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2019-12-08
Ritorna la patrimoniale sulla casa. Come al solito pagano le famiglie
Ansa
Togli metti, togli e metti. Il gioco delle tre carte del governo giallorosso, come le tecniche fraudolente che si praticavano nei mezzanini della metro, ha sempre il solito finale. Il banco vince, il cittadino paga. Così a favor di telecamere Pd, 5 stelle e Italia viva litigano per togliere le tasse: plastica, zucchero e altre voci di detrazioni. Poi, nel silenzio delle stanze di Palazzo Chigi, si preparano emendamenti mirati che ci faranno dimenticare presto i 500 milioni di tagli lineari in arrivo nel testo definitivo della manovra.
Le modifiche delle ultime ore hanno infatti lasciato un buco di mezzo miliardo, e il Mef si prepara quasi a ribaltare nella totalità l'importo con tagli lineari sui ministeri e probabilmente anche in misura ridotta anche sul servizio sanitario nazionale. Una scelta che farà rimpiangere a molti l'aumento dell'Iva selettivo su singoli prodotti. Ma che sarà addirittura meno fastidiosa delle novità che sono in arrivo sulla casa. Tutte nascoste dentro la nuova Imu. Un emendamento della maggioranza letteralmente toglie tre parole dalla legge che regola la gestione dei pagamenti Imu alla prima casa. Fino a oggi, a due coniugi non era concesso detenere due prime case (residenze separata) nel medesimo Comune. In tal caso, solo una delle due veniva considerata prima casa. Con tutti gli annessi e connessi relativi al pagamento Imu e alle altre imposte. Dal primo gennaio i termini «nel medesimo Comune» vengono emendati. Ne segue che due coniugi non possono mai essere residenti in due prime case diverse. Nemmeno in Comuni separati. Ovviamente, il governo spiega che si tratta di una mossa anti elusione o evasione. In pratica, si vorrebbe eliminare la possibilità di attivare residenze separate fittizie. Nella realtà dei fatti si proibisce a chiunque di avere residenze separate e agevolazioni alla prima casa in contemporanea. Nemmeno a quel marito e a quella moglie che vivono e lavorano nella maggior parte dell'anno in città diverse. Non bisogna farsi ingannare nemmeno dal passaggio relativo alle case turistiche. Lo stesso emendamento cita infatti i luoghi turistici, ma essi non sono solo Forte dei Marmi. I Comuni turistici sono anche Amatrice, e più o meno il 65% dei Comuni italiani. In pratica, si tratta di una nuova patrimoniale sulla casa che finge di colpire i furbetti della residenza e finisce con l'interessare tutti e proibire in modo indistinto di avere residenze esenti all'interno del medesimo nucleo.
«Constatiamo per l'ennesima volta interventi formalmente corretti, visto che sono mirati a colpire irregolarità», spiega alla Verità il presidente di Confedilizia, Giorgio Spaziani Testa, «ma nella sostanza destinati ad attingere a quello che è il patrimonio degli italiani: il mattone». Non solo. «A fianco dell'emendamento ne leggiamo un secondo che aggiunge dettagli nel computo delle variazioni catastali», conclude Spaziani Testa spiegando che si tratta di «un ulteriore modo per raccogliere gettito». Il riferimento è al nuovo calcolo delle variazioni. Dal 2020 non saranno più secondo annualità, ma secondo il mese. Se, cioè, un terreno diventerà abitabile a febbraio, il cittadino dovrà da subito pagare più Imu e non aspettare l'avvio del nuovo anno solare. La nuova Imu prevede anche aliquote maggiorate a tempo indeterminato.
Nel medesimo testo della manovra, aumenta l'aliquota di base dal 7,6 all'8,6 per mille e con dubbia legittimità, si fissa definitivamente all'11,4 per mille l'aliquota massima per alcuni Comuni, rispetto al limite ordinario del 10,6. In più, si fa scomparire qualsiasi collegamento ai servizi, presente ora nella Tasi, e si aumenta la tassazione sui proprietari di immobili affittati, scaricando su di essi la quota di imposta che nella Tasi era a carico degli inquilini. Non c'è da meravigliarsi che il valore del mattone tricolore continui a sprofondare. Un crollo iniziato con l'infausta presenza al governo di Mario Monti. Il governo tecnico portò da circa 9 miliardi annui a oltre 25 il gettito annuale delle tasse sugli immobili. Da allora, a quella montagna sono stati tolti solo 4 miliardi, quelli corrispondenti alla tassazione sulle prime case (neppure tutte, come si sa). Morale: è rimasta una mega patrimoniale superiore ai 21 miliardi annui, un salasso che dal 2012 al 2019 è costato ai contribuenti circa 183 miliardi di euro di valore degli immobili.
