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2021-12-10
Roma, trovata antimonnezza: niente pacchi
Ansa
Natale pulito, finalmente, con i nuovi sindaci del Pd. A Roma, la giunta Gualtieri invita i cittadini a non incartare i regali per non aggravare il lavoro di quei poverini che dovrebbero tenere in ordine la capitale. Mentre a Torino, la giunta Lo Russo, in piena continuità con il corto respiro di quella di Chiara Appendino, sceglie di rafforzare la sua virata da città tecnologica e dell’auto a bed&breackfast di massa con un albero di Natale costruito con pannelli sintetici verde scuro, prontamente ribattezzato dai torinesi «Zerbino». Spariti i cinghiali in libera uscita, insieme alle promesse elettorali, resta questa gran voglia di pulizia e sobrietà. Con un altro paio di divieti alla Roberto Speranza, tipo regalare panettoni da due chili, un Natale da Grande Depressione è assicurato.
«Cari romani, non incartate i regali di Natale». Questo l’appello di Sabrina Alfonsi, antropologa romana prestata al Pd e piazzata da Roberto Gualtieri su una delle poltrone più insidiose del pianeta, quella di assessore ai rifiuti. Insomma, un Natale senza sorprese, pulito e trasparente come un bando del Campidoglio o come il piano ferie dell’Ama, la municipalizzata romana dei rifiuti dove ti pagano per non darti malato. Ma anche un Natale fantasioso e gretino nel senso più alto del termine, perché risparmiando tonnellate e tonnellate di carta e nastrini, i romani potranno salvare centinaia di alberi. E trovare un nuovo modo di scambiarsi i regali mantenendo un minimo di suspence come, per esempio, tirarseli dietro dopo aver fatto voltare di spalle il destinatario, oppure nasconderli per casa organizzando una caccia al tesoro. Tuttavia, c’è il fondato sospetto che dietro alla trovata dei No pack piddini vi sia la presa d’atto che la mirabolante promessa di una città pulita «entro fine anno» sia totalmente irrealizzabile.
Per capirlo basta mettere in fila i proclami di Gualtieri oggi e domani sull’immondizia, che anche in questo lungo ponte dell’Immacolata debordava dai cassonetti e dai marciapiedi in mezzo centro storico, a Monteverde, all’Ostiense, all’Esquilino. In campagna elettorale, quest’autunno, lo storico dell’economia aveva garantito che pulire la città sarebbe stato il suo primo pensiero. Il 15 ottobre, appena uscito vincitore dalle urne, proclamò a Radio anch’io: «I primi cento giorni saranno molto intensi e inizieremo con una pulizia straordinaria della città, lanceremo il nostro piano rifiuti, trasporti e per la manutenzione straordinaria di Roma». Un mese appena e il 21 novembre, dalle colonne del giornale-partito della Capitale, La Repubblica, aggiustava il tiro: «A Natale, Roma sarà più pulita di come l’abbiamo trovata». In questa progressiva presa di coscienza si capisce meglio il fantasioso appello di Alfonsi sui regali nudi e crudi. Visto che l’unica cosa che finora è cambiata rispetto all’amministrazione di Virginia Raggi è che sono scomparsi i cinghiali (più che altro dai giornali e dalle tv locali), e considerato che Gualtieri ha già capito che le discariche mancanti andrebbero realizzate con il collega di partito Nicola Zingaretti, che dalla Regione Lazio ci dorme sopra da anni, a questo punto è lecito aspettarsi nuove idee alternative. Nelle altre capitali d’Europa, si sa, i rifiuti si raccolgono, si differenziano e si smaltiscono senza che servano dei premi Nobel. A Roma, sembra sia impossibile e ci si fa sopra la campagna elettorale ormai da un ventennio. Imitare gli altri, i Comuni che ce l’hanno fatta, evidentemente è ritenuto banale. E allora, dopo la chiamata alle armi dei No pack, non resterà che chiedere ai romani di tritare tutto e buttare gli avanzi del Cenone nel gabinetto.
