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2021-12-10
Roma, trovata antimonnezza: niente pacchi
Ansa
Natale pulito, finalmente, con i nuovi sindaci del Pd. A Roma, la giunta Gualtieri invita i cittadini a non incartare i regali per non aggravare il lavoro di quei poverini che dovrebbero tenere in ordine la capitale. Mentre a Torino, la giunta Lo Russo, in piena continuità con il corto respiro di quella di Chiara Appendino, sceglie di rafforzare la sua virata da città tecnologica e dell’auto a bed&breackfast di massa con un albero di Natale costruito con pannelli sintetici verde scuro, prontamente ribattezzato dai torinesi «Zerbino». Spariti i cinghiali in libera uscita, insieme alle promesse elettorali, resta questa gran voglia di pulizia e sobrietà. Con un altro paio di divieti alla Roberto Speranza, tipo regalare panettoni da due chili, un Natale da Grande Depressione è assicurato.
«Cari romani, non incartate i regali di Natale». Questo l’appello di Sabrina Alfonsi, antropologa romana prestata al Pd e piazzata da Roberto Gualtieri su una delle poltrone più insidiose del pianeta, quella di assessore ai rifiuti. Insomma, un Natale senza sorprese, pulito e trasparente come un bando del Campidoglio o come il piano ferie dell’Ama, la municipalizzata romana dei rifiuti dove ti pagano per non darti malato. Ma anche un Natale fantasioso e gretino nel senso più alto del termine, perché risparmiando tonnellate e tonnellate di carta e nastrini, i romani potranno salvare centinaia di alberi. E trovare un nuovo modo di scambiarsi i regali mantenendo un minimo di suspence come, per esempio, tirarseli dietro dopo aver fatto voltare di spalle il destinatario, oppure nasconderli per casa organizzando una caccia al tesoro. Tuttavia, c’è il fondato sospetto che dietro alla trovata dei No pack piddini vi sia la presa d’atto che la mirabolante promessa di una città pulita «entro fine anno» sia totalmente irrealizzabile.
Per capirlo basta mettere in fila i proclami di Gualtieri oggi e domani sull’immondizia, che anche in questo lungo ponte dell’Immacolata debordava dai cassonetti e dai marciapiedi in mezzo centro storico, a Monteverde, all’Ostiense, all’Esquilino. In campagna elettorale, quest’autunno, lo storico dell’economia aveva garantito che pulire la città sarebbe stato il suo primo pensiero. Il 15 ottobre, appena uscito vincitore dalle urne, proclamò a Radio anch’io: «I primi cento giorni saranno molto intensi e inizieremo con una pulizia straordinaria della città, lanceremo il nostro piano rifiuti, trasporti e per la manutenzione straordinaria di Roma». Un mese appena e il 21 novembre, dalle colonne del giornale-partito della Capitale, La Repubblica, aggiustava il tiro: «A Natale, Roma sarà più pulita di come l’abbiamo trovata». In questa progressiva presa di coscienza si capisce meglio il fantasioso appello di Alfonsi sui regali nudi e crudi. Visto che l’unica cosa che finora è cambiata rispetto all’amministrazione di Virginia Raggi è che sono scomparsi i cinghiali (più che altro dai giornali e dalle tv locali), e considerato che Gualtieri ha già capito che le discariche mancanti andrebbero realizzate con il collega di partito Nicola Zingaretti, che dalla Regione Lazio ci dorme sopra da anni, a questo punto è lecito aspettarsi nuove idee alternative. Nelle altre capitali d’Europa, si sa, i rifiuti si raccolgono, si differenziano e si smaltiscono senza che servano dei premi Nobel. A Roma, sembra sia impossibile e ci si fa sopra la campagna elettorale ormai da un ventennio. Imitare gli altri, i Comuni che ce l’hanno fatta, evidentemente è ritenuto banale. E allora, dopo la chiamata alle armi dei No pack, non resterà che chiedere ai romani di tritare tutto e buttare gli avanzi del Cenone nel gabinetto.
