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2020-03-21
Radiografia del made in Italy: ballano 180 miliardi di export
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Una recente indagine di Nomisma Wine Monitor ha stabilito che in 350 ristoranti di New York il 30% delle referenze di vino rosso in carta sono italiane e di queste un terzo sono vini toscani con circa duemila che arrivano da Montalcino a un prezzo medio di 382 dollari ". Se New York va in quarantena un terzo del fatturato di una delle più prestigiose Docg italiane svanisce. Il mercato americano cresciuto a una media di 20 punti negli ultimi cinque anni per il vino italiano vale 1,6 miliardi di euro, metà di questi arrivano da enoteche e ristoranti. Il Covid rivela così la sua faccia più dura per il made in Italy. Non diversa l'impressione di Dario Loison che con la sua "industria-artigianale" di pasticceria ha lanciato nel mondo panettone, pandoro, colombe come dolci quotidiani e non legati alle festività posizionandoli su un target altissimo di mercato grazie anche a un packaging che unisce qualità del prodotto a suggestioni di moda. Dai tessuti, alle porcellane fino ai vetri di Murano. «Stiamo lanciando» – dice Loison – «la campagna di Pasqua, ma la situazione è cupa. Nel resto del mondo si tiene con grande fatica: abbiamo difficoltà logistiche e la "clausura" non aiuta certo gli acquisti perciò temo che l'export stia rallentando sotto al minimo vitale, sul mercato interno siamo di fronte ad una crisi epocale: la gente compra massivamente per fare scorte, non ci sono le occasioni conviviali, difficilmente si ferma nelle "boutiques del gusto" che sono il canale principale di distribuzione dei prodotti di alta gamma». Maro Caprai il re del sagrantino di Montefalco, grandissimo vino, ma anche imprenditore della moda, il cachemire italiano esce dalla Cariaggi industria leader nel settore partecipata al 50% dal gruppo Caprai, non vede rosa. "In campagna dobbiamo lavorare perché è la natura che di detta i tempi, siamo molto preoccupati per il mercato americano. Quello europeo è in sofferenza da tempo. Per la moda il blocco delle attività commerciali che sta piano piano diventando mondiale ci pone un orizzonte molto limitato di programmazione. Stiamo preparando le collezioni per l'inverno. Speriamo che l'epidemia passi e allora ci sarà l'effetto molla. Questa è una crisi di domanda e quindi se i consumi riprendono si dovrebbe recuperare in fretta, ma bisogna resistere fino ala ripresa e i margini non sono così ampi». Per il made in Italy l'infezione Covid-19 è drammatica. Le stime sono pessime perché oltre allo stop dell'export si stano fermando le filiere. La preoccupazione maggiore è su due settori trainanti della nostra economia: l'agroalimentare e il turismo. Ma è tutta l'alta gamma a soffrire compreso il comparto moda. Complessivamente stiamo parlando della metà del Pil: 920 miliardi, di cui 180 dall'export per circa 4,5 milioni di impiegati. E la domanda è: c'è sufficiente attenzione a questi settori si sta facendo abbastanza? I primi risultati sono stati la cancellazione o il rinvio delle principali fiere: il Vinitaly la più importante rassegna vinicola del mondo slitta dalle consuete date d'aprile al 14-17 giugno (il Proweine tedesco è stato invece cancellato così come la più importante fiera turistica del mondo la ITB di Berlino), il Salone del Mobile finisce a giugno, Mido e Cosmprof (occhiali e cosmetica) sono riprogrammate, il Cibus la più importante fiera dell'industria agroalimentare che si tiene a Parma si farà dall' 1 al 4 settembre. Complessivamente sono solo in Italia 93 le rassegne o soppresse o saltate ed è un comparto che da solo vale 60 miliardi di euro. I problemi aperti per il made in Italy sono di quattro fattori. Il primo è quello di mantenere quote di mercato evitando che la concorrenza internazionale eroda i nostri primati. Per questo l'idea di Luigi Di Maio, ministro degli esteri che per primo ha parlato di Made in Italy sotto attacco speculativo, di rimborsare attraverso l'Ice le aziende che non hanno potuto partecipare alle fiere internazionali (il calendario è praticamente azzerato) e di mettere 770 milioni per un primo rilancio sembra poco più di un pannicello caldo. Il secondo problema è come affrontare la crisi di domanda che si sostanzia sia sul mercato interno che su quello estero con settori come il turismo che non fanno magazzino e che dunque hanno perdite di fatturato non recuperabili o come l'agricoltura che se si ferma la filiera di trasformazione vede azzerarsi le marginalità positive. Il terzo problema è quello logistico: la chiusura delle frontiere di fatto azzera possibilità dell'export tenendo conto che ad oggi i valichi dell'Es sono di fatto chiusi e che il traffico aereo delle merci è caduto del 60 per cento. Il quarto problema è come sostenere la liquidità delle imprese e al tempo stesso la qualità della produzione visto che gran parte del made in Italy produce ad alta intensità di manodopera, ha bisogno di continua generazione cash flow, deve tenersi la manodopera specializzata e in gran pare è costituito da aziende di medio-piccole dimensioni. Il rischio è che si moltiplichi lo shopping di colossi esteri che vengono in Italia a comprare i marchi sottocosto di fatto impoverendo lo stock di valore del Made in Italy. Perché su tutto c'è il problema dei problemi: come difendere la brand reputation del made in Italy. E non è una questione di orgoglio nazionale: sono soldi! Ogni anno Brands Finance stima il valore del marchio nazione. Ebbene l'Italia vale 2.214 miliardi di dollari. E' una stima che va presa con le molle perché stando a questa classifica saremmo ventottesimi nel mondo e contemporaneamente il marchio più forte al mondo è italiano: la Ferrari. E' però vero che la valutazione del sistema paese pesa su questi rating. A noi è assegnata – sulla scorta di quello che fanno le agenzie che valutano i debiti sovrani – una doppia A meno che non è affatto male. Ma la classifica di Brands Finance un'indicazione di cosa è il vero made in Italy ce la dà perché ci colloca al primo posto in questi settori: moda, lusso, design e food. Ma se il valore del brand Italia è attorno ai 2mila duecento miliardi di dollari, il valore dei marchi italiani è infinitamente superiore. Ed è lì che potrebbero appuntarsi gli appetiti di chi potrebbe approfittare della crisi da Covid 19.
