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2019-11-21
La leggenda della manovra «tagliatasse»
che pignora i conti correnti
Ansa
I numeri sono per i tecnici, al volgo è meglio dare in pasto la manovra lessicale. Perché dire la verità se si può, con un abile gioco di prestigio, trasformare una bugia in qualcosa che suona come verosimile? Un esempio. Il ministro dell'Economia, Roberto Gualtieri, ha bellamente affermato che tra Iva, accise e taglio del cuneo ci sono «26 miliardi di tasse in meno». Sui 3 miliardi di taglio del cuneo nulla da eccepire, nonostante si tratti di briciole. Il problema sono gli altri 23 miliardi. Immaginate di essere in affitto in una casa e che il proprietario dell'immobile vi scriva una lettera per annunciare che da gennaio vuole aumentare il canone mensile dagli attuali 1.000 euro a 1.100. Voi protestate. Lui vi suona al campanello, lo fate accomodare e vi chiede al posto dell'aumento di 100 euro per 12 mesi, un prestito di 1.200 euro che non restituirà mai. Dal momento che ha accesso al vostro conto in banca, diventa inutile rifiutare. Tanto effettuerebbe il prelievo in ogni caso. Poi sempre lui, il proprietario di casa, va sui social e scrive su Facebook a tutta la comunità che vi ha ridotto il prezzo dell'affitto di 100 euro per tutto il 2020. Non solo. Si vanta di essere il migliore locatore della città. A quel punto riceve pure una marea di like. E a voi non resta che farvi prendere in giro. Ecco, in sintesi Gualtieri è quel locatore. Con la differenza che tutti i suoi colleghi ripetono la strategia all'infinito nella speranza di arrivare a Natale, approvare la manovra e poi dedicarsi ad altro. L'altro ieri Conte per rafforzare la posizione ha pure aggiunto che chi sostiene che il testo contenga tasse «o è un bugiardo o è in mala fede».
Addirittura il segretario del Pd, Nicola Zingaretti, ha celebrato la manovra come la migliore possibile, ribadendo un messaggio che qualcuno deve avergli fatto imparare a memoria per essere recitato durante il viaggio negli Usa al cospetto dei Clinton. «Bisogna dare forza a una manovra che permette all'Italia di voltare pagina e crescere». Dove stiano gli stimoli alla crescita, resta un mistero. D'altronde non ci sentiamo nemmeno di condannare del tutto Conte, Gualtieri e Zingaretti. Poveretti non hanno alternative. Chi comanda in Italia, ad esempio il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, ha scritto il canovaccio e a loro tocca attenersi. Il capo dello Stato ha auspicato che «la leale cooperazione tra le istituzioni tragga nuova spinta da una convergenza sugli indirizzi di bilancio». Tradotto: nessuno al governo o in Parlamento faccia scherzi, la manovra va approvata a ogni costo. Ne va degli impegni presi con l'Europa. Da qui la necessità di stravolgere i numeri (che sono stati regolarmente comunicati a Bruxelles) con lo storytelling.
La legge finanziaria contiene, infatti, la bellezza di 12 miliardi di tasse in più rispetto al 2019, oltre a 14 miliardi di deficit che con il tempo diventeranno 14 miliardi di debito. Non solo, contiene anche 3,2 miliardi di euro (solo nel 2020) messi a bilancio come recupero da evasione fiscale. Sappiamo tutti che anche questi miliardi si trasformeranno in nuove imposte. Il Pd si è pure inventato un fondo taglia tasse.
