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Il Cpr di Gjader (Albania), dal quale è stato riportato in Italia Fathallah Ouardi (Ansa)
Le toghe fanno rientrare dal Cpr in Albania un marocchino condannato per violenza di gruppo e spaccio: secondo loro non può essere espulso perché ha chiesto la protezione internazionale. Il premier Meloni: «Ma come si fa? E dove sono le femministe?».
«Mi chiedo dove siano le femministe». Il premier Giorgia Meloni, intervistata ieri mattina da Rtl 102.5, parte da qui per riportare l’attenzione sui meccanismi che impediscono le espulsioni. «Decisioni» che la premier ha definito «surreali». «Alcuni giudici», ha spiegato, «non hanno convalidato il trasferimento (in Albania, ndr) costringendoci» a riportare «alcuni immigrati illegali in Italia».
Meloni descrive in particolare «il curriculum di uno di questi migranti»: Fathallah Ouardi, 39 anni, marocchino, con «condanne per spaccio di droga, resistenza a pubblico ufficiale, violenza sessuale in concorso e violenza sessuale di gruppo». A carico dello straniero, infatti, risultano proprio i precedenti citati dalla premier: spaccio di sostanze stupefacenti tra il 2014 e il 2015, immigrazione clandestina nel 2015, ingresso e soggiorno illegale sul territorio nazionale nel 2016, furto nel 2017. Tra le condanne, invece, figurano resistenza a pubblico ufficiale e spaccio di sostanze stupefacenti nel 2014. Chiudono l’elenco dei precedenti penali una violenza sessuale in concorso e una violenza sessuale di gruppo nel 2018. Poi ancora spaccio di sostanze stupefacenti nel 2025. Uno dei procedimenti per traffico di stupefacenti, ribattezzato «Flash night» e partito da un’indagine dei carabinieri di Lainate, portò al suo arresto, insieme con altri nove marocchini e un italiano della provincia di Lecce, con un’accusa riqualificata dal giudice dell’udienza preliminare del tribunale di Milano in «associazione finalizzata al traffico di stupefacenti».
Il 17 febbraio 2026 l’uomo viene trasferito dal centro di Palazzo San Gervasio, in provincia di Potenza, al Cpr di Gjader, in Albania. La permanenza dura pochi giorni. Il 25 febbraio arriva la decisione della Corte d’appello di Roma: non convalida del trattenimento. Il motivo lo svela il premier: «Ha fatto richiesta di protezione internazionale. Cioè uno che è entrato clandestinamente in Italia, si è messo a spacciare, ha violentato una donna in gruppo, noi non lo possiamo trattenere, non lo possiamo mandare in Albania, non lo possiamo rimpatriare e quasi quasi gli dobbiamo dare la protezione internazionale». Peraltro, con molta probabilità, Ouardi sarà a piede libero.
Ma c’è un’altra questione: in Albania ha giurisdizione anche la Commissione territoriale, quella che si occupa proprio di valutare le richieste di protezione internazionale. I giudici della Corte d’appello, però, avrebbero ritenuto di assorbire la questione. E non solo in questo caso specifico. La domanda che il presidente del Consiglio pone è diretta: «Che fiducia può avere nel sistema quella donna che ha subito una violenza sessuale di gruppo se il suo stupratore non può neanche essere espulso?». Ed ecco perché chiama in causa le femministe «di “Non una di meno”».
La Meloni, però, rivendica la linea del governo: «Io sono determinata a fare quello che i cittadini mi hanno chiesto di fare, cioè una politica rigida sul tema dell’immigrazione irregolare, anche con strumenti nuovi come i centri in Albania, nonostante vi siano alcuni che cercano di fare tutto quello che possono per impedirlo. Però su questo sono determinata e sono disposta a lavorare il triplo, il quadruplo, dieci volte tanto se necessario». Infine riparte da un punto preciso: la convinzione che l’ultimo tassello arrivato da Bruxelles possa rimettere in moto il meccanismo dei rimpatri: «Sui Cpr in Albania», ha spiegato il presidente del Consiglio, «le cose vanno avanti, l’Unione europea ci ha aiutato con la lista dei Paesi sicuri, che era la principale questione che veniva posta dai magistrati italiani per non far funzionare i centri». Nella stessa frase, però, compare anche il sospetto politico che accompagna da mesi lo scontro tra governo e parte della magistratura: «Qualcosa mi dice che gli stessi magistrati potrebbero ora inventare altre scuse perché, francamente, sto vedendo delle cose che non capisco».
L’associazione delle Giornaliste italiane si è schierata accanto al premier: «Le parole della Meloni», hanno commentato, «fotografano una realtà inaccettabile e a dir poco scandalosa». L’associazione ha anche condannato «senza se e senza ma abusi che ledono la dignità di tutte le donne». E ha concluso auspicando «di vedere in prima fila, insieme a noi in questa battaglia di civiltà e di difesa di diritti inviolabili, anche tante altre associazioni che si definiscono “femministe”, finora rimaste in assordante silenzio».
