla direttrice, che ha firmato la chiusura dopo il consulto con medici e Ulss», spiega Francesca Menin che fa parte del comitato. «Ci è stato detto che stanno “benissimo”, che tutto è partito da un anziano che aveva qualche linea di febbre. Sono stati fatti un po’ di tamponi e hanno trovato dieci positivi». Sono in isolamento, senza problemi di salute, ma l’intera struttura ha fatto quadrato come in piena pandemia. Vietate «a oltranza» le visite, nessun permesso «per portare a casa il proprio congiunto positivo al tampone e che magari si vorrebbe assistere con maggiori cure», è indignata Francesca. L’Rsa non dà l’autorizzazione, può solo decidere il medico. Ma non era finito per tutti l’isolamento in caso di positività? Anche la figlia di un novantenne ospite della Rsa a Milano, in zona Baggio e con 21 positivi, voleva portarsi a casa il genitore. Nulla da fare.Nelle cronache locali, i reparti chiusi per piccoli focolai fanno notizia, a livello nazionale non sono ancora diventati pretesto per evidenziare la crescita dei contagi. Si aspetta la partenza nella nuova campagna vaccinale, per seminare preoccupazione. Intanto, però, scattano le restrizioni. Si rispolverano vecchi moduli da compilare per far visita a un parente in Rsa. «Vedo persone in fila, che devono sottoscrivere di “non presentare segni e sintomi sospetti per Covid 19”, così di non avere avuto contatti con persone con “diagnosi sospetta”, e di non essere in quarantena, mentre siamo ancora obbligati a indossare le Ffp2», racconta Margherita. Nome di fantasia, che una signora vicentina preferisce utilizzare per non compromettere la permanenza nella Rsa della madre novantenne, ricoverata a metà agosto all’ospedale San Bortolo del capoluogo Berico per frattura del femore. «Al pronto soccorso le fecero il tampone, anche se non presentava problemi respiratori. A un secondo test fu sottoposta prima dell’intervento, il terzo bastoncino le venne infilato nel naso prima di trasferirla alla Rsa per la riabilitazione», elenca la figlia. «Mi avvisarono che le avrebbero fatto il tampone ogni 48 ore, visto che si era fermata a due dosi di vaccino anti Covid, ma ho presentato il modulo di “dissenso informato” e adesso la lasciano in pace».Si tratta di un modulo elaborato dal Comitato «Di sana e robusta costituzione», con il quale è possibile autocertificare l’assenza di segni e sintomi respiratori, negando il consenso al tampone. Nel documento viene riportata anche l’affermazione dell’infettivologo Matteo Bassetti: «Siamo alla completa follia da tamponi, ormai è finito il problema Covid, allora perché non tamponiamo per l’influenza, per il virus sinciziale? Vi rendete conto l’ignoranza di chi decide queste procedure a livello ospedaliero? Devono rendere conto ai cittadini».Il tampone ripetuto agli ospiti delle Rsa viene segnalato da più parti, ma sembra importare a pochi la tortura inflitta a un anziano. Quante dosi abbiano ancora in circolazione non fa differenza, perché un altro novantenne della Rsa Parco delle Cave di Milano ne aveva fatte quattro eppure è risultato positivo. Ma non li vaccinano dicendo che è per il loro bene? Sulla carta, anzi nella circolare ministeriale di agosto, la campagna nazionale avrebbe come obiettivo «quello di prevenire la mortalità, le ospedalizzazioni e le forme gravi di Covid-19 nelle persone anziane e con elevata fragilità», alle quali «è raccomandata e offerta una dose di richiamo a valenza 12 mesi con la nuova formulazione di vaccino aggiornato». Vaccino che arriverà a ottobre, però intanto continuano a somministrare quello «vecchio». Sempre per il bene dei nostri anziani? La Regione Lazio fa sapere che «le vaccinazioni anti