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2026-01-18
Renzi segue il piano Garofani e lavora al «listone» civico resuscitando la Margherita
Matteo Renzi (Ansa)
Come auspicato dal consigliere del Quirinale, il capo di Iv lancia una forza centrista anti Meloni che vuol scalzare il Pd. Attirando i riformisti trascurati dalla Schlein.
Ricomincia a sfogliare la Margherita. Matteo Renzi è un romantico, da lì è arrivato e lì vorrebbe tornare per uscire dal tunnel dell’irrilevanza. Nel grigio gennaio milanese l’ex premier ci riprova e dal palco dell’assemblea nazionale di Italia viva a palazzo Castiglioni riesuma il fiore di campo che salverà il centrosinistra: «Nasca una Margherita 4.0, nasca una cosa diversa, ma per andare avanti in questo percorso è fondamentale il protagonismo dei sindaci, di chi non crede più nello stare in questo Pd. Da qui comincia il cammino verso una nuova casa riformista».
È una chiamata alle armi, nel senso di turibolo da sacrestia. È un segnale di fumo a Ernesto Maria Ruffini e al suo «Più Uno», l’ammucchiata cattodem che si sta strutturando. Ma soprattutto è un siluro al Nazareno a trazione Elly Schlein e al campo largo, che Renzi boccia senza pudore dopo aver tentato in tutti i modi di entrarci come stampella morotea. A un anno abbondante dalle elezioni i movimenti politici pseudo-centristi hanno l’urgenza di definire un perimetro che somiglia al lodo Garofani, a quell’uscita natalizia del consigliere per la Difesa del Quirinale nella quale veniva auspicato «un provvidenziale scossone» per sconfiggere il centrodestra, con la chiosa: «Basterebbe una grande lista civica nazionale». Sotto il prestigioso cappello, ça va sans dire, del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, la più margheritosa delle margherite.
È l’obiettivo dell’ex Gabelliere dell’Agenzia delle entrate. È il punto di approdo di «Comunità riformista» e dei ramoscelli sparsi dell’Ulivo prodiano. Adesso anche di Renzi, che sogna di diventarne il leader, o meglio il federatore. Ecco perché aggiunge: «Non vogliamo che questa casa riformista dia le chiavi di casa solo a qualcuno. Ma c’è un punto, chi entra non sta alla finestra e chi viene, viene a dare una mano. Questa è casa riformista, che fa vincere o perdere le elezioni, che decide se al Quirinale ci va una persona normale o no». Per normali, con un accenno di razzismo politico, intende coloro che piacciono a lui.
Francesco Saverio Garofani non può che stappare un’altra bottiglia. Quella che il nostro giornale anticipò e venne definita «un ridicolo sconfinamento» dal Colle, in realtà era una profezia. E il senatore di Scandicci - primo elettore di Mattarella da premier nel 2015 e sponsor del consigliere profeta nella sua avventura piddina - intende avverarla chiamando in causa soprattutto sindaci e riformisti del Pd, i più critici della gestione Schlein appiattita sul M5s e sulla Cgil estremista di Maurizio Landini. Gli fanno comodo. E infatti conclude: «Da soli non bastiamo, allargare le porte è indispensabile. Iv ha questo compito, dare una grande mano perché c’è un governo che sta impoverendo l'Italia. E l’opposizione deve smetterla di piangersi addosso, deve fare opposizione sui contenuti. Anche perché non va sottovalutato l’effetto Vannacci, che a destra porterà via il 3%».
Renzi spera di coalizzare il centrosinistra rosè, quello della «provvidenza» mattarelliana che va da Paolo Gentiloni ad Andrea Riccardi con tutto il Sant’Egidio; dal cardinal Matteo Zuppi ai gesuiti vaticani; da Dario Franceschini (anche se ha da poco varato il Correntone guardando a sinistra) a Graziano Delrio; dagli amici di Base riformista messi in un angolo nel Pd ai possibili esodati dalla segretaria che ha in mano le prossime liste elettorali. Al Nazareno è infatti in atto una guerriglia sotterranea per la deroga al tetto delle tre legislature, come da statuto. Riguarda 37 big. C’è chi la otterrà facilmente (gli ex ministri e gli ex capogruppo), chi con qualche escamotage (la durata temporale dei mandati, compresi i festivi), ma i peones rischiano grosso e la forbice è nelle mani della segretaria.