Problemi ben minori a Torino, dove l’amministrazione a 5 stelle ha dovuto cedere il passo al grande ritorno del Pd. Dopo la mestizia della giunta di Piero Fassino e la finta rivoluzione «anti sistema» di Appendino, il partito ha giocato la carta di Stefano Lo Russo, geologo del Politecnico. La città sa gestire da anni l’ordinaria amministrazione e al confronto di Roma, come pulizia, sembra Vienna. Ma ha problemi di visione. Dopo il tradimento della Fiat e degli Agnelli-Elkann, il centrosinistra locale ha puntato secco su information technology, buon cibo, sport e cultura. Ma evidentemente, anche dovendosi promuovere con i turisti rispetto alla più scintillante Milano, Torino ancora fatica a dimenticare Mirafiori e dintorni. E così, mercoledì sera, mentre a 120 chilometri di distanza accendevano un albero di Swaroski in Galleria, in Piazza Vittorio montavano «Zerbino». Ovvero, un albero di Natale fatto di tanti pannelli verde scuro di pratino artificiale che potrebbe soddisfare le esigenze igieniche di una mezza dozzina di palazzi circostanti. Va detto che la selezione di questo grande tappeto a punta è merito della giunta Appendino, ma Lo Russo dev’essere rimasto stregato da un simile eco-portento e non ha osato cambiare addobbo. È costato 91.500 euro, ma si spera che l’anno prossimo, scambiato abilmente con quello di Milano, possa far mettere a bilancio una bella plusvalenza. In città, gli esperti del ramo pare che non manchino.
Letta non parla di Colle e politica. È ossessionato da Zan ed eutanasia
«Ne parliamo a gennaio». È il mantra dietro cui il segretario dem Enrico Letta, nella sua attesa sortita ad Atreju, si è trincerato per evitare di rispondere alle domande sulla sua strategia per l’elezione del prossimo capo dello Stato. Eppure, nel fortino costruito di fronte a Bruno Vespa e al nostro direttore Maurizio Belpietro che lo incalzavano, l’ex premier si è sbilanciato solo per dire no all’ipotesi Silvio Berlusconi, reputato inadeguato a raccogliere un largo consenso in Parlamento, ribadendo la propria disponibilità, almeno in linea di principio, a valutare candidature che vadano oltre il recinto del suo partito.
In un clima che non è mai uscito dai binari di un confronto civile, i momenti clou sono stati quelli in cui Letta e la platea di militanti e appassionati della destra si sono confrontati - talvolta con dei franchi botta e risposta - sui temi etici e di coscienza, dove la distanza tra il popolo della sinistra e quello dei conservatori è apparso anche ieri incolmabile. Ma proprio per questo, il dibattito è stato esaustivo. I primi mugugni dei presenti sono giunti quando, dopo che Letta aveva affermato di essere contento della sua presenza alla kermesse di Fdi e che ormai il problema per lui è di non sembrare troppo in sintonia con Giorgia Meloni, Belpietro gli ha chiesto se a questo punto siano terminati gli esami di democrazia per la destra. Nella sua risposta, il leader dem, seppure con delle perifrasi delicate, ha sostanziamente detto di no, e allo stesso Belpietro che gli chiedeva perché questo non valga per il passato dei partiti di sinistra, ha risposto «noi il problema lo abbiamo risolto, per noi non si pone». Altro capitolo spinoso, quello della legge Zan, per il quale Letta ha glissato sulle domande di chi gli chiedeva perché non si è potuto trovare un compromesso sulla parte del provvedimento che riguardava il «sesso percepito», attaccando invece i parlamentari contrari alla legge, rei di avere esultato al momento del suo affossamento in aula.
Ma il segretario Pd non ha mancato di indicare un altro fronte identitario su cui potrà, all’occorrenza, spingere per tenere uniti i suoi, e cioè il suicidio assistito, sul quale - tra le perplessità di tutti i presenti - ha chiesto collaborazione ai parlamentari di Fdi. Anche in quel caso, però, incalzato sui contenuti specifici e sull’atteggiamento dei dem sul possibile referendum sull’eutanasia, Letta ha buttato la palla in calcio d’angolo dicendo che deciderà il da farsi «dopo che si sarà pronunciata la Corte costituzionale». Certamente più praticabile, l’appello che Letta ha lanciato per un anno di riforme (in particolare quella dei regolamenti parlamentari per porre un argine al trasformismo) nel caso non si vada al voto subito, come invece invocato dalla Meloni e dai suoi. La volontà di arrivare a fine legislatura con Mario Draghi in sella al governo, peraltro, Letta l’ha espressa chiaramente quando ha affermato che sarebbe «positivo» se restasse a Palazzo Chigi e che sarebbe difficile tenere insieme l’attuale maggioranza se il premier traslocasse al Quirinale.
