True
2019-12-08
Ritorna la patrimoniale sulla casa. Come al solito pagano le famiglie
Ansa
Togli metti, togli e metti. Il gioco delle tre carte del governo giallorosso, come le tecniche fraudolente che si praticavano nei mezzanini della metro, ha sempre il solito finale. Il banco vince, il cittadino paga. Così a favor di telecamere Pd, 5 stelle e Italia viva litigano per togliere le tasse: plastica, zucchero e altre voci di detrazioni. Poi, nel silenzio delle stanze di Palazzo Chigi, si preparano emendamenti mirati che ci faranno dimenticare presto i 500 milioni di tagli lineari in arrivo nel testo definitivo della manovra.
Le modifiche delle ultime ore hanno infatti lasciato un buco di mezzo miliardo, e il Mef si prepara quasi a ribaltare nella totalità l'importo con tagli lineari sui ministeri e probabilmente anche in misura ridotta anche sul servizio sanitario nazionale. Una scelta che farà rimpiangere a molti l'aumento dell'Iva selettivo su singoli prodotti. Ma che sarà addirittura meno fastidiosa delle novità che sono in arrivo sulla casa. Tutte nascoste dentro la nuova Imu. Un emendamento della maggioranza letteralmente toglie tre parole dalla legge che regola la gestione dei pagamenti Imu alla prima casa. Fino a oggi, a due coniugi non era concesso detenere due prime case (residenze separata) nel medesimo Comune. In tal caso, solo una delle due veniva considerata prima casa. Con tutti gli annessi e connessi relativi al pagamento Imu e alle altre imposte. Dal primo gennaio i termini «nel medesimo Comune» vengono emendati. Ne segue che due coniugi non possono mai essere residenti in due prime case diverse. Nemmeno in Comuni separati. Ovviamente, il governo spiega che si tratta di una mossa anti elusione o evasione. In pratica, si vorrebbe eliminare la possibilità di attivare residenze separate fittizie. Nella realtà dei fatti si proibisce a chiunque di avere residenze separate e agevolazioni alla prima casa in contemporanea. Nemmeno a quel marito e a quella moglie che vivono e lavorano nella maggior parte dell'anno in città diverse. Non bisogna farsi ingannare nemmeno dal passaggio relativo alle case turistiche. Lo stesso emendamento cita infatti i luoghi turistici, ma essi non sono solo Forte dei Marmi. I Comuni turistici sono anche Amatrice, e più o meno il 65% dei Comuni italiani. In pratica, si tratta di una nuova patrimoniale sulla casa che finge di colpire i furbetti della residenza e finisce con l'interessare tutti e proibire in modo indistinto di avere residenze esenti all'interno del medesimo nucleo.
«Constatiamo per l'ennesima volta interventi formalmente corretti, visto che sono mirati a colpire irregolarità», spiega alla Verità il presidente di Confedilizia, Giorgio Spaziani Testa, «ma nella sostanza destinati ad attingere a quello che è il patrimonio degli italiani: il mattone». Non solo. «A fianco dell'emendamento ne leggiamo un secondo che aggiunge dettagli nel computo delle variazioni catastali», conclude Spaziani Testa spiegando che si tratta di «un ulteriore modo per raccogliere gettito». Il riferimento è al nuovo calcolo delle variazioni. Dal 2020 non saranno più secondo annualità, ma secondo il mese. Se, cioè, un terreno diventerà abitabile a febbraio, il cittadino dovrà da subito pagare più Imu e non aspettare l'avvio del nuovo anno solare. La nuova Imu prevede anche aliquote maggiorate a tempo indeterminato.
Nel medesimo testo della manovra, aumenta l'aliquota di base dal 7,6 all'8,6 per mille e con dubbia legittimità, si fissa definitivamente all'11,4 per mille l'aliquota massima per alcuni Comuni, rispetto al limite ordinario del 10,6. In più, si fa scomparire qualsiasi collegamento ai servizi, presente ora nella Tasi, e si aumenta la tassazione sui proprietari di immobili affittati, scaricando su di essi la quota di imposta che nella Tasi era a carico degli inquilini. Non c'è da meravigliarsi che il valore del mattone tricolore continui a sprofondare. Un crollo iniziato con l'infausta presenza al governo di Mario Monti. Il governo tecnico portò da circa 9 miliardi annui a oltre 25 il gettito annuale delle tasse sugli immobili. Da allora, a quella montagna sono stati tolti solo 4 miliardi, quelli corrispondenti alla tassazione sulle prime case (neppure tutte, come si sa). Morale: è rimasta una mega patrimoniale superiore ai 21 miliardi annui, un salasso che dal 2012 al 2019 è costato ai contribuenti circa 183 miliardi di euro di valore degli immobili.