I riformisti si sentono nel mirino dopo che il presidente del partito, Stefano Bonaccini, li ha definiti «socialdemocratici da salotto». Un mese fa erano tutti alla convention di Siena guidati da ex sindaci che fanno il pieno di voti come Antonio Decaro e Giorgio Gori. Fra loro, numeri uno dell’epoca renziana come Lorenzo Guerini, Simona Malpezzi, Filippo Sensi, Marco Nannicini, oggi defilati. Non per niente ieri ad applaudire l’ex premier c’era il Vanity borgomastro di Milano, Beppe Sala. Quando l’ha visto, Renzi si è lanciato in un’invettiva contro il Pd milanese, che qualche giorno fa (parole del segretario Alessandro Capelli) aveva auspicato una discontinuità per lanciare la candidatura di Pierfrancesco Majorino. «A Milano vinciamo da 15 anni, la discontinuità è se perdiamo», ha tuonato Renzi. «I dem milanesi hanno commesso un errore da dilettanti perché la discontinuità ha un nome e un cognome: Matteo Salvini».
Garofani del Colle, cattodem, riformisti e sindaci: la scacchiera del leader di Iv al servizio del centrosinistra è quasi completa. A lui piacerebbe dare un attico con vista sulla torre di Babele anche a Forza Italia. Blandisce e strizza l’occhio invano. Per ora siamo alla risposta di Piersilvio Berlusconi: «Renzi è privo di credibilità politica». Margherita 4.0, nuova casa riformista. Il Metternich di Rignano si atteggia a gran visir ma su di lui aleggia pur sempre il giudizio del suo ex alleato naturale, Carlo Calenda: «La sua è la meravigliosa politica del ‘ndo cojo cojo».
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Gerry Cardinale (Getty Images)
Redbird pronto a rimborsare il prestito da più di mezzo miliardo. Al posto dell’ad Furlani si fa il nome di Calvelli (ex capo dell’Atp).
Potrebbe partire con il botto il 2026 del Milan. Le novità in casa rossonera non riguardano l’acquisto di un nuovo bomber, il sogno della maggior parte dei tifosi delusi dal rendimento di Santiago Giménez e Christopher Nkunku ma anche dall’arrivo poco pubblicizzato di un panzer un po’ sgualcito come Niclas Füllkrug, bensì l’assetto societario.
Dopo circa 3 anni e mezzo infatti la telenovelas del vendor loan da 489 milioni, il prestito del venditore all’acquirente, per il trasferimento del club dal fondo Elliott a RedBird, ha le ore contate. Da tempo Gerry Cardinale (fondatore di RedBird) è a caccia un soggetto finanziario disposto ripagare il fido che intanto, con gli interessi, è arrivato a quota 566 milioni, e secondo diversi fonti sarebbe prossimo ad arrivare a dama.
Chi ci sia dietro l’operazione al momento non è certo. Il nome più accreditato, per la prima volta è apparso sul sito Calcio e Finanza, è quello di Manulife Comvest, gruppo che fornisce finanziamenti a società private per accompagnarle nei processi di crescita e ristrutturazione. Il suo focus è il mercato nordamericano di fascia media e come rivelato dalla Verità ha già un piede nel Milan avendo preso garanzie su Redbird in virtù di un finanziamento che fa capo alla Ccp Agency (gruppo Manulife Comvest) ed ha come debitori la Rb Fc Holdings Fund IV Intermediate e la scatola che nell’albero di controllo del Milan le sta appena sopra, la RedBird Capital Partners Fund IV GenPar.
