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2023-11-02
Rafah apre le porte: «Fuori 500 stranieri»
Ansa
«Prometto ai cittadini di Israele che continueremo fino alla vittoria. Abbiamo ottenuto importanti risultati, ma anche perdite dolorose». Così Benjamin Netanyahu ha commentato la notizia della morte di 16 soldati caduti in combattimento a Gaza nell’ambito delle operazioni di terra. Azioni che nella giornata di ieri si sono concentrate principalmente a Jabalia, 4 chilometri a Nord di Gaza City. Il campo che accoglie circa 116.000 profughi, secondo quanto riportato dal quotidiano Haaretz, è stato bombardato dall’aviazione israeliana e avrebbe provocato oltre 50 morti e più di 150 feriti. Numeri diffusi dal ministero della Sanità palestinese, controllato da Hamas, e confermati da un video dell’Afp tv in cui si vedono almeno 47 cadaveri estratti dalle macerie e avvolti nelle lenzuola. Anche l’esercito israeliano ha confermato il raid, aggiungendo di aver eliminato alcuni terroristi, tra cui Ibrahim Biari, ritenuto uno dei responsabili del massacro del 7 ottobre, impegnato a dirigere le operazioni militari dai tunnel sotterranei.
Il portavoce dell’Idf, Jonathan Conricus, ha detto riguardo ai civili coinvolti nell’attacco, di averli più volte sollecitati a lasciare quella che è a tutti gli effetti una zona di guerra: «Spero che prendano la decisione giusta di evacuare verso le aree più sicure del Sud». Esternazione che ha trovato il disappunto dell’Onu, che ha denunciato come «anche il Sud sia stato colpito dai bombardamenti israeliani» e che «all’interno della Striscia non c’è nessun luogo sicuro dove rifugiarsi». A tal proposito, il Guardian ha riportato alcune testimonianze secondo cui i militari israeliani sarebbero impegnati a Sud di Gaza nel tentativo di spezzare in due l’autostrada e la strada costiera. Sul fronte di Gaza City, invece, il comandante della 162ª divisione dell’esercito israeliano, Itzik Cohen, ha affermato di trovarsi alle porte della città. Il generale ha detto che, cinque giorni fa, la sua divisione ha ricevuto una missione importante: «Andate e finite in maniera definitiva Hamas».
Dal Palazzo di Vetro di New York, è intervenuto il capo degli affari umanitari dell’Onu, Martin Griffiths, che ha definito l’attacco a Jabalia «l’ultima atrocità che ha colpito gli abitanti di Gaza», aggiungendo che «i combattimenti ormai sono entrati in una fase ancora più terrificante con conseguenze umanitarie sempre più spaventose». Per l’Europa, invece, ha parlato l’Alto commissario per la politica estera, Josep Borrell: «Basandomi sulla chiara posizione del Consiglio Ue secondo cui Israele ha il diritto di difendersi in linea con il diritto umanitario internazionale e garantendo la protezione di tutti i civili, sono sconvolto dall’elevato numero di vittime a seguito del bombardamento a Jabalia». Sulla stessa linea la posizione della Germania, secondo cui «Israele deve difendersi da Hamas, ma con una proporzionalità che protegga i civili che vengono usati come scudi umani», ha detto un portavoce del ministero degli Esteri tedesco. A Tel Aviv, intanto, ieri pomeriggio sono suonate le sirene di allarme razzi, lanciati dalla Striscia e intercettati dal sistema di difesa Iron dome.
Il ministro della Difesa israeliano, Yoav Gallant, ha fatto il punto delle operazioni militari a Gaza, dicendo che «l’esercito ha ottenuto fin qui risultati molto importanti» e che «sta colpendo i terroristi a tutti i livelli, dagli operatori sul campo ai comandanti». L’obiettivo principale è quello di distruggere le strutture sotterranee per far uscire allo scoperto i miliziani di Hamas. Il portavoce delle brigate al Qassam, l’ala militare del gruppo terrorista, ha scritto su Telegram che nel raid aereo sul campo profughi hanno perso la vita anche sette ostaggi, tre dei quali stranieri. Dall’Italia ha commentato l’attacco l’ambasciatore di Israele, Alon Bar, intervenuto in diretta televisiva su Rai 3 alla trasmissione Agorà: «Gran parte delle persone uccise a Jabalia, in base alle nostre conoscenze, erano terroristi di Hamas. Il fatto che ci siano anche civili, che sono stati uccisi, è perché Hamas usa donne e bambini, civili innocenti, per proteggere sé stessi».