Covid nelle Rsa non si sono mai interrotte». In Lombardia, ad agosto «sono state effettuate 110 dosi su 56.000 ospiti delle strutture residenziali. Una sola era prima dose, per le altre si trattava di booster». Se il monovalente è raccomandato dall’Agenzia europea del farmaco soprattutto per fragili e anziani, perché somministrare il bivalente che non regge con le nuove varianti? Forse ci sono dosi in giacenza da smaltire? E le diamo alla mamma, al papà, al nonno? In Emilia Romagna «non ci sono campagne vaccinali in corso, né nelle Rsa né altrove», precisano dalla Regione.In Veneto pure si attenderebbe il nuovo vaccino di Pfizer, però ci segnalano richiami già iniziati ad agosto nelle residenze. «Non per direttiva della Azienda Ulss 9 Scaligera, sono vaccinazioni gestite in autonomia dalle Rsa», precisano a Verona. Chissà in quante altre parti d’Italia sarà questa, la prassi tollerata.Ministro Schillaci, che cosa aspetta per fare ordine e rispettare la salute degli anziani?<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/rsa-vaccino-anziani-regole-2664904529.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="gli-stati-abbandonano-la-farmacovigilanza" data-post-id="2664904529" data-published-at="1693858727" data-use-pagination="False"> Gli Stati abbandonano la farmacovigilanza Sarà certamente un caso, ma proprio quando arrivano dati sui vaccini che non avremmo mai voluto leggere, riparte la grancassa delle vaccinazioni anti Covid e allo stesso tempo si spengono i riflettori sulla farmacovigilanza. Con una laconica segnalazione, i Centers for Disease Control (Cdc) americani hanno serenamente comunicato ai cittadini di aver chiuso la piattaforma sugli eventi avversi dei vaccini antiCovid, v-Safe. «Grazie per la tua partecipazione - si legge aprendo l’applicazione creata dall’agenzia federale - la raccolta dei dati per i vaccini Covid-19 si è conclusa il 30 giugno 2023». La farmacovigilanza in America poggiava su due strumenti: il vecchio Vaers (Vaccine Adverse Event Reporting System) della Food and Drug Administration (Fda), sistema di sorveglianza passiva che funzionava attraverso la compilazione di alcuni moduli online, e il v-Safe, programma di sorveglianza attiva per monitorare la sicurezza dei vaccini, gestito dai Cdc. V-safe era un’applicazione rivolta a un gruppo demografico più giovane - quello che usa le app ma anche quello più bersagliato dalla propaganda pro-vax anti Covid - ed è stata spenta all’improvviso. Quali siano gli argomenti contrari al monitoraggio continuo delle vaccinazioni anti covid i Cdc non lo hanno spiegato, limitandosi a reindirizzare verso il Vaers. Ma secondo David Gortler, farmacologo ed ex senior advisor di Fda, i rapporti Vaers rappresentano meno dell’1% degli eventi avversi del vaccino che si verificano realmente. Non solo: prima che il database fosse rimosso, Gortler ha condiviso un’immagine dalla dashboard V-safe in cui i cittadini colpiti da effetti collaterali risultavano essere 6,4 milioni, di cui 2 milioni ormai «incapaci di svolgere le normali attività della vita quotidiana e con urgente necessità di cure mediche». Un dato forse troppo scomodo per essere tenuto online. I Cdc, nel frattempo, stanno procedendo con la campagna vaccinale per il nuovo vaccino autorizzato in tutta fretta (anche in Europa, grazie anche alla «procedura accelerata» di approvazione dei farmaci varata dall’Agenzia europea per i medicinali) e continuano a raccomandare vaccini e richiami anti Covid «per tutti i cittadini di età pari o superiore a 6 mesi», come da indicazioni del presidente Usa Joe Biden, che ha appena chiesto al Congresso altri fondi per i farmaci adattati alle nuove varianti. Vacciniamoci