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Il luogo dell'esplosione al Casale de Sellaretto (Roma). Nel riquadro Alessandro Mercogliano e Sara Ardizzone (Ansa)
Esplosione in un casolare alle porte di Roma: sotto le macerie vengono ritrovati i corpi di due attivisti insurrezionalisti. Stavano preparando un ordigno che poi è deflagrato. Da capire l’obbiettivo: azioni per Cospito o attentati alle ferrovie.
I soccorritori arrivati sul posto dopo il botto della sera di giovedì pensavano fosse un casolare occupato da senza fissa dimora. In realtà, si è scoperto, era un covo anarchico per la produzione di esplosivi.
Sotto i ruderi del Casale del Sellaretto, una antica casa cantoniera lungo la ferrovia Roma-Frascati voluta da papa Pio IX come primo tassello di una linea che avrebbe dovuto spingere i binari fino a Ceprano, ai confini dello Stato Pontificio, oltre i sentieri battuti dai runner, c’erano due corpi (sui quali è stata subito disposta un’autopsia). I nomi arrivano dopo l’analisi dei tatuaggi: Alessandro Mercogliano e Sara Ardizzone. Due anarchici che negli archivi della Digos vengono indicati come appartenenti all’area anarco-insurrezionalista di Alfredo Cospito.
Tra le pietre venute giù dal tetto i dettagli si fanno strada: Mercogliano ha una mano saltata di netto che durante l’ispezione cadaverica viene definita una ferita da mutilazione traumatica e varie bruciature sul corpo. La donna porta addosso i segni del crollo. Gli investigatori si fermano su questi dettagli. Dentro quelle macerie si stava preparando un ordigno artigianale. È questa l’ipotesi. Ora bisognerà capire a quale azione servisse quell’esplosivo. Ma la prima valutazione che è venuta in mente agli investigatori è legata al luogo: il casale si trova a poca distanza dai binari dell’alta velocità ferroviaria, sulla linea Roma-Napoli. Una posizione isolata, ma comoda per raggiungere a piedi la ferrovia.
Ma non è l’unica pista. Nel mirino degli anarco-insurrezionalisti da tempo c’è Leonardo. Oltre a un possibile rilancio della campagna a sostegno di Cospito. Presa in considerazione anche l’ipotesi dell’azione dimostrativa prima del maxi corteo del 28 marzo prossimo, intitolato «Together», contro «i re e le loro guerre» e «pro Askatasuna» in programma a Roma. Le indagini sono coordinate dal procuratore aggiunto Giovanni Conzo e dal pool di magistrati che si occupano di terrorismo. Per il momento il fascicolo è senza indagati. Mentre oggi il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi presiederà il Comitato di analisi antiterrorismo al Viminale. Le ricostruzioni prendono piede quando vengono tirati fuori dalle banche dati precedenti e segnalazioni allegate ai due nominativi. Mercogliano è stato processato a Torino per azioni a sfondo terroristico e in primo grado, due anni fa, aveva rimediato una condanna a 5 anni di carcere. Era dentro quella stagione delle «azioni dirette»: pacchi bomba, ordigni e plichi esplosivi destinati a politici, giornalisti ed esponenti delle Forze dell’ordine. Tra il 2005 e il 2006 rischiarono grosso i sindaci di Torino e Bologna, Sergio Chiamparino e Sergio Cofferati, il questore di Lecce, il giornalista Beppe Fossati (direttore del quotidiano Torino Cronaca). Seguirono le bombe contro una caserma dei carabinieri di Fossano, nei giardini della Crocetta a Torino e nel parco Ducale di Parma. Una storia che parte dal 2003, dalla nascita della Fai-Federazione anarchica informale, e attraversa anni di rivendicazioni e testi diffusi in rete sui siti d’area della «A» cerchiata. Ardizzone era, invece, in un altro procedimento: l’indagine Sibilla, imputata a Perugia con Cospito. Aveva parlato in aula durante l’udienza preliminare che si chiuse il 15 gennaio dello scorso anno con un «non luogo a procedere». Poche frasi. Nette. «Sono anarchica. Come anarchica sono nemica di questo Stato come d’ogni altro Stato». E poi: «Sono nemica di ogni forma di governo di cui questo si dota, dal momento in cui la scelta tra democrazia e dittatura è solo quella più funzionale a mantenere il controllo sulla popolazione o per essere più precisi: sulla classe oppressa». Il proclama si concluse con: «Odio l’attuale ordine esistente e chi lo detiene, pertanto credo nella giustezza della violenza degli oppressi avverso le proprie catene e avverso chi le stringe». Prima, però, inscrisse il tutto nella battaglia degli anarchici