A pagare sono tutti, proprio tutti. Perché nell'emendamento spuntato ieri sera alla manovra si usa il termine coniugi. La nuova legge equipara marito e moglie di sesso diverso a persone dello stesso sesso unite in matrimonio sotto il cappello delle unioni civili. Tutti si chiamano coniugi, e tutti avranno i nuovi obblighi sulla prima casa. È la dimostrazione che chi si affida alla sinistra per portare a casa diritti Lgbt finirà per essere anche un contribuente uguale a tutti gli altri: tassato e bastonato dal fisco.
Niente sforbiciata alle tasse. E per il 2021 è già pronta una stangata da 30 miliardi
Il senso delle tasse del governo giallorosso si riassume con le parole del viceministro all'Economia, Antonio Misiani. «Con la collaborazione di tutta la maggioranza il governo ha completato la messa a punto della manovra, così come concordato nei giorni scorsi, confermando l'impianto iniziale e mettendo a punto alcuni interventi di minore portata come le imposte sulla plastica monouso e lo zucchero aggiunto nelle bevande (sugar tax). I risultati complessivi della manovra sono straordinariamente importanti: le misure di riduzione della pressione fiscale superano i 27 miliardi, tra cancellazione della Salvini tax (l'aumento Iva, che sarebbe costato oltre 500 euro a famiglia), taglio delle tasse ai lavoratori (3 miliardi nel 2020 e 5 miliardi a regime), conferma dei bonus per l'edilizia e rafforzamento degli incentivi per gli investimenti delle imprese». Abbiamo riportato per intero la nota del piddino, politico dalemiano e a tratti più influente del numero uno del Mef, Roberto Gualtieri.
L'abbiamo citata qui perché è la sintesi perfetta della storpiatura della realtà fiscale di questo Paese, e della presa in giro a scapito dei cittadini. Per il Pd, tagliare le tasse è un concetto peculiare. Per il resto del mondo «tagliare» si pronuncia come si scrive: fino a ieri pagavo 100, da domani pagherò di meno. Per la maggioranza giallorossa significa che ieri pagavi 100, oggi non paghi nulla perché sposto il conto a domani. Da domani pagherai 127. Ma siccome a un certo punto della trattativa ti è stato detto che il conto sarebbe stato 130, alla fine c'è stato un taglio delle tasse. I 27 miliardi citati da Misiani sono un miscuglio di voci totalmente disomogenee. Lì dentro ci sono le clausole di salvaguardia che per il 2020 valevano 23 miliardi, una cifra che è stata coperta con 14 miliardi di maggiore deficit (che si tradurrà in debito per le generazioni future), circa 3,5 miliardi di lotta all'evasione fiscale, tagli lineari ai ministeri per circa 2 miliardi e maggiori tasse (quasi tutte micro imposte) per circa 3,5 miliardi. Per arrivare alla falsa promessa di Misiani mancano 4 miliardi. Questi sì sono tagli di tasse. Tre sono dedicati al taglio del cuneo fiscale e il miliardo rimanente è suddiviso in incentivi all'edilizia e alle imprese. Capite che su 27 miliardi solo 4 sono tagli di tasse, il resto sono nuove imposte o clausole di salvaguardia sul futuro. Il saldo è comunque negativo per 23 miliardi di euro. Con la peculiarità che qui scatta il trucco giallorosso. Il maxi importo sotto altro nome viene semplicemente slittato di un anno.
E il conto è presto fatto. Nel testo della manovra a pagina 161 già oggi si legge che nel 2021 ci saranno maggiori tasse per 26 miliardi di euro di cui 18 vanno sotto la voce di clausole di salvaguardia per l'aumento dell'Iva. Gli altri 8 miliardi sono coperture inserite nel Nadef per mettere in sicurezza i conti del 2020 e garantire il disinnesco totale delle clausole di salvaguardia sull'Iva ereditate dai governi precedenti (i famosi 23 miliardi).