A pagare sono tutti, proprio tutti. Perché nell'emendamento spuntato ieri sera alla manovra si usa il termine coniugi. La nuova legge equipara marito e moglie di sesso diverso a persone dello stesso sesso unite in matrimonio sotto il cappello delle unioni civili. Tutti si chiamano coniugi, e tutti avranno i nuovi obblighi sulla prima casa. È la dimostrazione che chi si affida alla sinistra per portare a casa diritti Lgbt finirà per essere anche un contribuente uguale a tutti gli altri: tassato e bastonato dal fisco.
Niente sforbiciata alle tasse. E per il 2021 è già pronta una stangata da 30 miliardi
Il senso delle tasse del governo giallorosso si riassume con le parole del viceministro all'Economia, Antonio Misiani. «Con la collaborazione di tutta la maggioranza il governo ha completato la messa a punto della manovra, così come concordato nei giorni scorsi, confermando l'impianto iniziale e mettendo a punto alcuni interventi di minore portata come le imposte sulla plastica monouso e lo zucchero aggiunto nelle bevande (sugar tax). I risultati complessivi della manovra sono straordinariamente importanti: le misure di riduzione della pressione fiscale superano i 27 miliardi, tra cancellazione della Salvini tax (l'aumento Iva, che sarebbe costato oltre 500 euro a famiglia), taglio delle tasse ai lavoratori (3 miliardi nel 2020 e 5 miliardi a regime), conferma dei bonus per l'edilizia e rafforzamento degli incentivi per gli investimenti delle imprese». Abbiamo riportato per intero la nota del piddino, politico dalemiano e a tratti più influente del numero uno del Mef, Roberto Gualtieri.
L'abbiamo citata qui perché è la sintesi perfetta della storpiatura della realtà fiscale di questo Paese, e della presa in giro a scapito dei cittadini. Per il Pd, tagliare le tasse è un concetto peculiare. Per il resto del mondo «tagliare» si pronuncia come si scrive: fino a ieri pagavo 100, da domani pagherò di meno. Per la maggioranza giallorossa significa che ieri pagavi 100, oggi non paghi nulla perché sposto il conto a domani. Da domani pagherai 127. Ma siccome a un certo punto della trattativa ti è stato detto che il conto sarebbe stato 130, alla fine c'è stato un taglio delle tasse. I 27 miliardi citati da Misiani sono un miscuglio di voci totalmente disomogenee. Lì dentro ci sono le clausole di salvaguardia che per il 2020 valevano 23 miliardi, una cifra che è stata coperta con 14 miliardi di maggiore deficit (che si tradurrà in debito per le generazioni future), circa 3,5 miliardi di lotta all'evasione fiscale, tagli lineari ai ministeri per circa 2 miliardi e maggiori tasse (quasi tutte micro imposte) per circa 3,5 miliardi. Per arrivare alla falsa promessa di Misiani mancano 4 miliardi. Questi sì sono tagli di tasse. Tre sono dedicati al taglio del cuneo fiscale e il miliardo rimanente è suddiviso in incentivi all'edilizia e alle imprese. Capite che su 27 miliardi solo 4 sono tagli di tasse, il resto sono nuove imposte o clausole di salvaguardia sul futuro. Il saldo è comunque negativo per 23 miliardi di euro. Con la peculiarità che qui scatta il trucco giallorosso. Il maxi importo sotto altro nome viene semplicemente slittato di un anno.
E il conto è presto fatto. Nel testo della manovra a pagina 161 già oggi si legge che nel 2021 ci saranno maggiori tasse per 26 miliardi di euro di cui 18 vanno sotto la voce di clausole di salvaguardia per l'aumento dell'Iva. Gli altri 8 miliardi sono coperture inserite nel Nadef per mettere in sicurezza i conti del 2020 e garantire il disinnesco totale delle clausole di salvaguardia sull'Iva ereditate dai governi precedenti (i famosi 23 miliardi).
Il calcolo dei 26 miliardi è però da aggiornare. Le tensioni e le urla dentro la maggioranza hanno portato a un ridimensionamento delle imposte sul 2020. Parte di queste voci sarà messa a budget con tagli lineari (circa 500 milioni) e parte (più o meno 1 miliardo) slitta al 2021.
In tutto saranno 7 miliardi legati alle imposte correlate all'ambiente. In sostanza saranno tagli alle agevolazioni e alle detrazioni. In questo modo già nel momento in cui scriviamo l'importo sul 2021 sale a 27 miliardi (comprendendo i 18 miliardi di clausole salvaguardia Iva). Infine c'è la scure dell'evasione fiscale. Sappiamo tutti e lo sa il premier Giuseppe Conte che nessun governo sarà mai in grado di portare a casa dal contrasto all'evasione una tale somma. Ecco perché la furbizia al governo ha già previsto il fondo salva tasse munito di circa 3 miliardi di euro. Che cosa è? Ne abbiamo già parlato sulla Verità. In pratica, si alza il prelievo per rimpinguare una riserva chiamata appunto «taglia tasse» (che però intanto le aumenta) e che, siccome deve realizzare gli obiettivi della manovra, domani potrà essere usata a copertura di interventi già programmati (e cioè smentendo il suo nome): niente male. Per nascondere 3 miliardi di tasse in più. Perché è quello che sicuramente avverrà nel 2021.
