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2021-12-10
Roma, trovata antimonnezza: niente pacchi
Ansa
Natale pulito, finalmente, con i nuovi sindaci del Pd. A Roma, la giunta Gualtieri invita i cittadini a non incartare i regali per non aggravare il lavoro di quei poverini che dovrebbero tenere in ordine la capitale. Mentre a Torino, la giunta Lo Russo, in piena continuità con il corto respiro di quella di Chiara Appendino, sceglie di rafforzare la sua virata da città tecnologica e dell’auto a bed&breackfast di massa con un albero di Natale costruito con pannelli sintetici verde scuro, prontamente ribattezzato dai torinesi «Zerbino». Spariti i cinghiali in libera uscita, insieme alle promesse elettorali, resta questa gran voglia di pulizia e sobrietà. Con un altro paio di divieti alla Roberto Speranza, tipo regalare panettoni da due chili, un Natale da Grande Depressione è assicurato.
«Cari romani, non incartate i regali di Natale». Questo l’appello di Sabrina Alfonsi, antropologa romana prestata al Pd e piazzata da Roberto Gualtieri su una delle poltrone più insidiose del pianeta, quella di assessore ai rifiuti. Insomma, un Natale senza sorprese, pulito e trasparente come un bando del Campidoglio o come il piano ferie dell’Ama, la municipalizzata romana dei rifiuti dove ti pagano per non darti malato. Ma anche un Natale fantasioso e gretino nel senso più alto del termine, perché risparmiando tonnellate e tonnellate di carta e nastrini, i romani potranno salvare centinaia di alberi. E trovare un nuovo modo di scambiarsi i regali mantenendo un minimo di suspence come, per esempio, tirarseli dietro dopo aver fatto voltare di spalle il destinatario, oppure nasconderli per casa organizzando una caccia al tesoro. Tuttavia, c’è il fondato sospetto che dietro alla trovata dei No pack piddini vi sia la presa d’atto che la mirabolante promessa di una città pulita «entro fine anno» sia totalmente irrealizzabile.
Per capirlo basta mettere in fila i proclami di Gualtieri oggi e domani sull’immondizia, che anche in questo lungo ponte dell’Immacolata debordava dai cassonetti e dai marciapiedi in mezzo centro storico, a Monteverde, all’Ostiense, all’Esquilino. In campagna elettorale, quest’autunno, lo storico dell’economia aveva garantito che pulire la città sarebbe stato il suo primo pensiero. Il 15 ottobre, appena uscito vincitore dalle urne, proclamò a Radio anch’io: «I primi cento giorni saranno molto intensi e inizieremo con una pulizia straordinaria della città, lanceremo il nostro piano rifiuti, trasporti e per la manutenzione straordinaria di Roma». Un mese appena e il 21 novembre, dalle colonne del giornale-partito della Capitale, La Repubblica, aggiustava il tiro: «A Natale, Roma sarà più pulita di come l’abbiamo trovata». In questa progressiva presa di coscienza si capisce meglio il fantasioso appello di Alfonsi sui regali nudi e crudi. Visto che l’unica cosa che finora è cambiata rispetto all’amministrazione di Virginia Raggi è che sono scomparsi i cinghiali (più che altro dai giornali e dalle tv locali), e considerato che Gualtieri ha già capito che le discariche mancanti andrebbero realizzate con il collega di partito Nicola Zingaretti, che dalla Regione Lazio ci dorme sopra da anni, a questo punto è lecito aspettarsi nuove idee alternative. Nelle altre capitali d’Europa, si sa, i rifiuti si raccolgono, si differenziano e si smaltiscono senza che servano dei premi Nobel. A Roma, sembra sia impossibile e ci si fa sopra la campagna elettorale ormai da un ventennio. Imitare gli altri, i Comuni che ce l’hanno fatta, evidentemente è ritenuto banale. E allora, dopo la chiamata alle armi dei No pack, non resterà che chiedere ai romani di tritare tutto e buttare gli avanzi del Cenone nel gabinetto.
Problemi ben minori a Torino, dove l’amministrazione a 5 stelle ha dovuto cedere il passo al grande ritorno del Pd. Dopo la mestizia della giunta di Piero Fassino e la finta rivoluzione «anti sistema» di Appendino, il partito ha giocato la carta di Stefano Lo Russo, geologo del Politecnico. La città sa gestire da anni l’ordinaria amministrazione e al confronto di Roma, come pulizia, sembra Vienna. Ma ha problemi di visione. Dopo il tradimento della Fiat e degli Agnelli-Elkann, il centrosinistra locale ha puntato secco su information technology, buon cibo, sport e cultura. Ma evidentemente, anche dovendosi promuovere con i turisti rispetto alla più scintillante Milano, Torino ancora fatica a dimenticare Mirafiori e dintorni. E così, mercoledì sera, mentre a 120 chilometri di distanza accendevano un albero di Swaroski in Galleria, in Piazza Vittorio montavano «Zerbino». Ovvero, un albero di Natale fatto di tanti pannelli verde scuro di pratino artificiale che potrebbe soddisfare le esigenze igieniche di una mezza dozzina di palazzi circostanti. Va detto che la selezione di questo grande tappeto a punta è merito della giunta Appendino, ma Lo Russo dev’essere rimasto stregato da un simile eco-portento e non ha osato cambiare addobbo. È costato 91.500 euro, ma si spera che l’anno prossimo, scambiato abilmente con quello di Milano, possa far mettere a bilancio una bella plusvalenza. In città, gli esperti del ramo pare che non manchino.
