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2021-12-10
Roma, trovata antimonnezza: niente pacchi
Ansa
Natale pulito, finalmente, con i nuovi sindaci del Pd. A Roma, la giunta Gualtieri invita i cittadini a non incartare i regali per non aggravare il lavoro di quei poverini che dovrebbero tenere in ordine la capitale. Mentre a Torino, la giunta Lo Russo, in piena continuità con il corto respiro di quella di Chiara Appendino, sceglie di rafforzare la sua virata da città tecnologica e dell’auto a bed&breackfast di massa con un albero di Natale costruito con pannelli sintetici verde scuro, prontamente ribattezzato dai torinesi «Zerbino». Spariti i cinghiali in libera uscita, insieme alle promesse elettorali, resta questa gran voglia di pulizia e sobrietà. Con un altro paio di divieti alla Roberto Speranza, tipo regalare panettoni da due chili, un Natale da Grande Depressione è assicurato.
«Cari romani, non incartate i regali di Natale». Questo l’appello di Sabrina Alfonsi, antropologa romana prestata al Pd e piazzata da Roberto Gualtieri su una delle poltrone più insidiose del pianeta, quella di assessore ai rifiuti. Insomma, un Natale senza sorprese, pulito e trasparente come un bando del Campidoglio o come il piano ferie dell’Ama, la municipalizzata romana dei rifiuti dove ti pagano per non darti malato. Ma anche un Natale fantasioso e gretino nel senso più alto del termine, perché risparmiando tonnellate e tonnellate di carta e nastrini, i romani potranno salvare centinaia di alberi. E trovare un nuovo modo di scambiarsi i regali mantenendo un minimo di suspence come, per esempio, tirarseli dietro dopo aver fatto voltare di spalle il destinatario, oppure nasconderli per casa organizzando una caccia al tesoro. Tuttavia, c’è il fondato sospetto che dietro alla trovata dei No pack piddini vi sia la presa d’atto che la mirabolante promessa di una città pulita «entro fine anno» sia totalmente irrealizzabile.
Per capirlo basta mettere in fila i proclami di Gualtieri oggi e domani sull’immondizia, che anche in questo lungo ponte dell’Immacolata debordava dai cassonetti e dai marciapiedi in mezzo centro storico, a Monteverde, all’Ostiense, all’Esquilino. In campagna elettorale, quest’autunno, lo storico dell’economia aveva garantito che pulire la città sarebbe stato il suo primo pensiero. Il 15 ottobre, appena uscito vincitore dalle urne, proclamò a Radio anch’io: «I primi cento giorni saranno molto intensi e inizieremo con una pulizia straordinaria della città, lanceremo il nostro piano rifiuti, trasporti e per la manutenzione straordinaria di Roma». Un mese appena e il 21 novembre, dalle colonne del giornale-partito della Capitale, La Repubblica, aggiustava il tiro: «A Natale, Roma sarà più pulita di come l’abbiamo trovata». In questa progressiva presa di coscienza si capisce meglio il fantasioso appello di Alfonsi sui regali nudi e crudi. Visto che l’unica cosa che finora è cambiata rispetto all’amministrazione di Virginia Raggi è che sono scomparsi i cinghiali (più che altro dai giornali e dalle tv locali), e considerato che Gualtieri ha già capito che le discariche mancanti andrebbero realizzate con il collega di partito Nicola Zingaretti, che dalla Regione Lazio ci dorme sopra da anni, a questo punto è lecito aspettarsi nuove idee alternative. Nelle altre capitali d’Europa, si sa, i rifiuti si raccolgono, si differenziano e si smaltiscono senza che servano dei premi Nobel. A Roma, sembra sia impossibile e ci si fa sopra la campagna elettorale ormai da un ventennio. Imitare gli altri, i Comuni che ce l’hanno fatta, evidentemente è ritenuto banale. E allora, dopo la chiamata alle armi dei No pack, non resterà che chiedere ai romani di tritare tutto e buttare gli avanzi del Cenone nel gabinetto.