Covid 19 potrebbe incrinare il valore dei marchi della moda
Secondo Top30 Most Valuable Italian Brands il valore dei 30 marchi italiani top che nel 2019 sarebbe cresciuto del 14% rispetto all'anno precedente è stimato in 97 miliardi di dollari al netto dei marchi dell'automobilismo. Tanto per avere un'idea Gucci (che però è in mano francese ) vale sui 24 miliardi, Armani 2,6 miliardi, Nutella e Kinder (e non dunque Ferrero) quasi 10 miliardi, Prada quasi quattro. Sono dunque campioni mondiali tenendo conto anche delle dimensioni aziendali. E tuttavia il Covid 19 potrebbe incrinare il loro mercato pesantemente. Vediamo un po' di cifre prima di addentrarci nell'analisi dei settori
L'agroalimentare italiano vale 205 miliardi il 12% del pil con una quota di export di 58,5 miliardi e circa 800 mila addetti. A questo va sommato il comparto agricolo in senso stretto che sfiora i 60 miliardi 14 di export e da lavoro a 1,2 milioni di persone. L'agricoltura italiana è a livello mondiale la più produttiva cioè quella che a parità di superfice coltivata ha il maggior valore aggiunto. Se si tiene conto della distribuzione e dei ristornati il comparto food e beverage per l'Italia rappresenta un quarto del pil arrivando a 538 miliardi di fatturato per 3,8 milioni di occupati.
Il sistema moda – Il sistema moda è uno dei pilastri del made in Italy. Vale qualcosa meno di 90 miliardi di fatturato e ha esportato per 71 miliardi. Conta 82 mila imprese attive, di cui 20.559 in ambito pelletteria (25%), 45.882 in ambito abbigliamento (56%) e 15.493 in ambito tessile (19%).
Il turismo – L'impatto diretto del turismo è pari al 6 % del Pil con circa il 7% degli occupati. Tradotto siamo attorno ai 146 miliardi, di questi circa 35 miliardi arrivano dal turismo estero. Ma se si fa il conto dell'impatto economico del turismo secondo gli schemi del WTTC (cioè l'organismo mondiale del turismo) allora il turismo pesa sull'economia italiana per il 13 per cento del pil arriviamo a circa 220 miliardi.
Il design – Il design per l'Italia non solo vale un primato mondiale in termini di valore culturale, ma è una fetta consistente del nostro pil . Il design in senso stretto – stando al rapporto della Fondazione Symbola – vale 4,9 miliardi, ma la filiera del mobile porta questo valore a 42 miliardi con un export di 16. Se aggiungiamo l'industria ceramica che vale 7 miliardi con un export di 4, l'arredo bagno che vale 2,7 miliardi e il settore delle lampade che ne vale altri 2,8 arriviamo ad un comparto che vale qualcosa meno di 60 miliardi.
Il complesso di questi macro settori vale tenendo conto dei fattori di moltiplicazione circa 920 miliardi di euro più o meno il 50 per cento del pil nazionale per un valore di export di poco inferiore ai 180 miliardi. La posta in gioco è di questa entità.
Ma le misure per fare fronte alla crisi indotta dal Coronavirus sembrano del tutto inadeguate a fronteggiare la gravissima situazione di alcuni comparti. Vediamoli.
E' la caduta della domanda estera di mozzarella a generare questa crisi
Già al sorgere della crisi l'export in Cina si è piantato. Abbiamo perso 500 milioni di export complessivo con in testa vino, ortofrutta e le carni suine. Ma ora a preoccupare duramente gli agricoltori è la crisi del mercato interno e il rallentamento delle filiere. Drammatica la situazione della filiera del latte in tutte le sue declinazioni: dal latte vaccino a quello di bufala, ai latti ovini. Il latte vaccino è entrato in crisi per l'immediata concorrenza estera. Gli allevatori francesi, polacchi e tedeschi si sono buttati sul mercato a pesce facendo dumping sui prezzi e approfittando del blocco delle merci italiane al valico del Brennero. A questo si aggiunge il crollo di domanda in Italia sia per il latte che per i formaggi. La ministra dell'agricoltura Teresa Bellanova ha disposto un primo intervento di sei milioni per il ritiro di latte Uht, ma resta la crisi di prezzo. Ancora più grave la situazione del latte ovino e in Sardegna in particolare si sta riproponendo la crisi del Pecorino. C'è stato un primo intervento tampone di 20 milioni, ma il settore è in ginocchio. Del tutto inaspettata è invece la crisi del latto bufalino. Sia nel casertano che in Cilento circa metà del latte destinato alla produzione di mozzarella resta invenduto.
E' la caduta della domanda estera di mozzarella a generare questa crisi. A tutto questo si aggiunge che molti paesi per fare concorrenza a Parmigiano Reggiano e Grana Padano hanno cominciato a pretendere il marchio Covid 19 free, che non esiste, ma che ha costituito una straordinaria barriera all'esportazione. E tutto questo nella totale assenza dell'Europa nonostante gli appelli del Governo italiano. Un fronte di crisi particolarmente grave nel nostro comparto agricolo è quello dell'ortofrutta. E' stata cancellata agli inizi di febbraio Fruit Logistic la grande fiera di Berlino che di fatto costituisce il crocevia del nostro export in Germania (è il nostro primo mercato) e in Cina.
L'export verso Pechino è di fatto azzerato, l'export in Germania è ridotto del 50%. Sui principali mercati italiani il crollo è stato del 30% per il freschissimo e del 50% per il fresco. Vi sono interi segmenti come quello dei carciofi e degli spinaci che sono stati di fatto azzerati. A questo si aggiunge che il mancato arrivo di manodopera stagionale dall'estero (in particolare dalla Romania) sta mettendo in ginocchio i raccolti. In crisi è un altro comparto significativo come il florovivaismo. Stando alle organizzazioni agricole che ieri hanno incontrato il ministro Bellanova il 60% della produzione è andata perduta. La Cia (Confederazione italiana agricoltori) sostiene che la crisi è indotta da questi fattori: " La chiusura dei negozi e dei mercati, la sospensione di tutte le cerimonie civili e religiose, e un atteggiamento ostile degli importatori esteri, stanno mettendo in ginocchio un settore composto da 24.000 aziende con fatturato annuo di 2,5 miliardi, pari al 5% dell'intera produzione agricola nazionale".