Sul fronte degli ostaggi, va segnalata un’importante novità. Da alcuni giorni, secondo una fonte del Pentagono citata dalla televisione Kan, diversi commando americani, tra cui i Navy seals e la Delta force, hanno raggiunto Israele per supportare l’esercito nella liberazione delle 239 persone ancora in mano ai terroristi. A dare conferma di questa cooperazione, che prevede anche l’appoggio dell’Fbi ai servizi segreti israeliani, è stato direttamente il sottosegretario alla Difesa americano, Christopher Mayer.
C’è poi la mediazione operata dal Qatar. Doha avrebbe lavorato a un accordo a tre tra Israele, Egitto e Hamas, in coordinamento con gli Usa, per favorire il trasferimento dei civili con doppio passaporto da Gaza al Sinai attraverso il valico di Rafah. Il Guardian ha precisato che questo accordo non riguarda gli ostaggi ma solo gli stranieri e i feriti gravi che si trovano all’interno della Striscia. Proprio l’apertura della frontiera egiziana ha permesso ieri l’esodo verso il Sinai di alcuni feriti palestinesi, a bordo di 30 ambulanze, e di circa 400 civili con passaporto straniero. Tra questi anche quattro italiani che si trovavano a Gaza come volontari di Ong internazionali: «Sono stanchi ma in buone condizioni, assistiti dal console d’Italia al Cairo. Continuiamo a lavorare per far uscire tutti gli altri», ha detto il ministro degli Esteri, Antonio Tajani.
Hamas sfida ancora Gerusalemme: «Altri 7 ottobre fino alla distruzione»
Non si fermano le minacce di Hamas. Dopo quelle recapitate all’Italia martedì, in diretta televisiva su Rai 3, dal coordinatore della logistica del gruppo terrorista Basem Naim, che intervistato dal programma Agorà ha detto che «l’Italia fa parte dell’aggressione contro il popolo palestinese», nella giornata di ieri sono arrivate le parole di Ghazi Hamad, uno degli alti funzionari di Hamas: «Ripeteremo le azioni del 7 ottobre ancora e ancora finché Israele non sarà distrutto». In una scioccante intervista rilasciata alla televisione libanese Lbc, l’ex ministro degli Esteri del gruppo terrorista, ha rilasciato queste dichiarazioni: «Dobbiamo impartire una lezione a Israele e lo faremo due o tre volte. Il diluvio di Al Aqsa», nome che i terroristi hanno dato al massacro del 7 ottobre in cui persero la vita più di 1.400 israeliani «è stata soltanto la prima volta. Israele è un Paese che non ha posto sulla nostra terra, dobbiamo rimuoverlo perché rappresenta una catastrofe di sicurezza, militare e politica per le nazioni arabe e islamiche». Il leader di Hamas ha poi aggiunto: «Dobbiamo pagare un prezzo? Sì, e siamo pronti a pagarlo. Siamo una nazione di martiri e siamo orgogliosi di sacrificare martiri».
Da Londra, ha commentato queste pericolose affermazioni il ministro degli Esteri britannico, James Cleverly: «Come può esserci pace se Hamas è impegnato nella distruzione di Israele? Questo è un esponente di Hamas che si impegna a ripetere le atrocità del 7 ottobre ancora e ancora», ha scritto su X.
