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2022-03-09
Siamo diventati la Repubblica dei bonus: quota 602
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L’anno scorso anche il governo Draghi ha ben pensato di rimpolpare i vari bonus introducendo, per esempio, quello per gli under 36 che acquistano una casa, oppure per i giovani, under 35 anni, che devono prendere la patente, o ancora, il bonus tv e la carta giovani (che vale fino a 35 anni) e permette di ottenere sconti per andare in crociera, per fare shopping dalla Rinascente o per ascoltare audiolibri gratis. Per non parlare poi di tutte quelle agevolazioni che sono state confermate come: i vari bonus per la casa (ecobonus, facciate, superbonus 110%), quello risparmio idrico ma anche quello acqua, e poi il bonus mobili, il credito d'imposta per la mobilità sostenibile, le agevolazioni per i neo residenti e per gli impatriati che tornano a casa, ma anche per i pensionati esteri che vengono in Italia. E ancora: bonus per la riqualificazione energetica, per comprare gli occhiali, i libri, la musica e molti altro ancora.
Insomma, anche l’attuale governo che aveva annunciato un riordino delle tax expenditure, alla fine ha ceduto al fascino dei bonus. Il problema italiano non è però solo l’enorme quantità di agevolazione che di anno in anno accumulano ma anche il fatto che si perde il conto di quanto effettivamente costano. Ci sono infatti voci di cui non si conoscono i reali beneficiari. Questo gap di informazione ha però delle serie conseguenze sul bilancio finale, perché non si riesce effettivamente a capire quanto le tax expenditure incidono effettivamente sulle casse dello Stato. E rendono anche difficile un ipotetico lavoro di riordino delle agevolazioni stesse. Ma non solo, perché più aumentano i bonus, che il governo concede ai cittadini, più il sistema fiscale rischia di diventare sempre più complesso, poco chiaro e con possibili sovrapposizioni. La stratificazione che viene a crearsi allontana sempre di più il contribuente e rischia anche di far perdere delle opportunità fiscali, a chi magari ne ha veramente bisogno, perché non ne viene a conoscenza. Ci sono infatti dei bonus, parliamo per esempio di quelli energetici disponibili per le famiglie più fragili economicamente, che potrebbero veramente aiutare in questa situazione di difficoltà con i prezzi dell’energia in continuo aumento. Ma la complessità del nostro sistema fiscale non rende facile la conoscenza di tutte le opportunità che ci sono. Che l’Italia abbia un problema per quanto riguarda le tax expenditure è chiaro anche all’Ocse. In uno dei suoi lavori focalizzati sulle «Social Purpose» nel 2019 (ultimi dati disponibili) il nostro Paese si era classificato al primo posto per quanto riguarda la spesa sociale distribuita attraverso trasferimenti cash. Al secondo la Grecia e poi la Francia e l’Australia. Una distorsione che quindi ci viene riconosciuta anche a livello internazionale e alla quale non siamo riusciti ancora a porvi rimedio.
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Ogni anno che passa la lista di agevolazioni fiscali si allunga sempre di più. Nel 2021, stando al documento redatto dal ministero dell’Economia e delle Finanze, le tax expenditure sono arrivate a quota 602. E sono costate oltre 68 miliardi di euro.L’anno scorso anche il governo Draghi ha ben pensato di rimpolpare i vari bonus introducendo, per esempio, quello per gli under 36 che acquistano una casa, oppure per i giovani, under 35 anni, che devono prendere la patente, o ancora, il bonus tv e la carta giovani (che vale fino a 35 anni) e permette di ottenere sconti per andare in crociera, per fare shopping dalla Rinascente o per ascoltare audiolibri gratis. Per non parlare poi di tutte quelle agevolazioni che sono state confermate come: i vari bonus per la casa (ecobonus, facciate, superbonus 110%), quello risparmio idrico ma anche quello acqua, e poi il bonus mobili, il credito d'imposta per la mobilità sostenibile, le agevolazioni per i neo residenti e per gli impatriati che tornano a casa, ma anche per i pensionati esteri che vengono in Italia. E ancora: bonus per la riqualificazione energetica, per comprare gli occhiali, i libri, la musica e molti altro ancora. Insomma, anche l’attuale governo che aveva annunciato un riordino delle tax expenditure, alla fine ha ceduto al fascino dei bonus. Il problema italiano non è però solo l’enorme quantità di agevolazione che di anno in anno accumulano ma anche il fatto che si perde il conto di quanto effettivamente costano. Ci sono infatti voci di cui non si conoscono i reali beneficiari. Questo gap di informazione ha però delle serie conseguenze sul bilancio finale, perché non si riesce effettivamente a capire quanto le tax expenditure incidono effettivamente sulle casse dello Stato. E rendono anche difficile un ipotetico lavoro di riordino delle agevolazioni stesse. Ma non solo, perché più aumentano i bonus, che il governo concede ai cittadini, più il sistema fiscale rischia di diventare sempre più complesso, poco chiaro e con possibili sovrapposizioni. La stratificazione che viene a crearsi allontana sempre di più il contribuente e rischia anche di far perdere delle opportunità fiscali, a chi magari ne ha veramente bisogno, perché non ne viene a conoscenza. Ci sono infatti dei bonus, parliamo per esempio di quelli energetici disponibili per le famiglie più fragili economicamente, che potrebbero veramente aiutare in questa situazione di difficoltà con i prezzi dell’energia in continuo aumento. Ma la complessità del nostro sistema fiscale non rende facile la conoscenza di tutte le opportunità che ci sono. Che l’Italia abbia un problema per quanto riguarda le tax expenditure è chiaro anche all’Ocse. In uno dei suoi lavori focalizzati sulle «Social Purpose» nel 2019 (ultimi dati disponibili) il nostro Paese si era classificato al primo posto per quanto riguarda la spesa sociale distribuita attraverso trasferimenti cash. Al secondo la Grecia e poi la Francia e l’Australia. Una distorsione che quindi ci viene riconosciuta anche a livello internazionale e alla quale non siamo riusciti ancora a porvi rimedio.
