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2019-11-21
La leggenda della manovra «tagliatasse»
che pignora i conti correnti
Ansa
I numeri sono per i tecnici, al volgo è meglio dare in pasto la manovra lessicale. Perché dire la verità se si può, con un abile gioco di prestigio, trasformare una bugia in qualcosa che suona come verosimile? Un esempio. Il ministro dell'Economia, Roberto Gualtieri, ha bellamente affermato che tra Iva, accise e taglio del cuneo ci sono «26 miliardi di tasse in meno». Sui 3 miliardi di taglio del cuneo nulla da eccepire, nonostante si tratti di briciole. Il problema sono gli altri 23 miliardi. Immaginate di essere in affitto in una casa e che il proprietario dell'immobile vi scriva una lettera per annunciare che da gennaio vuole aumentare il canone mensile dagli attuali 1.000 euro a 1.100. Voi protestate. Lui vi suona al campanello, lo fate accomodare e vi chiede al posto dell'aumento di 100 euro per 12 mesi, un prestito di 1.200 euro che non restituirà mai. Dal momento che ha accesso al vostro conto in banca, diventa inutile rifiutare. Tanto effettuerebbe il prelievo in ogni caso. Poi sempre lui, il proprietario di casa, va sui social e scrive su Facebook a tutta la comunità che vi ha ridotto il prezzo dell'affitto di 100 euro per tutto il 2020. Non solo. Si vanta di essere il migliore locatore della città. A quel punto riceve pure una marea di like. E a voi non resta che farvi prendere in giro. Ecco, in sintesi Gualtieri è quel locatore. Con la differenza che tutti i suoi colleghi ripetono la strategia all'infinito nella speranza di arrivare a Natale, approvare la manovra e poi dedicarsi ad altro. L'altro ieri Conte per rafforzare la posizione ha pure aggiunto che chi sostiene che il testo contenga tasse «o è un bugiardo o è in mala fede».
Addirittura il segretario del Pd, Nicola Zingaretti, ha celebrato la manovra come la migliore possibile, ribadendo un messaggio che qualcuno deve avergli fatto imparare a memoria per essere recitato durante il viaggio negli Usa al cospetto dei Clinton. «Bisogna dare forza a una manovra che permette all'Italia di voltare pagina e crescere». Dove stiano gli stimoli alla crescita, resta un mistero. D'altronde non ci sentiamo nemmeno di condannare del tutto Conte, Gualtieri e Zingaretti. Poveretti non hanno alternative. Chi comanda in Italia, ad esempio il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, ha scritto il canovaccio e a loro tocca attenersi. Il capo dello Stato ha auspicato che «la leale cooperazione tra le istituzioni tragga nuova spinta da una convergenza sugli indirizzi di bilancio». Tradotto: nessuno al governo o in Parlamento faccia scherzi, la manovra va approvata a ogni costo. Ne va degli impegni presi con l'Europa. Da qui la necessità di stravolgere i numeri (che sono stati regolarmente comunicati a Bruxelles) con lo storytelling.
La legge finanziaria contiene, infatti, la bellezza di 12 miliardi di tasse in più rispetto al 2019, oltre a 14 miliardi di deficit che con il tempo diventeranno 14 miliardi di debito. Non solo, contiene anche 3,2 miliardi di euro (solo nel 2020) messi a bilancio come recupero da evasione fiscale. Sappiamo tutti che anche questi miliardi si trasformeranno in nuove imposte. Il Pd si è pure inventato un fondo taglia tasse.
Praticamente, si alza il prelievo per recuperare 3 miliardi da inserire in un veicolo che viene accantonato per il prossimo anno. L'obiettivo dichiarato è usarlo nel 2020 per tagliare alcune voci di spesa, quasi sicuramente sarà usato invece per ottemperare alle correzioni che l'Ue ci chiederà la prossima primavera. Esattamente come ieri l'Ue ha ricordato nella lettera di promozione con riserva della manovra destinata al voto in Senato il prossimo 29 novembre. Da qui a quel giorno, purtroppo la situazione può solo che peggiorare. Da un lato Conte, come ha già annunciato darà il meglio di sé nel recitare la parte del «taglia tasse». Il testo redatto del governo è ora vittima degli emendamenti della stessa maggioranza. Un esempio su tutti, la tassazione delle auto aziendali. Il governo ha previsto l'abolizione totale della detrazione per le vetture considerate inquinati. Alla fine dell'iter il taglio verrà limato di un 20%. E a quel punto Conte si vanterà di aver tagliato le tasse sulle auto aziendali. Ma la presa in giro verbale servirà a nascondere le nuove batoste. Sparirà probabilmente la cedolare secca sugli immobili commerciali e al tempo stesso aumenterà la pressione dello stato di polizia fiscale. È infatti spuntato un emendamento che consentirebbe ai Comuni, già da gennaio, di pignorare i conti correnti dei cittadini in caso di multe o bollettini Imu non pagati. Anche senza aver spedito una cartella esattoriale. «Cose da Urss», ha commentato Salvini. Ci sentiamo di dargli ragione. Però Conte venderà l'iniziativa come contrasto all'evasione fiscale. Eppure la sinistra continua a non comprendere perché per gli italiani lui e Gualtieri non siano i migliori locatori possibili.
