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2020-03-21
Radiografia del made in Italy: ballano 180 miliardi di export
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Una recente indagine di Nomisma Wine Monitor ha stabilito che in 350 ristoranti di New York il 30% delle referenze di vino rosso in carta sono italiane e di queste un terzo sono vini toscani con circa duemila che arrivano da Montalcino a un prezzo medio di 382 dollari ". Se New York va in quarantena un terzo del fatturato di una delle più prestigiose Docg italiane svanisce. Il mercato americano cresciuto a una media di 20 punti negli ultimi cinque anni per il vino italiano vale 1,6 miliardi di euro, metà di questi arrivano da enoteche e ristoranti. Il Covid rivela così la sua faccia più dura per il made in Italy. Non diversa l'impressione di Dario Loison che con la sua "industria-artigianale" di pasticceria ha lanciato nel mondo panettone, pandoro, colombe come dolci quotidiani e non legati alle festività posizionandoli su un target altissimo di mercato grazie anche a un packaging che unisce qualità del prodotto a suggestioni di moda. Dai tessuti, alle porcellane fino ai vetri di Murano. «Stiamo lanciando» – dice Loison – «la campagna di Pasqua, ma la situazione è cupa. Nel resto del mondo si tiene con grande fatica: abbiamo difficoltà logistiche e la "clausura" non aiuta certo gli acquisti perciò temo che l'export stia rallentando sotto al minimo vitale, sul mercato interno siamo di fronte ad una crisi epocale: la gente compra massivamente per fare scorte, non ci sono le occasioni conviviali, difficilmente si ferma nelle "boutiques del gusto" che sono il canale principale di distribuzione dei prodotti di alta gamma». Maro Caprai il re del sagrantino di Montefalco, grandissimo vino, ma anche imprenditore della moda, il cachemire italiano esce dalla Cariaggi industria leader nel settore partecipata al 50% dal gruppo Caprai, non vede rosa. "In campagna dobbiamo lavorare perché è la natura che di detta i tempi, siamo molto preoccupati per il mercato americano. Quello europeo è in sofferenza da tempo. Per la moda il blocco delle attività commerciali che sta piano piano diventando mondiale ci pone un orizzonte molto limitato di programmazione. Stiamo preparando le collezioni per l'inverno. Speriamo che l'epidemia passi e allora ci sarà l'effetto molla. Questa è una crisi di domanda e quindi se i consumi riprendono si dovrebbe recuperare in fretta, ma bisogna resistere fino ala ripresa e i margini non sono così ampi». Per il made in Italy l'infezione Covid-19 è drammatica. Le stime sono pessime perché oltre allo stop dell'export si stano fermando le filiere. La preoccupazione maggiore è su due settori trainanti della nostra economia: l'agroalimentare e il turismo. Ma è tutta l'alta gamma a soffrire compreso il comparto moda. Complessivamente stiamo parlando della metà del Pil: 920 miliardi, di cui 180 dall'export per circa 4,5 milioni di impiegati. E la domanda è: c'è sufficiente attenzione a questi settori si sta facendo abbastanza? I primi risultati sono stati la cancellazione o il rinvio delle principali fiere: il Vinitaly la più importante rassegna vinicola del mondo slitta dalle consuete date d'aprile al 14-17 giugno (il Proweine tedesco è stato invece cancellato così come la più importante fiera turistica del mondo la ITB di Berlino), il Salone del Mobile finisce a giugno, Mido e Cosmprof (occhiali e cosmetica) sono riprogrammate, il Cibus la più importante fiera dell'industria agroalimentare che si tiene a Parma si farà dall' 1 al 4 settembre. Complessivamente sono solo in Italia 93 le rassegne o soppresse o saltate ed è un comparto che da solo vale 60 miliardi di euro. I problemi aperti per il made in Italy sono di quattro fattori. Il primo è quello di mantenere quote di mercato evitando che la concorrenza internazionale eroda i nostri primati. Per questo l'idea di Luigi Di Maio, ministro degli esteri che per primo ha parlato di Made in Italy sotto attacco speculativo, di rimborsare attraverso l'Ice le aziende che non hanno potuto partecipare alle fiere internazionali (il calendario è praticamente azzerato) e di mettere 770 milioni per un primo rilancio sembra poco più di un pannicello caldo. Il secondo problema è come affrontare la crisi di domanda che si sostanzia sia sul mercato interno che su quello estero con settori come il turismo che non fanno magazzino e che dunque hanno perdite di fatturato non recuperabili o come l'agricoltura che se si ferma la filiera di trasformazione vede azzerarsi le marginalità positive. Il terzo problema è quello logistico: la chiusura delle frontiere di fatto azzera possibilità dell'export tenendo conto che ad oggi i valichi dell'Es sono di fatto chiusi e che il traffico aereo delle merci è caduto del 60 per cento. Il quarto problema è come sostenere la liquidità delle imprese e al tempo stesso la qualità della produzione visto che gran parte del made in Italy produce ad alta intensità di manodopera, ha bisogno di continua generazione cash flow, deve tenersi la manodopera specializzata e in gran pare è costituito da aziende di medio-piccole dimensioni. Il rischio è che si moltiplichi lo shopping di colossi esteri che vengono in Italia a comprare i marchi sottocosto di fatto impoverendo lo stock di valore del Made in Italy. Perché su tutto c'è il problema dei problemi: come difendere la brand reputation del made in Italy. E non è una questione di orgoglio nazionale: sono soldi! Ogni anno Brands Finance stima il valore del marchio nazione. Ebbene l'Italia vale 2.214 miliardi di dollari. E' una stima che va presa con le molle perché stando a questa classifica saremmo ventottesimi nel mondo e contemporaneamente il marchio più forte al mondo è italiano: la Ferrari. E' però vero che la valutazione del sistema paese pesa su questi rating. A noi è assegnata – sulla scorta di quello che fanno le agenzie che valutano i debiti sovrani – una doppia A meno che non è affatto male. Ma la classifica di Brands Finance un'indicazione di cosa è il vero made in Italy ce la dà perché ci colloca al primo posto in questi settori: moda, lusso, design e food. Ma se il valore del brand Italia è attorno ai 2mila duecento miliardi di dollari, il valore dei marchi italiani è infinitamente superiore. Ed è lì che potrebbero appuntarsi gli appetiti di chi potrebbe approfittare della crisi da Covid 19.