In ultimo si stanno addensando nubi nerissime anche sulla produzione di vino che è il primo motore dell'agricoltura italiana con15 miliardi di fatturato e 6,4 miliardi di export. E' vero che sul mercato interno tengono le vendite on line ma per l'export sono dolori. Il presidente di Federvini Sandro Boscaini è stato chiarissimo: «La situazione è eccezionalmente grave, serve un approccio sistemico. Rischiamo di perdere quote di mercato». Per Piero Mastroberardino: «Bisogna investire in promozione sui mercati, le aziende così non ce la faranno ad affrontare la prossima vendemmia avendo azzerato i ricavi". La situazione è complicatissima anche nel settore degli spiriti che pure ha avuto un trend molto positivo negli ultimi due anni (solo l'export vale oltre 26 miliardi) tant'è che Micaela Palini del gruppo spiriti di Federvini auspica «una defiscalizzazione dei fatturati esteri perché altrimenti non reggiamo».
Futuro molto incerto per il settore agroalimentare che aveva chiuso un 2019 in grane crescita. Solo un settore tiene ed è quello della pasta che però ha scorte di materie prime per al massimo venti giorni. Il blocco delle frontiere sta creando problemi Chi invece è entrato repentinamente in crisi nonostante i successi dello scorso anno è il settore lattiero-caseario che in questo momento registra un crollo di esportazione del 40%. Federalimentare ha chiesto un impegno dell'Efsa (l'ente europeo che certifica la salubrità dei prodotti che tra l'altro a sede a Parma) di emettere una direttiva che dice che i prodotti italiani sono esenti da qualsiasi contaminazione.
E in un comunicato Ivano Vacondio, presidente di Federalimentare ha accusato:«"Certificazioni virus free, difficoltà a far arrivare le materie prime dall''Europa e una comunicazione falsa che, sotto il cappello della satira, fa terrorismo sui prodotti Made in Italy: tutti sistemi che mettono ingiustamente a dura prova le eccellenze alimentari italiane". La verità è che il blocco dei Tir sta creando una sorta di paralisi produttiva. Luigi Scordamaglia, consigliere delegato di Filieraitalia, peraltro pone un altro prblema: quello dell'approvvigionamento delle materie prime. «Siamo impegnati a fornire il cento per cento di prodotto italiano alla filiera, ma certo bisogna che ci siano i presidi di sicurezza disponibili per chi lavora nell'agroalimentare. Senza le mascherine rischiamo di dover bloccare la produzione». A mettere al rischio l'agroalimentare dunque oltre al blocco della domanda – c'è una contrazione di consumi evidente e soprattutto nei supermercati il made in Italy non è adeguatamente tutelato – ci sono difficoltà logistiche. E il crollo del fatturato che potrebbe arrivare anche al 20 per cento nell'agaroalimentare è particolarmente pesante perché buona parte dell'industria di questo settore (circa il 60% delle unità produttive) è allocato al Sud. La situazione è drammatica per il turismo e si ricollega anche a quella dell'agroalimetare. Il presidente di Fedarlimentare Vacondio è preoccupato: «Ballano una quindicina di miliardi di consumo agroalimentare se il turismo non riprende».
Molto dipende se dal 3 aprile si tornerà a vedere i negozi aperti
Il turismo non riprende. Le prenotazioni negli agriturismi sono di fatto azzerate, gli alberghi hanno accusato un debooking dell'80 per cento, i cali di prenotazioni vanno dal meno 40% di Venezia al meno 70 di Firenze al meno 80 di Roma. La riviera romagnola non sa se arriveranno turisti mentre sui laghi si aspettano una contrazione fortissima della domanda tedesca. Del resto il traffico aereo è ormai ridotto a meno del 30%.
Il presidente degli albergatori Bernabò Bocca parla di crisi non più governabile, la Fiavet, la federazione delle agenzie turistiche, con Ivana Jlenic chiede lo stato di crisi, Federturismo con Marina Lalli dice: "Le stime che si erano fatte di meno cinque miliardi pensando ad una crisi passeggera del settore alberghiero a cui si aggiungevano gli altri 7 miliardi di perdita di fatturato complessivo del turismo comprendendo anche il commercio sono superate. Oggi siamo nella condizione di non sapere come finirà. Per Pasqua non ci sono turisti. Per l'estate sarà difficilissimo recuperare". In questo settore ballano un centinaio di miliardi.
La fashion week di Milano è stata il termometro. Mille clienti persi, la Cina azzerata. La Camera della Moda ha stimato un primo impatto pari al 1,8% di perdita di fatturato (intorno al miliardo e mezzo) ma è una stima non più vera. Gucci ha fermato la produzione fino al 20 Marzo, stop per tutelare la salute dei dipendenti di Tood's e Fendi fino al 15, a rilento la produzione delle concerie. Il colpo più duro è dalla chiusura dei negozi in tutta Europa. Un momento difficile stanno vivendo le concerie e i pellettieri, mentre dal comparto tessile si spera in una ripresa delle forniture. Basti dire che per paradosso il comparto di Prato che è in mano ai cinesi di fato non produce perché non arrivano più materie prime. Intanto la Moda ha deciso di lavorare per il paese: quasi tuti i marchi hanno fatto donazioni, si sono mobilitati per gli ospedali o come accaduto con Miroglio e Manifattura Domodossola si sono messi a produrre mascherine. Il sistema moda è complessivamente in stand by anche se si stanno preparando le prossime collezioni – peraltro nel triangolo del virus: Lombardia, Emilia, Veneto - alla ricerca di una normalità che al momento sembra difficile da recuperare. Il settore si aspetta una contrazione complessiva di vendite che oscilla tra il 3 e il 5 per cento. Molto dipende se dal 3 aprile si tornerà a vedere i negozi aperti. Ma il blocco a effetto domino che dall'Italia sta arrivando a New York fa presagire tempi duri. Ma da affrontare con stile. Il made in Italy