contro il 41 bis, il regime di carcere duro dell’ordinamento penitenziario al quale Cospito è stato affidato per la sua detenzione (che terminerà il prossimo maggio): «Vedere un anarchico, in questo mio processo coindagato, in 41 bis (Cospito ndr) non è un deterrente alla convinzione nelle mie idee anzi è un rafforzativo». Nel casale della periferia romana è rimasta vittima della sua ideologia. È stato un passante a rompere il silenzio. Vede il crollo, si avvicina, distingue un corpo. Chiama il 112. Da lì comincia il movimento: polizia locale, agenti del commissariato della Romanina, Vigili del fuoco. Poi la Digos e i carabinieri. All’inizio l’ipotesi era la più semplice: due senza tetto finiti sotto il crollo. Poi i corpi vengono tirati fuori dalle macerie. E la storia cambia.
Intanto ieri, intorno alle 17.30, nel centro di Roma, in via delle Zoccolette, innanzi ad uno degli ingressi del ministero della Giustizia, è stata rivenuta una borsa sospetta con diversi oggetti tra cui in evidenza un grande foulard rosso con falce e martello. Sono in corso accertamenti a cura delle forze dell’ordine.
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Il sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro (Ansa)
Giorgia Meloni bacchetta il sottosegretario: «Ma da qui a dire che è stato connivente...».
Non ha fine la polemica su Andrea Delmastro, sottosegretario alla Giustizia, legata alla Bisteccheria d’Italia, locale aperto a Roma insieme alla figlia di un ristoratore poi condannato in via definitiva a 4 anni per intestazione fittizia di beni con l’aggravante di aver agevolato il clan camorrista egemone sulla criminalità romana, quello guidato dal boss Michele Senese, attualmente in carcere.
E ieri sera a La7 (dove era ospite anche Elly Schlein, che ha detto «Meloni avrebbe dovuto pretendere le dimissioni di Dalmastro») il premier è tornata sull’argomento: «Delmastro è stato leggero, ma da qui a dire che è connivente... Se c’è stata una manina che dice “tiriamo fuori la cosa peggiore sul governo negli ultimi giorni di campagna sul referendum”, gli italiani valuteranno. Però non c’entra niente con il referendum sulla giustizia».
La Cinque forchette srl, fondata davanti ad un notaio di Biella il 16 dicembre 2024, aveva al suo interno altri esponenti biellesi di Fratelli d’Italia: la vicepresidente della Regione Piemonte, Elena Chiorino, Cristiano Franceschini, segretario provinciale di Fdi e assessore al Comune di Biella, Davide Eugenio Zappalà, consigliere Fdi in Regione, ognuno con il 5% delle quote. Con loro Donatella Pelle, impiegata, che deteneva il 10% della società (nessuno fra gli azionisti, al momento, risulta indagato). Delmastro possedeva il 25% delle quote, mentre il restante 50% era in mano a Miriam Caroccia, figlia appena diciottenne di Mauro Caroccia, che in un video del 2025 presente sui social della bisteccheria, pubblicizzava il locale, formalmente di proprietà della figlia che era anche l’amministratore della società. E due giorni fa era spuntata una foto, scattata nel 2023 in un altro ristorante gestito in precedenza da Caroccia senior, che ritraeva l’uomo accanto a Delmastro. Il sottosegretario aveva commentato: «La mia storia antimafia è chiara ed evidente». Poi aveva aggiunto: «Si parla di una società con una ragazza non imputata e non indagata, che si scopre essere “la figlia di”», sottolineando infine che, appena ha scoperto come stessero le cose, aveva «lasciato la società». Chiosando poi «L’ho fatto per il rigore etico e morale che mi contraddistingue». Al momento della costituzione della società, Caroccia senior non aveva condanne essendo stato assolto in Appello nell’ambito dell’inchiesta «Affari di famiglia». La sentenza, però, era stata annullata con rinvio dalla Cassazione. E così, il 15 gennaio 2025, la Corte di appello di Roma condanna Caroccia e gli altri imputati. A novembre il sottosegretario vende il suo 25% della Cinque forchette alla G&G srl della quale detiene il 100% delle quote. Tre mesi dopo, il 19 febbraio scorso, la Cassazione conferma l’Appello bis e per Mauro Caroccia si aprono le porte del carcere. Otto giorni dopo, la G&G del sottosegretario passa il 25% alla Pelle. Il 5 marzo, tutti i soci cedono le loro quote alla giovane Carocci. Una foto pubblicata ieri sul sito del Domani rivela, però, che Delmastro sarebbe tornato nel locale a fine gennaio 2026.