Covid 19 potrebbe incrinare il valore dei marchi della moda
Secondo Top30 Most Valuable Italian Brands il valore dei 30 marchi italiani top che nel 2019 sarebbe cresciuto del 14% rispetto all'anno precedente è stimato in 97 miliardi di dollari al netto dei marchi dell'automobilismo. Tanto per avere un'idea Gucci (che però è in mano francese ) vale sui 24 miliardi, Armani 2,6 miliardi, Nutella e Kinder (e non dunque Ferrero) quasi 10 miliardi, Prada quasi quattro. Sono dunque campioni mondiali tenendo conto anche delle dimensioni aziendali. E tuttavia il Covid 19 potrebbe incrinare il loro mercato pesantemente. Vediamo un po' di cifre prima di addentrarci nell'analisi dei settori
L'agroalimentare italiano vale 205 miliardi il 12% del pil con una quota di export di 58,5 miliardi e circa 800 mila addetti. A questo va sommato il comparto agricolo in senso stretto che sfiora i 60 miliardi 14 di export e da lavoro a 1,2 milioni di persone. L'agricoltura italiana è a livello mondiale la più produttiva cioè quella che a parità di superfice coltivata ha il maggior valore aggiunto. Se si tiene conto della distribuzione e dei ristornati il comparto food e beverage per l'Italia rappresenta un quarto del pil arrivando a 538 miliardi di fatturato per 3,8 milioni di occupati.
Il sistema moda – Il sistema moda è uno dei pilastri del made in Italy. Vale qualcosa meno di 90 miliardi di fatturato e ha esportato per 71 miliardi. Conta 82 mila imprese attive, di cui 20.559 in ambito pelletteria (25%), 45.882 in ambito abbigliamento (56%) e 15.493 in ambito tessile (19%).
Il turismo – L'impatto diretto del turismo è pari al 6 % del Pil con circa il 7% degli occupati. Tradotto siamo attorno ai 146 miliardi, di questi circa 35 miliardi arrivano dal turismo estero. Ma se si fa il conto dell'impatto economico del turismo secondo gli schemi del WTTC (cioè l'organismo mondiale del turismo) allora il turismo pesa sull'economia italiana per il 13 per cento del pil arriviamo a circa 220 miliardi.
Il design – Il design per l'Italia non solo vale un primato mondiale in termini di valore culturale, ma è una fetta consistente del nostro pil . Il design in senso stretto – stando al rapporto della Fondazione Symbola – vale 4,9 miliardi, ma la filiera del mobile porta questo valore a 42 miliardi con un export di 16. Se aggiungiamo l'industria ceramica che vale 7 miliardi con un export di 4, l'arredo bagno che vale 2,7 miliardi e il settore delle lampade che ne vale altri 2,8 arriviamo ad un comparto che vale qualcosa meno di 60 miliardi.
Il complesso di questi macro settori vale tenendo conto dei fattori di moltiplicazione circa 920 miliardi di euro più o meno il 50 per cento del pil nazionale per un valore di export di poco inferiore ai 180 miliardi. La posta in gioco è di questa entità.
Ma le misure per fare fronte alla crisi indotta dal Coronavirus sembrano del tutto inadeguate a fronteggiare la gravissima situazione di alcuni comparti. Vediamoli.
E' la caduta della domanda estera di mozzarella a generare questa crisi
Già al sorgere della crisi l'export in Cina si è piantato. Abbiamo perso 500 milioni di export complessivo con in testa vino, ortofrutta e le carni suine. Ma ora a preoccupare duramente gli agricoltori è la crisi del mercato interno e il rallentamento delle filiere. Drammatica la situazione della filiera del latte in tutte le sue declinazioni: dal latte vaccino a quello di bufala, ai latti ovini. Il latte vaccino è entrato in crisi per l'immediata concorrenza estera. Gli allevatori francesi, polacchi e tedeschi si sono buttati sul mercato a pesce facendo dumping sui prezzi e approfittando del blocco delle merci italiane al valico del Brennero. A questo si aggiunge il crollo di domanda in Italia sia per il latte che per i formaggi. La ministra dell'agricoltura Teresa Bellanova ha disposto un primo intervento di sei milioni per il ritiro di latte Uht, ma resta la crisi di prezzo. Ancora più grave la situazione del latte ovino e in Sardegna in particolare si sta riproponendo la crisi del Pecorino. C'è stato un primo intervento tampone di 20 milioni, ma il settore è in ginocchio. Del tutto inaspettata è invece la crisi del latto bufalino. Sia nel casertano che in Cilento circa metà del latte destinato alla produzione di mozzarella resta invenduto.
E' la caduta della domanda estera di mozzarella a generare questa crisi. A tutto questo si aggiunge che molti paesi per fare concorrenza a Parmigiano Reggiano e Grana Padano hanno cominciato a pretendere il marchio Covid 19 free, che non esiste, ma che ha costituito una straordinaria barriera all'esportazione. E tutto questo nella totale assenza dell'Europa nonostante gli appelli del Governo italiano. Un fronte di crisi particolarmente grave nel nostro comparto agricolo è quello dell'ortofrutta. E' stata cancellata agli inizi di febbraio Fruit Logistic la grande fiera di Berlino che di fatto costituisce il crocevia del nostro export in Germania (è il nostro primo mercato) e in Cina.
L'export verso Pechino è di fatto azzerato, l'export in Germania è ridotto del 50%. Sui principali mercati italiani il crollo è stato del 30% per il freschissimo e del 50% per il fresco. Vi sono interi segmenti come quello dei carciofi e degli spinaci che sono stati di fatto azzerati. A questo si aggiunge che il mancato arrivo di manodopera stagionale dall'estero (in particolare dalla Romania) sta mettendo in ginocchio i raccolti. In crisi è un altro comparto significativo come il florovivaismo. Stando alle organizzazioni agricole che ieri hanno incontrato il ministro Bellanova il 60% della produzione è andata perduta. La Cia (Confederazione italiana agricoltori) sostiene che la crisi è indotta da questi fattori: " La chiusura dei negozi e dei mercati, la sospensione di tutte le cerimonie civili e religiose, e un atteggiamento ostile degli importatori esteri, stanno mettendo in ginocchio un settore composto da 24.000 aziende con fatturato annuo di 2,5 miliardi, pari al 5% dell'intera produzione agricola nazionale".