Praticamente, si alza il prelievo per recuperare 3 miliardi da inserire in un veicolo che viene accantonato per il prossimo anno. L'obiettivo dichiarato è usarlo nel 2020 per tagliare alcune voci di spesa, quasi sicuramente sarà usato invece per ottemperare alle correzioni che l'Ue ci chiederà la prossima primavera. Esattamente come ieri l'Ue ha ricordato nella lettera di promozione con riserva della manovra destinata al voto in Senato il prossimo 29 novembre. Da qui a quel giorno, purtroppo la situazione può solo che peggiorare. Da un lato Conte, come ha già annunciato darà il meglio di sé nel recitare la parte del «taglia tasse». Il testo redatto del governo è ora vittima degli emendamenti della stessa maggioranza. Un esempio su tutti, la tassazione delle auto aziendali. Il governo ha previsto l'abolizione totale della detrazione per le vetture considerate inquinati. Alla fine dell'iter il taglio verrà limato di un 20%. E a quel punto Conte si vanterà di aver tagliato le tasse sulle auto aziendali. Ma la presa in giro verbale servirà a nascondere le nuove batoste. Sparirà probabilmente la cedolare secca sugli immobili commerciali e al tempo stesso aumenterà la pressione dello stato di polizia fiscale. È infatti spuntato un emendamento che consentirebbe ai Comuni, già da gennaio, di pignorare i conti correnti dei cittadini in caso di multe o bollettini Imu non pagati. Anche senza aver spedito una cartella esattoriale. «Cose da Urss», ha commentato Salvini. Ci sentiamo di dargli ragione. Però Conte venderà l'iniziativa come contrasto all'evasione fiscale. Eppure la sinistra continua a non comprendere perché per gli italiani lui e Gualtieri non siano i migliori locatori possibili.
Nel dl fiscale spunta il pignoramento anche per una sola multa non pagata
A ciascun giorno la sua pena: ma, nel caso della manovra giallorossa, ogni nuovo giorno porta con sé ben più di una nuova dolorosa scoperta. Ieri, per esempio, hanno destato scandalo e incredulità due questioni. La prima è solo apparentemente una questione di settore, nel senso che potrebbe mettere a rischio 17.000 posti di lavoro: si tratta di un emendamento grillino presentato a Palazzo Madama (prima firma del senatore Giovanni Endrizzi) che, secondo l'accusa dell'Ancod (Associazione nazionale dei centri odontoiatrici), restringerebbe il campo solo alle Stp (società tra professionisti), tagliando fuori tutte le compagini organizzate diversamente (spa, srl, e così via). Durissimo il presidente dell'Ancod Michel Cohen: «Siamo scioccati che passi un provvedimento incostituzionale, chiaramente contrario alla libertà d'impresa, alla libera concorrenza, ma soprattutto senza alcun senso perché sono proprio i gruppi organizzati dell'odontoiatria a offrire soluzioni di qualità alle fasce più deboli, oggi non coperte dai livelli essenziali di assistenza». Ma, tecnicalità a parte, non si capisce che senso abbia per la maggioranza - in termini di opportunità e ragionevolezza - innescare un'altra potenziale crisi occupazionale.
La seconda polemica - ancora più fragorosa - riguarda la norma, infilata in manovra, che consente una drammatica velocizzazione della riscossione di multe e tributi locali, consentendo ai Comuni e agli altri enti locali di fare cassa selvaggiamente. L'aspetto più scandaloso è che, già dopo la mancata risposta all'intimazione di pagamento e all'avviso di accertamento, trascorsi 60 giorni, il Comune potrà chiedere di pignorare i conti correnti dei cittadini. In termini di gradimento da parte dell'opinione pubblica, si tratta di un clamoroso autogol per governo e maggioranza, una Caporetto comunicativa: ma, se la misura non verrà modificata, intanto il danno per i contribuenti sarà grave e certo.
Nel frattempo, da parte di Bruxelles, è arrivato un primo warning, una sorta di cartellino giallo verso la manovra, che - scrive la Commissione Ue - «pone rischi di non rispetto del Patto di stabilità» o potrebbe innescare «una deviazione significativa dal cammino verso il rispetto dell'obiettivo di medio termine». Bruxelles aggiunge che sussiste il rischio di «non rispetto del benchmark di riduzione del debito» non solo per l'Italia, ma anche per Belgio, Spagna e Francia.