Nel dl fiscale spunta il pignoramento anche per una sola multa non pagata
A ciascun giorno la sua pena: ma, nel caso della manovra giallorossa, ogni nuovo giorno porta con sé ben più di una nuova dolorosa scoperta. Ieri, per esempio, hanno destato scandalo e incredulità due questioni. La prima è solo apparentemente una questione di settore, nel senso che potrebbe mettere a rischio 17.000 posti di lavoro: si tratta di un emendamento grillino presentato a Palazzo Madama (prima firma del senatore Giovanni Endrizzi) che, secondo l'accusa dell'Ancod (Associazione nazionale dei centri odontoiatrici), restringerebbe il campo solo alle Stp (società tra professionisti), tagliando fuori tutte le compagini organizzate diversamente (spa, srl, e così via). Durissimo il presidente dell'Ancod Michel Cohen: «Siamo scioccati che passi un provvedimento incostituzionale, chiaramente contrario alla libertà d'impresa, alla libera concorrenza, ma soprattutto senza alcun senso perché sono proprio i gruppi organizzati dell'odontoiatria a offrire soluzioni di qualità alle fasce più deboli, oggi non coperte dai livelli essenziali di assistenza». Ma, tecnicalità a parte, non si capisce che senso abbia per la maggioranza - in termini di opportunità e ragionevolezza - innescare un'altra potenziale crisi occupazionale.
La seconda polemica - ancora più fragorosa - riguarda la norma, infilata in manovra, che consente una drammatica velocizzazione della riscossione di multe e tributi locali, consentendo ai Comuni e agli altri enti locali di fare cassa selvaggiamente. L'aspetto più scandaloso è che, già dopo la mancata risposta all'intimazione di pagamento e all'avviso di accertamento, trascorsi 60 giorni, il Comune potrà chiedere di pignorare i conti correnti dei cittadini. In termini di gradimento da parte dell'opinione pubblica, si tratta di un clamoroso autogol per governo e maggioranza, una Caporetto comunicativa: ma, se la misura non verrà modificata, intanto il danno per i contribuenti sarà grave e certo.
Nel frattempo, da parte di Bruxelles, è arrivato un primo warning, una sorta di cartellino giallo verso la manovra, che - scrive la Commissione Ue - «pone rischi di non rispetto del Patto di stabilità» o potrebbe innescare «una deviazione significativa dal cammino verso il rispetto dell'obiettivo di medio termine». Bruxelles aggiunge che sussiste il rischio di «non rispetto del benchmark di riduzione del debito» non solo per l'Italia, ma anche per Belgio, Spagna e Francia.
Non ha fatto mancare la sua opinione il commissario uscente (e rientrante), il lettone Valdis Dombrovskis: «Invitiamo tutti gli Stati a rischio di non rispetto del patto a prendere le misure necessarie all'interno del processo nazionale di bilancio per assicurare che il bilancio 2020 rispetti le regole: quelli che ci preoccupano di più sono quelli con debiti alti che non sono stati ridotti abbastanza velocemente». A proposito dei quattro Paesi citati, Dombrovskis ha ribadito che «ci si attende che non rispettino la regola del debito» e, in ogni caso, fino ad ora «non hanno usato a sufficienza le condizioni economiche favorevoli per mettere in ordine i loro conti pubblici. E nel 2020 pianificano o nessun significativo aggiustamento o addirittura un'espansione; questo preoccupa perché i debiti molto alti limitano la capacità di rispondere agli shock economici e alle pressioni del mercato». Diversamente dall'anno scorso, però, quando la Commissione minacciava bocciature immediate ed esplicite, con tanto di apertura di procedure, e condiva tutto con dichiarazioni violentissime - a scadenza quotidiana, regolarmente a Borse aperte - da parte dello stesso Dombrovskis e di Pierre Moscovici, quest'anno Bruxelles si è limitata a far sapere che la Commissione Ue (la nuova, a quel punto) tornerà a valutare i conti pubblici in primavera.