In ultimo si stanno addensando nubi nerissime anche sulla produzione di vino che è il primo motore dell'agricoltura italiana con15 miliardi di fatturato e 6,4 miliardi di export. E' vero che sul mercato interno tengono le vendite on line ma per l'export sono dolori. Il presidente di Federvini Sandro Boscaini è stato chiarissimo: «La situazione è eccezionalmente grave, serve un approccio sistemico. Rischiamo di perdere quote di mercato». Per Piero Mastroberardino: «Bisogna investire in promozione sui mercati, le aziende così non ce la faranno ad affrontare la prossima vendemmia avendo azzerato i ricavi". La situazione è complicatissima anche nel settore degli spiriti che pure ha avuto un trend molto positivo negli ultimi due anni (solo l'export vale oltre 26 miliardi) tant'è che Micaela Palini del gruppo spiriti di Federvini auspica «una defiscalizzazione dei fatturati esteri perché altrimenti non reggiamo».
Futuro molto incerto per il settore agroalimentare che aveva chiuso un 2019 in grane crescita. Solo un settore tiene ed è quello della pasta che però ha scorte di materie prime per al massimo venti giorni. Il blocco delle frontiere sta creando problemi Chi invece è entrato repentinamente in crisi nonostante i successi dello scorso anno è il settore lattiero-caseario che in questo momento registra un crollo di esportazione del 40%. Federalimentare ha chiesto un impegno dell'Efsa (l'ente europeo che certifica la salubrità dei prodotti che tra l'altro a sede a Parma) di emettere una direttiva che dice che i prodotti italiani sono esenti da qualsiasi contaminazione.
E in un comunicato Ivano Vacondio, presidente di Federalimentare ha accusato:«"Certificazioni virus free, difficoltà a far arrivare le materie prime dall''Europa e una comunicazione falsa che, sotto il cappello della satira, fa terrorismo sui prodotti Made in Italy: tutti sistemi che mettono ingiustamente a dura prova le eccellenze alimentari italiane". La verità è che il blocco dei Tir sta creando una sorta di paralisi produttiva. Luigi Scordamaglia, consigliere delegato di Filieraitalia, peraltro pone un altro prblema: quello dell'approvvigionamento delle materie prime. «Siamo impegnati a fornire il cento per cento di prodotto italiano alla filiera, ma certo bisogna che ci siano i presidi di sicurezza disponibili per chi lavora nell'agroalimentare. Senza le mascherine rischiamo di dover bloccare la produzione». A mettere al rischio l'agroalimentare dunque oltre al blocco della domanda – c'è una contrazione di consumi evidente e soprattutto nei supermercati il made in Italy non è adeguatamente tutelato – ci sono difficoltà logistiche. E il crollo del fatturato che potrebbe arrivare anche al 20 per cento nell'agaroalimentare è particolarmente pesante perché buona parte dell'industria di questo settore (circa il 60% delle unità produttive) è allocato al Sud. La situazione è drammatica per il turismo e si ricollega anche a quella dell'agroalimetare. Il presidente di Fedarlimentare Vacondio è preoccupato: «Ballano una quindicina di miliardi di consumo agroalimentare se il turismo non riprende».
Molto dipende se dal 3 aprile si tornerà a vedere i negozi aperti
Il turismo non riprende. Le prenotazioni negli agriturismi sono di fatto azzerate, gli alberghi hanno accusato un debooking dell'80 per cento, i cali di prenotazioni vanno dal meno 40% di Venezia al meno 70 di Firenze al meno 80 di Roma. La riviera romagnola non sa se arriveranno turisti mentre sui laghi si aspettano una contrazione fortissima della domanda tedesca. Del resto il traffico aereo è ormai ridotto a meno del 30%.
Il presidente degli albergatori Bernabò Bocca parla di crisi non più governabile, la Fiavet, la federazione delle agenzie turistiche, con Ivana Jlenic chiede lo stato di crisi, Federturismo con Marina Lalli dice: "Le stime che si erano fatte di meno cinque miliardi pensando ad una crisi passeggera del settore alberghiero a cui si aggiungevano gli altri 7 miliardi di perdita di fatturato complessivo del turismo comprendendo anche il commercio sono superate. Oggi siamo nella condizione di non sapere come finirà. Per Pasqua non ci sono turisti. Per l'estate sarà difficilissimo recuperare". In questo settore ballano un centinaio di miliardi.
