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2024-01-09
Randellata del cardinale africano: «Benedizioni gay opera del diavolo»
Robert Sarah (Ansa)
«È ovvio che possiamo pregare per il peccatore, è ovvio che possiamo chiedere a Dio la sua conversione. È ovvio che possiamo benedire l’uomo che, poco a poco, si rivolge a Dio per chiedere umilmente la grazia di un cambiamento vero e radicale della sua vita. Ma [questa preghiera, ndr] non può mai essere deviata facendola diventare una legittimazione del peccato, o anche dell’occasione prossima del peccato». Lo ha scritto il cardinale Robert Sarah, ex prefetto al Culto divino, in un lungo intervento natalizio consegnato al vaticanista Sandro Magister, che lo ha pubblicato ieri sul suo blog, visibile su diakonos.be.
Il giudizio è riferito ovviamente all’approvazione delle benedizioni «pastorali» per le coppie irregolari e dello stesso sesso che l’ex Sant’Ufficio ha promosso con una Dichiarazione, Fiducia Supplicans, che è una evidente novità rispetto al passato, anche quello recente, attestato da un Responsum che lo stesso Dicastero aveva pubblicato nel 2021 e con cui aveva, invece, espressamente detto che le benedizioni di coppie gay non sono lecite in casa cattolica. La novità è stata introdotta con l’arrivo del nuovo prefetto alla Dottrina della fede, il cardinale Víctor «Tucho» Fernández, teologo argentino molto vicino al Pontefice. L’incendio non accenna a spegnersi, nonostante lo stesso Fernández sia intervenuto per buttare acqua sul fuoco e «chiarire», con una inusuale «nota stampa», in cui ha persino specificato che la novella benedizione deve avere una durata di «10-15 secondi».
La risposta del prefetto, dicono tra le vie di Borgo Pio, è stata indirizzata soprattutto alle Conferenze episcopali africane che hanno rigettato la possibilità di applicare queste nuove benedizioni nelle loro diocesi. Per Fernández quella degli africani è una risposta causata in fondo da una certa arretratezza di contesto, come ha notato nella sua nota stampa: «In diversi Paesi», ha scritto, «ci sono forti questioni culturali e perfino legali che richiedono tempo e strategie pastorali che vanno oltre il breve termine». Un invito indiretto a essere prudenti nell’applicazione delle nuove benedizioni, ma anche a superare certe questioni che in Africa vedono anche penalmente rilevante l’omosessualità.
Il cardinale Robert Sarah è guineano e in un certo senso ha risposto a questa visione un po’ riduttiva delle resistenze dei vescovi del suo continente. «L’Africa», ha scritto Sarah, «ha una viva coscienza del necessario rispetto della natura creata da Dio. Non si tratta di apertura mentale e di progresso sociale come pretendono i media occidentali. Si tratta di sapere se i nostri corpi sessuati sono il dono della saggezza del Creatore o una realtà priva di significato, se non artificiale». Ha anche ringraziato apertamente le conferenze episcopali del suo continente - «in particolare quelle del Camerun, del Ciad, della Nigeria, ecc.» - dicendo di condividere e fare sue «le decisioni e la ferma opposizione alla dichiarazione Fiducia Supplicans. Dobbiamo incoraggiare le altre conferenze episcopali nazionali o regionali e ogni vescovo a fare lo stesso. Facendo così, non ci opponiamo a papa Francesco, ma ci opponiamo fermamente e radicalmente a un’eresia che mina gravemente la Chiesa, Corpo di Cristo, perché contraria alla fede cattolica e alla Tradizione». Il porporato della Guinea è stato durissimo con chi alimenta «la confusione, la mancanza di chiarezza e di verità e la divisione» nella Chiesa, attribuendo all’opera del diavolo i blitz di quelli che vogliono «benedire le unioni omosessuali come se fossero legittime».
La posta in gioco è alta, perché le chiese in Africa sono esattamente quel prototipo di chiesa di «periferia» che papa Francesco ha voluto mettere al centro del suo pontificato, sostenendo in più occasioni che la realtà si vede meglio dalla periferia che da Roma. È questa la nuova e profonda spaccatura causata da Fiducia Supplicans. L’Africa peraltro è dal lontano 2014, fin dal primo sinodo sulla famiglia convocato da Francesco, che alza la voce rispetto alle preoccupazioni delle decadenti chiese occidentali.
