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Maserati Gran Cabrio
Per celebrare il centenario del suo storico logo, Maserati lancia «Trident Stars»: una costellazione composta da cento stelle dedicate a clienti, dipendenti e protagonisti che hanno contribuito alla storia del marchio.
In occasione dei 100 anni del suo storico logo, la casa modenese lancia “Trident Stars”, un progetto che trasforma il simbolo del Tridente in una costellazione composta da cento stelle dedicate a clienti, dipendenti e ambasciatori del brand.
Per celebrare il centenario del proprio logo, Maserati guarda al cielo. La casa del Tridente ha presentato “Trident Stars”, un progetto che trasforma il celebre simbolo del marchio in una vera e propria costellazione, composta da cento stelle dedicate alle persone che hanno contribuito a costruirne la storia e l'identità nel corso degli anni.
L'iniziativa si inserisce nel programma di celebrazioni per i 100 anni del logo del Tridente, apparso per la prima volta nel 1926 sulla Maserati Tipo 26, la vettura che conquistò la vittoria alla Targa Florio.
La costellazione è stata realizzata in collaborazione con i ricercatori dell'INAF-Osservatorio Astronomico di Padova, Maurizio Pajola e Anna Lucchetti. Situata tra le costellazioni del Leone e del Pastore, è composta da cento stelle disposte fino a riprodurre la sagoma del simbolo Maserati.
Ogni stella è associata a una persona che ha avuto un ruolo significativo nella vita del marchio: clienti storici, dipendenti, amici della casa automobilistica, collezionisti di vetture d'epoca, proprietari di modelli Fuoriserie, Brand Ambassador e gentlemen driver impegnati in pista con le GT2 e le MCXtrema.
Il progetto prevede anche una componente digitale. Ogni stella potrà infatti essere trasformata in un'opera digitale certificata tramite blockchain e smart contract, accompagnata da un certificato che ne attesta la corrispondenza con una stella reale presente nello spazio.
L'iniziativa sarà raccontata attraverso una piattaforma dedicata, contenuti social e attività digitali che culmineranno nella consegna di un kit ai protagonisti coinvolti nel progetto.
«Il nostro logo del Tridente è un simbolo che si imprime nella memoria e che quest'anno celebra i suoi primi 100 anni», ha dichiarato Cristiano Fiorio, Chief Marketing Officer e General Manager Bottega Fuoriserie di Maserati. «Con Trident Stars abbiamo voluto portarlo dove la memoria diventa eterna, trasformandolo in una costellazione destinata a brillare nel tempo».
Con questa iniziativa Maserati punta a rendere permanente il significato che il Tridente rappresenta da un secolo: audacia, eccellenza e passione. Valori che, sottolinea il marchio, continuano a vivere anche nella gamma attuale, dalle GranTurismo e GranCabrio fino al SUV Grecale.
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È errato affidare la predica ai laici. Non è così che la Chiesa deve adattarsi ai tempi.
La Santa Sede, come avete letto ieri sulla Verità, avvisa i vescovi tedeschi: «I laici non possono fare l’omelia». Il Dicastero per il Culto ribadisce che i laici non possono tenere l’omelia nella celebrazione eucaristica: «La proclamazione della Parola è inseparabile dalla missione sacramentale ricevuta dai ministri ordinati e dal legame tra Parola e Sacramento».
Ricorda anche che i laici possono essere coinvolti in diverse forme di annuncio e preghiera tipo, ad esempio, il catechismo. Bella botta ai vescovi tedeschi che ogni tanto se ne escono con delle idee un po’ strane e soprattutto teologicamente e liturgicamente infondate.
L’omelia (dal greco omilìa) significa riunione, conversazione: nella liturgia cattolica fatta dal celebrante viene subito dopo il Vangelo, come parte integrante della Lettura. Addirittura, prima del Concilio Vaticano II, il termine indicava la predica tenuta normalmente dal vescovo o raramente da un altro prelato.
Il concilio di Trento (1545-1563) indicò l’obbligo che i ministri della Chiesa nutrissero «il popolo loro affidato con parole salutari, secondo la loro e la propria capacità, insegnando quelle verità che sono necessarie a tutti per la salvezza e facendo loro conoscere, con una spiegazione breve e facile, i vizi che devono fuggire e le virtù che devono praticare». Lo stesso Vaticano II, nella Costituzione sulla sacra liturgia Sacrosanctum Concilium in modo ancora più esplicito recita: «L’omelia deve consistere nella spiegazione o di qualche aspetto delle letture della Sacra Scrittura… tenuto conto sia del mistero che viene celebrato, sia delle particolari necessità di chi ascolta». E specifica: «L’omelia di solito sia tenuta personalmente dal sacerdote celebrante. Talvolta, potrà essere da lui affidata a un sacerdote concelebrante, e secondo l’opportunità anche al diacono, mai però a un laico».