Intanto, a proposito della strage del 7 ottobre a cui parteciparono 3.000 terroristi di Hamas, di cui circa un migliaio uccisi e altri 200 arrestati, l’esercito israeliano ha diffuso il video dell’interrogatorio di Amer Abu Ghosha, membro del commando Nukhba che aveva fatto irruzione nel kibbutz di Kfar Aza: «La nostra sola missione era uccidere. Non rapire, uccidere ogni persona e tornare a Gaza. Una volta entrati», prosegue l’ammissione, «siamo andati avanti casa per casa dando fuoco alle abitazioni e sparando alle persone». Il terrorista ha poi dichiarato di aver sentito urla di bambini e di aver sparato contro la porta della safe room dietro la quale si erano riparati, fino a quando non li ha più sentiti urlare.
A parlare ieri è stato anche il leader politico di Hamas, Ismail Haniyeh. Bersaglio delle sue dichiarazioni sono gli Usa, accusati di appoggiare Israele. «Gli Stati Uniti smettano di sostenere militarmente Israele e di ostacolare gli sforzi internazionali per porre fine alla violenza a Gaza», ha detto Haniyeh, che ha anche invocato l’apertura continua in doppia direzione del valico di Rafah e posto l’immediato cessate il fuoco come unica precondizione per raggiungere un accordo sullo scambio tra gli ostaggi e i prigionieri palestinesi detenuti nelle carceri israeliane. Il capo di Hamas ha inoltre rivolto un appello ai Paesi musulmani: «Le nazioni arabe e islamiche continuino la protesta a sostegno della causa palestinese». Un richiamo alla mobilitazione sulla scia di quanto affermato nelle ultime ore alla tv di Stato iraniana dal leader supremo Ali Khamenei: «Il mondo musulmano deve mobilitarsi contro il regime israeliano». L’ayatollah, che sostiene come «questa non sia una guerra tra Israele e Gaza, ma tra menzogna e verità, tra i poteri arroganti e la fede», ha poi esortato tutti i Paesi musulmani a boicottare Israele, attraverso l’interruzione dei rapporti commerciali e delle esportazioni di petrolio e prodotti alimentari verso lo Stato ebraico.
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Fonti egiziane: «Passate dal valico 400 persone con passaporto estero e circa 80 feriti palestinesi». I primi quattro italiani lasciano la Striscia. Gli israeliani colpiscono di nuovo Jabalia, oltre 50 morti. L’esercito: «Avevamo avvisato i civili». Onu e Ue protestano.Il dirigente di Hamas in tv: «Israele non avrà mai posto sulla nostra terra».Lo speciale contiene due articoli.«Prometto ai cittadini di Israele che continueremo fino alla vittoria. Abbiamo ottenuto importanti risultati, ma anche perdite dolorose». Così Benjamin Netanyahu ha commentato la notizia della morte di 16 soldati caduti in combattimento a Gaza nell’ambito delle operazioni di terra. Azioni che nella giornata di ieri si sono concentrate principalmente a Jabalia, 4 chilometri a Nord di Gaza City. Il campo che accoglie circa 116.000 profughi, secondo quanto riportato dal quotidiano Haaretz, è stato bombardato dall’aviazione israeliana e avrebbe provocato oltre 50 morti e più di 150 feriti. Numeri diffusi dal ministero della Sanità palestinese, controllato da Hamas, e confermati da un video dell’Afp tv in cui si vedono almeno 47 cadaveri estratti dalle macerie e avvolti nelle lenzuola. Anche l’esercito israeliano ha confermato il raid, aggiungendo di aver eliminato alcuni terroristi, tra cui Ibrahim Biari, ritenuto uno dei responsabili del massacro del 7 ottobre, impegnato a dirigere le operazioni militari dai tunnel sotterranei. Il portavoce dell’Idf, Jonathan Conricus, ha detto riguardo ai civili coinvolti nell’attacco, di averli più volte sollecitati a lasciare quella che è a tutti gli effetti una zona di guerra: «Spero che prendano la decisione giusta di evacuare verso le aree più sicure del Sud». Esternazione che ha trovato il disappunto dell’Onu, che ha denunciato come «anche il Sud sia stato colpito dai bombardamenti israeliani» e che «all’interno della Striscia non c’è nessun luogo