«Benedetto XVI», ha scritto Sarah, «ha sottolineato che “la nozione di matrimonio omosessuale è in contraddizione con tutte le culture dell’umanità che si sono succedute fino ad oggi e significa quindi una rivoluzione culturale che si oppone a tutta la tradizione dell’umanità fino ad oggi”. Io credo che la Chiesa d’Africa ne abbia una viva coscienza. Essa non dimentica la missione essenziale che gli ultimi papi le hanno affidato. Papa Paolo VI, rivolgendosi ai vescovi africani riuniti a Kampala, nel 1969, dichiarò: “Nova Patria Christi Africa: la nuova patria di Cristo è l’Africa”». Per Sarah, quella dell’Africa è una missione «provvidenziale». «La Chiesa d’Africa è la voce dei poveri, dei semplici e dei piccoli. Ha il compito di annunciare la Parola di Dio di fronte a cristiani occidentali che, perché ricchi, dotati di competenze molteplici in filosofia, nelle scienze teologiche, bibliche, canoniche, si credono evoluti, moderni e saggi della saggezza del mondo. Ma “ciò che è stoltezza di Dio è più sapiente degli uomini” (1Cor 1,25)».
«Il Vaticano inganna i fedeli Lgbt»
I gay sono forse più inferociti di cattolici conservatori e vescovi messi insieme. Quei 15 secondi di benedizione alle coppie dello stesso sesso, consentite dal documento Fiducia Supplicans firmato da papa Francesco, hanno scatenato reazioni indignate su social e siti Lgbt. «Insomma, si entra in Chiesa e si esce, il prima possibile, senza attirare troppo l’attenzione e possibilmente un po’ più tormentati internamente di prima», commenta sarcastico Gay.it, che proprio non accetta benedizioni pastorali «frettolose».
Nel mirino è finita la nota del Dicastero per la Dottrina della fede, con la quale il Vaticano ha tentato di correggere il tiro creando ancora più scontento e confusione. «Nel documento, si sottolinea più volte come il “contentino” offerto alla comunità Lgbtqia+ non vada in nessun modo ad intaccare la dottrina sul matrimonio», contesta lo storico portale del mondo orgogliosamente non binario, parlando di «apparente apertura», perché non è previsto rituale né benedizionale, quindi non sono liturgiche. «Non sono una consacrazione della persona o della coppia che le riceve».
Nelle nove pagine del documento, infatti, viene ribadita la centralità del matrimonio «quale unione esclusiva, stabile e indissolubile tra un uomo e una donna» e che «sono inammissibili riti e preghiere che possano creare confusione tra ciò che è costitutivo del matrimonio» secondo «la perenne dottrina della Chiesa». Per il sito Gayburg.it, gli omosessuali vengono «trattati come persone “sbagliate”», in un documento con «numerose note al limite dell’offensivo», e Jorge Mario Bergoglio avrebbe agito in questo modo «forse intenzionato a compiacere le lobby integraliste».
Sulle Reti sociali, i toni si fanno più accesi. «Cari credenti che pensavate che la Chiesa fosse andata avanti, non vi preoccupate: è sempre omofoba e sessuofobica e questo Papa non è affatto progressista», inveisce Zio Sciortino, influencer molto seguito dai fan di TikTok. Aggiunge: «Non vi stanno benedicendo in quanto coppia, ma come persone che però non devono scop…are». In conclusione del sermoncino se la ride: «Care coppie gay, vi stanno dicendo che dovete fare come si faceva un tempo, dovete nascondervi in casa vostra e fuori fare gli amiconi che stanno sempre insieme». Sempre sulla piattaforma fondata dal cinese Zhang Yiming, condivide un video il partenopeo Alfredofoffy, che si presenta come «sposato con un ragazzo gelosissimo». Dice di avere un messaggio per papa Francesco e che lo spiega lui, che cosa significa la nota dell’ex Sant’Uffizio: «Significa che ci stanno prendendo proprio per il c..», strilla davanti a un albero di Natale scintillante. «Vogliono dare un contentino a noi coppie gay, ma con una benedizione di non più di 15 secondi ci fate sentire ancora più diversi da voi».