L’altro nome che è circolato è ben più noto alle cronache calcistiche e finanziarie. Parliamo di Apollo Sports Capital che ha già la maggioranza dell’Atletico Madrid oltre ad aver chiuso diversi investimenti nel mondo del tennis. In questo caso si tratterebbe di un mero rifinanziamento.
Di certo se l’operazione dovesse andare in porto, a cascata ci saranno ripercussioni anche sull’assetto societario del club. Probabile la convocazione di un cda per informare i consiglieri della nuova situazione finanziaria e del rilascio del pegno che Sheva Investments Limited (la società delle Cayman attraverso la quale Elliott ha prestato i 489 milioni a RedBird) vanta sul Milan.
La gestione ne guadagnerebbe in chiarezza. Non si sono mai dissipati infatti i dubbi su una sorta di doppia regia, spesso in scontro, su tutte le decisioni prese dal board. A questo proposito sta per concludersi l’indagine della Procura di Milano per ostacolo alla vigilanza a seguito della passaggio del Milan tra i due fondi. E ovviamente cambierebbero alcuni nomi.
Molto probabilmente i primi ad uscire sarebbero Dominic Mitchell e Gordon Singer che sono stati indicati direttamente da Elliott e al loro posto subentrerebbero altre figure di riferimento del rifinanziatore.
Così come dei ragionamenti andrebbero fatti rispetto all’attuale amministratore delegato, Giorgio Furlani, e al direttore finanziario, Stefano Cocirio, anche loro provenienti da Elliott. Cocirio si salva grazie ai risultati, non tutti ovviamente ascrivibili all’attuale cfo. Sta di fatto il Milan dopo la gestione turbolenta dell’ultimo periodo Berlusconi e quella dissennata di Yonghong Li, ha inanellato una serie utili (profitti per tre anni di seguito) e ha chiuso l’ultimo bilancio con il record di ricavi, a quota 494,5 milioni. Per Furlani la questione è diversa.
La sua gestione è stata spesso criticata, in primis dai tifosi, e i dissidi con Zlatan Ibrahimović (il consulente diretto di Gerry Cardinale mai entrato formalmente nell’organico del Milan) sono apparsi in alcune occasioni plateali. In passato si era parlato di Damien Comolli, l’ex Tolosa che poi si è accasato alla Juventus, per prendere il suo posto. E adesso il nome caldo è quello di Massimo Calvelli, l’ex ad dell’Atp (Association of Tennis Professionals) che nel giugno del 2025 ha lasciato il ruolo che ricopriva con successo dal 2020 per approdare in casa RedBird.
Il passaggio, a novembre, nel consiglio di amministrazione del Milan è stato quasi naturale, così come potrebbe essere altrettanto naturale la scalata verso la gestione della società. L’ingresso di Calvelli (fiorentino ex tennista e finalista nel 1990 del torneo Avvenire a Milano) rappresenta un passo importante nella strategia di RedBird, orientata a consolidare il legame tra la dimensione sportiva e quella economica del club.
«Con la cessione di San Siro all’orizzonte e la costruzione di nuove sinergie commerciali», si leggeva nel comunicato di presentazione del club, «il Milan punta a rafforzare la propria governance con figure di comprovata esperienza internazionale. L’era RedBird continua a evolversi, e il Milan sembra pronto a scrivere un nuovo capitolo nel suo percorso di crescita, tra tradizione italiana e visione globale». Sapremo a breve se con una nuova figura sulla tolda di comando.
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Manifesto per il no alla riforma della giustizia (Ansa). Nel riquadro, Alfonso D'Avinio
Alfonso D’Avino, procuratore capo a Parma, smonta le falsità di chi osteggia la riforma Nordio: «Il sorteggio del Csm ridimensiona le correnti. È bizzarro sostenere che una legge costituzionale possa violare la Carta».
È bene precisarlo subito: la riforma costituzionale oggetto del referendum non è la panacea per i mali di cui soffre la giustizia e certamente non risolverà atavici problemi, quali ritardi e inefficienze dovute a carenze di personale, ovvero errori giudiziari (che ci sono sempre stati e, probabilmente, sempre ci saranno). La riforma ha l’obiettivo, limitato, di modificare alcuni assetti dell’ordinamento giudiziario. E di questo occorre discutere. I punti essenziali, come ormai i lettori hanno compreso, sono tre: la separazione delle carriere; il sorteggio per il Csm; l’Alta Corte disciplinare.
