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2022-12-09
I rigori tradiscono il Brasile, non l'Albiceleste. La prima semifinale di Qatar 2022 è Argentina-Croazia
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Ansa
I calci di rigore, ancor di più a un mondiale, sono da sempre sinonimo di emozioni e sorprese. Succede anche a Qatar 2022, dove dopo la Spagna, che ne ha fatto le spese ai quarti di finale contro la rivelazione Marocco, i tiri del dischetto mietono un'altra vittima eccellente, quella che alla vigilia era considerata dai bookmackers la favorita numero uno alla conquista del titolo iridato: il Brasile. La Seleçao, che da quando ha vinto il suo quinto e finora ultimo mondiale nel 2002 in Corea e Giappone è sempre stata eliminata da una nazionale europea, si è complicata la vita quasi da sola in una partita per nulla semplice contro la Croazia, bloccata sullo 0-0 per tutti e 90 i minuti, ma poi sbloccata da una bellissima azione corale finalizzata da una magia di Neymar all'ultimo minuto del primo tempo supplementare. I croati, però, hanno avuto il merito di non darsi per vinti e crederci fino alla fine. Il ct Zlatko Dalic, per rimontare un Brasile farcito di giocatori che da anni giocano nelle migliori squadre del mondo, dal Liverpool al Manchester United, dal Paris Saint-Germain al Real Madrid e al Barcellona, ha deciso di giocarsi il tutto per tutto mandando in campo tre ragazzi che fino a qualche anno fa calcavano i campi della nostra Serie A con squadre di media-bassa classifica, o addirittura della Serie B e perfino C. I vicecampioni del mondo sono riusciti a riagguantare il pareggio che ha poi allungato la sfida contro il Brasile ai rigori schierando in attacco Ante Budimir, oggi in Spagna all'Osasuna e al Crotone dal 2015 al 2019 (con in mezzo una breve parentesi alla Sampdoria), Mislav Orsic, dal 2018 alla Dinamo Zagabria e con un passato allo Spezia in nella stagione 2013/2014 con 9 presenze in Serie B, e soprattutto l'autore del gol al 117', Bruno Petkovic, anche lui dal 2018 alla Dinamo Zagabria dopo un lungo girovagare nel nostro Paese che dal 2012 lo ha visto indossare nell'ordine le maglie di Catania, Varese, Reggiana, Virtus Entella, Trapani, Bologna e Verona. Una di quelle favole che soltanto una competizione magica come la coppa del mondo, seppur con tutti i suoi difetti e lati oscuri, può far emergere. A maggior ragione se in questi giorni, la maggior parte degli esperti, o così definiti, hanno dato per spacciata la Croazia «fortissima a centrocampo», seppur con un «Modric ormai in fase calante» e «senza un centravanti in grado di finalizzare la mole di gioco costruita». Detto, fatto. Il pallone d'oro 2018 tira fuori una prestazione maiuscola. Da vero leader convince i suoi compagni che negli ultimi 15 minuti del secondo tempo supplementare è possibile trovare il gol del pareggio. Ed è dal suo piede che parte l'azione che a meno di tre giri d'orologio dal fischio finale - mentre i tifosi verdeoro già festeggiavano - vede protagonisti Orsic e Petkovic: il primo con l'assist, il secondo con la zampata che beffa Alisson. Una storia troppo bella per essere rovinata ai rigori, dove i croati non sbagliano un colpo con Vlasic, Majer, Modric e Orsic. Il resto lo fanno Livakovic, già eroe agli ottavi parando tre rigori al Giappone e decisivo sul primo penalty del Brasile calciato da Rodrygo, e la fortuna che fa andare a sbattere sul palo il tiro di Marquinhos. Per il Brasile un'altra delusione dopo l'eliminazione patita dal Belgio ai quarti di Russia 2018 e la debacle casalinga del 2014 nella semifinale persa 7-1 contro la Germania. La Croazia, dopo il secondo posto di quattro anni fa, sogna la seconda finale consecutiva.