Si porta la mano al petto, dichiara che almeno i gay tengono «’o core», e che della benedizione della Chiesa «poco gli interessa», che tanto lui ha fatto un’unione civile «bellissima e Dio quel giorno ci ha benedetto comunque». Invece, tuona agitando il dito, «tu Papa ricordati che non sei Dio». Il resto del video è una tirata contro i sacerdoti dalle vesti bianche definiti «femmeniélle».
Da un pulpito, anche se si è servito di Facebook per esternare le sue critiche, arrivano invece le parole di Alberto Maggi, direttore del centro studi biblici Giovanni Vannucci di Montefano, in provincia di Macerata. «Comiche finali», così ha definito le precisazioni il frate dell’Ordine dei Servi di Maria, che aveva accolto come «un documento che profuma di Vangelo» il testo del cardinale prefetto Víctor Manuel Fernández. Le correzioni, per tentare di placare la Chiesa conservatrice, invece lo fanno sorridere con indignazione. «Già li vedo i preti con il cronometro in mano... Ma in Vaticano hanno il senso del ridicolo? Non pare...».
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Il porporato guineano Robert Sarah ringrazia i vescovi del continente schierati contro «Fiducia Supplicans». «Il testo crea divisioni e scandali. Le relazioni tra persone dello stesso sesso sono gravi depravazioni».Dopo i membri del clero, l’ex Sant’Uffizio scontenta pure gli attivisti arcobaleno col rituale da «10-15 secondi»: «Non c’è alcuna apertura, smontiamo questa putt...».Lo speciale contiene due articoli«È ovvio che possiamo pregare per il peccatore, è ovvio che possiamo chiedere a Dio la sua conversione. È ovvio che possiamo benedire l’uomo che, poco a poco, si rivolge a Dio per chiedere umilmente la grazia di un cambiamento vero e radicale della sua vita. Ma [questa preghiera, ndr] non può mai essere deviata facendola diventare una legittimazione del peccato, o anche dell’occasione prossima del peccato». Lo ha scritto il cardinale Robert Sarah, ex prefetto al Culto divino, in un lungo intervento natalizio consegnato al vaticanista Sandro Magister, che lo ha pubblicato ieri sul suo blog, visibile su diakonos.be.Il giudizio è riferito ovviamente all’approvazione delle benedizioni «pastorali» per le coppie irregolari e dello stesso sesso che l’ex Sant’Ufficio ha promosso con una Dichiarazione, Fiducia Supplicans, che è una evidente novità rispetto al passato, anche quello recente, attestato da un Responsum che lo stesso Dicastero aveva pubblicato nel 2021 e con cui aveva, invece, espressamente detto che le benedizioni di coppie gay non sono lecite in casa cattolica. La novità è stata introdotta con l’arrivo del nuovo prefetto alla Dottrina della fede, il cardinale Víctor «Tucho» Fernández, teologo argentino molto vicino al Pontefice. L’incendio non accenna a spegnersi, nonostante lo stesso Fernández sia intervenuto per buttare acqua sul fuoco e «chiarire», con una inusuale «nota stampa», in cui ha persino specificato che la novella benedizione deve avere una durata di «10-15 secondi».La risposta del prefetto, dicono tra le vie di Borgo Pio, è stata indirizzata soprattutto alle Conferenze episcopali africane che hanno rigettato la possibilità di applicare queste nuove benedizioni nelle loro diocesi. Per Fernández quella degli africani è una risposta causata in fondo da una certa arretratezza di contesto, come ha notato nella sua nota stampa: «In diversi Paesi», ha scritto, «ci sono forti questioni culturali e perfino legali che richiedono tempo e strategie pastorali che vanno oltre il breve termine». Un invito indiretto a essere prudenti nell’applicazione delle nuove benedizioni, ma anche a superare certe questioni che in Africa vedono anche penalmente rilevante l’omosessualità.Il cardinale Robert Sarah è guineano e in un certo senso ha risposto a questa visione un po’ riduttiva delle resistenze dei vescovi del suo continente. «L’Africa», ha scritto Sarah, «ha una viva coscienza del necessario