I dem ovviamente sono insorti. «Usare il dramma della violenza sulle donne come arma per costruire propaganda è vergognoso», si è lamentata la portavoce nazionale della Conferenza delle donne democratiche, Roberta Mori. Un concetto rilanciato dalla senatrice Valeria Valente: «Ho sperato che non fosse vero. Propaganda sulla pelle delle donne usata per alimentare consenso». Al coro si è aggiunta la senatrice pentastellata Alessandra Maiorino, definendo «orribili» le parole della Meloni. Il riferimento alle femministe, invece, per la Maiorino, è «specchio della pochezza del centrodestra italiano». Al di là della polemica, però, nel panorama femminista tutto tace.
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(IStock)
Il progetto doveva essere approvato oggi in cdm. Ma slitta a martedì e perde un pezzo.
Doveva essere la grande giornata del Piano casa con il via libera in Consiglio dei ministri al maxi-progetto che prevede una doppia gamba (pubblica e privata) per garantire migliaia di alloggi a prezzi calmierati a lavoratori e famiglie. E invece nulla. Latitano le motivazioni ufficiali. Ma secondo più di una fonte consultata dalla Verità, l’annullamento della riunione dei ministri ha una ragione precisa: l’opportunità di concentrare attenzioni e sforzi sulla crisi in Medio Oriente. Insomma, con tutto quello che sta succedendo nel Golfo Persico e le conseguenze economiche per i blocchi allo Stretto di Hormuz non sarebbe stato il caso di annunciare con tanto di fanfare uno dei progetti bandiera di questa legislatura.
Tutto qui? I più vicini al dossier non hanno dubbi, basta pazientare e tutto andrà al suo posto. Tant’è che quando il ministro dei Trasporti Matteo Salvini ha fatto sapere che il cdm si sarebbe tenuto martedì, anche i dubbi residui si sono dissipati. «Nel prossimo consiglio dei ministri, che dovrebbe essere martedì», ha sottolineato il vicepremier, «porterò un primo provvedimento che mette a disposizione delle Aziende Casa, delle Aler e delle Ater, circa 950 milioni di euro unicamente destinati alla manutenzione e al recupero del patrimonio pubblico di edilizia residenziale sociale attualmente non assegnato alle famiglie in graduatoria perché non a norma». Insomma, un primo consistente pacchetto di risorse che consentirà di rimettere a disposizione su tutto il territorio nazionale tra i 50.000 e i 60.000 appartamenti oggi non utilizzabili». Benissimo. Ma il resto? Questa è una parte del progetto pubblico. Manca il pezzo (sempre pubblico) delle nuove abitazioni. E mancano i privati.
Cassa Depositi e Prestiti, alcuni fondi sovrani (per ora l’unico nome ufficializzato è quello dell’emiratino Mubadala ma ce ne saranno altri), assicurazioni (potrebbero essere della partita Poste Vita, Generali Vita, Intesa Via e Unipol) oltre a casse previdenziali e fondi pensione. Si parte con un miliardo per arrivare a una potenza di fuoco di 20 miliardi e garantire 100.000 nuovi alloggi a prezzi inferiori a quelli di mercato nelle città a maggior appeal lavorativo. Obiettivo ambizioso per il quale si è spesa molto Confindustria, dal punto di vista operativo. A guidarlo Mario Abbadessa, uno dei manager che ha più esperienza nel settore.
Insomma è tutto pronto. Manca solo il via libera politico. Che sarebbe dovuto arrivare ieri, ma non ci sarà neanche martedì.
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Questa mattina polizia e vigili del fuoco sono intervenuti al Palazzo di Giustizia di Milano, dove è arrivata una telefonata, pare con voce straniera, in cui si parlava della presenza di una bomba.
Sono in corso le verifiche. Davanti al tribunale ci sono i mezzi dei vigili del fuoco e della polizia ed è in corso l'evacuazione di alcune parti dell'edificio.
Aggressione su un autobus al Vomero: un 39enne ha ferito una donna di 32 anni, avvocato. Dopo circa 15 minuti di tensione è stato arrestato dai carabinieri. La vittima è ricoverata ma non è in pericolo di vita.
Momenti di terrore nella tarda serata di ieri a Napoli, nel quartiere Vomero, dove una donna di 32 anni è stata accoltellata all’interno di un autobus di linea dell’Anm. L’aggressione è avvenuta su un mezzo della linea C32 in via Simone Martini.
Secondo quanto ricostruito, l’aggressore – un uomo di 39 anni che non conosceva la vittima – l’ha colpita con un coltello e l’ha poi trattenuta sotto minaccia per diversi minuti. La donna, un avvocato, ha riportato ferite al volto e al braccio ed è stata trasportata all’ospedale Cardarelli, dove resta ricoverata ma non sarebbe in pericolo di vita. La scena è stata ripresa da diversi presenti con i telefoni cellulari e i video stanno circolando sui social. Nelle immagini si vedono i momenti successivi all’aggressione, con l’uomo ancora sul bus con il coltello in mano mentre all’esterno si raduna una folla inferocita che tenta di aggredirlo.
I carabinieri intervenuti sul posto sono riusciti a bloccarlo e a portarlo via tra insulti e spintoni. Il 39enne è stato arrestato con le accuse di lesioni personali gravi e sequestro di persona. Secondo i primi accertamenti, l’uomo – già in cura per problemi psichiatrici – avrebbe spiegato di aver compiuto il gesto per attirare l’attenzione del procuratore Nicola Gratteri. I rilievi dei militari sul bus sono andati avanti fino a tarda notte.
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