Problemi ben minori a Torino, dove l’amministrazione a 5 stelle ha dovuto cedere il passo al grande ritorno del Pd. Dopo la mestizia della giunta di Piero Fassino e la finta rivoluzione «anti sistema» di Appendino, il partito ha giocato la carta di Stefano Lo Russo, geologo del Politecnico. La città sa gestire da anni l’ordinaria amministrazione e al confronto di Roma, come pulizia, sembra Vienna. Ma ha problemi di visione. Dopo il tradimento della Fiat e degli Agnelli-Elkann, il centrosinistra locale ha puntato secco su information technology, buon cibo, sport e cultura. Ma evidentemente, anche dovendosi promuovere con i turisti rispetto alla più scintillante Milano, Torino ancora fatica a dimenticare Mirafiori e dintorni. E così, mercoledì sera, mentre a 120 chilometri di distanza accendevano un albero di Swaroski in Galleria, in Piazza Vittorio montavano «Zerbino». Ovvero, un albero di Natale fatto di tanti pannelli verde scuro di pratino artificiale che potrebbe soddisfare le esigenze igieniche di una mezza dozzina di palazzi circostanti. Va detto che la selezione di questo grande tappeto a punta è merito della giunta Appendino, ma Lo Russo dev’essere rimasto stregato da un simile eco-portento e non ha osato cambiare addobbo. È costato 91.500 euro, ma si spera che l’anno prossimo, scambiato abilmente con quello di Milano, possa far mettere a bilancio una bella plusvalenza. In città, gli esperti del ramo pare che non manchino.
Letta non parla di Colle e politica. È ossessionato da Zan ed eutanasia
«Ne parliamo a gennaio». È il mantra dietro cui il segretario dem Enrico Letta, nella sua attesa sortita ad Atreju, si è trincerato per evitare di rispondere alle domande sulla sua strategia per l’elezione del prossimo capo dello Stato. Eppure, nel fortino costruito di fronte a Bruno Vespa e al nostro direttore Maurizio Belpietro che lo incalzavano, l’ex premier si è sbilanciato solo per dire no all’ipotesi Silvio Berlusconi, reputato inadeguato a raccogliere un largo consenso in Parlamento, ribadendo la propria disponibilità, almeno in linea di principio, a valutare candidature che vadano oltre il recinto del suo partito.
In un clima che non è mai uscito dai binari di un confronto civile, i momenti clou sono stati quelli in cui Letta e la platea di militanti e appassionati della destra si sono confrontati - talvolta con dei franchi botta e risposta - sui temi etici e di coscienza, dove la distanza tra il popolo della sinistra e quello dei conservatori è apparso anche ieri incolmabile. Ma proprio per questo, il dibattito è stato esaustivo. I primi mugugni dei presenti sono giunti quando, dopo che Letta aveva affermato di essere contento della sua presenza alla kermesse di Fdi e che ormai il problema per lui è di non sembrare troppo in sintonia con Giorgia Meloni, Belpietro gli ha chiesto se a questo punto siano terminati gli esami di democrazia per la destra. Nella sua risposta, il leader dem, seppure con delle perifrasi delicate, ha sostanziamente detto di no, e allo stesso Belpietro che gli chiedeva perché questo non valga per il passato dei partiti di sinistra, ha risposto «noi il problema lo abbiamo risolto, per noi non si pone». Altro capitolo spinoso, quello della legge Zan, per il quale Letta ha glissato sulle domande di chi gli chiedeva perché non si è potuto trovare un compromesso sulla parte del provvedimento che riguardava il «sesso percepito», attaccando invece i parlamentari contrari alla legge, rei di avere esultato al momento del suo affossamento in aula.
Ma il segretario Pd non ha mancato di indicare un altro fronte identitario su cui potrà, all’occorrenza, spingere per tenere uniti i suoi, e cioè il suicidio assistito, sul quale - tra le perplessità di tutti i presenti - ha chiesto collaborazione ai parlamentari di Fdi. Anche in quel caso, però, incalzato sui contenuti specifici e sull’atteggiamento dei dem sul possibile referendum sull’eutanasia, Letta ha buttato la palla in calcio d’angolo dicendo che deciderà il da farsi «dopo che si sarà pronunciata la Corte costituzionale». Certamente più praticabile, l’appello che Letta ha lanciato per un anno di riforme (in particolare quella dei regolamenti parlamentari per porre un argine al trasformismo) nel caso non si vada al voto subito, come invece invocato dalla Meloni e dai suoi. La volontà di arrivare a fine legislatura con Mario Draghi in sella al governo, peraltro, Letta l’ha espressa chiaramente quando ha affermato che sarebbe «positivo» se restasse a Palazzo Chigi e che sarebbe difficile tenere insieme l’attuale maggioranza se il premier traslocasse al Quirinale.