Ma per ognuno di questi aspetti c’è un aspetto vero (la nuova normativa) e un aspetto falso (i pericoli che il «fronte del No» prospetta).
Quanto alla separazione delle carriere, si tratta della conclusione logica (forse addirittura tardiva) di un percorso iniziato più di 35 anni fa, con l’introduzione del nuovo Codice di procedura penale, che collocava il giudice in posizione di terzietà, distinta dalle due parti in posizione tra loro paritaria, ovvero il pubblico ministero e la difesa.
Quando, ormai più di 40 anni fa, sono entrato in magistratura, la contrarietà alla separazione delle carriere «si respirava», facendo parte quasi del «corredo» del magistrato, e la stessa aria si respira, probabilmente, anche oggi.
Ma da allora sono passati tanti anni e, con gli anni, tante cose sono cambiate.
In primo luogo le norme che, via via, hanno ridotto sempre di più la possibilità di passare dal ruolo di pm a quello di giudice, e viceversa, ragion per cui la separazione c’è già di fatto e l’odierna riforma non avrà altro effetto che abbattere gli ultimi steccati e ufficializzare una realtà in gran parte esistente.
In secondo luogo, la credibilità della magistratura che ha raggiunto i minimi storici, per cui è necessario uno «scossone» che consenta a noi magistrati di recuperare quel prestigio che la delicata funzione che svolgiamo certamente merita (si pensi al cosiddetto «scandalo Palamara»; si pensi a quel delicato processo milanese, in cui un pm avrebbe «nascosto» le prove emerse a favore degli imputati; si pensi alla «esposizione politica» di certi magistrati che ritengono di poter «piegare» l’interpretazione della legge al proprio orientamento culturale).
In questo mutato panorama storico, appare dunque necessario che, soprattutto agli occhi del popolo (in nome del quale la giustizia viene amministrata), il giudice non solamente sia, ma altresì appaia indipendente rispetto sia alla difesa (e questo vi è sempre stato) sia all’accusa.
Non che oggi vi sia un «appiattimento» del giudice sulle posizioni dell’accusa (quante volte i pm si vedono rigettare le proprie richieste cautelari, o le proprie richieste di condanna, dai giudici), ma ciò non basta, soprattutto per le ragioni innanzi esposte, affinché venga eliminato il sospetto di «apparentamenti» tra accusa e giudice: e allora non c’è soluzione migliore che disporre una netta separazione tra i due organismi.
Accanto a questo, che è l’aspetto «vero», c’è la cortina fumogena di falsità e menzogne che il fronte del No al referendum solleva e che si può condensare nell’ormai trito e ritrito mantra dell’«assoggettamento del pm al potere esecutivo». Inizialmente si diceva che, se era vero che l’assoggettamento non era previsto dalla riforma, c’era però il concreto pericolo che il pm venisse sottoposto all’esecutivo, perché negli Stati in cui le carriere sono separate il pm «risponde» al potere esecutivo. Poi il fronte del No si è accorto che l’argomento era debole e allora ecco una modifica in corso d’opera. Infatti, adesso, si dice che non basta che la Costituzione continui a prevedere l’indipendenza della magistratura, in quanto (e in ciò sta la novità del fronte del No) l’indipendenza è prevista anche nelle Costituzioni di Paesi non democratici (Cuba, Russia, Cina, Corea del Nord, per esempio), per cui si dovrebbe dedurre che, al pari di siffatti Paesi, l’Italia si incamminerebbe verso derive autoritarie. Come si vede, il livello della discussione è veramente molto basso.
