2021-06-02
Il martirio di San Simonino da Trento di Giovanni Gasparro (nel riquadro)
Il pittore Giovanni Gasparro finito sotto accusa per il suo «Martirio di San Simonino da Trento»: «Il pm chiedeva la reclusione ma sono stato assolto perché il fatto non sussiste. In questo tempo ho subito danni negli affetti e sul lavoro».
Giovanni Gasparro è uno dei più grandi pittori italiani, apprezzato nel mondo. Negli ultimi sei anni la sua vita e il suo lavoro sono stati funestati da una accusa infamante: quella di essere un antisemita che istiga alla discriminazione razziale. Pochi giorni fa è stato assolto, ma la vicenda lascia un segno.
Finalmente si è conclusa questa storia assurda. Che cosa ha deciso il tribunale?
«Il tribunale di Bari, in composizione collegiale, mi ha assolto “perché il fatto non sussiste” dall’accusa di propaganda e istigazione a delinquere per motivi di discriminazione razziale, etnica e religiosa, mossa dalla comunità ebraica, per il dipinto Martirio di San Simonino da Trento e i commenti esplicativi relativi all’opera. Sostanzialmente, i giudici hanno confermato quanto stabilito già nel 2022 nell’ordinanza di archiviazione emessa dal gip presso il tribunale di Milano dove ero imputato per il medesimo dipinto. Oltretutto, l’archiviazione per infondatezza della notizia di reato era in accoglimento della richiesta del pubblico ministero e fu accolta dal gip. Cosa che non è successa a Bari, la mia città, dove sono stato rinviato a giudizio con un’accusa infamante quanto ingiusta, lontana dalla mia indole e dalla mia opera artistica. Sarebbe bastato guardare la mia produzione pittorica, la mia attività di incisore, scenografo o leggere i miei scritti per capire che artisticamente e umanamente penso e agisco in modo diametralmente opposto rispetto alle accuse che mi sono state rivolte dai miei denuncianti».
Quanto è durato questo procedimento?
«Il dipinto (che ha avuto una lunga genesi, dal 2018 al 2019) fu pubblicato online nel marzo del 2020 ma mai esposto fisicamente. All’indomani della pubblicazione fui denunciato e da allora è iniziato un calvario giudiziario che si è diramato in due filoni, quello di Milano e quello di Roma, quest’ultimo poi passato a Bari. Da allora, sino alla sentenza dell’altro giorno, sono trascorsi sei lunghi anni. Un lasso di tempo interminabile in cui i media enfatizzavano la mia potenziale colpevolezza e io declinavo tutte le richieste di interviste che mi pervenivano da tutte le maggiori testate nazionali e persino dagli Usa, Israele, Polonia, Brasile, ecc, con il fermo proposito di non alimentare il clamore sulla vicenda».
Non è difficile immaginare che impatto possa avere avuto tutto ciò sulla sua vita...
«Sono innumerevoli i risvolti negativi innescati da questo procedimento penale. Sul piano umano e familiare sono facilmente intuibili, oltretutto in un periodo della mia vita in cui sono pesantemente peggiorate le condizioni di salute di mia madre e che, poi, l’hanno portata alla morte. La pressione emotiva, il rischio di una condanna penale (il pm chiedeva per me sei mesi di reclusione) e la gogna sono già una condanna inflitta a un imputato che si vede catapultato in un’aula di tribunale alla stregua di un comune malfattore, interrogato per il suo operato artistico. Ricevere la visita improvvisa della Digos a casa come fossi un delinquente, dover subire interrogatori in questura in una Bari deserta, in pieno lockdown, e poi tutta la trafila giudiziaria con il processo è stato umiliante quanto surreale. Tutto per aver dipinto su tela la riproposizione di un’iconografia d’arte sacra che ha una storia lunga mezzo millennio (tanto è durato il culto del piccolo Simonino come compatrono di Trento) e i cui esemplari antichi sono ancora esposti alla pubblica fruizione in chiese, musei, biblioteche e persino sulla pubblica via, in tutta Europa. Davvero una situazione surreale che mi ha lasciato sbigottito ed incredulo».
E sul lavoro è stato danneggiato?
