Onde dallo spazio e tasti antichi: il ritorno dei radioamatori

C’è una passione, definiamolo pure hobby, che sembrava in declino irreversibile e che invece negli ultimi tempi sta tornando di moda. La parola esatta è radiantismo, ovvero l’attività dei radioamatori, persone che spesso sono viste un po’ come l’incrocio tra scienziati pazzi e agenti segreti, che invece svolgono un «servizio», come la nostra Repubblica definisce tale attività.
Un servizio alla comunità in caso di emergenze, ai territori per ogni evenienza, per svolgere il quale si deve superare un esame di Stato per ottenere la patente di operatore di stazione di radioamatore e quindi richiedere e ottenere una autorizzazione generale con tanto di nominativo univoco al mondo. Ed è loro diritto esercitare l’attività installando antenne anche se l’edificio non è di loro proprietà. Questa è una delle ragioni per le quali sovente sono accusati dai vicini, ma poi quando l’emergenza sussiste davvero, non hanno bisogno di cellulari né di connessione internet per comunicare. Va bene, lo ammetto, anche chi scrive è radioamatore, precisamente da 40 anni – si può cominciare a 16 con l’assenso dei genitori – e posso assicurarvi che la radio non è soltanto una chat ante-litteram, ma soprattutto cultura, conoscenza, esplorazione del mondo che grazie alla competenza facciamo entrare nella nostra stanza. Ebbene: se prima della pandemia tutto sembrava morire, schiacciato dalla competizione impari dei social network, da tre anni a oggi anche l’Associazione Radioamatori Italiani registra un aumento di adesioni (+2,5% annuo) e le frequenze dedicate agli OM – così ci chiamiamo, dall’inglese Old Man, vecchio uomo, nel senso di esperto – sono tornate a popolarsi.
Crescono i partecipanti ai corsi serali per conseguire la patente, le richieste di autorizzazione generale e anche quelle per la gestione dei ponti ripetitori – analogici e digitali – che creano una fittissima rete interconnessa tale che dal divano di casa si può collegare quasi ogni angolo del mondo. Persino saltellando dentro e fuori dal web, con il quale si possono collegare tra loro ponti radio distanti anche migliaia di chilometri, in modo che ci possiamo raggiungere un ponte radio di Milano che ci manda online e ritrovarci a sbucare dalla rete sui segnali di un altro ponte radio che sta a Tokyo per chiacchierare con Ahiko. Oppure far collegare direttamente i computer che abbiamo unito alle radio e fare quello che noi chiamiamo “traffico digitale”. Sempre che, invece, non preferiamo tornare indietro nel tempo e creare con un dito la musica della telegrafia. Proprio punti e linee come un secolo e mezzo fa: con il punto che è un terzo di durata della linea e il tempo della linea che separa due lettere. Ecco la magia, la cadenza diventa uno spartito e non importa se sei bravo oppure un novellino, qualcuno che ci risponderà lo troveremo sempre, in qualche parte del mondo. La sera è il fenomeno della ionizzazione dell’atmosfera a fare il miracolo delle onde corte, i segnali rimbalzano come intrappolati tra terreno e cielo finendo per scavalcare nazioni e oceani. Ecco come ci ritroviamo a salutare Andrew dall’Australia, Paul dall’isola di Guam o magari il più vicino Piotr da Cracovia.
E se ci si innamora dello spazio ci sono satelliti fatti apposta, metodi per far rimbalzare i nostri segnali sulla Luna o contro la pioggia o ancora sulle fusoliere degli aeroplani in volo in alta quota che neppure se ne accorgono. Se invece preferiamo ascoltare, la sera ascoltiamo telegiornali e programmi da ogni parte del mondo, finanche seguendo il corso di cinese per italiani trasmesso da Radio Cina Internazionale. Le frequenze si trovano pubblicate online e sulle riviste specializzate, ma si può anche trascorrere del tempo ruotando con calma la sintonia per scoprirne sempre di nuove e inattese. Se poi c’è da fare del bene collegando zone alluvionate o terremotate, unire persone isolate con i loro cari, noi ci siamo sempre. Per salutarci usiamo un numero: ’73 da chi scrive, IW2FHF, Sergio.