Eppure, se si volesse affrontare seriamente e senza pregiudizi ideologici la questione, basterebbe osservare che, a norma del riformato articolo 104, secondo comma, della Costituzione, sia il Csm giudicante che il Csm requirente sono presieduti dal presidente della Repubblica, massimo organo di garanzia, il che eliminerebbe ogni dubbio.
Quanto al sorteggio per la nomina al Csm, si tratta della conclusione quasi obbligata di un percorso che può (deve) avere come scopo ultimo il ridimensionamento effettivo delle correnti, che hanno uno strapotere non più tollerabile.
Il sorteggio non è certamente lo strumento ideale per scegliere i propri rappresentanti. L’Associazione nazionale magistrati mostra di scandalizzarsi perché, sostiene, in tal modo si ritiene che i magistrati non siano in grado di operare delle scelte, laddove anche l’amministratore di condominio viene scelto con un’elezione. Così impostato il discorso, effettivamente il sorteggio appare offensivo per una categoria (la magistratura) che rappresenta una delle eccellenze dello Stato.
Ma, così ragionando, l’Anm finge di non capire che il sorteggio è oggi l’unico strumento a disposizione per tentare di evitare che, a seguito delle elezioni, il Csm costituisca una proiezione delle correnti, ovvero di quel sistema che ha reso possibile lo «scandalo Palamara». Dunque, per tentare di scardinare questo sistema ed evitare (o almeno limitare) la possibilità che le condizioni che hanno consentito quello scandalo si ricreino, ecco la necessità del sorteggio.
Altra favola raccontata dall’Anm è che il sorteggio non garantirebbe la qualità dei designati, che dunque non sarebbero idonei a valutare la professionalità dei magistrati oppure l’organizzazione di un ufficio giudiziario. A parte l’ingiustificata sfiducia preventiva verso i possibili sorteggiati, c’è da chiedersi se chi sostiene la tesi dell’impreparazione sia effettivamente in buona fede. Qui, infatti, menzogna e ipocrisia finiscono per confondersi e, per far emergere la verità, basta rispondere a questa semplice domanda: finora, i candidati che si sono presentati alle elezioni per il Csm hanno forse seguito un corso preventivo, oppure hanno superato un esame sull’organizzazione giudiziaria, o sulle progressioni in carriera dei magistrati? È evidente che non ci sono né corsi preparatori né esami preventivi che rilascino la «patente di buon consigliere» agli aspiranti alla nomina per il Csm, e l’unica «patente» è il gradimento della propria corrente.
E poi (è quanto emerge dalla lettura del dossier degli Uffici studi di Camera e Senato che, come per ogni legge, accompagna il testo della riforma costituzionale, e che qualcuno farebbe bene a consultare prima di avventurarsi in improbabili discettazioni) il sorteggio non è affatto sconosciuto all’ordinamento italiano, tanto che esso viene utilizzato per nominare componenti di organismi collegiali di altissima importanza: A) i 16 giudici aggregati per integrare la Corte costituzionale nei giudizi di accusa nei confronti del presidente della Repubblica per alto tradimento e attentato alla Costituzione; B) i componenti del Tribunale dei ministri; C) i componenti della Corte di Assise e della Corte di Assise di Appello; D) i componenti del Collegio di controllo sulle spese elettorali affidato alla Corte dei Conti; e così via.
Allora è possibile che il sorteggio possa essere utilizzato per nominare una persona (il giudice popolare della Corte di Assise, sicuramente inesperto e a digiuno di leggi) e debba, invece, suscitare scandalo se il sorteggiato debba occuparsi «solo» dell’organizzazione di un ufficio giudiziario o per valutare se un magistrato sia idoneo a ricoprire le sue funzioni?
Quanto all’Alta Corte disciplinare (al di là della ridondanza del nome, che però è direttamente proporzionale alla delicatezza del suo compito e all’importanza dei soggetti di cui si dovrà occupare), essa è l’altra «pietra di scandalo». Sul punto l’Anm (o correnti di essa) addirittura sostiene che la sua introduzione costituirebbe il mezzo per violare la Costituzione, in particolare l’articolo 102, nella parte in cui vieta l’istituzione di giudici speciali. Qui, la menzogna si fonde con la bizzarria, soprattutto se sostenuta non dall’avventore del bar, ma dal tecnico del Diritto.