Chi sarà al governo in quella data dovrà ammettere che il contrasto all'evasione non ha portato i risultati millantati e dunque il fondo salva tasse dovrà essere usato per tappare quel buco. Nessuna altra alternativa concessa, visti gli impegni presi con l'Ue. L'ennesima fregatura che porterà il conto delle nuove imposte nel 2021 alla cifra stratosferica di 30 miliardi di euro.
Continua a leggereRiduci
Oggi ogni nucleo può avere più prime abitazioni esenti da Imu in Comuni diversi: un emendamento però cancella questa possibilità. In arrivo tagli lineari a ministeri e sanità per racimolare altri 500 milioni.Il governo parla di una riduzione, ma è una presa in giro: il calo è solo di 4 miliardi. Il resto slitta, con un'aggravante: ci toccherà pure il mancato recupero dell'evasione.Lo speciale contiene due articoli.Togli metti, togli e metti. Il gioco delle tre carte del governo giallorosso, come le tecniche fraudolente che si praticavano nei mezzanini della metro, ha sempre il solito finale. Il banco vince, il cittadino paga. Così a favor di telecamere Pd, 5 stelle e Italia viva litigano per togliere le tasse: plastica, zucchero e altre voci di detrazioni. Poi, nel silenzio delle stanze di Palazzo Chigi, si preparano emendamenti mirati che ci faranno dimenticare presto i 500 milioni di tagli lineari in arrivo nel testo definitivo della manovra. Le modifiche delle ultime ore hanno infatti lasciato un buco di mezzo miliardo, e il Mef si prepara quasi a ribaltare nella totalità l'importo con tagli lineari sui ministeri e probabilmente anche in misura ridotta anche sul servizio sanitario nazionale. Una scelta che farà rimpiangere a molti l'aumento dell'Iva selettivo su singoli prodotti. Ma che sarà addirittura meno fastidiosa delle novità che sono in arrivo sulla casa. Tutte nascoste dentro la nuova Imu. Un emendamento della maggioranza letteralmente toglie tre parole dalla legge che regola la gestione dei pagamenti Imu alla prima casa. Fino a oggi, a due coniugi non era concesso detenere due prime case (residenze separata) nel medesimo Comune. In tal caso, solo una delle due veniva considerata prima casa. Con tutti gli annessi e connessi relativi al pagamento Imu e alle altre imposte. Dal primo gennaio i termini «nel medesimo Comune» vengono emendati. Ne segue che due coniugi non possono mai essere residenti in due prime case diverse. Nemmeno in Comuni separati. Ovviamente, il governo spiega che si tratta di una mossa anti elusione o evasione. In pratica, si vorrebbe eliminare la possibilità di attivare residenze separate fittizie. Nella realtà dei fatti si proibisce a chiunque di avere residenze separate e agevolazioni alla prima casa in contemporanea. Nemmeno a quel marito e a quella moglie che vivono e lavorano nella maggior parte dell'anno in città diverse. Non bisogna farsi ingannare nemmeno dal passaggio relativo alle case turistiche. Lo stesso emendamento cita infatti i luoghi turistici, ma essi non sono solo Forte dei Marmi. I Comuni turistici sono anche Amatrice, e più o meno il 65% dei Comuni italiani. In pratica, si tratta di una nuova patrimoniale sulla casa che finge di colpire i furbetti della residenza e finisce con l'interessare tutti e proibire in modo indistinto di avere residenze esenti all'interno del medesimo nucleo.«Constatiamo per l'ennesima volta interventi formalmente corretti, visto che sono mirati a colpire irregolarità», spiega alla Verità il presidente di Confedilizia, Giorgio Spaziani Testa, «ma nella sostanza destinati ad attingere a quello che è il patrimonio degli italiani: il mattone». Non solo. «A fianco dell'emendamento ne leggiamo un secondo che aggiunge dettagli nel computo delle variazioni catastali», conclude Spaziani Testa spiegando che si tratta di «un ulteriore modo per raccogliere gettito». Il riferimento è al nuovo calcolo delle variazioni. Dal 2020 non saranno più secondo annualità, ma secondo il mese. Se, cioè, un terreno diventerà abitabile a febbraio, il cittadino dovrà da subito pagare più Imu e non aspettare l'avvio del nuovo anno solare. La nuova Imu prevede anche aliquote maggiorate a tempo indeterminato. Nel medesimo testo della manovra, aumenta l'aliquota di base dal 7,6 all'8,6 per mille e con dubbia legittimità, si fissa definitivamente all'11,4 per mille l'aliquota massima per alcuni Comuni, rispetto al limite ordinario del 10,6. In più, si fa