Problemi ben minori a Torino, dove l’amministrazione a 5 stelle ha dovuto cedere il passo al grande ritorno del Pd. Dopo la mestizia della giunta di Piero Fassino e la finta rivoluzione «anti sistema» di Appendino, il partito ha giocato la carta di Stefano Lo Russo, geologo del Politecnico. La città sa gestire da anni l’ordinaria amministrazione e al confronto di Roma, come pulizia, sembra Vienna. Ma ha problemi di visione. Dopo il tradimento della Fiat e degli Agnelli-Elkann, il centrosinistra locale ha puntato secco su information technology, buon cibo, sport e cultura. Ma evidentemente, anche dovendosi promuovere con i turisti rispetto alla più scintillante Milano, Torino ancora fatica a dimenticare Mirafiori e dintorni. E così, mercoledì sera, mentre a 120 chilometri di distanza accendevano un albero di Swaroski in Galleria, in Piazza Vittorio montavano «Zerbino». Ovvero, un albero di Natale fatto di tanti pannelli verde scuro di pratino artificiale che potrebbe soddisfare le esigenze igieniche di una mezza dozzina di palazzi circostanti. Va detto che la selezione di questo grande tappeto a punta è merito della giunta Appendino, ma Lo Russo dev’essere rimasto stregato da un simile eco-portento e non ha osato cambiare addobbo. È costato 91.500 euro, ma si spera che l’anno prossimo, scambiato abilmente con quello di Milano, possa far mettere a bilancio una bella plusvalenza. In città, gli esperti del ramo pare che non manchino.
Letta non parla di Colle e politica. È ossessionato da Zan ed eutanasia
«Ne parliamo a gennaio». È il mantra dietro cui il segretario dem Enrico Letta, nella sua attesa sortita ad Atreju, si è trincerato per evitare di rispondere alle domande sulla sua strategia per l’elezione del prossimo capo dello Stato. Eppure, nel fortino costruito di fronte a Bruno Vespa e al nostro direttore Maurizio Belpietro che lo incalzavano, l’ex premier si è sbilanciato solo per dire no all’ipotesi Silvio Berlusconi, reputato inadeguato a raccogliere un largo consenso in Parlamento, ribadendo la propria disponibilità, almeno in linea di principio, a valutare candidature che vadano oltre il recinto del suo partito.
In un clima che non è mai uscito dai binari di un confronto civile, i momenti clou sono stati quelli in cui Letta e la platea di militanti e appassionati della destra si sono confrontati - talvolta con dei franchi botta e risposta - sui temi etici e di coscienza, dove la distanza tra il popolo della sinistra e quello dei conservatori è apparso anche ieri incolmabile. Ma proprio per questo, il dibattito è stato esaustivo. I primi mugugni dei presenti sono giunti quando, dopo che Letta aveva affermato di essere contento della sua presenza alla kermesse di Fdi e che ormai il problema per lui è di non sembrare troppo in sintonia con Giorgia Meloni, Belpietro gli ha chiesto se a questo punto siano terminati gli esami di democrazia per la destra. Nella sua risposta, il leader dem, seppure con delle perifrasi delicate, ha sostanziamente detto di no, e allo stesso Belpietro che gli chiedeva perché questo non valga per il passato dei partiti di sinistra, ha risposto «noi il problema lo abbiamo risolto, per noi non si pone». Altro capitolo spinoso, quello della legge Zan, per il quale Letta ha glissato sulle domande di chi gli chiedeva perché non si è potuto trovare un compromesso sulla parte del provvedimento che riguardava il «sesso percepito», attaccando invece i parlamentari contrari alla legge, rei di avere esultato al momento del suo affossamento in aula.
