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Archiviata l’inchiesta sui pm dei Trevallion, Anm esulta. E poi le famiglie non si fidano...
Dopo l’intervista in anteprima alla «mamma del bosco», l’australiana Catherine Birmingham, ieri sera Bruno Vespa ha presentato a Porta a porta il sondaggio realizzato da Antonio Noto sulla «Percezione del sistema degli affidi in Italia» scatenata proprio dal caso dei «bambini della famiglia del bosco» tolti ai genitori e affidati ai servizi sociali.
Dal report analitico stilato nel mese di maggio su un campione di 2.000 maggiorenni per il ministero della Famiglia, il dato più sorprendente è quello che soltanto il 13% degli intervistati affiderebbe un minore in difficoltà ai servizi sociali. Davanti a una difficoltà educativa o familiare, infatti, il servizio pubblico non è considerato il primo luogo di protezione ma il 33% indica lo psicologo, il 30% familiari o amici, mentre i servizi sociali si fermano al 13%. La scuola, la Chiesa e la ricerca online raccolgono quote molto più contenute. In sostanza, per gli italiani il sistema degli affidi e, più in generale, l’apparato di tutela minorile sono percepiti come necessari ma non pienamente rassicuranti perché percepiti come sostitutivi, invasivi o poco reversibili tanto che una parte consistente dell’opinione pubblica teme che l’intervento istituzionale possa produrre effetti negativi sia sul minore sia sulla famiglia di origine.
Il dato più rilevante del report è la centralità del legame familiare: anche in caso di affido, il 64% ritiene che la famiglia d’origine debba restare presente nella vita del minore e solo l’11% sostiene l’allontanamento definitivo. In sostanza, non si chiede minore protezione, ma una protezione diversa: più ascolto, più gradualità, più prevenzione, più supporto alla famiglia prima dell’allontanamento e più trasparenza nei criteri decisionali. Altro dato importante è la percezione dell’affido considerato dal 43% una soluzione sbagliata mentre per il 17% è necessario ma rischioso. Un dato che farà riflettere il ministro Eugenia Roccella, committente del sondaggio, è quello sulla poca conoscenza e scarsa fiducia nel sistema. Infatti il 46% non non si fida del sistema degli affidi, il 45% ritiene i servizi sociali non competenti e il 44% pensa che non migliorino la situazione dei minori. La sfiducia si estende anche ai tribunali minorili, giudicati competenti soltanto dal 48%. I cittadini associano i servizi sociali a controlli invasivi e temono che possano portare alla perdita del controllo familiare. Va detto che la risposta è data dalla conoscenza di casi mediatici o racconti episodici, chiedendo maggiore trasparenza e comunicazione istituzionale. Inoltre il 54% degli intervistati ritiene che l’allontanamento dei bambini dai genitori debba essere perseguito solo in casi di estrema gravità, ad esempio violenza sui minori. Il 40% lo considera valutabile anche in casi meno gravi, come forti carenze educative o situazioni familiari che compromettono il benessere del minore. Il 6% non sa rispondere.
Intanto ieri una nota del ministero di Giustizia ha chiarito che «l’ispezione ministeriale avviata sul comportamento dei magistrati che hanno seguito il caso della famiglia Trevallion si è conclusa senza rilievi disciplinari e il ministro ha disposto l’archiviazione del procedimento ispettivo». Il Guardasigilli, Carlo Nordio, che aveva inviato gli ispettori del ministero al tribunale dell’Aquila per verificare se ci fossero state anomalie nel procedimento con cui, nel novembre del 2025, erano stati allontanati i tre figli dai genitori, chiarisce che «non sono emersi profili di illeciti disciplinari da parte dei magistrati e le decisioni di merito in ossequio all’indipendenza e all’autonomia della magistratura non sono oggetto di valutazione». L’Associazione nazionale magistrati ha festeggiato rinnovando subito la vicinanza ai colleghi di L’Aquila mentre l’avvocato Simone Pillon, legale della famiglia, preso atto della decisione, ritiene che «avremo presto modo di convincere il Tribunale per i minorenni del mutato quadro fattuale e della bontà delle argomentazioni difensive maturate circa l’opportunità del rientro a casa dei minori nel loro superiore interesse».