«Ovviamente, pur avendo quest’unico carico pendente riferito al processo, non ho potuto concorrere a bandi e concorsi d’arte prestigiosissimi come quello indetto per la realizzazione della Via Crucis per la basilica di San Pietro in Vaticano, non ho potuto firmare commissioni altrettanto prestigiose per l’acquisizione di mie opere per musei e collezioni private di tutto il mondo. Questo, insieme alle onerose spese legali da sostenere, mi ha causato anche un danno materiale ed economico esorbitante. Molti collezionisti privati o istituzioni hanno dovuto, obtorto collo, o per ragioni ideologiche connesse con la vicenda, negarmi rapporti professionali. E chissà quanti altri non hanno neppure provato a contattarmi, dissuasi dalla vicenda giudiziaria che mi vedeva coinvolto. Dai primissimi mesi ne scrissero il Times of Israel e il Jerusalem Post e anche in Italia sono stato oggetto di una campagna mediatica di infimo livello, senza possibilità d’appello, ancora trattato come un pericoloso antisemita».
Sei anni per confermare una decisione che era già stata presa da un altro tribunale non le sembrano troppi?
«Mi sono sembrati un tempo biblico. Perché tra i trenta e i quarant’anni un artista è nell’età in cui può estrinsecare il proprio pensiero e le proprie abilità tecniche con maggior vigore fisico e intellettuale. Sicché sento di esser stato defraudato di sei preziosissimi anni di lavoro e arte che nessuno potrà restituirmi».
È uscito da questa storia a testa alta, totalmente innocente. C’è, tuttavia, qualche macchia che rimane?
«Tutta la vicenda mi ha cagionato un danno d’immagine ma anche in termini finanziari, artistici, familiari, professionali, ecc, incalcolabili. In parallelo e a seguito dello stigma infamante di antisemita, sono stato oggetto di hackeraggi dei miei siti Web, i miei detrattori hanno tentato (talvolta riuscendoci), di farmi revocare commissioni artistiche, premi internazionali già vinti, spogliare gli altari delle chiese dalle mie pale dipinte. Sono stato oggetto di insulti in tutte le lingue e su tutti i miei canali di comunicazione, nonché di pedinamenti a Bari (finanche nella cripta della cattedrale) e minacce di morte. Il tutto, ripeto, con una pressione mediatica di certi giornali che oggi sono silenti rispetto alla mia assoluzione. Tutte le istituzioni civili, religiose e culturali del mio contesto d’origine, comprese quelle che ostentano a ogni piè sospinto la propria indignazione per le censure artistiche, non hanno mosso un dito in mia difesa».
Quali istituzioni?
«L’episodio più eclatante e inopportuno è stato quello legato alla censura subita dal sindaco di Bari, Vito Leccese, quando, a ridosso dell’inaugurazione, ha cancellato la mia esposizione personale presso la Pinacoteca Corrado Giaquinto. Mostra che era stata voluta dalla precedente amministrazione. Il sindaco ammise, a mezzo stampa, come riportato da tutte le testate locali, “di aver annullato, da sindaco, la mostra del pittore Giovanni Gasparro dopo le segnalazioni di Chiara di Segni della comunità ebraica, secondo cui le opere contenevano messaggi antisemiti”. Un vero e proprio atto di censura culturale per un cittadino e pittore libero e incensurato. Sicché è parsa a tutti come una pretestuosa e ingiustificabile censura. Inoltre, ero già a processo quando mi fu chiesto insistentemente dalla direzione della Pinacoteca e dalla delegata alla cultura della Città metropolitana di Bari, di realizzare questa mostra. Tutto il personale del museo, la curatrice dell’esposizione e la direzione erano a conoscenza delle opere che sarebbero state esposte e quindi anche l’operato di costoro è stato screditato. La censura subita non ha riguardato il dipinto Martirio di San Simonino da Trento, per cui ero a processo (considerando il fatto che non era affatto prevista la sua esposizione a Bari) bensì l’intera mia opera artistica».
Un colpo bruttissimo...
