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2025-11-13
Giacomo Rocchi: «Vi spiego perché la riforma non è contro i magistrati»
Giacomo Rocchi (Imagoeconomica)
Non temo la riforma costituzionale e voterò sì al referendum. E lo farò perché mi stanno a cuore la funzione del giudice, la sua autorevolezza nella società e le persone che vengono da lui giudicate.
La riforma riguarda tre ambiti: la separazione delle carriere dei pubblici ministeri e dei giudici (e, di conseguenza, la scissione del Consiglio superiore della magistratura in due Consigli, uno per i giudici e l’altro per i pubblici ministeri), la creazione di una Alta Corte deputata a giudicare sulle sanzioni disciplinari richieste nei confronti dei magistrati, giudicanti e requirenti, e, infine, la formazione dei Consigli superiori non più su base elettiva, ma mediante sorteggio, sia dei magistrati (che mantengono la maggioranza dei due terzi), sia dei componenti indicati dal Parlamento.
Prima di affrontare il tema della separazione delle carriere, mi soffermo sul sorteggio dei componenti dei Consigli superiori. Un fatto «tecnico»? Non è affatto così. L’Associazione nazionale magistrati sostiene che la riforma svuoterebbe la rappresentanza democratica, alterando gli equilibri in favore della componente politica: ma non fa alcun cenno al «caso Palamara». Quel «caso», che ha portato alla radiazione del dottor Palamara – che era stato presidente dell’Anm e componente del Consiglio superiore della magistratura – dimostrava che i trasferimenti, le promozioni, le nomine importanti dei magistrati erano gestiti dalle correnti, con scambi di favori, segnalazioni, raccomandazioni, interventi di estranei, pressioni: un «controsistema» che si opponeva alle leggi, ai regolamenti, ai criteri che il Consiglio avrebbe dovuto applicare e che proseguiva da anni. Le correnti dell’Anm, dietro al ruolo di elaborazione culturale che si sono attribuite – «i diversi modi di intendere la giurisdizione» – nascondevano contatti, traffici, accordi: l’elezione dei componenti togati al Csm permetteva di realizzare questo sistema alternativo. È stato davvero uno «scandalo»: per i cittadini, che hanno scoperto che coloro che dovrebbero essere «soggetti soltanto alla legge» (articolo 101 della Costituzione) non lo erano affatto e, se necessario, la violavano ripetutamente; ma anche per la magistratura intera, che deve chiedersi – meglio: avrebbe dovuto chiedersi – quale credibilità e autorevolezza ha una categoria che punisce o dà torto ai cittadini «in nome della legge» e, contestualmente, si rende protagonista di patenti violazioni di legge.
Ecco che la riforma costituzionale, sganciando i componenti togati dal sistema delle correnti con il sorteggio, compie un’opera di «purificazione» della magistratura: intervento – ovviamente – frutto di una volontà politica, ma anche inevitabile. Se il referendum confermerà la riforma, questa novità sarà, negli anni, vantaggiosa per gli stessi magistrati.
Poche parole sull’Alta Corte nata per giudicare le contestazioni disciplinari mosse nei confronti dei magistrati: se ciò che conta davvero è che il magistrato «accusato» abbia la garanzia di avere davanti a sé un giudice autorevole e imparziale, la composizione dell’Alta Corte questa garanzia la fornisce appieno. Certo: non ci saranno magistrati componenti del Csm su cui, in qualche modo, fare affidamento; esattamente come avviene per qualunque accusato o imputato.
Veniamo alla separazione delle carriere: in forza della riforma costituzionale, i concorsi per magistratura saranno distinti per diventare pubblico ministero e giudice; i magistrati resteranno per l’intera carriera pubblici ministeri o giudici, senza possibilità di passare da una funzione all’altra; come si è già detto, per gli uni e per gli altri vi saranno due distinti Consigli superiori (ovviamente è prevista una normativa transitoria).
La prima obiezione: questo non rende la giustizia più rapida ed efficiente. Rispondo: ovviamente! La riforma costituzionale non ha questo obiettivo; effettivamente occorrono soldi, investimenti, assunzione di personale, costruzioni di carceri e così via per favorire l’efficienza della giustizia: ma in questo modo si parla d’altro.
Seconda obiezione: la riforma non è necessaria perché oggi meno dell’1% di magistrati cambiano funzioni (la riforma Cartabia aveva limitato i passaggi da una carriera all’altra). Se è così, perché questa veemente avversione verso la separazione delle carriere che non farebbe che formalizzare una situazione di fatto già in essere?
Ancora: la riforma «avvicina il pubblico ministero al potere esecutivo», rendendolo meno indipendente, trasformandolo in un «superpoliziotto». Ma l’articolo 104 della Costituzione ancora stabilisce che la magistratura costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere e che anche i magistrati della carriera requirente ne fanno parte; e l’articolo 107 della Costituzione, non modificato, stabilisce che il pubblico ministero gode delle garanzie stabilite nei suoi riguardi dalle norme sull’ordinamento giudiziario, resta inamovibile e non può essere dispensato o sospeso dal servizio, né destinato ad altre sedi o funzioni, se non lo decide il Consiglio superiore, composto per due terzi da magistrati che esercitano la sua stessa funzione. Sembra che si voglia attribuire alla politica intenzioni che non emergono affatto dal testo della riforma, né da altre proposte di legge ordinaria.
La riforma renderebbe la magistratura «meno libera», più esposta ai poteri esterni, meno capace di difendere i cittadini? Una magistratura che sarà «forte con i deboli e debole con i forti»? Lasciatemi dire: sono semplici slogan lanciati per la campagna referendaria. Si potrebbe polemizzare con i colleghi che li lanciano, chiedendo loro: «Se la riforma sarà approvata dal referendum, tu sei pronto a lasciarti influenzare dai poteri esterni e ad essere forte con i deboli e debole con i forti? Davvero la tua idea di magistrato è così fragile? E davvero, fino ad ora, non ti sei lasciato influenzare e hai sempre coraggiosamente difeso i cittadini?».
Andiamo alla sostanza: perché la separazione delle carriere dei pubblici ministeri e dei giudici? Nel 1999, un’altra riforma costituzionale riscrisse l’articolo 111 della Costituzione, sancendo solennemente quanto segue: «La giurisdizione si attua mediante il giusto processo. […] Ogni processo si svolge nel contraddittorio tra le parti, in condizione di parità, davanti a un giudice terzo e imparziale». Compare la figura del giudice, le cui caratteristiche intrinseche sono la terzietà e l’imparzialità. Come si fa a sostenere che il distacco delle carriere tra pubblici ministeri e giudici costituisce uno «stravolgimento dell’architettura costituzionale»? Se il pubblico ministero è «parte» – parte pubblica, ma pur sempre parte – il fatto che sia separato nella carriera da quella del giudice rende effettivo il principio dell’imparzialità, ma anche quello della parità delle parti nel processo: quella parità che il giudice civile garantisce senza problemi – ha davanti a sé due parti private, che fanno valere i loro interessi – e che, invece, rischia di essere messa in pericolo o resa più difficile da un pubblico ministero «vicino» al giudice.