Non ha fatto mancare la sua opinione il commissario uscente (e rientrante), il lettone Valdis Dombrovskis: «Invitiamo tutti gli Stati a rischio di non rispetto del patto a prendere le misure necessarie all'interno del processo nazionale di bilancio per assicurare che il bilancio 2020 rispetti le regole: quelli che ci preoccupano di più sono quelli con debiti alti che non sono stati ridotti abbastanza velocemente». A proposito dei quattro Paesi citati, Dombrovskis ha ribadito che «ci si attende che non rispettino la regola del debito» e, in ogni caso, fino ad ora «non hanno usato a sufficienza le condizioni economiche favorevoli per mettere in ordine i loro conti pubblici. E nel 2020 pianificano o nessun significativo aggiustamento o addirittura un'espansione; questo preoccupa perché i debiti molto alti limitano la capacità di rispondere agli shock economici e alle pressioni del mercato». Diversamente dall'anno scorso, però, quando la Commissione minacciava bocciature immediate ed esplicite, con tanto di apertura di procedure, e condiva tutto con dichiarazioni violentissime - a scadenza quotidiana, regolarmente a Borse aperte - da parte dello stesso Dombrovskis e di Pierre Moscovici, quest'anno Bruxelles si è limitata a far sapere che la Commissione Ue (la nuova, a quel punto) tornerà a valutare i conti pubblici in primavera.
In altre parole, siamo davanti a una specie di bocciatura postdatata, con l'eventuale conto che potrebbe essere presentato da Bruxelles (forse) al prossimo governo, se nel frattempo il Conte due sarà caduto sotto il peso delle sue stesse fragilità e divisioni: ma a pagare saranno gli stessi contribuenti, gli italiani.
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Il governo insiste con la leggenda della riduzione delle imposte. Ma si tratta solo dello stop all'aumento Iva con i nostri soldi.Il testo in Aula peggiora ogni giorno. L'Ue rimanda il voto della manovra a primavera.Lo speciale contiene due articoliI numeri sono per i tecnici, al volgo è meglio dare in pasto la manovra lessicale. Perché dire la verità se si può, con un abile gioco di prestigio, trasformare una bugia in qualcosa che suona come verosimile? Un esempio. Il ministro dell'Economia, Roberto Gualtieri, ha bellamente affermato che tra Iva, accise e taglio del cuneo ci sono «26 miliardi di tasse in meno». Sui 3 miliardi di taglio del cuneo nulla da eccepire, nonostante si tratti di briciole. Il problema sono gli altri 23 miliardi. Immaginate di essere in affitto in una casa e che il proprietario dell'immobile vi scriva una lettera per annunciare che da gennaio vuole aumentare il canone mensile dagli attuali 1.000 euro a 1.100. Voi protestate. Lui vi suona al campanello, lo fate accomodare e vi chiede al posto dell'aumento di 100 euro per 12 mesi, un prestito di 1.200 euro che non restituirà mai. Dal momento che ha accesso al vostro conto in banca, diventa inutile rifiutare. Tanto effettuerebbe il prelievo in ogni caso. Poi sempre lui, il proprietario di casa, va sui social e scrive su Facebook a tutta la comunità che vi ha ridotto il prezzo dell'affitto di 100 euro per tutto il 2020. Non solo. Si vanta di essere il migliore locatore della città. A quel punto riceve pure una marea di like. E a voi non resta che farvi prendere in giro. Ecco, in sintesi Gualtieri è quel locatore. Con la differenza che tutti i suoi colleghi ripetono la strategia all'infinito nella speranza di arrivare a Natale, approvare la manovra e poi dedicarsi ad altro. L'altro ieri Conte per rafforzare la posizione ha pure aggiunto che chi sostiene che il testo contenga tasse «o è un bugiardo o è in mala fede». Addirittura il segretario del Pd, Nicola Zingaretti, ha celebrato la manovra come la migliore possibile, ribadendo un messaggio che qualcuno deve avergli fatto imparare a memoria per essere recitato durante il viaggio negli Usa al cospetto dei Clinton. «Bisogna dare forza a una manovra che permette