Il calcolo dei 26 miliardi è però da aggiornare. Le tensioni e le urla dentro la maggioranza hanno portato a un ridimensionamento delle imposte sul 2020. Parte di queste voci sarà messa a budget con tagli lineari (circa 500 milioni) e parte (più o meno 1 miliardo) slitta al 2021.
In tutto saranno 7 miliardi legati alle imposte correlate all'ambiente. In sostanza saranno tagli alle agevolazioni e alle detrazioni. In questo modo già nel momento in cui scriviamo l'importo sul 2021 sale a 27 miliardi (comprendendo i 18 miliardi di clausole salvaguardia Iva). Infine c'è la scure dell'evasione fiscale. Sappiamo tutti e lo sa il premier Giuseppe Conte che nessun governo sarà mai in grado di portare a casa dal contrasto all'evasione una tale somma. Ecco perché la furbizia al governo ha già previsto il fondo salva tasse munito di circa 3 miliardi di euro. Che cosa è? Ne abbiamo già parlato sulla Verità. In pratica, si alza il prelievo per rimpinguare una riserva chiamata appunto «taglia tasse» (che però intanto le aumenta) e che, siccome deve realizzare gli obiettivi della manovra, domani potrà essere usata a copertura di interventi già programmati (e cioè smentendo il suo nome): niente male. Per nascondere 3 miliardi di tasse in più. Perché è quello che sicuramente avverrà nel 2021.
Chi sarà al governo in quella data dovrà ammettere che il contrasto all'evasione non ha portato i risultati millantati e dunque il fondo salva tasse dovrà essere usato per tappare quel buco. Nessuna altra alternativa concessa, visti gli impegni presi con l'Ue. L'ennesima fregatura che porterà il conto delle nuove imposte nel 2021 alla cifra stratosferica di 30 miliardi di euro.
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Oggi ogni nucleo può avere più prime abitazioni esenti da Imu in Comuni diversi: un emendamento però cancella questa possibilità. In arrivo tagli lineari a ministeri e sanità per racimolare altri 500 milioni.Il governo parla di una riduzione, ma è una presa in giro: il calo è solo di 4 miliardi. Il resto slitta, con un'aggravante: ci toccherà pure il mancato recupero dell'evasione.Lo speciale contiene due articoli.Togli metti, togli e metti. Il gioco delle tre carte del governo giallorosso, come le tecniche fraudolente che si praticavano nei mezzanini della metro, ha sempre il solito finale. Il banco vince, il cittadino paga. Così a favor di telecamere Pd, 5 stelle e Italia viva litigano per togliere le tasse: plastica, zucchero e altre voci di detrazioni. Poi, nel silenzio delle stanze di Palazzo Chigi, si preparano emendamenti mirati che ci faranno dimenticare presto i 500 milioni di tagli lineari in arrivo nel testo definitivo della manovra. Le modifiche delle ultime ore hanno infatti lasciato un buco di mezzo miliardo, e il Mef si prepara quasi a ribaltare nella totalità l'importo con tagli lineari sui ministeri e probabilmente anche in misura ridotta anche sul servizio sanitario nazionale. Una scelta che farà rimpiangere a molti l'aumento dell'Iva selettivo su singoli prodotti. Ma che sarà addirittura meno fastidiosa delle novità che sono in arrivo sulla casa. Tutte nascoste dentro la nuova Imu. Un emendamento della maggioranza letteralmente toglie tre parole dalla legge che regola la gestione dei pagamenti Imu alla prima casa. Fino a oggi, a due coniugi non era concesso detenere due prime case (residenze separata) nel medesimo Comune. In tal caso, solo una delle due veniva considerata prima casa. Con tutti gli annessi e connessi relativi al pagamento Imu e alle altre imposte. Dal primo gennaio i termini «nel medesimo Comune» vengono emendati. Ne segue che due coniugi non possono mai essere residenti in due prime case diverse. Nemmeno in Comuni separati. Ovviamente, il governo spiega che si tratta di una mossa anti elusione o evasione. In pratica, si vorrebbe eliminare la possibilità di attivare residenze separate fittizie. Nella realtà dei fatti si proibisce a chiunque di avere residenze separate e agevolazioni alla prima casa in contemporanea. Nemmeno a quel marito e a quella moglie che vivono e lavorano nella maggior parte dell'anno in città diverse. Non bisogna farsi ingannare nemmeno dal passaggio relativo alle case turistiche. Lo stesso emendamento cita infatti i luoghi turistici, ma essi non sono solo Forte dei Marmi. I Comuni turistici sono anche Amatrice, e più o meno il 65% dei Comuni italiani. In pratica, si tratta di una nuova patrimoniale sulla casa che finge di colpire i furbetti della residenza e finisce con l'interessare tutti e proibire in modo indistinto di avere residenze esenti all'interno del medesimo nucleo.