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Claudio Cipolla (Imagoeconomica)
Gli attivisti del Mandorlo, cristiani Lgbt riconosciuti dalla diocesi, passano in «frocessione» davanti al duomo di Padova esponendo scritte stile Pride a sfondo religioso. E monsignor Cipolla (ora) si dice «imbarazzato».
Dio è queer. E i suoi discepoli sono cattofroci che, ovviamente, fanno la frocessione. Gli attivisti del Mandorlo, associazione di cristiani Lgbtq+, hanno avuto la brillante idea di esporre cartelli come questi davanti al Duomo di Padova.
Con tanto di foto diffusa sui social. Siamo nei giorni che precedono la grande festa di Sant’Antonio (13 giugno) e in città, alla tomba del santo, ci sono già lunghe file di fedeli che venerano le reliquie e pregano devoti. Immaginiamo la gioia nel trovarsi circondati dai cattofroci e dalle cattofroce (così si chiamano loro, non prendetevela con me) che irridono le vere processioni (chiamandole frocessioni) e che pregano il «Dio queer». Cosa ci manca? Solo di sentirli recitare «Ave Maria, piena di gender» e «Padre nostro che sei nei cieli non binari». Nel nome del padre del figlio e dello spirito Lgbtq+: andate in pace la messa pride è finita.
Vi sentite offesi? Io sì. Ma che ci volete fare? Noi siamo i bigotti, gli antiquati, quelli che quando s’interrogano su Dio pensano a San Tommaso e Sant’Agostino, mica a Leo Gullotta. I nuovi cattofroci del Mandorlo (e del piffero) invece sono la punta avanzata, quella che piace alla Chiesa che piace, coccolati e vezzeggiati pure dal vescovo di Padova, monsignor Claudio Cipolla, che non a caso era con loro quindici giorni fa alla veglia Lgbtq+ nella chiesa di San Bartolomeo a Montà. «Basta discriminazioni, largo alle benedizioni, fino al riconoscimento dell’amore omosessuale», è stata la battaglia lanciata in quell’occasione. La veglia ha avuto il patrocinio della Diocesi di Padova, con il supporto dell’Azione cattolica, del Movimento dei Focolari e dell’Agesci. Tutti insieme appassionatamente. Lotta dura e gay senza paura. Ora monsignor Cipolla si dice «in imbarazzo» perché i suoi amici «cattofroci» sono andati davanti al duomo a sbandierare che Dio è queer. Ma che si aspettava?
Che Dio è queer (e la Madonna pure) lo vanno dicendo da tempo i «cattofroci» e le «cattofroce», illuminati da importanti teologi come Nichi Vendola. Il quale Vendola ha tenuto importanti relazioni per dire che anche Maria di Nazareth era queer, la Maddalena pure mentre il buon samaritano era sicuramente trans. La natura Lgbtq+ di molti dei protagonisti delle Scritture è rivelata, per altro, dalla Bibbia queer, testo «rivoluzionario» che non a caso è stato presentato in pompa magna proprio dal circolo il Mandorlo di Padova. «Siamo sicuri che maschio e femmina Iddio li creò?», si chiedono le locandine di lancio. Nel testo l’interpretazione piuttosto singolare di tutti i libri sacri. A cominciare da Sodoma dove, si capisce, erano tutti eterosessuali e vennero sterminati in quanto avevano cacciato due stranieri. Insomma, dice la Bibbia queer, che a Sodoma non c’erano sodomiti, ma razzisti. Monsignor Cipolla lo sapeva?