In primo luogo, sembra quanto meno bizzarro sostenere che una riforma costituzionale possa violare la Costituzione, giacché una riforma costituzionale semplicemente si inserisce nel testo della Costituzione, senza che ciò possa integrare una violazione, trattandosi di norme di pari grado.
In secondo luogo, una violazione ci potrebbe essere nel caso in cui venisse introdotto ex novo un sistema per sottrarre delle persone al giudice ordinario (ad esempio, se di dicesse che, da domani, i reati commessi dagli ingegneri non saranno più trattati dal giudice ordinario penale ma da un organismo nuovo non rientrante nella giurisdizione ordinaria). Nel nostro caso, già adesso, per i profili disciplinari, il magistrato è sottoposto al giudizio di un organismo (la Sezione disciplinare del Csm) e, con la riforma, ci si è semplicemente limitati a sostituire questo organismo con un altro organismo, peraltro di rilievo costituzionale.
Si dice (altra menzogna) che l’Alta Corte è un ulteriore sistema per sottoporre i magistrati al governo, giacché, mentre i membri togati vengono sorteggiati, i componenti laici sarebbero designati dalla «maggioranza». In realtà i membri laici non sono scelti dalla maggioranza, ma tre sono sorteggiati da un elenco composto dal Parlamento in seduta comune e a essi si affiancano tre componenti di nomina presidenziale (oltre ai togati).
È alla luce di queste considerazioni che, sgombrato il campo da menzogne e slogan diffusi anche col ricorso a cantanti, attori, giallisti e altro, è auspicabile una vittoria del Sì.
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Ursula von der Leyen, il presidente del Paraguay Santiago Peña e il presidente del Consiglio europeo António Costa (Ansa)
La baronessa è volata ad Asunción per siglare l’accordo, presentando l’evento come «un momento storico», ma l’Eurocamera non ha ancora ratificato nulla. A Strasburgo la aspettano i trattori francesi, ostili al trattato.
Con una crasi dei titoli di Italo Calvino si può dire che siamo di fonte alla Baronessa dimezzata che deve anche incassare il grazie di Javier Milei, presidente argentino, a Giorgia Meloni. È la fola del trattato col Mercosur, propagandata da Bruxelles per autoconvincersi di essere protagonista nel mondo, che ieri Ursula von der Leyen ha firmato in Paraguay con un evento definito «storico», perché dà vita a «un’area di libero scambio», dazi ridotti o azzerati sul 90% delle merci, «di oltre 720 milioni di persone; la più ampia del globo».
La baronessa è dimezzata perché al suo rientro in Europa troverà ad accoglierla i trattori che il 20 gennaio stringeranno d’assedio a Strasburgo il Parlamento europeo dove pendono una mozione di sfiducia contro di lei, un ricorso alla Corte di giustizia contro il Mercosur e una platea parlamentare spaccata come una mela sul trattato. Tuttavia la Von der Leyen mostra la sua sicumera affermando: «Questo trattato è il risultato di una generazione e il meglio deve ancora venire». L’Ue interpreta la firma come uno stop agli Stati Uniti nel giardino di casa loro. L’accordo però e sbilanciato a favore di Brasile, Uruguay, Paraguay, più Bolivia e Argentina, e si scontra con la pervasiva presenza cinese nell’area. Per l’83% dei brasiliani, lo rileva un sondaggio del Consiglio europeo per le relazioni interazionali - Pechino è un partner imprescindibile! Che la faccenda sia in gran parte molte chiacchiere e distintivo - per ora l’interscambio Ue-Mercosur è limitato a 111 miliardi con uno sbilancio di circa 10 miliardi a favore dei Paesi latinoamericani ed è al 50% costituito da esportazioni agroalimentari - è confermato dal fatto che il presidente della Commissione europea per tenere desta l’attenzione ha fatto una pre cerimonia dimostrando - semmai ce ne fosse stato bisogno - che il suo interesse per questo trattato è soprattutto politico e che a guadagnarci sono praticamente solo i tedeschi.