rispetto della natura creata da Dio. Non si tratta di apertura mentale e di progresso sociale come pretendono i media occidentali. Si tratta di sapere se i nostri corpi sessuati sono il dono della saggezza del Creatore o una realtà priva di significato, se non artificiale». Ha anche ringraziato apertamente le conferenze episcopali del suo continente - «in particolare quelle del Camerun, del Ciad, della Nigeria, ecc.» - dicendo di condividere e fare sue «le decisioni e la ferma opposizione alla dichiarazione Fiducia Supplicans. Dobbiamo incoraggiare le altre conferenze episcopali nazionali o regionali e ogni vescovo a fare lo stesso. Facendo così, non ci opponiamo a papa Francesco, ma ci opponiamo fermamente e radicalmente a un’eresia che mina gravemente la Chiesa, Corpo di Cristo, perché contraria alla fede cattolica e alla Tradizione». Il porporato della Guinea è stato durissimo con chi alimenta «la confusione, la mancanza di chiarezza e di verità e la divisione» nella Chiesa, attribuendo all’opera del diavolo i blitz di quelli che vogliono «benedire le unioni omosessuali come se fossero legittime».La posta in gioco è alta, perché le chiese in Africa sono esattamente quel prototipo di chiesa di «periferia» che papa Francesco ha voluto mettere al centro del suo pontificato, sostenendo in più occasioni che la realtà si vede meglio dalla periferia che da Roma. È questa la nuova e profonda spaccatura causata da Fiducia Supplicans. L’Africa peraltro è dal lontano 2014, fin dal primo sinodo sulla famiglia convocato da Francesco, che alza la voce rispetto alle preoccupazioni delle decadenti chiese occidentali.«Benedetto XVI», ha scritto Sarah, «ha sottolineato che “la nozione di matrimonio omosessuale è in contraddizione con tutte le culture dell’umanità che si sono succedute fino ad oggi e significa quindi una rivoluzione culturale che si oppone a tutta la tradizione dell’umanità fino ad oggi”. Io credo che la Chiesa d’Africa ne abbia una viva coscienza. Essa non dimentica la missione essenziale che gli ultimi papi le hanno affidato. Papa Paolo VI, rivolgendosi ai vescovi africani riuniti a Kampala, nel 1969, dichiarò: “Nova Patria Christi Africa: la nuova patria di Cristo è l’Africa”». Per Sarah, quella dell’Africa è una missione «provvidenziale». «La Chiesa d’Africa è la voce dei poveri, dei semplici e dei piccoli. Ha il compito di annunciare la Parola di Dio di fronte a cristiani occidentali che, perché ricchi, dotati di competenze molteplici in filosofia, nelle scienze teologiche, bibliche, canoniche, si credono evoluti, moderni e saggi della saggezza del mondo. Ma “ciò che è stoltezza di Dio è più sapiente degli uomini” (1Cor 1,25)». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/randellata-del-cardinale-africano-benedizioni-gay-opera-del-diavolo-2666901674.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-vaticano-inganna-i-fedeli-lgbt" data-post-id="2666901674" data-published-at="1704745837" data-use-pagination="False"> «Il Vaticano inganna i fedeli Lgbt» I gay sono forse più inferociti di cattolici conservatori e vescovi messi insieme. Quei 15 secondi di benedizione alle coppie dello stesso sesso, consentite dal documento Fiducia Supplicans firmato da papa Francesco, hanno scatenato reazioni indignate su social e siti Lgbt. «Insomma, si entra in Chiesa e si esce, il prima possibile, senza attirare troppo l’attenzione e possibilmente un po’ più tormentati internamente di prima», commenta sarcastico Gay.it, che proprio non accetta benedizioni pastorali «frettolose». Nel mirino è finita la nota del Dicastero per la Dottrina della fede, con la quale il Vaticano ha tentato di correggere il tiro creando ancora più scontento e confusione. «Nel documento, si sottolinea più volte come il “contentino” offerto alla comunità Lgbtqia+ non vada in nessun modo ad intaccare la dottrina sul matrimonio», contesta lo storico portale del mondo orgogliosamente non