Vedete, da una parte non è del tutto sincero chi nega qualsiasi problema di terzietà e imparzialità del giudice penale, sostenendo la sua assoluta autonomia di giudizio in qualunque fase del procedimento (si pensi al giudice per le indagini preliminari che deve decidere sulle richieste di misure cautelari formulate dal pubblico ministero in una fase in cui non esiste ancora il contraddittorio, o deve autorizzare le intercettazioni, o al giudice che deve decidere maxiprocessi di mafia), dall’altra è importante non solo che il giudice sia terzo e imparziale, ma che appaia tale agli occhi del cittadino che ha a che fare con lui e che è intimidito dalle accuse e dal procedimento.
Si è detto che la riforma è ispirata ai principi liberali del processo; è sicuramente così, ma, secondo me, c’è spazio anche per una riflessione cattolica. Chi è il giudice? Una volta il giudizio era affidato al re, o ai sacerdoti, o ai saggi. Nel sistema democratico attuale è affidato a funzionari pubblici selezionati con un concorso di tipo tecnico. Ma, se una volta l’accettazione delle decisioni da parte della comunità derivava dall’investitura divina o dall’autorevolezza di chi giudicava, oggi da cosa deriva? Chi mi dà – a me, piuttosto bravo nelle materie giuridiche, abbastanza fortunato nel concorso, privo di problemi psichiatrici – il potere di stabilire che una persona deve rimanere in carcere per tutta la vita, oppure di assolvere colui che tutti ritengono colpevole? Con quale potere posso stabilire la misura della pena per uno spacciatore, quando la legge fissa il minimo in sei mesi di reclusione e il massimo in venti anni di reclusione? Rosario Livatino – il «piccolo giudice» che è un modello per molti – rispondeva, innanzitutto: STD – sub tutela Dei. Ma non si fermava a questo: sottolineava l’importanza del giudice nel comune sentire sociale «come figura super partes» che non deve essere garante di nessun interesse. Un giudice che non deve «salvare» indagini, se non hanno fornito prove sufficienti, non deve tenere conto di questioni di politica criminale o, semplicemente, di politica perché a quella parte o a quell’imputato deve dare una risposta di giustizia. Per Livatino era «essenziale […] che la decisione nasca da un processo motivazionale autonomo e completo, come frutto di una propria personale elaborazione, dettata dalla meditazione del caso concreto».
Certo: la terzietà e imparzialità non garantiscono l’adozione di sentenze «giuste», ma ne costituiscono uno dei presupposti. Livatino ne indicava altri: l’ascolto della propria coscienza, la incessante libertà morale, la fedeltà ai principi, la capacità di sacrificio, la conoscenza tecnica, l’esperienza, la chiarezza e linearità delle decisioni, ma anche la moralità, la trasparenza della condotta anche fuori dall’ufficio, la normalità delle relazioni, la scelta delle amicizie, la indisponibilità a iniziative e ad affari, la rinunzia a ogni desiderio di incarichi e prebende, la credibilità.
Questo è il giudice che vuole la Costituzione; la società pretende questo giudice ed è disposta a ritenere autorevoli le sue sentenze.
La riforma lascia noi pm indipendenti. La «guerra» dell’Anm non ha senso
Premetto che fino a qualche tempo fa ero contrario alla separazione delle carriere, ma già nel novembre 2023, durante un convegno organizzato da Magistratura Indipendente a Venezia, avevo testualmente detto che era necessario fare «un esercizio di sano realismo politico». In quell’occasione avevo affermato: «Dobbiamo prendere atto della realtà: ci troviamo di fronte ad una forte maggioranza parlamentare, legittimata dal voto popolare, che ha un preciso programma politico in tema di giustizia e di magistratura».
Non dobbiamo nemmeno dimenticare l’esito del referendum di giugno 2022 sulla separazione delle carriere: affluenza del 20%: sì 74%, no 26%.
Peraltro, di fatto, vi è già una separazione delle carriere, se analizziamo il numero di cambiamenti di funzioni negli ultimi anni: ma ovviamente questa pacifica circostanza non è di per sé sufficiente a sostenere la contrarietà alla separazione delle carriere se si valuta l’assetto del nostro processo penale, così come disegnato nel corso degli anni a partire dalla riforma del 1988-1989.
Sia pure con qualche perplessità, non sono contrario alla separazione delle carriere a condizione che venga mantenuta l’autonomia e l’indipendenza del pubblico ministero.
Dobbiamo considerare che, pur con le legittime critiche che si possono fare alla riforma approvata, la stessa è indubbiamente un passo in avanti rispetto ad altri progetti di riforma di iniziativa parlamentare. Il Csm dei pm nella legge di riforma è presieduto dal presidente della Repubblica e questo indubbiamente rappresenta una garanzia sul fronte dell’autonomia e indipendenza del pubblico ministero. Personalmente non dubito dell’onestà intellettuale del ministro Carlo Nordio e delle sue continue assicurazioni su questo punto: con la riforma non vi è nessuna sottoposizione del pm all’esecutivo. Poi certo possiamo fare tutte le illazioni, ma questa è la realtà: basta leggere l’articolo 104 della Costituzione, così come riformulato.
Quanto alle criticità evidenziate, non comprendo perché la separazione delle carriere debba comportare automaticamente come conseguenza necessaria la trasformazione del pubblico ministero in un «superpoliziotto», considerato il nostro sistema processuale. Non ritengo che un pm separato dal giudice sarà necessariamente «colpevolista», ma continuerà ad applicare con coscienza la legge e potrà continuare ad indagare a 360 gradi, salvo che ci siano ulteriori interventi normativi non auspicabili.
Non è certamente questo un argomento serio da opporre alla separazione delle carriere.
D’altronde, non può non far riflettere la circostanza che il nostro ordinamento rappresenti un unicum nel panorama internazionale e vi sono numerose indicazioni anche in documenti europei sul punto (si citano sempre documenti contro la separazione delle carriere, ma vi sono documenti anche a favore).
È anche necessario precisare che non è vero, come spesso si dice, l’appiattimento dei giudici sui pm. Infatti, sono numerose le richieste dei pm non accolte.
La mia esperienza, ma non solo la mia esperienza, mi porta a dire che è il pm serio che si appiattisce sul gip serio. Mi spiego: se io pm formulo una richiesta di autorizzazione alle operazioni di intercettazione o una richiesta di misura cautelare ed il gip la respinge per mancanza dei presupposti della gravità indiziaria, sarò io pm che nelle successive richieste cercherò di adeguarmi allo standard probatorio richiesto dal giudice, se non voglio vedere rigettate le mie richieste.