Certo che lo sapeva. Non poteva non saperlo. Eppure quando il vescovo ha visto la foto con i cartelloni su Dio queer davanti al duomo di Padova, ha finto stupore. «Sono imbarazzato per il gesto che hanno fatto questi ragazzi», ha detto. «Conosco loro e le loro famiglie, come Chiesa locale abbiamo riconosciuto il loro circolo. Da capo della grande comunità cristiana devo stare al di sopra delle parti. E perciò non voglio essere tirato per la giacchetta da un lato né dall’altro. Noi dobbiamo sempre voler bene a tutti i nostri figli, però…». E in quel però c’è tutto il manifesto della sconfitta della Chiesa: davvero voler bene ai figli vuol dire inseguirli lungo le strade della Bibbia queer? Davvero significa riconoscere i circoli «cattofroci» dove si nega che «maschio e femmina Iddio li creò»? Dove si riscrivono i testi sacri secondo il vangelo Lgbtq+? O voler bene ai figli vuol dire dare loro l’occasione di incontrare la verità di Gesù Cristo che persino è un po’ meglio che incontrare gli idoli del gay pride?
Padova era già nota come la città dell’onorevole Zan. Poi come la città che vuol riconoscere i bambini con due mamme. Ora diventa la città dell’imbarazzo del vescovo. Ma sicuro: monsignor Cipolla porta in palmo di mano il circolo dei cattofroci e delle cattofroce, va alle loro veglie Lgbtq+ e poi si stupisce di trovarli davanti al duomo a sbandierare sulla faccia dei devoti a Sant’Antonio che Dio è queer. Verrebbe da dire chi è causa del suo mal pianga sé stesso. Ma il problema è che quello non è il «suo» mal. Non è cioè il mal del vescovo: è, piuttosto, il male che offende tutti i fedeli e devasta la Chiesa dall’interno perché baratta i valori eterni del cristianesimo con le mode lesbochic del momento. Così avremo sempre più via frocis al posto di via crucis, e teologia delle drag queen al posto di quella di San Tommaso. E saremo noi a piangere guardando monsignor Cipolla, che per farci piangere ha tutto quello che ci vuole. Persino il cognome.
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Donald Trump (Ansa)
La Casa Bianca ha pubblicato la nuova United States Counterterrorism Strategy 2026, un documento destinato a suscitare un ampio dibattito internazionale perché ridefinisce profondamente le priorità della sicurezza nazionale americana e offre una fotografia estremamente netta delle minacce che l'amministrazione di Donald Trump ritiene più pericolose per gli Stati Uniti.
Non si tratta soltanto di un aggiornamento tecnico delle strategie precedenti, ma di una vera e propria dichiarazione politica che riflette la visione dell'attuale presidente e la sua dottrina basata sul principio dell'«America First» e della «pace attraverso la forza». Nella prefazione, Trump sostiene che il suo ritorno alla Casa Bianca abbia segnato la fine di un periodo caratterizzato da «debolezza» e «umiliazioni» per gli Stati Uniti. Il presidente rivendica una serie di risultati ottenuti durante il primo anno del suo secondo mandato, tra cui il rilascio di oltre cento ostaggi americani detenuti all'estero, l'arresto del responsabile dell'attentato di Abbey Gate in Afghanistan e la designazione di importanti sezioni dei Fratelli Musulmani come organizzazioni terroristiche. Il documento cita inoltre le operazioni militari «Midnight Hammer» ed «Epic Fury», presentate come azioni decisive contro il programma nucleare iraniano e contro le capacità militari della Repubblica Islamica. L'aspetto più innovativo della strategia riguarda la classificazione delle minacce. Secondo la Casa Bianca, il terrorismo contemporaneo non è rappresentato esclusivamente dalle organizzazioni jihadiste, ma si articola in tre grandi categorie. La prima è costituita dai cartelli della droga e dalle organizzazioni criminali transnazionali che operano soprattutto nell'emisfero occidentale. La seconda comprende i gruppi islamisti tradizionali come al-Qaeda e lo Stato Islamico. La terza categoria è invece rappresentata dagli estremisti violenti di sinistra, inclusi anarchici e movimenti antifascisti radicali. Una definizione destinata a generare polemiche, poiché amplia notevolmente il concetto di minaccia terroristica adottato dall'amministrazione americana.