Calci di rigore che stavano per costare caro anche a un'altra big di questa coppa del mondo: l'Argentina. Anche l'Albiceleste, come il Brasile, ha rischiato di vanificare tutto consentendo all'Olanda di rimontare una partita che a meno di 10 minuti dalla fine sembrava ormai chiusa. Ma nel calcio di chiuso non c'è mai nulla fin quando l'arbitro non ha fischiato tre volte. I gol di Molina e Messi, su rigore, avevano indirizzato la semifinale sulla strada di Buenos Aires. Anche l'Olanda però, così come la Croazia, non si è arresa ed gettando il cuore oltre l'ostacolo ha compiuto un'incredibile rimonta nei minuti finali, all'83' e all'11' minuto di recupero, con la doppietta di Weghorst, gettato nella mischia da van Gaal nell'ultimo quarto d'ora. Raggiunto l'insperato pareggio i Tulipani hanno resistito alle folate argentine nel corso dei tempi supplementari con un'occasionissima per Lautaro Martinez e un palo colpito da Enzo Fernandez. Dagli undici metri si dimostrano più freddi i sudamericani che vanno a segno con Messi, Paredes, Montiel e Lautaro. Per l'Olanda decisivi gli errori di van Dijk e Berghuis, ipnotizzati da Emiliano Martinez. L'altro Martinez, l'attaccante dell'Inter alla sua prima gioia in questo mondiale, ha avuto invece l'onere e l'onore di calciare e segnare il tiro decisivo, dopo l'errore di Enzo Fernandez, che spedisce l'Argentina dritta dritta al Lusail Iconic Stadium, dove martedì 13 alle 20 si giocherà la finalissima proprio contro la Croazia.
Domani, in campo gli altri due quarti per scoprire chi andrà a giocarsi la finale dall'altra parte del tabellone. Alle 16 tocca al Portogallo il difficile compito di spegnere gli entusiasmi del Marocco, che dal canto suo vorrà diventare la prima nazionale del continente africano ad accedere a una semifinale del mondiale. Alle 20 quella che ha tutte le caratteristiche per essere una finale anticipata tra la Francia di Mbappé e l'Inghilterra di Harry Kane.
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La rimonta da 0-2 a 2-2 non basta all'Olanda: i tiri dagli undici metri spediscono Messi e compagni in semifinale, dove martedì 13 si giocheranno la finalissima contro la nazionale a scacchi che nel pomeriggio ha messo fine ai sogni di gloria della Seleçao.I calci di rigore, ancor di più a un mondiale, sono da sempre sinonimo di emozioni e sorprese. Succede anche a Qatar 2022, dove dopo la Spagna, che ne ha fatto le spese ai quarti di finale contro la rivelazione Marocco, i tiri del dischetto mietono un'altra vittima eccellente, quella che alla vigilia era considerata dai bookmackers la favorita numero uno alla conquista del titolo iridato: il Brasile. La Seleçao, che da quando ha vinto il suo quinto e finora ultimo mondiale nel 2002 in Corea e Giappone è sempre stata eliminata da una nazionale europea, si è complicata la vita quasi da sola in una partita per nulla semplice contro la Croazia, bloccata sullo 0-0 per tutti e 90 i minuti, ma poi sbloccata da una bellissima azione corale finalizzata da una magia di Neymar all'ultimo minuto del primo tempo supplementare. I croati, però, hanno avuto il merito di non darsi per vinti e crederci fino alla fine. Il ct Zlatko Dalic, per rimontare un Brasile farcito di giocatori che da anni giocano nelle migliori squadre del mondo, dal Liverpool al Manchester United, dal Paris Saint-Germain al Real Madrid e al Barcellona, ha deciso di giocarsi il tutto per tutto mandando in campo tre ragazzi che fino a qualche anno fa calcavano i campi della nostra Serie A con squadre di media-bassa classifica, o addirittura della Serie B e perfino C. I vicecampioni del mondo sono riusciti a riagguantare il pareggio che ha poi allungato la sfida contro il Brasile ai rigori schierando in attacco Ante Budimir, oggi in Spagna all'Osasuna e al Crotone dal 2015 al 2019 (con in mezzo una breve parentesi