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Nel riquadro l'amministratore delegato di Impianti Simone Lo Russo (iStock)
Nati come balocchi, oggi rappresentano un pilastro bellico. L’ad di Impianti Simone Lo Russo: «L’espansione va verso nuove frontiere in ambito civile per logistica e sicurezza. Ma servono delle regole all’avanguardia che nessuno scrive».
Oggi i droni richiamano due immagini opposte: da una parte le cronache dei conflitti, dove sono diventati strumenti decisivi sui campi di battaglia; dall’altra piccoli velivoli da utilizzare come gadget tecnologici. Tra queste due rappresentazioni, però, esiste una terza dimensione ancora poco compresa ma destinata a incidere profondamente sull’economia e sull’organizzazione dei trasporti moderni.
Quella dei droni come infrastrutture di servizio, capaci di rivoluzionare la logistica, il monitoraggio delle reti, la manutenzione delle infrastrutture e, in prospettiva, la mobilità delle persone.
A parlarne è Simone Lo Russo, ad di Impianti, la società quotata a Piazza Affari che quarant’anni fa ha fondato insieme a Simona Castelli, oggi direttore generale.
La diffusione dei droni, per il momento, è legata all’utilizzo bellico. Quelli civili sono considerati giocattoli o poco più. Se tolgono la divisa, possono diventare una rivoluzione anche economica?
«Sì, ma solo se smettiamo di guardarli come curiosi oggetti volanti e iniziamo a considerarli infrastrutture di servizio. Il drone civile non è il giocattolo che sorvola una spiaggia: è uno strumento per ispezionare ponti, monitorare reti, intervenire nelle emergenze, raccogliere dati agricoli, controllare frane, incendi, coste e cantieri. La rivoluzione arriva quando il drone entra nei processi industriali ordinari, non quando fa una dimostrazione spettacolare. Le condizioni sono tre: regole chiare, autorizzazioni rapide e una domanda pubblica capace di fare da traino».
Il mercato italiano vale 168 milioni di euro: è una cifra che indica maturità industriale o, al contrario, un ritardo?
«È una cifra che indica un settore vivo, ma non ancora maturo. I 168 milioni segnalano che esiste un mercato, ma non ancora una filiera industriale consolidata. La crescita c’è, ma resta contenuta, e la parte più innovativa, ovvero la cosiddetta mobilità aerea avanzata, pesa ancora poco rispetto alle attività più tradizionali di ripresa, ispezione e monitoraggio. L’Italia ha competenze, imprese e casi d’uso interessanti, ma fatica a scalare».
Le 675 imprese attive nel settore rappresentano un ecosistema solido o un mercato ancora troppo frammentato?
«Rappresentano entrambe le cose. Da un lato, 675 imprese sono un segnale positivo: dimostrano che esiste un tessuto imprenditoriale diffuso e che il settore non è più marginale. Dall’altro, molte realtà sono piccole composte essenzialmente da un professionista o poco più, specializzate in servizi, spesso dipendenti da singole commesse o da autorizzazioni caso per caso. Un ecosistema è davvero solido quando ha filiere integrate, capitali, standard tecnici condivisi, domanda stabile e capacità di esportare. Oggi l’Italia ha molti operatori, ma non ancora una vera politica industriale del drone».
Il tema degli air taxi viene spesso evocato come simbolo dell’innovazione. Quanto c’è di concreto e quanto è marketing?
«C’è una parte concreta, ma oggi il marketing corre più veloce della realtà operativa. Gli air taxi esistono come tecnologia in fase avanzata di test, ma trasformarli in un servizio urbano regolare richiede certificazioni, rotte, gestione del traffico, infrastrutture, sicurezza, accettazione sociale e sostenibilità economica. Non è fantascienza, ma non è nemmeno un servizio pronto a sostituire taxi e metropolitane».
I vertiporti urbani vengono presentati come infrastrutture strategiche. Esistono piani e risorse o siamo ancora agli annunci?
«Esistono piani, studi e sperimentazioni, ma siamo ancora lontani da una rete infrastrutturale reale. Il vertiporto non è una piazzola elegante sul tetto: è un’infrastruttura complessa, che deve integrarsi con aeroporti, trasporto pubblico, reti energetiche, sicurezza urbana e gestione dello spazio aereo. Finché non ci saranno regole stabili, investimenti coordinati e una domanda commerciale verificabile, il rischio è che i vertiporti restino oggetti da rendering. La domanda decisiva non è “dove atterrano gli air taxi?”, ma “chi li userà, a quale prezzo e dentro quale sistema di traffico?”».