Ma il segretario Pd non ha mancato di indicare un altro fronte identitario su cui potrà, all’occorrenza, spingere per tenere uniti i suoi, e cioè il suicidio assistito, sul quale - tra le perplessità di tutti i presenti - ha chiesto collaborazione ai parlamentari di Fdi. Anche in quel caso, però, incalzato sui contenuti specifici e sull’atteggiamento dei dem sul possibile referendum sull’eutanasia, Letta ha buttato la palla in calcio d’angolo dicendo che deciderà il da farsi «dopo che si sarà pronunciata la Corte costituzionale». Certamente più praticabile, l’appello che Letta ha lanciato per un anno di riforme (in particolare quella dei regolamenti parlamentari per porre un argine al trasformismo) nel caso non si vada al voto subito, come invece invocato dalla Meloni e dai suoi. La volontà di arrivare a fine legislatura con Mario Draghi in sella al governo, peraltro, Letta l’ha espressa chiaramente quando ha affermato che sarebbe «positivo» se restasse a Palazzo Chigi e che sarebbe difficile tenere insieme l’attuale maggioranza se il premier traslocasse al Quirinale.
L’applauso più grande per il segretario del Pd è arrivato quando, ragionando di legge elettorale e ribadendo la sua personale preferenza per il sistema maggioritario (sulla quale il resto del suo partito non sembra seguirlo), ha affermato solennemente che «nella prossima legislatura, il Pd andrà al governo solo se vincerà le elezioni». Nel tendone di Piazza Risorgimento, a quel punto, è risuonato quasi un boato, dettato forse più dalla voglia di crederci che dalla fiducia in quanto detto.
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La giunta Gualtieri invita i cittadini a non incartare i regali per non aggravare il lavoro dei netturbini. Sabrina Alfonsi, l’antropologa assessore ai rifiuti, sollecita feste gretine. A Torino, il neosindaco Stefano Lo Russo indispettisce con l’albero battezzato «Zerbino»Per il Quirinale Enrico Letta mette il veto soltanto a Silvio Berlusconi. La ricerca di temi etici identitariLo speciale contiene due articoliNatale pulito, finalmente, con i nuovi sindaci del Pd. A Roma, la giunta Gualtieri invita i cittadini a non incartare i regali per non aggravare il lavoro di quei poverini che dovrebbero tenere in ordine la capitale. Mentre a Torino, la giunta Lo Russo, in piena continuità con il corto respiro di quella di Chiara Appendino, sceglie di rafforzare la sua virata da città tecnologica e dell’auto a bed&breackfast di massa con un albero di Natale costruito con pannelli sintetici verde scuro, prontamente ribattezzato dai torinesi «Zerbino». Spariti i cinghiali in libera uscita, insieme alle promesse elettorali, resta questa gran voglia di pulizia e sobrietà. Con un altro paio di divieti alla Roberto Speranza, tipo regalare panettoni da due chili, un Natale da Grande Depressione è assicurato. «Cari romani, non incartate i regali di Natale». Questo l’appello di Sabrina Alfonsi, antropologa romana prestata al Pd e piazzata da Roberto Gualtieri su una delle poltrone più insidiose del pianeta, quella di assessore ai rifiuti. Insomma, un Natale senza sorprese, pulito e trasparente come un bando del Campidoglio o come il piano ferie dell’Ama, la municipalizzata romana dei rifiuti dove ti pagano per non darti malato. Ma anche un Natale fantasioso e gretino nel senso più alto del termine, perché risparmiando tonnellate e tonnellate di carta e nastrini, i romani potranno salvare centinaia di alberi. E trovare un nuovo modo di scambiarsi i regali mantenendo un minimo di suspence come, per esempio, tirarseli dietro dopo aver fatto voltare di spalle il destinatario, oppure nasconderli per casa organizzando una caccia al tesoro. Tuttavia, c’è il fondato sospetto che dietro alla trovata dei No pack piddini vi sia la presa d’atto che la mirabolante promessa di una città pulita «entro fine anno» sia totalmente irrealizzabile. Per capirlo basta mettere in fila i proclami di Gualtieri oggi e domani sull’immondizia, che anche in questo lungo ponte dell’Immacolata debordava dai cassonetti e dai marciapiedi in mezzo centro storico, a