«Per il catalogo della mostra stavano scrivendo storici dell’arte di fama internazionale. Un danno d’immagine e professionale indicibile. Ho esposto in tutto il mondo da quando avevo vent’anni. Mai mi sarei aspettato, proprio nella città in cui sono nato e ho scelto di tornare a vivere, di subire in parallelo un processo penale ed una censura artistica di questo calibro. Questo mi ha profondamente ferito e ho meditato di trasferirmi altrove. A ogni modo, in questi anni, altri spiriti intellettualmente onesti, culturalmente e spiritualmente nobili non mi hanno fatto mancare commissioni e coinvolgimenti in mostre di ancor più rilevante prestigio».
Continua a leggereRiduci
content.jwplatform.com
Potremmo quasi definirla una ricetta di base da arricchire a piacimento. Noi l’abbiamo preparata così perché aspettiamo amici non carnivori a cena e dunque ci serviva di proporre un piatto d’intermezzo che fosse compatibile con le loro preferenze alimentari. Ma voi potete arricchire con salsiccia, pancetta, speck o magari inserendo altro formaggio a cubetti. La ricetta è semplice e di sicuro effetto. Si può gustare sia tiepida che fredda, evitate però di servirla appena sfornata.
Ingredienti – 300 gr di bietole già lessate, 250 gr di ricotta mista, una confezione di pasta brisé, un uovo, 6 noci, 150 gr di Parmigiano Reggiano o Grana Padano grattugiati, 4 cucchiai di olio extravergine di oliva, sale, peperoncino (o pepe) in polvere e noce moscata qb
Procedimento – In una ciotola amalgamate la ricotta con le bietole che avrete sminuzzato grossolanamente, aggiustate di sale e peperoncino e abbondante noce moscata. Sgusciate le noci e riducetele a granella. Separate il bianco dell’uovo dal tuorlo che terrete da parte Ora aggiungete al composto di bietola e ricotta tutto il formaggio grattugiato, l’olio extravergine di oliva, la granella di noci e la chiara dell’uovo. Amalgamate bene. In una tortiera sistemate con la carta forno la pasta brisé e riempite con il composto. Sbattete il rosso d’uovo. Ripiegate i bordi della pasta brisé al centro della torta e pennellate con l’uovo. Guarnite con un paio di mezze noci e andate in forno a 180 gradi per circa una mezz’ora.
Come far divertire i bambini – Date a loro il compito di amalgamare gli ingredienti girando con un cucchiaione di legno!
Abbinamento – Ricotta chiama un grande bianco: il Trebbiano d’Abruzzo! In alternativa ottimi il Vermentino o il Fiano di Avellino.
Continua a leggereRiduci
In ordine da sinistra: Pietro Gaeta, Francesco Minisci e Paolo Auriemma (Ansa)
Da Paolo Auriemma a Michele Prestipino: le chat dello stratega delle nomine mostrano chi usufruito dei suoi aiutini. A danno dei colleghi.
Tutti lo cercavano. Tutti gli scrivevano. Tutti chiedevano incontri o sostegni. E tutti hanno fatto carriera. Le chat del caso Palamara raccontano gli intrecci senza filtri. Con frasi di questo tipo quando ci si affidava al capocorrente di Unicost: «La mia carriera è nelle tue mani». Come fece Gaetano Sgroia, attuale presidente di sezione al tribunale di Salerno.
E con ringraziamenti quando si incassava il risultato, come quello di Francesco Cascini, che si contendeva la poltrona da pm a Piazza Clodio con il collega Carlo Villani: «Senza di te non avevo speranze». Della vicenda si interessò anche Cascini senior, Giuseppe, al quale Palamara scrisse: «Ora in Terza (commissione, ndr) a difendere tuo fratello». Qualche ora dopo, a battaglia vinta arrivarono i ringraziamenti: «Grazie Luca». Lo stesso Cascini senior, poi, diventò procuratore aggiunto a Roma. Palamara convinse il concorrente diretto Sergio Colaiocco a ritirare la domanda.