sicuro dove rifugiarsi». A tal proposito, il Guardian ha riportato alcune testimonianze secondo cui i militari israeliani sarebbero impegnati a Sud di Gaza nel tentativo di spezzare in due l’autostrada e la strada costiera. Sul fronte di Gaza City, invece, il comandante della 162ª divisione dell’esercito israeliano, Itzik Cohen, ha affermato di trovarsi alle porte della città. Il generale ha detto che, cinque giorni fa, la sua divisione ha ricevuto una missione importante: «Andate e finite in maniera definitiva Hamas».Dal Palazzo di Vetro di New York, è intervenuto il capo degli affari umanitari dell’Onu, Martin Griffiths, che ha definito l’attacco a Jabalia «l’ultima atrocità che ha colpito gli abitanti di Gaza», aggiungendo che «i combattimenti ormai sono entrati in una fase ancora più terrificante con conseguenze umanitarie sempre più spaventose». Per l’Europa, invece, ha parlato l’Alto commissario per la politica estera, Josep Borrell: «Basandomi sulla chiara posizione del Consiglio Ue secondo cui Israele ha il diritto di difendersi in linea con il diritto umanitario internazionale e garantendo la protezione di tutti i civili, sono sconvolto dall’elevato numero di vittime a seguito del bombardamento a Jabalia». Sulla stessa linea la posizione della Germania, secondo cui «Israele deve difendersi da Hamas, ma con una proporzionalità che protegga i civili che vengono usati come scudi umani», ha detto un portavoce del ministero degli Esteri tedesco. A Tel Aviv, intanto, ieri pomeriggio sono suonate le sirene di allarme razzi, lanciati dalla Striscia e intercettati dal sistema di difesa Iron dome.Il ministro della Difesa israeliano, Yoav Gallant, ha fatto il punto delle operazioni militari a Gaza, dicendo che «l’esercito ha ottenuto fin qui risultati molto importanti» e che «sta colpendo i terroristi a tutti i livelli, dagli operatori sul campo ai comandanti». L’obiettivo principale è quello di distruggere le strutture sotterranee per far uscire allo scoperto i miliziani di Hamas. Il portavoce delle brigate al Qassam, l’ala militare del gruppo terrorista, ha scritto su Telegram che nel raid aereo sul campo profughi hanno perso la vita anche sette ostaggi, tre dei quali stranieri. Dall’Italia ha commentato l’attacco l’ambasciatore di Israele, Alon Bar, intervenuto in diretta televisiva su Rai 3 alla trasmissione Agorà: «Gran parte delle persone uccise a Jabalia, in base alle nostre conoscenze, erano terroristi di Hamas. Il fatto che ci siano anche civili, che sono stati uccisi, è perché Hamas usa donne e bambini, civili innocenti, per proteggere sé stessi».Sul fronte degli ostaggi, va segnalata un’importante novità. Da alcuni giorni, secondo una fonte del Pentagono citata dalla televisione Kan, diversi commando americani, tra cui i Navy seals e la Delta force, hanno raggiunto Israele per supportare l’esercito nella liberazione delle 239 persone ancora in mano ai terroristi. A dare conferma di questa cooperazione, che prevede anche l’appoggio dell’Fbi ai servizi segreti israeliani, è stato direttamente il sottosegretario alla Difesa americano, Christopher Mayer. C’è poi la mediazione operata dal Qatar. Doha avrebbe lavorato a un accordo a tre tra Israele, Egitto e Hamas, in coordinamento con gli Usa, per favorire il trasferimento dei civili con doppio passaporto da Gaza al Sinai attraverso il valico di Rafah. Il Guardian ha precisato che questo accordo non riguarda gli ostaggi ma solo gli stranieri e i feriti gravi che si trovano all’interno della Striscia. Proprio l’apertura della frontiera egiziana ha permesso ieri l’esodo verso il Sinai di alcuni feriti palestinesi, a bordo di 30 ambulanze, e di circa 400 civili con passaporto straniero. Tra questi anche quattro italiani che si trovavano a Gaza come volontari di Ong internazionali: «Sono stanchi ma in buone condizioni, assistiti dal console d’Italia al Cairo. Continuiamo a lavorare per far uscire tutti gli altri», ha detto il ministro degli Esteri, Antonio Tajani.