Monteverde, all’Ostiense, all’Esquilino. In campagna elettorale, quest’autunno, lo storico dell’economia aveva garantito che pulire la città sarebbe stato il suo primo pensiero. Il 15 ottobre, appena uscito vincitore dalle urne, proclamò a Radio anch’io: «I primi cento giorni saranno molto intensi e inizieremo con una pulizia straordinaria della città, lanceremo il nostro piano rifiuti, trasporti e per la manutenzione straordinaria di Roma». Un mese appena e il 21 novembre, dalle colonne del giornale-partito della Capitale, La Repubblica, aggiustava il tiro: «A Natale, Roma sarà più pulita di come l’abbiamo trovata». In questa progressiva presa di coscienza si capisce meglio il fantasioso appello di Alfonsi sui regali nudi e crudi. Visto che l’unica cosa che finora è cambiata rispetto all’amministrazione di Virginia Raggi è che sono scomparsi i cinghiali (più che altro dai giornali e dalle tv locali), e considerato che Gualtieri ha già capito che le discariche mancanti andrebbero realizzate con il collega di partito Nicola Zingaretti, che dalla Regione Lazio ci dorme sopra da anni, a questo punto è lecito aspettarsi nuove idee alternative. Nelle altre capitali d’Europa, si sa, i rifiuti si raccolgono, si differenziano e si smaltiscono senza che servano dei premi Nobel. A Roma, sembra sia impossibile e ci si fa sopra la campagna elettorale ormai da un ventennio. Imitare gli altri, i Comuni che ce l’hanno fatta, evidentemente è ritenuto banale. E allora, dopo la chiamata alle armi dei No pack, non resterà che chiedere ai romani di tritare tutto e buttare gli avanzi del Cenone nel gabinetto. Problemi ben minori a Torino, dove l’amministrazione a 5 stelle ha dovuto cedere il passo al grande ritorno del Pd. Dopo la mestizia della giunta di Piero Fassino e la finta rivoluzione «anti sistema» di Appendino, il partito ha giocato la carta di Stefano Lo Russo, geologo del Politecnico. La città sa gestire da anni l’ordinaria amministrazione e al confronto di Roma, come pulizia, sembra Vienna. Ma ha problemi di visione. Dopo il tradimento della Fiat e degli Agnelli-Elkann, il centrosinistra locale ha puntato secco su information technology, buon cibo, sport e cultura. Ma evidentemente, anche dovendosi promuovere con i turisti rispetto alla più scintillante Milano, Torino ancora fatica a dimenticare Mirafiori e dintorni. E così, mercoledì sera, mentre a 120 chilometri di distanza accendevano un albero di Swaroski in Galleria, in Piazza Vittorio montavano «Zerbino». Ovvero, un albero di Natale fatto di tanti pannelli verde scuro di pratino artificiale che potrebbe soddisfare le esigenze igieniche di una mezza dozzina di palazzi circostanti. Va detto che la selezione di questo grande tappeto a punta è merito della giunta Appendino, ma Lo Russo dev’essere rimasto stregato da un simile eco-portento e non ha osato cambiare addobbo. È costato 91.500 euro, ma si spera che l’anno prossimo, scambiato abilmente con quello di Milano, possa far mettere a bilancio una bella plusvalenza. In città, gli esperti del ramo pare che non manchino. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/roma-trovata-antimonnezza-niente-pacchi-2655977535.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="letta-non-parla-di-colle-e-politica-e-ossessionato-da-zan-ed-eutanasia" data-post-id="2655977535" data-published-at="1639126337" data-use-pagination="False"> Letta non parla di Colle e politica. È ossessionato da Zan ed eutanasia «Ne parliamo a gennaio». È il mantra dietro cui il segretario dem Enrico Letta, nella sua attesa sortita ad Atreju, si è trincerato per evitare di rispondere alle domande sulla sua strategia per l’elezione del prossimo capo dello Stato. Eppure, nel fortino costruito di fronte a Bruno Vespa e al nostro direttore Maurizio Belpietro che lo incalzavano, l’ex premier si è sbilanciato solo per dire no all’ipotesi Silvio Berlusconi, reputato inadeguato a raccogliere un largo consenso in Parlamento, ribadendo la propria disponibilità, almeno in linea di principio, a valutare candidature che vadano oltre il recinto del suo partito. In un clima che non è mai uscito