L’applauso più grande per il segretario del Pd è arrivato quando, ragionando di legge elettorale e ribadendo la sua personale preferenza per il sistema maggioritario (sulla quale il resto del suo partito non sembra seguirlo), ha affermato solennemente che «nella prossima legislatura, il Pd andrà al governo solo se vincerà le elezioni». Nel tendone di Piazza Risorgimento, a quel punto, è risuonato quasi un boato, dettato forse più dalla voglia di crederci che dalla fiducia in quanto detto.
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La giunta Gualtieri invita i cittadini a non incartare i regali per non aggravare il lavoro dei netturbini. Sabrina Alfonsi, l’antropologa assessore ai rifiuti, sollecita feste gretine. A Torino, il neosindaco Stefano Lo Russo indispettisce con l’albero battezzato «Zerbino»Per il Quirinale Enrico Letta mette il veto soltanto a Silvio Berlusconi. La ricerca di temi etici identitariLo speciale contiene due articoliNatale pulito, finalmente, con i nuovi sindaci del Pd. A Roma, la giunta Gualtieri invita i cittadini a non incartare i regali per non aggravare il lavoro di quei poverini che dovrebbero tenere in ordine la capitale. Mentre a Torino, la giunta Lo Russo, in piena continuità con il corto respiro di quella di Chiara Appendino, sceglie di rafforzare la sua virata da città tecnologica e dell’auto a bed&breackfast di massa con un albero di Natale costruito con pannelli sintetici verde scuro, prontamente ribattezzato dai torinesi «Zerbino». Spariti i cinghiali in libera uscita, insieme alle promesse elettorali, resta questa gran voglia di pulizia e sobrietà. Con un altro paio di divieti alla Roberto Speranza, tipo regalare panettoni da due chili, un Natale da Grande Depressione è assicurato. «Cari romani, non incartate i regali di Natale». Questo l’appello di Sabrina Alfonsi, antropologa romana prestata al Pd e piazzata da Roberto Gualtieri su una delle poltrone più insidiose del pianeta, quella di assessore ai rifiuti. Insomma, un Natale senza sorprese, pulito e trasparente come un bando del Campidoglio o come il piano ferie dell’Ama, la municipalizzata romana dei rifiuti dove ti pagano per non darti malato. Ma anche un Natale fantasioso e gretino nel senso più alto del termine, perché risparmiando tonnellate e tonnellate di carta e nastrini, i romani potranno salvare centinaia di alberi. E trovare un nuovo modo di scambiarsi i regali mantenendo un minimo di suspence come, per esempio, tirarseli dietro dopo aver fatto voltare di spalle il destinatario, oppure nasconderli per casa organizzando una caccia al tesoro. Tuttavia, c’è il fondato sospetto che dietro alla trovata dei No pack piddini vi sia la presa d’atto che la mirabolante promessa di una città pulita «entro fine anno» sia totalmente irrealizzabile. Per capirlo basta mettere in fila i proclami di Gualtieri oggi e domani sull’immondizia, che anche in questo lungo ponte dell’Immacolata debordava dai cassonetti e dai marciapiedi in mezzo centro storico, a Monteverde, all’Ostiense, all’Esquilino. In campagna elettorale, quest’autunno, lo storico dell’economia aveva garantito che pulire la città sarebbe stato il suo primo pensiero. Il 15 ottobre, appena uscito vincitore dalle urne, proclamò a Radio anch’io: «I primi cento giorni saranno molto intensi e inizieremo con una pulizia straordinaria della città, lanceremo il nostro piano rifiuti, trasporti e per la manutenzione straordinaria di Roma». Un mese appena e il 21 novembre, dalle colonne del giornale-partito della Capitale, La Repubblica, aggiustava il tiro: «A Natale, Roma sarà più pulita di come l’abbiamo trovata». In questa progressiva presa di coscienza si capisce meglio il fantasioso appello di Alfonsi sui regali nudi e crudi. Visto che l’unica cosa che finora è cambiata rispetto all’amministrazione di Virginia Raggi è che sono