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L'ultima spia, rossa come una bottiglia di Brunello di Montalcino, si è accesa negli Stati Uniti: ristoranti in quarantena e consumo di vino dimezzato. Il presidente del Consorzio del Brunello Massimo Bindocci è esplicito: «Nel giro di pochi giorni si è fermato il nostro maggiore canale di vendita – quello dell'horeca – nei due principali mercati mondiali: Usa e Italia. Da soli rappresentano il 60% delle vendite globali di Brunello. Con il coronavirus in crisi metà del pIl nazionale e una enorme fetta di esportazioni.Secondo Top30 Most Valuable Italian Brands il valore dei 30 marchi italiani top che nel 2019 sarebbe cresciuto del 14% rispetto all'anno precedente è stimato in 97 miliardi di dollari al netto dei marchi dell'automobilismo.Molti paesi per fare concorrenza a Parmigiano Reggiano e Grana Padano hanno cominciato a pretendere il marchio Covid 19 free, che non esiste, ma che ha costituito una straordinaria barriera all'esportazione. La Camera della Moda ha stimato un primo impatto pari al 1,8% di perdita di fatturato (intorno al miliardo e mezzo) ma è una stima non più vera.Lo speciale contiene quattro articoliUna recente indagine di Nomisma Wine Monitor ha stabilito che in 350 ristoranti di New York il 30% delle referenze di vino rosso in carta sono italiane e di queste un terzo sono vini toscani con circa duemila che arrivano da Montalcino a un prezzo medio di 382 dollari ". Se New York va in quarantena un terzo del fatturato di una delle più prestigiose Docg italiane svanisce. Il mercato americano cresciuto a una media di 20 punti negli ultimi cinque anni per il vino italiano vale 1,6 miliardi di euro, metà di questi arrivano da enoteche e ristoranti. Il Covid rivela così la sua faccia più dura per il made in Italy. Non diversa l'impressione di Dario Loison che con la sua "industria-artigianale" di pasticceria ha lanciato nel mondo panettone, pandoro, colombe come dolci quotidiani e non legati alle festività posizionandoli su un target altissimo di mercato grazie anche a un packaging che unisce qualità del prodotto a suggestioni di moda. Dai tessuti, alle porcellane fino ai vetri di Murano. «Stiamo lanciando» – dice Loison – «la campagna di Pasqua, ma la situazione è cupa. Nel resto del mondo si tiene con grande fatica: abbiamo difficoltà logistiche e la "clausura" non aiuta certo gli acquisti perciò temo che l'export stia rallentando sotto al minimo vitale, sul mercato interno siamo di fronte ad una crisi epocale: la gente compra massivamente per fare scorte, non ci sono le occasioni conviviali, difficilmente si ferma nelle "boutiques del gusto" che sono il canale principale di distribuzione dei prodotti di alta gamma». Maro Caprai il re del sagrantino di Montefalco, grandissimo vino, ma anche imprenditore della moda, il cachemire italiano esce dalla Cariaggi industria leader nel settore partecipata al 50% dal gruppo Caprai, non vede rosa. "In campagna dobbiamo lavorare perché è la natura che di detta i tempi, siamo molto preoccupati per il mercato americano. Quello europeo è in sofferenza da tempo. Per la moda il blocco delle attività commerciali che sta piano piano diventando mondiale ci pone un orizzonte molto limitato di programmazione. Stiamo preparando le collezioni per l'inverno. Speriamo che l'epidemia passi e allora ci sarà l'effetto molla. Questa è una crisi di domanda e quindi se i consumi riprendono si dovrebbe recuperare in fretta, ma bisogna resistere fino ala ripresa e i margini non sono così ampi». Per il made in Italy l'infezione Covid-19 è drammatica. Le stime sono pessime perché oltre allo stop dell'export si stano fermando le filiere. La preoccupazione maggiore è su due settori trainanti della nostra economia: l'agroalimentare e il turismo. Ma è tutta l'alta gamma a soffrire compreso il comparto moda. Complessivamente stiamo parlando della metà del Pil: 920 miliardi, di cui 180 dall'export per circa 4,5 milioni di impiegati. E la domanda è: c'è sufficiente attenzione a questi settori si sta facendo abbastanza? I primi risultati sono stati la cancellazione o il rinvio delle principali fiere: il Vinitaly la più importante rassegna vinicola del mondo slitta dalle consuete date d'aprile al 14-17 giugno (il Proweine tedesco è stato invece cancellato così come la più importante fiera turistica del mondo la ITB di Berlino), il Salone del Mobile finisce a giugno, Mido e Cosmprof (occhiali e cosmetica) sono riprogrammate, il Cibus la più importante fiera dell'industria agroalimentare che si tiene a Parma si farà dall' 1 al 4 settembre. Complessivamente sono solo in Italia 93 le rassegne o soppresse o saltate ed è un comparto che da solo vale 60 miliardi di euro. I problemi aperti per il made in Italy sono di quattro fattori. Il primo è quello di mantenere quote di mercato evitando che la concorrenza internazionale eroda i nostri primati. Per questo l'idea di Luigi Di Maio, ministro degli esteri che per primo ha parlato di Made in Italy sotto attacco speculativo, di rimborsare attraverso l'Ice le aziende che non hanno potuto partecipare alle fiere internazionali (il calendario è praticamente azzerato) e di mettere 770 milioni per un primo rilancio sembra poco più di un pannicello caldo. Il secondo problema è come affrontare la crisi di domanda che si sostanzia sia sul mercato interno che su quello estero con settori come il turismo che non fanno magazzino e che dunque hanno perdite di fatturato non recuperabili o come l'agricoltura che se si ferma la filiera di trasformazione vede azzerarsi le marginalità positive. Il terzo problema è quello logistico: la chiusura delle frontiere di fatto azzera possibilità dell'export tenendo conto che ad oggi i valichi dell'Es sono di fatto chiusi e che il traffico aereo delle merci è caduto del 60 per cento. Il quarto problema è come sostenere la liquidità delle imprese e al tempo stesso la qualità della produzione visto che gran parte del made in Italy produce ad alta intensità di manodopera, ha bisogno di continua generazione cash flow, deve tenersi la manodopera specializzata e in gran pare è costituito da aziende di medio-piccole dimensioni. Il rischio è che si moltiplichi lo shopping di colossi esteri che vengono in Italia a comprare i marchi sottocosto di fatto impoverendo lo stock di valore del Made in Italy. Perché su tutto c'è il problema dei problemi: come difendere la brand reputation del made in Italy. E non è una questione di orgoglio nazionale: sono soldi! Ogni anno Brands Finance stima il valore del marchio nazione. Ebbene l'Italia vale 2.214 miliardi di dollari. E' una stima che va presa con le molle perché stando a questa classifica saremmo ventottesimi nel mondo e contemporaneamente il marchio più forte al mondo è italiano: la Ferrari. E' però vero che la valutazione del sistema paese pesa su questi rating. A noi è assegnata – sulla scorta di quello che fanno le agenzie che valutano i debiti sovrani – una doppia A meno che non è affatto male. Ma la classifica di Brands Finance un'indicazione di cosa è il vero made in Italy ce la dà perché ci colloca al primo posto in questi settori: moda, lusso, design e food. Ma se il valore del brand Italia è attorno ai 2mila duecento miliardi di dollari, il valore dei marchi italiani è infinitamente superiore. 