scomparire qualsiasi collegamento ai servizi, presente ora nella Tasi, e si aumenta la tassazione sui proprietari di immobili affittati, scaricando su di essi la quota di imposta che nella Tasi era a carico degli inquilini. Non c'è da meravigliarsi che il valore del mattone tricolore continui a sprofondare. Un crollo iniziato con l'infausta presenza al governo di Mario Monti. Il governo tecnico portò da circa 9 miliardi annui a oltre 25 il gettito annuale delle tasse sugli immobili. Da allora, a quella montagna sono stati tolti solo 4 miliardi, quelli corrispondenti alla tassazione sulle prime case (neppure tutte, come si sa). Morale: è rimasta una mega patrimoniale superiore ai 21 miliardi annui, un salasso che dal 2012 al 2019 è costato ai contribuenti circa 183 miliardi di euro di valore degli immobili. A pagare sono tutti, proprio tutti. Perché nell'emendamento spuntato ieri sera alla manovra si usa il termine coniugi. La nuova legge equipara marito e moglie di sesso diverso a persone dello stesso sesso unite in matrimonio sotto il cappello delle unioni civili. Tutti si chiamano coniugi, e tutti avranno i nuovi obblighi sulla prima casa. È la dimostrazione che chi si affida alla sinistra per portare a casa diritti Lgbt finirà per essere anche un contribuente uguale a tutti gli altri: tassato e bastonato dal fisco.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/ritorna-la-patrimoniale-sulla-casa-come-al-solito-pagano-le-famiglie-2641544118.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="niente-sforbiciata-alle-tasse-e-per-il-2021-e-gia-pronta-una-stangata-da-30-miliardi" data-post-id="2641544118" data-published-at="1777706223" data-use-pagination="False"> Niente sforbiciata alle tasse. E per il 2021 è già pronta una stangata da 30 miliardi Il senso delle tasse del governo giallorosso si riassume con le parole del viceministro all'Economia, Antonio Misiani. «Con la collaborazione di tutta la maggioranza il governo ha completato la messa a punto della manovra, così come concordato nei giorni scorsi, confermando l'impianto iniziale e mettendo a punto alcuni interventi di minore portata come le imposte sulla plastica monouso e lo zucchero aggiunto nelle bevande (sugar tax). I risultati complessivi della manovra sono straordinariamente importanti: le misure di riduzione della pressione fiscale superano i 27 miliardi, tra cancellazione della Salvini tax (l'aumento Iva, che sarebbe costato oltre 500 euro a famiglia), taglio delle tasse ai lavoratori (3 miliardi nel 2020 e 5 miliardi a regime), conferma dei bonus per l'edilizia e rafforzamento degli incentivi per gli investimenti delle imprese». Abbiamo riportato per intero la nota del piddino, politico dalemiano e a tratti più influente del numero uno del Mef, Roberto Gualtieri. L'abbiamo citata qui perché è la sintesi perfetta della storpiatura della realtà fiscale di questo Paese, e della presa in giro a scapito dei cittadini. Per il Pd, tagliare le tasse è un concetto peculiare. Per il resto del mondo «tagliare» si pronuncia come si scrive: fino a ieri pagavo 100, da domani pagherò di meno. Per la maggioranza giallorossa significa che ieri pagavi 100, oggi non paghi nulla perché sposto il conto a domani. Da domani pagherai 127. Ma siccome a un certo punto della trattativa ti è stato detto che il conto sarebbe stato 130, alla fine c'è stato un taglio delle tasse. I 27 miliardi citati da Misiani sono un miscuglio di voci totalmente disomogenee. Lì dentro ci sono le clausole di salvaguardia che per il 2020 valevano 23 miliardi, una cifra che è stata coperta con 14 miliardi di maggiore deficit (che si tradurrà in debito per le generazioni future), circa 3,5 miliardi di lotta all'evasione fiscale, tagli lineari ai ministeri per circa 2 miliardi e maggiori tasse (quasi tutte micro imposte) per circa 3,5 miliardi. Per arrivare alla falsa promessa di Misiani mancano 4 miliardi. Questi sì sono tagli di tasse. Tre sono dedicati al taglio del cuneo fiscale e il miliardo rimanente è suddiviso in incentivi all'edilizia e alle imprese. Capite che su 27 miliardi solo 4 sono tagli di tasse, il resto sono nuove imposte o clausole di salvaguardia sul futuro. Il saldo è comunque negativo per 23 miliardi di euro. Con la peculiarità che qui scatta il trucco giallorosso. Il maxi importo sotto altro nome viene semplicemente slittato di un anno. E il conto