Il servizio di recapito tramite droni viene presentato come una rivoluzione logistica. Esistono già evidenze economiche che ne dimostrino la sostenibilità?
«Non ancora in modo convincente su larga scala. Il delivery con droni può avere senso in nicchie precise: aree remote, consegna di farmaci, campioni biologici, emergenze, isole, zone montane o tratte dove il trasporto terrestre è lento e costoso. È molto meno chiaro, invece, che funzioni economicamente per consegnare milioni di pacchi in città. I costi non sono solo quelli del drone: ci sono supervisione, manutenzione, assicurazioni, autorizzazioni, infrastrutture digitali, gestione del traffico e sicurezza. Il punto non è se il drone possa consegnare un pacco; il punto è se possa farlo meglio, a minor costo rispetto alle alternative».
Cieli affollati di droni per le consegne. È uno scenario realistico o una visione ancora lontana dalla realtà?
«È uno scenario lontano, almeno nelle città europee. Più realistico è immaginare corridoi autorizzati, tratte specifiche, servizi sanitari, industriali o logistici in aree controllate. L’idea di cieli pieni di droni che consegnano qualunque cosa a qualunque ora pone problemi enormi: rumore, privacy, sicurezza, responsabilità in caso di incidente, interferenza con elicotteri, aviazione generale e servizi di emergenza».
Si parla di manutenzione predittiva di viadotti e linee elettriche. Dopo tragedie infrastrutturali che hanno segnato il Paese, perché l’adozione di queste tecnologie non è ancora diventata uno standard condiviso?
«Perché il problema non è tecnologico, è organizzativo. I droni possono raccogliere immagini, dati termici, rilievi e modelli 3D; l’intelligenza artificiale può aiutare a individuare anomalie; ma poi servono capitolati, responsabilità, database interoperabili, manutenzione programmata e budget pluriennali. In Italia spesso innoviamo per emergenza, non per standard. Dopo una tragedia tutti parlano di prevenzione, ma la prevenzione richiede continuità amministrativa, non solo annunci. Se il controllo con droni resta una sperimentazione o una voce accessoria nei bandi, non diventerà mai una pratica ordinaria di sicurezza pubblica».
È corretto affermare che oggi l’ostacolo maggiore alla diffusione dei droni civili è politico e amministrativo?
«Sì, con una precisazione: non è solo burocrazia, è mancanza di governance. Le regole servono, perché i droni volano sopra persone, infrastrutture e città. Il problema nasce quando le regole sono lente, incerte o disomogenee. Il mercato chiede autorizzazioni prevedibili, aree di sperimentazione, standard tecnici, coordinamento tra autorità aeronautiche, Comuni, Regioni, gestori infrastrutturali e soggetti industriali. Non basta liberalizzare: bisogna governare. Oggi molte tecnologie sono già disponibili, ma il passaggio dalla prova al servizio stabile è ancora troppo faticoso».
In una sola frase: qual è oggi la decisione politica più urgente per evitare che l’Italia resti spettatrice di una rivoluzione guidata da altri?
«Approvare una strategia nazionale sui droni civili che trasformi sperimentazioni, autorizzazioni e domanda pubblica in un mercato industriale stabile, sicuro e competitivo».
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Getty Images
Miliziani armati sarebbero tornati a reclutare giovani con la forza nella capitale regionale Mekelle. L’ex presidente nigeriano Obasanjo prova a salvare gli accordi di pace mentre crescono le tensioni con l’Eritrea e nelle altre regioni del Paese.
La pace in Etiopia, faticosamente raggiunta dopo due anni di guerra, sembra davvero appesa a un filo. Da alcuni giorni un gruppo secessionista del Fronte Popolare di Liberazione del Tigray (FPLT), il movimento che ha combattuto l’esercito federale, ma che aveva accettato la pace, ha deciso di riprendere le armi.
Molti testimoni oculari raccontano che a Mekelle, capitale della regione, miliziani armati si aggirano per mercati e luoghi di aggregazione e costringono i giovani ad arruolarsi a forza. Per il momento si tratterebbe di alcune centinaia di ragazzi, ma non si conosce la reale entità militare di questo gruppo dissidente.
Il comitato centrale del FPLT non ha preso nessuna posizione ufficiale su queste notizie e nonostante abbia ribadito di rispettare gli accordi firmati in Sudafrica, il governo federale li guarda con estrema diffidenza. Il conflitto in Tigray, combattuto tra il novembre 2020 e il novembre 2022, ha causato la morte di circa 600.000 persone, senza contare le centinaia di migliaia di profughi, gli stupri e la distruzione sistematica delle chiese da parte delle forze musulmane arrivate dalla vicina Eritrea.