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Conta 82 mila imprese attive, di cui 20.559 in ambito pelletteria (25%), 45.882 in ambito abbigliamento (56%) e 15.493 in ambito tessile (19%).Il turismo – L'impatto diretto del turismo è pari al 6 % del Pil con circa il 7% degli occupati. Tradotto siamo attorno ai 146 miliardi, di questi circa 35 miliardi arrivano dal turismo estero. Ma se si fa il conto dell'impatto economico del turismo secondo gli schemi del WTTC (cioè l'organismo mondiale del turismo) allora il turismo pesa sull'economia italiana per il 13 per cento del pil arriviamo a circa 220 miliardi.Il design – Il design per l'Italia non solo vale un primato mondiale in termini di valore culturale, ma è una fetta consistente del nostro pil . Il design in senso stretto – stando al rapporto della Fondazione Symbola – vale 4,9 miliardi, ma la filiera del mobile porta questo valore a 42 miliardi con un export di 16. Se aggiungiamo l'industria ceramica che vale 7 miliardi con un export di 4, l'arredo bagno che vale 2,7 miliardi e il settore delle lampade che ne vale altri 2,8 arriviamo ad un comparto che vale qualcosa meno di 60 miliardi. Il complesso di questi macro settori vale tenendo conto dei fattori di moltiplicazione circa 920 miliardi di euro più o meno il 50 per cento del pil nazionale per un valore di export di poco inferiore ai 180 miliardi. La posta in gioco è di questa entità. Ma le misure per fare fronte alla crisi indotta dal Coronavirus sembrano del tutto inadeguate a fronteggiare la gravissima situazione di alcuni comparti. 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Ma ora a preoccupare duramente gli agricoltori è la crisi del mercato interno e il rallentamento delle filiere. Drammatica la situazione della filiera del latte in tutte le sue declinazioni: dal latte vaccino a quello di bufala, ai latti ovini. Il latte vaccino è entrato in crisi per l'immediata concorrenza estera. Gli allevatori francesi, polacchi e tedeschi si sono buttati sul mercato a pesce facendo dumping sui prezzi e approfittando del blocco delle merci italiane al valico del Brennero. A questo si aggiunge il crollo di domanda in Italia sia per il latte che per i formaggi. La ministra dell'agricoltura Teresa Bellanova ha disposto un primo intervento di sei milioni per il ritiro di latte Uht, ma resta la crisi di prezzo. Ancora più grave la situazione del latte ovino e in Sardegna in particolare si sta riproponendo la crisi del Pecorino. C'è stato un primo intervento tampone di 20 milioni, ma il settore è in ginocchio. Del tutto inaspettata è invece la crisi del latto bufalino. Sia nel casertano che in Cilento circa metà del latte destinato alla produzione di mozzarella resta invenduto. E' la caduta della domanda estera di mozzarella a generare questa crisi. A tutto questo si aggiunge che molti paesi per fare concorrenza a Parmigiano Reggiano e Grana Padano hanno cominciato a pretendere il marchio Covid 19 free, che non esiste, ma che ha costituito una straordinaria barriera all'esportazione. E tutto questo nella totale assenza dell'Europa nonostante gli appelli del Governo italiano. Un fronte di crisi particolarmente grave nel nostro comparto agricolo è quello dell'ortofrutta. E' stata cancellata agli inizi di febbraio Fruit Logistic la grande fiera di Berlino che di fatto costituisce il crocevia del nostro export in Germania (è il nostro primo mercato) e in Cina. L'export verso Pechino è di fatto azzerato, l'export in Germania è ridotto del 50%. Sui principali mercati italiani il crollo è stato del 30% per il freschissimo e del 50% per il fresco. Vi sono interi segmenti come quello dei carciofi e degli spinaci che sono stati di fatto azzerati. A questo si aggiunge che il mancato arrivo di manodopera stagionale dall'estero (in particolare dalla Romania) sta mettendo in ginocchio i raccolti. In crisi è un altro comparto significativo come il florovivaismo. Stando alle organizzazioni agricole che ieri hanno incontrato il ministro Bellanova il 60% della produzione è andata perduta. La Cia (Confederazione italiana agricoltori) sostiene che la crisi è indotta da questi fattori: " La chiusura dei negozi e dei mercati, la sospensione di tutte le cerimonie civili e religiose, e un atteggiamento ostile degli importatori esteri, stanno mettendo in ginocchio un settore composto da 24.000 aziende con fatturato annuo di 2,5 miliardi, pari al 5% dell'intera produzione agricola nazionale".In ultimo si stanno addensando nubi nerissime anche sulla produzione di vino che è il primo motore dell'agricoltura italiana con15 miliardi di fatturato e 6,4 miliardi di export. E' vero che sul mercato interno tengono le vendite on line ma per l'export sono dolori. Il presidente di Federvini Sandro Boscaini è stato chiarissimo: «La situazione è eccezionalmente grave, serve un approccio sistemico. Rischiamo di perdere quote di mercato». Per Piero Mastroberardino: «Bisogna investire in promozione sui mercati, le aziende così non ce la faranno ad affrontare la prossima vendemmia avendo azzerato i ricavi". La situazione è complicatissima anche nel settore degli spiriti che pure ha avuto un trend molto positivo negli ultimi due anni (solo l'export vale oltre 26 