alla Sampdoria), Mislav Orsic, dal 2018 alla Dinamo Zagabria e con un passato allo Spezia in nella stagione 2013/2014 con 9 presenze in Serie B, e soprattutto l'autore del gol al 117', Bruno Petkovic, anche lui dal 2018 alla Dinamo Zagabria dopo un lungo girovagare nel nostro Paese che dal 2012 lo ha visto indossare nell'ordine le maglie di Catania, Varese, Reggiana, Virtus Entella, Trapani, Bologna e Verona. Una di quelle favole che soltanto una competizione magica come la coppa del mondo, seppur con tutti i suoi difetti e lati oscuri, può far emergere. A maggior ragione se in questi giorni, la maggior parte degli esperti, o così definiti, hanno dato per spacciata la Croazia «fortissima a centrocampo», seppur con un «Modric ormai in fase calante» e «senza un centravanti in grado di finalizzare la mole di gioco costruita». Detto, fatto. Il pallone d'oro 2018 tira fuori una prestazione maiuscola. Da vero leader convince i suoi compagni che negli ultimi 15 minuti del secondo tempo supplementare è possibile trovare il gol del pareggio. Ed è dal suo piede che parte l'azione che a meno di tre giri d'orologio dal fischio finale - mentre i tifosi verdeoro già festeggiavano - vede protagonisti Orsic e Petkovic: il primo con l'assist, il secondo con la zampata che beffa Alisson. Una storia troppo bella per essere rovinata ai rigori, dove i croati non sbagliano un colpo con Vlasic, Majer, Modric e Orsic. Il resto lo fanno Livakovic, già eroe agli ottavi parando tre rigori al Giappone e decisivo sul primo penalty del Brasile calciato da Rodrygo, e la fortuna che fa andare a sbattere sul palo il tiro di Marquinhos. Per il Brasile un'altra delusione dopo l'eliminazione patita dal Belgio ai quarti di Russia 2018 e la debacle casalinga del 2014 nella semifinale persa 7-1 contro la Germania. La Croazia, dopo il secondo posto di quattro anni fa, sogna la seconda finale consecutiva.Calci di rigore che stavano per costare caro anche a un'altra big di questa coppa del mondo: l'Argentina. Anche l'Albiceleste, come il Brasile, ha rischiato di vanificare tutto consentendo all'Olanda di rimontare una partita che a meno di 10 minuti dalla fine sembrava ormai chiusa. Ma nel calcio di chiuso non c'è mai nulla fin quando l'arbitro non ha fischiato tre volte. I gol di Molina e Messi, su rigore, avevano indirizzato la semifinale sulla strada di Buenos Aires. Anche l'Olanda però, così come la Croazia, non si è arresa ed gettando il cuore oltre l'ostacolo ha compiuto un'incredibile rimonta nei minuti finali, all'83' e all'11' minuto di recupero, con la doppietta di Weghorst, gettato nella mischia da van Gaal nell'ultimo quarto d'ora. Raggiunto l'insperato pareggio i Tulipani hanno resistito alle folate argentine nel corso dei tempi supplementari con un'occasionissima per Lautaro Martinez e un palo colpito da Enzo Fernandez. Dagli undici metri si dimostrano più freddi i sudamericani che vanno a segno con Messi, Paredes, Montiel e Lautaro. Per l'Olanda decisivi gli errori di van Dijk e Berghuis, ipnotizzati da Emiliano Martinez. L'altro Martinez, l'attaccante dell'Inter alla sua prima gioia in questo mondiale, ha avuto invece l'onere e l'onore di calciare e segnare il tiro decisivo, dopo l'errore di Enzo Fernandez, che spedisce l'Argentina dritta dritta al Lusail Iconic Stadium, dove martedì 13 alle 20 si giocherà la finalissima proprio contro la Croazia.Domani, in campo gli altri due quarti per scoprire chi andrà a giocarsi la finale dall'altra parte del tabellone. Alle 16 tocca al Portogallo il difficile compito di spegnere gli entusiasmi del Marocco, che dal canto suo vorrà diventare la prima nazionale del continente africano ad accedere a una semifinale del mondiale. Alle 20 quella che ha tutte le caratteristiche per essere una finale anticipata tra la Francia di Mbappé e l'Inghilterra di Harry Kane.