La fashion week di Milano è stata il termometro. Mille clienti persi, la Cina azzerata. La Camera della Moda ha stimato un primo impatto pari al 1,8% di perdita di fatturato (intorno al miliardo e mezzo) ma è una stima non più vera. Gucci ha fermato la produzione fino al 20 Marzo, stop per tutelare la salute dei dipendenti di Tood's e Fendi fino al 15, a rilento la produzione delle concerie. Il colpo più duro è dalla chiusura dei negozi in tutta Europa. Un momento difficile stanno vivendo le concerie e i pellettieri, mentre dal comparto tessile si spera in una ripresa delle forniture. Basti dire che per paradosso il comparto di Prato che è in mano ai cinesi di fato non produce perché non arrivano più materie prime. Intanto la Moda ha deciso di lavorare per il paese: quasi tuti i marchi hanno fatto donazioni, si sono mobilitati per gli ospedali o come accaduto con Miroglio e Manifattura Domodossola si sono messi a produrre mascherine. Il sistema moda è complessivamente in stand by anche se si stanno preparando le prossime collezioni – peraltro nel triangolo del virus: Lombardia, Emilia, Veneto - alla ricerca di una normalità che al momento sembra difficile da recuperare. Il settore si aspetta una contrazione complessiva di vendite che oscilla tra il 3 e il 5 per cento. Molto dipende se dal 3 aprile si tornerà a vedere i negozi aperti. Ma il blocco a effetto domino che dall'Italia sta arrivando a New York fa presagire tempi duri. Ma da affrontare con stile. Il made in Italy
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L'ultima spia, rossa come una bottiglia di Brunello di Montalcino, si è accesa negli Stati Uniti: ristoranti in quarantena e consumo di vino dimezzato. Il presidente del Consorzio del Brunello Massimo Bindocci è esplicito: «Nel giro di pochi giorni si è fermato il nostro maggiore canale di vendita – quello dell'horeca – nei due principali mercati mondiali: Usa e Italia. Da soli rappresentano il 60% delle vendite globali di Brunello. Con il coronavirus in crisi metà del pIl nazionale e una enorme fetta di esportazioni.Secondo Top30 Most Valuable Italian Brands il valore dei 30 marchi italiani top che nel 2019 sarebbe cresciuto del 14% rispetto all'anno precedente è stimato in 97 miliardi di dollari al netto dei marchi dell'automobilismo.Molti paesi per fare concorrenza a Parmigiano Reggiano e Grana Padano hanno cominciato a pretendere il marchio Covid 19 free, che non esiste, ma che ha costituito una straordinaria barriera all'esportazione. La Camera della Moda ha stimato un primo impatto pari al 1,8% di perdita di fatturato (intorno al miliardo e mezzo) ma è una stima non più vera.Lo speciale contiene quattro articoliUna recente indagine di Nomisma Wine Monitor ha stabilito che in 350 ristoranti di New York il 30% delle referenze di vino rosso in carta sono italiane e di queste un terzo sono vini toscani con circa duemila che arrivano da Montalcino a un prezzo medio di 382 dollari ". Se New York va in quarantena un terzo del fatturato di una delle più prestigiose Docg italiane svanisce. Il mercato americano cresciuto a una media di 20 punti negli ultimi cinque anni per il vino italiano vale 1,6 miliardi di euro, metà di questi arrivano da enoteche e ristoranti. Il Covid rivela così la sua faccia più dura per il made in Italy. Non diversa l'impressione di Dario Loison che con la sua "industria-artigianale" di pasticceria ha lanciato nel mondo panettone, pandoro, colombe come dolci quotidiani e non legati alle festività posizionandoli su un target altissimo di mercato grazie anche a un packaging che unisce qualità del prodotto a suggestioni di moda. Dai tessuti, alle porcellane fino ai vetri di Murano. «Stiamo lanciando» – dice Loison – «la campagna di Pasqua, ma la situazione è cupa. Nel resto del mondo si tiene con grande fatica: abbiamo difficoltà logistiche e la "clausura" non aiuta certo gli acquisti perciò temo che l'export stia rallentando sotto al minimo vitale, sul mercato interno siamo di fronte ad una crisi epocale: la gente compra massivamente per fare scorte, non ci sono le occasioni conviviali, difficilmente si ferma nelle "boutiques del gusto" che sono il canale principale di distribuzione dei prodotti di alta gamma». Maro Caprai il re del sagrantino di Montefalco, grandissimo vino, ma anche imprenditore della moda, il cachemire italiano esce dalla Cariaggi industria leader nel settore partecipata al 50% dal gruppo Caprai, non vede rosa. "In campagna dobbiamo lavorare perché è la natura che di detta i tempi, siamo molto preoccupati per il mercato americano. Quello europeo è in sofferenza da tempo. Per la moda il blocco delle attività commerciali che sta piano piano diventando mondiale ci pone un orizzonte molto limitato di programmazione. Stiamo preparando le collezioni per l'inverno. Speriamo che l'epidemia passi e allora ci sarà l'effetto molla. Questa è una crisi di domanda e quindi se i consumi riprendono si dovrebbe recuperare in fretta, ma bisogna resistere fino ala ripresa e i margini non sono così ampi». Per il made in Italy l'infezione Covid-19 è drammatica. Le stime sono pessime perché oltre allo stop dell'export si stano fermando le filiere. La preoccupazione maggiore è su due settori trainanti della nostra economia: l'agroalimentare e il turismo. Ma è tutta l'alta gamma a soffrire compreso il comparto moda. Complessivamente stiamo parlando della metà del Pil: 920 miliardi, di cui 180 dall'export per circa 4,5 milioni di impiegati. E la domanda è: c'è sufficiente attenzione a questi settori si sta facendo abbastanza? I primi risultati sono stati la cancellazione o il rinvio delle principali fiere: il Vinitaly la più importante rassegna vinicola del mondo slitta dalle consuete date d'aprile al 14-17 giugno (il Proweine tedesco è stato invece cancellato così come la più importante fiera turistica del mondo la ITB di Berlino), il Salone del Mobile finisce a giugno, Mido e Cosmprof (occhiali e cosmetica) sono riprogrammate, il Cibus la più importante fiera dell'industria agroalimentare che si tiene a Parma si farà dall' 1 al 4 settembre. Complessivamente sono solo in Italia 93 le rassegne o soppresse o saltate ed è un comparto che da solo vale 60 miliardi di euro. I problemi aperti per il made in Italy sono di quattro fattori. Il primo è quello di mantenere quote di mercato evitando che la concorrenza internazionale eroda i nostri primati. Per questo l'idea di Luigi Di Maio, ministro degli esteri che per primo ha parlato di Made in Italy sotto attacco speculativo, di rimborsare attraverso l'Ice le aziende che non hanno potuto partecipare alle fiere internazionali (il calendario è praticamente azzerato) e di mettere 770 milioni per un primo rilancio sembra poco più di un pannicello caldo. Il secondo problema è come affrontare la crisi di domanda che si sostanzia sia sul mercato interno che su quello