all'Italia di voltare pagina e crescere». Dove stiano gli stimoli alla crescita, resta un mistero. D'altronde non ci sentiamo nemmeno di condannare del tutto Conte, Gualtieri e Zingaretti. Poveretti non hanno alternative. Chi comanda in Italia, ad esempio il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, ha scritto il canovaccio e a loro tocca attenersi. Il capo dello Stato ha auspicato che «la leale cooperazione tra le istituzioni tragga nuova spinta da una convergenza sugli indirizzi di bilancio». Tradotto: nessuno al governo o in Parlamento faccia scherzi, la manovra va approvata a ogni costo. Ne va degli impegni presi con l'Europa. Da qui la necessità di stravolgere i numeri (che sono stati regolarmente comunicati a Bruxelles) con lo storytelling. La legge finanziaria contiene, infatti, la bellezza di 12 miliardi di tasse in più rispetto al 2019, oltre a 14 miliardi di deficit che con il tempo diventeranno 14 miliardi di debito. Non solo, contiene anche 3,2 miliardi di euro (solo nel 2020) messi a bilancio come recupero da evasione fiscale. Sappiamo tutti che anche questi miliardi si trasformeranno in nuove imposte. Il Pd si è pure inventato un fondo taglia tasse. Praticamente, si alza il prelievo per recuperare 3 miliardi da inserire in un veicolo che viene accantonato per il prossimo anno. L'obiettivo dichiarato è usarlo nel 2020 per tagliare alcune voci di spesa, quasi sicuramente sarà usato invece per ottemperare alle correzioni che l'Ue ci chiederà la prossima primavera. Esattamente come ieri l'Ue ha ricordato nella lettera di promozione con riserva della manovra destinata al voto in Senato il prossimo 29 novembre. Da qui a quel giorno, purtroppo la situazione può solo che peggiorare. Da un lato Conte, come ha già annunciato darà il meglio di sé nel recitare la parte del «taglia tasse». Il testo redatto del governo è ora vittima degli emendamenti della stessa maggioranza. Un esempio su tutti, la tassazione delle auto aziendali. Il governo ha previsto l'abolizione totale della detrazione per le vetture considerate inquinati. Alla fine dell'iter il taglio verrà limato di un 20%. E a quel punto Conte si vanterà di aver tagliato le tasse sulle auto aziendali. Ma la presa in giro verbale servirà a nascondere le nuove batoste. Sparirà probabilmente la cedolare secca sugli immobili commerciali e al tempo stesso aumenterà la pressione dello stato di polizia fiscale. È infatti spuntato un emendamento che consentirebbe ai Comuni, già da gennaio, di pignorare i conti correnti dei cittadini in caso di multe o bollettini Imu non pagati. Anche senza aver spedito una cartella esattoriale. «Cose da Urss», ha commentato Salvini. Ci sentiamo di dargli ragione. Però Conte venderà l'iniziativa come contrasto all'evasione fiscale. Eppure la sinistra continua a non comprendere perché per gli italiani lui e Gualtieri non siano i migliori locatori possibili.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/raddoppiano-le-tasse-poi-le-limano-un-po-per-vantarsi-dei-tagli-2641413635.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="nel-dl-fiscale-spunta-il-pignoramento-anche-per-una-sola-multa-non-pagata" data-post-id="2641413635" data-published-at="1781739463" data-use-pagination="False"> Nel dl fiscale spunta il pignoramento anche per una sola multa non pagata A ciascun giorno la sua pena: ma, nel caso della manovra giallorossa, ogni nuovo giorno porta con sé ben più di una nuova dolorosa scoperta. Ieri, per esempio, hanno destato scandalo e incredulità due questioni. La prima è solo apparentemente una questione di settore, nel senso che potrebbe mettere a rischio 17.000 posti di lavoro: si tratta di un emendamento grillino presentato a Palazzo Madama (prima firma del senatore Giovanni Endrizzi) che, secondo l'accusa dell'Ancod (Associazione nazionale dei centri odontoiatrici), restringerebbe il campo solo alle Stp (società tra professionisti), tagliando fuori tutte