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/rafah-apre-porte-500-stranieri-2666130460.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="hamas-sfida-ancora-gerusalemme-altri-7-ottobre-fino-alla-distruzione" data-post-id="2666130460" data-published-at="1698933419" data-use-pagination="False"> Hamas sfida ancora Gerusalemme: «Altri 7 ottobre fino alla distruzione» Non si fermano le minacce di Hamas. Dopo quelle recapitate all’Italia martedì, in diretta televisiva su Rai 3, dal coordinatore della logistica del gruppo terrorista Basem Naim, che intervistato dal programma Agorà ha detto che «l’Italia fa parte dell’aggressione contro il popolo palestinese», nella giornata di ieri sono arrivate le parole di Ghazi Hamad, uno degli alti funzionari di Hamas: «Ripeteremo le azioni del 7 ottobre ancora e ancora finché Israele non sarà distrutto». In una scioccante intervista rilasciata alla televisione libanese Lbc, l’ex ministro degli Esteri del gruppo terrorista, ha rilasciato queste dichiarazioni: «Dobbiamo impartire una lezione a Israele e lo faremo due o tre volte. Il diluvio di Al Aqsa», nome che i terroristi hanno dato al massacro del 7 ottobre in cui persero la vita più di 1.400 israeliani «è stata soltanto la prima volta. Israele è un Paese che non ha posto sulla nostra terra, dobbiamo rimuoverlo perché rappresenta una catastrofe di sicurezza, militare e politica per le nazioni arabe e islamiche». Il leader di Hamas ha poi aggiunto: «Dobbiamo pagare un prezzo? Sì, e siamo pronti a pagarlo. Siamo una nazione di martiri e siamo orgogliosi di sacrificare martiri». Da Londra, ha commentato queste pericolose affermazioni il ministro degli Esteri britannico, James Cleverly: «Come può esserci pace se Hamas è impegnato nella distruzione di Israele? Questo è un esponente di Hamas che si impegna a ripetere le atrocità del 7 ottobre ancora e ancora», ha scritto su X. Intanto, a proposito della strage del 7 ottobre a cui parteciparono 3.000 terroristi di Hamas, di cui circa un migliaio uccisi e altri 200 arrestati, l’esercito israeliano ha diffuso il video dell’interrogatorio di Amer Abu Ghosha, membro del commando Nukhba che aveva fatto irruzione nel kibbutz di Kfar Aza: «La nostra sola missione era uccidere. Non rapire, uccidere ogni persona e tornare a Gaza. Una volta entrati», prosegue l’ammissione, «siamo andati avanti casa per casa dando fuoco alle abitazioni e sparando alle persone». Il terrorista ha poi dichiarato di aver sentito urla di bambini e di aver sparato contro la porta della safe room dietro la quale si erano riparati, fino a quando non li ha più sentiti urlare. A parlare ieri è stato anche il leader politico di Hamas, Ismail Haniyeh. Bersaglio delle sue dichiarazioni sono gli Usa, accusati di appoggiare Israele. «Gli Stati Uniti smettano di sostenere militarmente Israele e di ostacolare gli sforzi internazionali per porre fine alla violenza a Gaza», ha detto Haniyeh, che ha anche invocato l’apertura continua in doppia direzione del valico di Rafah e posto l’immediato cessate il fuoco come unica precondizione per raggiungere un accordo sullo scambio tra gli ostaggi e i prigionieri palestinesi detenuti nelle carceri israeliane. Il capo di Hamas ha inoltre rivolto un appello ai Paesi musulmani: «Le nazioni arabe e islamiche continuino la protesta a sostegno della causa palestinese». Un richiamo alla mobilitazione sulla scia di quanto affermato nelle ultime ore alla tv di Stato iraniana dal leader supremo Ali Khamenei: «Il mondo musulmano deve mobilitarsi contro il regime israeliano». L’ayatollah, che sostiene come «questa non sia una guerra tra Israele e Gaza, ma tra menzogna e verità, tra i poteri arroganti e la fede», ha poi esortato tutti i Paesi musulmani a boicottare Israele, attraverso l’interruzione dei rapporti commerciali e delle esportazioni di petrolio e prodotti alimentari verso lo Stato ebraico.