L’applauso più grande per il segretario del Pd è arrivato quando, ragionando di legge elettorale e ribadendo la sua personale preferenza per il sistema maggioritario (sulla quale il resto del suo partito non sembra seguirlo), ha affermato solennemente che «nella prossima legislatura, il Pd andrà al governo solo se vincerà le elezioni». Nel tendone di Piazza Risorgimento, a quel punto, è risuonato quasi un boato, dettato forse più dalla voglia di crederci che dalla fiducia in quanto detto.
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La giunta Gualtieri invita i cittadini a non incartare i regali per non aggravare il lavoro dei netturbini. Sabrina Alfonsi, l’antropologa assessore ai rifiuti, sollecita feste gretine. A Torino, il neosindaco Stefano Lo Russo indispettisce con l’albero battezzato «Zerbino»Per il Quirinale Enrico Letta mette il veto soltanto a Silvio Berlusconi. La ricerca di temi etici identitariLo speciale contiene due articoliNatale pulito, finalmente, con i nuovi sindaci del Pd. A Roma, la giunta Gualtieri invita i cittadini a non incartare i regali per non aggravare il lavoro di quei poverini che dovrebbero tenere in ordine la capitale. Mentre a Torino, la giunta Lo Russo, in piena continuità con il corto respiro di quella di Chiara Appendino, sceglie di rafforzare la sua virata da città tecnologica e dell’auto a bed&breackfast di massa con un albero di Natale costruito con pannelli sintetici verde scuro, prontamente ribattezzato dai torinesi «Zerbino». Spariti i cinghiali in libera uscita, insieme alle promesse elettorali, resta questa gran voglia di pulizia e sobrietà. Con un altro paio di divieti alla Roberto Speranza, tipo regalare panettoni da due chili, un Natale da Grande Depressione è assicurato. «Cari romani, non incartate i regali di Natale». Questo l’appello di Sabrina Alfonsi, antropologa romana prestata al Pd e piazzata da Roberto Gualtieri su una delle poltrone più insidiose del pianeta, quella di assessore ai rifiuti. Insomma, un Natale senza sorprese, pulito e trasparente come un bando del Campidoglio o come il piano ferie dell’Ama, la municipalizzata romana dei rifiuti dove ti pagano per non darti malato. Ma anche un Natale fantasioso e gretino nel senso più alto del termine, perché risparmiando tonnellate e tonnellate di carta e nastrini, i romani potranno salvare centinaia di alberi. E trovare un nuovo modo di scambiarsi i regali mantenendo un minimo di suspence come, per esempio, tirarseli dietro dopo aver fatto voltare di spalle il destinatario, oppure nasconderli per casa organizzando una caccia al tesoro. Tuttavia, c’è il fondato sospetto che dietro alla trovata dei No pack piddini vi sia la presa d’atto che la mirabolante promessa di una città pulita «entro fine anno» sia totalmente irrealizzabile. Per capirlo basta mettere in fila i proclami di Gualtieri oggi e domani sull’immondizia, che anche in questo lungo ponte dell’Immacolata debordava dai cassonetti e dai marciapiedi in mezzo centro storico, a Monteverde, all’Ostiense, all’Esquilino. In campagna elettorale, quest’autunno, lo storico dell’economia aveva garantito che pulire la città sarebbe stato il suo primo pensiero. Il 15 ottobre, appena uscito vincitore dalle urne, proclamò a Radio anch’io: «I primi cento giorni saranno molto intensi e inizieremo con una pulizia straordinaria della città, lanceremo il nostro piano rifiuti, trasporti e per la manutenzione straordinaria di Roma». Un mese appena e il 21 novembre, dalle colonne del giornale-partito della Capitale, La Repubblica, aggiustava il tiro: «A Natale, Roma sarà più pulita di come l’abbiamo trovata». In questa progressiva presa di coscienza si capisce meglio il fantasioso appello di Alfonsi sui regali nudi e crudi. Visto che l’unica cosa che finora è cambiata rispetto all’amministrazione di Virginia Raggi è che sono scomparsi i cinghiali (più che altro dai giornali e dalle tv locali), e considerato che Gualtieri ha già capito che le discariche mancanti andrebbero realizzate con il collega di partito Nicola Zingaretti, che dalla Regione Lazio ci dorme sopra da anni, a questo punto è lecito aspettarsi nuove idee alternative. Nelle