Ansa
Del resto quando degradi l’idea stessa di cultura allo schema del prodotto di consumo e quando utilizzi ostentatamente le strategie di marketing per dire che «il marketing è oppressione», quando denunci la mercificazione e vendi il tuo letto disfatto per milioni di sterline, allora sei tu ad essere il cuore stesso del sistema che pensavi di denunciare. E mentre diventi multimilionario e ti godi il riconoscimento del ruolo di artista e di intellettuale - ormai le due cose non possono più essere disgiunte - non ti accorgi che nel frattempo il «popolo» al quale pensi di parlare non è la massa ma è l’élite straricca di coloro che frequentano il salotto del tuo gallerista per partecipare al gioco (fiscale) dell’arte contemporanea.
L’ultimo grande eroe dell’arte trasgressiva e della denuncia sociale è caduto l’altro giorno sotto una meritata salva di fischi e derisioni. L’opera raffigurante un uomo che marcia accecato dalla propria bandiera, installata nottetempo in Waterloo Place a Londra senza autorizzazione apparente e con la solita modalità «pirata» dal collettivo che utilizza il nome Banksy, viene immediatamente adottata dal Westminster City Council e dal sindaco Sadiq Khan: alle prime luci dell’alba compaiono barriere di protezione e dichiarazioni ufficiali con tanto di cartella stampa che definiscono l’installazione «un vibrante contributo alla scena artistica pubblica».
Senonché la Bbc fa un servizio in cui solleva dubbi sulla presunta «trasgressività» dell’installazione provocando l’ulteriore conferma dall’amministrazione londinese che dichiara che l’opera «non è autorizzata» ma che verrà mantenuta e transennata fino alle elezioni locali come «motivo di riflessione contro i nazionalismi». Inaspettatamente, però, su X si solleva una pressoché unanime protesta non tanto contro l’installazione, che ha un effettivo potenziale comunicativo e «di rottura» inferiore ad un manifesto pubblicitario di una serie Netflix, quanto nei confronti del palese e ormai ridicolo cortocircuito tra politica, artisti sovvenzionati e mercato dell’arte. Tutti elementi interni al mondo della Sinistra che ormai non riesce più a fuoriuscire dai riti e dai linguaggi che ha stabilito con tale solerzia e convinzione da giungere all’inevitabile deriva finale: il comico.
I più furbi, notando le reazioni del pubblico, si sono a loro volta uniformati alla nuova ondata di rigetto ed hanno, candidamente e con la nonchalance che ne contraddistingue l’esistenza, elaborato nuove analisi nelle quali effettivamente si riconosce che Banksy è un paraculo, che è da sempre d’accordo con le istituzioni (o almeno da quando ha una quotazione di mercato) e che la politica gli ha in pratica commissionato l’opera. Improvvisamente anche per le riviste impegnate l’artista-collettivo multimilionario, da decenni allineato all’agenda ufficiale, che finanzia le Ong immigrazioniste e che non perde occasione per condannare il populismo, non solo incarna «il provocative conformism» ma la sua opera non fa altro che «proiettare l’ansia elitaria verso il populismo reazionario piuttosto che sfidare il vero potere». I commentatori chic britannici si sono così accorti che Banksy più che ad Andy Warhol guarda a Greta Thunberg offrendo al mercato ribelle il prodotto giusto, quello che consente la trasgressione estetica confermando l’ortodossia culturale.