Jacopo Luchini vince la medaglia d'oro nello snowboard, specialità banked slalom, alle Paralimpiadi di Milano-Cortina 2026 (Ansa)
Quattro medaglie oggi portano gli azzurri a quota 14 podi a Milano-Cortina, battendo il record di Lillehammer: oro per Jacopo Luchini nello snowboard banked slalom SB-UL, Emanuel Perathoner nello snowboard banked slalom SB-LL2 e René De Silvestro nello slalom gigante categoria sitting, e argento per Giacomo Bertagnolli nello slalom gigante ipovedenti insieme alla guida Andrea Ravelli. Un traguardo storico che segue il successo alle Olimpiadi invernali.
Milano-Cortina 2026 ha scritto oggi un nuovo capitolo nella storia dello sport paralimpico italiano. Con quattro medaglie conquistate nella giornata odierna, infatti, la spedizione azzurra ha raggiunto quota 14 podi, superando il record di Lillehammer 1994, che resisteva da oltre trent’anni.
Il giorno è iniziato sulle piste di Socrepes con Jacopo Luchini, protagonista nello snowboard banked slalom SB-UL. L’azzurro ha chiuso la prova con il tempo di 56”28, davanti ai due atleti cinesi Wang Pengyao (56”62) e Jiang Zihao (57”03), conquistando così il suo primo oro di giornata e il quarto complessivo per l’Italia a questi Giochi. «Ci si prova sempre a pensare ad una giornata così… quattro anni fa avevo perso la medaglia per otto centesimi, oggi il tempo mi ha ripagato con gli interessi», ha commentato Luchini. Non è mancato il bis dello snowboard con Emanuel Perathoner, che ha dominato il banked slalom SB-LL2. L’azzurro, già vincitore sabato nello snowboard cross, si è confermato il primo snowboarder italiano a realizzare la doppietta d’oro nella stessa Paralimpiade. «La pista era meglio oggi che in training, era più ghiacciata e la preferisco così», ha spiegato Perathoner, che con il tempo di 54”28 ha preceduto lo svizzero Fabrice Von Gruenigen e l’australiano Ben Tudhope. Sul fronte dello sci alpino, Giacomo Bertagnolli ha centrato l’argento nello slalom gigante ipovedenti insieme alla guida Andrea Ravelli. L’azzurro, al comando dopo la prima manche, ha chiuso a soli 34 centesimi dall’austriaco Johannes Aigner. «Siamo quattro su quattro, ma a parte il bronzo iniziale che è stata la sorpresa abbiamo replicato pari pari Pechino», ha dichiarato Bertagnolli. Con questa medaglia, Bertagnolli eguaglia le 12 conquistate in carriera da Bruno Oberhammer, diventando uno degli atleti italiani più medagliati della storia paralimpica. La giornata si è chiusa con il trionfo di René De Silvestro nello slalom gigante categoria sitting. L’azzurro ha preceduto l’olandese Niels De Langen e il norvegese Jesper Pedersen, aggiungendo una medaglia d’oro inedita alla sua collezione e portando l’Italia a quota 14 podi, record assoluto per le Paralimpiadi invernali italiane. «Volevo così tanto questa medaglia che non potevo cadere. I salti? Quando faccio qualcosa di buono finisco sempre a stupire un po’ tutti», ha commentato De Silvestro indicando la figlia con orgoglio.
Il presidente del Comitato italiano paralimpico, Marco Giunio De Sanctis, ha definito la giornata «meravigliosa» e ha sottolineato come lo snowboard, disciplina in cui l’Italia non aveva mai ottenuto grandi risultati, sia oggi tra i protagonisti di questa spedizione. Anche i grandi campioni dello sci italiano, come Alberto Tomba e Deborah Compagnoni, hanno assistito alle gare, applaudendo i successi degli azzurri e la loro capacità di ispirare nuovi atleti.