altre capitali d’Europa, si sa, i rifiuti si raccolgono, si differenziano e si smaltiscono senza che servano dei premi Nobel. A Roma, sembra sia impossibile e ci si fa sopra la campagna elettorale ormai da un ventennio. Imitare gli altri, i Comuni che ce l’hanno fatta, evidentemente è ritenuto banale. E allora, dopo la chiamata alle armi dei No pack, non resterà che chiedere ai romani di tritare tutto e buttare gli avanzi del Cenone nel gabinetto. Problemi ben minori a Torino, dove l’amministrazione a 5 stelle ha dovuto cedere il passo al grande ritorno del Pd. Dopo la mestizia della giunta di Piero Fassino e la finta rivoluzione «anti sistema» di Appendino, il partito ha giocato la carta di Stefano Lo Russo, geologo del Politecnico. La città sa gestire da anni l’ordinaria amministrazione e al confronto di Roma, come pulizia, sembra Vienna. Ma ha problemi di visione. Dopo il tradimento della Fiat e degli Agnelli-Elkann, il centrosinistra locale ha puntato secco su information technology, buon cibo, sport e cultura. Ma evidentemente, anche dovendosi promuovere con i turisti rispetto alla più scintillante Milano, Torino ancora fatica a dimenticare Mirafiori e dintorni. E così, mercoledì sera, mentre a 120 chilometri di distanza accendevano un albero di Swaroski in Galleria, in Piazza Vittorio montavano «Zerbino». Ovvero, un albero di Natale fatto di tanti pannelli verde scuro di pratino artificiale che potrebbe soddisfare le esigenze igieniche di una mezza dozzina di palazzi circostanti. Va detto che la selezione di questo grande tappeto a punta è merito della giunta Appendino, ma Lo Russo dev’essere rimasto stregato da un simile eco-portento e non ha osato cambiare addobbo. È costato 91.500 euro, ma si spera che l’anno prossimo, scambiato abilmente con quello di Milano, possa far mettere a bilancio una bella plusvalenza. In città, gli esperti del ramo pare che non manchino. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/roma-trovata-antimonnezza-niente-pacchi-2655977535.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="letta-non-parla-di-colle-e-politica-e-ossessionato-da-zan-ed-eutanasia" data-post-id="2655977535" data-published-at="1639126337" data-use-pagination="False"> Letta non parla di Colle e politica. È ossessionato da Zan ed eutanasia «Ne parliamo a gennaio». È il mantra dietro cui il segretario dem Enrico Letta, nella sua attesa sortita ad Atreju, si è trincerato per evitare di rispondere alle domande sulla sua strategia per l’elezione del prossimo capo dello Stato. Eppure, nel fortino costruito di fronte a Bruno Vespa e al nostro direttore Maurizio Belpietro che lo incalzavano, l’ex premier si è sbilanciato solo per dire no all’ipotesi Silvio Berlusconi, reputato inadeguato a raccogliere un largo consenso in Parlamento, ribadendo la propria disponibilità, almeno in linea di principio, a valutare candidature che vadano oltre il recinto del suo partito. In un clima che non è mai uscito dai binari di un confronto civile, i momenti clou sono stati quelli in cui Letta e la platea di militanti e appassionati della destra si sono confrontati - talvolta con dei franchi botta e risposta - sui temi etici e di coscienza, dove la distanza tra il popolo della sinistra e quello dei conservatori è apparso anche ieri incolmabile. Ma proprio per questo, il dibattito è stato esaustivo. I primi mugugni dei presenti sono giunti quando, dopo che Letta aveva affermato di essere contento della sua presenza alla kermesse di Fdi e che ormai il problema per lui è di non sembrare troppo in sintonia con Giorgia Meloni, Belpietro gli ha chiesto se a questo punto siano terminati gli esami di democrazia per la destra. Nella sua risposta, il leader dem, seppure con delle perifrasi delicate, ha sostanziamente detto di no, e allo stesso Belpietro che gli chiedeva perché questo non valga per il passato dei partiti di sinistra, ha risposto «noi il problema lo abbiamo risolto, per noi non si pone». Altro capitolo spinoso, quello della legge Zan, per il quale Letta ha glissato sulle domande di chi gli chiedeva perché non si è potuto trovare un compromesso sulla parte del provvedimento che riguardava