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2021-12-10
Roma, trovata antimonnezza: niente pacchi
Ansa
Natale pulito, finalmente, con i nuovi sindaci del Pd. A Roma, la giunta Gualtieri invita i cittadini a non incartare i regali per non aggravare il lavoro di quei poverini che dovrebbero tenere in ordine la capitale. Mentre a Torino, la giunta Lo Russo, in piena continuità con il corto respiro di quella di Chiara Appendino, sceglie di rafforzare la sua virata da città tecnologica e dell’auto a bed&breackfast di massa con un albero di Natale costruito con pannelli sintetici verde scuro, prontamente ribattezzato dai torinesi «Zerbino». Spariti i cinghiali in libera uscita, insieme alle promesse elettorali, resta questa gran voglia di pulizia e sobrietà. Con un altro paio di divieti alla Roberto Speranza, tipo regalare panettoni da due chili, un Natale da Grande Depressione è assicurato.
«Cari romani, non incartate i regali di Natale». Questo l’appello di Sabrina Alfonsi, antropologa romana prestata al Pd e piazzata da Roberto Gualtieri su una delle poltrone più insidiose del pianeta, quella di assessore ai rifiuti. Insomma, un Natale senza sorprese, pulito e trasparente come un bando del Campidoglio o come il piano ferie dell’Ama, la municipalizzata romana dei rifiuti dove ti pagano per non darti malato. Ma anche un Natale fantasioso e gretino nel senso più alto del termine, perché risparmiando tonnellate e tonnellate di carta e nastrini, i romani potranno salvare centinaia di alberi. E trovare un nuovo modo di scambiarsi i regali mantenendo un minimo di suspence come, per esempio, tirarseli dietro dopo aver fatto voltare di spalle il destinatario, oppure nasconderli per casa organizzando una caccia al tesoro. Tuttavia, c’è il fondato sospetto che dietro alla trovata dei No pack piddini vi sia la presa d’atto che la mirabolante promessa di una città pulita «entro fine anno» sia totalmente irrealizzabile.
Per capirlo basta mettere in fila i proclami di Gualtieri oggi e domani sull’immondizia, che anche in questo lungo ponte dell’Immacolata debordava dai cassonetti e dai marciapiedi in mezzo centro storico, a Monteverde, all’Ostiense, all’Esquilino. In campagna elettorale, quest’autunno, lo storico dell’economia aveva garantito che pulire la città sarebbe stato il suo primo pensiero. Il 15 ottobre, appena uscito vincitore dalle urne, proclamò a Radio anch’io: «I primi cento giorni saranno molto intensi e inizieremo con una pulizia straordinaria della città, lanceremo il nostro piano rifiuti, trasporti e per la manutenzione straordinaria di Roma». Un mese appena e il 21 novembre, dalle colonne del giornale-partito della Capitale, La Repubblica, aggiustava il tiro: «A Natale, Roma sarà più pulita di come l’abbiamo trovata». In questa progressiva presa di coscienza si capisce meglio il fantasioso appello di Alfonsi sui regali nudi e crudi. Visto che l’unica cosa che finora è cambiata rispetto all’amministrazione di Virginia Raggi è che sono scomparsi i cinghiali (più che altro dai giornali e dalle tv locali), e considerato che Gualtieri ha già capito che le discariche mancanti andrebbero realizzate con il collega di partito Nicola Zingaretti, che dalla Regione Lazio ci dorme sopra da anni, a questo punto è lecito aspettarsi nuove idee alternative. Nelle altre capitali d’Europa, si sa, i rifiuti si raccolgono, si differenziano e si smaltiscono senza che servano dei premi Nobel. A Roma, sembra sia impossibile e ci si fa sopra la campagna elettorale ormai da un ventennio. Imitare gli altri, i Comuni che ce l’hanno fatta, evidentemente è ritenuto banale. E allora, dopo la chiamata alle armi dei No pack, non resterà che chiedere ai romani di tritare tutto e buttare gli avanzi del Cenone nel gabinetto.