di più e vigiliamo di meno, insomma. Nel Regno Unito il caos dei dati è emerso in maniera ancora più sfacciata: lo scorso 25 agosto, con un ritardo di sei mesi, l’Office for National Statistics (Ons), l’Istat inglese, ha finalmente rilasciato un disastroso aggiornamento sui decessi rispetto allo stato vaccinale. Molti esperti hanno immediatamente rilevato che circa il 95% di tutti i decessi era tra i vaccinati. Poche ore dopo la pubblicazione del rapporto, l’Ons ha pubblicato un disclaimer in cui, informando che c’era stato un «problema relativo al modo in cui i dati vengono sommati dopo quattro dosi di vaccinazione», invitava i lettori a non utilizzarli. In calce alla precisazione, l’Ons ha comunicato che i rapporti sui decessi per stato vaccinale non saranno più pubblicati: «Non aggiorneremo più l’analisi dei decessi per stato vaccinale, serie Inghilterra. L’ultima edizione è stata da aprile 2021 a maggio 2023, pubblicata il 25 agosto 2023. Questa pubblicazione è stata istituita durante la pandemia di Covid 19 per rispondere in modo tempestivo a importanti domande sulla mortalità in base allo status vaccinale». L’Italia, come sempre, va al traino. L’Istituto superiore di sanità (Iss) guidato da Silvio Brusaferro ha pubblicato i dati sull’efficacia dei vaccini fino a gennaio 2023. Quando non è stato più possibile nascondere l’evidenza della cosiddetta «efficacia negativa» dei farmaci anti Covid, corrispondente a una maggiore incidenza di reinfezione tra i vaccinati, il format dei bollettini è cambiato. «Dal 25 gennaio 2023 i dati relativi alla copertura vaccinale e alla stima dell’efficacia vaccinale non vengono più pubblicati nel presente report», ha comunicato l’Iss nel suo rapporto esteso datato 1 febbraio 2023 e pubblicato il 3 febbraio. «Viene prodotto, invece, un documento mensile contenente una stima del rischio assoluto di infezione da Sars CoV-2 (sintomatica e asintomatica) e di malattia grave, che tiene conto non solo dello stato vaccinale ma anche di una eventuale infezione pregressa». Tutto bellissimo se non fosse che, del famoso «documento mensile», non c’è traccia. Dopo quello di febbraio e un altro report relativo al periodo 2 gennaio-5 febbraio 2023 e reso pubblico tre mesi dopo, il 21 aprile 2023, l’Iss non ha pubblicato più nulla. Non doveva essere mensile? Dopo report a singhiozzo (prima mensili, poi trimestrali, infine quando capitava), i dati sulle segnalazioni di sospette reazioni avverse ai vaccini anti covid, gestiti dall’Agenzia italiana del farmaco (Aifa) presieduta da Giorgio Palù, sono confluiti nel Rapporto sulla sorveglianza post-marketing di tutti i vaccini, pubblicato però soltanto una volta l’anno. Insomma: crescono le segnalazioni e aumenta la pressione vaccinale, mentre magicamente i dati sugli effetti collaterali sono meno disponibili. Nel più perfetto dei «mondi al contrario», non poteva andare diversamente.
Fabio Brescacin
E i quattro amici al bar?
«È una storia lunga ed esaltante. Mi ero appena laureato in agraria: si sentivano ancora gli echi del ‘77. Ma io con dei miei compagni di corso che poi sono diventati soci nella prima avventura imprenditoriale avvertivo che la vera rivoluzione stava nel tornare alla terra, alla buona terra. Partii per l’Inghilterra per un anno di ulteriore studio e al mio ritorno con gli amici del bar abbiano fondato Ariele, che è stata la prima bottega biologica d’Italia. Da lì è cominciato il percorso che oggi si è fatto NaturaSì con una precisa idea: coltivare naturalmente, per vendere equamente offrendo a chi consuma un’alternativa salutare facendo del bene alle persone e alla terra. Ancora oggi questo è il paradigma di NaturaSì».