il «sesso percepito», attaccando invece i parlamentari contrari alla legge, rei di avere esultato al momento del suo affossamento in aula. Ma il segretario Pd non ha mancato di indicare un altro fronte identitario su cui potrà, all’occorrenza, spingere per tenere uniti i suoi, e cioè il suicidio assistito, sul quale - tra le perplessità di tutti i presenti - ha chiesto collaborazione ai parlamentari di Fdi. Anche in quel caso, però, incalzato sui contenuti specifici e sull’atteggiamento dei dem sul possibile referendum sull’eutanasia, Letta ha buttato la palla in calcio d’angolo dicendo che deciderà il da farsi «dopo che si sarà pronunciata la Corte costituzionale». Certamente più praticabile, l’appello che Letta ha lanciato per un anno di riforme (in particolare quella dei regolamenti parlamentari per porre un argine al trasformismo) nel caso non si vada al voto subito, come invece invocato dalla Meloni e dai suoi. La volontà di arrivare a fine legislatura con Mario Draghi in sella al governo, peraltro, Letta l’ha espressa chiaramente quando ha affermato che sarebbe «positivo» se restasse a Palazzo Chigi e che sarebbe difficile tenere insieme l’attuale maggioranza se il premier traslocasse al Quirinale. L’applauso più grande per il segretario del Pd è arrivato quando, ragionando di legge elettorale e ribadendo la sua personale preferenza per il sistema maggioritario (sulla quale il resto del suo partito non sembra seguirlo), ha affermato solennemente che «nella prossima legislatura, il Pd andrà al governo solo se vincerà le elezioni». Nel tendone di Piazza Risorgimento, a quel punto, è risuonato quasi un boato, dettato forse più dalla voglia di crederci che dalla fiducia in quanto detto.
Simone Venturini (Ansa)
Il più giovane tra i candidati nella corsa a Ca’ Farsetti ha superato il diretto avversario del campo largo, Andrea Martella, 58 anni, segretario regionale del Pd, assestando un sonoro schiaffone alla sinistra che non è andata oltre al 40%. Non c’è bisogno di ballottaggio, e quello che è accaduto in Laguna è un test politico importante. «Sarebbe una grande gioia», era stato il primo commento di Giorgia Meloni al risultato che si prospettava, riferito dal senatore di Fdi Raffaele Speranzon.
Qualcuno ha fatto notare che a Venezia il No al referendum costituzionale sulla giustizia aveva preso il 55% dei voti, eppure questo non si è affatto tradotto in uno spostamento a sinistra dell’elettorato. «La stagione buona», che univa Pd, M5s, Avs, Italia Viva, Psi, +Europa, Radicali e Rifondazione Comunista non ha convinto gli elettori. E nemmeno sono bastati i voti degli islamici, cercati da Martella mettendo in lista ben sei esponenti della comunità bengalese che da tempo chiedono una moschea a Mestre.
Il candidato della mega coalizione «da sindaco darà a Venezia quel cambiamento che Venezia domanda», prometteva sul palco in piazza Ferretto la segretaria nazionale del Pd, Elly Schlein, in chiusura di campagna elettorale. Previsione sbagliata, i desideri dei veneziani non sono stati intercettati a sinistra. A Cà Farsetti siederà Venturini. «È un risultato importante e un apprezzamento personale», ha commentato il neo sindaco a caldo, mentre si faceva festa in Galleria Matteotti a Mestre, suo quartier generale assieme alla sede elettorale di Campo Santa Marina, nel centro storico di Venezia, che ad aprile venne imbrattata con cartelli offensivi e intimidatori.
«Un risultato che arriva dopo due mesi impegnativi, ma dopo undici anni di storia personale al servizio della città», ha precisato Venturini. «In questa campagna mi sono sempre presentato come Simone, un ragazzo che da Marghera è partito, ha fatto la gavetta, si è impegnato nel territorio, si è presentato con una civica supportato dal centrodestra e oggi sta ricevendo un buon risultato».
Laureato in giurisprudenza, nato e cresciuto a Marghera, ora residente nella città storica, a 22 anni risultò il più giovane eletto nel Consiglio comunale veneziano. Nel 2015 scese in campo con la lista civica «fucsia» di Brugnaro, fu il più votato e diventò assessore con la delega a Coesione Sociale, Lavoro, Infrastrutture e Sviluppo economico.