Sappiamo benissimo che viviamo in un momento storico nel quale la magistratura e in genere il sistema giustizia non godono della fiducia dei cittadini e quindi la politica è in una posizione di vantaggio rispetto alla magistratura.
In questa situazione non aveva alcun senso andare alla «guerra»: non ho assolutamente condiviso la posizione dell’Associazione nazionale magistrati di totale contrapposizione e di rifiuto di ogni dialogo di fronte alle proposte di riforma (trattasi di una strategia «suicida»).
Era necessario confrontarsi, provare a negoziare e ritengo che ci fossero i presupposti anche per ottenere modifiche alle proposte di riforma, anche sulla base di alcune differenziazioni presenti nelle forze politiche di maggioranza e sulla disponibilità che parte della politica aveva manifestato.
Mi limito a qualche esempio.
Era possibile provare a confrontarsi sul mantenimento di un unico Csm diviso in due sezioni distinte per i magistrati giudicanti e per i pubblici ministeri, prevedendo per alcune materie un Plenum unitario specie sui problemi organizzativi che non possono essere affrontati separatamente senza momenti e/o sedi unitarie di confronto e di decisione.
Era possibile cercare di ottenere il passaggio da una forma di sorteggio secco ad una forma di sorteggio temperato che avrebbe consentito di mantenere una facoltà di scelta da parte del singolo magistrato nei confronti dei candidati sorteggiati, riducendo il potere delle correnti, ma consentendo di mantenere la rappresentatività.
Anche sul sorteggio anni fa avevo delle perplessità, ma gli avvenimenti degli ultimi anni mi hanno fatto cambiare idea.
Peraltro, sostenere che con il sorteggio possano divenire componenti del Csm soggetti non idonei mi sembra «offensivo» per la categoria dei magistrati: indubbiamente, in sede di attuazione, andranno stabiliti dei requisiti per essere inclusi nell’elenco dei sorteggiandi (per esempio aver superato una determinata valutazione di professionalità, non aver riportato condanne disciplinari ecc.).
Credo sia necessario, in sede di attuazione della riforma, prevedere la medesima procedura per l’individuazione dei componenti togati e laici dei due nuovi Csm per una questione di par condicio e per evitare, quindi, una diversa legittimazione degli stessi.
Era possibile negoziare, ad esempio, anche sul fronte dell’Alta Corte disciplinare, chiedendo che venisse estesa a tutte le magistrature, come era nelle intenzioni iniziali di chi per primo fece quella proposta: l’attuale intervento non può, pertanto, non apparire guidato da un intento punitivo nei confronti dei soli magistrati ordinari.
Si poteva chiedere anche di intervenire sul numero di componenti togati ed evidenziare l’importanza di una presenza nel collegio disciplinare non solo di magistrati di legittimità, ma anche di magistrati di merito. Ma ciò non è stato fatto.
Rimane, peraltro, anche la contraddizione di un sistema disciplinare nel quale, a fronte della separazione delle carriere, il procuratore generale presso la Corte di Cassazione si troverà a dover esercitare l’azione disciplinare nei confronti dei giudici.
Potevano e dovevano essere formulate altre proposte, invece si è scelta la strada di una frontale contrapposizione accompagnata, peraltro, da manifestazioni di protesta che personalmente non ho condiviso. L’iniziativa di rifiutarsi di ascoltare, in sede di inaugurazione dell’anno giudiziario, il ministro della Giustizia o i suoi rappresentanti non credo sia stata una buona idea: cosa avremmo detto noi magistrati se di fronte a presidenti di Corti di Appello o a procuratori generali che legittimamente nei loro interventi hanno avanzato argomentate critiche tecniche alla riforma, i parlamentari o gli esponenti governativi presenti si fossero alzati per non ascoltarli? Ho letto che in un distretto addirittura i magistrati si sono alzati quando è intervenuto il rappresentante del Consiglio superiore. Ascoltare non è mai un esercizio inutile: il confronto è sempre preferibile al rifiuto del dialogo.
Alzare lo scontro in vista della battaglia referendaria non credo sia stata e sia una buona strategia: dobbiamo essere consapevoli che la politica ha strumenti di comunicazione che i magistrati non hanno e che, quindi, il referendum rischia di fatto di avere a oggetto non le questioni tecniche al centro della riforma, ma una semplice domanda: avete fiducia o no nella situazione attuale della giustizia? È facile prevedere la risposta e sappiamo tutti che molte sono le cause di questa sfiducia, alcune imputabili alla politica, ma altre imputabili a noi magistrati (corrisponde a verità l’espressione che «i peggiori nemici dei magistrati sono alcuni magistrati»).
Dobbiamo, però, essere consapevoli che siamo in presenza di una riforma dell’ordinamento giudiziario e della magistratura piuttosto che della giustizia e tutti dovremmo avere l’onestà intellettuale di riconoscere che questa riforma non risolverà certamente i problemi della giustizia italiana (ad esempio, eccessiva domanda di giustizia, durata dei processi ecc.) che necessitano di altri interventi.
Credo che ora sarà importante, in caso di conferma referendaria, «trattare» in sede di leggi di attuazione per cercare di rimediare, nei limiti del possibile, ad alcune criticità che possono essere risolte in quella sede.