Federico Vecchioni (Ansa)
History Law & Economics dalla Lumsa, la Libera Università Maria Santissima Assunta. Il conferimento, approvato dal dipartimento di giurisprudenza, economia e comunicazione dell’ateneo - con successiva delibera del Senato Accademico - si deve al fatto che la figura professionale di Vecchioni rappresenta «un punto di riferimento di rilievo nel panorama dell’economia agroalimentare italiana e mediterranea, per la capacità di coniugare visione strategica, innovazione tecnologica e attenzione ai profili di sostenibilità economica, sociale e ambientale».
La cerimonia è stata introdotta dal professor Gabriele Carapezza Figlia, coordinatore del collegio dei docenti del dottorato di ricerca in Mediterranean Studies e la laudatio è stata curata dal professor Giovanni Battista Dagnino, ordinario di economia e gestione delle imprese. A conferire titolo e proclamazione, il professor Francesco Bonini, rettore dell’ateneo. Alla cerimonia è seguita la lectio magistralis di Vecchioni. «Ricevere questo dottorato honoris causa dalla Libera Università Maria Santissima Assunta», le parole pronunciate da Vecchioni, «rappresenta per me un grande onore e una grande responsabilità. Ho sempre creduto nel valore del dialogo tra impresa, istituzioni e mondo accademico come leva per generare sviluppo duraturo. Il Mediterraneo non è soltanto uno spazio geografico, ma un orizzonte culturale ed economico strategico, nel quale l’Italia può e deve esercitare un ruolo da protagonista attraverso innovazione, sostenibilità e cooperazione internazionale». «In quest’ottica», ha proseguito quindi il presidente di Bonifiche Ferraresi, «si inseriscono le iniziative internazionali portate avanti da Bf con l’obiettivo di creare la più importante riserva agricolo alimentare del Mediterraneo».
A completamento delle formalità si pone poi il discorso del rettore della Lumsa, professor Bonini, che ha voluto rimarcare l’importanza del conferimento accademico: «Il dottorato in Mediterranean Studies, basato nel nostro dipartimento di Palermo, traguarda anche l’importante investimento che l’Università Lumsa ha aperto con l’istituzione del nostro University Africa Center. Il conferimento del dottorato a una personalità come quella di Federico Vecchioni vuole essere esemplare per i nostri studenti e studentesse, e per un impegno di ricerca, sviluppo e collaborazione con le realtà vive della società che qualifica l’università e ne conferma l’ispirazione e l’impegno per il bene comune nella grande prospettiva globale».
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Mentre l’Italia tenta una timida risalita (+7,6% a marzo, con 185.367 immatricolazioni), il resto del continente (+1,7%) resta frenato da condizioni finanziarie restrittive: tassi elevati che la Bce fatica a ridurre, complice uno choc petrolifero che alimenta un’inflazione ancora persistente e comprime i redditi reali. In questo contesto, la domanda effettiva si contrae e il pricing power si deteriora.
La realtà è che l’ideologia politica in Europa ha preteso di ignorare le leggi della domanda: le aziende «vulnerabili», quelle che hanno puntato tutto su una transizione elettrica forzata, si ritrovano oggi con piazzali pieni e margini a picco. Parallelamente, la Cina ha cambiato ruolo: da mercato di sbocco a concorrente diretto e aggressivo. Marchi come Byd e Leapmotor registrano crescite a tre o quattro cifre anche in Italia, segnalando un vantaggio competitivo costruito su costi, integrazione verticale e velocità di esecuzione.