Esattamente come le magliette dei trasgressivi che attaccano le pericolosissime masse populiste e corrono a difendere il debole e inerme Quirinale, esattamente come le solite «battaglie culturali» sempre allineate al mainstream e sempre dotate di merchandising già pronto il primo giorno di «manifestazioni spontanee», ormai ogni discorso ribelle è merce che consolida il dominio producendo verità attraverso il consenso culturale.
Il fatto è che mai nella storia si è chiesto alle avanguardie una ricetta politica alternativa ma solo la lucidità per denunciare la narrazione dominante e distaccarsene radicalmente. La ribellione al sistema di un Johnny Rotten rifuggiva ogni programma politico e si limitava a smascherare ogni forma di falsa coscienza; oggi l’artista contemporaneo non vede l’ora di farsi cooptare dal potere e di farsi quotare nel sistema dell’arte contemporanea, correndo a confermare ogni battaglia culturale woke e decidendo così di farsi attivista politico proprio mentre l’ex cantante dei Sex Pistols liquida il woke come «una banda di pazzi» e ammette che oggi è la sinistra ad incarnare tutto ciò che è divertente odiare. E mentre Rolling Stone retrocede Eric Clapton dalla decima alla trentacinquesima posizione della sua hall of fame per «le sue critiche al vaccino Covid e la sua scelta di non discriminare l’ingresso ai suoi concerti durante la pandemia», siamo tutti chiamati a ricordare che l’arte autentica è affermazione vitale e non risentimento mascherato da progressismo, rifiuto della conformità e non ricerca ossessiva delle benedizioni istituzionali.
Questa volta, con l’ennesima installazione pedagogica del buon Banksy, si cominciano ad intravedere i segni di un diffuso rigetto nei confronti di forme obsolete, utili solo a mantenere privilegi elitari, controllo della narrazione ed estromissione dei veri temi critici dall’agenda narrativa dominante. Fino a che un giorno chi scrive quell’agenda si accorgerà che viene letta solo ai vernissage di certe gallerie.
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Michele Emiliano (Ansa)
Dal rapporto burrascoso con il governatore della Puglia e suo ex pupillo, Antonio Decaro, a un ritorno in toga, Emiliano va a ruota libera in un’intervista rilasciata a Telenorba. Dopo 23 anni di aspettativa politica è in attesa della decisione della Terza commissione del Csm per ottenere il via libera a un’altra aspettativa per diventare consulente giuridico della Regione Puglia, domanda già bocciata tre volte.
Ieri doveva arrivare la decisione che non è arrivata. La discussione sul contratto proposto da Decaro al suo predecessore (con uno stipendio di circa 130.000 euro all’anno) ha fatto emergere diverse obiezioni, tra cui quella secondo cui «un consigliere non è la stessa cosa di un operativo: il via libera creerebbe un precedente per il quale tutti gli enti territoriali potrebbero chiedere un magistrato in aspettativa per affidargli compiti dirigenziali.
«Il presidente Decaro mi ha chiesto di dargli una mano come consulente», spiega Emiliano, «io gli ho detto: “Sono disposto a darti consulenze pure telefoniche gratuitamente”, però evidentemente voleva darmi il segno della sua vicinanza. Io avevo detto che era una costruzione un po’ ardita, ma lui ha voluto andare avanti. Dopodiché il Pd ha chiesto alla commissione sugli incidenti del lavoro di inserirmi come consulente. Ma se io dovessi scegliere, non vedrei l’ora di rimettermi la toga, di andare a fare il pubblico ministero in una Procura».