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Ursula von der Leyen e Giorgia Meloni (Ansa)
- Ursula: «Collaboriamo con Roma. Ogni Stato necessita di misure ad hoc». Disponibilità della presidente tedesca anche a revisione dei crediti per le emissioni. Giorgia: «Meccanismo perverso. Confido nel via libera dell’Ue». Foti e Urso: «Ascoltato il governo».
- Orbán blocca gli aiuti a Kiev, ira dei leader. Merz: «Sleale». Vance a Budapest a inizio aprile, a ridosso delle elezioni.
Lo speciale contiene due articoli.
Come previsto già dalle prime ore del Consiglio Ue, alla fine l’abolizione degli Ets, ossia il sistema di scambio delle quote di emissione, non è stata neanche discussa. A giugno si parlerà di una sua rimodulazione, ma l’impressione generale è che qualcuno abbia fatto il doppio gioco. L’Italia fin dall’inizio ha chiesto l’abolizione di questi strumenti, convinta che fosse la soluzione migliore per sollevare l’enorme pressione che grava oggi sulle imprese. Eppure, la maggior parte dei Paesi ha ragionato di rivedere gli Ets, non di abolirli, ma con calma, prima dell’estate.
Lo sforzo dell’Italia è stato notevole e qualcosa si è riuscito a ottenere. «Abbiamo portato a casa il risultato che era per noi irrinunciabile e sono soddisfatta di questo lungo Consiglio europeo», ha detto il premier Giorgia Meloni a Bruxelles nella notte tra giovedì e sabato. Scartata l’abolizione degli Ets, si puntava alla revisione. «Siamo riusciti a ottenere la possibilità per gli Stati membri di negoziare con la Commissione per affrontare le distorsioni che alcune regole europee producono», ha aggiunto ieri intervenendo in Rai. «Una di queste, e chiaramente è il nostro obiettivo, è l'Ets, una tassa sulle forme più inquinanti di energia che finisce per determinare un aumento del costo anche per quelle meno inquinanti». «Con il decreto bollette», ha continuato, «puntiamo alla sospensione di questo meccanismo perverso, ma serve un via libera della Commissione europea. E quello che c'è scritto nelle conclusioni del Consiglio ci dà la possibilità di ottenere quel via libera». Per la revisione sistemica, invece, Meloni guarda al prossimo vertice, previsto il 18 e 19 giugno.
«Le conclusioni del Consiglio europeo vanno nella direzione indicata dal governo italiano, grazie un’intensa azione diplomatica del presidente Meloni fatta di pragmatismo e buon senso», ha spiegato l’europarlamentare di Fratelli d’Italia Nicola Procaccini, co-presidente del gruppo dei Conservatori. Per il ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso, «l’Europa si muove sulla strada indicata dall’Italia». Ha parlato di «una svolta storica» in merito «al riconoscimento che la prossima revisione dell’Ets affronterà, da subito, proprio le questioni rilevanti per il nostro Paese, come l’estensione delle quote gratuite per le industrie energivore e la volatilità del prezzo degli Ets, condizionata anche dalla speculazione finanziaria. Altrettanto significativo è che la Commissione lavorerà già da lunedì con il nostro governo proprio su quanto previsto dal decreto Bollette per affrontare le specificità italiane». Tradotto: il governo incassa una prima apertura al decreto Bollette, non ancora notificato a Bruxelles.