estero con settori come il turismo che non fanno magazzino e che dunque hanno perdite di fatturato non recuperabili o come l'agricoltura che se si ferma la filiera di trasformazione vede azzerarsi le marginalità positive. Il terzo problema è quello logistico: la chiusura delle frontiere di fatto azzera possibilità dell'export tenendo conto che ad oggi i valichi dell'Es sono di fatto chiusi e che il traffico aereo delle merci è caduto del 60 per cento. Il quarto problema è come sostenere la liquidità delle imprese e al tempo stesso la qualità della produzione visto che gran parte del made in Italy produce ad alta intensità di manodopera, ha bisogno di continua generazione cash flow, deve tenersi la manodopera specializzata e in gran pare è costituito da aziende di medio-piccole dimensioni. Il rischio è che si moltiplichi lo shopping di colossi esteri che vengono in Italia a comprare i marchi sottocosto di fatto impoverendo lo stock di valore del Made in Italy. Perché su tutto c'è il problema dei problemi: come difendere la brand reputation del made in Italy. E non è una questione di orgoglio nazionale: sono soldi! Ogni anno Brands Finance stima il valore del marchio nazione. Ebbene l'Italia vale 2.214 miliardi di dollari. E' una stima che va presa con le molle perché stando a questa classifica saremmo ventottesimi nel mondo e contemporaneamente il marchio più forte al mondo è italiano: la Ferrari. E' però vero che la valutazione del sistema paese pesa su questi rating. A noi è assegnata – sulla scorta di quello che fanno le agenzie che valutano i debiti sovrani – una doppia A meno che non è affatto male. Ma la classifica di Brands Finance un'indicazione di cosa è il vero made in Italy ce la dà perché ci colloca al primo posto in questi settori: moda, lusso, design e food. Ma se il valore del brand Italia è attorno ai 2mila duecento miliardi di dollari, il valore dei marchi italiani è infinitamente superiore. 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Conta 82 mila imprese attive, di cui 20.559 in ambito pelletteria (25%), 45.882 in ambito abbigliamento (56%) e 15.493 in ambito tessile (19%).Il turismo – L'impatto diretto del turismo è pari al 6 % del Pil con circa il 7% degli occupati. Tradotto siamo attorno ai 146 miliardi, di questi circa 35 miliardi arrivano dal turismo estero. Ma se si fa il conto dell'impatto economico del turismo secondo gli schemi del WTTC (cioè l'organismo mondiale del turismo) allora il turismo pesa sull'economia italiana per il 13 per cento del pil arriviamo a circa 220 miliardi.Il design – Il design per l'Italia non solo vale un primato mondiale in termini di valore culturale, ma è una fetta consistente del nostro pil . Il design in senso stretto – stando al rapporto della Fondazione Symbola – vale 4,9 miliardi, ma la filiera del mobile porta questo valore a 42 miliardi con un export di 16. Se aggiungiamo l'industria ceramica che vale 7 miliardi con un export di 4, l'arredo bagno che vale 2,7 miliardi e il settore delle lampade che ne vale altri 2,8 arriviamo ad un comparto che vale qualcosa meno di 60 miliardi. Il complesso di questi macro settori vale tenendo conto dei fattori di moltiplicazione circa 920 miliardi di euro più o meno il 50 per cento del pil nazionale per un valore di export di poco inferiore ai 180 miliardi. La posta in gioco è di questa entità. Ma le misure per fare fronte alla crisi indotta dal Coronavirus sembrano del tutto inadeguate a fronteggiare la gravissima situazione di alcuni comparti. 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Ma ora a preoccupare duramente gli agricoltori è la crisi del mercato interno e il rallentamento delle filiere. Drammatica la situazione della filiera del latte in tutte le sue declinazioni: dal latte vaccino a quello di bufala, ai latti ovini. Il latte vaccino è entrato in crisi per l'immediata concorrenza estera. Gli allevatori francesi, polacchi e tedeschi si sono buttati sul mercato a pesce facendo dumping sui prezzi e approfittando del blocco delle merci italiane al valico del Brennero. A questo si aggiunge il crollo di domanda in Italia sia per il latte che per i formaggi. La ministra dell'agricoltura Teresa Bellanova ha disposto un primo intervento di sei milioni per il ritiro di latte Uht, ma resta la crisi di prezzo. Ancora più grave la situazione del latte ovino e in Sardegna in particolare si sta riproponendo la crisi del Pecorino. C'è stato un primo intervento tampone di 20 milioni, ma il settore è in ginocchio. Del tutto inaspettata è invece la crisi del latto bufalino. Sia nel casertano che in Cilento circa metà del latte destinato alla produzione di mozzarella resta invenduto. E' la caduta della domanda estera di mozzarella a generare questa crisi. A tutto questo si aggiunge che molti paesi per fare concorrenza a Parmigiano Reggiano e Grana Padano hanno cominciato a pretendere il marchio Covid 19 free, che non esiste, ma che ha costituito una straordinaria barriera all'esportazione. E tutto questo nella totale assenza dell'Europa nonostante gli appelli del Governo italiano. Un fronte di crisi particolarmente grave nel nostro comparto agricolo è quello dell'ortofrutta. E' stata cancellata agli inizi di febbraio Fruit Logistic la grande fiera di Berlino che di fatto costituisce il crocevia del nostro export in Germania (è il nostro primo mercato) e in Cina. L'export verso Pechino è di fatto azzerato, l'export in Germania è ridotto del 50%. Sui principali mercati italiani il crollo è stato del 30% per il freschissimo e del 50% per il fresco. Vi sono interi segmenti come quello dei carciofi e degli spinaci che sono stati di fatto azzerati. A questo si aggiunge che il mancato arrivo di manodopera stagionale dall'estero (in particolare dalla Romania) sta mettendo in ginocchio i raccolti. In crisi è un altro comparto significativo come il florovivaismo. Stando alle organizzazioni agricole che ieri hanno incontrato il ministro Bellanova il 60% della produzione è andata perduta. La Cia (Confederazione italiana agricoltori) sostiene che la crisi è indotta da questi fattori: " La chiusura dei negozi e dei mercati, la sospensione di tutte le cerimonie civili e religiose, e un atteggiamento ostile degli importatori esteri, stanno mettendo in ginocchio un settore composto da 24.000 aziende con fatturato annuo di 2,5 miliardi, pari al 5% dell'intera produzione agricola nazionale".In ultimo si stanno addensando nubi nerissime anche sulla produzione di vino che è il primo motore dell'agricoltura italiana con15 miliardi di fatturato e 6,4 miliardi di export. E' vero che sul mercato interno tengono le vendite on line ma per l'export sono dolori. Il presidente di Federvini Sandro Boscaini è stato chiarissimo: «La situazione è eccezionalmente grave, serve un approccio sistemico. Rischiamo di perdere quote di mercato». Per Piero Mastroberardino: «Bisogna investire in promozione sui mercati, le aziende così non ce la faranno ad affrontare la prossima vendemmia avendo azzerato i ricavi". La situazione è complicatissima anche nel settore degli spiriti che pure ha avuto un trend molto positivo negli ultimi due anni (solo l'export vale oltre 26 miliardi) tant'è che Micaela Palini del gruppo spiriti di Federvini auspica «una defiscalizzazione dei fatturati esteri perché altrimenti non reggiamo». Futuro molto incerto per il settore agroalimentare che aveva chiuso un 2019 in grane crescita. Solo un settore tiene ed è quello della pasta che però ha scorte di materie prime per al massimo venti giorni. Il blocco delle frontiere sta creando problemi Chi invece è entrato repentinamente in crisi nonostante i successi dello scorso anno è il settore lattiero-caseario che in questo momento registra un crollo di esportazione del 40%. Federalimentare ha chiesto un impegno dell'Efsa (l'ente europeo che certifica la salubrità dei prodotti che tra l'altro a sede a Parma) di emettere una direttiva che dice che i prodotti italiani sono esenti da qualsiasi contaminazione. E in un comunicato Ivano Vacondio, presidente di Federalimentare ha accusato:«"Certificazioni virus free, difficoltà a far arrivare le materie prime dall''Europa e una comunicazione falsa che, sotto il cappello della satira, fa terrorismo sui prodotti Made in Italy: tutti sistemi che mettono ingiustamente a dura prova le eccellenze alimentari italiane". La verità è che il blocco dei Tir sta creando una sorta di paralisi produttiva. Luigi Scordamaglia, consigliere delegato di Filieraitalia, peraltro pone un altro prblema: quello dell'approvvigionamento delle materie prime. «Siamo impegnati a fornire il cento per cento di prodotto italiano alla filiera, ma certo bisogna che ci siano i presidi di sicurezza disponibili per chi lavora nell'agroalimentare. Senza le mascherine rischiamo di dover bloccare la produzione». A mettere al rischio l'agroalimentare dunque oltre al blocco della domanda – c'è una contrazione di consumi evidente e soprattutto nei supermercati il made in Italy non è adeguatamente tutelato – ci sono difficoltà logistiche. E il crollo del fatturato che potrebbe arrivare anche al 20 per cento nell'agaroalimentare è particolarmente pesante perché buona parte dell'industria di questo settore (circa il 60% delle unità produttive) è allocato al Sud. La situazione è drammatica per il turismo e si ricollega anche a quella dell'agroalimetare. Il presidente di Fedarlimentare Vacondio è preoccupato: «Ballano una quindicina di miliardi di consumo agroalimentare se il turismo non riprende». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/radiografia-del-made-in-italy-2645555717.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="molto-dipende-se-dal-3-aprile-si-tornera-a-vedere-i-negozi-aperti" data-post-id="2645555717" data-published-at="1779335961" data-use-pagination="False"> Molto dipende se dal 3 aprile si tornerà a vedere i negozi aperti Il turismo non riprende. Le prenotazioni negli agriturismi sono di fatto azzerate, gli alberghi hanno accusato un debooking dell'80 per cento, i cali di prenotazioni vanno dal meno 40% di Venezia al meno 70 di Firenze al meno 80 di Roma. La riviera romagnola non sa se arriveranno turisti mentre sui laghi si aspettano una contrazione fortissima della domanda tedesca. Del resto il traffico aereo è ormai ridotto a meno del 30%. Il presidente degli albergatori Bernabò Bocca parla di crisi non più governabile, la Fiavet, la federazione delle agenzie turistiche, con Ivana Jlenic chiede lo stato di crisi, Federturismo con Marina Lalli dice: "Le stime che si erano fatte di meno cinque miliardi pensando ad una crisi passeggera del settore alberghiero a cui si aggiungevano gli altri 7 miliardi di perdita di fatturato complessivo del turismo comprendendo anche il commercio sono superate. Oggi siamo nella condizione di non sapere come finirà. Per Pasqua non ci sono turisti. Per l'estate sarà difficilissimo recuperare". In questo settore ballano un centinaio di miliardi. La fashion week di Milano è stata il termometro. Mille clienti persi, la Cina azzerata. La Camera della Moda ha stimato un primo impatto pari al 1,8% di perdita di fatturato (intorno al miliardo e mezzo) ma è una stima non più vera. Gucci ha fermato la produzione fino al 20 Marzo, stop per tutelare la salute dei dipendenti di Tood's e Fendi fino al 15, a rilento la produzione delle concerie. Il colpo più duro è dalla chiusura dei negozi in tutta Europa. Un momento difficile stanno vivendo le concerie e i pellettieri, mentre dal comparto tessile si spera in una ripresa delle forniture. Basti dire che per paradosso il comparto di Prato che è in mano ai cinesi di fato non produce perché non arrivano più materie prime. Intanto la Moda ha deciso di lavorare per il paese: quasi tuti i marchi hanno fatto donazioni, si sono mobilitati per gli ospedali o come accaduto con Miroglio e Manifattura Domodossola si sono messi a produrre mascherine. Il sistema moda è complessivamente in stand by anche se si stanno preparando le prossime collezioni – peraltro nel triangolo del virus: Lombardia, Emilia, Veneto - alla ricerca di una normalità che al momento sembra difficile da recuperare. Il settore si aspetta una contrazione complessiva di vendite che oscilla tra il 3 e il 5 per cento. Molto dipende se dal 3 aprile si tornerà a vedere i negozi aperti. Ma il blocco a effetto domino che dall'Italia sta arrivando a New York fa presagire tempi duri. Ma da affrontare con stile. Il made in Italy
L'Aston Villa festeggia l'Europa League dopo aver vinto la finale contro il Friburgo (Ansa)
Quando in panchina siede (per modo di dire, visto che si è fatto tutta la partita in piedi) un allenatore che ha un rapporto privilegiato con una competizione come l’Europa League e un curriculum di altissimo livello, il risultato non può che essere uno solo: riportare l’Aston Villa sul tetto d’Europa dopo 44 anni. Allora, era il 1992, un altro calcio, un altro mondo, un altro tutto e la squadra di Birmingham sollevava al cielo di Rotterdam la Coppa dei Campioni battendo in finale il Bayern Monaco. Oggi, il trofeo non è la coppa dalle grandi orecchie, ma la pur sempre prestigiosa Uefa Europa League. Un titolo a cui Unai Emery è particolarmente affezionato e che nella sua personalissima bacheca ci è finito cinque volte. Dopo la tripletta consecutiva alla guida del Siviglia (2014, 2015, 2016) e il successo con il Villarreal nel 2021, l’allenatore spagnolo è riuscito a fare cinquina con l’Aston Villa. Parliamo di un tecnico che ha preso l’Aston Villa nell’ottobre del 2022 nei bassifondi della Premier League e l’ha portato a fine stagione alla qualificazione in Conference League, per poi centrare in quella successiva lo storico ritorno, dopo 41 anni, dei Villans in Champions.