scomparsi i cinghiali (più che altro dai giornali e dalle tv locali), e considerato che Gualtieri ha già capito che le discariche mancanti andrebbero realizzate con il collega di partito Nicola Zingaretti, che dalla Regione Lazio ci dorme sopra da anni, a questo punto è lecito aspettarsi nuove idee alternative. Nelle altre capitali d’Europa, si sa, i rifiuti si raccolgono, si differenziano e si smaltiscono senza che servano dei premi Nobel. A Roma, sembra sia impossibile e ci si fa sopra la campagna elettorale ormai da un ventennio. Imitare gli altri, i Comuni che ce l’hanno fatta, evidentemente è ritenuto banale. E allora, dopo la chiamata alle armi dei No pack, non resterà che chiedere ai romani di tritare tutto e buttare gli avanzi del Cenone nel gabinetto. Problemi ben minori a Torino, dove l’amministrazione a 5 stelle ha dovuto cedere il passo al grande ritorno del Pd. Dopo la mestizia della giunta di Piero Fassino e la finta rivoluzione «anti sistema» di Appendino, il partito ha giocato la carta di Stefano Lo Russo, geologo del Politecnico. La città sa gestire da anni l’ordinaria amministrazione e al confronto di Roma, come pulizia, sembra Vienna. Ma ha problemi di visione. Dopo il tradimento della Fiat e degli Agnelli-Elkann, il centrosinistra locale ha puntato secco su information technology, buon cibo, sport e cultura. Ma evidentemente, anche dovendosi promuovere con i turisti rispetto alla più scintillante Milano, Torino ancora fatica a dimenticare Mirafiori e dintorni. E così, mercoledì sera, mentre a 120 chilometri di distanza accendevano un albero di Swaroski in Galleria, in Piazza Vittorio montavano «Zerbino». Ovvero, un albero di Natale fatto di tanti pannelli verde scuro di pratino artificiale che potrebbe soddisfare le esigenze igieniche di una mezza dozzina di palazzi circostanti. Va detto che la selezione di questo grande tappeto a punta è merito della giunta Appendino, ma Lo Russo dev’essere rimasto stregato da un simile eco-portento e non ha osato cambiare addobbo. È costato 91.500 euro, ma si spera che l’anno prossimo, scambiato abilmente con quello di Milano, possa far mettere a bilancio una bella plusvalenza. In città, gli esperti del ramo pare che non manchino. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/roma-trovata-antimonnezza-niente-pacchi-2655977535.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="letta-non-parla-di-colle-e-politica-e-ossessionato-da-zan-ed-eutanasia" data-post-id="2655977535" data-published-at="1639126337" data-use-pagination="False"> Letta non parla di Colle e politica. È ossessionato da Zan ed eutanasia «Ne parliamo a gennaio». È il mantra dietro cui il segretario dem Enrico Letta, nella sua attesa sortita ad Atreju, si è trincerato per evitare di rispondere alle domande sulla sua strategia per l’elezione del prossimo capo dello Stato. Eppure, nel fortino costruito di fronte a Bruno Vespa e al nostro direttore Maurizio Belpietro che lo incalzavano, l’ex premier si è sbilanciato solo per dire no all’ipotesi Silvio Berlusconi, reputato inadeguato a raccogliere un largo consenso in Parlamento, ribadendo la propria disponibilità, almeno in linea di principio, a valutare candidature che vadano oltre il recinto del suo partito. In un clima che non è mai uscito dai binari di un confronto civile, i momenti clou sono stati quelli in cui Letta e la platea di militanti e appassionati della destra si sono confrontati - talvolta con dei franchi botta e risposta - sui temi etici e di coscienza, dove la distanza tra il popolo della sinistra e quello dei conservatori è apparso anche ieri incolmabile. Ma proprio per questo, il dibattito è stato esaustivo. I primi mugugni dei presenti sono giunti quando, dopo che Letta aveva affermato di essere contento della sua presenza alla kermesse di Fdi e che ormai il problema per lui è di non