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«Per noi anzi può essere una purificazione», spiega il presidente di sezione della Corte di Cassazione. E il capo della Procura di Padova, Antonello Racanelli, invita i colleghi a non far guerra alla politica: «Maggioranza legittimata dal voto, sì alla separazione delle carriere».Lo speciale contiene due articoliNon temo la riforma costituzionale e voterò sì al referendum. E lo farò perché mi stanno a cuore la funzione del giudice, la sua autorevolezza nella società e le persone che vengono da lui giudicate.La riforma riguarda tre ambiti: la separazione delle carriere dei pubblici ministeri e dei giudici (e, di conseguenza, la scissione del Consiglio superiore della magistratura in due Consigli, uno per i giudici e l’altro per i pubblici ministeri), la creazione di una Alta Corte deputata a giudicare sulle sanzioni disciplinari richieste nei confronti dei magistrati, giudicanti e requirenti, e, infine, la formazione dei Consigli superiori non più su base elettiva, ma mediante sorteggio, sia dei magistrati (che mantengono la maggioranza dei due terzi), sia dei componenti indicati dal Parlamento. Prima di affrontare il tema della separazione delle carriere, mi soffermo sul sorteggio dei componenti dei Consigli superiori. Un fatto «tecnico»? Non è affatto così. L’Associazione nazionale magistrati sostiene che la riforma svuoterebbe la rappresentanza democratica, alterando gli equilibri in favore della componente politica: ma non fa alcun cenno al «caso Palamara». Quel «caso», che ha portato alla radiazione del dottor Palamara – che era stato presidente dell’Anm e componente del Consiglio superiore della magistratura – dimostrava che i trasferimenti, le promozioni, le nomine importanti dei magistrati erano gestiti dalle correnti, con scambi di favori, segnalazioni, raccomandazioni, interventi di estranei, pressioni: un «controsistema» che si opponeva alle leggi, ai regolamenti, ai criteri che il Consiglio avrebbe dovuto applicare e che proseguiva da anni. Le correnti dell’Anm, dietro al ruolo di elaborazione culturale che si sono attribuite – «i diversi modi di intendere la giurisdizione» – nascondevano contatti, traffici, accordi: l’elezione dei componenti togati al Csm permetteva di realizzare questo sistema alternativo. È stato davvero uno «scandalo»: per i cittadini, che hanno scoperto che coloro che dovrebbero essere «soggetti soltanto alla legge» (articolo 101 della Costituzione) non lo erano affatto e, se necessario, la violavano ripetutamente; ma anche per la magistratura intera, che deve chiedersi – meglio: avrebbe dovuto chiedersi – quale credibilità e autorevolezza ha una categoria che punisce o dà torto ai cittadini «in nome della legge» e, contestualmente, si rende protagonista di patenti violazioni di legge. Ecco che la riforma costituzionale, sganciando i componenti togati dal sistema delle correnti con il sorteggio, compie un’opera di «purificazione» della magistratura: intervento – ovviamente – frutto di una volontà politica, ma anche inevitabile. Se il referendum confermerà la riforma, questa novità sarà, negli anni, vantaggiosa per gli stessi magistrati. Poche parole sull’Alta Corte nata per giudicare le contestazioni disciplinari mosse nei confronti dei magistrati: se ciò che conta davvero è che il magistrato «accusato» abbia la garanzia di avere davanti a sé un giudice autorevole e imparziale, la composizione dell’Alta Corte questa garanzia la fornisce appieno. Certo: non ci saranno magistrati componenti del Csm su cui, in qualche modo, fare affidamento; esattamente come avviene per qualunque accusato o imputato. Veniamo alla separazione delle carriere: in forza della riforma costituzionale, i concorsi per magistratura saranno distinti per diventare pubblico ministero e giudice; i magistrati resteranno per l’intera carriera pubblici ministeri o giudici, senza possibilità di passare da una funzione all’altra; come si è già detto, per gli uni e per gli altri vi saranno due distinti Consigli superiori (ovviamente è prevista una normativa transitoria). La prima obiezione: questo non rende la giustizia più rapida ed efficiente. Rispondo: ovviamente! La riforma costituzionale non ha questo obiettivo; effettivamente occorrono soldi, investimenti, assunzione di personale, costruzioni di carceri e così via per favorire l’efficienza della giustizia: ma in questo modo si parla d’altro. Seconda obiezione: la riforma non è necessaria perché oggi meno dell’1% di magistrati cambiano funzioni (la riforma Cartabia aveva limitato i passaggi da una carriera all’altra). Se è così, perché questa veemente avversione verso la separazione delle carriere che non farebbe che formalizzare una situazione di fatto già in essere?Ancora: la riforma «avvicina il pubblico ministero al potere esecutivo», rendendolo meno indipendente, trasformandolo in un «superpoliziotto». Ma l’articolo 104 della Costituzione ancora stabilisce che la magistratura costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere e che anche i magistrati della carriera requirente ne fanno parte; e l’articolo 107 della Costituzione, non modificato, stabilisce che il pubblico ministero gode delle garanzie stabilite nei suoi riguardi dalle norme sull’ordinamento giudiziario, resta inamovibile e non può essere dispensato o sospeso dal servizio, né destinato ad altre sedi o funzioni, se non lo decide il Consiglio superiore, composto per due terzi da magistrati che esercitano la sua stessa funzione. Sembra che si voglia attribuire alla politica intenzioni che non emergono affatto dal testo della riforma, né da altre proposte di legge ordinaria. La riforma renderebbe la magistratura «meno libera», più esposta ai poteri esterni, meno capace di difendere i cittadini? Una magistratura che sarà «forte con i deboli e debole con i forti»? Lasciatemi dire: sono semplici slogan lanciati per la campagna referendaria. Si potrebbe polemizzare con i colleghi che li lanciano, chiedendo loro: «Se la riforma sarà approvata dal referendum, tu sei pronto a lasciarti influenzare dai poteri esterni e ad essere forte con i deboli e debole con i forti? Davvero la tua idea di magistrato è così fragile? E davvero, fino ad ora, non ti sei lasciato influenzare e hai sempre coraggiosamente difeso i cittadini?».Andiamo alla sostanza: perché la separazione delle carriere dei pubblici ministeri e dei giudici? Nel 1999, un’altra riforma costituzionale riscrisse l’articolo 111 della Costituzione, sancendo solennemente quanto segue: «La giurisdizione si attua mediante il giusto processo. […] Ogni processo si svolge nel contraddittorio tra le parti, in condizione di parità, davanti a un giudice terzo e imparziale». Compare la figura del giudice, le cui caratteristiche intrinseche sono la terzietà e l’imparzialità. Come si fa a sostenere che il distacco delle carriere tra pubblici ministeri e giudici costituisce uno «stravolgimento dell’architettura costituzionale»? Se il pubblico ministero è «parte» – parte pubblica, ma pur sempre parte – il fatto che sia separato nella carriera da quella del giudice rende effettivo il principio dell’imparzialità, ma anche quello della parità delle parti nel processo: quella parità che il giudice civile garantisce senza problemi – ha davanti a sé due parti private, che fanno valere i loro interessi – e che, invece, rischia di essere messa in pericolo o resa più difficile da un pubblico ministero «vicino» al giudice. Vedete, da una parte non è del tutto sincero chi nega qualsiasi