Problemi ben minori a Torino, dove l’amministrazione a 5 stelle ha dovuto cedere il passo al grande ritorno del Pd. Dopo la mestizia della giunta di Piero Fassino e la finta rivoluzione «anti sistema» di Appendino, il partito ha giocato la carta di Stefano Lo Russo, geologo del Politecnico. La città sa gestire da anni l’ordinaria amministrazione e al confronto di Roma, come pulizia, sembra Vienna. Ma ha problemi di visione. Dopo il tradimento della Fiat e degli Agnelli-Elkann, il centrosinistra locale ha puntato secco su information technology, buon cibo, sport e cultura. Ma evidentemente, anche dovendosi promuovere con i turisti rispetto alla più scintillante Milano, Torino ancora fatica a dimenticare Mirafiori e dintorni. E così, mercoledì sera, mentre a 120 chilometri di distanza accendevano un albero di Swaroski in Galleria, in Piazza Vittorio montavano «Zerbino». Ovvero, un albero di Natale fatto di tanti pannelli verde scuro di pratino artificiale che potrebbe soddisfare le esigenze igieniche di una mezza dozzina di palazzi circostanti. Va detto che la selezione di questo grande tappeto a punta è merito della giunta Appendino, ma Lo Russo dev’essere rimasto stregato da un simile eco-portento e non ha osato cambiare addobbo. È costato 91.500 euro, ma si spera che l’anno prossimo, scambiato abilmente con quello di Milano, possa far mettere a bilancio una bella plusvalenza. In città, gli esperti del ramo pare che non manchino.
Letta non parla di Colle e politica. È ossessionato da Zan ed eutanasia
«Ne parliamo a gennaio». È il mantra dietro cui il segretario dem Enrico Letta, nella sua attesa sortita ad Atreju, si è trincerato per evitare di rispondere alle domande sulla sua strategia per l’elezione del prossimo capo dello Stato. Eppure, nel fortino costruito di fronte a Bruno Vespa e al nostro direttore Maurizio Belpietro che lo incalzavano, l’ex premier si è sbilanciato solo per dire no all’ipotesi Silvio Berlusconi, reputato inadeguato a raccogliere un largo consenso in Parlamento, ribadendo la propria disponibilità, almeno in linea di principio, a valutare candidature che vadano oltre il recinto del suo partito.
In un clima che non è mai uscito dai binari di un confronto civile, i momenti clou sono stati quelli in cui Letta e la platea di militanti e appassionati della destra si sono confrontati - talvolta con dei franchi botta e risposta - sui temi etici e di coscienza, dove la distanza tra il popolo della sinistra e quello dei conservatori è apparso anche ieri incolmabile. Ma proprio per questo, il dibattito è stato esaustivo. I primi mugugni dei presenti sono giunti quando, dopo che Letta aveva affermato di essere contento della sua presenza alla kermesse di Fdi e che ormai il problema per lui è di non sembrare troppo in sintonia con Giorgia Meloni, Belpietro gli ha chiesto se a questo punto siano terminati gli esami di democrazia per la destra. Nella sua risposta, il leader dem, seppure con delle perifrasi delicate, ha sostanziamente detto di no, e allo stesso Belpietro che gli chiedeva perché questo non valga per il passato dei partiti di sinistra, ha risposto «noi il problema lo abbiamo risolto, per noi non si pone». Altro capitolo spinoso, quello della legge Zan, per il quale Letta ha glissato sulle domande di chi gli chiedeva perché non si è potuto trovare un compromesso sulla parte del provvedimento che riguardava il «sesso percepito», attaccando invece i parlamentari contrari alla legge, rei di avere esultato al momento del suo affossamento in aula.
Ma il segretario Pd non ha mancato di indicare un altro fronte identitario su cui potrà, all’occorrenza, spingere per tenere uniti i suoi, e cioè il suicidio assistito, sul quale - tra le perplessità di tutti i presenti - ha chiesto collaborazione ai parlamentari di Fdi. Anche in quel caso, però, incalzato sui contenuti specifici e sull’atteggiamento dei dem sul possibile referendum sull’eutanasia, Letta ha buttato la palla in calcio d’angolo dicendo che deciderà il da farsi «dopo che si sarà pronunciata la Corte costituzionale». Certamente più praticabile, l’appello che Letta ha lanciato per un anno di riforme (in particolare quella dei regolamenti parlamentari per porre un argine al trasformismo) nel caso non si vada al voto subito, come invece invocato dalla Meloni e dai suoi. La volontà di arrivare a fine legislatura con Mario Draghi in sella al governo, peraltro, Letta l’ha espressa chiaramente quando ha affermato che sarebbe «positivo» se restasse a Palazzo Chigi e che sarebbe difficile tenere insieme l’attuale maggioranza se il premier traslocasse al Quirinale.