Letta non parla di Colle e politica. È ossessionato da Zan ed eutanasia
«Ne parliamo a gennaio». È il mantra dietro cui il segretario dem Enrico Letta, nella sua attesa sortita ad Atreju, si è trincerato per evitare di rispondere alle domande sulla sua strategia per l’elezione del prossimo capo dello Stato. Eppure, nel fortino costruito di fronte a Bruno Vespa e al nostro direttore Maurizio Belpietro che lo incalzavano, l’ex premier si è sbilanciato solo per dire no all’ipotesi Silvio Berlusconi, reputato inadeguato a raccogliere un largo consenso in Parlamento, ribadendo la propria disponibilità, almeno in linea di principio, a valutare candidature che vadano oltre il recinto del suo partito.
In un clima che non è mai uscito dai binari di un confronto civile, i momenti clou sono stati quelli in cui Letta e la platea di militanti e appassionati della destra si sono confrontati - talvolta con dei franchi botta e risposta - sui temi etici e di coscienza, dove la distanza tra il popolo della sinistra e quello dei conservatori è apparso anche ieri incolmabile. Ma proprio per questo, il dibattito è stato esaustivo. I primi mugugni dei presenti sono giunti quando, dopo che Letta aveva affermato di essere contento della sua presenza alla kermesse di Fdi e che ormai il problema per lui è di non sembrare troppo in sintonia con Giorgia Meloni, Belpietro gli ha chiesto se a questo punto siano terminati gli esami di democrazia per la destra. Nella sua risposta, il leader dem, seppure con delle perifrasi delicate, ha sostanziamente detto di no, e allo stesso Belpietro che gli chiedeva perché questo non valga per il passato dei partiti di sinistra, ha risposto «noi il problema lo abbiamo risolto, per noi non si pone». Altro capitolo spinoso, quello della legge Zan, per il quale Letta ha glissato sulle domande di chi gli chiedeva perché non si è potuto trovare un compromesso sulla parte del provvedimento che riguardava il «sesso percepito», attaccando invece i parlamentari contrari alla legge, rei di avere esultato al momento del suo affossamento in aula.
Ma il segretario Pd non ha mancato di indicare un altro fronte identitario su cui potrà, all’occorrenza, spingere per tenere uniti i suoi, e cioè il suicidio assistito, sul quale - tra le perplessità di tutti i presenti - ha chiesto collaborazione ai parlamentari di Fdi. Anche in quel caso, però, incalzato sui contenuti specifici e sull’atteggiamento dei dem sul possibile referendum sull’eutanasia, Letta ha buttato la palla in calcio d’angolo dicendo che deciderà il da farsi «dopo che si sarà pronunciata la Corte costituzionale». Certamente più praticabile, l’appello che Letta ha lanciato per un anno di riforme (in particolare quella dei regolamenti parlamentari per porre un argine al trasformismo) nel caso non si vada al voto subito, come invece invocato dalla Meloni e dai suoi. La volontà di arrivare a fine legislatura con Mario Draghi in sella al governo, peraltro, Letta l’ha espressa chiaramente quando ha affermato che sarebbe «positivo» se restasse a Palazzo Chigi e che sarebbe difficile tenere insieme l’attuale maggioranza se il premier traslocasse al Quirinale.
L’applauso più grande per il segretario del Pd è arrivato quando, ragionando di legge elettorale e ribadendo la sua personale preferenza per il sistema maggioritario (sulla quale il resto del suo partito non sembra seguirlo), ha affermato solennemente che «nella prossima legislatura, il Pd andrà al governo solo se vincerà le elezioni». Nel tendone di Piazza Risorgimento, a quel punto, è risuonato quasi un boato, dettato forse più dalla voglia di crederci che dalla fiducia in quanto detto.