problema di terzietà e imparzialità del giudice penale, sostenendo la sua assoluta autonomia di giudizio in qualunque fase del procedimento (si pensi al giudice per le indagini preliminari che deve decidere sulle richieste di misure cautelari formulate dal pubblico ministero in una fase in cui non esiste ancora il contraddittorio, o deve autorizzare le intercettazioni, o al giudice che deve decidere maxiprocessi di mafia), dall’altra è importante non solo che il giudice sia terzo e imparziale, ma che appaia tale agli occhi del cittadino che ha a che fare con lui e che è intimidito dalle accuse e dal procedimento. Si è detto che la riforma è ispirata ai principi liberali del processo; è sicuramente così, ma, secondo me, c’è spazio anche per una riflessione cattolica. Chi è il giudice? Una volta il giudizio era affidato al re, o ai sacerdoti, o ai saggi. Nel sistema democratico attuale è affidato a funzionari pubblici selezionati con un concorso di tipo tecnico. Ma, se una volta l’accettazione delle decisioni da parte della comunità derivava dall’investitura divina o dall’autorevolezza di chi giudicava, oggi da cosa deriva? Chi mi dà – a me, piuttosto bravo nelle materie giuridiche, abbastanza fortunato nel concorso, privo di problemi psichiatrici – il potere di stabilire che una persona deve rimanere in carcere per tutta la vita, oppure di assolvere colui che tutti ritengono colpevole? Con quale potere posso stabilire la misura della pena per uno spacciatore, quando la legge fissa il minimo in sei mesi di reclusione e il massimo in venti anni di reclusione? Rosario Livatino – il «piccolo giudice» che è un modello per molti – rispondeva, innanzitutto: STD – sub tutela Dei. Ma non si fermava a questo: sottolineava l’importanza del giudice nel comune sentire sociale «come figura super partes» che non deve essere garante di nessun interesse. Un giudice che non deve «salvare» indagini, se non hanno fornito prove sufficienti, non deve tenere conto di questioni di politica criminale o, semplicemente, di politica perché a quella parte o a quell’imputato deve dare una risposta di giustizia. Per Livatino era «essenziale […] che la decisione nasca da un processo motivazionale autonomo e completo, come frutto di una propria personale elaborazione, dettata dalla meditazione del caso concreto». Certo: la terzietà e imparzialità non garantiscono l’adozione di sentenze «giuste», ma ne costituiscono uno dei presupposti. Livatino ne indicava altri: l’ascolto della propria coscienza, la incessante libertà morale, la fedeltà ai principi, la capacità di sacrificio, la conoscenza tecnica, l’esperienza, la chiarezza e linearità delle decisioni, ma anche la moralità, la trasparenza della condotta anche fuori dall’ufficio, la normalità delle relazioni, la scelta delle amicizie, la indisponibilità a iniziative e ad affari, la rinunzia a ogni desiderio di incarichi e prebende, la credibilità.Questo è il giudice che vuole la Costituzione; la società pretende questo giudice ed è disposta a ritenere autorevoli le sue sentenze.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/riforma-giustizia-separazione-carriere-governo-2674290284.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-riforma-lascia-noi-pm-indipendenti-la-guerra-dellanm-non-ha-senso" data-post-id="2674290284" data-published-at="1762990667" data-use-pagination="False"> La riforma lascia noi pm indipendenti. La «guerra» dell’Anm non ha senso Premetto che fino a qualche tempo fa ero contrario alla separazione delle carriere, ma già nel novembre 2023, durante un convegno organizzato da Magistratura Indipendente a Venezia, avevo testualmente detto che era necessario fare «un esercizio di sano realismo politico». In quell’occasione avevo affermato: «Dobbiamo prendere atto della realtà: ci troviamo di fronte ad una forte maggioranza parlamentare, legittimata dal voto popolare, che ha un preciso programma politico in tema di giustizia e di magistratura».Non dobbiamo nemmeno dimenticare l’esito del referendum di giugno 2022 sulla separazione delle carriere: affluenza del 20%: sì 74%, no 26%.Peraltro, di fatto, vi è già una separazione delle carriere, se analizziamo il numero di cambiamenti di funzioni negli ultimi anni: ma ovviamente questa pacifica circostanza non è di per sé sufficiente a sostenere la contrarietà alla separazione delle carriere se si valuta l’assetto del nostro processo penale, così come disegnato nel corso degli anni a partire dalla riforma del 1988-1989.Sia pure con qualche perplessità, non sono contrario alla separazione delle carriere a condizione che venga mantenuta l’autonomia e l’indipendenza del pubblico ministero.Dobbiamo considerare che, pur con le legittime critiche che si possono fare alla riforma approvata, la stessa è indubbiamente un passo in avanti rispetto ad altri progetti di riforma di iniziativa parlamentare. Il Csm dei pm nella legge di riforma è presieduto dal presidente della Repubblica e questo indubbiamente rappresenta una garanzia sul fronte dell’autonomia e indipendenza del pubblico ministero. Personalmente non dubito dell’onestà intellettuale del ministro Carlo Nordio e delle sue continue assicurazioni su questo punto: con la riforma non vi è nessuna sottoposizione del pm all’esecutivo. Poi certo possiamo fare tutte le illazioni, ma questa è la realtà: basta leggere l’articolo 104 della Costituzione, così come riformulato.Quanto alle criticità evidenziate, non comprendo perché la separazione delle carriere debba comportare automaticamente come conseguenza necessaria la trasformazione del pubblico ministero in un «superpoliziotto», considerato il nostro sistema processuale. Non ritengo che un pm separato dal giudice sarà necessariamente «colpevolista», ma continuerà ad applicare con coscienza la legge e potrà continuare ad indagare a 360 gradi, salvo che ci siano ulteriori interventi normativi non auspicabili.Non è certamente questo un argomento serio da opporre alla separazione delle carriere.D’altronde, non può non far riflettere la circostanza che il nostro ordinamento rappresenti un unicum nel panorama internazionale e vi sono numerose indicazioni anche in documenti europei sul punto (si citano sempre documenti contro la separazione delle carriere, ma vi sono documenti anche a favore).È anche necessario precisare che non è vero, come spesso si dice, l’appiattimento dei giudici sui pm. Infatti, sono numerose le richieste dei pm non accolte.La mia esperienza, ma non solo la mia esperienza, mi porta a dire che è il pm serio che si appiattisce sul gip serio. Mi spiego: se io pm formulo una richiesta di autorizzazione alle operazioni di intercettazione o una richiesta di misura cautelare ed il gip la respinge per mancanza dei presupposti della gravità indiziaria, sarò io pm che nelle successive richieste cercherò di adeguarmi allo standard probatorio richiesto dal giudice, se non voglio vedere rigettate le mie richieste.Sappiamo benissimo che viviamo in un momento storico nel quale la magistratura e in genere il sistema giustizia non godono della fiducia dei cittadini e quindi la politica è in una posizione di vantaggio rispetto alla magistratura.In questa situazione non aveva alcun senso andare alla «guerra»: non ho assolutamente condiviso la posizione dell’Associazione nazionale magistrati di totale contrapposizione e di rifiuto di ogni dialogo di fronte alle proposte di riforma (trattasi di una strategia «suicida»).Era necessario confrontarsi, provare a negoziare e ritengo che ci fossero i presupposti anche per