L’applauso più grande per il segretario del Pd è arrivato quando, ragionando di legge elettorale e ribadendo la sua personale preferenza per il sistema maggioritario (sulla quale il resto del suo partito non sembra seguirlo), ha affermato solennemente che «nella prossima legislatura, il Pd andrà al governo solo se vincerà le elezioni». Nel tendone di Piazza Risorgimento, a quel punto, è risuonato quasi un boato, dettato forse più dalla voglia di crederci che dalla fiducia in quanto detto.
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La giunta Gualtieri invita i cittadini a non incartare i regali per non aggravare il lavoro dei netturbini. Sabrina Alfonsi, l’antropologa assessore ai rifiuti, sollecita feste gretine. A Torino, il neosindaco Stefano Lo Russo indispettisce con l’albero battezzato «Zerbino»Per il Quirinale Enrico Letta mette il veto soltanto a Silvio Berlusconi. La ricerca di temi etici identitariLo speciale contiene due articoliNatale pulito, finalmente, con i nuovi sindaci del Pd. A Roma, la giunta Gualtieri invita i cittadini a non incartare i regali per non aggravare il lavoro di quei poverini che dovrebbero tenere in ordine la capitale. Mentre a Torino, la giunta Lo Russo, in piena continuità con il corto respiro di quella di Chiara Appendino, sceglie di rafforzare la sua virata da città tecnologica e dell’auto a bed&breackfast di massa con un albero di Natale costruito con pannelli sintetici verde scuro, prontamente ribattezzato dai torinesi «Zerbino». Spariti i cinghiali in libera uscita, insieme alle promesse elettorali, resta questa gran voglia di pulizia e sobrietà. Con un altro paio di divieti alla Roberto Speranza, tipo regalare panettoni da due chili, un Natale da Grande Depressione è assicurato. «Cari romani, non incartate i regali di Natale». Questo l’appello di Sabrina Alfonsi, antropologa romana prestata al Pd e piazzata da Roberto Gualtieri su una delle poltrone più insidiose del pianeta, quella di assessore ai rifiuti. Insomma, un Natale senza sorprese, pulito e trasparente come un bando del Campidoglio o come il piano ferie dell’Ama, la municipalizzata romana dei rifiuti dove ti pagano per non darti malato. Ma anche un Natale fantasioso e gretino nel senso più alto del termine, perché risparmiando tonnellate e tonnellate di carta e nastrini, i romani potranno salvare centinaia di alberi. E trovare un nuovo modo di scambiarsi i regali mantenendo un minimo di suspence come, per esempio, tirarseli dietro dopo aver fatto voltare di spalle il destinatario, oppure nasconderli per casa organizzando una caccia al tesoro. Tuttavia, c’è il fondato sospetto che dietro alla trovata dei No pack piddini vi sia la presa d’atto che la mirabolante promessa di una città pulita «entro fine anno» sia totalmente irrealizzabile. Per capirlo basta mettere in fila i proclami di Gualtieri oggi e domani sull’immondizia, che anche in questo lungo ponte dell’Immacolata debordava dai cassonetti e dai marciapiedi in mezzo centro storico, a Monteverde, all’Ostiense, all’Esquilino. In campagna elettorale, quest’autunno, lo storico dell’economia aveva garantito che pulire la città sarebbe stato il suo primo pensiero. Il 15 ottobre, appena uscito vincitore dalle urne, proclamò a Radio anch’io: «I primi cento giorni saranno molto intensi e inizieremo con una pulizia straordinaria della città, lanceremo il nostro piano rifiuti, trasporti e per la manutenzione straordinaria di Roma». Un mese appena e il 21 novembre, dalle colonne del giornale-partito della Capitale, La Repubblica, aggiustava il tiro: «A Natale, Roma sarà più pulita di come l’abbiamo trovata». In questa progressiva presa di coscienza si capisce meglio il fantasioso appello di Alfonsi sui regali nudi e crudi. Visto che l’unica