Non saremo autorizzati, o tantomeno costretti, a partire per una missione a Hormuz soltanto se ci sarà il mandato delle Nazioni Unite, né se lo pretende Donald Trump. Questa, in sintesi, la decisione annunciata dal ministro della Difesa Guido Crosetto, che nella giornata di ieri ha dichiarato: «Il problema dell’Onu non è la volontà dell’istituzione stessa, ma che è sufficiente il No di una sola nazione per bloccare le iniziative nel Consiglio di sicurezza. Se la Russia decide di fermare questa iniziativa, come è probabile, lo farà. Ma così fosse, basterà formare una coalizione con altre 30-40 nazioni e saranno le navi di quei Paesi a partire anche senza le Nazioni Unite, a quel punto bloccate da qualcuno che evidentemente non vuole la pace».
Crosetto ha parlato ieri a margine del seminario del Gruppo speciale Mediterraneo e Medio Oriente (Gsm), organizzato dalla delegazione italiana presso l’assemblea parlamentare della Nato, nel suo 30° anniversario. E stante che, come sempre, l’Europa non è pervenuta, il nostro governo deve decidere: approvare una missione che aiuti gli Stati Uniti a liberare lo Stretto di Hormuz, possibilmente schivando l’accusa di servilismo verso Trump, oppure aspettare che Bruxelles discuta, litighi e probabilmente poi decida per il No oppure in forte ritardo, come hanno già ventilato diverse nazioni del Vecchio Continente eccetto Regno Unito, Francia, Germania, Paesi Bassi e, dall’altra parte del mondo, il Giappone.
Diverse le difficoltà da risolvere: senza l’assenso di Pechino e Mosca l’Onu non potrà mettere la sua bandiera sulle operazioni; senza un passaggio parlamentare la nostra Difesa non si muove e, domani mattina, i ministri Antonio Tajani e Guido Crosetto saranno ascoltati a proposito della situazione di Hormuz nelle commissioni di Esteri e Difesa della Camera e del Senato riunite per l’occasione. La questione di fondo è però un’altra: la situazione politica e militare tra Israele, Usa e Iran cambia molto rapidamente, anche più volte ogni settimana, mentre far partire nei prossimi giorni per lo Stretto di Hormuz i nostri dragamine con il personale significa, intoppi permettendo, arrivare nella zona delle operazioni alla fine del mese se non addirittura dopo. Troppo, serve quindi partire senza poter aspettare che un possibile accordo di pace sia firmato e, soprattutto, si riveli duraturo e rispettato. Anche perché Crosetto è molto chiaro su un punto: «Non siamo in guerra con l’Iran». Il passaggio parlamentare permetterebbe però di organizzare la partenza della nostra flotta specializzata nella rimozione delle mine di vario genere che possono essere state poste nelle acque dello Stretto, far salpare le navi per farle transitare dalla nostra base di supporto di Gibuti, situata tra il Mar Rosso e il Golfo di Aden. E da quel punto attendere le condizioni e l’ordine per procedere verso la zona delle operazioni. Il tutto senza dover dipendere né scendere a compromessi con la Casa Bianca, che una tale operazione la vorrà certamente comandare.
La base italiana di supporto a Gibuti (Bmis) Amedeo Guillet è attiva dal 2013 e si trova a Loyada, a soli 7 km dal confine somalo. Essa permette di supportare le forze armate italiane operanti nell’area del Corno d’Africa, nel Golfo di Aden e nell’Oceano Indiano. Ospita un’ottantina di militari, con una capacità massima possibile di 300, e include reparti di protezione dei fucilieri di Marina del San Marco, squadre delle forze speciali e il personale della missione addestrativa italiana che forma le forze di polizia locali. Quanto alle navi, dal sito della nostra Marina Militare si evince che i nostri cacciamine di classe Lerici e Gaeta sono una decina, ma importante è anche la componente umana prevista nelle operazioni subacquee, ovvero i palombari. Una parte di essi è imbarcata su ogni cacciamine e tutti dipendono dal Comando forze contromisure mine che ha sede a La Spezia. Quanto alle attuali unità cacciamine, le navi di classe Lerici, evolute nella classe Gaeta, sono tra le migliori al mondo, presentano lo scafo di un particolare tipo di vetroresina che permette sia la riduzione dei campi magnetici che fanno esplodere le mine, sia una elevata resistenza a esplosioni subacquee e all’impatto contro lo scafo delle onde d’urto. Sono oggi equipaggiate con armamenti e sistemi elettronici di scoperta e comunicazione moderni, ma giocoforza hanno una velocità di trasferimento ridotta, circa 15 nodi (27,7km/h), dunque per arrivare fino a Gibuti e poi a Hormuz impiegheranno tempo. Altre cinque unità cacciamine di nuova generazione sono in costruzione presso lo stabilimento Intermarine di Sarzana (Sp), insieme con Leonardo, ma la prima consegna è prevista nel 2028.
Intanto c’è chi ha cominciato a navigare verso sud: martedì scorso è salpata da Creta la portaerei francese Charles De Gaulle e venerdì il Regno Unito ha fatto partire il cacciatorpediniere Hms Dragon in vista di una missione a Hormuz.