Che però è ben altra cosa…
«Dimensionalmente sì, ma nella filosofia produttiva no. Mi piacerebbe molto parlare ai nostri clienti di Rudolf Steiner, dell’antroposofia che ci ha portato a Treviso a fondare un circolo ispirato alle teorie steineriane applicate all’agricoltura. Strano no? In questo mondo tutto orientato al profitto NaturaSì è retta da una fondazione non profit, la Libera Fondazione Antroposofica Rudolf Steiner, che può nominare 7 dei 12 membri del consiglio di amministrazione».
E Brescacin è ancora u no dei quattro del bar?
«Beh di anni ne sono passati, ma sì: credo ancora in ciò che ho perseguito per tutta la vita. Amo la terra, chi la lavora con l’intento di sostentare gli uomini. Il mondo attorno a me è cambiato e noi dobbiamo stare al passo con i tempi però senza perdere la nostra identità. Senza farsi influenzare. Io per evitare interferenze non ho nemmeno la televisione a casa».
A quanti negozi siete arrivati?
«Abbiamo più di 350 negozi di cui 120 gestiti direttamente; fanno metà del nostro fatturato che si aggira sul mezzo miliardo di euro. Fondamentale per noi è il rapporto diretto con le aziende agricole. Alcune sono socie o sono da noi partecipate - l’Azienda agricola San Michele nel veneziano, la Fattoria Di Vaira in Molise, le Cascine Orsine nel pavese, l’Azienda Agricola Biodinamica La Decima nel vicentino - altre sono fornitori abituali e ormai sono più di 300 tutte a coltivazione biologica, molte biodinamiche. È da questi campi che traiamo gran parte dei prodotti che vengono commercializzati nei nostri punti vendita e che ci fanno essere il più consistente e importante operatore nel biologico in Italia e tra i primi in Europa».
Sicuro che il biologico funziona ancora? Non è troppo caro per le tasche degli italiani?
«Funziona, eccome se funziona. Da quando siamo nati siamo sempre cresciuti. Le tappe di avvicinamento ai traguardi di oggi sono state scandite da scelte e momenti precisi. Dopo Ariele fondammo Ecor, poi nel ’92 nasce NaturaSì per dare vita a una rete di supermercati dove si vendeva solo bio. Poi nel 2009 c’è stata la fusione tra Ecor e NaturaSì e ora siamo qui con sempre nuovi progetti. Uno a cui teniamo molto è la libera Scuola Steiner Waldorf “Novalis” in provincia di Treviso: accoglie bambini e ragazzi dalla scuola d’infanzia fino al termine del percorso superiore, è la prima in Italia a rilasciare un diploma in agricoltura biologica biodinamica. Che è la vocazione della San Michele, l’azienda biodinamica che abbiamo in provincia di Venezia. Queste e molte altre sono le ragioni per cui il biologico funziona. Quanto al prezzo, su questo abbiamo impostato una recentissima campagna di comunicazione che parte da questo slogan: se paghi un prezzo del cibo troppo basso qualcuno lo paga per te».
Domanda scontata: chi paga?
«Tutti noi con le tasse, con la sanità che va in crisi perché nutrirsi troppo e male ci porta a intasare gli ospedali. Le statistiche sulle malattie non trasmissibili derivanti da alimentazione scorretta sono devastanti. Con le tasse dobbiamo fare fronte ai disastri ambientali, dobbiamo trovare dei rimedi ai terreni che vengono progressivamente abbandonati e ci costringono a importare la qualunque e non si sa cosa. Ma i primi a pagare sono i contadini. La nostra campagna si chiama: il giusto prezzo del cibo per la salute dell’uomo e della terra. Noi esponiamo sui cartellini dei prezzi non solo il costo del prodotto, ma quanto va remunerato il lavoro, starei per dire sociale, che svolge l’agricoltore che è la prima sentinella e il primo tutore dell’ambiente. Nella nostra campagna abbiamo messo una foto di un finocchio a 1,80 euro di costo che spiega come un euro e venticinque centesimi vanno a remunerare il costo del prodotto stesso e 55 centesimi remunerano i cosiddetti servizi ecosistemici, dalla tutela della biodiversità a quella del paesaggio, che l’agricoltore svolge. Se si guarda così il biologico è proprio a buon mercato. E ora c’è la guerra che ci dà una mano».