cosa che finora è cambiata rispetto all’amministrazione di Virginia Raggi è che sono scomparsi i cinghiali (più che altro dai giornali e dalle tv locali), e considerato che Gualtieri ha già capito che le discariche mancanti andrebbero realizzate con il collega di partito Nicola Zingaretti, che dalla Regione Lazio ci dorme sopra da anni, a questo punto è lecito aspettarsi nuove idee alternative. Nelle altre capitali d’Europa, si sa, i rifiuti si raccolgono, si differenziano e si smaltiscono senza che servano dei premi Nobel. A Roma, sembra sia impossibile e ci si fa sopra la campagna elettorale ormai da un ventennio. Imitare gli altri, i Comuni che ce l’hanno fatta, evidentemente è ritenuto banale. E allora, dopo la chiamata alle armi dei No pack, non resterà che chiedere ai romani di tritare tutto e buttare gli avanzi del Cenone nel gabinetto. Problemi ben minori a Torino, dove l’amministrazione a 5 stelle ha dovuto cedere il passo al grande ritorno del Pd. Dopo la mestizia della giunta di Piero Fassino e la finta rivoluzione «anti sistema» di Appendino, il partito ha giocato la carta di Stefano Lo Russo, geologo del Politecnico. La città sa gestire da anni l’ordinaria amministrazione e al confronto di Roma, come pulizia, sembra Vienna. Ma ha problemi di visione. Dopo il tradimento della Fiat e degli Agnelli-Elkann, il centrosinistra locale ha puntato secco su information technology, buon cibo, sport e cultura. Ma evidentemente, anche dovendosi promuovere con i turisti rispetto alla più scintillante Milano, Torino ancora fatica a dimenticare Mirafiori e dintorni. E così, mercoledì sera, mentre a 120 chilometri di distanza accendevano un albero di Swaroski in Galleria, in Piazza Vittorio montavano «Zerbino». Ovvero, un albero di Natale fatto di tanti pannelli verde scuro di pratino artificiale che potrebbe soddisfare le esigenze igieniche di una mezza dozzina di palazzi circostanti. Va detto che la selezione di questo grande tappeto a punta è merito della giunta Appendino, ma Lo Russo dev’essere rimasto stregato da un simile eco-portento e non ha osato cambiare addobbo. È costato 91.500 euro, ma si spera che l’anno prossimo, scambiato abilmente con quello di Milano, possa far mettere a bilancio una bella plusvalenza. In città, gli esperti del ramo pare che non manchino. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/roma-trovata-antimonnezza-niente-pacchi-2655977535.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="letta-non-parla-di-colle-e-politica-e-ossessionato-da-zan-ed-eutanasia" data-post-id="2655977535" data-published-at="1639126337" data-use-pagination="False"> Letta non parla di Colle e politica. È ossessionato da Zan ed eutanasia «Ne parliamo a gennaio». È il mantra dietro cui il segretario dem Enrico Letta, nella sua attesa sortita ad Atreju, si è trincerato per evitare di rispondere alle domande sulla sua strategia per l’elezione del prossimo capo dello Stato. Eppure, nel fortino costruito di fronte a Bruno Vespa e al nostro direttore Maurizio Belpietro che lo incalzavano, l’ex premier si è sbilanciato solo per dire no all’ipotesi Silvio Berlusconi, reputato inadeguato a raccogliere un largo consenso in Parlamento, ribadendo la propria disponibilità, almeno in linea di principio, a valutare candidature che vadano oltre il recinto del suo partito. In un clima che non è mai uscito dai binari di un confronto civile, i momenti clou sono stati quelli in cui Letta e la platea di militanti e appassionati della destra si sono confrontati - talvolta con dei franchi botta e risposta - sui temi etici e di coscienza, dove la distanza tra il popolo della sinistra e quello dei conservatori è apparso anche ieri incolmabile. Ma proprio per questo, il dibattito è stato esaustivo. I primi