Nel corso del mandato 2015-2020 aveva ricoperto ulteriori incarichi all’interno di commissioni e organismi locali e nazionali, nel 2020 venne rieletto sempre nella lista dell’ex sindaco. Ieri, con la lista civica «gialla» sostenuta dal centrodestra ha dimostrato di saper conoscere gli abitanti della sua città. Tra gli obiettivi, vuole una Venezia a misura di giovani «anche in chiave residenziale», come aveva dichiarato alla Verità.
Alla chiusura dei seggi l’affluenza definitiva nel comune di Venezia, con tutte le 256 sezioni conteggiate, è stata del 55,87%, sei punti percentuali in meno rispetto al 2020 (62,23%). Hanno votato 112.701 elettori su 201.713 iscritti (55,87%). Erano otto, tutti uomini, i candidati alla carica di primo cittadino alle elezioni comunali di Venezia.
Oltre a Venturini e a Martella, in grande distacco gli altri nomi in lista, che erano con «Prima il Veneto» Pierangelo Del Zotto, 63 anni, ex assessore al Bilancio della provincia di Venezia; con le liste civiche «Abc-Ambiente Bene Comune» e «Venezia Pace Lavoro» Giovanni Andrea Martini, 70 anni, docente in pensione e già presidente della Municipalità di Venezia-Murano-Burano; con «Ora!» Michele Boldrin, 69 anni, economista e docente universitario alla Washington University in Saint Louis, che è risultato tra i più votati tra i «minori». Con la lista civica «Città vive» Claudio Vernier, 49 anni, titolare del caffè al Todaro di piazza San Marco; Roberto Agirmo, 58 anni, imprenditore turistico, era il candidato di «Resistere Veneto» mentre Luigi Corò, 62 anni, ex assessore di An a Mirano, esponente di Futuro Nazionale, si presentava con la lista «Futuro per Venezia Mestre». Tutti hanno portato a casa manciate di voti.
«Per le elezioni comunali di Venezia non mi aspettavo un risultato di questo tipo: era difficile immaginare una débâcle così pesante per il centrosinistra. L’astensione sembra aver colpito soprattutto un elettorato giovane, che non si è riconosciuto nella candidatura di Andrea Martella. Proprio quei giovani che poche settimane fa avevano fatto sentire la propria voce in occasione del referendum sulla giustizia, questa volta sono mancati del tutto», ha dichiarato il filosofo Massimo Cacciari, due volte sindaco di Venezia.
Si è votato anche in due Comuni della città metropolitana Venezia. A Cavallino-Treporti, dove è stata riconfermata Roberta Nesto con la sua civica orientata verso il centro destra e a Torre di Mosto dove è stato eletto Andrea Marchesin, sostenuto dal centrodestra (Fi, Fdi, Lega, Udc, Torre di Mosto).
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Geopolitica, intelligenza artificiale e industria: a Trento economisti, imprenditori e politici esaminano i nuovi assetti mondiali.
Innovazione, sostenibilità, tecnologia e, soprattutto, trasformazioni geopolitiche ridefiniscono oggi gli equilibri economici globali. Un contesto in cui le imprese italiane sono chiamate a compiere l'ennesimo salto di qualità: trasformare la complessità in valore strategico. Questo numero di Industria analizza, a partire dai protagonisti del Festival dell'Economia di Trento, i «nuovi poteri» - dall’intelligenza artificiale alla ridefinizione delle filiere produttive, fino alle sfide della sicurezza e del lavoro del futuro – interpretando reazioni e ripercussioni su sistema economico e produzione industriale. È proprio in questo scenario che si inserisce il contributo di Gieffe Research, piattaforma integrata di trasferimento tecnologico e advisory industriale. «Lavoriamo per creare connessioni concrete tra innovazione, organizzazione aziendale e strategia industriale, aiutando le imprese a trasformare gli investimenti tecnologici in vantaggi competitivi reali», sottolinea il fondatore di Gieffe Research, Fabio Glave. «Oggi il mercato richiede una capacità di lettura multidimensionale dei processi industriali: non basta introdurre nuove tecnologie, bisogna saperle integrare all’interno di una governance efficiente e orientata alla crescita strutturata». Il vicepresidente di Confindustria, Marco Nocivelli, si concentra invece su criticità e prospettive della manifattura italiana, dalla crescita di export e made in Italy al rafforzamento delle Pmi.