«Constatiamo per l'ennesima volta interventi formalmente corretti, visto che sono mirati a colpire irregolarità», spiega alla Verità il presidente di Confedilizia, Giorgio Spaziani Testa, «ma nella sostanza destinati ad attingere a quello che è il patrimonio degli italiani: il mattone». Non solo. «A fianco dell'emendamento ne leggiamo un secondo che aggiunge dettagli nel computo delle variazioni catastali», conclude Spaziani Testa spiegando che si tratta di «un ulteriore modo per raccogliere gettito». Il riferimento è al nuovo calcolo delle variazioni. Dal 2020 non saranno più secondo annualità, ma secondo il mese. Se, cioè, un terreno diventerà abitabile a febbraio, il cittadino dovrà da subito pagare più Imu e non aspettare l'avvio del nuovo anno solare. La nuova Imu prevede anche aliquote maggiorate a tempo indeterminato. Nel medesimo testo della manovra, aumenta l'aliquota di base dal 7,6 all'8,6 per mille e con dubbia legittimità, si fissa definitivamente all'11,4 per mille l'aliquota massima per alcuni Comuni, rispetto al limite ordinario del 10,6. In più, si fa scomparire qualsiasi collegamento ai servizi, presente ora nella Tasi, e si aumenta la tassazione sui proprietari di immobili affittati, scaricando su di essi la quota di imposta che nella Tasi era a carico degli inquilini. Non c'è da meravigliarsi che il valore del mattone tricolore continui a sprofondare. Un crollo iniziato con l'infausta presenza al governo di Mario Monti. Il governo tecnico portò da circa 9 miliardi annui a oltre 25 il gettito annuale delle tasse sugli immobili. Da allora, a quella montagna sono stati tolti solo 4 miliardi, quelli corrispondenti alla tassazione sulle prime case (neppure tutte, come si sa). Morale: è rimasta una mega patrimoniale superiore ai 21 miliardi annui, un salasso che dal 2012 al 2019 è costato ai contribuenti circa 183 miliardi di euro di valore degli immobili. A pagare sono tutti, proprio tutti. Perché nell'emendamento spuntato ieri sera alla manovra si usa il termine coniugi. La nuova legge equipara marito e moglie di sesso diverso a persone dello stesso sesso unite in matrimonio sotto il cappello delle unioni civili. Tutti si chiamano coniugi, e tutti avranno i nuovi obblighi sulla prima casa. È la dimostrazione che chi si affida alla sinistra per portare a casa diritti Lgbt finirà per essere anche un contribuente uguale a tutti gli altri: tassato e bastonato dal fisco.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/ritorna-la-patrimoniale-sulla-casa-come-al-solito-pagano-le-famiglie-2641544118.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="niente-sforbiciata-alle-tasse-e-per-il-2021-e-gia-pronta-una-stangata-da-30-miliardi" data-post-id="2641544118" data-published-at="1779336573" data-use-pagination="False"> Niente sforbiciata alle tasse. E per il 2021 è già pronta una stangata da 30 miliardi Il senso delle tasse del governo giallorosso si riassume con le parole del viceministro all'Economia, Antonio Misiani. «Con la collaborazione di tutta la maggioranza il governo ha completato la messa a punto della manovra, così come concordato nei giorni scorsi, confermando l'impianto iniziale e mettendo a punto alcuni interventi di minore portata come le imposte sulla plastica monouso e lo zucchero aggiunto nelle bevande (sugar tax). I risultati complessivi della manovra sono straordinariamente importanti: le misure di riduzione della pressione fiscale superano i 27 miliardi, tra cancellazione della Salvini tax (l'aumento Iva, che sarebbe