mugugni dei presenti sono giunti quando, dopo che Letta aveva affermato di essere contento della sua presenza alla kermesse di Fdi e che ormai il problema per lui è di non sembrare troppo in sintonia con Giorgia Meloni, Belpietro gli ha chiesto se a questo punto siano terminati gli esami di democrazia per la destra. Nella sua risposta, il leader dem, seppure con delle perifrasi delicate, ha sostanziamente detto di no, e allo stesso Belpietro che gli chiedeva perché questo non valga per il passato dei partiti di sinistra, ha risposto «noi il problema lo abbiamo risolto, per noi non si pone». Altro capitolo spinoso, quello della legge Zan, per il quale Letta ha glissato sulle domande di chi gli chiedeva perché non si è potuto trovare un compromesso sulla parte del provvedimento che riguardava il «sesso percepito», attaccando invece i parlamentari contrari alla legge, rei di avere esultato al momento del suo affossamento in aula. Ma il segretario Pd non ha mancato di indicare un altro fronte identitario su cui potrà, all’occorrenza, spingere per tenere uniti i suoi, e cioè il suicidio assistito, sul quale - tra le perplessità di tutti i presenti - ha chiesto collaborazione ai parlamentari di Fdi. Anche in quel caso, però, incalzato sui contenuti specifici e sull’atteggiamento dei dem sul possibile referendum sull’eutanasia, Letta ha buttato la palla in calcio d’angolo dicendo che deciderà il da farsi «dopo che si sarà pronunciata la Corte costituzionale». Certamente più praticabile, l’appello che Letta ha lanciato per un anno di riforme (in particolare quella dei regolamenti parlamentari per porre un argine al trasformismo) nel caso non si vada al voto subito, come invece invocato dalla Meloni e dai suoi. La volontà di arrivare a fine legislatura con Mario Draghi in sella al governo, peraltro, Letta l’ha espressa chiaramente quando ha affermato che sarebbe «positivo» se restasse a Palazzo Chigi e che sarebbe difficile tenere insieme l’attuale maggioranza se il premier traslocasse al Quirinale. L’applauso più grande per il segretario del Pd è arrivato quando, ragionando di legge elettorale e ribadendo la sua personale preferenza per il sistema maggioritario (sulla quale il resto del suo partito non sembra seguirlo), ha affermato solennemente che «nella prossima legislatura, il Pd andrà al governo solo se vincerà le elezioni». Nel tendone di Piazza Risorgimento, a quel punto, è risuonato quasi un boato, dettato forse più dalla voglia di crederci che dalla fiducia in quanto detto.
Il presidente della Lega di Serie A Ezio Simonelli (Ansa)
E a farne le spese, tanto per cambiare, sono i tifosi di calcio, già frastornati dagli insuccessi della Nazionale e, al momento in cui questo giornale va in stampa, ancora senza informazioni su quando si disputerà il derby Roma-Lazio, dopo 48 ore di rimpiattino tra Lega Serie A, Prefettura di Roma e Federtennis, attore incolpevole ma chiamato in causa obtorto collo. Ma il problema non riguarda solo il derby. A Roma-Lazio si deve per forza abbinare il pacchetto di sfide Pisa-Napoli, Juventus-Fiorentina Genoa-Milan e Como-Parma nel medesimo orario. Sono match che coinvolgono compagini impegnate nel conquistarsi un posto in Champions League e il regolamento specifica come negli ultimi due turni di stagione sia obbligatorio che le squadre impegnate a conseguire gli stessi obiettivi scendano in campo agli stessi orari. Solo che nessuno aveva considerato la concomitanza della finale degli Internazionali di tennis. Per evitare incidenti analoghi alla guerriglia urbana tra tifosi dell’aprile 2025, in cui rimasero contusi 14 agenti, il Viminale aveva vietato alle due formazioni di affrontarsi in orario serale, impedendo una collocazione della partita alle 20.45 di domenica.