La legge attuale impedisce ai magistrati che hanno fatto politica di rientrare negli uffici giudiziari, ma a lui questa legge non si applica essendo andato in aspettativa prima. «Temo solo che la Procura dove rischio di andare sarebbe un po’ perseguitata dai giornalisti», aggiunge. Ecco la scusa. «Sto cercando di evitare di rientrare in servizio proprio per evitare questo. Dopodiché, se mi costringono a rientrare, sarò felicissimo perché chi nasce magistrato muore magistrato».
Ma non esita a dire anche che «se il Pd decidesse di candidarmi» alle Politiche 2027 «sarei felice», perché «la politica obiettivamente è la bacchetta magica che se funziona, cambia tutto, come al contrario se non funziona fa un disastro». A Emiliano ha cambiato davvero tutto.
Quindi? «Non è che uno per sopravvivere deve fare politica per forza», insiste. «Mi rendo conto però che se qualcuno mi chiedesse di fare il deputato farebbe una cosa intelligente perché ho una certa esperienza. Se non me lo chiedesse perché sono troppo ingombrante a me la vita non me la cambiano». E ne ha anche per il sindaco di Genova, Silvia Salis, che scarica per ingraziarsi il segretario Pd, Elly Schlein: «Non credo abbia le carte in regola per essere candidata premier del centrosinistra. È appena diventata sindaco, non ha nessuna storia politica e non ha nessuna connessione con tutto il mondo progressista. È una figura interessante per il futuro, non per il presente».
Emiliano manda poi una serie di messaggi a Decaro, delfino che si è smarcato dal suo mentore. «Antonio è reo confesso: lo dice chiaramente a tutti che soffre la mia presenza, ma questo lo capisco». Tuttavia, gli tende la mano: «Io, comunque, qualunque cosa dovesse fare Antonio, sono dalla sua parte e lo sosterrò in tutte le maniere perché ovviamente, come diceva mia madre, l’ho fatto io, non è che lo posso distruggere».
Nel corso dell’intervista, Emiliano ha anche presentato il suo romanzo noir, L’Alba di San Nicola, raccontandone la genesi: «Se non mi avessero messo a riposo forzato, probabilmente non l’avrei finito. È stato un momento per riorganizzare la propria vita».
Anche se per il momento la vita di Emiliano assomiglia di più a un giallo.
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Nicola Magrini (Ansa)
L’affermazione è stata fatta nel contesto delle misure prese durante la seconda ondata, da settembre a dicembre 2020. Innanzitutto, l’ex dg ha voluto precisare che nei primi protocolli di trattamento domiciliare Aifa le indicazioni «non erano di vigile attesa ma di watchful waiting, monitoraggio attento e presente, non da remoto, dell’evoluzione clinica del paziente».
Peccato che la circolare dell’allora ministro della Salute, Roberto Speranza, firmata il 30 novembre 2020 dall’ex direttore generale della Prevenzione sanitaria Giovanni Rezza e uscita dopo 8 mesi con le linee guida sulla gestione domiciliare dei pazienti con infezione da Sars-Cov-2, riportasse proprio «vigile attesa» e «trattamenti sintomatici (ad esempio paracetamolo)». L’accoppiata tachipirina e vigile attesa che lasciava senza cure centinaia di migliaia di persone atterrite dal virus, quando rimanevano contagiate e sapevano di non poter andare al Pronto soccorso. Quanto al «monitoraggio non da remoto», sappiamo che la maggior parte dei medici si rifiutava di visitare i propri assistiti, lasciandoli spesso anche senza risposte telefoniche. Magrini, che è specializzato in farmacologia clinica, ha poi spiegato ai parlamentari della commissione che gli studi clinici randomizzati (Rct) sono lo strumento più affidabile anche durante la pandemia per valutare efficacia e sicurezza dei farmaci. «Undici trattamenti non hanno dimostrato nessuna efficacia su mortalità, durata ricovero e ventilazione e qualche potenziale danno. Li cito rapidamente, l’idrossiclorochina, il lopinavir […] il plasma dei convalescenti che in Italia ha avuto faticose polemiche, l’aspirina…».