miliardi) tant'è che Micaela Palini del gruppo spiriti di Federvini auspica «una defiscalizzazione dei fatturati esteri perché altrimenti non reggiamo». Futuro molto incerto per il settore agroalimentare che aveva chiuso un 2019 in grane crescita. Solo un settore tiene ed è quello della pasta che però ha scorte di materie prime per al massimo venti giorni. Il blocco delle frontiere sta creando problemi Chi invece è entrato repentinamente in crisi nonostante i successi dello scorso anno è il settore lattiero-caseario che in questo momento registra un crollo di esportazione del 40%. Federalimentare ha chiesto un impegno dell'Efsa (l'ente europeo che certifica la salubrità dei prodotti che tra l'altro a sede a Parma) di emettere una direttiva che dice che i prodotti italiani sono esenti da qualsiasi contaminazione. E in un comunicato Ivano Vacondio, presidente di Federalimentare ha accusato:«"Certificazioni virus free, difficoltà a far arrivare le materie prime dall''Europa e una comunicazione falsa che, sotto il cappello della satira, fa terrorismo sui prodotti Made in Italy: tutti sistemi che mettono ingiustamente a dura prova le eccellenze alimentari italiane". La verità è che il blocco dei Tir sta creando una sorta di paralisi produttiva. Luigi Scordamaglia, consigliere delegato di Filieraitalia, peraltro pone un altro prblema: quello dell'approvvigionamento delle materie prime. «Siamo impegnati a fornire il cento per cento di prodotto italiano alla filiera, ma certo bisogna che ci siano i presidi di sicurezza disponibili per chi lavora nell'agroalimentare. Senza le mascherine rischiamo di dover bloccare la produzione». A mettere al rischio l'agroalimentare dunque oltre al blocco della domanda – c'è una contrazione di consumi evidente e soprattutto nei supermercati il made in Italy non è adeguatamente tutelato – ci sono difficoltà logistiche. E il crollo del fatturato che potrebbe arrivare anche al 20 per cento nell'agaroalimentare è particolarmente pesante perché buona parte dell'industria di questo settore (circa il 60% delle unità produttive) è allocato al Sud. La situazione è drammatica per il turismo e si ricollega anche a quella dell'agroalimetare. Il presidente di Fedarlimentare Vacondio è preoccupato: «Ballano una quindicina di miliardi di consumo agroalimentare se il turismo non riprende». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/radiografia-del-made-in-italy-2645555717.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="molto-dipende-se-dal-3-aprile-si-tornera-a-vedere-i-negozi-aperti" data-post-id="2645555717" data-published-at="1779975697" data-use-pagination="False"> Molto dipende se dal 3 aprile si tornerà a vedere i negozi aperti Il turismo non riprende. Le prenotazioni negli agriturismi sono di fatto azzerate, gli alberghi hanno accusato un debooking dell'80 per cento, i cali di prenotazioni vanno dal meno 40% di Venezia al meno 70 di Firenze al meno 80 di Roma. La riviera romagnola non sa se arriveranno turisti mentre sui laghi si aspettano una contrazione fortissima della domanda tedesca. Del resto il traffico aereo è ormai ridotto a meno del 30%. Il presidente degli albergatori Bernabò Bocca parla di crisi non più governabile, la Fiavet, la federazione delle agenzie turistiche, con Ivana Jlenic chiede lo stato di crisi, Federturismo con Marina Lalli dice: "Le stime che si erano fatte di meno cinque miliardi pensando ad una crisi passeggera del settore alberghiero a cui si aggiungevano gli altri 7 miliardi di perdita di fatturato complessivo del turismo comprendendo anche il commercio sono superate. Oggi siamo nella condizione di non sapere come finirà. Per Pasqua non ci sono turisti. Per l'estate sarà difficilissimo recuperare". In questo settore ballano un centinaio di miliardi. La fashion week di Milano è stata il termometro. Mille clienti persi, la Cina azzerata. La Camera della Moda ha stimato un primo impatto pari al 1,8% di perdita di fatturato (intorno al miliardo e mezzo) ma è una stima non più vera. Gucci ha fermato la produzione fino al 20 Marzo, stop per tutelare la salute dei dipendenti di Tood's e Fendi fino al 15, a rilento la produzione delle concerie. Il colpo più duro è dalla chiusura dei negozi in tutta Europa. Un momento difficile stanno vivendo le concerie e i pellettieri, mentre dal comparto tessile si spera in una ripresa delle forniture. Basti dire che per paradosso il comparto di Prato che è in mano ai cinesi di fato non produce perché non arrivano più materie prime. Intanto la Moda ha deciso di lavorare per il paese: quasi tuti i marchi hanno fatto donazioni, si sono mobilitati per gli ospedali o come accaduto con Miroglio e Manifattura Domodossola si sono messi a produrre mascherine. Il sistema moda è complessivamente in stand by anche se si stanno preparando le prossime collezioni – peraltro nel triangolo del virus: Lombardia, Emilia, Veneto - alla ricerca di una normalità che al momento sembra difficile da recuperare. Il settore si aspetta una contrazione complessiva di vendite che oscilla tra il 3 e il 5 per cento. Molto dipende se dal 3 aprile si tornerà a vedere i negozi aperti. Ma il blocco a effetto domino che dall'Italia sta arrivando a New York fa presagire tempi duri. Ma da affrontare con stile. Il made in Italy
Contingente italiano sbarcato nella baia di Suda, isola di Creta (Getty Images)
Era il 28 maggio 1896 quando tre navi da guerra gettarono l’ancora nella baia di Suda, sull’isola di Creta. Una delle tre batteva la bandiera della Regia Marina italiana. Era l’incrociatore «Piemonte», sotto la guida del comandante Alfonso de Orestis e del capitano in seconda Paolo Thaon di Revel, futuro Capo di Stato Maggiore durante la Grande Guerra e in seguito ministro della Marina. A poca distanza dal «Piemonte» si trovavano la corazzata francese «Neptune» e la «Hood», corazzata della Royal Navy britannica. Perché quelle tre imbarcazioni si trovavano laggiù? I motivi sono da ricercare nella storia dell’isola di Creta, all’epoca dei fatti governata dall’impero Ottomano, che l’aveva strappata al dominio veneziano nel 1669.