Lavoro e sicurezza, le voci del governo. Innovazione e intelligenza artificiale stanno già modificando professioni e competenze, imponendo nuovi modelli organizzativi e investimenti continui nella formazione. Su scuola e lavoro intervengono Paola Frassinetti, sottosegretario al ministero dell’Istruzione e del merito, e Marina Calderone, ministro del Lavoro, che commenta il recente Dl 1° maggio, un provvedimento che «guarda in particolare all’inclusione lavorativa dei disoccupati di lunga durata, alle giuste retribuzioni e a un patto di responsabilità con le parti sociali per la qualificazione dell’occupazione in Italia». A concepire la sicurezza come visione integrata, dal contrasto alla criminalità al riutilizzo dei beni confiscati, è il sottosegretario dell'Interno, Wanda Ferro: «Il governo sta lavorando su una strategia complessiva che tiene insieme controllo del territorio, rigenerazione urbana, legalità e prevenzione sociale, dove si inseriscono anche operazioni come «Strade Sicure», «Stazioni Sicure» e il modello Caivano», che segna il ritorno dello Stato nei territori più difficili.
Il modello Trento. Trento, capitale dell'economia durante la kermesse dello Scoiattolo, punta ad alzare l'asticella in termini di sostenibilità e inclusione. Il sindaco Franco Ianeselli non nasconde le sfide: espansione della rete ciclabile, nuovo hub intermodale, circonvallazione ferroviaria, incremento del verde umano, progetti di edilizia a canone moderato, incentivi agli affitti a lungo termine e azzeramento delle liste di attesa per gli asili nido. Dal canto suo, l'Università degli Studi di Trento si propone come luogo capace non solo di trasmettere conoscenze, ma di aiutare i giovani a interpretare un mondo sempre più complesso. Il rettore Flavio Deflorian sottolinea l’importanza di una didattica partecipativa, alimentata dal dialogo continuo tra studenti e docenti, con l’obiettivo di «dare un senso alla conoscenza». Per mantenere alta la qualità della ricerca e della formazione, l’Ateneo deve continuare a investire in infrastrutture, servizi, internazionalizzazione e capacità di attrarre talenti.
Un nuovo ordine internazionale. Il Festival dell'Economia di Trento (20-24 maggio) si conferma osservatorio privilegiato sulle traiettorie del cambiamento, con oltre 700 relatori tra Premi Nobel, economisti, imprenditori e rappresentanti delle istituzioni. Quest'anno il tema è «Dal mercato ai nuovi poteri. Le speranze dei giovani». Da un lato si prendono in esame i nuovi centri di potere come le Big Tech, che detengono le chiavi dell’intelligenza artificiale, e le autarchie di Russia e Cina; dall’altro, le paure e le aspettative dei giovani. In primo piano c'è la geopolitica. Saranno ben 14 i panel targati Ispi. «La vera trasformazione è che economia e sicurezza sono ormai inseparabili», spiega Paolo Magri, presidente del Comitato scientifico dell’Ispi e membro dell’advisory board del Festival. «Conta chi domina le tecnologie avanzate, i semiconduttori, l’intelligenza artificiale, i dati, l’energia, le terre rare, le rotte marittime, le infrastrutture di gitali e finanziarie». L’economista Alessandro Terzulli (presidente GEI) anticipa a Industria il contenuto del panel «Commercio internazionale e potere dei dazi», con l’evoluzione delle barriere commerciali dal 2009 alle presidenze Trump. «Osserviamo la Weaponisation del commercio internazionale, sempre più un’arma geopolitica», che esercita un forte impatto inevitabilmente anche sulle imprese. Al Festival dell'Economia parteciperà anche Giulio Sapelli, il cui panel si concentrerà sul ruolo strategico dell’India e sul nuovo assetto globale. «Si sta consolidando l’intera area dell’Indo-Pacifico, una regione che negli ultimi anni è diventata il centro strategico delle nuove dinamiche economiche e geopolitiche mondiali».
Anche la cultura è un'infrastruttura economica cruciale per il Paese. Dalla tutela del diritto d’autore alla rigenerazione degli attrattori culturali diffusi, fino al ruolo della cultura come nuovo «soft power» italiano, Luigi Abete, presidente di Confindustria Cultura Italia, traccia una prospettiva che unisce impresa, territorio e identità. Tra i volti della manifestazione c'è anche quello di Giovanni Malagò, reduce dai successi delle Olimpiadi invernali di Milano Cortina e ufficialmente candidato alla presidenza della Figc.
Per scaricare il numero di «Industria» basta cliccare sul link qui sotto.
INDUSTRIA 05-2026.pdf
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