Non si è trattato solo dell’ennesimo insulto al professor Giuseppe De Donno, l’ex primario di pneumologia dell’ospedale Carlo Poma di Mantova che per primo aveva iniziato la cura del Covid con le trasfusioni di plasma iperimmune (e che si tolse la vita nel luglio del 2021), ma anche della negazione dell’efficacia dell’infusione di sangue di contagiati dal coronavirus, opportunamente trattato, in altri pazienti, riconosciuta da studi autorevoli.
Come quello dell’ottobre 2023, uscito su The New England Journal of Medicine (Nejm) e che dimostrava una mortalità ridotta nei pazienti affetti da sindrome da distress respiratorio acuto (Ards), indotta da Covid-19, ai quali era stato somministrato plasma raccolto da donatori convalescenti, entro 5 giorni dall’inizio della ventilazione meccanica invasiva. Non solo, tra l’inizio di aprile 2020 e la fine di agosto 2020, quasi 100.000 pazienti ricoverati in circa 2.200 ospedali statunitensi con infezioni da Sars-CoV-2 furono trattati con plasma convalescente nell’ambito di un programma autorizzato dalla Fda.
In Italia, invece, lo studio clinico randomizzato e controllato chiamato Tsunami, promosso da Istituto superiore della sanità e Aifa «non evidenziò benefici» e la cura venne bocciata. Forse perché costava poco. Ancora oggi, Magrini insiste nel definire il plasma iperimmune inefficace, magari con qualche potenziale danno. E vogliamo parlare dell’aspirina? Solo guardando agli studi dell’Istituto di ricerche farmacologiche Mario Negri pubblicati nel 2021, 2022 e 2023, era documentata l’importanza di farmaci antinfiammatori non steroidei quali l’aspirina. Nel gennaio di quest’anno, un nuovo lavoro pubblicato su Frontiers in Immunology, prendeva in esame i meccanismi molecolari dell’effetto dell’aspirina sulla struttura della proteina Spike, riducendo la capacità del virus di legarsi alle cellule dell’ospite e limitando il danno polmonare. E per fortuna che l’ex dg di Aifa ha affermato: «Le linee guida terapeutiche progrediscono con il progredire delle evidenze, che nel caso del Covid sono progredite di mese in mese, in alcuni momenti anche di settimana in settimana». Nessun mea culpa per quello che la nostra agenzia regolatoria impedì che venisse attuato, escludendo trattamenti importanti?
Magrini ha spiegato in commissione che aveva ragione l’articolo apparso il 14 aprile su Nejm dal titolo «Valutazione dei farmaci durante la pandemia di Covid-19», nel quale «Jerry Avorn affermava che avremo problemi, come disegni di studi clinici inadeguati e sicurezza in studi randomizzati prima della immissione sul mercato o loro autorizzazione». Nel testo si affermava che «l’ampliamento dell’accesso a terapie sperimentali non ancora completamente valutate potrebbe avere diverse conseguenze indesiderate» e Magrini ha fatto l’esempio di Trump. «Diceva che aveva l’intuito che funzionasse l’idrossiclorochina, la preoccupazione della scienza era di un input politico […] occorre proteggere le persone da farmaci inefficaci o poco sicuri». L’ex dg non ha dubbi: «La salute dei singoli pazienti, sia della popolazione si preserverà restando fedeli ai principi di valutazione delle attività regolatorie». Il giudizio su Aifa, guardando all’epoca pandemica, invece per molti italiani non è affatto positivo.
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Secondo Il Tg 1 Andrea Sempio sarebbe stato intercettato in macchina mentre parlava da solo. Dopo aver visto i suoi video insieme a Stasi avrebbe telefonato a Chiara per farle delle avances, ma lei lo avrebbe duramente respinto. Marco Poggi, però, difende l'amico: mai visto con lui i video di Chiara