le compagini organizzate diversamente (spa, srl, e così via). Durissimo il presidente dell'Ancod Michel Cohen: «Siamo scioccati che passi un provvedimento incostituzionale, chiaramente contrario alla libertà d'impresa, alla libera concorrenza, ma soprattutto senza alcun senso perché sono proprio i gruppi organizzati dell'odontoiatria a offrire soluzioni di qualità alle fasce più deboli, oggi non coperte dai livelli essenziali di assistenza». Ma, tecnicalità a parte, non si capisce che senso abbia per la maggioranza - in termini di opportunità e ragionevolezza - innescare un'altra potenziale crisi occupazionale. La seconda polemica - ancora più fragorosa - riguarda la norma, infilata in manovra, che consente una drammatica velocizzazione della riscossione di multe e tributi locali, consentendo ai Comuni e agli altri enti locali di fare cassa selvaggiamente. L'aspetto più scandaloso è che, già dopo la mancata risposta all'intimazione di pagamento e all'avviso di accertamento, trascorsi 60 giorni, il Comune potrà chiedere di pignorare i conti correnti dei cittadini. In termini di gradimento da parte dell'opinione pubblica, si tratta di un clamoroso autogol per governo e maggioranza, una Caporetto comunicativa: ma, se la misura non verrà modificata, intanto il danno per i contribuenti sarà grave e certo. Nel frattempo, da parte di Bruxelles, è arrivato un primo warning, una sorta di cartellino giallo verso la manovra, che - scrive la Commissione Ue - «pone rischi di non rispetto del Patto di stabilità» o potrebbe innescare «una deviazione significativa dal cammino verso il rispetto dell'obiettivo di medio termine». Bruxelles aggiunge che sussiste il rischio di «non rispetto del benchmark di riduzione del debito» non solo per l'Italia, ma anche per Belgio, Spagna e Francia. Non ha fatto mancare la sua opinione il commissario uscente (e rientrante), il lettone Valdis Dombrovskis: «Invitiamo tutti gli Stati a rischio di non rispetto del patto a prendere le misure necessarie all'interno del processo nazionale di bilancio per assicurare che il bilancio 2020 rispetti le regole: quelli che ci preoccupano di più sono quelli con debiti alti che non sono stati ridotti abbastanza velocemente». A proposito dei quattro Paesi citati, Dombrovskis ha ribadito che «ci si attende che non rispettino la regola del debito» e, in ogni caso, fino ad ora «non hanno usato a sufficienza le condizioni economiche favorevoli per mettere in ordine i loro conti pubblici. E nel 2020 pianificano o nessun significativo aggiustamento o addirittura un'espansione; questo preoccupa perché i debiti molto alti limitano la capacità di rispondere agli shock economici e alle pressioni del mercato». Diversamente dall'anno scorso, però, quando la Commissione minacciava bocciature immediate ed esplicite, con tanto di apertura di procedure, e condiva tutto con dichiarazioni violentissime - a scadenza quotidiana, regolarmente a Borse aperte - da parte dello stesso Dombrovskis e di Pierre Moscovici, quest'anno Bruxelles si è limitata a far sapere che la Commissione Ue (la nuova, a quel punto) tornerà a valutare i conti pubblici in primavera. In altre parole, siamo davanti a una specie di bocciatura postdatata, con l'eventuale conto che potrebbe essere presentato da Bruxelles (forse) al prossimo governo, se nel frattempo il Conte due sarà caduto sotto il peso delle sue stesse fragilità e divisioni: ma a pagare saranno gli stessi contribuenti, gli italiani.
Silvia Capozza @Ecco
La manifestazione offre un’importante vetrina internazionale e rappresenta un’occasione preziosa per incontrare buyer, partner e operatori del settore provenienti da tutto il mondo. Per un marchio come Ecco è un momento fondamentale di confronto, visibilità e sviluppo delle relazioni commerciali», racconta alla Verità Silvia Capozza, general manager South Europe di Ecco, marchio globale specializzato in scarpe e accessori in pelle di alta gamma.