costato oltre 500 euro a famiglia), taglio delle tasse ai lavoratori (3 miliardi nel 2020 e 5 miliardi a regime), conferma dei bonus per l'edilizia e rafforzamento degli incentivi per gli investimenti delle imprese». Abbiamo riportato per intero la nota del piddino, politico dalemiano e a tratti più influente del numero uno del Mef, Roberto Gualtieri. L'abbiamo citata qui perché è la sintesi perfetta della storpiatura della realtà fiscale di questo Paese, e della presa in giro a scapito dei cittadini. Per il Pd, tagliare le tasse è un concetto peculiare. Per il resto del mondo «tagliare» si pronuncia come si scrive: fino a ieri pagavo 100, da domani pagherò di meno. Per la maggioranza giallorossa significa che ieri pagavi 100, oggi non paghi nulla perché sposto il conto a domani. Da domani pagherai 127. Ma siccome a un certo punto della trattativa ti è stato detto che il conto sarebbe stato 130, alla fine c'è stato un taglio delle tasse. I 27 miliardi citati da Misiani sono un miscuglio di voci totalmente disomogenee. Lì dentro ci sono le clausole di salvaguardia che per il 2020 valevano 23 miliardi, una cifra che è stata coperta con 14 miliardi di maggiore deficit (che si tradurrà in debito per le generazioni future), circa 3,5 miliardi di lotta all'evasione fiscale, tagli lineari ai ministeri per circa 2 miliardi e maggiori tasse (quasi tutte micro imposte) per circa 3,5 miliardi. Per arrivare alla falsa promessa di Misiani mancano 4 miliardi. Questi sì sono tagli di tasse. Tre sono dedicati al taglio del cuneo fiscale e il miliardo rimanente è suddiviso in incentivi all'edilizia e alle imprese. Capite che su 27 miliardi solo 4 sono tagli di tasse, il resto sono nuove imposte o clausole di salvaguardia sul futuro. Il saldo è comunque negativo per 23 miliardi di euro. Con la peculiarità che qui scatta il trucco giallorosso. Il maxi importo sotto altro nome viene semplicemente slittato di un anno. E il conto è presto fatto. Nel testo della manovra a pagina 161 già oggi si legge che nel 2021 ci saranno maggiori tasse per 26 miliardi di euro di cui 18 vanno sotto la voce di clausole di salvaguardia per l'aumento dell'Iva. Gli altri 8 miliardi sono coperture inserite nel Nadef per mettere in sicurezza i conti del 2020 e garantire il disinnesco totale delle clausole di salvaguardia sull'Iva ereditate dai governi precedenti (i famosi 23 miliardi). Il calcolo dei 26 miliardi è però da aggiornare. Le tensioni e le urla dentro la maggioranza hanno portato a un ridimensionamento delle imposte sul 2020. Parte di queste voci sarà messa a budget con tagli lineari (circa 500 milioni) e parte (più o meno 1 miliardo) slitta al 2021. In tutto saranno 7 miliardi legati alle imposte correlate all'ambiente. In sostanza saranno tagli alle agevolazioni e alle detrazioni. In questo modo già nel momento in cui scriviamo l'importo sul 2021 sale a 27 miliardi (comprendendo i 18 miliardi di clausole salvaguardia Iva). Infine c'è la scure dell'evasione fiscale. Sappiamo tutti e lo sa il premier Giuseppe Conte che nessun governo sarà mai in grado di portare a casa dal contrasto all'evasione una tale somma. Ecco perché la furbizia al governo ha già previsto il fondo salva tasse munito di circa 3 miliardi di euro. Che cosa è? Ne abbiamo già parlato sulla Verità. In pratica, si alza il prelievo per rimpinguare una riserva chiamata appunto «taglia tasse» (che però intanto le aumenta) e che, siccome deve realizzare gli obiettivi della manovra, domani potrà essere usata a copertura di interventi già programmati (e cioè smentendo il suo nome): niente male. Per nascondere 3 miliardi di tasse in più. Perché è quello che sicuramente avverrà nel 2021. Chi sarà al governo in quella data dovrà ammettere che il contrasto all'evasione non ha portato i risultati millantati e dunque il fondo salva tasse dovrà essere usato per tappare quel buco. Nessuna altra alternativa concessa, visti gli impegni presi con l'Ue. L'ennesima fregatura che porterà il conto delle nuove imposte nel 2021 alla cifra stratosferica di 30 miliardi di euro.