È una sequenza. Un filo diretto con il centro delle decisioni. Ed è proprio questa trama che aiuta a comprendere come funziona davvero il Csm quando è attraversato dalle correnti. In alcuni casi si potrebbe ritenere una coincidenza: ma tutte le toghe che hanno bussato alla porta di Palamara quando era componente del Csm (2014-2018) hanno fatto carriera in danno di altri magistrati. Pietro Gaeta compare nelle chat perché avrebbe cercato un’interlocuzione con Palamara tramite Pina Casella, in servizio alla Procura generale della Cassazione: «Ciao Luca sono in ufficio con Gaeta che vorrebbe salutarti come già sai». E ancora: «Ciao Luca. Rimandiamo il tuo appuntamento di domani con Gaeta alla prossima settimana?». In quell’occasione Gaeta ottenne la nomina ad avvocato generale. Poi, ulteriormente promosso nel febbraio 2025, ha raggiunto la carica di procuratore generale della Corte di Cassazione.
E proprio con Gaeta si consuma un passaggio paradossale. Il magistrato è stato l’accusatore di Palamara nel procedimento disciplinare, creando una grottesca situazione che viene ricostruita così: il pm Gaeta chiese ai giudici (la famigerata Sezione disciplinare del Csm) la sanzione massima per l’incolpato Palamara, sulla graticola per una condotta, l’interferenza sul Csm, posta in essere dallo stesso Gaeta in concorso con l’incolpato Palamara. La vicenda arrivò in Parlamento tramite le interrogazioni di Maurizio Gasparri, ma i ministri Alfonso Bonafede e poi Marta Cartabia non hanno mai risposto. Di «polvere sotto il tappeto», per dirla come l’attuale Guardasigilli, Carlo Nordio, insomma, ce n’è in abbondanza.
Paolo Abritti, all’epoca referente Unicost, indicò a Palamara i nomi per le presidenze di sezione a Perugia. Tra le richieste c’era quella per Carla Maria Giangaboni, avanzata con un messaggino stringato: «Giangaboni (Area) pst penale». Sarà proprio lei a finire sulla poltrona da presidente della sezione penale del tribunale di Perugia e a occuparsi poi proprio del procedimento contro Palamara. L’ennesimo cortocircuito. Non mancarono le segnalazioni. L’ex deputata dem Donatella Ferranti, ora in Cassazione (ruolo nel quale ha deciso di recente un ricorso dei sostenitori del No al referendum), si spese per due colleghi: «Luca volevo segnalarti che Eugenio Turco ha uno specifico interesse per pres sezione Viterbo. Cerca poi di parlare con Cascini. Mi raccomando per tutto anche Viterbo oltre Francesco». Le due frecce colpirono il centro del bersaglio. Oggi Turco, ulteriormente promosso a gennaio 2026, è presidente del tribunale di Grosseto. Francesco Salzano, invece, è andato in pensione nel 2025. Il tutto senza conseguenze.
Ci sono poi le intermediazioni. Michele Prestipino, citato nelle chat di Francesco Minisci (diventato procuratore di Frosinone a settembre 2025) si sarebbe speso per una collega: «Per presidente sezione tribunale Messina c’è Romeo, che Michele dice che è in quell’ufficio ed è molto brava». Pochi giorni dopo Minisci tornò sull’argomento: «Come si mettono le cose? Me lo ha chiesto Michele, ci tiene». Anche queste chat finirono in un limbo. Prestipino venne promosso viceprocuratore nazionale antimafia nell’aprile 2024 per poi dimettersi dopo un’accusa di rivelazione del segreto d’ufficio, la Romeo, che dopo aver ricoperto l’incarico pietito a Palamara, si è trasferita nello stesso ruolo a Catania. Anche le indicazioni diventano nomine stabili. Per Antonella Consiglio viene chiesta e ottenuta dall’ex procuratore di Roma Giuseppe Pignatone la presidenza dell’ufficio gip di Palermo, ruolo nel quale di recente ha firmato l’ordinanza di custodia cautelare (annullata dalla Cassazione) per l’ex prefetto Filippo Piritore, accusato di aver depistato le indagini dell’omicidio di Piersanti Mattarella. Laura Pedio, indicata chiaramente nelle chat con un «Greco la vuole?» e con un «è sua, capito?», in quel momento