Ecco nasce in Danimarca nel 1963 e oggi è presente in tutto il mondo. Quali sono i valori del brand che ritiene più importanti?
«Comfort, qualità e innovazione. Sono i tre pilastri che ci accompagnano fin dalla nascita e ai quali non abbiamo mai rinunciato. L’innovazione, in particolare, è legata alla continua ricerca e sviluppo di tecnologie proprietarie, resa possibile anche dal controllo diretto della filiera produttiva».
Come lei ha sottolineato il comfort è uno degli elementi più associati al marchio. Quanto conta oggi per i consumatori rispetto all’estetica?
«Oggi i consumatori non scelgono più tra comfort e stile: vogliono entrambi. Questo si collega a un tema molto attuale, quello del quiet luxury, che noi preferiamo interpretare come quiet beauty. Le persone cercano prodotti che offrano comodità, design e innovazione allo stesso tempo. Il comfort non è più soltanto una caratteristica funzionale, ma una sensazione di benessere e libertà che permette di esprimere sé stessi senza compromessi».
Il concept della collezione è Walk Your Walk. Che significato assume oggi questo messaggio?
«È un invito a seguire il proprio percorso con autenticità. Ognuno deve poter vivere la propria individualità senza rinunciare né allo stile né al comfort. Per noi Walk Your Walk rappresenta un nuovo modo di interpretare la quotidianità: sentirsi bene in ciò che si indossa significa anche acquisire maggiore sicurezza e libertà di espressione».
Si parla anche di Return to What Matters. Quali sono oggi i valori davvero essenziali per Ecco in un mercato in continua evoluzione?
«Crediamo sia importante tornare a concentrarsi su ciò che conta davvero. In un contesto caratterizzato da cambiamenti rapidi e continui, Ecco ha sempre mantenuto una direzione coerente. Non abbiamo mai accettato compromessi sulla qualità, neppure nei momenti più complessi. Oggi il consumatore è più consapevole: acquista meno, ma sceglie meglio».
Avete recentemente reinterpretato uno dei vostri modelli iconici, la Joker. Come avete affrontato questo lavoro?
«La Joker è uno dei modelli simbolo della nostra storia. Ci piace recuperare elementi dal nostro archivio e reinterpretarli in chiave contemporanea. Negli ultimi anni abbiamo riproposto questo modello in diverse varianti, valorizzando materiali, colori e finiture differenti. È una scarpa che rappresenta perfettamente il Dna di Ecco perché combina comfort, qualità e design contemporaneo, e il riscontro del pubblico è stato molto positivo».
Le tecnologie sviluppate da Ecco rappresentano un elemento distintivo del marchio. In che modo migliorano l’esperienza di chi indossa le vostre scarpe?
«Le nostre tecnologie sono progettate per accompagnare uno stile di vita dinamico, garantendo leggerezza, traspirabilità, ammortizzazione e un migliore assorbimento degli impatti».
Designer come Natasha Ramsay-Levi, Craig Green e Natacha Aizawa hanno collaborato con il brand attraverso il progetto Ecco Kollektive. Qual è stato il loro contributo?
«Queste collaborazioni ci hanno permesso di dialogare con un pubblico particolarmente sensibile al design e alla sperimentazione creativa. Ogni designer parte dalla collezione principale Ecco e la reinterpreta attraverso il proprio linguaggio».
Le radici del marchio affondano nella lavorazione della pelle. Quanto pesa ancora questa eredità nella vostra identità?
«Moltissimo. Ecco nasce come azienda specializzata nella lavorazione della pelle e continua a possedere e gestire concerie proprie. Questa competenza rappresenta ancora oggi uno degli elementi distintivi del marchio e contribuisce a garantire elevati standard qualitativi lungo tutta la filiera».