La finale di Istanbul ha chiaramente espresso sul campo una differenza netta non solo tra le due squadre, ma anche tra il sempre più ricco e competitivo campionato inglese e quello tedesco, che eccezion fatta per lo strapotere del Bayern Monaco e qualche exploit di Borussia Dortmund, Eintracht Francoforte e Leverkusen, non è ancora all’altezza della situazione. È vero, probabilmente il Friburgo ha pagato a caro prezzo la poca, se non nulla, esperienza a questi livelli; mentre la squadra di Birmingham è già da qualche stagione che bazzica i palcoscenici più importanti d’Europa e ha tra le fila giocatori con un certo pedigree internazionale, a cominciare dal portiere Emiliano Martinez, campione del mondo con l’Argentina. Per non parlare poi della profondità di rosa, visto che Emery può permettersi il lusso di lasciare in panchina giocatori che sono transitati dalla Serie A o cercati dai nostri club, come l’ex juventino Douglas Luiz, l’ex Roma e Milan Tammy Abraham, Leon Bailey, che dopo una prima parte di stagione anonima in giallorosso ha deciso di tornare a Birmingham, o quel Jadon Sancho più volte cercato da Juventus e Roma e stasera campione d’Europa guardando l’intero match dalla panchina.
Il 3-0 racconta dunque un divario troppo netto tra la quarta in classifica della Premier e la settima della Bundesliga. L’approccio della squadra tedesca, almeno nei primi minuti, non era stato neppure timido. Il Friburgo aveva provato a partire con coraggio, cercando subito Matanovic e tentando di tenere il baricentro abbastanza alto. Ma è bastato poco per capire che il piano partita dell’Aston Villa fosse di tutt'altro tenore. Ogni recupero palla degli inglesi dava la sensazione di poter trasformarsi in una potenziale occasione da gol, soprattutto grazie alla qualità di Tielemans e alla capacità di Rogers di muoversi tra le linee. Proprio Rogers è stato uno dei grandi protagonisti della serata di Istanbul. Già nei primi minuti aveva impegnato Atubolu con un destro ben calibrato e per tutto il primo tempo è stato il giocatore che più ha creato problemi alla difesa tedesca. Il Friburgo, invece, ha vissuto soprattutto di iniziative isolate e dei tentativi di Vincenzo Grifo, italiano e capitano della squadra tedesca, di accendersi tra le linee. Spesso costretto ad abbassarsi per ricevere palloni giocabili, ha provato a dare ordine e fantasia a una squadra che però faticava tremendamente ad arrivare nell’ultimo terzo di campo con lucidità. La partita si è definitivamente indirizzata poco prima dell’intervallo. A rompere l’equilibrio è stato Tielemans, probabilmente il migliore in campo insieme a Rogers e Buendia. Il belga ha trovato il vantaggio con una conclusione al volo di grande qualità sugli sviluppi di un corner, premiando il momento migliore dei Villans. Da lì in avanti il Friburgo si è completamente disunito, accusando il colpo anche dal punto di vista mentale. Il 2-0 arrivato nei minuti di recupero del primo tempo, con il sinistro a giro di Buendia sotto l’incrocio, ha di fatto tolto ogni margine di rimonta alla squadra di Schuster. Nel secondo tempo l’Aston Villa ha fatto esattamente quello che serviva fare in una finale: controllo dei ritmi, gestione del possesso e ripartenze continue negli spazi lasciati dal Friburgo. Emery dalla panchina ha continuato a guidare ogni movimento dei suoi, chiedendo attenzione anche sul doppio vantaggio. Il terzo gol, firmato da Rogers dopo una bellissima azione sviluppata sulla destra, è stato la fotografia della differenza tecnica e atletica vista in campo per tutta la serata.
Da quel momento in poi, il Besiktas Park si è trasformato in una festa inglese. I tifosi del Villa hanno accompagnato gli ultimi minuti tra cori e bandiere, mentre il Friburgo ha lentamente accettato un risultato che non è mai sembrato realmente in discussione dopo l’intervallo. In tribuna, ad assistere al trionfo dei Villans, c’era anche il principe William, tifoso dichiarato dell’Aston Villa. Emery ha così potuto gestire le energie nel finale, inserendo giocatori di qualità ed esperienza come Douglas Luiz e Tyrone Mings a partita ormai chiusa. Per l’Aston Villa questo successo rappresenta molto più di una semplice vittoria europea. È la conferma definitiva del salto di dimensione compiuto dal club negli ultimi anni sotto la guida di Emery. Una squadra che fino a poco tempo fa lottava nelle zone basse della Premier oggi torna a vincere in Europa e lo fa mostrando solidità, qualità e una mentalità ormai da grande squadra. Per il Friburgo resta invece una finale storica raggiunta con merito, ma anche la sensazione di aver incontrato un avversario semplicemente superiore sotto ogni aspetto.