Venerdì la «baronessa» è volata a Brasilia per ricevere la benedizione di Luiz Inácio Lula da Silva - amicissimo del deposto despota venezuelano Nicolás Maduro: quando si dice fare affari con chi rispetta i valori europei - che ha ribadito «finalmente dopo 25 anni mettiamo insieme un area che vale 22.000 miliardi di dollari». Che i tre quarti siano costituiti dall’economia europea è solo un dettaglio e peraltro Lula da Silva (non ha partecipato alla cerimonia di ieri in Paraguay) non ha nascosto di voler stringere altri accordi con Canada, Messico, Vietnam e Giappone.
La Von der Leyen ha risposto: così si crea l’amicizia tra i popoli. Ma tanto Lula quanto la baronessa avevano in testa di dare uno schiaffo a Donald Trump. Puntualissimo è arrivato un articolo del Financial Times a dire che per gran parte della business-community americana l’accordo Ue-Mercosur è un atto di ostilità che fa il paio con la minaccia di nuovi dazi fatta da Donald Trump per chi si oppone all’affare Groenlandia. Che l’Ue abbia voglia di menare le mani con Washington sul terreno economico lo conferma la stessa Ursula von der Leyen. Sul trattato col Mercosur sostiene: «Nel momento in cui il commercio e le dipendenze vengono trasformati in armi e la natura pericolosa e transazionale della realtà in cui viviamo diventa sempre più evidente, questa storica intesa commerciale è un’ulteriore prova che l’Europa traccia la propria rotta e si propone come un partner affidabile».
C’è però un piccolo particolare: l’Eurocamera non ha ratificato il trattato e la firma apposta ieri ad Asunción è allo stato solo un atto formale che mercoledì al Parlamento europeo affronta il voto più delicato. Il commissario al Commercio Maroš Šefčovič dovrà evitare che passi il ricorso alla Corte di giustizia sul trattato: se venisse accolto, tutto si fermerebbe in attesa della sentenza per almeno due anni. In caso vada tutto liscio comunque il voto dell’Eurocamera che deve varare le garanzie promesse dalla Von der Leyen agli agricoltori e segnatamente all’Italia non ci sarebbe prima di maggio. In più c’è l’incognita della mozione di sfiducia alla Commissione che sarà votata giovedì. Per ora c’è l’adesione di 104 eurodeputati (per l’Italia solo 5 stelle e Lega sono a favore), ma l’esito è assai incerto.
Continua anche la pressione dei cinque Paesi che sono contrari all’accordo, Austria, Irlanda, Polonia, Ungheria con la Francia, dove non si fermano le proteste degli agricoltori, capofila. Le Figaro dà conto di uno stop al divieto di deforestazione dell’Amazzonia chiesto, e forse già ottenuto, dall’associazione dei produttori di soia guidati dai «giganti» multinazionali Cargill, Jbs e Louis-Dreyfus per cui i verdi europei sono pronti a bloccare tutto a Strasburgo.
Incurante di tutto ciò, ieri, una raggiante Ursula von der Leyen con accanto Antonio Costa, il portoghese presidente del Consiglio europeo, e Kaia Kallas, l’alto rappresentante per la Politica estera europea, ha firmato al Gran Teatro José Asunción Flores della Banca centrale del Paraguay il trattato con il presidente del Paraguay Santiago Peña e i presidenti di Argentina, Bolivia (è Paese associato al Mercosur) e Uruguay, Javier Milei, Rodrigo Paz Pereira e Yamandú Orsi. E da Milei è arrivato un minimo colpo di scena. Se la Von der Leyn ha insistito sul libero mercato, la necessità di lottare contro il cambiamento climatico, la stretta amicizia tra i paesi il presidente argentino si è rivolto a Giorgia Meloni dicendo: «Il suo impegno e il suo sostegno sono stati fondamentali per rendere possibile questo accordo».
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