La composizione etnico-religiosa dell’isola fece da volano nei due secoli di dominazione della Sacra Porta. La maggioranza della popolazione era di origini greche e di religione cristiano-ortodossa mentre la minoranza dominante era musulmana. Gli attriti tra le due comunità cretesi aumentarono con la sollevazione della Grecia, a cui seguì l’indipendenza dopo i moti del 1821. Il malcontento dei cristiani esplose più volte negli anni, come nel caso della rivolta del 1866-1869, terminata con il massacro della popolazione filoellenica. Per il timore di un’espansione della protesta ai Balcani, il governo turco concesse una serie di riforme e pose a capo dell’isola un cristiano, Alexander Kharatheodori. La svolta non servì tuttavia a lenire le gravi tensioni etniche e religiose perché i musulmani dell’isola non accettarono la guida di un cristiano e iniziarono una serie di violenze contro la popolazione. L’11 maggio 1896 si perpetrò il massacro dei cristiani di Canea e anche ad Heraklion vi furono scontri, saccheggi e omicidi. I nuovi disordini di Creta attirarono l’attenzione delle diplomazie europee, già in allarme nei confronti dell’impero turco per il massacro degli Armeni di Anatolia del 1895. L’equilibrio nel Mediterraneo era a rischio. Fu soprattutto quest’ultimo aspetto a mettere in moto le diplomazie francesi, inglesi ed italiane per un intervento diretto formalmente a proteggere i propri connazionali residenti a Creta. Per l’Italia guidata da Antonio di Rudinì, la crisi cretese si mostrò come un’occasione imperdibile, dopo la sconfitta coloniale di Adua, per mantenere il ruolo di potenza nell’area del Mediterraneo e per proteggere gli interessi economici messi a rischio dalle tensioni tra Atene e la Sublime Porta. L’intervento a tre, discusso per l’Italia dal ministro della Marina Benedetto Brin, rappresentò una sorta di alleanza militare di peacekeeping ante litteram.
Dalla rada di Suma, le navi della coalizione europea inviarono uomini con le lance con compiti di deterrenza e di recupero dei connazionali che chiedevano protezione. Il compito di gestire le operazioni di terra dell’equipaggio del «Piemonte» fu affidato a Thaon di Revel. Nei giorni successivi, nonostante la presenza delle navi estere e la pressione diplomatica, la situazione a Creta non parve migliorare. Si temette da subito un’escalation anche per l’atteggiamento del governo di Atene, deciso a dare una spallata alla situazione di Creta fomentando l’insurrezione, in vista di una futura annessione dell’isola. Per le continue violenze tra le fazioni, anche se l’arrivo delle navi estere placò momentaneamente gli animi di fronte alle artiglierie e alle armi caricate sulle lance, fu deciso un rafforzamento della presenza della Regia Marina. Nel mese di giugno giunse a Creta la «Vesuvio», incrociatore comandato dal Capitano Umberto De La Tour, seguita dalla «Liguria», dall’«Etna» e dalla «Morosini». Nei primi mesi del 1897 la situazione dell’isola non parve migliorare. Fu la premessa per la formazione di una prima coalizione internazionale, chiamata in inglese «Admiral’s Squadron» (squadrone degli ammiragli) che incluse anche la Russia, la Germania e l’Austria-Ungheria. A capo della forza navale fu posto il viceammiraglio italiano Felice Napoleone Canevaro, già organico alla Marina sarda e in seguito parte della spedizione di Garibaldi. Nato da una famiglia ligure originaria di Zoagli, Canevaro era il più anziano dei comandanti dello squadrone internazionale. Il suo ruolo fu estremamente delicato, in quanto la situazione geopolitica vedeva un’opinione pubblica europea favorevole ai greci e all’annessione di Creta, ma i governi volevano evitare un crollo degli Ottomani causato da una guerra civile. Fu necessario dunque proteggere, per così dire, i musulmani assediati nelle città costiere e contenere la ribellione dei greci ortodossi nell’entroterra dell’isola, continuamente alimentati dall’appoggio logistico di Atene.
Per mantenere il controllo, non era più sufficiente presidiare i porti con le navi: si rendeva necessaria una forza di sbarco per ristabilire l’ordine e gettare le basi di un’amministrazione controllata dalle potenze europee. Il 4 febbraio 1897 da Catania un piroscafo di linea caricò il primo contingente italiano che avrebbe dovuto sbarcare sull’isola di Creta, guidato dal colonnello Vincenzo Garioni e composto da uomini del 1° Battaglione del 36° Reggimento fanteria «Forlì», di unità dell’artiglieria da montagna e da Carabinieri i quali, comandati dal capitano Federico Craveri, avrebbero dovuto assumere il compito di garantire l’ordine pubblico nel quadro di una gendarmeria internazionale. Anche la Marina aumentò in quel frangente la presenza a Creta, dal momento che i greci inviarono navi da guerra con l’intenzione di annettere l’isola con un colpo di mano. A Suna si unirono altre navi della Regia Marina tra cui il «Ruggiero di Lauria» e l’incrociatore «Stromboli». Il corpo di spedizione italiano raggiunse le 3.000 unità, sbarcando a Creta e stabilendosi nella zona di influenza assegnata dalla coalizione internazionale, la parte orientale dell’Isola. Il primo scontro a fuoco si verificò il 13 febbraio 1897 nei pressi de La Canea, quando i militari italiani, Carabinieri e fanti, furono fatti bersaglio di cecchini filogreci. Guidati dal tenente De Mandato, furono in grado di respingere l’assalto. Il 36° Fanteria fu invece impegnato presso la cittadina di Hierapietra, dove i ribelli cercavano di tagliare le forniture idriche degli assediati. Anche a Candia, l’odierna Heraklion, gli italiani furono coinvolti nei duri scontri tra cristiani e musulmani, intervenendo frequentemente per scongiurare i linciaggi tra le due fazioni. Nell’entroterra i fanti e i Carabinieri (ai quali si affiancarono poi i bersaglieri comandati dal tenente colonnello Achille Brusati) furono spesso impegnati in azioni di controguerriglia e rastrellamento contro le bande di briganti ed irregolari sparse per l’isola.
La situazione geopolitica internazionale accelerò la risoluzione della questione cretese. Nell’aprile 1897 scoppiò in Tessaglia la guerra tra impero Ottomano e Grecia, che si concluse in soli 30 giorni con la sconfitta netta di Atene, che si vide costretta a ritirare le truppe da Creta durante il breve conflitto e vide sfumare le prospettive di annessione. Francia, Gran Bretagna ed Italia decisero così le sorti dell’isola al tavolo delle trattative. Fu scelta una mediazione: mentre formalmente Creta sarebbe rimasta turca, sarebbe stata retta da un governo autonomo sotto la guida del principe Giorgio, nipote del re di Grecia e del quale faceva parte anche il futuro premier Eleutherios Venizelos. La transizione avvenne con la coalizione internazionale ancora sull’isola, dove scoppiarono ancora per lughi mesi violenti tumulti. Fu proprio il più grave a determinare il ritiro definitivo dei turchi da Creta. Il 25 agosto 1898 a Candia i musulmani massacrarono centinaia di cristiani. Tra le vittime 17 soldati britannici e il vice console inglese. La reazione fu durissima. La stessa regina Vittoria chiese una punizione esemplare e i musulmani furono disarmati in soli 4 giorni. 17 capi della rivolta furono impiccati in pubblico, mentre le potenze Francia e Italia si unirono a Londra pretendendo dal Sultano il ritiro totale da Creta. Le ultime truppe ottomane lasciarono l’isola alla fine di novembre del 1898, mettendo fine a due secoli e mezzo di dominio turco. Parte del contingente internazionale rimase per garantire l’ordine pubblico e addestrare la gendarmeria del nuovo governo cretese fino al 1906, mentre i Carabinieri fino al 1914.