La Lega di Serie A aveva proposto di disputare le sfide alle 12.30, vale a dire nel cosiddetto orario di «lunch match», incontrando però il diniego della Prefettura e della questura di Roma: «Siamo attrezzati per gestire qualsiasi cosa, anche eventi difficili in concomitanza, ma sarebbe più sensato non far giocare un derby nello stesso giorno degli Internazionali di tennis, oggi diventati un evento mondiale di pari importanza», era stata la motivazione, seguita da una nota che ufficializzava lo slittamento del derby a lunedì alle 20.45, in orario sì serale, ma il giorno dopo rispetto all’evento tennistico. Decisione però rifiutata dalla Lega di Serie A. Piccolo particolare: la sovrapposizione potenziale dei due eventi, quello di pallone e quello di tennis, era nota già da tempo, ma nessuno si è preoccupato di prendere le logiche contromisure. La pezza che salvasse capra, cavoli e palinsesti televisivi (non bisogna dimenticare il ruolo decisivo degli editori tv che detengono i diritti sulle partite di calcio) trovata dalla Lega era spostare la lancetta degli orologi di mezz’ora avanti e di mezz’ora indietro: derby domenica alle 12 insieme con le altre quattro partite abbinate, finale del Foro Italico alle 17, per consentire lo svolgimento autonomo delle due manifestazioni e un controllo adeguato dell’ordine pubblico. «Abbiamo sbagliato, ma chiediamo di venirci incontro», ha dichiarato il presidente di Lega Ezio Simonelli, «Forse non è stato tenuto conto del fatto che il rinvio del derby coinvolgesse altre quattro città e 300.000 tifosi. Alla luce di questo, dando noi disponibilità ad anticipare di mezz’ora, mi auguro che la stessa disponibilità la dia la Federtennis nel posticipare». Continuando: «Prendiamo atto della decisione del Prefetto di far giocare il derby e le altre quattro partite lunedì sera, ma non la condividiamo. Abbiamo fatto una proposta formale al Viminale per trovare una soluzione. Se non dovessimo trovarla, presenteremo ricorso al Tar».
Il ricorso al Tar peraltro sta diventando sport nazionale al pari del pallone. Al caos organizzativo si è poi aggiunta la finaIe di Coppa Italia tra Lazio e Inter di ieri, che ha reso impervie le comunicazioni tra i protagonisti della vicenda, non consentendo ancora una soluzione. La faccenda è spinosa: giocare le partite di lunedì sera comporterebbe uno stravolgimento impraticabile per molti tifosi che non riuscirebbero a sostenere un viaggio in trasferta in un giorno feriale. La petizione di alcuni gruppi ultras che circola da marzo per un calcio «più giusto e popolare» è anche una reazione a pasticci del genere: «Vogliamo dire basta al calcio con orari spezzatino, subordinato a decisioni dell’ultimo minuto», sostengono i tifosi. Il numero uno del Coni Giovanni Malagò ha stigmatizzato la vicenda con una stilettata ovattata: «Non ho alcuna carica o ruolo per parlare dell’argomento. Mi auguro che possano trovare una soluzione in grado di accontentare tutti. Non è certo una bella cosa questa diatriba». Bella non lo è, e al momento una soluzione ufficiale non c’è ancora. Ma la diatriba aiuta a comprendere sia il significato autentico dell’espressione «decidere in zona Cesarini», sia il motivo per cui il calcio italiano è prigioniero di sé stesso, forse troppo occupato a pensare ai ricorsi al Tar e poco ai ricorsi (e ai corsi) della sua travagliata storia recente.
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Trump vola da Xi mentre la guerra in Iran pesa su economia e politica USA tra rincari, debiti, tensioni con la Cina e sfida elettorale.
Guido Guidesi (Ansa)
I numeri che accompagnano questa ambizione sono solidi. Con oltre il 23% del Pil nazionale e più di un quarto dell'export italiano, la Lombardia è già il principale motore economico del Paese. Dal 2021 al 2025 ha attratto 448 progetti su 1.158 complessivi in Italia, mantenendo una quota costante tra il 35% e il 45% del totale nazionale, con una crescita di 85-90 investimenti diretti esteri all’anno - il 35% in più rispetto al quinquennio precedente (lo dice il Financial Times). Dati ancora più significativi se confrontati con lo scenario globale: tra il 2023 e il 2024 i flussi internazionali di investimenti sono calati dell’11% e quelli europei del 5%, mentre la Lombardia ha segnato un +6%.