dai binari di un confronto civile, i momenti clou sono stati quelli in cui Letta e la platea di militanti e appassionati della destra si sono confrontati - talvolta con dei franchi botta e risposta - sui temi etici e di coscienza, dove la distanza tra il popolo della sinistra e quello dei conservatori è apparso anche ieri incolmabile. Ma proprio per questo, il dibattito è stato esaustivo. I primi mugugni dei presenti sono giunti quando, dopo che Letta aveva affermato di essere contento della sua presenza alla kermesse di Fdi e che ormai il problema per lui è di non sembrare troppo in sintonia con Giorgia Meloni, Belpietro gli ha chiesto se a questo punto siano terminati gli esami di democrazia per la destra. Nella sua risposta, il leader dem, seppure con delle perifrasi delicate, ha sostanziamente detto di no, e allo stesso Belpietro che gli chiedeva perché questo non valga per il passato dei partiti di sinistra, ha risposto «noi il problema lo abbiamo risolto, per noi non si pone». Altro capitolo spinoso, quello della legge Zan, per il quale Letta ha glissato sulle domande di chi gli chiedeva perché non si è potuto trovare un compromesso sulla parte del provvedimento che riguardava il «sesso percepito», attaccando invece i parlamentari contrari alla legge, rei di avere esultato al momento del suo affossamento in aula. Ma il segretario Pd non ha mancato di indicare un altro fronte identitario su cui potrà, all’occorrenza, spingere per tenere uniti i suoi, e cioè il suicidio assistito, sul quale - tra le perplessità di tutti i presenti - ha chiesto collaborazione ai parlamentari di Fdi. Anche in quel caso, però, incalzato sui contenuti specifici e sull’atteggiamento dei dem sul possibile referendum sull’eutanasia, Letta ha buttato la palla in calcio d’angolo dicendo che deciderà il da farsi «dopo che si sarà pronunciata la Corte costituzionale». Certamente più praticabile, l’appello che Letta ha lanciato per un anno di riforme (in particolare quella dei regolamenti parlamentari per porre un argine al trasformismo) nel caso non si vada al voto subito, come invece invocato dalla Meloni e dai suoi. La volontà di arrivare a fine legislatura con Mario Draghi in sella al governo, peraltro, Letta l’ha espressa chiaramente quando ha affermato che sarebbe «positivo» se restasse a Palazzo Chigi e che sarebbe difficile tenere insieme l’attuale maggioranza se il premier traslocasse al Quirinale. L’applauso più grande per il segretario del Pd è arrivato quando, ragionando di legge elettorale e ribadendo la sua personale preferenza per il sistema maggioritario (sulla quale il resto del suo partito non sembra seguirlo), ha affermato solennemente che «nella prossima legislatura, il Pd andrà al governo solo se vincerà le elezioni». Nel tendone di Piazza Risorgimento, a quel punto, è risuonato quasi un boato, dettato forse più dalla voglia di crederci che dalla fiducia in quanto detto.
Ecco il risultato del lavoro della Repubblica dei Giudici: Alberto Stasi è in prigione da 16 anni per un delitto che potrebbe non aver commesso e gli indizi ora vedrebbero come colpevole Andrea Sempio. Prove ignorate, perizie ribaltate e l’anomalia della Cassazione. Il sospetto di un errore giudiziario si fa sempre più pesante.
Nicole Minetti (Ansa)
Secondo il procuratore Francesca Nanni e il sostituto Gaetano Brusa l’ulteriore approfondimento non sarebbe necessario dopo le ricostruzioni ritenute «poco attendibili» fatte da Mabel De Los Santos Torres a mezzo stampa.
«Per ora il parere sulla grazia è confermato». A indurre i magistrati milanesi a prendere questa posizione sarebbero tre novità: l’arrivo di un primo fascicolo dell’Interpol, che non comprova il racconto impressionista della donna; il riscontro negativo dei colleghi di Montevideo che hanno negato l’esistenza di fascicoli aperti per reati contro la morale a carico dell’ex igienista dentale; le smentite della stessa testimone (con ritrattazioni e «non ricordo») durante conversazioni con le televisioni uruguaiane. Un passo avanti che consente anche ai corazzieri del Quirinale di dormire sonni tranquilli.