Ma come la guerra? Da uno come lei ci si spetterebbe una condanna della guerra…
«Proprio per ciò che penso e per ciò che ho fatto mi posso permettere di ridicolizzare la guerra e dire che ci dà una mano. Sia chiaro: io sono contro la guerra! Con l’aumento vertiginoso che subiranno i fertilizzanti e i costi energetici che schizzano in alto, i prezzi dell’agricoltura convenzionale subiranno un’impennata mentre i prezzi delle produzioni biologiche proprio perché sono di prossimità, perché vengono coltivate con fertilizzanti organici nel pieno rispetto del ciclo naturale resteranno stabili. E finalmente il consumatore si accorgerà che bio conviene. E poi conviene perché protegge la terra che è la nostra unica casa, che quelli che fanno le guerre non mi pare abbiamo così tanto a cuore».
Come fa l’agricoltura biologica a proteggere il pianeta?
«Ci sono precisi indicatori scientifici. Un dato a me pare clamoroso: l’agricoltura convenzionale e l’uso del suolo emettono 12 gigatonnellate (una gigatonnellata è pari a un miliardo di tonnellate, ndr), l’agricoltura biologica è in grado di catturare e assorbire 18 gigatonnellate di C02, vuol dire contribuire grandemente a risanare l’ambiente. Un altro dato: ogni albero cattura 33 chili di C02 e una tonnellata di composto organico fa risparmiare sei quintali di anidride carbonica. Si vede così quanto sia fondamentale considerare il rapporto costo beneficio dei sistemi agroalimentari quando si parla complessivamente di tutela ambientale. L’agricoltore che coltiva in biologico è un attore reale e concreto della salvaguardia del pianeta».
D’accordo, ma gli agricoltori se la sono presa tanto col Green deal. Come se lo spiega?
«Premesso che abbandonare il Green deal è un errore, rispondo che est modus in rebus. Il progetto europeo è stato mal concepito, mal raccontato e ancora peggio implementato, Bisogna fare leva sull’alleanza agricoltore-consumatore per far percepire i vantaggi di politiche e di pratiche orientate alla tutela ambientale. Se si impongono troppe regole sovente inefficaci si produce l’effetto opposto. L’Europa per molto tempo ha dato l’idea di considerare l’agricoltura nemica dell’ambiente e invece è l’esatto opposto».
Per questo NaturaSì sta lanciando la campagna sui benefici del biologico?
«Cerchiamo di coinvolgere il consumatore in una gestione responsabile dei suoi acquisti. Non mi stancherò mai di ripetere che l’atto alimentare è culturale, sociale, economico e politico. A secondo di cosa si consuma si determinano il corso e gli obbiettivi dei cicli economici. Dunque se è vero com’è vero che la tutela ambientale è, almeno a pelle, un patrimonio comune bisogna tradurre questa aspirazione in comportamento consapevole anche nell’acquisto alimentare».
Quindi i giovani sono i vostri primi clienti…
«No, mi viene da dire purtroppo no. Non hanno la percezione dell’acquisto responsabile. I nostri migliori clienti sono le famiglie con bambini piccoli che stanno molto attente ai valori nutrizionali, alla salubrità e provenienza del cibo. E poi ci sono gli anziani. Consumano poco, dovrebbero avere più reddito, ma quando possono fanno scelte che li avvicinano alla campagna, alla natura. Credo che si debbano condurre campagne di sensibilizzazione sul valore culturale del cibo e sul suo valore nutrizionale. Mi viene da rimpiangere il Regimen Sanitatis della scuola medica salernitana che indica come da mille anni sia nostro patrimonio di civiltà comprendere la relazione tra cibo e salute».
Quali sono dunque le scelte più consapevoli?