sembrare troppo in sintonia con Giorgia Meloni, Belpietro gli ha chiesto se a questo punto siano terminati gli esami di democrazia per la destra. Nella sua risposta, il leader dem, seppure con delle perifrasi delicate, ha sostanziamente detto di no, e allo stesso Belpietro che gli chiedeva perché questo non valga per il passato dei partiti di sinistra, ha risposto «noi il problema lo abbiamo risolto, per noi non si pone». Altro capitolo spinoso, quello della legge Zan, per il quale Letta ha glissato sulle domande di chi gli chiedeva perché non si è potuto trovare un compromesso sulla parte del provvedimento che riguardava il «sesso percepito», attaccando invece i parlamentari contrari alla legge, rei di avere esultato al momento del suo affossamento in aula. Ma il segretario Pd non ha mancato di indicare un altro fronte identitario su cui potrà, all’occorrenza, spingere per tenere uniti i suoi, e cioè il suicidio assistito, sul quale - tra le perplessità di tutti i presenti - ha chiesto collaborazione ai parlamentari di Fdi. Anche in quel caso, però, incalzato sui contenuti specifici e sull’atteggiamento dei dem sul possibile referendum sull’eutanasia, Letta ha buttato la palla in calcio d’angolo dicendo che deciderà il da farsi «dopo che si sarà pronunciata la Corte costituzionale». Certamente più praticabile, l’appello che Letta ha lanciato per un anno di riforme (in particolare quella dei regolamenti parlamentari per porre un argine al trasformismo) nel caso non si vada al voto subito, come invece invocato dalla Meloni e dai suoi. La volontà di arrivare a fine legislatura con Mario Draghi in sella al governo, peraltro, Letta l’ha espressa chiaramente quando ha affermato che sarebbe «positivo» se restasse a Palazzo Chigi e che sarebbe difficile tenere insieme l’attuale maggioranza se il premier traslocasse al Quirinale. L’applauso più grande per il segretario del Pd è arrivato quando, ragionando di legge elettorale e ribadendo la sua personale preferenza per il sistema maggioritario (sulla quale il resto del suo partito non sembra seguirlo), ha affermato solennemente che «nella prossima legislatura, il Pd andrà al governo solo se vincerà le elezioni». Nel tendone di Piazza Risorgimento, a quel punto, è risuonato quasi un boato, dettato forse più dalla voglia di crederci che dalla fiducia in quanto detto.
Graziano Delrio (Ansa)
Gli stessi che avevano invece firmato il ddl Delrio, il quale spiega che sia necessaria una legge ad hoc contro l’antisemitismo, mentre il ddl Giorgis è troppo ad ampio raggio, dato che a contrastare tutte le discriminazioni. Il testo Giorgis, infatti, si applicherebbe non solo alle manifestazioni di antisemitismo, ma anche a tutte le espressioni di razzismo e intolleranza, anche verso altre fedi religiose. Per i riformisti è un modo per annacquare il senso originario del provvedimento, mirato a contrastare l’ondata di odio verso gli ebrei innescata dall’assedio israeliano a Gaza.
Che il disegno di legge sull’antisemitismo sarebbe stata una grana per il Pd si era subito intuito, sin dalla presentazione del testo Delrio. Lui vorrebbe si adottasse la (discussa) definizione di antisemitismo dell’International holocaust remembrance allinace (Ihra), ovvero l’Alleanza internazionale per la memoria dell’Olocausto, che qualifica come antisemita ogni critica radicale contro Israele. La dirigenza dem, spinta sempre più verso le derive pro Pal dei 5 stelle, non digerisce tale definizione. La stessa che, però, venne votata da Elly Schlein quando era europarlamentare. La medesima che il capogruppo dem al Senato, Francesco Boccia, nel 2020 (in qualità di ministro del Conte II) approvò. Ma oggi si scagliano tutti contro quella definizione, in quanto rischierebbe di includere nell’alveo dell’antisemitismo anche le critiche politiche allo Stato di Israele e al suo governo.