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La giunta Gualtieri invita i cittadini a non incartare i regali per non aggravare il lavoro dei netturbini. Sabrina Alfonsi, l’antropologa assessore ai rifiuti, sollecita feste gretine. A Torino, il neosindaco Stefano Lo Russo indispettisce con l’albero battezzato «Zerbino»Per il Quirinale Enrico Letta mette il veto soltanto a Silvio Berlusconi. La ricerca di temi etici identitariLo speciale contiene due articoliNatale pulito, finalmente, con i nuovi sindaci del Pd. A Roma, la giunta Gualtieri invita i cittadini a non incartare i regali per non aggravare il lavoro di quei poverini che dovrebbero tenere in ordine la capitale. Mentre a Torino, la giunta Lo Russo, in piena continuità con il corto respiro di quella di Chiara Appendino, sceglie di rafforzare la sua virata da città tecnologica e dell’auto a bed&breackfast di massa con un albero di Natale costruito con pannelli sintetici verde scuro, prontamente ribattezzato dai torinesi «Zerbino». Spariti i cinghiali in libera uscita, insieme alle promesse elettorali, resta questa gran voglia di pulizia e sobrietà. Con un altro paio di divieti alla Roberto Speranza, tipo regalare panettoni da due chili, un Natale da Grande Depressione è assicurato. «Cari romani, non incartate i regali di Natale». Questo l’appello di Sabrina Alfonsi, antropologa romana prestata al Pd e piazzata da Roberto Gualtieri su una delle poltrone più insidiose del pianeta, quella di assessore ai rifiuti. Insomma, un Natale senza sorprese, pulito e trasparente come un bando del Campidoglio o come il piano ferie dell’Ama, la municipalizzata romana dei rifiuti dove ti pagano per non darti malato. Ma anche un Natale fantasioso e gretino nel senso più alto del termine, perché risparmiando tonnellate e tonnellate di carta e nastrini, i romani potranno salvare centinaia di alberi. E trovare un nuovo modo di scambiarsi i regali mantenendo un minimo di suspence come, per esempio, tirarseli dietro dopo aver fatto voltare di spalle il destinatario, oppure nasconderli per casa organizzando una caccia al tesoro. Tuttavia, c’è il fondato sospetto che dietro alla trovata dei No pack piddini vi sia la presa d’atto che la mirabolante promessa di una città pulita «entro fine anno» sia totalmente irrealizzabile. Per capirlo basta mettere in fila i proclami di Gualtieri oggi e domani sull’immondizia, che anche in questo lungo ponte dell’Immacolata debordava dai cassonetti e dai marciapiedi in mezzo centro storico, a Monteverde, all’Ostiense, all’Esquilino. In campagna elettorale, quest’autunno, lo storico dell’economia aveva garantito che pulire la città sarebbe stato il suo primo pensiero. Il 15 ottobre, appena uscito vincitore dalle urne, proclamò a Radio anch’io: «I primi cento giorni saranno molto intensi e inizieremo con una pulizia straordinaria della città, lanceremo il nostro piano rifiuti, trasporti e per la manutenzione straordinaria di Roma». Un mese appena e il 21 novembre, dalle colonne del giornale-partito della Capitale, La Repubblica, aggiustava il tiro: «A Natale, Roma sarà più pulita di come l’abbiamo trovata». In questa progressiva presa di coscienza si capisce meglio il fantasioso appello di Alfonsi sui regali nudi e crudi. Visto che l’unica cosa che finora è cambiata rispetto all’amministrazione di Virginia Raggi è che sono scomparsi i cinghiali (più che altro dai giornali e dalle tv locali), e considerato che Gualtieri ha già capito che le discariche mancanti andrebbero realizzate con il collega di partito Nicola Zingaretti, che dalla Regione Lazio ci dorme sopra da anni, a questo punto è lecito aspettarsi nuove idee alternative. Nelle altre capitali d’Europa, si sa, i rifiuti si raccolgono, si differenziano e si smaltiscono senza che servano dei premi Nobel. A Roma, sembra sia impossibile e ci si fa sopra la campagna elettorale ormai da un ventennio. Imitare gli altri, i Comuni che ce l’hanno fatta, evidentemente è ritenuto banale. E allora, dopo la chiamata alle armi dei No pack, non resterà che chiedere ai romani di tritare tutto e buttare gli avanzi del Cenone nel gabinetto. Problemi ben minori a Torino, dove l’amministrazione a 5 stelle ha dovuto cedere il passo al grande ritorno del Pd. Dopo la mestizia della giunta di Piero Fassino e la finta rivoluzione «anti sistema» di Appendino, il partito ha giocato la carta di Stefano Lo Russo, geologo del Politecnico. La città sa gestire da anni l’ordinaria amministrazione e al confronto di Roma, come pulizia, sembra Vienna. Ma ha problemi di visione. Dopo il tradimento della Fiat e degli Agnelli-Elkann, il centrosinistra locale ha puntato secco su information technology, buon cibo, sport e cultura. Ma evidentemente, anche dovendosi promuovere con i turisti rispetto alla più scintillante Milano, Torino ancora fatica a dimenticare Mirafiori e dintorni. E così, mercoledì sera, mentre a 120 chilometri di distanza accendevano un albero di Swaroski in Galleria, in Piazza Vittorio montavano «Zerbino». Ovvero, un albero di Natale fatto di tanti pannelli verde scuro di pratino artificiale che potrebbe soddisfare le esigenze igieniche di una mezza dozzina di palazzi circostanti. Va detto che la selezione di questo grande tappeto a punta è merito della giunta Appendino, ma Lo Russo dev’essere rimasto stregato da un simile eco-portento e non ha osato cambiare addobbo. È costato 91.500 euro, ma si spera che l’anno prossimo, scambiato abilmente con quello di Milano, possa far mettere a bilancio una bella plusvalenza. In città, gli esperti del ramo pare che non manchino. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/roma-trovata-antimonnezza-niente-pacchi-2655977535.