«Cibo da coltivazione biologica di prossimità. Il chilometro zero è diventato un modo di dire, ma deve continuare a essere un modo di fare e di proporre cibi freschi che arrivano a tempo zero sulla tavola. Noi abbiamo un centro logistica che in 24 ore porta nei mercati di tutta Italia ogni prodotto. Qualcosa dobbiamo importare, ma è sempre da coltivazione biologica certificata. E poi c’è il terzo elemento indispensabile: la stagionalità. Per mangiare secondo natura e stare in salute bisogna andare a tempo con la natura».
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Antonio Tajani (Ansa)
Come già emerso, a Bruxelles la scorsa settimana si è parlato di un razionamento dell’energia elettrica, così come avvenuto nel 2022, all’inizio della guerra in Ucraina, ma si pensa anche ad altre soluzioni come il ritorno al nucleare con i mini-reattori di nuova generazione.
Intanto, mentre si discute su cosa fare, alle pompe il prezzo medio self-service è di 1,84 euro al litro per la benzina e 2,07 euro al litro per il gasolio. Per capire la gravità della situazione, basta ricordare che la maggior parte degli italiani possiede mezzi alimentati a diesel e che lo stesso tipo di carburante è quello che serve a mezzi come tir, furgoni e macchine da lavoro. Nel frattempo, il Financial Times fa anche sapere che, se i prezzi del greggio si mantenessero ai livelli raggiunti dall’inizio della guerra in Iran, le compagnie petrolifere statunitensi potrebbero incassare quest’anno un guadagno straordinario di oltre 60 miliardi di dollari. Inoltre, secondo le proiezioni della banca d’investimento Jefferies, i produttori americani genereranno un flusso di cassa aggiuntivo di 5 miliardi di dollari solo questo mese, a seguito di un aumento dei prezzi del petrolio di circa il 47% rispetto al 28 febbraio, giorno dell’attacco in Iran. Quadro più complicato, invece, per le maggiori compagnie petrolifere internazionali. Tuttavia, il segretario americano all’Energia, Chris Wright, ha assicurato che i prezzi torneranno ai livelli pre bellici in tempo per i viaggi estivi.
Per quanto riguarda l’Italia, ne ha parlato ieri il ministro degli Esteri Antonio Tajani a Diario della domenica su Rete 4: «Dobbiamo evitare che ci sia un’impennata dei prezzi: il governo sta valutando una riduzione delle accise». Le sue parole però vanno contro quello che aveva spiegato il ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso, in un’intervista al Quotidiano nazionale: «No a un taglio delle accise» perché «con il governo Draghi costò allo Stato, ai cittadini, circa 1 miliardo al mese e non raggiunse l’obiettivo». Il ministro si è detto favorevole, invece, a interventi mirati per i meno abbienti. Tajani ha poi precisato: «Stiamo lavorando, il problema non è fare in fretta ma fare bene». Tradotto: il governo prende tempo perché il rischio è quello di far danni.
«Il governo sceglie la strada sbagliata, rifiutando di tagliare le accise come prevede la normativa italiana e annunciando i soliti inutili palliativi che varranno solo per le famiglie meno abbienti senza apportare reali benefici alla collettività», lamenta il Codacons, rispondendo alle dichiarazioni rilasciate da Urso. «Il ministro boccia su tutta la linea il possibile taglio delle accise, fornendo a supporto delle sue tesi numeri inesatti» perché «la riduzione della tassazione sui carburanti operata da Draghi nel marzo del 2022 portò infatti l’indice nazionale dell’inflazione a calare in modo immediato dello 0,5% (dal 6,5% al 6%) che, tradotto in soldoni e considerata la spesa per consumi delle famiglie italiane dell’anno 2022, equivale ad un risparmio da circa 4 miliardi di euro per la collettività dei consumatori».
«Un’idea sulla quale ragionare», ha di nuovo ribadito il vicepremier Tajani nella stessa giornata: «Può essere un taglio delle accise compensato dall’aumento dell’Iva». Si registra un po’ di confusione, insomma: l’unica certezza è che con il rialzo dei prezzi anche l’Iva si alza e quindi lo Stato incasserà di più. L’altra certezza è che si sta attentissimi ai conti. Obiettivo: rimettere i conti in ordine e uscire, come previsto, entro quest’anno dalla procedura d’infrazione Ue.