Il premier Abiy Ahmed, che nel 2019 aveva vinto il Premio Nobel per la Pace proprio per aver posto fine alla guerra con l’Eritrea, ha usato i suoi nuovi alleati per una vera pulizia etnica contro il popolo tigrino. Un autentico genocidio che ha messo ancora una volta in discussione la logica con cui vengono assegnati i premi Nobel per la Pace. Visto il rapido deterioramento della situazione, è già arrivato nella nazione del Corno d’Africa, l’ex presidente della Nigeria. Olusegun Obasanjo, l’uomo che aveva organizzato per conto dell’Unione Africana il meeting di Pretoria, dove era stata siglata la pace. Obasanjo dopo un rapido confronto ad Addis Abeba si e subito recato in Tigray, incontrando alcuni uomini uomini politici locali per cercare una soluzione che possa evitare un conflitto aperto. Il Primo ministro Abiy Ahmed, ancora in attesa del risultato delle elezioni che che si prevedono essere un trionfo per il suo partito, non ha voluto commentare la situazione in Tigray, mentre l’ex presidente della regione e il capo dei servizi segreti etiopi avevano lanciato un allarme dichiarando che la tensione stava salendo rapidamente. I tigrini sono sempre stati parte del governo etiope occupando tutti i ruoli chiave, ma dall’arrivo di Abiy Ahmed nel 2018, di etnia Oromo, sono stati esclusi dal potere.
Dopo una serie di trattative politiche il Fronte Popolare di Liberazione del Tigray (FPLT) ha deciso di prendere le armi con un progetto che prevedeva la secessione. Dopo due anni di scontri sanguinosi come detto era stata firmata una traballante pace, ma una parte degli abitanti del Tigray hanno continuato a sentirsi esclusi dalle decisioni nazionali. Mentre i leader del FPLT continuano a negare un imminente ritorno alle armi, l’arrivo di un mediatore internazionale del calibro dell’ex presidente nigeriano può significare soltanto che il governo di Addis Abeba tema il peggio. I rapporti con l’Eritrea, stato confinante con la regione del Tigray, sono tornati estremamente tesi ed oggi gli eritrei potrebbero appoggiare le velleità indipendentiste tigrine, con il preciso intento di destabilizzare l’Etiopia. Con le regioni Amhara ed Oromo, terra natale del Primo ministro, in stato di agitazione ed entrambe provviste di milizie armate ed addestrate gli equilibri tribali del paese del Corno d’Africa potrebbero saltare.
L’Etiopia, nonostante tutto, rimane una potenza regionale ed un membro del gruppo economico dei Brics, l’alleanza formata da Brasile, Cina, India, Sud Africa e Russia. Addis Abeba è anche un pilastro del Piano Mattei dalla sua inaugurazione e la sua stabilità è fondamentale per quasi tutta l’Africa orientale.
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2026-06-15
Dimmi La Verità | Antonio Maria Rinaldi: «Il partito di Vannacci sta crescendo a dismisura»
Ecco #DimmiLaVerità del 15 giugno 2026. Il professore Antonio Maria Rinaldi ci spiega perché il partito di Vannacci sta crescendo a dismisura.
Ansa
Da Trump che brandisce il Vangelo come una clava a chi vuole cantare Imagine di John Lennon in chiesa: l'Occidente non sa più leggere il testo sacro ma lo usa come simbolo.
Il sacro non è scomparso dall'Occidente. Si è piuttosto trasformato. È diventato un accessorio identitario, un oggetto da esibire più che da leggere, uno strumento per segnalare appartenenza. Da una parte dell'Atlantico lo si brandisce con ostentazione muscolare. Dall'altra lo si lascia marcire (mestamente) sullo scaffale di una mensola, salvo poi lamentarsi della strumentalizzazione che spesso se ne fa. Due atteggiamenti opposti, ma uniti in un unico cortocircuito culturale molto pericoloso per la gloriosa storia a cui (volenti o nolenti) apparteniamo.
Cominciamo dal Nuovo Mondo. A Pete Hegseth, segretario della guerra degli Stati Uniti d’America, non bastano certo le croci di Gerusalemme tatuate con il «Deus vult» impresso sulla pelle per farne un profeta biblico. Eppure ci prova, sembra quasi crederci mentre recita Salmi al Pentagono, cerca versetti per motivare truppe e folle, alla stessa stregua di un allenatore che incita la propria squadra prima di una partita.