diventa procuratore aggiunto a Milano e, senza alcuno strascico per le chat, viene promossa alla carica di procuratore di Lodi nel settembre 2024. Ma era stato proprio Francesco Greco, ex procuratore di Milano, a fustigare pubblicamente il sistema descritto come quel «mondo che vive nei corridoi degli alberghi e nelle retrovie della burocrazia romana e che non ci appartiene e non appartiene ai magistrati del Nord… ci ha lasciati sconcertati». Uscirono poi i messaggi di confidenza tra Greco e Palamara, con tanto di appuntamento a Roma «al solito posto». Anche Francesco Cananzi, giudice in Cassazione, si mostrò molto critico e si era ripromesso di «rifondare la corrente e di scommettere nel rilancio di Unicst com polo moderato». Mandò un messaggio anche lui: «Luca puoi vedere di fare Falco per pst Chieti». Sepolcro imbiancato. Come quello di Massimo Forciniti, già presidente di sezione al tribunale di Crotone e consigliere del Csm con Palamara, autore di messaggi come «intervieni e vota Fidelbo», viene promosso a maggio 2025 presidente di sezione del Tribunale di Catanzaro. Onelio Dodero, oggi fortemente schierato per il No (in un’intervista alla Stampa ha paragonato il referendum a una scelta «tra Barabba… e Cristo», sostenendo che il sì «sgretolerà sempre di più la democrazia»), arriva alla Procura di Cuneo passando dalle chat della moglie Alessandra Salvadori: «A breve votiamo Cuneo. Tutto ok!» e «Grazie Luca! Davvero una bella notizia finalmente». Dodero è tuttora procuratore di Cuneo. Salvadori, invece, presiede una sezione del tribunale di Torino.
Perfino le richieste più insistenti non hanno intralciato le corse verso i posti più ambiti. Paolo Auriemma, pure lui per il No, scrisse: «Colaiocco continua a chiamarmi. Dice che domani si decide sulla nomina di procuratore aggiunto e mi sembra che abbia le idee abbastanza chiare […]. Però se mi dedichi cinque minuti risolviamo questo problema…». Nel febbraio 2025 diventa procuratore della Repubblica di Rieti. E l’elenco potrebbe continuare. Perché di magistrati che, nonostante le chat con Palamara hanno fatto carriera ce ne sono tanti. Basta rileggere i messaggi. Quante volte lo stratega delle nomine ha ricevuto richieste del tipo: «Posso chiamarti?». Perfino per delle richieste di intervento: «Luca vedi che c’è il proc gen che sta esagerando... prima diceva in giro che non andavo bene perché sarei del posto... adesso va dicendo che non vado bene perché sono senza polso». Il tutto in un sistema di relazioni che non si è fermato. E che, alla prova dei fatti, non ha fermato neppure le carriere.
Continua a leggereRiduci
Nel riquadro Marco Tamburrino, gip e gup presso il Tribunale di Trento. Sullo sfondo una seduta del Csm (Ansa)
Marco Tamburrino, giudice per le Indagini preliminari e giudice dell'udienza preliminare presso il Tribunale di Trento: «Hanno creato un ulteriore potere, quello politico, che la magistratura non deve avere. Calamandrei 80 anni fa aveva capito il rischio di questa deriva. L’Alta Corte garantirà imparzialità e autorevolezza».
Ho deciso di votare Sì al referendum per avere, con l’eventuale approvazione della riforma oggetto di referendum, giudici autonomi, liberi e indipendenti da qualsiasi influenza politica o di corrente, essendo noi come prevede la Costituzione, soggetti solamente alla legge.
Io, così come altri colleghi, abbiamo deciso di uscire fuori dal guscio e dire che votiamo Sì per dare il preciso segnale che non tutti i magistrati sono schierati per il No alla riforma, nonché, almeno per me, per amore di verità, dignità della funzione e ruolo che svolgiamo, non condividendo i vari slogan della Associazione nazionale magistrati, che non sono in alcun modo veritieri. Non ho ritenuto, infatti, corretto che da magistrati si dicano cose non vere ai cittadini, perché la riforma non è contro la magistratura e non è a danno della cittadinanza.