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Prima di diventare l’uomo più veloce e famoso del mondo, fu asso della caccia e anche abbattuto. Ecco un piccolo ritratto di uno dei piloti migliori al mondo.
Ora, a seguito del bombardamento di Teheran da parte di Stati Uniti e Israele, si ritorna alla domanda iniziale: vogliamo sostenere la libertà dell’Ucraina o la nostra economia? Perché è evidente che, se la priorità dell’Europa e pure quella dell’Italia è la resistenza di Kiev, il nostro Paese deve dire addio alla crescita, salutare l’aumento del Pil, dimenticare qualsiasi riduzione del tasso d’inflazione. In altre parole, come ci fece intuire Mario Draghi, la libertà (dell’Ucraina) ha un costo e si tratta di un prezzo non banale. Siamo disposti a sostenere la resistenza di Volodymyr Zelensky e del suo popolo senza se e senza ma anche ora che la situazione, causa guerra all’Iran, volge al peggio? E allora dobbiamo prepararci a stringere di più la cinghia, perché i tempi che si ci prospettano sono ancora più difficili. Mi spiego. Con il blocco dello Stretto di Hormuz e lo stop al transito delle petroliere ma anche delle navi cisterne che trasportano gas, l’Italia e l’Europa rischiano, se non di avere problemi di approvvigionamento energetico, quantomeno di pagare caro la crisi generata dal conflitto innescato dai bombardamenti americani e israeliani. Il prezzo del greggio ha oltrepassato i 100 euro al barile e quello del gas ha avuto una fiammata. Per questo Donald Trump ha sospeso per trenta giorni le sanzioni nei confronti dell’India, consentendo a Nuova Delhi di comprare petrolio da Mosca. E per questo ha esteso la moratoria ad altri Paesi. Tornare a comprare petrolio e metano dalla Russia converrebbe anche a noi, per lo meno fino a che la guerra in Iran non farà tornare forniture e prezzi a livelli normali. Però l’Europa non pare disposta a nessun passo indietro nei confronti di Putin. Anzi, non soltanto sembra intenzionata a riconfermare le misure fin qui adottate, ma, di fronte alla situazione venutasi a creare con il conflitto che coinvolge i Paesi del Golfo, ha una soluzione che prevede di tagliare del 15% i consumi di metano e greggio. Insomma, nessuna retromarcia sulle sanzioni a Mosca, ma neppure alcuna concessione nei confronti di chi almeno chiede un rallentamento nell’attuazione del politiche green. In altre parole, avanti tutta verso il disastro. Perché è evidente che rinunciare ai combustibili fossili che potrebbero essere comperati da Mosca, sostituendo quelli che non giungono per via della guerra in Iran, e accelerare la transizione ecologica significa solo punire ulteriormente l’industria europea. Già molte aziende sono in difficoltà a causa delle strategie imposte da Bruxelles. Già si accumulano i dubbi nei confronti della scelta di dire no alla riapertura delle forniture russe. Se poi a tutto ciò si aggiunge un giro di vite dei consumi per far fronte alla crisi seguita al conflitto in Iran, le politiche europee somigliano molto a un suicidio. Nei giorni scorsi la Volkswagen ha annunciato il licenziamento di 50.000 dipendenti per effetto del rallentamento del mercato e, al pari dell’industria automobilistica tedesca, altri grandi gruppi stanno facendo i conti con la caduta improvvisa delle vendite. Se poi a questo si aggiungono le follie di Ursula von der Leyen e compagni, il capolavoro è compiuto.
Prima ci renderemo conto degli atti di masochismo a cui ci sta condannando la Ue e meglio sarà. Magari sarà impossibile tornare indietro; almeno fermare il declino, però, non soltanto è possibile ma auspicabile. Perché la libertà si accompagna anche con la tenuta dei bilanci di famiglie e imprese.
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