binario, parlando di «apparente apertura», perché non è previsto rituale né benedizionale, quindi non sono liturgiche. «Non sono una consacrazione della persona o della coppia che le riceve». Nelle nove pagine del documento, infatti, viene ribadita la centralità del matrimonio «quale unione esclusiva, stabile e indissolubile tra un uomo e una donna» e che «sono inammissibili riti e preghiere che possano creare confusione tra ciò che è costitutivo del matrimonio» secondo «la perenne dottrina della Chiesa». Per il sito Gayburg.it, gli omosessuali vengono «trattati come persone “sbagliate”», in un documento con «numerose note al limite dell’offensivo», e Jorge Mario Bergoglio avrebbe agito in questo modo «forse intenzionato a compiacere le lobby integraliste». Sulle Reti sociali, i toni si fanno più accesi. «Cari credenti che pensavate che la Chiesa fosse andata avanti, non vi preoccupate: è sempre omofoba e sessuofobica e questo Papa non è affatto progressista», inveisce Zio Sciortino, influencer molto seguito dai fan di TikTok. Aggiunge: «Non vi stanno benedicendo in quanto coppia, ma come persone che però non devono scop…are». In conclusione del sermoncino se la ride: «Care coppie gay, vi stanno dicendo che dovete fare come si faceva un tempo, dovete nascondervi in casa vostra e fuori fare gli amiconi che stanno sempre insieme». Sempre sulla piattaforma fondata dal cinese Zhang Yiming, condivide un video il partenopeo Alfredofoffy, che si presenta come «sposato con un ragazzo gelosissimo». Dice di avere un messaggio per papa Francesco e che lo spiega lui, che cosa significa la nota dell’ex Sant’Uffizio: «Significa che ci stanno prendendo proprio per il c..», strilla davanti a un albero di Natale scintillante. «Vogliono dare un contentino a noi coppie gay, ma con una benedizione di non più di 15 secondi ci fate sentire ancora più diversi da voi». Si porta la mano al petto, dichiara che almeno i gay tengono «’o core», e che della benedizione della Chiesa «poco gli interessa», che tanto lui ha fatto un’unione civile «bellissima e Dio quel giorno ci ha benedetto comunque». Invece, tuona agitando il dito, «tu Papa ricordati che non sei Dio». Il resto del video è una tirata contro i sacerdoti dalle vesti bianche definiti «femmeniélle». Da un pulpito, anche se si è servito di Facebook per esternare le sue critiche, arrivano invece le parole di Alberto Maggi, direttore del centro studi biblici Giovanni Vannucci di Montefano, in provincia di Macerata. «Comiche finali», così ha definito le precisazioni il frate dell’Ordine dei Servi di Maria, che aveva accolto come «un documento che profuma di Vangelo» il testo del cardinale prefetto Víctor Manuel Fernández. Le correzioni, per tentare di placare la Chiesa conservatrice, invece lo fanno sorridere con indignazione. «Già li vedo i preti con il cronometro in mano... Ma in Vaticano hanno il senso del ridicolo? Non pare...».
Péter Magyar (Ansa)
Al Semafor world economy summit a Washington, martedì Dombrovskis si è dichiarato molto fiducioso: «Ci sono alcune questioni rimaste in sospeso durante il precedente governo ungherese, quello del primo ministro Orbán. Speriamo di poter procedere rapidamente, ma in generale vediamo in Ungheria una svolta più filo europea».
Il neo eletto Magyar ha già detto che non bloccherà il prestito dell’Unione europea ma non parteciperà perché il suo Paese è in pessime condizioni economiche. Tanto basta a Ursula von der Leyen: ottenere la revoca del veto. Ieri, il presidente della Commissione europea ha detto di aver parlato con il vincitore delle elezioni. «Abbiamo discusso delle priorità immediate», annunciava in un post sulla piattaforma social X. «Bisogna agire rapidamente per ripristinare, riallineare e riformare. Ripristinare lo Stato di diritto. Riallinearsi ai nostri valori europei condivisi. E riformare, per sbloccare le opportunità offerte dagli investimenti europei», ha aggiunto Von der Leyen.