Questa disposizione così chiara ha un fondamento che risale ai Vangeli: chi ignora o vuole ignorare tali fondamenta risulta ignorante in ambedue i casi. Nel primo perché ignora, cioè non ha studiato; nel secondo caso nel senso dispregiativo, cioè viola i principi di educazione, decoro e rispetto nei confronti della storia della Chiesa. Che questo lo facciano dei vescovi di una comunità cattolica importante come quella tedesca ci dice il livello di inconsistenza teologica che ormai pervade anche coloro che guidano la Chiesa nel massimo grado dell’ordine sacerdotale: l’episcopato.
Dicevo poco sopra che la questione è legata alla storia della Chiesa e della teologia (c’è una materia specifica che si chiama «omiletica» e che insegna l’arte della predicazione), in quanto la predicazione è affidata da Gesù stesso agli apostoli, che sono coloro che dovranno predicare il Verbo a tutte le genti. Questo passaggio di consegne in gergo teologico si chiama traditio cioè «tradizione» che deriva dal latino e significa «consegnare». Ha il compito di trasmettere nel tempo le Verità rivelate che risalgono all’insegnamento di Cristo e degli apostoli, sviluppate e definite dalla storia della Chiesa con l’assistenza dello Spirito. Come tale, la Tradizione è considerata fonte della rivelazione, insieme alla Scrittura (vedi l’opera del domenicano francese Yves Congar, La tradizione e le tradizioni). Ne esite anche una traduzione tedesca per i vescovi teutonici che magari non leggono il francese.
Esiste un caso nei primi secoli della Chiesa in cui a un laico, il celeberrimo teologo Origene, fu affidata in alcuni momenti la predicazione, ma non crediamo che nel laicato cattolico tedesco esista un equivalente del filosofo greco che fu, tra l’altro, direttore della Scuola catechetica di Alessandria, dove visse a cavallo tra il secondo e il terzo secolo. C’è poi una questione di tipo teologico ulteriore: è vero che la Chiesa è «comunione» (dal greco koinonìa, che nella tradizione cristiana indica l’intima unione spirituale tra i credenti e Dio), ma questa comunione avviene all’interno di una struttura gerarchica guidata dal sacramento dell’ordinazione nei suoi tre gradi: diaconi, presbiteri, vescovi. A loro è affidata la salvaguardia e la trasmissione delle verità di fede, la traditio.
Ora, c’è da chiedersi perché i vescovi tedeschi abbiano commesso un errore così marchiano. Forse per l’idea che per adattarsi ai tempi e attrarre alla fede più persone occorra, in qualche misura, ammiccare a una Chiesa dalla struttura più democratica? Forse perché mancano i preti? Se fosse per quest’ultima ragione, sarebbe comunque meglio arrivare a una Chiesa anche residuale ma che annunci le verità del Vangelo, piuttosto che una Chiesa riempita da chicchessia, con magari anche l’onere della predicazione. Certo è che più la Chiesa si adatta in modo inadeguato e superficiale ai tempi, e più coloro che cercano un senso religioso alla propria vita lo cercheranno altrove: perché una Chiesa che parla solo di cose umane e non del mistero di Dio e della Trinità, perderà quell’aspetto di «fascino religioso e mistico» del quale è alla ricerca spasmodica l’uomo del nostro tempo.
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Ecco #DimmiLaVerità del 25 giugno 2026. L'esperto di geopolitica Daniele Ruvinetti analizza le ripercussioni della lite tra Trump e la Meloni, da Rutte all'Iran.
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La strategia è stata messa a punto da due professori a Firenze. Con la traduzione simultanea nel proprio idioma, gli universitari comprendono i concetti più complessi.
Università di Firenze, dieci minuti di lezione in «urdu» a una dottoranda pachistana sull’elettromagnetismo. Crudeltà? No felicità. «Lei aveva le lacrime agli occhi perché sentiva parlare la lingua della sua mamma».
Nel raccontare l’aneddoto il professor Jacopo Parravicini si emoziona per avere toccato una delle corde più sacre e identitarie di una persona: la lingua madre. Lo ha fatto bypassando il piatto conformismo lessicale dell’inglese, lo ha fatto grazie all’Intelligenza artificiale in una delle sue applicazione più virtuose. È il dito che indica il futuro, è la rivoluzione gentile prospettata da due docenti per superare «uno scoglio che rischia di produrre un’internazionalizzazione cosmetica, dove l’inglese è l’etichetta per scalare i ranking ma compromette la formazione».