Il cancelliere tedesco Friedrich Merz, che inizialmente sembrava aperturista sull’abolizione dello strumento finanziario, ha poi virato per una sua modulazione. Anche lui si è mostrato soddisfatto della sua possibile revisione, e esaltandone però la funzione. «Il sistema di scambio delle emissioni (Ets) è un grande successo. Esiste ormai da più di 20 anni, è un sistema basato sul mercato, aperto a diverse tecnologie», ha detto, aggiungendo che l’Unione europea intende apportare «alcuni aggiustamenti» volti «a migliorare e preservare l’Ets, e non di un cambiamento fondamentale che incide sul cuore del sistema». Infine precisa: «Le misure destinate a beneficiare i singoli Stati membri particolarmente colpiti dagli alti prezzi dell’energia sono fatte su misura, mirate e di natura temporanea: riteniamo che questo sia l’approccio giusto».
Merz alla fine diventa così un alleato in più contro il muro «green» di Paesi nordici, Spagna e Portogallo, rafforzato dall’affondo di Pedro Sánchez contro chi «usa la crisi in Medio Oriente per indebolire la politica climatica» e dalla linea del neo premier olandese Rob Jetten, che non è disposta a retromarce.
L’Italia, insieme ai leader di Visegrád, Austria, Croazia, Grecia, Romania e Bulgaria, ha chiesto anche interventi europei incisivi per raffreddare i prezzi e una proroga delle quote gratuite per le industrie energivore. Un’esortazione affiancata dal presidio della linea intransigente rappresentato da Confindustria che, per bocca del presidente Emanuele Orsini, a Bruxelles ha lanciato un «grido d’allarme», chiedendo il congelamento dell’Ets e riportando al centro il tema del debito comune, per evitare che il ricorso ai soli aiuti di Stato finisca per penalizzare ulteriormente l’Italia, frenata dal deficit di bilancio da tenere sotto sorveglianza.
Nell’immediato, è pronto il via libera a una massiccia flessibilità sugli aiuti di Stato per l’industria, già ampiamente utilizzati durante la pandemia e la crisi energetica seguita alla guerra in Ucraina. Ai Paesi membri è stato raccomandato di effettuare «interventi mirati» di stampo nazionale su tasse, reti e sostegno alle industrie energivore. Nel medio periodo, la strada resta quella spiegata dal presidente del Consiglio europeo Antonio Costa: più indipendenza energetica e puntare ancora su rinnovabili e, per fortuna, anche sul nucleare.
In Italia le conclusioni del Consiglio Ue vengono interpretate dalle opposizioni come una sconfitta: «A questo punto il decreto Bollette non è più sostenibile nella sua impostazione attuale», controbatte Sergio Costa del Movimento 5 stelle. Perché «nasce dall’idea di sterilizzare l’Ets, un’opzione che l’Europa ha respinto».
Orbán blocca ancora gli aiuti a Kiev: «Prima garanzie sul greggio russo»
Le tensioni tra l’Unione europea e l’Ungheria hanno raggiunto l’apice dopo che il premier ungherese Viktor Orbán non ha concesso il via libera al prestito di 90 miliardi di euro all’Ucraina.
Durante il Consiglio europeo, infatti, non è arrivata la fumata bianca. A pesare sul veto di Budapest è l’interruzione della fornitura di petrolio che proviene dall’oleodotto di Druzhba attraverso l’Ucraina. L’impianto, dopo essere stato preso di mira dai raid russi, è fuori uso da due mesi perché, a detta dell’Ungheria, Kiev non ha ancora voluto rimetterlo in moto per ragioni politiche. Dunque, nonostante la promessa recente del presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, di riparare l’oleodotto in sei settimane, Orbán è stato inflessibile: «Quello che ho fatto oggi (giovedì, ndr) è stato spezzare il blocco petrolifero imposto da Zelensky. Ho difeso gli interessi del Paese». Peraltro, il premier ungherese ha sottolineato: «Non si tratta solo di far arrivare il petrolio da noi, dobbiamo anche ottenere garanzie dall’Ucraina che questo non accadrà di nuovo».