L'Aston Villa festeggia l'Europa League dopo aver vinto la finale contro il Friburgo (Ansa)
Quando in panchina siede (per modo di dire, visto che si è fatto tutta la partita in piedi) un allenatore che ha un rapporto privilegiato con una competizione come l’Europa League e un curriculum di altissimo livello, il risultato non può che essere uno solo: riportare l’Aston Villa sul tetto d’Europa dopo 44 anni. Allora, era il 1992, un altro calcio, un altro mondo, un altro tutto e la squadra di Birmingham sollevava al cielo di Rotterdam la Coppa dei Campioni battendo in finale il Bayern Monaco. Oggi, il trofeo non è la coppa dalle grandi orecchie, ma la pur sempre prestigiosa Uefa Europa League. Un titolo a cui Unai Emery è particolarmente affezionato e che nella sua personalissima bacheca ci è finito cinque volte. Dopo la tripletta consecutiva alla guida del Siviglia (2014, 2015, 2016) e il successo con il Villarreal nel 2021, l’allenatore spagnolo è riuscito a fare cinquina con l’Aston Villa. Parliamo di un tecnico che ha preso l’Aston Villa nell’ottobre del 2022 nei bassifondi della Premier League e l’ha portato a fine stagione alla qualificazione in Conference League, per poi centrare in quella successiva lo storico ritorno, dopo 41 anni, dei Villans in Champions.
La finale di Istanbul ha chiaramente espresso sul campo una differenza netta non solo tra le due squadre, ma anche tra il sempre più ricco e competitivo campionato inglese e quello tedesco, che eccezion fatta per lo strapotere del Bayern Monaco e qualche exploit di Borussia Dortmund, Eintracht Francoforte e Leverkusen, non è ancora all’altezza della situazione. È vero, probabilmente il Friburgo ha pagato a caro prezzo la poca, se non nulla, esperienza a questi livelli; mentre la squadra di Birmingham è già da qualche stagione che bazzica i palcoscenici più importanti d’Europa e ha tra le fila giocatori con un certo pedigree internazionale, a cominciare dal portiere Emiliano Martinez, campione del mondo con l’Argentina. Per non parlare poi della profondità di rosa, visto che Emery può permettersi il lusso di lasciare in panchina giocatori che sono transitati dalla Serie A o cercati dai nostri club, come l’ex juventino Douglas Luiz, l’ex Roma e Milan Tammy Abraham, Leon Bailey, che dopo una prima parte di stagione anonima in giallorosso ha deciso di tornare a Birmingham, o quel Jadon Sancho più volte cercato da Juventus e Roma e stasera campione d’Europa guardando l’intero match dalla panchina.
Il 3-0 racconta dunque un divario troppo netto tra la quarta in classifica della Premier e la settima della Bundesliga. L’approccio della squadra tedesca, almeno nei primi minuti, non era stato neppure timido. Il Friburgo aveva provato a partire con coraggio, cercando subito Matanovic e tentando di tenere il baricentro abbastanza alto. Ma è bastato poco per capire che il piano partita dell’Aston Villa fosse di tutt'altro tenore. Ogni recupero palla degli inglesi dava la sensazione di poter trasformarsi in una potenziale occasione da gol, soprattutto grazie alla qualità di Tielemans e alla capacità di Rogers di muoversi tra le linee. Proprio Rogers è stato uno dei grandi protagonisti della serata di Istanbul. Già nei primi minuti aveva impegnato Atubolu con un destro ben calibrato e per tutto il primo tempo è stato il giocatore che più ha creato problemi alla difesa tedesca. Il Friburgo, invece, ha vissuto soprattutto di iniziative isolate e dei tentativi di Vincenzo Grifo, italiano e capitano della squadra tedesca, di accendersi tra le linee. Spesso costretto ad abbassarsi per ricevere palloni giocabili, ha provato a dare ordine e fantasia a una squadra che però faticava tremendamente ad arrivare nell’ultimo terzo di campo con lucidità. La partita si è definitivamente indirizzata poco prima dell’intervallo. A rompere l’equilibrio è stato Tielemans, probabilmente il migliore in campo insieme a Rogers e Buendia. Il belga ha trovato il vantaggio con una conclusione al volo di grande qualità sugli sviluppi di un corner, premiando il momento migliore dei Villans. Da lì in avanti il Friburgo si è completamente disunito, accusando il colpo anche dal punto di vista mentale. Il 2-0 arrivato nei minuti di recupero del primo tempo, con il sinistro a giro di Buendia sotto l’incrocio, ha di fatto tolto ogni margine di rimonta alla squadra di Schuster. Nel secondo tempo l’Aston Villa ha fatto esattamente quello che serviva fare in una finale: controllo dei ritmi, gestione del possesso e ripartenze continue negli spazi lasciati dal Friburgo. Emery dalla panchina ha continuato a guidare ogni movimento dei suoi, chiedendo attenzione anche sul doppio vantaggio. Il terzo gol, firmato da Rogers dopo una bellissima azione sviluppata sulla destra, è stato la fotografia della differenza tecnica e atletica vista in campo per tutta la serata.