è presto fatto. Nel testo della manovra a pagina 161 già oggi si legge che nel 2021 ci saranno maggiori tasse per 26 miliardi di euro di cui 18 vanno sotto la voce di clausole di salvaguardia per l'aumento dell'Iva. Gli altri 8 miliardi sono coperture inserite nel Nadef per mettere in sicurezza i conti del 2020 e garantire il disinnesco totale delle clausole di salvaguardia sull'Iva ereditate dai governi precedenti (i famosi 23 miliardi). Il calcolo dei 26 miliardi è però da aggiornare. Le tensioni e le urla dentro la maggioranza hanno portato a un ridimensionamento delle imposte sul 2020. Parte di queste voci sarà messa a budget con tagli lineari (circa 500 milioni) e parte (più o meno 1 miliardo) slitta al 2021. In tutto saranno 7 miliardi legati alle imposte correlate all'ambiente. In sostanza saranno tagli alle agevolazioni e alle detrazioni. In questo modo già nel momento in cui scriviamo l'importo sul 2021 sale a 27 miliardi (comprendendo i 18 miliardi di clausole salvaguardia Iva). Infine c'è la scure dell'evasione fiscale. Sappiamo tutti e lo sa il premier Giuseppe Conte che nessun governo sarà mai in grado di portare a casa dal contrasto all'evasione una tale somma. Ecco perché la furbizia al governo ha già previsto il fondo salva tasse munito di circa 3 miliardi di euro. Che cosa è? Ne abbiamo già parlato sulla Verità. In pratica, si alza il prelievo per rimpinguare una riserva chiamata appunto «taglia tasse» (che però intanto le aumenta) e che, siccome deve realizzare gli obiettivi della manovra, domani potrà essere usata a copertura di interventi già programmati (e cioè smentendo il suo nome): niente male. Per nascondere 3 miliardi di tasse in più. Perché è quello che sicuramente avverrà nel 2021. Chi sarà al governo in quella data dovrà ammettere che il contrasto all'evasione non ha portato i risultati millantati e dunque il fondo salva tasse dovrà essere usato per tappare quel buco. Nessuna altra alternativa concessa, visti gli impegni presi con l'Ue. L'ennesima fregatura che porterà il conto delle nuove imposte nel 2021 alla cifra stratosferica di 30 miliardi di euro.
il ministro degli Esteri cinese Wang Yi mentre conversa con il primo ministro thailandese Anutin Charnvirakul durante un incontro presso la Casa del Governo a Bangkok (Ansa)
Bangkok e Pechino rafforzano il partenariato strategico con nuovi accordi su tecnologia, green ed economia. La Cina consolida la sua influenza nel Sudest asiatico approfittando delle tensioni commerciali con gli Stati Uniti e delle incertezze globali.
La Tailandia guarda sempre più alla Cina. A fine aprile, il ministro degli Esteri di Bangkok, Sihasak Phuangketkeow, si è incontrato con l’omologo di Pechino, Wang Yi.
Nell’occasione, stando a quanto riferito da Agenzia Nova, «le parti hanno riaffermato il loro impegno a rafforzare il partenariato strategico globale di cooperazione tra i due Paesi e hanno concordato di svolgere un ruolo attivo nella promozione della pace, della stabilità e dello sviluppo regionale».
Non solo. I due ministri hanno anche stabilito di redigere il prossimo Piano d'azione congiunto sulla Cooperazione Strategica, che riguarderà soprattutto tecnologia, green e auto elettrica. Inoltre, secondo una nota di Pechino, Phuangketkeow ha detto che «la Thailandia apprezza molto le quattro principali iniziative globali proposte dal presidente Xi Jinping ed è disposta a rafforzare il coordinamento multilaterale con la Cina per contribuire con la saggezza asiatica alla pace e allo sviluppo mondiale».
Come sottolineato da Deutsche Welle, la linea che il Dragone sta tenendo con Bangkok va ad inserirsi nella più ampia strategia che la Repubblica popolare ha messo in piedi per quanto riguarda il Sudest Asiatico. Xi Jinping spera di far leva sulle tensioni commerciali di Washington con l’area per presentare ai Paesi della regione la Cina come un fattore di stabilità sia sul piano geopolitico che commerciale. Non a caso, oltre a recarsi in Thailandia, Wang Yi ha visitato anche la Cambogia e il Myanmar. Del resto, oltre al nodo dei dazi statunitensi, secondo Deutsche Welle, il Sudest asiatico è preoccupato per gli impatti della crisi iraniana sul costo dell’energia e, più in generale, sul costo della vita. È quindi proprio facendo leva su questi fattori che Pechino spera di arginare l’influenza economica e geopolitica statunitense in loco.