A dicembre, nell’imbarazzo generale, proprio Boccia disconobbe Delrio, definendo la sua proposta di legge un’iniziativa personale «non rappresentativa della posizione del Pd». Peccato che Delrio non fosse stato l’unico firmatario. Accanto a lui c’era gran parte dell’ala riformista del Pd: da Sandra Zampa a Walter Verini, da Filippo Sensi a Simona Malpezzi.
Il 27 gennaio, in coincidenza con la Giornata della memoria, in commissione Affari costituzionali del Senato, partirà l’iter del ddl. La vera sfida sarà sugli emendamenti ed è lì che il Pd potrebbe spaccarsi di nuovo.
Altro che campo largo e «testardamente unitari»; nel Nazareno la distanza tra massimalisti, fedeli a Schlein e riformisti è sempre più incolmabile. E la segretaria temporeggia, modello opossum, fingendosi morta per non sbagliare.
Intanto, ieri la referente per l’Italia nella Coalizione internazionale della Freedom Flotilla, Maria Elena Delia, ha annunciato che in primavera partirà una nuova missione. Il Pd si imbarcherà di nuovo?
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Le gambe di atterraggio sono un elemento fondamentale per l'atterraggio sicuro della missione Rosalind Franklin del rover ExoMars dell'Esa nel 2030, insieme ai paracadute e ai motori che rallenteranno la discesa del veicolo spaziale su Marte.
Per oltre un mese, i team di Thales Alenia Space e di Airbus hanno eseguito decine di lanci verticali utilizzando un modello in scala reale della piattaforma di atterraggio presso le strutture Altec di Torino. Mentre Thales Alenia Space è il leader industriale della missione, Airbus fornisce la piattaforma di atterraggio e Altec offre il supporto tecnico per il test.
Le gambe, leggere e dispiegabili, sono interconnesse e dotate di ammortizzatori per resistere agli urti. Le quattro gambe utilizzate per i test replicano esattamente struttura e dimensioni di quelle che atterreranno su Marte.
Considerando ogni possibile scenario di atterraggio, i team si stanno preparando a ciò che potrebbe accadere se il veicolo spaziale atterrasse non perfettamente in verticale oppure su una roccia.
«L'ultima cosa che si desidera è che la piattaforma si ribalti quando raggiunge la superficie marziana. I test confermeranno la sua stabilità all'atterraggio» ha affermato Benjamin Rasse, team leader dell'Esa per il modulo di discesa ExoMars.
Un altro obiettivo della campagna era quello di verificare le prestazioni dei sensori di atterraggio. Un sistema installato in tutte e quattro le gambe rileva quando il veicolo spaziale tocca la superficie e attiva lo spegnimento dei motori di discesa dopo un atterraggio morbido.
Tuttavia, il veicolo spaziale ha bisogno di un tempo minimo per spegnere i motori dopo l'atterraggio. Se i sensori impiegassero troppo tempo per comandare lo spegnimento del sistema di propulsione, i flussi di gas dei motori di atterraggio potrebbero sollevare frammenti di suolo marziano e danneggiare la piattaforma, perfino ribaltandola nella peggiore delle ipotesi.
«Vogliamo ridurre il tempo di spegnimento a un battito di ciglia, non più di 200 millisecondi dopo l'atterraggio. Siamo lieti di comunicare che questi sensori critici funzionano bene entro i limiti per un atterraggio sicuro» ha detto Benjamin.
Nel corso di oltre una dozzina di cadute verticali, il team ha modificato di pochi centimetri la velocità e l'altezza delle cadute. Questa prima serie di test ha visto il lancio del modello su superfici sia dure che morbide, queste ultime ricoperte di terreno polveroso, lo stesso utilizzato per testare la mobilità del rover Rosalind Franklin.
Nei prossimi mesi, la piattaforma verrà rilasciata con l'aiuto di una slitta a velocità più elevate per testarne la stabilità in caso di atterraggio su piano inclinato. Questa nuova configurazione richiederà aggiornamenti di sicurezza presso la struttura di prova per il personale che gestisce la campagna.
Le registrazioni delle telecamere ad alta velocità e le misurazioni dei sensori, degli accelerometri e dei laser installati sul modello saranno inserite in un modello computerizzato del lander ExoMars e delle sue gambe.
Il team utilizzerà un algoritmo per simulare scenari di atterraggio su Marte e confermare la stabilità del modulo nel conto alla rovescia per il lancio, previsto per il 2028.