Da quel momento in poi, il Besiktas Park si è trasformato in una festa inglese. I tifosi del Villa hanno accompagnato gli ultimi minuti tra cori e bandiere, mentre il Friburgo ha lentamente accettato un risultato che non è mai sembrato realmente in discussione dopo l’intervallo. In tribuna, ad assistere al trionfo dei Villans, c’era anche il principe William, tifoso dichiarato dell’Aston Villa. Emery ha così potuto gestire le energie nel finale, inserendo giocatori di qualità ed esperienza come Douglas Luiz e Tyrone Mings a partita ormai chiusa. Per l’Aston Villa questo successo rappresenta molto più di una semplice vittoria europea. È la conferma definitiva del salto di dimensione compiuto dal club negli ultimi anni sotto la guida di Emery. Una squadra che fino a poco tempo fa lottava nelle zone basse della Premier oggi torna a vincere in Europa e lo fa mostrando solidità, qualità e una mentalità ormai da grande squadra. Per il Friburgo resta invece una finale storica raggiunta con merito, ma anche la sensazione di aver incontrato un avversario semplicemente superiore sotto ogni aspetto.
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Getty Images
La chiusura dello Stretto mette in difficoltà le monarchie del Golfo e riapre il dossier sul dominio del dollaro nel commercio energetico. Tra yuan, blockchain e nuovi accordi finanziari, gli alleati degli Usa diversificano senza rompere con Washington.
Può la crisi mediorientale trasformarsi in una crisi finanziaria? È ancora presto per dirlo, ciò che è certo, invece, è che la chiusura di Hormuz sta mettendo sotto forte pressione le monarchie del Golfo Persico, le cosiddette petromonarchie; che in questi mesi hanno visto le loro esportazioni energetiche dimezzarsi o praticamente azzerarsi. Eppure questi Regni rivestono un ruolo molto importante all’interno dell’economia del «dollaro», la principale valuta di riserva globale.
È soprattutto per questo motivo che quando il governo degli Emirati Arabi Uniti ha presentato una richiesta ufficiale di scambio di valute (dollari americani agli Emirati per dirham emiratini agli Stati Uniti), lo scorso aprile, il Segretario al Tesoro americano Scott Bessent ha risposto celermente in maniera affermativa. La posta in gioco è altissima, e Washington non può permettere che i Paesi del Golfo vendano petrolio in valute diverse dal dollaro.
Il motivo è semplice, per spiegarlo al meglio, tuttavia, dobbiamo fare un salto indietro al 1974. Nel luglio di quell'anno, in un contesto segnato dalla crisi petrolifera del 1973 e dalla fine del sistema di Bretton Woods, il Segretario al Tesoro statunitense William Simon intraprese una missione diplomatica cruciale in Arabia Saudita. L'obiettivo era stabilizzare i prezzi del petrolio e, soprattutto, assicurare il dominio del dollaro nel commercio energetico mondiale. L'accordo che ne scaturì, sebbene mai formalmente divulgato nei suoi dettagli più intimi, gettò le basi per quello che sarebbe diventato noto come il sistema del «petrodollaro».