ottenere modifiche alle proposte di riforma, anche sulla base di alcune differenziazioni presenti nelle forze politiche di maggioranza e sulla disponibilità che parte della politica aveva manifestato.Mi limito a qualche esempio.Era possibile provare a confrontarsi sul mantenimento di un unico Csm diviso in due sezioni distinte per i magistrati giudicanti e per i pubblici ministeri, prevedendo per alcune materie un Plenum unitario specie sui problemi organizzativi che non possono essere affrontati separatamente senza momenti e/o sedi unitarie di confronto e di decisione.Era possibile cercare di ottenere il passaggio da una forma di sorteggio secco ad una forma di sorteggio temperato che avrebbe consentito di mantenere una facoltà di scelta da parte del singolo magistrato nei confronti dei candidati sorteggiati, riducendo il potere delle correnti, ma consentendo di mantenere la rappresentatività.Anche sul sorteggio anni fa avevo delle perplessità, ma gli avvenimenti degli ultimi anni mi hanno fatto cambiare idea.Peraltro, sostenere che con il sorteggio possano divenire componenti del Csm soggetti non idonei mi sembra «offensivo» per la categoria dei magistrati: indubbiamente, in sede di attuazione, andranno stabiliti dei requisiti per essere inclusi nell’elenco dei sorteggiandi (per esempio aver superato una determinata valutazione di professionalità, non aver riportato condanne disciplinari ecc.).Credo sia necessario, in sede di attuazione della riforma, prevedere la medesima procedura per l’individuazione dei componenti togati e laici dei due nuovi Csm per una questione di par condicio e per evitare, quindi, una diversa legittimazione degli stessi.Era possibile negoziare, ad esempio, anche sul fronte dell’Alta Corte disciplinare, chiedendo che venisse estesa a tutte le magistrature, come era nelle intenzioni iniziali di chi per primo fece quella proposta: l’attuale intervento non può, pertanto, non apparire guidato da un intento punitivo nei confronti dei soli magistrati ordinari.Si poteva chiedere anche di intervenire sul numero di componenti togati ed evidenziare l’importanza di una presenza nel collegio disciplinare non solo di magistrati di legittimità, ma anche di magistrati di merito. Ma ciò non è stato fatto.Rimane, peraltro, anche la contraddizione di un sistema disciplinare nel quale, a fronte della separazione delle carriere, il procuratore generale presso la Corte di Cassazione si troverà a dover esercitare l’azione disciplinare nei confronti dei giudici.Potevano e dovevano essere formulate altre proposte, invece si è scelta la strada di una frontale contrapposizione accompagnata, peraltro, da manifestazioni di protesta che personalmente non ho condiviso. L’iniziativa di rifiutarsi di ascoltare, in sede di inaugurazione dell’anno giudiziario, il ministro della Giustizia o i suoi rappresentanti non credo sia stata una buona idea: cosa avremmo detto noi magistrati se di fronte a presidenti di Corti di Appello o a procuratori generali che legittimamente nei loro interventi hanno avanzato argomentate critiche tecniche alla riforma, i parlamentari o gli esponenti governativi presenti si fossero alzati per non ascoltarli? Ho letto che in un distretto addirittura i magistrati si sono alzati quando è intervenuto il rappresentante del Consiglio superiore. Ascoltare non è mai un esercizio inutile: il confronto è sempre preferibile al rifiuto del dialogo.Alzare lo scontro in vista della battaglia referendaria non credo sia stata e sia una buona strategia: dobbiamo essere consapevoli che la politica ha strumenti di comunicazione che i magistrati non hanno e che, quindi, il referendum rischia di fatto di avere a oggetto non le questioni tecniche al centro della riforma, ma una semplice domanda: avete fiducia o no nella situazione attuale della giustizia? È facile prevedere la risposta e sappiamo tutti che molte sono le cause di questa sfiducia, alcune imputabili alla politica, ma altre imputabili a noi magistrati (corrisponde a verità l’espressione che «i peggiori nemici dei magistrati sono alcuni magistrati»).Dobbiamo, però, essere consapevoli che siamo in presenza di una riforma dell’ordinamento giudiziario e della magistratura piuttosto che della giustizia e tutti dovremmo avere l’onestà intellettuale di riconoscere che questa riforma non risolverà certamente i problemi della giustizia italiana (ad esempio, eccessiva domanda di giustizia, durata dei processi ecc.) che necessitano di altri interventi.Credo che ora sarà importante, in caso di conferma referendaria, «trattare» in sede di leggi di attuazione per cercare di rimediare, nei limiti del possibile, ad alcune criticità che possono essere risolte in quella sede.
Kuldīga, Lettonia: la maestosa Ventas Rumba, cascata più larga d’Europa (iStock)
Viaggiare nell’Europa di mezzo non significa cercare l’inedito a tutti i costi, né inseguire un’idea romantica di autenticità. Significa piuttosto spostarsi fuori dall’asse principale del racconto europeo, quello che passa invariabilmente dalle capitali, dai grandi musei, dai quartieri “rigenerati” e dalle stesse strade percorse milioni di volte.
L’Europa di mezzo è fatta di città intermedie, regioni laterali, territori che non sono mai diventati simbolo e che proprio per questo conservano una densità reale. Qui il viaggio non è una sequenza di tappe iconiche, ma una permanenza.
Le capitali europee sono ormai luoghi altamente leggibili: offrono percorsi chiari, estetiche riconoscibili, esperienze standardizzate. L’Europa di mezzo, invece, non fornisce istruzioni. Non si presenta. Non semplifica. Chiede tempo, attenzione, una certa disponibilità a non capire tutto subito. Ed è spesso in questa frizione che il viaggio acquista spessore.
Germania centrale: Sassonia e Turingia, oltre Berlino
Chi attraversa la Germania fermandosi solo a Berlino conosce una Germania parziale. Spostandosi verso sud, la scena cambia.
Lipsia (Leipzig) è una città che non ha mai avuto bisogno di reinventarsi come “nuova Berlino”, nonostante i paragoni. È un centro universitario, musicale, industriale, cresciuto per sedimentazione. I quartieri di Plagwitz e Lindenau raccontano una riconversione lenta: ex fabbriche, canali, spazi culturali non patinati. Qui il viaggio è fatto di passeggiate senza obiettivo, mercati rionali, tram presi per attraversare la città senza scopo preciso.
Lipsia non ha un centro monumentale dominante: la sua forza sta nella continuità urbana. Si entra nei caffè frequentati da studenti e famiglie, si osserva una quotidianità che non è stata compressa per il visitatore.
Dove dormire:
- Hotel Fürstenhof Leipzig, classico, affidabile, senza estetismi
- NH Leipzig Zentrum, centrale e dalla sobria eleganza
Dove mangiare:
- Auerbachs Keller, storico ma ancora vissuto; da provare il cinghiale con i funghi e il kartoffelknödel (knödel tedesco a base di patate)
- Zill’s Tunnel, cucina sassone senza concessioni. Ci si viene soprattutto per gustare il Würzfleisch, piatto tradizionale della Germania dell’Est (è un arrosto con salsa di rafano)
Lipsia, il mercato e il vecchio municipio (iStock)
A poco più di un’ora, Weimar è l’opposto: compatta, borghese, misurata. Il suo peso culturale è enorme, ma non invadente.
Una volta visitati pochi luoghi chiave, la vera esperienza inizia fuori dal centro. La Turingia è una regione di foreste, strade secondarie, villaggi dove il turismo non ha cambiato il ritmo della vita.
Dove dormire:
- Hotel Schillerhof, moderno e a pochi passi dalle zone d’interesse. Ottima la colazione.