Oltre alle vittorie, la giornata ha registrato anche i piazzamenti degli altri azzurri: Federico Pelizzari ha chiuso quarto nel gigante standing, Luca Palla undicesimo, mentre Davide Bendotti non ha completato la prova a causa di una caduta. Nel biathlon, Marco Pisani e Cristian Toninelli hanno chiuso rispettivamente diciottesimo e tredicesimo nelle sprint di inseguimento, con l’obiettivo di migliorare domani nella staffetta.
Con la settima giornata, Milano-Cortina conferma il trend eccezionale della spedizione italiana: sei ori, cinque argenti e tre bronzi, un bottino che segna il record assoluto di medaglie in una Paralimpiade invernale per l’Italia. Il sogno olimpico continua, con nuovi appuntamenti sulle piste e nuovi traguardi da inseguire.
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Philippe Donnet (Ansa)
Partiamo dai numeri, che sono quelli che alla fine contano davvero. Generali chiude il primo anno del nuovo piano con risultati che non si erano mai visti. L’utile netto sale a 4,17 miliardi, in crescita del 12%. Il risultato operativo supera per la prima volta la soglia degli 8 miliardi, fermandosi poco sopra quota 8,1 con un incremento vicino al 10%. Insomma, il Leone continua a ruggire. Donnet, che guida una nave grande in mari agitati, spiega che Generali è abituata a «navigare bene nella tempesta». E tempeste, nel mondo finanziario e geopolitico, non mancano certo. Il messaggio agli azionisti è semplice: continuiamo a guadagnare bene e continueremo a darvi soddisfazioni. La maniera migliore per ricucire i rapporti con i grandi azionisti come Caltagirone e gli eredi Del Vecchio.
La cedola sale a 1,64 euro per azione, con un incremento del 14,7%, superiore alle attese degli analisti. Quasi 2,4 miliardi distribuiti agli azionisti. Donnet lancia anche un nuovo programma di buyback da 500 milioni di euro. In altre parole, soldi che tornano direttamente nelle tasche dei soci. Quando si distribuisce così tanta liquidità significa che il motore gira forte. Le masse gestite dal gruppo arrivano a sfiorare i 900 miliardi di euro, in crescita del 4,3%. Il risparmio gestito porta a casa oltre 1,19 miliardi di utile operativo. Ma il cuore pulsante resta l’attività assicurativa. I premi lordi complessivi salgono a 98,1 miliardi. La solidità patrimoniale resta robusta. In termini semplici: il capitale per coprire i rischi è più che abbondante. Accanto a Donnet, il nuovo direttore generale e vice ceo Giulio Terzariol prova a sintetizzare il momento dei mercati partendo da vicino: «Le assicurazioni non coprono i rischi di guerra». Ma la parte più interessante arriva quando si passa alla geografia della finanza. È cambiato l’azionista di riferimento di Mediobanca, la storica custode della quota strategica di Generali. Un passaggio che ha riacceso i riflettori sugli equilibri del capitalismo tricolore, con i soci Francesco Gaetano Caltagirone e la holding Delfin della famiglia Del Vecchio molto attivi nel riassetto del sistema. Donnet, con diplomazia d’ordinanza, dice di avere «rapporti positivi e istituzionali con tutti gli azionisti». Il riferimento è alla mancata alleanza con la francese Natixis nella gestione del risparmio, stoppata anche in nome della difesa della sovranità nazionale. Il ceo del Leone tira fuori la mossa più elegante della giornata. Se davvero il risparmio italiano deve restare in Italia, dice in sostanza Donnet, allora Generali è prontissima a dare una mano. L’accordo di bancassurance tra Banca Monte dei Paschi e la francese Axa scade il prossimo anno. «Il nostro mestiere è anche la gestione del risparmio», osserva Donnet. «Forse saremo un candidato per sostituire Axa». Pertanto: «Se possiamo rimpatriare questo risparmio italiano in Italia, saremo felici di farlo». Non solo patriottismo (Donnet ha preso la cittadinanza italiana) e tentativo di allacciare nuovi rapporti con la capogruppo: gli sportelli del Monte rappresentano una rete commerciale importante per vendere polizze, previdenza e prodotti di investimento. In altre parole, un affare che vale miliardi. E non è l’unica partita aperta. Generali guarda con interesse anche all’espansione dell’accordo di bancassurance con Unicredit, oggi limitato al Centro ed Est Europa. L’idea è ampliarlo e rafforzarlo sostituendo Amundi, altro gruppo francese. Intanto, mentre a Trieste si parlava di utili record, il titolo Generali a Piazza Affari chiudeva la seduta in controtendenza, salendo dell’1,48% a 33,6 euro. Segno che il mercato apprezza la traiettoria del Leone. Il prossimo appuntamento sarà l’assemblea del 23 aprile. Una riunione un po’ particolare: per la prima volta dopo il periodo Covid gli azionisti non saranno presenti fisicamente e voteranno solo tramite il rappresentante designato. Ma non è detto che mancherà lo spettacolo. Perché quando si parla di Generali, di Mediobanca e di finanza italiana, qualcosa succede sempre.