Il nesso per il portafoglio del risparmiatore è brutale. I dati appena pubblicati dal Gruppo Volkswagen per il primo trimestre 2026 confermano che il «mal di Cina» è diventato cronico e forse irreversibile. Le consegne globali sono calate del 4% (2,05 milioni di unità), ma è il tracollo delle elettriche a far tremare Wolfsburg: un pesantissimo -64% in Cina e -80% negli Stati Uniti. La tenuta europea (+12%) non basta a compensare la fine degli incentivi e l’inasprimento dei dazi americani.
Come osserva Salvatore Gaziano, responsabile delle strategie di investimento di SoldiExpert Scf: «Volkswagen sta vivendo il suo momento più buio: il mercato cinese, che un tempo garantiva profitti certi, oggi rigetta i modelli tedeschi. Il rischio per chi ha il titolo in portafoglio è di restare intrappolati in un gigante che fatica a ruotare la sua enorme stazza verso ciò che il cliente vuole davvero: auto accessibili, concrete e con motorizzazioni affidabili».
In questo scenario, Stellantis affronta una transizione manageriale critica. Il nuovo numero uno, Antonio Filosa, è chiamato a ricostruire un gruppo segnato dalla precedente gestione di Carlos Tavares, lodata per il cost-cutting ma accusata di aver compresso investimenti e qualità. «Filosa sta tentando di rimettere in carreggiata un’auto che rischiava il deragliamento», osserva l’analista e consulente finanziario indipendente. «Ha ereditato una struttura dove l’ossessione per il bilancio a breve termine ha logorato la qualità e la fiducia della rete».
La delusione più fragorosa arriva però da Porsche. Nel primo trimestre 2026 le vendite globali sono scese del 15%, con un crollo in Cina da 68.000 unità nel primo trimestre 2022 a meno di 7.800. L’utile netto è crollato del 91,4% (da 3,6 miliardi nel 2024 a 310 milioni nel 2025), mentre il fatturato si è contratto a circa 36,3 miliardi.
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Francesco Lollobrigida (Ansa)
Coldiretti la definisce «una svolta», in quanto difende un patrimonio che oggi vale 707 miliardi di euro e trova nella Dop economy la sua espressione più avanzata. «Questa legge giaceva nei cassetti da oltre dieci anni e nessuno aveva mai avuto il coraggio di farla diventare un provvedimento», ha spiegato Lollobrigida, sottolineando che introduce due nuovi reati, l’aggravante di agropirateria e sanzioni proporzionali alle dimensioni del fatturato delle imprese, «affinché siano un vero deterrente. Inoltre, istituzionalizza la cabina di regia per un efficientamento dei sistemi di controllo». La legge rafforza la trasparenza e la tracciabilità dei prodotti lungo tutta la filiera per fornire informazioni quanto più esaustive possibili al consumatore anche al fine di tutelare la salute.
Di conseguenza, vengono inseriti nel Codice penale due reati: la «frode alimentare» per punire chi commercializza alimenti o bevande che, a sua conoscenza, non sono genuini o che provengono da luoghi diversi rispetto a quelli indicati (prevista la reclusione da 2 mesi a 1 anno), e il «commercio di alimenti con segni mendaci» per punire chi utilizza segni distintivi o indicazioni per indurre in errore il compratore sulla qualità o sulla quantità degli alimenti (reclusione da 3 a 18 mesi). È inserita l’aggravante di agropirateria, quando l’attività illecita è realizzata in maniera organizzata e continuativa, l’aggravante «quantità e biologico» (se i prodotti sono commercializzati come biologici ma non lo sono). In questi tre casi le pene sono aumentate. La legge prevede per questi reati anche la confisca obbligatoria di prodotti, beni o cose oggetto o prodotto dei reati.
L’autorità giudiziaria avrà l’obbligo di distribuire i prodotti sequestrati, ma commestibili, a enti territoriali o caritatevoli per destinarli a persone bisognose o animali abbandonati.
È prevista la protezione delle Indicazioni geografiche, attività che secondo l’ultimo rapporto Ismea-Qualivita nel 2024 ha realizzato 20,7 miliardi di euro di fatturato di cui 12,3 miliardi di euro realizzati all’estero. Previste sanzioni più dure per il reato di contraffazione delle indicazioni geografiche e delle denominazioni di origine protetta.
La legge vieta poi l’utilizzo del termine «latte» e di prodotti lattiero-caseari per prodotti vegetali se non accompagnato dalla denominazione corretta (per esempio il latte di mandorla venduto come sostitutivo senza distinzione). A dimostrazione della necessità di una legge con questi contenuti, Coldiretti cita l’ultimo Rapporto elaborato insieme a Eurispes e Fondazione osservatorio agromafie, secondo il quale il volume d’affari dei crimini agroalimentari in Italia è salito a 25,2 miliardi, praticamente raddoppiato nel giro dell’ultimo decennio.
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Ecco #DimmiLaVerità del 16 aprile 2026. La deputata della Lega Rebecca Frassini illustra i contenuti della manifestazione di sabato 18 a Milano.