- Boutique-Hotel Amalienhof: villa a poca distanza dalla casa di Goethe. Per chi ama le atmosfere tranquille
Dove mangiare:
- Benediktiner Wirtshaus im joHanns Hof: per un ottimo stinco di maiale
- Zum Schwarzen Bären: ristorante d’atmosfera dove provare la zuppa di carote e zenzero
Moravia e Repubblica Ceca interna: tra Praga e Vienna
La Moravia è una delle regioni meno raccontate d’Europa. Colline morbide, vigneti, cittadine funzionali, mai spettacolari. È un territorio che non si presta a un consumo rapido.
Brno è il suo centro principale: universitaria, concreta, meno estetizzata di Praga, ma più stabile. Qui si vive: mercati, biblioteche, caffè frequentati da residenti. Il modernismo architettonico convive con una quotidianità sobria.
Dove dormire:
- Hotel Grandezza, centrale e solido.
- Grandhotel Brno: nel cuore del centro storico, è dotato di un ottimo ristorante
Dove mangiare:
- Pavillon Steak House, citato tra i 10 migliori ristoranti della Repubblica Ceca
- Lokál U Caipla: costine alla birra ed entrecote i piatti forti.
Poco distante, Mikulov è una cittadina piccola, ordinata, quasi sospesa. Si visita in poche ore, ma restituisce una percezione chiara della scala dell’Europa interna: tutto è vicino, tutto è misurato.
La città di Brno in Repubblica Ceca (iStock)
Slovacchia occidentale: fermarsi per capire
La Slovacchia è spesso solo una zona di passaggio. Fermarsi cambia la prospettiva.
Trnava è pulita, ordinata, priva di attrazioni iconiche. Proprio per questo, restituisce una sensazione rara: quella di una città che non deve dimostrare nulla. Le giornate scorrono secondo ritmi locali, non turistici.
Dove dormire:
- Hotel Holiday Inn Trnava, funzionale.
- London Boutique hotel & Restaurant: ottimo rapporto qualità-prezzo
Dove mangiare:
- Thalmeiner, cucina mitteleuropea tradizionale
- Forky's Trnava, bistrot vegano in cui ordinare zuppe, wrap e piatti orientali
Trnava, Slovacchia (iStock)
Transilvania: stratificazioni reali, non folklore
La Transilvania è spesso ridotta a cliché. In realtà è una regione complessa, segnata da convivenze storiche tra comunità diverse.
Sibiu è elegante, ordinata, sobria. Il centro storico è compatto, ma la vera esperienza è nel rapporto con la regione circostante.
Brașov è più turistica, ma basta uscire di pochi chilometri per entrare in villaggi dove il tempo non è stato adattato allo sguardo esterno.
Dove dormire:
- Casa Luxemburg, Sibiu: si chiama così perché un tempo sede del Consolato del Granducato del Lussemburgo
- Hotel Bella Muzica, Brasov: edificio del XVI secolo, ha un ristorante che offre piatti messicani, ungheresi e rumeni
Dove mangiare:
- Kulinarium, Sibiu: ottima la ciorbă, minestra turca a base di lenticchie rosse e spezie
- La Ceaun: qui è d’obbligo la zuppa di fagioli e prosciutto
Il centro storico di Brașov in Transilvania (iStock)
Baltico interno: l’Europa del silenzio
Oltre le capitali baltiche esiste un interno fatto di laghi, foreste, città universitarie.
Tartu (Estonia) è colta, discreta, priva di spettacolarizzazione. Kuldīga (Lettonia) sembra ferma nel tempo, con una delle cascate più larghe d’Europa che non viene mai trasformata in attrazione.
Dove dormire:
- Hotel Lydia, Tartu: camere ben arredate ed eccellente ristorante interno
- Virkas Muiža, Kuldīga: circondato dalla vale del fiume Venta, ha stanze tutte diverse l’una dall’altra
Dove mangiare:
- Joyce, Tartu: filetto d’anatra con couscous perlato in un locale d’atmosfera
- Goldingen Room, in parte italiano, in parte locale. Da provare la zuppa di cervo
Perché l’Europa di mezzo conta
Perché non costruisce un’esperienza su misura. Non promette trasformazioni, non cerca consenso, non mette il viaggiatore al centro. Chiede solo di essere attraversata con attenzione.
Ed è spesso lì, fuori dalle capitali, che il viaggio smette di essere consumo e torna a essere una pratica di osservazione: lenta, concreta, profondamente europea.
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L’Europa si divide, si spezzetta si dissolve tutte le volte in cui tende a staccarsi da questo principio. E non soltanto si divide, si spezzetta e si dissolve, ma perde la propria civiltà, ritorna alla barbarie. Infatti, la civiltà europea è spirituale, cristiana, nella sua origine, nel suo sviluppo, nel suo genio. Anche di più, grazie al cristianesimo e attraverso il cristianesimo, è universale: è la sola civiltà universale» (Gonzague de Reynold). Riassunto in parole povere, l’Europa o è cristiana o non è. In realtà questa affermazione si estende a tutte le nazioni cristiane, dalle Americhe all’Australia, quindi il riassunto è: tutto l’Occidente cristiano o è cristiano o si dissolve come civiltà. L’unica via di uscita al nostro suicidio è ricristianizzare l’Occidente.
Il suicidio dell’Occidente è cominciato con l’illuminismo, il primo atto della scristianizzazione. Una volta creato un vuoto, una volta cacciato Cristo dalla storia, la storia si riempie di altro, per esempio il comunismo sovietico e il nazismo tedesco. Nel saggio Novecento. Il secolo del male (Lindau), Alain Besançon li definisce «gemelli eterozigoti». Il ’68 nasce dalla scristianizzazione e scristianizza ulteriormente, riempiendo il vuoto con la promiscuità sessuale, le aggressioni alla famiglia, il diritto all’assassinio del bimbo in stadio prenatale, la rivolta permanente. L’esoterismo riempie il vuoto, insieme alla psicologia, spesso associati. L’esoterismo è la versione colta della superstizione, la riedizione dell’eresia gnostica, a cominciare dal New Age. A sostituire il cristianesimo sia culturalmente che demograficamente ora abbiamo l’islam. I file Epstein stanno sconvolgendo il mondo, anzi, peggio, non lo stanno sconvolgendo, non sta succedendo nemmeno l’1% di quello che dovrebbe succedere, tanto più che sono stati desecretati solo i file meno sconvolgenti. Il mondo scopre che i signori del mondo sono criminali della peggior specie e anche troppo idioti da capire che se sei uno dei signori del mondo non devi metterti in condizione di essere ricattabile. Possiamo parlare serenamente di Satana? Satana ha preso il posto lasciato vuoto dalla scristianizzazione. Cosa sono i file Epstein se non qualcosa di satanico, quell’ufficiale darsi a Satana cominciato dall’illuminista Marchese di Sade, che aveva affermato che, una volta tolto Dio, l’etica non ha più senso. Quindi dobbiamo cristianizzare, unica strada per la salvezza del mondo, per la salvezza di un possibile futuro e soprattutto per la salvezza delle nostre anime, che esisteranno ancora anche quando l’universo sarà finito.