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La chiusura dello Stretto mette in difficoltà le monarchie del Golfo e riapre il dossier sul dominio del dollaro nel commercio energetico. Tra yuan, blockchain e nuovi accordi finanziari, gli alleati degli Usa diversificano senza rompere con Washington.
Può la crisi mediorientale trasformarsi in una crisi finanziaria? È ancora presto per dirlo, ciò che è certo, invece, è che la chiusura di Hormuz sta mettendo sotto forte pressione le monarchie del Golfo Persico, le cosiddette petromonarchie; che in questi mesi hanno visto le loro esportazioni energetiche dimezzarsi o praticamente azzerarsi. Eppure questi Regni rivestono un ruolo molto importante all’interno dell’economia del «dollaro», la principale valuta di riserva globale.
È soprattutto per questo motivo che quando il governo degli Emirati Arabi Uniti ha presentato una richiesta ufficiale di scambio di valute (dollari americani agli Emirati per dirham emiratini agli Stati Uniti), lo scorso aprile, il Segretario al Tesoro americano Scott Bessent ha risposto celermente in maniera affermativa. La posta in gioco è altissima, e Washington non può permettere che i Paesi del Golfo vendano petrolio in valute diverse dal dollaro.
Il motivo è semplice, per spiegarlo al meglio, tuttavia, dobbiamo fare un salto indietro al 1974. Nel luglio di quell'anno, in un contesto segnato dalla crisi petrolifera del 1973 e dalla fine del sistema di Bretton Woods, il Segretario al Tesoro statunitense William Simon intraprese una missione diplomatica cruciale in Arabia Saudita. L'obiettivo era stabilizzare i prezzi del petrolio e, soprattutto, assicurare il dominio del dollaro nel commercio energetico mondiale. L'accordo che ne scaturì, sebbene mai formalmente divulgato nei suoi dettagli più intimi, gettò le basi per quello che sarebbe diventato noto come il sistema del «petrodollaro».
I termini essenziali dell'intesa prevedevano che l'Arabia Saudita, il maggiore esportatore di petrolio al mondo, avrebbe prezzato le sue esportazioni di greggio esclusivamente in dollari statunitensi. In cambio, gli Stati Uniti avrebbero garantito supporto militare e protezione al Regno Saudita. Ma l'aspetto più innovativo e strategicamente rilevante dell'accordo riguardava il riciclo dei petrodollari. I vasti surplus di dollari accumulati dall'Arabia Saudita grazie alle vendite dell’oro nero non sarebbero rimasti inattivi, ma sarebbero stati reinvestiti in asset denominati in dollari, in particolare in Titoli del Tesoro statunitensi. Questo meccanismo, noto come «petrodollar recycling», divenne un pilastro fondamentale per l'economia americana e per la stabilità del dollaro.
Attraverso questo sistema, i dollari guadagnati dalle petromonarchie venivano e vengono tutt'ora reinvestiti in una vasta gamma di strumenti finanziari statunitensi, che vanno dai bond governativi al mercato azionario, passando per investimenti immobiliari e acquisizioni aziendali. Questo flusso costante di capitali esteri ha avuto un impatto profondo, contribuendo a finanziare il debito pubblico americano a tassi d'interesse più bassi, sostenendo la domanda di asset statunitensi e rafforzando la posizione del dollaro come valuta di riserva globale.
Tuttavia, questo equilibrio storico sta affrontando sfide senza precedenti. La rapida risposta affermativa del Segretario Bessent alla richiesta di currency swap degli Emirati Arabi Uniti è stata infatti una mossa difensiva. Gli Emirati, pur essendo un alleato strettissimo degli Stati Uniti nell'attuale conflitto con l'Iran, hanno fatto della diversificazione economica e finanziaria una delle loro massime priorità strategiche. Un segnale inequivocabile di questa tendenza è l'adesione di Abu Dhabi al Project mBridge. Si tratta di un'iniziativa all'avanguardia, sviluppata in collaborazione tra la Banca dei Regolamenti Internazionali e le banche centrali di Thailandia, Hong Kong, Emirati Arabi Uniti e l'Istituto di Valuta Digitale della Banca Popolare Cinese. Il progetto ha portato alla creazione di un sistema di pagamento transfrontaliero digitale basato su tecnologia blockchain, che consente transazioni dirette tra le valute locali bypassando di fatto i sistemi di messaggistica tradizionali dominati dall'Occidente, come lo SWIFT, e riducendo la dipendenza dal dollaro. A giugno del 2024 anche l'Arabia Saudita si è unita a questa piattaforma, aggiungendosi al coro crescente di nazioni aperte a esplorare alternative al biglietto verde.
Se a questa infrastruttura tecnologica emergente si uniscono i dati commerciali reali, il quadro diventa ancora più complesso per Washington. Secondo i media cinesi, nel 2024 circa il 45% del greggio saudita esportato verso la Cina è stato pagato in renminbi. Siamo quindi alla tanto chiacchierata «de-dollarizzazione»? Nient’affatto, semplicemente, gli alleati americani del Golfo stanno di fatto alzando il prezzo della loro fedeltà. Attraverso queste mosse di diversificazione, stanno ricordando a Washington quanto sia cruciale il loro ruolo nel mantenere il dollaro come valuta di riserva e, di conseguenza, nel preservare il «privilegio esorbitante» americano.
A livello globale, le transazioni petrolifere condotte in valute diverse dal dollaro hanno raggiunto circa il 20% nel 2023, segnando il livello più alto da decenni. Tuttavia, questo significa che l'80% del commercio globale di petrolio è ancora saldamente denominato in dollari statunitensi. Allo stesso modo, la quota del dollaro nelle riserve valutarie globali delle banche centrali, sebbene in costante calo dal 71% registrato nel 2000 al 58% nel 2024, rimane assolutamente predominante rispetto a qualsiasi altra valuta concorrente. Insomma, è ancora presto per parlare di de-dollarizzazione.
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Ecco #DimmiLaVerità del 20 maggio 2026. Il segretario della Lega Emilia, Matteo Rancan, svela l'ipocrisia della sinistra sull'attentato di Modena.