Al suo esecutivo interessa solo ottenere l’approvazione definitiva del sostanzioso pacchetto di aiuti promessi a Volodymyr Zelensky per il biennio 2026-2027, da fare arrivare a Kiev in due tranche da 45 miliardi di euro ciascuna. La posta in gioco è così alta per la Commissione che il suo presidente non ha esitato a blandire il neo eletto. «L’Ungheria è tornata nel cuore dell’Europa, dove ha sempre dovuto appartenere», ha scritto. «Questo è, soprattutto, un momento per il popolo ungherese. Per la sua voce, la sua dignità e il suo futuro in un’Ungheria sicura e prospera all’interno di un’Europa forte».
A Magyar «cedere» non costerà nulla (Ungheria, Slovacchia e Repubblica Ceca hanno ottenuto l’opt-out dal prestito), anzi finalmente potrà ottenere i quasi 37 miliardi di euro congelati da Bruxelles. Come ha riassunto il Financial Times, oltre alla revoca del veto ungherese sul prestito all’Ucraina i passi fondamentali devono essere il via libera al prossimo pacchetto di sanzioni contro la Russia, la riforma del sistema giudiziario e dei servizi di sicurezza e il rimpasto ai vertici delle principali istituzioni pubbliche e imprese statali. Bruxelles, inoltre, chiede una risoluzione della controversia sulle irregolarità delle procedure di richiesta d’asilo per i migranti, che costa a Budapest una multa giornaliera di un milione di euro oggi arrivata a quasi 900 milioni.
Se è fondamentale lo sblocco dei fondi Ue per dare ossigeno all’economia ungherese e migliorarne le prospettive di crescita, importante sarà per Magyar mantenere le sue promesse elettorali, ovvero lavorare per ridurre l’imposta sul reddito personale per i redditi più bassi e aumentare le pensioni minime. Oggi alle 10, il futuro primo ministro avrà un incontro con Tamás Sulyokil, sollecitato dallo stesso presidente della Repubblica. «È nell’interesse dell’Ungheria che il passaggio di consegne e l’insediamento del nuovo governo avvengano il prima possibile», ha scritto Magyar sul suo profilo social.
Domenica sera, nel suo discorso di vittoria aveva chiesto le dimissioni di Sulyok. Ha ribadito l’argomento anche in conferenza stampa: si aspetta che il capo dello Stato convochi al più presto la sessione inaugurale dell’Assemblea nazionale (ha tempo entro 30 giorni dalle elezioni, ovvero entro il 12 maggio) e che, dopo aver proposto il presidente di Tisza come primo ministro, si dimetta. Quasi il 73% degli attuali membri dell’Assemblea lascerà il proprio incarico a maggio
Prima dell’incontro di oggi, Magyar sarà a Radio Kossuth e sul canale tv M1. L’ultima apparizione del quarantacinquenne politico nella tv pubblica risaliva al 26 settembre 2024, quando accusò l’istituzione di propaganda goebbelsiana. Negli ultimi giorni di campagna elettorale ha detto che, una volta eletto, i media pubblici non sarebbero stati chiusi, ma i loro servizi di informazione sospesi fino a quando non fosse stata garantita una copertura giornalistica equilibrata.
Da Mosca, intanto, il portavoce presidenziale russo Dmitry Peskov ha fatto sapere che c’è la volontà di proseguire un dialogo pragmatico «con il nuovo governo ungherese». Il Cremlino attende i primi passi concreti. Lunedì, Magyar aveva dichiarato l’obiettivo di ridurre la dipendenza dalle fonti energetiche russe e la volontà di fare tutto il possibile per diversificare gli acquisti di petrolio e gas «ma questo non significa che ci disinvestiremo», ha tenuto a precisare. Convenienza economica e la sicurezza dell’approvvigionamento continueranno a essere le considerazioni principali.
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Dalla crisi nello Stretto di Hormuz alle tensioni su Trump, fino agli scandali e alla politica interna, l’America tra guerra, economia e instabilità.
«Posso confermare che l’Agenzia esecutiva per l’istruzione e la cultura (Eacea) ha inviato una lettera per informare la Fondazione La Biennale di Venezia della nostra intenzione di sospendere o revocare una sovvenzione in corso pari a 2 milioni di euro», ha dichiarato il portavoce della Commissione Ue, Thomas Regnier. «La Commissione aveva inoltre inviato una lettera al governo italiano nel mese di marzo. Come già menzionato, la Commissione condanna la decisione della Fondazione Biennale di consentire alla Russia di partecipare alla Biennale d’arte di Venezia del 2026».