È del resto significativo che, secondo il Washington Post, Phuangketkeow si sia lamentato dello scarso aiuto americano arrivato a Bangkok nel corso dell’attuale crisi iraniana. «Non si sono fatti avanti per parlarci di come possono aiutarci. Non ci hanno contattato direttamente dicendo: "Capiamo che dobbiate sopportare le conseguenze e possiamo darvi una mano"», ha dichiarato, riferendosi agli statunitensi. «Non vogliamo condannare direttamente gli Stati Uniti. Ma questa è una situazione che non avrebbe dovuto iniziare», ha aggiunto. Questo poi non significa che il Sudest asiatico passerà in blocco con Pechino. È infatti piuttosto probabile che continuerà ad adottare la strategia del pendolo tra Usa e Cina. Tuttavia, il Dragone ha trovato margine di manovra. Ed è intenzionato a usarlo.
Continua a leggereRiduci
Una clean room per la produzione di semiconduttori: senza elio, questi impianti rischiano rallentamenti o stop (iStock)
Dal Medio Oriente alla Russia, lo shock sull’elio toglie dal mercato oltre il 40% dell’offerta globale. Un gas cruciale per semiconduttori e risonanze magnetiche: rischio rallentamenti per l’IA, meno chip e possibili ricadute dirette su diagnosi e cure.
Quando si parla di elio il pensiero va subito ai palloncini delle feste di compleanno e alle comiche modifiche alla voce che comporta la sua aspirazione. Eppure, l’impiego di questo gas nobile travalica festeggiamenti e giochi scherzosi, trovando un utilizzo vitale in settori importantissimi come quello dell’intelligenza artificiale e l’ingegneria biomedica.
L’approvvigionamento di questo gas sta diventando sempre più difficile, con oltre il 40% della produzione mondiale che è stata improvvisamente tolta dal mercato. Può sembrare cosa da poco, tuttavia senza elio non è possibile fabbricare i semiconduttori alla base dei calcoli matematici fatti dai software di intelligenza artificiale, di fatto rendendo inutili gli stessi. Medesima cosa vale per gli scanner MRI (usati nelle risonanze magnetiche) e varie altre apparecchiature mediche, che richiedono grandi quantità di elio per il loro funzionamento.
Il principale responsabile è la guerra in Medio Oriente; dallo Stretto di Hormuz passavano infatti le esportazioni di elio del Qatar, secondo produttore mondiale (33,16% dell’elio globale, dati USGS 2025) dietro solamente agli Stati Uniti. La chiusura dello Stretto e il bombardamento iraniano dell’impianto di Ras Laffan hanno azzerato le esportazioni. A questo shock si è sommata l’imposizione di restrizioni all’export da parte della Russia, la terza produttrice mondiale (9,47% delle forniture), con il suo elio che potrà essere venduto solo ai Paesi dell’Unione Economica Eurasiatica e agli alleati di Mosca. In altre parole, il 42,6% dell’elio non è più sul mercato.
Le carenze sono dunque una realtà imminente, con ripercussioni profonde e sistemiche che si estendono ben oltre il mero aumento dei costi. L'industria dei semiconduttori, in particolare, si trova ad affrontare una sfida senza precedenti. L'elio è un elemento insostituibile in diverse fasi cruciali della produzione di chip, agendo come refrigerante essenziale per mantenere temperature estremamente basse durante processi delicati come la litografia e la deposizione di film sottili. La sua elevata conduttività termica permette infatti un raffreddamento ultra-veloce dei wafer di silicio, fondamentale per prevenire danni e garantire la precisione richiesta nella fabbricazione di chip sempre più piccoli e complessi.
Inoltre, l'elio svolge un ruolo vitale nell'incisione al plasma (cosiddetta «plasma etching»), un processo chiave per scolpire i circuiti sui wafer. Qui, l'elio non solo aiuta a controllare la temperatura, ma agisce anche come gas diluente, stabilizzando la densità del plasma e assicurando un'incisione uniforme e accurata. Senza un approvvigionamento costante e affidabile di elio, la produzione di semiconduttori avanzati, soprattutto quelli a nodi tecnologici più piccoli utilizzati per i software di IA, diventa estremamente difficile, se non impossibile. Le fabbriche di chip, che operano con margini di tolleranza minimi, non possono permettersi interruzioni o variazioni nella qualità dei materiali. La conseguenza diretta è un rallentamento della produzione, un aumento dei costi operativi e, in caso di carenze continuate, una riduzione dell'offerta globale di chip.
Meno chip, meno schede grafiche, meno potenza di calcolo. L'economia dell'IA è infatti intrinsecamente legata alla disponibilità di hardware potente, in particolare le Unità di Elaborazione Grafica (GPU) e i chip di memoria ad alta larghezza di banda (HBM), che sono il cuore pulsante dei data center e dei sistemi di calcolo avanzati. La produzione di questi componenti, già di per sé complessa, è ora ulteriormente minacciata dalla carenza di elio. Un collo di bottiglia di tale portata nella catena di approvvigionamento dell'elio si traduce in un rallentamento nella produzione di GPU e HBM, frenando l'innovazione nel campo dell'IA.