Nel documento emerge con chiarezza la convinzione che il terrorismo islamista continui a rappresentare un pericolo concreto per il territorio americano. Per questo motivo la strategia individua come priorità assoluta la neutralizzazione dei gruppi jihadisti che dispongono sia dell'intenzione sia delle capacità operative necessarie per colpire cittadini e interessi statunitensi. In particolare vengono menzionati al-Qaeda, soprattutto la sua branca nella Penisola Arabica, e l'ISIS-Khorasan, considerato uno dei segmenti più aggressivi e pericolosi dello Stato Islamico. Un intero capitolo è dedicato ai Fratelli Musulmani, descritti come l'origine ideologica del terrorismo islamista moderno. Secondo la Casa Bianca, tutte le principali organizzazioni jihadiste contemporanee, da Hamas ad al-Qaeda fino all'ISIS, affondano le proprie radici nella visione politica e religiosa sviluppata dalla Fratellanza musulmana. Per questo motivo l'amministrazione Trump annuncia l'intenzione di proseguire con la designazione come organizzazioni terroristiche straniere delle diverse ramificazioni del movimento presenti in Medio Oriente, Africa e Asia. Si tratta di una posizione che segna una netta discontinuità rispetto ad altre amministrazioni americane e che potrebbe avere conseguenze significative nei rapporti con numerosi Paesi della regione.
Ancora più severa è la valutazione nei confronti dell'Iran, definito senza mezzi termini il principale sponsor del terrorismo a livello globale. Secondo il documento, la minaccia iraniana si manifesta sia direttamente attraverso il programma nucleare e missilistico di Teheran sia indirettamente mediante il sostegno economico, militare e logistico fornito a una vasta rete di organizzazioni armate e gruppi estremisti. Hezbollah viene indicato come il più importante tra questi proxy e come uno degli strumenti principali utilizzati dalla Repubblica Islamica per proiettare la propria influenza nella regione. La strategia sottolinea che le operazioni condotte contro le infrastrutture nucleari iraniane rappresentano soltanto una fase di una campagna più ampia. Washington afferma infatti che continuerà a utilizzare tutti gli strumenti disponibili – militari, diplomatici, economici e informatici – fino a quando Teheran non sarà più in grado di minacciare direttamente gli Stati Uniti o di sostenere organizzazioni terroristiche. Allo stesso tempo viene ribadita la volontà di colpire i gruppi sostenuti dall'Iran che pianificano attacchi contro cittadini americani, obiettivi israeliani o dissidenti iraniani presenti all'estero.
Un'altra sezione destinata a far discutere è quella dedicata all'Europa. La Casa Bianca riconosce il ruolo storico degli alleati europei nella lotta al terrorismo ma sostiene che il continente sia diventato, negli ultimi anni, un ambiente operativo particolarmente favorevole alle reti estremiste. Secondo il documento, gruppi jihadisti, cartelli della droga e Stati ostili avrebbero approfittato delle frontiere deboli, delle carenze nei controlli e delle limitate risorse dedicate all'antiterrorismo per trasformare diverse aree europee in centri logistici, finanziari e di reclutamento. La strategia afferma esplicitamente che la migrazione di massa abbia rappresentato una delle principali vie di penetrazione utilizzate dai terroristi. Gli autori sostengono che l'Europa debba recuperare il controllo delle proprie frontiere, affrontare apertamente il problema dell'islamismo radicale e incrementare significativamente gli investimenti nelle attività di intelligence e sicurezza. Secondo Washington, la sopravvivenza della civiltà occidentale dipenderà anche dalla capacità degli Stati europei di contrastare efficacemente queste minacce.