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Mohamed bin Zayed e Narendra Modi (Ansa)
La visita di Mohamed bin Zayed a Nuova Delhi rafforza il patto strategico con l’India e segna una presa di distanza dal progetto di una coalizione sunnita guidata da Arabia Saudita e Pakistan. Al centro il controllo del Mar Rosso e i nuovi equilibri regionali.
La visita del presidente degli Emirati Arabi Uniti, Mohamed bin Zayed Al Nahyan, a Nuova Delhi va ben oltre il protocollo e le consuete relazioni bilaterali. È un segnale politico preciso, una scelta strategica che va letta anche per ciò che lascia fuori. In una fase di profonda ridefinizione degli equilibri in Medio Oriente e nel Mar Rosso, il rafforzamento dell’asse tra India ed Emirati si configura come un’alternativa netta a un altro progetto che sta prendendo forma: un accordo di difesa tra Arabia Saudita e Pakistan, che Riyadh e Islamabad puntano ad allargare a Egitto e Turchia, con l’obiettivo di costruire una vasta coalizione sunnita a forte trazione militare.
Non si tratta di sfumature diplomatiche, ma di due modelli opposti di sicurezza regionale. Da un lato, l’intesa tra India ed Emirati si fonda su interessi concreti e condivisi: la protezione delle rotte marittime, la sicurezza delle infrastrutture energetiche, la cooperazione tecnologica e lo scambio di intelligence. Un’alleanza pragmatica, priva di connotazioni ideologiche, che punta alla stabilità. Dall’altro lato, l’asse tra Arabia Saudita e Pakistan risponde a una logica diversa. Islamabad porta in dote un apparato militare consolidato e, soprattutto, il deterrente nucleare. Riyadh garantisce risorse finanziarie, peso politico e ambizioni di leadership nel mondo sunnita. L’eventuale ingresso di Egitto e Turchia trasformerebbe questa intesa in un blocco confessionale armato, con possibili effetti destabilizzanti ben oltre la Penisola Arabica.
Il vero terreno di confronto è il Mar Rosso, ormai al centro delle tensioni globali. Gli attacchi alle navi commerciali, l’instabilità dello Yemen e la pressione indiretta dell’Iran hanno dimostrato quanto questa rotta sia diventata strategica. Per l’India si tratta di un passaggio vitale, perché una parte rilevante del suo commercio con l’Europa transita da lì. Gli Emirati, snodo logistico di primo piano, non possono permettersi che il Mar Rosso venga trasformato in un teatro di scontro ideologico. L’asse India–Emirati mira a garantire la libertà di navigazione e a ridurre la tensione. Una coalizione sunnita allargata, invece, rischierebbe di accentuare la militarizzazione di uno dei choke point più delicati del commercio mondiale.
C’è poi un attore che osserva con particolare attenzione questa dinamica: Israele. Dopo gli Accordi di Abramo, la cooperazione tra Emirati e Israele su difesa, tecnologia e intelligence si è consolidata, e l’India si è progressivamente inserita in questo quadro, soprattutto sul piano della sicurezza marittima e dei sistemi di difesa avanzati. A Gerusalemme, l’ipotesi di una coalizione sunnita che includa Pakistan e Turchia viene guardata con preoccupazione, non tanto per un conflitto immediato quanto per la legittimazione regionale di attori apertamente ostili a Israele, come Ankara. In questo contesto, il rapporto tra India ed Emirati assume il ruolo di contrappeso strategico.
Nuova Delhi gioca una partita diversa rispetto agli altri attori regionali. Non esporta ideologie, non costruisce alleanze su base religiosa e non persegue leadership confessionali. La sua politica estera è guidata da interessi economici, dalla sicurezza delle rotte e dalla ricerca di stabilità. La scelta degli Emirati di rafforzare il legame con l’India invia anche un messaggio implicito a Riyadh: non tutto il mondo sunnita è disposto a seguire una deriva sempre più militarizzata e identitaria.
Ecco quindi che la visita di Mohamed bin Zayed a Nuova Delhi può segnare una linea di frattura nel Medio Oriente contemporaneo, in una regione dove storicamente l’ambiguità è una scelta tattica.
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