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«Quella Notte» (Netflix)
Il romanzo da cui Netflix ha deciso di trarre ispirazione, in Italia, non è mai arrivato. Non tradotto. Esiste solo la sua versione inglese, quella che il Sunday Times ha celebrato annoverandola tra i propri bestseller. Veloce, dinamico, capace di prendere le distanze dal classico giallo procedurale per trovare una complessità diversa, allargando l'ambito psicologico fino a interrogarsi sui confini che l'etica e la morale dovrebbero imporre ad ognuno di noi.
That Night, com'è stato intitolato in lingua originale il romanzo di Gillian McAllister, non ha falle, per la critica statunitense. Che, venerdì 13 marzo, sarà chiamata a valutare una nuova versione di questo libro perfetto: la serie televisiva che di qui ha avuto origine.Quella Notte, i cui episodi saranno rilasciati su Netflix nella modalità canonica del cofanetto, è l'adattamento televisivo del romanzo mai tradotto. E, con lo stesso ritmo, ne racconta la storia. Una storia difficile da valutare, quella di una donna, Elena, partita per una vacanza che avrebbe dovuto essere leggera. Aveva scelto la Repubblica Dominicana per passare qualche giorno lontano dalla città, sulle spiagge in cui il mare sovrasti i pensieri. Ma, poco dopo il proprio arrivo, con la macchina presa a nolo, ha investito un uomo. Lo ha ucciso e lasciato sul ciglio della strada. Elena è scappata, per paura. Paura della prigione in un Paese straniero, paura di essere separata dal figlio piccolo. Paura di ammettere il proprio errore, di non riuscire a giustificarlo come tale, di essere considerata un'assassina. Così, anziché fare quello che avrebbe dovuto, chiamare le autorità competenti, lascia che sia il panico a guidare le proprie azioni, scegliendo la famiglia. Sono le sue sorelle le prime persone che Elena avvisa, Paula e Cris. E sono loro a cedere al legame di sangue, acconsentendo a coprire l'omicidio. Peggio, ad insabbiarlo. Avevano le stesse paure di Elena, temevano il nipotino rimanesse senza sua madre. Coprono, dunque, rendendosi complici di un crimine che avrebbe dovuto essere denunciato.
Quella Notte comincia qui, allontanandosi dall'incedere tipico del giallo per raccontarne una variabile, il calvario di chi del giallo è parte, la pressione psicologica, l'ansia che schiaccia e toglie il fiato. E, ad agitare le coscienze, il dubbio e la colpa. Lo show, come il romanzo dal quale è tratto, cerca di interrogarsi sui limiti dell'etica individuale, capendo quanto possa essere elastica: fin dove si possano spingere gli esseri umani per proteggere se stessi e coloro che amano. La risposta è ambigua, volutamente fumosa. Tra le sorelle, una sembra patire meno il senso di colpa. L'altra vorrebbe aggiustare il tiro, fare diversamente. Non c'è moralismo, né la condanna dell'una o dell'altra. Solo l'interrogativo, declinato con lo schema sempre efficace di episodi breve e intensi.
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