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="letta-non-parla-di-colle-e-politica-e-ossessionato-da-zan-ed-eutanasia" data-post-id="2655977535" data-published-at="1639126337" data-use-pagination="False"> Letta non parla di Colle e politica. È ossessionato da Zan ed eutanasia «Ne parliamo a gennaio». È il mantra dietro cui il segretario dem Enrico Letta, nella sua attesa sortita ad Atreju, si è trincerato per evitare di rispondere alle domande sulla sua strategia per l’elezione del prossimo capo dello Stato. Eppure, nel fortino costruito di fronte a Bruno Vespa e al nostro direttore Maurizio Belpietro che lo incalzavano, l’ex premier si è sbilanciato solo per dire no all’ipotesi Silvio Berlusconi, reputato inadeguato a raccogliere un largo consenso in Parlamento, ribadendo la propria disponibilità, almeno in linea di principio, a valutare candidature che vadano oltre il recinto del suo partito. In un clima che non è mai uscito dai binari di un confronto civile, i momenti clou sono stati quelli in cui Letta e la platea di militanti e appassionati della destra si sono confrontati - talvolta con dei franchi botta e risposta - sui temi etici e di coscienza, dove la distanza tra il popolo della sinistra e quello dei conservatori è apparso anche ieri incolmabile. Ma proprio per questo, il dibattito è stato esaustivo. I primi mugugni dei presenti sono giunti quando, dopo che Letta aveva affermato di essere contento della sua presenza alla kermesse di Fdi e che ormai il problema per lui è di non sembrare troppo in sintonia con Giorgia Meloni, Belpietro gli ha chiesto se a questo punto siano terminati gli esami di democrazia per la destra. Nella sua risposta, il leader dem, seppure con delle perifrasi delicate, ha sostanziamente detto di no, e allo stesso Belpietro che gli chiedeva perché questo non valga per il passato dei partiti di sinistra, ha risposto «noi il problema lo abbiamo risolto, per noi non si pone». Altro capitolo spinoso, quello della legge Zan, per il quale Letta ha glissato sulle domande di chi gli chiedeva perché non si è potuto trovare un compromesso sulla parte del provvedimento che riguardava il «sesso percepito», attaccando invece i parlamentari contrari alla legge, rei di avere esultato al momento del suo affossamento in aula. Ma il segretario Pd non ha mancato di indicare un altro fronte identitario su cui potrà, all’occorrenza, spingere per tenere uniti i suoi, e cioè il suicidio assistito, sul quale - tra le perplessità di tutti i presenti - ha chiesto collaborazione ai parlamentari di Fdi. Anche in quel caso, però, incalzato sui contenuti specifici e sull’atteggiamento dei dem sul possibile referendum sull’eutanasia, Letta ha buttato la palla in calcio d’angolo dicendo che deciderà il da farsi «dopo che si sarà pronunciata la Corte costituzionale». Certamente più praticabile, l’appello che Letta ha lanciato per un anno di riforme (in particolare quella dei regolamenti parlamentari per porre un argine al trasformismo) nel caso non si vada al voto subito, come invece invocato dalla Meloni e dai suoi. La volontà di arrivare a fine legislatura con Mario Draghi in sella al governo, peraltro, Letta l’ha espressa chiaramente quando ha affermato che sarebbe «positivo» se restasse a Palazzo Chigi e che sarebbe difficile tenere insieme l’attuale maggioranza se il premier traslocasse al Quirinale. L’applauso più grande per il segretario del Pd è arrivato quando, ragionando di legge elettorale e ribadendo la sua personale preferenza per il sistema maggioritario (sulla quale il resto del suo partito non sembra seguirlo), ha affermato solennemente che «nella prossima legislatura, il Pd andrà al governo solo se vincerà le elezioni». Nel tendone di Piazza Risorgimento, a quel punto, è risuonato quasi un boato, dettato forse più dalla voglia di crederci che dalla fiducia in quanto detto.
Ansa
Proprio Mantovano, lo ricordiamo, lunedì scorso è salito al Colle per registrare le perplessità del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, in relazione ad alcuni punti del decreto, approvato definitivamente e sul quale il governo ha posto la fiducia. I rilievi del Colle riguardano l’articolo 30 bis del decreto, che prevede un bonus di 615 euro per gli avvocati i cui clienti scelgono il rimpatrio volontario senza opporsi. Un altro punto critico del decreto è quello che prevede che a erogare il bonus sarà il Consiglio nazionale forense, l’organismo istituzionale che rappresenta gli avvocati, categoria che si è scagliata duramente contro questa norma.
Si è scelta la strada di un altro decreto, «correttivo» del primo, che verrà varato oggi dal Consiglio dei ministri. Questo nuovo provvedimento estende il contributo da 615 euro ai mediatori e alle varie associazioni che si occupano della materia, e lo riconosce a prescindere dall’esito del procedimento, quindi sia nel caso che il migrante resti in Italia sia che accetti di rimpatriare volontariamente. «Non è una norma sugli avvocati», argomenta Mantovano, «è una norma di aiuto al migrante che ha scelto liberamente la procedura di rimpatrio assistito. Un aiuto per risolvere eventuali difficoltà burocratiche, un po’ come chi presenta la dichiarazione dei redditi con l’aiuto del Caf o a un qualsiasi professionista. Quindi gli avvocati non c’entrano. Domani (oggi, ndr) ci sarà il Cdm».
Mantovano insiste molto sugli avvocati perché, come dicevamo, le critiche delle associazioni dei legali hanno fatto più male, probabilmente, dei rilievi di Mattarella. Gli avvocati sono stati in prima linea nella battaglia elettorale per il referendum sulla giustizia al fianco del governo e fino a ora avevano un ottimo rapporto con la maggioranza. Detto ciò, il via libera definitivo al decreto legge da parte della Camera dovrebbe arrivare oggi e subito dopo si riunirà il Cdm per la norma «correttiva».