Qualche giorno fa la signora Torres aveva riaperto i dubbi sull’opportunità di concedere il massimo atto di clemenza, firmato dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella, con un’intervista al Fatto Quotidiano nella quale sosteneva che Minetti non aveva mai cambiato vita e aveva continuato a fare ciò per cui era stata condannata in Italia: il favoreggiamento della prostituzione. La massaggiatrice aveva parlato di «festini con escort di imprenditori e politici anche italiani». E aveva aggiunto - lei che per 20 anni aveva lavorato nella proprietà - che ragazze pure minorenni reclutate in Argentina, Brasile, Italia e Uruguay facevano passerella nella riedizione «gaucha» delle cene eleganti di vecchia memoria.
«Ho cominciato a lavorare per Cipriani a 23 anni», ha detto Mabel De Los Santos Torres. «Facevo massaggi anche a casa sua. All’inizio era un ambiente diverso: feste, modelle, gente ricca. Poi, col tempo, tutto è diventato altro. Prima c’erano le presentazioni, gli imprenditori, il jet set argentino, brasiliano ed europeo. Poi restavano gli amici di casa. E lì iniziavano alcool, droga e sesso». Ha anche avanzato accuse di molestie: «Giuseppe pretendeva massaggi sempre più intimi. Quando mi rifiutai iniziarono i problemi e smisero di chiamarmi». Secondo la sua narrazione, Nicole Minetti «viveva lì per lunghi periodi ed era lei a scegliere le ragazze. Al figlio invece (sempre secondo il racconto della donna, ndr) badava la tata uruguaiana».
Una ricostruzione shock non confermata da nessuna indagine, anzi smentita dagli approfondimenti giudiziari. La massaggiatrice in un primo tempo si era detta disponibile a testimoniare davanti ai pm milanesi «a condizione di essere protetta perché ho paura». I legali di Minetti-Cipriani, Emanuele Fisicaro e Antonella Calcaterra avevano replicato così alle nuove accuse: «Sono falsità. I giornalisti, invece di prendere atto della realtà, rilanciano diffondendo ulteriori notizie che nulla hanno a che vedere con la verità. Si tratta di circostanze del tutto inveritiere, anche queste facilmente smentibili documenti alla mano. Procederemo in sede giudiziaria nei confronti dei responsabili di questa violenta campagna mediatica».
Ora la Procura generale ha fatto un passo ufficiale. Aveva ricevuto il nullaosta dal ministero della Giustizia per concretizzare la rogatoria ma ha ritenuto di non dover proseguire nelle verifiche per «l’inattendibilità della teste» in una ricostruzione «priva di fondamento». Il nodo di tutto è il cambiamento dello stile di vita di Minetti, alla base del recepimento della domanda di grazia da parte degli uffici del Quirinale. Nel caso che non fosse confermato, l’architrave comincerebbe a scricchiolare. Non sembra così.
Sulla liceità dell’adozione del bambino affetto da grave patologia le certezze sono ormai granitiche: l’iter è stato formalmente validato da una sentenza del tribunale di Maldonado e riconosciuto anche dal Tribunale dei minori di Venezia. Un altro punto riguarda le cure mediche del minore. Nella richiesta di grazia, Minetti aveva riferito di avere consultato in via informale medici italiani - tra cui specialisti dell’ospedale San Raffaele e di una struttura di Padova - prima di decidere di portare il bambino a Boston, dove opera un centro all’avanguardia per quella specifica malattia. L’iter era stato autorizzato dall’Inau (istituto uruguaiano per i minori) poiché il bimbo era ancora in regime di pre-adozione.
In ogni caso la vicenda non si conclude qui. La Procura generale di Milano è alla ricerca di nuove testimonianze e attende per i primi di giugno un nuovo dossier dall’Interpol per completare l’istruttoria. Ci sarebbe anche l’inchiesta di Sigfrido Ranucci, ma da quel fronte nessuna novità. Sta ancora verificando.
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