Jacopo Parravicini (fisico e ricercatore) e Marco Biffi (linguista e accademico della Crusca) adottano e vorrebbero ufficialmente implementare nell’ateneo fiorentino un metodo alternativo, geniale nella sua semplicità, a conferma che l’uovo di Colombo non è difficile farlo stare in piedi ma covarlo. Durante la lezione il prof parla in un microfono, l’IA traduce e lo studente collegato via app (costo 70 euro) ascolta tutto nella sua lingua, in meno di tre secondi e con le sfumature più sottili. Comprensione totale. Un salto di qualità che va a risolvere un problema poco pubblicizzato perché cardine del pensiero globalista: la fragilità dell’inglese planetario, la sciatteria indotta nell’imparare qualcosa (qualunque cosa) senza quelle meravigliose sfumature che solo la lingua dei padri, elaborata dalla storia e dalla cultura, sa restituire.
Oggi lo scenario è chiaro e quella della statistica è una sentenza. Secondo studi compiuti in Paesi ad alta competenza linguistica come Svezia e Olanda, i «non madrelingua» necessitano dal 51% al 91% del tempo in più per leggere e scrivere testi. In aula fanno il 40% in meno delle domande. E chi impara in lingua madre, nei test dà il 73% di risposte corrette in più rispetto a chi ha appreso l’inglese in corsi specializzati. Un abisso, quasi una discriminazione silenziosa accettata sull’altare dell’English medium instruction (Emi) che si adagia come zucchero a velo sulla fasulla narrazione del mondo senza differenze. Ora l’IA può rimettere le cose a posto passando al metodo Umnia, parola studiata dai due scienziati italiani, crasi di università e del termine latino omnia, tutte le cose.
«La Scienza moderna nasce con Galileo Galilei che scrive in italiano, eppure perfino a Firenze ci sono dieci corsi di laurea interamente in inglese», spiega Parravicini. «Oggi la lingua della Scienza è l’inglese, lo abbiamo accettato con fatalismo. Fra i docenti, anche chi ha una conoscenza molto buona, da un paio d’anni passa ogni frase attraverso l’IA per migliorare gli scritti. Noi pensiamo in un modo e ChatGpt o altri sistemi ci danno correzioni migliori, lo fanno anche francesi e tedeschi. A maggior ragione vale per gli studenti, questa applicazione può davvero migliorare il valore di ciò che si spiega e di ciò che si comprende. Bisogna uscire dall’automatismo pigro internazionale=inglese».
Vent’anni fa si è deciso per conformismo di sacrificare l’efficienza sull’altare dell’internazionalizzazione, creando quello che viene definito «carico cognitivo». Parravicini lo spiega con una metafora da trekking. «È come fare una corsa in salita con uno zaino pesante sulle spalle. Se ti alleni fortifichi i muscoli, ma per quanto ti alleni le tue performance saranno sempre inferiori a quelle di chi non ha lo zaino sulla schiena. Il carico non è azzerabile a livello cognitivo profondo, quello della lingua madre. E la fatica mentale sarà sempre superiore a quella di chi riceve nozioni, esempi, approfondimenti in lingua madre».
Gli stessi insegnanti sostengono che non basta esprimersi in una lingua straniera per migliorarla. Entra in scena il fenomeno della «fossilizzazione»; non si impara perché non serve sapere di più. Così il cambio di passo diventa mondiale. All’Università di Stanford, dove gli asiatici sono una moltitudine, si sono accorti che le lezioni di robotica di un professore texano in slang sarebbero poco comprensibili per uno studente di Boston, figuriamoci per un giapponese o un filippino. Così gli studenti già usano i sottotitoli sul parlato dei prof, adattando uno strumento inventato per i disabili.
Secondo Parravicini e Biffi è necessario uscire dal compromesso al ribasso, incamminarsi sul miglioramento in tutti i sensi. E non sono soli. Al Politecnico di Karlsruhe, uno dei migliori d’Europa (dove studiò Karl Benz, l’inventore dell’automobile), da anni trattano 50 lingue europee in tempo reale. Il laboratorio di Data science è diretto dal luminare Andreas Wagner, gli studi del quale sono ritenuti decisivi anche da papa Leone XIV, che ha dedicato agli sviluppi dell’IA parte dell’enciclica «Magnifica humanitas».
Per ora il progetto pilota fiorentino viene sviluppato in conferenze, seminari, sistema museale; poi dovrebbe essere allargato ad alcuni singoli corsi universitari. La rettrice dell’ateneo, l’ingegnere Alessandra Petrucci, ci crede. Altri, più impermeabili al cambiamento, no. A settembre è previsto un Congresso nazionale di Fisica per dare un perimetro giuridico all’Umnia. Rassicura Parravicini: «Non pensiamo di sostituire nulla, come una videoconferenza non sostituisce una telefonata. Vogliamo semplicemente allargare gli orizzonti con l’IA». E tornare a dare un senso alla meravigliosa complessità del mondo.
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