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«Il mondo in cui viviamo è un mondo di conflitti, incertezza e instabilità». Lo ha dichiarato il ministro delle Imprese e del Made in Italy Adolfo Urso, all’arrivo al Consiglio Competitività a Bruxelles, criticando l’accavallarsi delle riforme europee e i tempi dell’Industrial Acceleration Act, che a suo giudizio non può entrare in vigore fra tre anni se l’obiettivo è accelerare gli investimenti delle imprese.
Christine Lagarde (Ansa)
Christine Lagarde nel Financial Stability Review – è il bollettino sull’andamento dell’economia che l’Eurotower pubblica due volte l’anno – manda a dire all’Italia di non esagerare con i sostegni a famiglie ed imprese per calmierare gli effetti del caro energia, perché stimoli fiscali finirebbero «mettere ulteriormente sotto pressione i conti pubblici di alcuni Paesi dell’area euro altamente indebitati» e fare alzare lo spread. Quindi Giorgia Meloni è bene non si faccia illusioni anche perché sempre la Lagarde, alla richiesta avanzata dal ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti di una flessibilità del Patto di stabilità legata al caro energia, ha seccamente risposto: «Ci sono delle regole e quelle si rispettano. Semmai in Europa è importante agire tutti insieme». Ma per ora non s’è fatto nulla.
Nel bollettino della Bce ci sono altre pessime notizie. Ammette la Lagarde che il sistema bancario ha tenuto, ma ci sono rischi di deterioramento del credito – dunque lo sa anche lei che l’economia rallenta – e a fronte di questa impennata d’inflazione l’11 giugno lei rialzerà i tassi. Al contrario di quello che fa la Federal Reserve che li tiene fermi o li abbassa perché sa che in tempi di guerra bisogna far bere il cavallo. È del tutto ovvio che Christine Lagarde dice e fa solo ciò che interessa alla Germania, ma qualcuno deve avvertirla che non tutti godono del suo stipendio. La signora si mette in tasca 726.000 euro l’anno, ma il suo stipendiuccio è soggetto a rivalutazione di circa il 5% annuo come tutti i «dipendenti» del sistema europeo. Allo stipendio base di 430.000 euro assomma 130.000 euro di missione a cui si aggiungono quest’anno 140.000 d’indennità e 26.000 euro di recupero dell’inflazione. Lei ha bisogno solo di stimoli per frequentare la toelette perché la signora che guadagna cinque volte il presidente della Fed ha la paga base rivalutata automaticamente e la piglia anche se da quattro anni la Bce (spera di tornare in utile quest’anno) è in rosso.
Bene fa Matteo Salvini a metterla alla berlina affermando: «La Bce invita a fare attenzione ai singoli éaesi a non spendere troppo per il caro energia: “Mi raccomando Italia, non aiutare troppo le famiglie”. Questa è fuori dal mondo, dal buonsenso e dall’attualità. Avanti con il suicidio tenendo conto di cinque Paesi dell’Ue che comprano petrolio dalla Russia e della Bce che non risponde a niente e nessuno». Come illustrava ieri Il Sole 24 Ore, Francia in testa, Ungheria, Bulgaria e la tanto celebrata Spagna regno delle rinnovabili continuano a comprare gas a mano franca da quel cattivone di Vladimir Putin.
Oltretutto Christine Lagarde, se da una parte fa infuriare chi campa di uno stipendio fisso, anche sul piano tecnico fa un errore madornale. Non dare sostegno ai redditi significa precipitare l’Europa e l’Italia in particolare in stagflazione, che è la peggiore pestilenza economica. Se non sostieni i redditi blocchi la domanda, se blocchi la domanda non fai aumentare il Pil. Per questa via si condanna l’Europa all’immobilismo.
A «governare» l’economia e a dire ai cittadini che devono stringere la cinghia ci sono altre due dame di denari. La prima è Ursula von der Leyen che di allentare il Patto di stabilità non ne vuole sapere, anche perché lei ha un misero salario di 40.000 euro lordi al mese che si rivaluta con un meccanismo automatico applicato a tutti i funzionari dell’Ue. La presidente della Commissione è passata da circa 28.400 euro nel 2020 ai 40.860 di oggi. La terza dama di denari è la direttrice del Fondo monetario internazionale. Kristalina Goergevia – stipendio annuo esentasse di 660.000 euro – che ieri ha pubblicato il suo report sull’Italia e scrive: «La recente riduzione generalizzata delle accise su diesel e benzina dovrebbe essere sostituita da trasferimenti monetari mirati alle famiglie più vulnerabili». Si vede che non fa la spesa perché non ce la fa a capire che se il trasporto costa troppo si scarica sui cartellini dei prezzi. La Goergevia ci fa sapere che «le misure per mitigare l’impatto dell’aumento dei prezzi dell’energia dovrebbero essere neutrali rispetto al bilancio, e qualsiasi nuova spesa, compresa quella per la difesa, dovrebbe essere interamente compensata per salvaguardare la sostenibilità fiscale». I rimedi: non mandare la gente in pensione e rendere più efficiente la spesa pubblica contenendola perché «l’elevato livello di debito dell’Italia e la spesa per l’invecchiamento limitano le opzioni per stimolare la crescita». Parola delle tre Parche con Ursula come Cloto che fila, Kristalina-Lachesi che sorteggia chi deve morire e Christine-Atropo che taglia il filo. Alla francese viene bene ricordare Maria Antonietta. Al popolo voleva offrire le brioche; finì che le tagliarono non il filo, ma la testa.
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