Tutto risolto, dunque? Di fronte a un caso così particolare, ogni previsione rischia di essere smentita. Per fare un esempio, il presidente della Corte costituzionale, Giovanni Amoroso, risponde così a una domanda sull’argomento: «È una normativa che potrà venire, in ipotesi, all’esame della Corte. È un problema proprio attuale, non spingetemi a dire qualcosa che sarebbe un’anticipazione».
Intanto le opposizioni continuano a attaccare il governo e la maggioranza: «Ma come vi è venuto in mente», sottolinea il segretario del Pd, Elly Schlein, «di trasformare la nobile professione dell’avvocato a mero esecutore della volontà di chi governa sui rimpatri? Di fare un testo che mina il diritto alla difesa e anche davanti ai rilievi del Quirinale di tirare dritto, di farci votare una norma incostituzionale per modificarla due minuti dopo, è arroganza al potere. Siete riusciti a riunire magistrati e avvocati contro di voi, contro questa norma incostituzionale». «Nella vita», riflette il leader di Azione Carlo Calenda, «capita a tutti di fare errori. Un sano principio è dire: ho fatto una cavolata e riscrivo il decreto, non obbligare il presidente della Repubblica a firmare un decreto incostituzionale, per poi fare un altro decreto che di nuovo dovrà firmare il presidente della Repubblica, che corregge il decreto incostituzionale».
Difende il decreto la Lega: «Questo testo», afferma in Aula la deputata Ingrid Bisa, «risponde in modo concreto, equilibrato e necessario alla domanda di tutela dei cittadini. Qui non si tratta di repressione ma prevenzione. Non stiamo solo votando un decreto ma scegliendo da che parte stare. Per troppo tempo una parte politica, su questi temi, ha scelto l’ambiguità ma noi facciamo una scelta diversa: diciamo che la sicurezza è un diritto, non un privilegio e questo significa avere il coraggio di assumersi responsabilità politiche chiare». Più sfumato il commento del portavoce nazionale di Forza Italia, Raffele Nevi: «Non c’è dubbio che ci sia stata una sottovalutazione di un emendamento parlamentare», argomenta a Sky Tg24, «che ha provocato una reazione, secondo noi anche fondata, degli avvocati e anche una reazione da parte del governo per cercare di trovare una soluzione».
Esplicito il leader del Carroccio, Matteo Salvini: «Sono orgoglioso», scrive sui social, «del fatto che, proprio in queste ore, la Lega si stia battendo in Parlamento per approvare entro la settimana il nuovo decreto Sicurezza, con la sinistra che fa barricate per impedirlo dandoci dei razzisti e dei fascisti, le solite idiozie. Espulsioni più veloci, battaglia a baby gang e maranza, pene più severe per i furti in appartamento, stop all’accoglienza per i minori stranieri che commettono reati. Avanti così, bye bye maranza».
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Ecco #EdicolaVerità, la rassegna stampa podcast del 24 aprile con Carlo Cambi
Navi ormeggiate a un'imbarcazione ancorata vicino alla costa a Bandar Abbas, città portuale affacciata sul Golfo Persico e sullo Stretto di Hormuz (Getty Images)
La crisi nello Stretto di Hormuz si intensifica in una sequenza di mosse militari, dichiarazioni politiche e operazioni sul campo che delineano uno scenario sempre più teso tra Stati Uniti e Iran. Nelle ultime ore, Washington ha rafforzato la propria postura operativa nell’area. Il Comando centrale statunitense ha confermato di aver imposto a 31 navi di invertire la rotta o rientrare in porto, nell’ambito del blocco navale contro Teheran, mentre la Marina americana ha condotto un’operazione nell’Oceano Indiano, fermando la petroliera senza bandiera M/T Majestic X, accusata di trasportare greggio iraniano. Secondo il Dipartimento della Difesa, si è trattato di un’interdizione marittima con ispezione, inserita in una strategia più ampia per interrompere le reti di commercio illegale legate all’Iran. Il Centcom ha inoltre reso noti i nomi di due delle oltre 30 navi a cui le sue forze hanno ordinato di invertire la rotta o di tornare in porto nell’ambito del blocco contro l’Iran. Le due petroliere iraniane, la Hero II e la Hedy, sono «ancorate a Chah Bahar, in Iran, dopo essere state intercettate dalle forze statunitensi all’inizio di questa settimana», ha dichiarato il Centcom, smentendo le notizie secondo cui le due navi avrebbero violato il blocco. Il messaggio di Washington è netto: le acque internazionali non possono essere utilizzate come rifugio per attività sanzionate. Il Pentagono ha ribadito l’intenzione di limitare la libertà di movimento delle navi coinvolte in traffici ritenuti illeciti, sottolineando che le operazioni proseguiranno su scala globale.