Come risponderà il governo italiano? I casi sono due: o farà notare che quei soldi sono nostri visto che siamo contributori netti (riceviamo meno di quel che conferiamo alla Ue, per capirci) e quindi ce li debbono dare, oppure - come alcuni ambienti ci dicono - il ministro della Cultura, Alessandro Giuli, approfitterà della letterina per accerchiare l’ex amico Buttafuoco costringendolo alle dimissioni o cercando una sfiducia.
Per farla breve: o i russi se ne stanno alla larga da Venezia oppure niente euro da Bruxelles. In mezzo c’è Buttafuoco, uomo di grande rigore morale, spessore culturale e col vizio della coerenza. Insomma è un bel problema per Giuli e Fazzolari.
I soldi, dicevamo. «Gli eventi culturali finanziati con il denaro dei contribuenti europei», ha ribadito il portavoce della Commissione Ue, «dovrebbero salvaguardare i valori democratici, promuovere il dialogo aperto, la diversità e la libertà di espressione, valori che non vengono rispettati nella Russia odierna». E qui diciamo che la Commissione europea finisce in fuorigioco: perché alla Russia è preclusa la possibilità di allestire il suo proprio stand, mentre a Israele, all’Iran, alla stessa America invece questo spazio è consentito? Si tratta di una provocazione, certo, ma nemmeno così campata per aria: oltre ai casi citati, ce ne sarebbero altri: siamo certi che in altri Paesi presenti in Biennale si possano applicare i principi etici, morali e quelle libertà di espressione citati dal portavoce? Non ne sarei molto sicuro. Ma meglio non porsi troppe domande, come del resto facciamo sui fornitori di gas e petrolio. Ci torneremo.
La verità è che la Russia rappresenta un problema politico, anzi il problema politico numero uno di questa Europa. È il nemico che consente di azionare la leva a debito per comprare tante armi da rimettere in piedi un po’ di industria… tedesca (e non solo). E allora sarebbe da domandare ai solerti funzionari della Commissione: siete sicuri che i cittadini vogliano spendere i soldi in armi o non in un tentativo di dialogo che porti alla pace magari attraverso la stessa Biennale del cattivo Buttafuoco? Impossibile da sapere perché - a proposito di democrazia - l’Unione è allergica a interrogare il popolo.
Nel giorno in cui Giorgia Meloni è stata bravissima a rimettersi sulla stessa frequenza d’onda degli italiani, molto critici verso il blasfemo e guerrafondaio Donald Trump, così come verso il suo compare d’armi Benjamin Netanyahu, dispiace che il governo non colga l’opportunità della Biennale per un dialogo «meta-politico», un dialogo alla luce del sole e non negli interstizi delle trattative con Mosca in materia energetica, trattative di cui la gente sa poco.
Va dato atto all’amministratore delegato di Eni, Claudio Descalzi, di aver squarciato il muro di gomma proponendo di congelare il ban, cioè le sanzioni europee, contro il gas russo. Descalzi si mette in una posizione di attenzione e il governo farebbe bene a non scommettere troppo sulla redditività di posizioni attendiste, perché in questo arco di tempo gli altri si muoveranno. Trump per primo. E in Europa non è detto che la Francia ci freghi sul tempo, usando la Total.
La Commissione europea che si erge a fiero paladino morale contro la Biennale è la stessa che in questi anni ha fatto il pieno di acquisti di gas dalla Russia: basti pensare che solo nell’ultimo trimestre il gas naturale russo ha fatto il 14,2% di tutte le forniture all’Unione europea. Nel primo trimestre 2026, le imprese russe hanno incassato dai Paesi Ue quasi 5 miliardi di dollari per la vendita di gas: saranno una ventina di miliardi sull’anno. E tanti acquisti abbiamo fatto anche nel 2025 e ancor più nel 2024 (anno del record di acquisti). Miliardi che - se vogliamo dirla con la retorica dei buoni - finiscono in bombe, missili, proiettili contro gli ucraini.