Nel periodo 2020-2025, grazie al progetto “Invest in Lombardy” – sviluppato in collaborazione con Milano & Partners – la Regione ha supportato oltre 1.400 aziende estere interessate a insediarsi sul territorio. Solo nel 2025, 34 di queste hanno già avviato o annunciato progetti concreti, con un impatto stimato di 2,8 miliardi di indotto e 6.200 nuovi posti di lavoro. Attualmente sono 428 i progetti in gestione attiva, concentrati nei settori a più alto valore aggiunto: manifattura avanzata (semiconduttori, Industria 4.0), Scienze della Vita (biotecnologie, farmaceutico), Clean Tech e IT/ICT.
«I numeri confermano il nostro primato italiano rispetto all’attrazione investimenti esteri: valiamo il 40% degli investimenti esteri che arrivano in Italia. Ma non possiamo però fermarci al primato nazionale, possiamo e dobbiamo migliorarci», ha dichiarato l’assessore allo Sviluppo economico Guido Guidesi, presentando la nuova strategia regionale.
«Questo è l’obiettivo della nuova strategia di attrazione degli investimenti in cui si evidenzia un ruolo più da protagonista e attivo di Regione Lombardia al fine di cogliere opportunità di nuovi investimenti presentandoci con ecosistemi completi: dalla ricerca, ai fornitori, alle competenze. Proviamo a giocarci la partita dell’attrazione in un campionato più difficile e maggiormente competitivo; alziamo il livello, proviamo a migliorarci; vogliamo essere meta internazionale e hub europeo», ha aggiunto Guidesi, sottolineando che con la nuova direttiva «andremo anche a cercarci gli investitori rispetto alle esigenze che abbiamo dal punto di vista della partecipazione ai nostri ecosistemi».
Tre le direttrici del piano di Guidesi. La prima è la qualità degli investimenti: la Regione punta sui settori ad alto valore aggiunto: ICT, scienze della vita, elettronica, aerospazio, chimica e agroalimentare avanzato. La seconda è la valorizzazione degli ecosistemi territoriali e in questo quadro si inseriscono le Zone di Innovazione e Sviluppo (ZIS), la Zona Logistica Semplificata di Cremona e Mantova, e l'iniziativa “Talenti – Trasferimento delle conoscenze”, che favorisce l’ingresso di dottori di ricerca e professionisti altamente qualificati nelle pmi lombarde. La terza direttrice è la semplificazione e la velocità dei processi, attraverso il rafforzamento del modello one-stop-shop per rendere più rapidi e prevedibili i percorsi di insediamento.
Per Giovanni Rossi, direttore generale di Promos Italia, «l'approccio internazionale è rafforzato da attività promozionali e roadshow nei principali mercati esteri, con “value proposition” focalizzate su settori ad alto valore aggiunto. La “business intelligence” permette di intercettare investitori qualificati e accompagnarli efficacemente nel percorso di insediamento. L'aftercare è considerato strategico per valorizzare le imprese già insediate e favorirne la crescita”, ha concluso Rossi.
Centrale nella strategia è il potenziamento di «Invest in Lombardy» come punto unico di accesso per gli investitori internazionali, capace di accompagnare le imprese lungo l'intero ciclo dell'investimento: dalla valutazione iniziale all'insediamento, fino ai servizi di aftercare.
Un riconoscimento al valore dell’ecosistema lombardo arriva dalle testimonianze delle imprese internazionali già presenti sul territorio. «Regione Lombardia ha accompagnato il nostro percorso di insediamento, supportandoci nel dialogo con il territorio e nello sviluppo delle competenze necessarie. La Lombardia si distingue per un ecosistema industriale solido e collaborativo, favorevole allo sviluppo di nuovi investimenti», ha evidenziato Carina Solsona Garriga, Coo di Affinity Petcare.
«Abbiamo scelto la Lombardia per la sua posizione strategica, la qualità delle infrastrutture e un ecosistema industriale unico a livello europeo, che consente di ottimizzare efficienza, sostenibilità e sviluppo produttivo», ha aggiunto Federico Castelli, amministratore delegato di Rockwool Italia.
«La Lombardia è più attrattiva di molte regioni europee grazie a una filiera industriale avanzata, competenze di altissimo livello e un forte orientamento all’export. Qui troviamo un luogo dove produrre, innovare e costruire valore nel lungo periodo», ha concluso Paolo Bertuzzi, Ceo & Managing Director di Turboden.
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