Dal canto suo, Donald Trump è stato visto qualche anno fa mentre usciva da una parrocchia, sventolando la Bibbia davanti alle telecamere come fosse la bandiera della nazionale di calcio. Paula White, pastore e consigliere spirituale del presidente, è convinta che quest’ultimo sia un dono di Dio, paragonabile persino a Gesù Cristo: calunniato, crocifisso eppure infine vittorioso (come ha dichiarato lei stessa in un pranzo pre-pasquale a Washington).
Tutto questo non rappresenta qualcosa di nuovo nello spirito culturale americano. Ma se un tempo, nel condurre le proprie battaglie, si citavano le Scritture con rigore e profondità, oggi quelle stesse Scritture vengono calpestate, usate come clava politica, strumento di marketing elettorale, spesso senza che chi le impugna ne abbia mai studiato il contesto. L'antica anima puritana, figlia della madrepatria britannica, un tempo severa e colta, si è diluita in qualcosa di più rabbioso e tribale.
Nella disputa verificatasi negli ultimi mesi con i vertici della Santa Sede, dagli Usa sono piovute (in abbondanza) citazioni bibliche e rimandi ai Padri della Chiesa. Ad esempio, la guerra sarebbe giusta perché lo dicono le Sacre scritture. E avrebbe persino la benedizione di sant'Agostino, interpretato in un modo o nell’altro a seconda delle proprie esigenze, il quale avrebbe previsto che in certi casi sia lecito eliminare tutti i nemici pur di restituire la pace al mondo.
Alla luce di questo cortocircuito spirituale americano, i cattolici europei protestano, indignati. No, sostengono, quel versetto significava altro, occorre sempre approfondirne il contesto. Dopodiché, finito lo sfogo, rimettono il volume al suo posto, sullo scaffale, come se nulla fosse accaduto, come se si trattasse di un brutto sogno.
Peccato che in Europa non vada affatto meglio, anzi. Durante la Messa, pullulano fedeli che spesso non sanno nemmeno quel che leggono o ascoltano: accenti sbagliati, nomi storpiati, parole saltate. Emmàus al posto di Èmmaus, tanto per fare un esempio che chiunque frequenti una parrocchia ha sentito almeno una volta. E quando la riflessione è affidata a prediche interminabili che mescolano etimologie greche, lamentele sul banco vuoto e digressioni varie, il risultato è che sopraggiunge una distrazione comprensibile e inevitabile. E così, l’unico momento di incontro con le Sacre Scritture diventa una pena vera e propria.
Eppure, quella stessa cultura cattolica utilizza ogni giorno espressioni tratte dalla Bibbia, senza rendersene conto. La «pazienza di Giobbe», il «lavarsene le mani» come Ponzio Pilato, il «chi semina vento raccoglie tempesta». È quello che Goethe chiamava poeticamente «la lingua materna d'Europa», e che il cardinale Gianfranco Ravasi ha descritto come «il grande codice della cultura, in particolare dell'arte e dell'immaginario popolare». Un codice che continuiamo a usare senza conoscere nemmeno lontanamente la sua origine.
La distanza tra possedere una Bibbia e conoscerne il contenuto produce equivoci anche nella vita quotidiana. Uno dei più bizzarri riguarda Imagine di John Lennon, brano che alcuni «fedeli» vorrebbero cantare durante le messe o i funerali in chiesa. Quando i vescovi lo vietano, si grida alla censura medievale, alla Santa inquisizione.
Il problema è che «Imagine», pur essendo una canzone meravigliosa, teorizza esplicitamente un mondo senza religioni. Cantarla in chiesa costituisce dunque una contraddizione piuttosto evidente. Non serve essere teologi per accorgersene: basta aver letto il testo. Ma se già la Bibbia resta chiusa sullo scaffale, un simile paradosso non può stupire.
Il vero nodo della questione, tuttavia, non è scegliere tra gli americani che recitano versetti a memoria senza capirli e gli europei che li ignorano del tutto. Il punto è che entrambi hanno perso il filo. L'uno usa il sacro come arma. L'altro lo ha trasformato in un pesante e inutile soprammobile. Questo è il paradosso occidentale: non sappiamo più pronunciare correttamente i nomi biblici, ma usiamo comunque la fede per segnalare un'appartenenza che, a quanto pare, o si è snaturata o non esiste più.
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