Per questo è così importante il film Sacro Cuore ed è così importante che venga anche in Italia. Sacro Cuore è un documentario che non si guarda soltanto: si attraversa, come si attraversa una terra ignota e amichevole. Guardare il film è un viaggio potente, poetico e coraggioso nel mistero più profondo della fede cristiana, capace di scuotere anche i cuori più distanti e di riaccendere la fiamma sopita di chi aveva smesso di credere. Firmato da un gruppo di cineasti giovani ma ispirati, Sacro Cuore esplora il simbolismo millenario del Cuore di Gesù come sorgente d’amore, di riparazione e di misericordia. Il film getta uno sguardo profondo sulla nostra sete di senso, di perdono, di appartenenza. Ogni testimonianza è un frammento di luce che ferisce la superficie dell’indifferenza contemporanea. Il cammino di Sacro Cuore non è stato facile. In Francia, Paese di straordinaria tradizione cattolica ma anche di un cosiddetto laicismo rigidissimo con il cristianesimo e acquiescente con l’islam, il documentario ha incontrato un muro di silenzio e un vero e proprio boicottaggio. Diverse sale hanno ritirato la programmazione a pochi giorni dall’uscita, alcuni media si sono rifiutati di parlarne, e i canali televisivi pubblici hanno chiuso le porte a qualsiasi forma di promozione. Il film evidentemente fa paura: troppo esplicito nel suo messaggio spirituale, troppo lontano da un certo conformismo culturale. Ma il pubblico, ancora una volta, ha smentito i pregiudizi.
La storia comincia nel XVII secolo. Fu una donna, umile e nascosta, a ricevere la chiamata a rivelare questo abisso d’amore: Santa Margherita Maria Alacoque, suora visitandina di Paray-le-Monial. Nelle sue visioni, essa vide il Cuore di Gesù, fiammeggiante e coronato di spine, che le parlò con voce ardente di misericordia e dolore. Le chiese di diffondere la devozione al suo Cuore, sorgente di grazia e rifugio per i peccatori, ferito dall’indifferenza dei cuori umani. Da allora, ogni primo venerdì del mese divenne un’offerta di riparazione, ogni giovedì sera un’ora santa di adorazione e consolazione. I gesuiti raccolsero il suo messaggio e lo portarono nel mondo, e San Giovanni Bosco lo trasformò in fiamma viva tra i giovani. Il Sacro Cuore è simbolo dell’amore di Dio per l’umanità, un amore che non castiga ma chiama.
Il passaparola è esploso, le proiezioni indipendenti si sono moltiplicate, e quello che doveva essere un piccolo film «di nicchia» è diventato un caso nazionale. Secondo i produttori, Sacro Cuore avrebbe già raggiunto un pubblico di centinaia di migliaia di spettatori, numeri sorprendenti per un documentario a tema religioso. Il dato più straordinario, e forse il più difficile da raccontare con fredde statistiche, è l’impatto trasformativo del film. Non pochi sacerdoti, religiosi e laici testimoniano di conversioni reali, di vite cambiate. Si parla di oltre 1.500 persone che si sono riavvicinate alla fede solo nelle prime settimane d’uscita, e secondo alcune fonti interne alla distribuzione oltre 3.000 spettatori hanno intrapreso un cammino concreto di riscoperta del cristianesimo dopo aver visto il documentario. La forza di Sacro Cuore sta proprio qui: nell’incontro tra arte e grazia. La regia utilizza immagini di un’estetica quasi mistica, giochi di luce, paesaggi naturali, volti che si aprono alla preghiera, accompagnate da una colonna sonora che accarezza e innalza. È un film che non impone, ma invita; non predica, ma testimonia. Un cinema che pretende di essere esperienza e non propaganda. In un tempo in cui l’industria tenta di seppellire ogni traccia di trascendenza, Sacro Cuore osa pronunciare l’inaudito: che l’uomo non può vivere senza amore, e che l’Amore, quello vero, totale, redentore, ha un volto, un cuore pulsante che batte ancora per noi. Boicottato, sì, ma anche benedetto da un fervore popolare che nessuno aveva previsto. Sacro Cuore resta una prova vivente che la bellezza, quando è sincera e piena di verità, non si può silenziare: trova sempre la strada per farsi ascoltare. E il cuore, quando è toccato, sa riconoscere la verità anche in mezzo al rumore del mondo.
Un film, dunque, non solo bello, ma necessario. Per non perderlo occorre chiedere che sia trasmesso anche nella propria città. Occorre compilare il forum su www.sacrocuorefilm.it, oppure scrivere a info@dominusproduction.com, perché il produttore italiano, Dominus Production, sappia dove organizzare le proiezioni. Per cominciare a riempire il vuoto. E, ancora più importante, poi finiamo di riempire il vuoto: adorazione tutti i giovedì, Messa, confessione e comunione tutti i primi venerdì del mese e lasciamo che la grazia entri i nostri cuori, cacciando le angosce, riempiendo i vuoti.
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Ecco #DimmiLaVerità del 16 febbraio 2026. Il generale Giuseppe Santomartino commenta il Board of Peace e la conferenza sulla sicurezza di Monaco.
I quattro membri dell'equipaggio sono stati lanciati a bordo di un razzo Falcon 9 dal Kennedy Space Center della Nasa in Florida, venerdì 13 febbraio. Dopo aver trascorso circa 34 ore in orbita attorno alla Terra e aver raggiunto la Stazione Spaziale Internazionale, i membri dell'equipaggio Crew-12 si sono preparati per l'attracco.
Sophie Adenot e Jack Hathaway, entrambi con lunga esperienza di piloti collaudatori, hanno approfittato di questo tempo per familiarizzare con la vita e il lavoro in microgravità.
Una volta aperti i portelli, l'equipaggio è stato accolto a bordo dall'astronauta della Nasa Christopher Williams e dai cosmonauti della Roscosmos Sergei Kud-Sverchkov e Sergei Mikayev, che si trovano sulla Stazione dal loro arrivo con una Soyuz nel novembre 2025.
Sophie Adenot dell'Esa e Jack Hathaway della Nasa hanno poi ricevuto le loro «ali da astronauta» dal comandante della Stazione Sergei Kud-Sverchkov con una breve cerimonia. L'equipaggio Crew-12 ha anche espresso la propria gratitudine ai team della Nasa e di SpaceX per il volo senza intoppi e ha condiviso il proprio entusiasmo nell'iniziare il lavoro a bordo.
Con Sophie a bordo, la missione εpsilon è ufficialmente iniziata. Con una durata prevista di nove mesi, εpsilon è destinata a diventare la missione astronautica più lunga dell'Esa fino ad oggi. Durante la sua permanenza sulla Stazione, la Adenot ricoprirà il ruolo di specialista dell'equipaggio sia per Columbus, il modulo laboratorio europeo, che per Kibo, il modulo scientifico giapponese.
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