Ma il dossier relativo a Kiev si intreccia con quello mediorientale sulla questione energetica. E quindi, dopo il rifiuto poco lungimirante di Bruxelles ad aprire al gas e al petrolio di Mosca, Orbán è apparso ancora più intransigente. A tal proposito, ha commentato: «Il comportamento e la strategia degli europei in questo caso sono semplicemente folli» visto che i Paesi dell’Ue hanno bisogno del greggio russo per «sopravvivere».
Che la tensione si tagliasse col coltello, durante il Consiglio, è evidente dalle parole del primo ministro olandese, Rob Jetten: l’atmosfera è stata «gelida». A svelare il dietro le quinte è stato Politico: all’invettiva contro Orbán capeggiata dal presidente del Consiglio europeo, Antonio Costa, sarebbe corrisposta una maggiore comprensione sulle vedute ungheresi da parte di alcuni premier, tra cui Giorgia Meloni e il belga Bart De Wever. Meloni ha però smentito questa versione: «Ho letto delle ricostruzioni bizzarre su quello che avrei detto. Ho sempre detto che la questione è risolvibile e per farlo serve flessibilità».
Di certo, la reazione dei leader europei è stata veemente. Costa ha dichiarato che «nessuno può ricattare le istituzioni europee». Il presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen, ha puntato il dito contro Orbán per «non aver rispettato la parola data». Il cancelliere tedesco, Friedrich Merz, ha affermato che il veto, arrivato dopo il consenso formale a dicembre, «costituisce una grave violazione della lealtà tra gli Stati membri». Per il presidente francese, Emmanuel Macron, l’accordo sul prestito «deve essere attuato senza indugio».
La questione sarà di nuovo al centro del dibattito tra almeno un mese, con i leader del Vecchio continente che auspicano l’assenza di Orbán visto che le elezioni in territorio ungherese sono alle porte. «Sperano che il 12 aprile ci sarà un cambio in Ungheria e che si formerà un governo filo-Bruxelles e filo-ucraino», ha detto in merito il primo ministro ungherese. Che ha pure rincarato la dose: «Abbiamo molte carte in mano. Il 40% dell’approvvigionamento elettrico dell’Ucraina passa attraverso l’Ungheria» e, se l’Ue «vuole dare soldi all’Ucraina nel prossimo bilancio settennale, noi non lo approveremo».
A sostenere la rielezione di Orbán sono i leader oltreoceano. A inizio aprile, il vicepresidente degli Stati Uniti, JD Vance, dovrebbe arrivare in Ungheria per ribadire il suo appoggio. Il viaggio arriva a distanza di un mese da quello del segretario di Stato americano, Marco Rubio. A unire i due Paesi è peraltro la comune visione sulla riapertura al gas russo per far fronte alla crisi energetica. Nel frattempo, oggi Budapest accoglierà il presidente dell’Argentina, Javier Milei, che si incontrerà con il leader ungherese.
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Donald Trump (Ansa)
Nato via dall’Iraq. Il tycoon: «Ce ne ricorderemo». Washington valuta di invadere l’isola di Kharg o di bloccarne l’accesso. A riportarlo, è stato ieri Axios.
Sebbene una decisione definitiva non sia ancora stata presa, l’eventuale operazione sarebbe finalizzata a mettere sotto pressione il regime khomeinista e a costringere così i pasdaran a riaprire lo Stretto di Hormuz.
Ricordiamo infatti che dall’isola dipende circa il 90% delle esportazioni petrolifere iraniane. Probabilmente non a caso, negli scorsi giorni, Washington ha trasferito unità anfibie in Medio Oriente, mentre ieri Reuters riferiva che gli Stati Uniti si stanno accingendo a inviare migliaia di nuovi soldati nella regione. In questo quadro, sempre ieri, un funzionario della Casa Bianca ha detto alla Cbs che Donald Trump «non ha intenzione» di inviare truppe di terra in Iran, ma ha aggiunto che, in caso, l’esercito americano potrebbe prendere Kharg «in qualsiasi momento».
È chiaro che, qualora dovesse schierare militari statunitensi per occupare l’isola, il presidente si troverebbe ad affrontare il rischio di un pantano. Dall’altra parte, Trump ha però estrema necessità di riaprire Hormuz: con le Midterm a novembre, non può infatti permettere che, negli Stati Uniti, il prezzo della benzina continui a salire. Il che potrebbe alla fine convincere il presidente a intervenire su Kharg. È quindi assai verosimile che, in questi giorni, la dialettica interna alla sua amministrazione si sia fatta più serrata.