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Pagamento? Azioni. Naturalmente. Perché il contante, nell’era della finanza quantistica, è archeologia. La preda si chiama Cursor, società che sviluppa intelligenza artificiale capace di scrivere il codice in autonomia. In sostanza un programmatore software che non chiede ferie, non sciopera e non vuole aumenti di stipendio. L’operazione, già di per sé sufficiente a scaldare i grafici, diventa però quasi secondaria rispetto allo spettacolo principale: la capitalizzazione. SpaceX è volata in zona 2,5–2,7 trilioni di dollari, con picchi che sfiorano i 3.000 miliardi. L’azienda di Musk adesso vale quanto il Pil dell’Italia. Per dare un’idea: a un certo punto ha superato Amazon e Microsoft. Il tutto con una struttura da manuale del paradosso: 19 miliardi di ricavi e quasi 5 di perdite, contro i 717 miliardi di fatturato e 78 di utili di Amazon. Ma Wall Street ormai è una narrazione collettiva con pricing dinamico. Elon Musk consolida la sua narrazione di primo trilionario al mondo. Non perché abbia trovato oro su Marte o monetizzato l’aria rarefatta dello spazio, ma perché il mercato ha deciso che la sua equazione personale vale più della somma di molti sistemi economici terrestri. Nel frattempo, un dettaglio tecnico passa quasi inosservato, come sempre accade con le cose che poi diventano fondamentali: sul mercato circola appena il 4% delle azioni. Il resto è vincolato, trattenuto, congelato in accordi e regolamenti. Vuol dire che il prezzo lo fanno pochissimi scambi, ma su quei pochi scambi si costruiscono montagne di trilioni. Una leva perfetta. O pericolosa. Dipende dal punto di osservazione. E così accade l’altra magia: più il titolo sale, meno azioni servono per pagare Cursor. Più il titolo sale, più l’acquisizione da 60 miliardi diventa “economica”. Il mercato si abitua a tutto con la velocità con cui un social network dimentica una notizia: SpaceX diventa valuta. Non solo società, ma moneta. Una moneta che non stampa la banca centrale, ma la fiducia. E mentre qualcuno ancora si chiede se sia sostenibile, Wall Street decide che la domanda è mal posta. Al terzo giorno di contrattazioni, SpaceX continua a correre, passando da 135 a 214 dollari. Per un attimo diventa la quarta società al mondo per capitalizzazione, dietro solo a Nvidia, Alphabet e Apple. Poi ritraccia, perché anche le vertigini hanno bisogno di pause. Come se non bastasse, si apre anche il fronte dei derivati: partono le contrattazioni delle opzioni al Cboe Global Markets e al Nasdaq. Insomma si inizia a scommettere non solo sul futuro dell’azienda, ma sul futuro delle scommesse sul futuro dell’azienda. Una specie di matrioska finanziaria dove l’ultimo strato non è mai l’ultimo.
Nel mezzo di questo spettacolo orbitale, il pezzo industriale viene quasi schiacciato dalla narrativa. Cursor entra come tassello strategico: servirebbe ad ampliare le capacità di Grok nello sviluppo software. L’intelligenza artificiale che scrive codice per un’altra intelligenza artificiale che già scrive codice. Un dialogo tra automi che, per ora, non chiede ancora la pensione. Almeno per ora. E poi ci sono loro, gli altri due poli del nuovo triangolo tecnologico.
OpenAI chiude il 2025 con 13 miliardi di ricavi e una perdita da 38,5 miliardi. Un rosso che, in qualunque altro settore, verrebbe definito emergenza industriale; nell’intelligenza artificiale viene archiviato come «fase di investimento strategico». L’emorragia è impressionante: due miliardi di dollari al mese, ChatGPT come motore principale, progetti secondari come Sora ridimensionati per concentrare fuoco e capitale. Valutazione: 730 miliardi. Obiettivo dichiarato: mille miliardi. Perché ormai anche i numeri hanno un piano industriale. E dietro, come ombra competitiva ma speculare, Anthropic si muove nello stesso perimetro: collocamento riservato, capitali in arrivo, corsa alla scala globale dell’intelligenza artificiale. Non è più una gara tra aziende, ma tra ecosistemi cognitivi.