Ma le ripercussioni si estendono anche al settore medico, dove l'elio è un componente critico per il funzionamento degli scanner di Risonanza Magnetica (MRI). Questi dispositivi si basano infatti su magneti superconduttori che devono essere mantenuti a temperature criogeniche, ovvero prossime allo zero assoluto (-269°C), un compito che solo l'elio liquido può svolgere efficacemente. Senza un adeguato rifornimento di elio, i magneti non possono mantenere la superconduttività, portando quindi allo «spegnimento» del macchinario e rendendolo di fatto inutilizzabile.
Le conseguenze cliniche di una prolungata carenza di elio sono autoevidenti: ritardi nelle diagnosi, razionamento degli esami MRI e un inevitabile aumento dei costi sanitari, poiché le strutture mediche faticano a reperire il gas o a sostenere i prezzi crescenti. Insomma, quello che è sempre sembrato un gas utile per scherzi e feste si rivela invece una delle fondamenta invisibili della civiltà moderna, con la sua scarsità che rischia di incrinare contemporaneamente i pilastri della salute e del progresso tecnologico.
Continua a leggereRiduci
Donal Trump (Ansa)
Il presidente Usa giudica insufficiente l’offerta di Teheran sul nucleare: «Non sono sicuro che arriveranno alla pace». Sullo sfondo il rischio escalation militare, i piani del Pentagono e le critiche a Italia e Spagna.
Donald Trump non considera soddisfacente la nuova proposta di pace avanzata dall’Iran, anche se riconosce a Teheran qualche passo avanti sul piano negoziale. La posizione del presidente americano, espressa alla Casa Bianca nelle ultime ore, conferma una fase ancora lontana da un’intesa stabile, mentre sullo sfondo restano le tensioni militari e le mosse degli alleati.
Secondo Trump, l’Iran avrebbe «fatto progressi», ma non tali da garantire un accordo vicino: «Non sono sicuro che arriveranno mai alla pace», ha detto ai giornalisti, descrivendo la leadership iraniana come frammentata e poco coerente nelle decisioni. Il nodo centrale resta il programma nucleare, che Washington continua a considerare inaccettabile. Il presidente americano ha ribadito che la linea resta dura: «Siamo in una guerra perché non possiamo permettere a dei pazzi di avere l’arma nucleare». In questo quadro ha anche rilanciato la logica dello scontro diretto, sintetizzando le alternative in modo netto: «O un accordo o bombardarli a tappeto». Parole che si inseriscono in una fase di forte pressione militare e diplomatica.
Sul piano operativo, il Pentagono ha già informato la Casa Bianca di possibili scenari di intervento. L’ammiraglio Brad Cooper, a capo del Centcom, e il capo di Stato Maggiore congiunto, generale Dan Caine, hanno illustrato i piani relativi a eventuali attacchi contro l’Iran. Una pianificazione che riflette il livello di allerta crescente nella regione. Tra i punti più sensibili resta lo Stretto di Hormuz, definito da Trump «completamente chiuso, al 100%». Il blocco dei traffici marittimi e delle esportazioni energetiche iraniane viene indicato dagli Stati Uniti come una leva efficace di pressione economica e militare, ma allo stesso tempo aumenta il rischio di escalation. Le tensioni non riguardano solo il confronto diretto con Teheran. Nelle ultime dichiarazioni, Trump ha rivolto critiche anche agli alleati europei, affermando di non essere «contento dell’Italia e della Spagna» per la loro posizione sull’ipotesi di un Iran dotato di armi nucleari. Un messaggio che si inserisce in un clima già teso con diversi partner della Nato.
Sul fronte militare, si registra inoltre la possibilità di una revisione della presenza americana in Europa. Secondo quanto riportato da media statunitensi, il Pentagono starebbe valutando il ritiro di circa 5.000 soldati dalla Germania, misura che rientrerebbe in una più ampia riallocazione delle forze verso l’area indo-pacifica. Un portavoce del Dipartimento della Difesa ha indicato un orizzonte di completamento tra sei e dodici mesi. Parallelamente, si continua a lavorare sul piano diplomatico. L’Iran avrebbe presentato una nuova proposta tramite mediazione pakistana, aprendo alla possibilità di negoziati su nucleare e sanzioni, in cambio di un allentamento delle misure economiche e della fine delle operazioni militari contro i porti iraniani. Teheran avrebbe anche indicato la disponibilità a un confronto diretto nei prossimi giorni. Nonostante questi segnali, le posizioni restano distanti. Le richieste iraniane si intrecciano con la questione della libertà di navigazione nello Stretto di Hormuz e con il dossier delle sanzioni, mentre Washington insiste sulla necessità di limitazioni verificabili al programma nucleare.
In questo contesto, il quadro regionale rimane instabile. Le tensioni si riflettono anche su altri fronti del Medio Oriente, dove le operazioni militari e le rivalità tra attori locali e internazionali contribuiscono a mantenere alta la pressione. Il risultato è una fase ancora aperta, in cui diplomazia e deterrenza procedono in parallelo senza un punto di sintesi evidente.