Insomma, il nodo di Hormuz sta diventando sempre più centrale. E sta anche creando delle significative fibrillazioni nelle relazioni transatlantiche. «Senza gli Stati Uniti, la Nato è una tigre di carta! Non volevano unirsi alla lotta per fermare un Iran dotato di armi nucleari. Ora quella lotta è stata vinta militarmente, con pochissimi rischi per loro», ha dichiarato il presidente americano ieri su Truth, per poi aggiungere: «Si lamentano degli alti prezzi del petrolio che sono costretti a pagare, ma non vogliono contribuire all’apertura dello Stretto di Hormuz, una semplice manovra militare che è l’unica causa degli alti prezzi del petrolio. È così facile per loro farlo, con così pochi rischi. Codardi, non ce ne dimenticheremo!».
«Non mi sembra ci sia stato nessun atto di codardia da parte di nessuno, anzi penso che l’atteggiamento tenuto da molti alleati della Nato sia di aiuto agli americani», ha replicato Guido Crosetto.
Il post di Trump è arrivato nelle stesse ore in cui usciva la notizia del ritiro temporaneo della Nato dall’Iraq. «La missione Nato in Iraq ha riorganizzato la propria strategia, trasferendo in sicurezza tutto il personale dal Medio Oriente all’Europa», recita una nota, diffusa ieri pomeriggio, dell’Alleanza atlantica. «La missione Nato in Iraq proseguirà dal Comando delle Forze congiunte di Napoli», si legge ancora. Nel frattempo, la Polonia ha annunciato l’evacuazione delle sue truppe dall’Iraq, mentre Downing Street ha consentito a Washington di usare le proprie basi militari per le operazioni belliche contro i siti missilistici iraniani a Hormuz. Londra ha comunque precisato che non prenderà attivamente parte ai bombardamenti nell’area. In tutto questo, sempre ieri, Trump è tornato a parlare della situazione iraniana. «Stiamo attraversando un momento difficile. Vorremmo parlare con loro, ma non c’è nessuno con cui parlare. Non abbiamo nessuno con cui parlare. E sapete una cosa? Ci piace così», ha dichiarato. «La loro marina non c’è più. La loro aviazione non c’è più. La loro contraerea non c’è più. È tutto sparito. I loro radar non ci sono più. I loro leader non ci sono più. Ormai nessuno vuole essere un leader laggiù», ha aggiunto. «Non permetteremo loro di avere armi nucleari, perché se le avessero, le userebbero», ha anche detto.
E qui veniamo a un altro nodo che la Casa Bianca deve affrettarsi a sciogliere, se non vuole restare impantanata. Che le capacità militari iraniane siano state decimate è senz’altro vero. Dall’altra parte, dalle parole di Trump emerge un problema: l’assenza di un interlocutore a Teheran in questo momento. Il che potrebbe rivelarsi uno scoglio per la soluzione venezuelana che il presidente americano ha intenzione di adottare in Iran. Soluzione che, per Trump, è fondamentale sotto due punti di vista: ne ha bisogno sia per evitare di restare invischiato in un costoso processo di nation building sia per cooperare in futuro con l’Iran sul fronte della produzione petrolifera. Frattanto, la crisi mediorientale continua a intersecarsi con quella ucraina. Secondo Politico, la Russia avrebbe proposto agli Stati Uniti di interrompere la condivisione di informazioni di intelligence con Teheran qualora Washington accettasse di fare la stessa cosa con Kiev. Un’offerta, quella di Mosca, che, secondo la testata, il governo statunitense avrebbe respinto.
Infine, è emerso un dato interessante: nonostante si registrino spaccature tra giornalisti e commentatori trumpisti sul conflitto in corso, gli elettori d’area appaiono ancora in gran parte fidarsi dell’inquilino della Casa Bianca. Ieri, un sondaggio di Politico ha rilevato che, tra i sostenitori di Trump, l’81% dei Maga e il 61% dei non appartenenti al movimento Maga appoggiano, almeno per ora, i bombardamenti statunitensi in Iran.
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