La legge sottoposta a referendum, infatti, non crea alcuna dipendenza dei giudici dal governo o dalla politica, non essendo tale fatto previsto in alcun modo dalla normativa, anzi, a mio sommesso avviso, vuole creare giudici assolutamente laici ed eliminare il fenomeno che ha visto, nella storia repubblicana, la politicizzazione di una parte della magistratura. I magistrati devono, infatti, occuparsi di fare il loro lavoro, ovvero definire e gestire i vari procedimenti penali e civili, applicando la legge e rendendo il relativo servizio a tutti i cittadini, nel modo più efficiente possibile, senza derive politiche di alcun tipo. In questo consiste il nostro bellissimo lavoro, che viene svilito nella funzione, nonché nella dignità di indossare la toga, se si arriva a una deriva di tipo politico o in quella di chi giudica seguendo un’ideologia relativa all’appartenenza a una determinata corrente. La toga non deve avere, per me, il colore di nessuna «squadra».
Sono convinto che la separazione delle carriere serva per avere un processo penale più giusto e perché il pubblico ministero e il giudice fanno lavori che sono profondamente diversi tra loro. Il primo, nella fase delle indagini, cerca le prove anche tramite la polizia giudiziaria rispetto alla notizia di un fatto criminoso, di cui gli è pervenuta notizia.
Il giudice non cerca nessuna prova, nel corso del processo, ma ha di fronte a sé la tesi dell’accusa e quella della difesa, che ricostruisce il fatto in modo diverso. Il giudice, in tutto ciò, è come se si trovasse all’apice di un triangolo equilatero, con una tesi da un lato e un’altra all’opposto e deve adottare una decisione, in un contraddittorio che permette di far emergere i fatti come sono accaduti secondo la versione dell’accusa e quella della difesa.
Nel corso delle indagini, il giudice, invece, ha delicatissimi compiti, per esempio connessi con l’emissione di ordinanze di custodia cautelare in carcere, o misure cautelari non detentive, che possono spesso pregiudicare la libertà del cittadino. In tale ambito, la distanza del giudice dal pubblico ministero è essenziale, non potendo ammettersi alcun appiattimento sulle richieste del pm, essendo il vaglio analitico in tali casi del tutto necessario.
In gioco c’è la libertà personale, bene primario di noi tutti, e la garanzia dell’esame scrupoloso e attentissimo, sia da parte del giudice che del pm, è fondamentale. Non credo piaccia a nessun cittadino essere ristretto in carcere o agli arresti domiciliari, in esecuzione di provvedimento del giudice delle indagini preliminari che non abbia fatto un approfondito esame degli indizi a carico. In tal senso, la separazione delle carriere garantisce un pm da un lato e un giudice dall’altro, ciascuno nella sua sfera professionale, pienamente consapevoli del ruolo svolto.
Allo stato, osservo che il fenomeno del non corretto vaglio e del fenomeno che talora si vede del cosiddetto copia e incolla della richiesta dell’accusa nel provvedimento del giudice, con conseguenze anche gravi sulla libertà, non appare sanzionato in modo adeguato a livello disciplinare o sotto l’aspetto delle valutazioni di avanzamento in carriera.
Non è poi vero che il pm diventa un mero accusatore, mantenendo egli inalterata la sua peculiare funzione di parte del procedimento penale, potendo chiedere archiviazioni, rinvii a giudizio ecc., non venendo staccato dalla giurisdizione, come la campagna del fronte del No ha sostenuto, e non indebolendosi affatto.
Quanto al Csm, non è vero che lo stesso è un organo di rappresentanza dei magistrati e, infatti, l’elezione prevista in Costituzione doveva fare in modo che i giudici che componevano tale organo gestissero in autonomia e senza influenza politica alcuna i compiti assegnati, ovvero trasferimenti, avanzamenti in carriera, provvedimenti disciplinari, nomine di direttivi e semidirettivi ed organizzazione degli uffici.