Sul piano politico, il presidente Donald Trump ha rivendicato un controllo totale sullo Stretto di Hormuz, sostenendo che nessuna imbarcazione può transitare senza autorizzazione americana. In una serie di dichiarazioni, ha inoltre ordinato alla Marina di colpire e distruggere qualsiasi mezzo sospettato di posare mine nelle acque dello stretto, senza alcuna esitazione. Lo stesso Trump ha poi annunciato il potenziamento delle operazioni di sminamento, chiedendo che le attività vengano intensificate fino a triplicarne l’intensità. Il tema delle mine è centrale nella gestione della crisi. Le operazioni di bonifica si basano su tecnologie avanzate: droni di superficie dotati di sonar, come il Common Uncrewed Surface Vessel, scandagliano il fondale marino individuando eventuali ordigni. A questi si affiancano sistemi subacquei autonomi, tra cui i modelli MK18 Mod 2 Kingfish e Knifefish, capaci di esplorare aree prestabilite e segnalare la presenza di mine. Una volta localizzate, le cariche possono essere neutralizzate attraverso robot telecomandati o mediante detonazioni controllate. In questo contesto, anche altri attori internazionali iniziano a prepararsi a un possibile coinvolgimento diretto. Il comandante della Marina tedesca, Inka von Puttkamer, ha dichiarato: «Le squadre di sminamento si preparino per essere dispiegate a Hormuz». Gli equipaggi del terzo Squadrone di dragaggio mine della Marina tedesca si stanno infatti attualmente preparando per un potenziale dispiegamento nello Stretto. La Marina tedesca dispone di «dieci cacciamine di classe Frankenthal» e un terzo delle navi e delle imbarcazioni «è sempre pronto per il dispiegamento». Le unità, secondo quanto dichiarato dal comandante, sono «equipaggiate con droni in grado di localizzare vari tipi di oggetti, come le mine, e possono esplorare in modo indipendente una specifica area del mare».
Secondo analisti militari, la fase di individuazione degli ordigni potrebbe essere relativamente rapida, mentre la loro distruzione richiede operazioni più complesse e articolate. In questo contesto, il Pentagono ha smentito le indiscrezioni secondo cui sarebbero necessari sei mesi per completare la bonifica dello Stretto. Il portavoce Sean Parnell ha definito tali valutazioni non plausibili e ha accusato parte dei media di aver diffuso informazioni distorte provenienti da briefing riservati. Sul fronte opposto, anche Teheran si muove sul piano politico ed economico. Il Parlamento iraniano e il Consiglio supremo per la sicurezza nazionale stanno esaminando un piano per assumere il controllo sovrano dello Stretto di Hormuz, anche se la decisione finale non è ancora stata presa. Intanto, l’Iran ha riscosso i primi introiti dai pedaggi imposti sullo Stretto di Hormuz, ha dichiarato un parlamentare iraniano. Hamid Reza Haji Babaei, vicepresidente del Parlamento, ha affermato che i fondi ricavati dal transito delle navi attraverso lo stretto sono stati depositati sul conto del Tesoro, secondo quanto riportato dall’agenzia di stampa semi-ufficiale Tasnim. L’Iran non ha specificato l’ammontare del pedaggio riscosso, che contravviene a una convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare, non ratificata dall’Iran. La tensione si riflette anche negli episodi operativi registrati negli ultimi giorni. La nave Epaminondas, battente bandiera liberiana e di proprietà greca, è stata oggetto di un’azione da parte delle Guardie Rivoluzionarie iraniane, che ne avevano bloccato la navigazione e condotto ispezioni a bordo. Secondo il ministro degli Esteri greco, l’imbarcazione è ora ferma e non vi sarebbero più cittadini iraniani a bordo, segno che l’operazione si è conclusa. Questi eventi si inseriscono in una dinamica più ampia di sequestri e contro-sequestri che stanno trasformando lo stretto in un punto critico del commercio globale. Le Guardie Rivoluzionarie hanno già fermato altre navi commerciali, mentre gli Stati Uniti proseguono con operazioni di interdizione.
Donald proroga la tregua sine die
L’incertezza è ancora la protagonista delle trattative tra l’Iran e gli Stati Uniti. Oltre a non esserci una data sul prossimo round di colloqui, non è dato sapere quanto tempo Washington abbia concesso a Teheran per presentare una proposta.
La portavoce della Casa Bianca, Karoline Leavitt, ha infatti riferito che «il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, non ha fissato una scadenza precisa per ricevere una proposta iraniana» e quindi anche per il cessate il fuoco. Il tycoon alla Bbc ha ribadito: «Abbiamo annientato l’Iran». E non ha ancora digerito il mancato intervento degli alleati della Nato al suo fianco: «Non ho mai avuto bisogno di loro, ma avrebbero dovuto esserci. Ho voluto vedere se volessero essere coinvolti o meno, è stato più che altro un test». Intanto Israele, insofferente alla via diplomatica, è pronto a riprendere i bombardamenti: il ministro della Difesa israeliano, Israel Katz, ha affermato che Tel Aviv «attende il via libera degli Stati Uniti per completare l’eliminazione della dinastia Khamenei» e «per riportare l’Iran all’età della pietra».
Certo è che i colloqui sono in una fase di stallo. A parlarne all’emittente Al Arabiya è stato un diplomatico pachistano: «I progressi sono estremamente limitati». Ha spiegato che Washington vuole mantenere le sanzioni imposte contro l’Iran. Dall’altra parte, per Teheran, il blocco navale americano ai porti del regime «costituisce l’ostacolo alla partecipazione iraniana ai negoziati». I mediatori di Islamabad stanno quindi «cercando di convincere l’Iran a recarsi» nella capitale del Pakistan «per ottenere un allentamento del blocco navale».
Ma le dichiarazioni rilasciate ieri non mostrano flessibilità. Il parlamentare iraniano Ali Khezrian ha infatti commentato che la Guida suprema Mojtaba Khamenei «si oppone fermamente a qualsiasi prolungamento dei negoziati alle condizioni attuali». A dire che Teheran non ha intenzione di trattare è stato anche il vicepresidente del Parlamento iraniano, Hamidreza Haji Babaei: «Qualsiasi negoziato è vietato finché gli Stati Uniti non ammetteranno la sconfitta».