Detto questo, mi venite a raccontare che la Biennale fa il gioco di Vladimir Putin? Se qui c’è una propaganda, beh quella è dell’Unione europea ed è una propaganda tanto stupida quanto meschina. Il guaio è che nel governo c’è chi gioca di sponda con Bruxelles e contro Buttafuoco, la Biennale e il messaggio universale della cultura.
Post scriptum. Sia chiaro: a noi, il gas russo piace talmente tanto che ne vorremmo di più.
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Maurizio Landini (Ansa)
Questa volta la decisione del leader della Confederazione di Corso d’Italia è quello di promuovere una raccolta di firme per inviare al Parlamento due proposte di legge di iniziativa popolare: una sulla sanità e la seconda sugli appalti. Il merito delle proposte non è ancora noto, ma il più importante sindacato in Italia impegnerà le proprie strutture nei prossimi mesi verso questo obiettivo: l’apparato è stato già allertato in proposito.
Sulla sanità è probabile che la filosofia della proposta legislativa sarà indirizzata al rafforzamento del settore pubblica, mentre sugli appalti è prevedibile che l’articolato riprenderà il contenuto che era stato già sottoposto a referendum, quando il sindacato voleva modificare le leggi che a suo dire favoriscono il ricorso ad appaltatori privi di solidità finanziaria, spesso non in regola con le norme antinfortunistiche. Si richiederà di cancellare alcune norme ed estendere la responsabilità dell’imprenditore committente nell’ottica di garantire maggiore sicurezza sul lavoro.
Il silenzioso (o silenziato) dibattito interno descrive una situazione preoccupante: da un lato evidenzia un vero e proprio affaticamento dell’apparato, impegnato ultimamente senza sosta su obiettivi che difficilmente si possono definire di natura sindacale, e dall’altro fa prevalere la sensazione che ormai la Cgil si sia gettata anima e corpo nell’agone politico, perdendo di vista la sua missione e sbiadendo la propria identità. L’obiettivo di Maurizio Landini, prossimo alla scadenza del mandato, è esclusivamente quello di entrare in politica, utilizzando l’occasione delle elezioni del 2027.
È la ragione principale di questo attivismo. Con il peso della sua organizzazione, Landini avrebbe potuto benissimo chiedere ai partiti che sono più o meno collegati alla Cgil, - Pd, Avs, Movimento 5 stelle - di mettere in campo proposte legislative finalizzate all’obiettivo, ma sembra preferire un suo diretto protagonismo. Ciò non per rivendicare l’autonomia sindacale, ma perché ciò lo renderà più visibile.
Ad ogni modo, l’«aspirante» parlamentare dovrebbe essere edotto che in Italia, seppur l’articolo 71 della Costituzione preveda che si possano presentare, raccogliendo 50.000 firme, proposte di legge di iniziativa popolare, storicamente l’esito di iniziative del genere non ha quasi mai trovato una traduzione effettiva in Parlamento. Il perché è presto detto: questo diritto è di fatto controllato dal Parlamento e dai partiti. Gli organi parlamentari non hanno l’obbligo di pronunciarsi sulle proposte di iniziativa popolare e non esiste un vincolo che dia priorità a queste proposte di legge rispetto ad altre. Solo il regolamento del Senato, modificato pochi anni fa, prevede che le commissioni di competenza debbano avviare l’esame dei progetti di legge di iniziativa popolare entro e non oltre un mese, chiamando in audizione uno dei promotori del progetto di legge. Questo però non vale per la Camera.
Nella maggior parte dei casi, l’iter legislativo non inizia proprio e le proposte di legge di iniziativa popolare rimangono depositate in commissione senza essere neppure discusse. A tutt’oggi i partiti sono i padroni assoluti di questo strumento di democrazia «dal basso», che ovviamente fanno funzionare solo quando l’oggetto della proposta risponde a uno specifico interesse, spesso elettorale e quasi mai generale, mentre in virtù della selezione operata dal Parlamento, rimangono tanti cadaveri eccellenti.
Giù la maschera, Landini. Il più importante sindacato italiano impieghi meglio le risorse finanziarie derivanti dagli iscritti, verso obiettivi contrattuali che migliorino le loro condizioni di vita.
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