I termini essenziali dell'intesa prevedevano che l'Arabia Saudita, il maggiore esportatore di petrolio al mondo, avrebbe prezzato le sue esportazioni di greggio esclusivamente in dollari statunitensi. In cambio, gli Stati Uniti avrebbero garantito supporto militare e protezione al Regno Saudita. Ma l'aspetto più innovativo e strategicamente rilevante dell'accordo riguardava il riciclo dei petrodollari. I vasti surplus di dollari accumulati dall'Arabia Saudita grazie alle vendite dell’oro nero non sarebbero rimasti inattivi, ma sarebbero stati reinvestiti in asset denominati in dollari, in particolare in Titoli del Tesoro statunitensi. Questo meccanismo, noto come «petrodollar recycling», divenne un pilastro fondamentale per l'economia americana e per la stabilità del dollaro.
Attraverso questo sistema, i dollari guadagnati dalle petromonarchie venivano e vengono tutt'ora reinvestiti in una vasta gamma di strumenti finanziari statunitensi, che vanno dai bond governativi al mercato azionario, passando per investimenti immobiliari e acquisizioni aziendali. Questo flusso costante di capitali esteri ha avuto un impatto profondo, contribuendo a finanziare il debito pubblico americano a tassi d'interesse più bassi, sostenendo la domanda di asset statunitensi e rafforzando la posizione del dollaro come valuta di riserva globale.
Tuttavia, questo equilibrio storico sta affrontando sfide senza precedenti. La rapida risposta affermativa del Segretario Bessent alla richiesta di currency swap degli Emirati Arabi Uniti è stata infatti una mossa difensiva. Gli Emirati, pur essendo un alleato strettissimo degli Stati Uniti nell'attuale conflitto con l'Iran, hanno fatto della diversificazione economica e finanziaria una delle loro massime priorità strategiche. Un segnale inequivocabile di questa tendenza è l'adesione di Abu Dhabi al Project mBridge. Si tratta di un'iniziativa all'avanguardia, sviluppata in collaborazione tra la Banca dei Regolamenti Internazionali e le banche centrali di Thailandia, Hong Kong, Emirati Arabi Uniti e l'Istituto di Valuta Digitale della Banca Popolare Cinese. Il progetto ha portato alla creazione di un sistema di pagamento transfrontaliero digitale basato su tecnologia blockchain, che consente transazioni dirette tra le valute locali bypassando di fatto i sistemi di messaggistica tradizionali dominati dall'Occidente, come lo SWIFT, e riducendo la dipendenza dal dollaro. A giugno del 2024 anche l'Arabia Saudita si è unita a questa piattaforma, aggiungendosi al coro crescente di nazioni aperte a esplorare alternative al biglietto verde.
Se a questa infrastruttura tecnologica emergente si uniscono i dati commerciali reali, il quadro diventa ancora più complesso per Washington. Secondo i media cinesi, nel 2024 circa il 45% del greggio saudita esportato verso la Cina è stato pagato in renminbi. Siamo quindi alla tanto chiacchierata «de-dollarizzazione»? Nient’affatto, semplicemente, gli alleati americani del Golfo stanno di fatto alzando il prezzo della loro fedeltà. Attraverso queste mosse di diversificazione, stanno ricordando a Washington quanto sia cruciale il loro ruolo nel mantenere il dollaro come valuta di riserva e, di conseguenza, nel preservare il «privilegio esorbitante» americano.
A livello globale, le transazioni petrolifere condotte in valute diverse dal dollaro hanno raggiunto circa il 20% nel 2023, segnando il livello più alto da decenni. Tuttavia, questo significa che l'80% del commercio globale di petrolio è ancora saldamente denominato in dollari statunitensi. Allo stesso modo, la quota del dollaro nelle riserve valutarie globali delle banche centrali, sebbene in costante calo dal 71% registrato nel 2000 al 58% nel 2024, rimane assolutamente predominante rispetto a qualsiasi altra valuta concorrente. Insomma, è ancora presto per parlare di de-dollarizzazione.
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Ecco #DimmiLaVerità del 20 maggio 2026. Il segretario della Lega Emilia, Matteo Rancan, svela l'ipocrisia della sinistra sull'attentato di Modena.