Accanto alle tradizionali attività di intelligence e alle operazioni militari, il documento dedica particolare attenzione alla guerra informativa e alla propaganda. La Casa Bianca ritiene che le organizzazioni terroristiche abbiano saputo sfruttare efficacemente le nuove tecnologie per reclutare sostenitori, diffondere ideologie estremiste e coordinare operazioni. Di conseguenza gli Stati Uniti intendono rafforzare le capacità di contropropaganda e sviluppare nuovi strumenti per individuare e neutralizzare le campagne di radicalizzazione online. Particolare rilevanza viene attribuita anche alla minaccia rappresentata dalle armi di distruzione di massa. Il documento definisce «imperativo» impedire che gruppi terroristici possano acquisire capacità nucleari, biologiche, chimiche o radiologiche. Viene inoltre evidenziato come i progressi tecnologici, inclusi l'intelligenza artificiale, i sistemi autonomi e le nuove tecnologie energetiche, possano essere sfruttati da organizzazioni ostili per sviluppare nuove forme di attacco. Per questo motivo Washington prevede un rafforzamento delle capacità di monitoraggio, prevenzione e risposta. Nel complesso, la Strategia antiterrorismo 2026 segna una svolta profonda rispetto agli approcci adottati negli anni precedenti. Il documento abbandona molte delle formulazioni utilizzate durante l'amministrazione Biden e torna a una visione fondata sulla deterrenza, sulla superiorità militare e sulla centralità dell'interesse nazionale americano. Iran, Hezbollah, Hamas e Fratelli Musulmani vengono identificati come componenti di un'unica architettura della minaccia islamista, mentre l'Europa viene invitata ad assumersi una quota molto maggiore della responsabilità per la propria sicurezza. Una dottrina destinata a influenzare non soltanto la politica estera degli Stati Uniti, ma anche il dibattito internazionale sulla lotta al terrorismo negli anni a venire.
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Ansa
Ai domiciliari il docente del Teulié di Milano: sette studenti ne esaudivano le richieste perché minacciati in vista degli esami.
«Non stai facendo il bravo cucciolone, installa Telegram». Milano. Scuola Militare Teulié. Due secoli di storia, corridoi tirati a lucido, divise impeccabili, disciplina ferrea. Ragazzi tra i 17 e i 18 anni che marciano, studiano, si preparano alla maturità e a una futura carriera nelle Forze armate.
Un circuito verticale e gerarchico in cui il giudizio di un docente può pesare più di quanto accada in un normale liceo. In questo microcosmo la Procura di Milano colloca una storiaccia in cui la cifra penale, almeno secondo l’impostazione accusatoria, non sarebbe soltanto quella della sessualità o dell’invadenza fisica, ma soprattutto quella dell’abuso di potere. Perché nelle 24 pagine dell’ordinanza cautelare non sono centrali solo le palpatine o le fotografie intime richieste. L’inchiesta ruota principalmente attorno al presunto utilizzo della cattedra come strumento di pressione psicologica, del voto come leva e della maturità come elemento di condizionamento. Accuse che hanno portato un professore di italiano e latino in forza alla scuola militare dal 2024 (ma non un militare, lui) agli arresti domiciliari.
«Quanto ce l’hai lungo?», chiese, annota l’accusa, a uno degli alunni. E subito dopo: «Ho corretto il compito di italiano, è da otto, ma se mi racconti dettagli intimi con la tua fidanzata diventa otto e mezzo». L’indagato, scrive il gip del Tribunale di Milano Elio Sparacino nella sua ordinanza, «era solito, secondo quanto emerso, avvicinare gli studenti maschi, cingerli da dietro e accarezzarli sul collo, sulle spalle simulando un massaggio per scendere fino al petto e, come raccontato da tutte le persone offese, stringere per alcuni secondi i pettorali dei giovani facendo anche sovente apprezzamenti sulla loro tonicità muscolare». Un comportamento che per il gip «già di per sé» integrerebbe «pienamente» il reato di violenza sessuale. La Procura, poi, porta anche il conto delle vittime: «Sette». Ma, con due studenti in particolare, il prof avrebbe adottato «una condotta particolarmente aggressiva». Il loro «andamento scolastico traballante», secondo l’accusa, li avrebbe resi «più esposti alle azioni dell’indagato». E, così, sono scattate anche le accuse di «concussione e maltrattamenti». Gli studenti, infatti, stando alle accuse, non l’avrebbero percepito come un professore un po’ invadente. Ma come uno che poteva aiutarti o crearti problemi scolasticamente. Che avrebbe potuto «darti una mano» alla maturità. O lasciarti solo.