Alla fine resta una sensazione semplice, quasi banale: la Borsa non sta più prezzando aziende. Sta prezzando un futuro per il momento solo frutto di immaginazione e speranza. E mentre qualcuno ancora cerca il confine tra economia reale e finanza narrativa, il mercato ha già deciso che quel confine non serve più.
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Le risorse per affrontare l’emergenza casa potranno arrivare a circa 10 miliardi entro il 2034, considerando sia i fondi nazionali - per un apporto pari a 7,3 miliardi - sia i fondi europei della politica di coesione, per 3,3 miliardi. È questo uno dei temi toccati dall’Ance (l’organizzazione dei costruttori associata a Confindustria) in occasione dell’ottantesimo anniversario dalla fondazione. All’evento, guidato dalla presidente Federica Brancaccio nella splendida cornice di Villa Giulia a Roma, sede del Museo Etrusco, hanno preso parte con un videomessaggio il premier Giorgia Meloni e il ministro delle Infrastrutture Matteo Salvini, mentre erano presenti i ministri dell’Ambiente Gilberto Pichetto Fratini e della Pubblica amministrazione Paolo Zangrillo.
Il Piano Casa, ha detto Brancaccio, «era un’emergenza di cui parlavamo da anni. Ma», ha ammonito la presidente Ance, «sono centrali le tempistiche che devono essere veloci». Nelle interlocuzioni con la politica, l’Ance ha sempre chiesto di fissare tempi anche sulla governance. «Sappiamo che c’è un commissario ma ci vogliono i decreti attuativi e non si dice entro quando queste nomine ci saranno», ha sottolineato la presidente. Ieri, il ministro Salvini ha detto che «il nuovo commissario nazionale aiuterà nell’arco di un anno a recuperare 61.000 appartamenti di edilizia residenziale pubblica ad oggi non assegnati perché vanno risistemati, con una spesa media valutata tra 20 e 25.000 euro ciascuno». La nomina, fa sapere il vicepremier, avverrà nelle prossime ore.
Brancaccio ha sottolineato che «quasi il 90% degli appalti in qualche modo è sottratto alla gara classica, alla trasparenza totale». Inoltre, «sappiamo che c’è uno sforzo da parte del governo per anticipare la cassa e usare questi 10 miliardi, facendo ricorso a un mutuo da un’istituzione finanziaria. Se questo avesse esiti positivi, le risorse attivabili nel 2027 sarebbero più di un miliardo».
La presidente ha poi evidenziato che «c’è la bolla del mercato libero che ha delle enormi variabili a seconda di dove si realizzano le abitazioni. Quindi, le percentuali previste dall’attuale Piano Casa per gli investimenti dei privati (70% da destinare all’edilizia convenzionata e il restante 30% da vendere o affittare a prezzo di mercato libero) dovrebbero essere riviste». Una soluzione potrebbe essere quella di «dare un ruolo a chi amministra gli enti territoriali, che hanno ben presente le esigenze locali». E ha chiosato: «Sappiamo che questo piano partirà così com’è ma anche che ci saranno in corso d’opera degli aggiustamenti. Ora c’è il testo unico dell’edilizia in revisione, ma si deve andare per deroghe e commissari».
L’Ance ha tracciato un quadro positivo per le costruzioni, uno dei settori industriali che meglio ha sfruttato il Pnrr. Ad aprile, il 76% dei cantieri risultava concluso o in stato avanzato e, secondo la Banca d’Italia, i tempi di avvio delle opere si sono ridotti del 19%, mentre la probabilità di aggiudicazione è maggiore del 20% rispetto alle opere non Pnrr.
Intanto, Dl Piano Casa entra nel vivo alla Camera con il voto sui 275 emendamenti in commissione Ambiente. Il testo definitivo è atteso in Aula questo venerdì, giornata in cui il governo dovrebbe porre la questione di fiducia. Subito dopo passerà all’esame del Senato: la conversione definitiva in legge dovrà avvenire entro la scadenza del 6 luglio.
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