Il medesimo professor Piero Calamandrei, nell’Assemblea costituente, aveva paventato, come conseguenza dell’elezione dei componenti togati, il pericolo di una deriva politica del Csm, cosa che poi, ahimè, circa 80 anni dopo, è accaduta. Il motivo? Perché i componenti magistrati del Consiglio sono attualmente tutti soggetti eletti da noi magistrati, ma iscritti ad associazioni private dette correnti, che sono legate a ideologie politiche
Ecco, dunque, che si è snaturato del tutto il compito del Csm, che deve garantire, secondo i Costituenti, l’autonomia e l’indipendenza di noi magistrati, sia rispetto al potere legislativo che all’esecutivo. Vi deve essere, però, anche una garanzia interna, ovvero fare sì che il Csm protegga il magistrato dai condizionamenti dei colleghi e delle correnti.
Il magistrato non deve rispondere a nessuno, non deve iscriversi a un gruppo nell’ottica di avere un «ritorno» dall’appartenenza, non deve rivolgersi a un capo corrente se vuole avere un incarico direttivo. Deve essere, lo ripeto, libero autonomo e indipendente da ogni condizionamento interno.
In tal senso, quindi, il sorteggio vuole evitare in concreto la degenerazione correntizia e riportare il Consiglio superiore a quello che era il disegno originario dei Costituenti, spezzando la possibilità che solo magistrati iscritti a tali associazioni possano accedere a tale organo. Il nuovo metodo garantisce un assetto democratico pieno all’interno del Csm, nella sua più ampia accezione, dando voce a chi finora non l’ha mai avuta.
Si vuole spezzare, con il sorteggio, il legame di appartenenza che lega il magistrato eletto al Consiglio superiore, con il magistrato elettore. Chi non vede, infatti, che l’eletto possa essere influenzato dal suo elettore, per ogni valutazione dinanzi al Csm? Ciò crea una stortura a danno del sistema.
Con il sorteggio, peraltro, anche magistrati liberi e indipendenti dalla deriva correntizia potranno accedere a Palazzo Bachelet, cosa assolutamente non possibile allo stato attuale. Il sorteggio, peraltro, è previsto per i componenti della commissione del concorso per accedere in magistratura, quindi, non si comprende perché per valutare l’ingresso di futuri giudici e le prove scritte e orali dei candidati si debba ammettere, mentre per i compiti di alta amministrazione del Csm no. Viene fatto tra magistrati non tra passanti, quindi tra soggetti qualificati.
Forse non si vuole che il potere correntizio diminuisca la sua influenza politica nel Csm, ma, di certo, il suddetto organo non può trasformarsi in un parlamentino dei magistrati, in contrasto con il potere politico e di governo. In tal maniera, infatti, si crea un ulteriore potere, ovvero quello politico che la magistratura non deve in alcun modo avere.
I Costituenti, infatti, hanno previsto che i giudici amministrino la giustizia in nome del popolo rendendo un servizio altissimo alla società e che siano soggetti solo alla legge non ad altro, inclusa la politica. Tentare di recuperare il modello originario trovo sia solo un bene non un male.
Quanto all’Alta Corte, l’istituzione della stessa garantirà una maggiore imparzialità ed autorevolezza, perché sarà composta da magistrati, avvocati e professori universitari sorteggiati tra una platea di professionisti di alto livello, che si occuperanno solo dei giudizi disciplinari.
Si crea, quindi, un organo autonomo e staccato dal Csm per giudicare gli illeciti disciplinari, senza che sia lo stesso ente che amministra a giudicare i suoi amministrati. In questo modo si vogliono ridurre le attuali distorsioni generate dall’appartenenza alle correnti dei consiglieri, che attualmente giudicano i magistrati con quel rapporto che lega eletto ed elettore, ed evitare che fatti di rilievo (ingiuste detenzioni per più di un anno, ritardi pluriennali nel deposito di provvedimenti) possano rimanere impuniti, come purtroppo è avvenuto.
Tutto ciò può rendere più credibile la magistratura. La campagna referendaria ha evidenziato il timore che in magistratura si vive nel dire Sì a questa riforma. Il fatto che molti colleghi contattati abbiano dichiarato di non volersi esprimere per paura di ritorsioni è indice di sistema viziato, per me da cambiare. È questa l’indipendenza e la libertà che c’è in una magistratura che dovrebbe garantire l’esercizio di diritti fondamentali e che parla di deriva autoritaria della riforma?
Continua a leggereRiduci