Continua a leggereRiduci
iStock
Il riciclaggio di denaro attraverso le criptovalute non è più un fenomeno marginale né confinato al cybercrime. È diventato un sistema globale, strutturato e in rapida espansione. Secondo il report Confronting the Illicit-Finance Hydra in Crypto Markets, negli ultimi vent’anni almeno 350 miliardi di dollari sono stati ripuliti attraverso asset digitali in 164 casi documentati, con una crescita media annua del 16,5%. Numeri che raccontano una trasformazione profonda: il passaggio da un’economia criminale tradizionale a una finanza parallela digitale, capace di aggirare controlli, confini e sistemi bancari.
Il report utilizza una metafora efficace: quella dell’Idra. Ogni volta che le autorità chiudono un canale di riciclaggio, ne emergono altri, più sofisticati e difficili da tracciare. È questa capacità di adattamento a rendere il fenomeno particolarmente insidioso. Le operazioni di contrasto restano spesso reattive, mentre le reti criminali evolvono in tempo reale, sfruttando nuove tecnologie e falle normative. Il meccanismo ricalca le tre fasi classiche del riciclaggio — ingresso, occultamento e reintegrazione — ma con strumenti completamente nuovi. Nella fase iniziale, i fondi illeciti entrano nel sistema crypto attraverso darknet, attacchi hacker, ransomware e schemi Ponzi, generando oltre 127 miliardi di dollari. Tuttavia, meno di un terzo viene recuperato dalle autorità. Segue la fase più opaca, quella del cosiddetto «layering», in cui i fondi vengono frammentati e nascosti tramite mixer, piattaforme DeFi e passaggi tra diverse blockchain. Infine, il denaro viene riportato nell’economia reale attraverso exchange centralizzati o broker over-the-counter: un passaggio critico dove i controlli risultano ancora insufficienti, con sequestri inferiori ai 500 milioni di dollari a fronte di flussi illeciti per 22 miliardi.
Il dato più preoccupante riguarda però l’impunità. Il report evidenzia che il 79% dei casi non ha portato a condanne, mentre il tasso medio di recupero dei fondi si ferma al 27%.
Un contesto in cui il rischio penale resta limitato rispetto ai profitti genera un incentivo evidente per gruppi criminali e attori ostili. E proprio la dimensione geopolitica rappresenta uno degli elementi più rilevanti. La Corea del Nord, secondo lo studio, ricaverebbe fino a un terzo delle proprie entrate statali da operazioni illecite in criptovalute, utilizzate anche per finanziare programmi militari. La Russia emerge come hub centrale per exchange e gruppi ransomware, con metà delle piattaforme illecite e la maggior parte delle organizzazioni criminali legate al settore. Non si tratta quindi solo di criminalità diffusa, ma di un ecosistema ibrido in cui cybercrime, intelligence e finanza si sovrappongono. Nel frattempo, anche gli strumenti utilizzati stanno cambiando. Se in passato il Bitcoin dominava le transazioni illegali, oggi il report segnala una crescente preferenza per le stablecoin, più stabili e facilmente convertibili in valuta reale. Un’evoluzione che indica una maggiore maturità operativa delle reti criminali, sempre più orientate all’efficienza finanziaria.Accanto a questi sviluppi, emergono nuove forme di minaccia.
Le cosiddette truffe «pig butchering» — schemi che combinano relazioni sentimentali e falsi investimenti — colpiscono un numero crescente di vittime, mentre in alcuni casi si registra un aumento della violenza fisica per costringere al trasferimento di asset digitali. È il segnale di un passaggio ulteriore: dalla criminalità digitale pura a una forma ibrida che integra strumenti tecnologici e coercizione tradizionale. Il vero salto, però, è nella democratizzazione del crimine finanziario. Oggi non servono più strutture complesse o reti internazionali: bastano uno smartphone, accesso a piattaforme decentralizzate e competenze di base. File, servizi e infrastrutture sono disponibili online, spesso «chiavi in mano», abbattendo drasticamente le barriere d’ingresso. Il report riconosce alcuni limiti — a partire dalla difficoltà di tracciare un fenomeno per sua natura opaco e dalla parzialità dei dati disponibili — ma il quadro che emerge è chiaro. Il riciclaggio attraverso criptovalute non rappresenta ancora la quota principale del denaro illecito globale, stimata tra il 2% e il 5% del PIL mondiale, ma la sua incidenza è in crescita costante.
In questo scenario, la sfida non è tanto tecnologica quanto politica. Le criptovalute continueranno a essere parte integrante del sistema finanziario globale. Il problema è la distanza tra la velocità dell’innovazione e la capacità degli Stati di regolamentarla e controllarla. Ed è proprio in questo spazio che l’Idra continua a moltiplicare le sue teste.
Continua a leggereRiduci