Tra l’altro, sono emersi alcuni dettagli sui motivi che hanno portato all’annullamento martedì del secondo round di colloqui. Secondo quanto riportato da Iran International, a far saltare le trattative sono state le spaccature all’interno della leadership iraniana. Si parla di tensioni tra i sostenitori del presidente iraniano, Masoud Pezeshkian, e le figure vicine all’Ufficio di Khamenei. Pare che la delegazione iraniana fosse pronta a partire alla volta di Islamabad, ma un messaggio proveniente dall’entourage di Khamenei ha bloccato tutto: ha messo il veto alle discussioni sulla questione nucleare. E ha pure rimproverato la squadra iraniana per i colloqui precedenti. Ed ecco quindi che il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, ha riconosciuto che sarebbe stato inutile partecipare alle trattative.
Nel frattempo, Al Arabiya ha svelato che a Islamabad sono sempre presenti le delegazioni tecniche deputate a preparare i negoziati. Che il Pakistan sia pronto a ospitare i colloqui in qualsiasi momento è evidente dalle misure di sicurezza ancora presenti nella capitale: le strade sono deserte, i negozi sono chiusi, gli impiegati lavorano da casa. Ieri, intanto, Islamabad è stata la sede dell’incontro tra il ministro dell’Interno pachistano, Mohsin Naqvi, e l’ambasciatrice statunitense Natalie Baker: i due hanno discusso «degli sforzi diplomatici» per organizzare gli eventuali negoziati.
Capo della Marina Usa silurato nel bel mezzo di un blocco navale
Nuovo scossone al Pentagono. Il segretario alla Difesa, Pete Hegseth, ha di fatto silurato il segretario alla Marina, John Phelan. La mossa è arrivata mentre gli Stati Uniti stanno implementando un blocco ai porti iraniani. Tutto questo, mentre ieri Donald Trump ha ordinato alle navi statunitensi di distruggere le imbarcazioni posamine che Teheran sta usando nello Stretto di Hormuz. Secondo quanto riferito dalla Cnn, sarebbero principalmente due le ragioni del siluramento di Phelan. Hegseth avrebbe convinto Trump della necessità del suo allontanamento a causa delle lungaggini che stanno caratterizzando le riforme della cantieristica navale. Tuttavia, più in profondità, la testata ha riferito che il capo del Pentagono non vedeva di buon occhio il rapporto diretto che Phelan, storico finanziatore di Trump, intratteneva con lo stesso inquilino della Casa Bianca. «Phelan non capiva di non essere il capo. Il suo compito è eseguire gli ordini ricevuti, non eseguire gli ordini che lui ritiene debbano essere dati», ha dichiarato una fonte ad Axios, confermando così che Hegseth si sentiva in qualche modo scavalcato dal segretario alla Marina.
Non è del resto una novità che il capo del Pentagono tema per la sua poltrona. A inizio aprile, Hegseth silurò il capo di Stato maggiore degli Stati Uniti, Randy George: una figura che era assai vicina all’attuale segretario all’Esercito, Dan Driscoll, il quale è a sua volta un fedelissimo del vicepresidente statunitense, JD Vance. I rapporti tra Hegseth e Driscoll erano d’altronde tesi già dallo scorso settembre: in particolare, il capo del Pentagono ha sempre temuto l’eventualità che il segretario all’Esercito potesse prima o poi fargli le scarpe. Lo scontro tra i due si è acuito con la guerra in Iran, soprattutto mentre Vance acquisiva peso nella gestione della crisi. Trump ha infatti incaricato il suo vice di supervisionare il processo diplomatico con Teheran: è d’altronde noto come il numero due della Casa Bianca fosse originariamente scettico verso un’operazione militare su larga scala contro il regime khomeinista. E infatti, all’interno dell’amministrazione statunitense, Vance è forse la voce maggiormente propensa a una soluzione diplomatica per la crisi iraniana. Di contro, Hegseth, nelle scorse settimane, ha mostrato fastidio verso le prospettive di un cessate il fuoco con Teheran e, ai vertici di Washington, rappresenta l’ala più battagliera nei confronti degli ayatollah.
Ecco che quindi il «caso Driscoll» è venuto a inserirsi in un quadro più ampio, che trascende la sola questione delle gelosie di Hegseth. E attenzione: la tensione sta aumentando. La scorsa settimana il segretario all’Esercito, parlando in audizione alla Camera, si è detto «dispiaciuto» per il siluramento di George. Una presa di posizione significativa, con cui Driscoll ha preso esplicitamente le distanze dal capo del Pentagono. Nell’occasione, secondo il Washington Post, i deputati repubblicani presenti si sarebbero schierati con il segretario all’Esercito, deplorando il licenziamento di George. Questo significa che il malumore verso Hegseth sta crescendo anche nella pattuglia parlamentare del Gop. Un segnale, questo, che è abbastanza inquietante per il capo del Pentagono. Ricordiamo che il recente siluramento di Kristi Noem da segretario per la Sicurezza interna è stato preceduto da critiche che le erano arrivate da alcuni parlamentari del Partito repubblicano. Tutto questo potrebbe aver ulteriormente alimentato i timori di Hegseth. E potrebbe anche contribuire a spiegare il licenziamento di Phelan.