In una telefonata intercettata, il prof, un po’ spazientito, dice a uno studente che se non si fosse mostrato accondiscendente alle sue richieste «avrebbe dovuto farcela con le proprie forze». Nelle carte compare spesso la parola «aiuto». Aiuto con i voti, per i debiti, durante le verifiche, per arrivare all’esame. E poi c’erano «le lezioni private gratuite, dietro l’invio di foto e video a carattere erotico». Uno degli studenti ha raccontato che il prof gli avrebbe inviato dei bonifici e un «buono Amazon da cento euro». Un altro riferisce di essere stato portato in un’aula vuota e palpeggiato. Un altro ancora parla di richieste continue di video sessuali e fotografie intime. Oppure delle foto dei preservativi usati durante i suoi rapporti sessuali. Tutto sempre dentro un clima ambiguo, tra il paternalismo, la protezione e la pressione psicologica. «L’anno prossimo», avrebbe detto il prof, «quando sarai promosso mi racconterai le tue cose sconce». E lo studente, evidentemente preoccupato, ha ammesso in Procura: «Quest’anno abbiamo la maturità e lui è un membro interno».
Nel corso di chiacchierate private, con messaggi su Telegram, in chat che si autodistruggono. «Una volta, per esempio», racconta una delle vittime, «durante la lezione si è avvicinato e mi ha chiesto se avessi fatto sesso con la mia ragazza la notte precedente, con battute del tipo “Ma quanto sei durato?”». Un’intercettazione riportata nell’ordinanza colpisce per la normalità con cui viene evocato il rapporto di dipendenza. Il prof ricorda allo studente tutto quello che avrebbe fatto per lui durante l’anno scolastico. Gli parla dei voti, gli ricorda di essergli «sempre stato vicino». Fino alla frase che per gli investigatori rappresenta il cuore della vicenda: «Un po’ di gratitudine la potresti concretamente mostrare ogni tanto». Un modo di fare che, secondo l’accusa, avrebbe prodotto negli studenti la percezione che il professore potesse influenzare il loro futuro. Uno dei ragazzi verbalizza proprio questa paura: «Io non vado molto bene a scuola e quindi potrei rischiare la bocciatura ed essere estromesso dalla scuola».
C’è però chi, nel marzo scorso, ha parlato con i superiori (con un colonnello), raccontando i comportamenti del professore. Addirittura scatta le fotografie degli abbracci. Finché alcuni studenti non hanno raccontato che il prof avrebbe fatto capire di essere già a conoscenza dell’attività investigativa grazie a «non precisati informatori». Solo un mese fa uno dei ragazzi è tornato dagli inquirenti per precisare che, «mentre si trovava con un compagno di scuola fuori dalla caserma», il prof si sarebbe avvicinato e, «dopo avergli offerto un lecca-lecca», gli avrebbe proposto «di distruggere il suo telefono dietro il pagamento della somma di 400 o 500 euro». Il gip tira le somme: «Pare evidente che, dopo aver saputo dell’indagine a suo carico» e «nella convinzione» che l’alunno «gli sarebbe rimasto fedele, ha cercato in tutti i modi di ostacolare gli accertamenti degli inquirenti». I domiciliari vengono motivati con l’assenza di precedenti penali e perché i fatti contestati sarebbero legati esclusivamente all’ambiente scolastico. Ma il rischio di inquinamento probatorio viene considerato concreto.
L’Esercito italiano ha assicurato «il proprio sostegno all’operato della magistratura e la massima disponibilità nei confronti delle autorità inquirenti». Poi ha condannato in modo fermo «ogni forma di abuso, prevaricazione o comportamento contrario e incompatibile con i propri valori e con la propria missione istituzionale». Tradita, secondo l’accusa, dal prof di italiano e latino.
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