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Giancarlo Giorgetti (Ansa)
Così le manovre del centrodestra sono state scritte con l’inchiostro di Bruxelles: nessuna sbavatura circa gli impegni economico/finanziari, sguardo sul contenimento della spesa pubblica, a maggior ragione dopo la riforma del Patto di stabilità votato da questo esecutivo. Poche concessioni alle promesse elettorali, se non qualcosa sul taglio delle tasse a favore dei più deboli.
Per dirla in breve, il ministro dell’Economia, Giorgetti, ha agito in linea di continuità con lo spirito di Mario Draghi, del quale è stato ministro dello Sviluppo economico ed è amico. Più gli chiedevano di allargare i cordoni della borsa e più il Mef si trincerava dietro il rigore dei conti. Chi conosce le cose interne dei Palazzi ci dice che tanto rigore nascondeva una strategia: far fieno in cascina da liberare con l’ultima manovra, quella del rush finale elettorale. «Speravamo di poter essere tranquilli per un’operazione sulla falsariga dei fuochi d’artificio tipo gli 80 euro di Renzi».
Invece, cosa è accaduto è noto: non bastando la guerra in Ucraina, si è messo pure l’«amico» Donald Trump a complicare le cose andando a bombardare l’Iran, creando lo strozzamento nello Stretto di Hormuz con quel cortocircuito che ora preoccupa imprese e famiglie. Soprattutto sul fronte energetico, cioè le bollette.
A complicare ancor più il quadro ci si è messa infine l’Unione europea con la sua intransigenza contabile, negando di derogare il Patto di stabilità. Era stato il lettone Valdis Dombrovskis, all’inizio del mese, a sbattere la porta in faccia a chi chiedeva maggiore elasticità: «Le condizioni per attivare una clausola generale di salvaguardia per sospendere il Patto di stabilità debbono avere una grave recessione economica e attualmente non siamo in questo scenario». Come a dire, siccome non siamo ancora in rianimazione, le regole non si toccano e il tabù non si infrange.
E così per un pelino contabile (un deficit pubblico leggermente superiore al 3% del Pil) ci ritroviamo ancora dentro la procedura d’infrazione e quindi ancora sotto osservazione per tutto il 2026. Noi come dieci altri Stati della Ue. Sorvegliati speciali, dicono, per un fanatismo fiscale che a Bruxelles non ammette deroghe e sbavature. Ma quel che in Europa non capiscono è che la concessione di una deroga coincideva con un rilancio dell’economia, delle imprese, delle famiglie, dei consumi. Invece no: intransigenza assoluta. Ma non è tutto. Laddove fossimo stati bravi coi conticini e quindi fossimo usciti dalla procedura d’infrazione, la Commissione ci avrebbe «obbligati» a indebitarci per comprare in primis le armi e poi dare un po’ di fiato sulle bollette.
Una assurdità totale. Tanto che persino il mite e misurato Giorgetti alla fine ha perso quella pazienza trasmessa dal papà pescatore, il mitico Natale, presidente della Cooperativa. E, con eleganza, ha fatto capire le prossime intenzioni del governo nella premessa del Documento di finanza pubblica (cioè l’intesa che definisce il perimetro della prossima manovra). «I margini di bilancio risultano particolarmente assottigliati in ragione sia del lieve deterioramento dei principali indicatori di finanza pubblica, sia della necessità di intervenire in maniera ancora più decisa per contrastare con interventi mirati gli effetti del rincaro delle materie prime energetiche. Di conseguenza, sarà necessario ridefinire le priorità e riprogrammare gli aumenti previsti in altri ambiti, ivi inclusa la Difesa».
Una glossa in perfetto vocabolario finanziario, una bella avvertenza politica che noi gazzettieri populisti così traduciamo: al diavolo le armi. Le parole di Giorgetti rappresentano il nuovo paradigma del governo Meloni: i soldi li metteremo per alleggerire le bollette degli italiani e non per comprare armi come da intese di Ursula Von der Leyen. Da Roma il messaggio verso la Commissione sta partendo forte e chiaro: se lo capiscono bene, altrimenti si arrangiassero perché noi faremo così lo stesso. Non si può morire per andar dietro alle fisime contabili della Ue.
Mi sembra un cambio di passo notevole, una spallata a quelle regole assurde che difendono come il Sacro Graal. Non so se questa nuova dimensione è il ripristino delle vecchie regole della casa «sovranista» che tanto piacquero nel 2022 alla maggioranza degli elettori, ma è un bene che nelle stanze del Mef si siano convinti che essere troppo ligi non serve a niente e che i compitini ci hanno rovinato. Ha ragione Gabriele Guzzi, autore del prezioso libro EuroSuicidio: «Le regole di bilancio sono il simbolo massimo del suicidio dell’Europa. Negli ultimi 30 anni l’Italia ha fatto oltre 1.000 miliardi di avanzo primario per seguire queste regole, e ci hanno portato meno crescita e più debito in rapporto al Pil. Ma non sono il frutto di un errore: sono servite sempre a favorire le nazioni più potenti e la loro egemonia, anche quando venivano applicate ai nemici e condonate agli amici. Ma forse il gioco gli si sta rompendo in mano».
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