In altre parole, siamo davanti a una specie di bocciatura postdatata, con l'eventuale conto che potrebbe essere presentato da Bruxelles (forse) al prossimo governo, se nel frattempo il Conte due sarà caduto sotto il peso delle sue stesse fragilità e divisioni: ma a pagare saranno gli stessi contribuenti, gli italiani.
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Il governo insiste con la leggenda della riduzione delle imposte. Ma si tratta solo dello stop all'aumento Iva con i nostri soldi.Il testo in Aula peggiora ogni giorno. L'Ue rimanda il voto della manovra a primavera.Lo speciale contiene due articoliI numeri sono per i tecnici, al volgo è meglio dare in pasto la manovra lessicale. Perché dire la verità se si può, con un abile gioco di prestigio, trasformare una bugia in qualcosa che suona come verosimile? Un esempio. Il ministro dell'Economia, Roberto Gualtieri, ha bellamente affermato che tra Iva, accise e taglio del cuneo ci sono «26 miliardi di tasse in meno». Sui 3 miliardi di taglio del cuneo nulla da eccepire, nonostante si tratti di briciole. Il problema sono gli altri 23 miliardi. Immaginate di essere in affitto in una casa e che il proprietario dell'immobile vi scriva una lettera per annunciare che da gennaio vuole aumentare il canone mensile dagli attuali 1.000 euro a 1.100. Voi protestate. Lui vi suona al campanello, lo fate accomodare e vi chiede al posto dell'aumento di 100 euro per 12 mesi, un prestito di 1.200 euro che non restituirà mai. Dal momento che ha accesso al vostro conto in banca, diventa inutile rifiutare. Tanto effettuerebbe il prelievo in ogni caso. Poi sempre lui, il proprietario di casa, va sui social e scrive su Facebook a tutta la comunità che vi ha ridotto il prezzo dell'affitto di 100 euro per tutto il 2020. Non solo. Si vanta di essere il migliore locatore della città. A quel punto riceve pure una marea di like. E a voi non resta che farvi prendere in giro. Ecco, in sintesi Gualtieri è quel locatore. Con la differenza che tutti i suoi colleghi ripetono la strategia all'infinito nella speranza di arrivare a Natale, approvare la manovra e poi dedicarsi ad altro. L'altro ieri Conte per rafforzare la posizione ha pure aggiunto che chi sostiene che il testo contenga tasse «o è un bugiardo o è in mala fede». Addirittura il segretario del Pd, Nicola Zingaretti, ha celebrato la manovra come la migliore possibile, ribadendo un messaggio che qualcuno deve avergli fatto imparare a memoria per essere recitato durante il viaggio negli Usa al cospetto dei Clinton. «Bisogna dare forza a una manovra che permette all'Italia di voltare pagina e crescere». Dove stiano gli stimoli alla crescita, resta un mistero. D'altronde non ci sentiamo nemmeno di condannare del tutto Conte, Gualtieri e Zingaretti. Poveretti non hanno alternative. Chi comanda in Italia, ad esempio il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, ha scritto il canovaccio e a loro tocca attenersi. Il capo dello Stato ha auspicato che «la leale cooperazione tra le istituzioni tragga nuova spinta da una convergenza sugli indirizzi di bilancio». Tradotto: nessuno al governo o in Parlamento faccia scherzi, la manovra va approvata a ogni costo. Ne va degli impegni presi con l'Europa. Da qui la necessità di stravolgere i numeri (che sono stati regolarmente comunicati a Bruxelles) con lo storytelling. La legge finanziaria contiene, infatti, la bellezza di 12 miliardi di tasse in più rispetto al 2019, oltre a 14 miliardi di deficit che con il tempo diventeranno 14 miliardi di debito. Non solo, contiene anche 3,2 miliardi di euro (solo nel 2020) messi a bilancio come recupero da evasione fiscale. Sappiamo tutti che anche questi miliardi si trasformeranno in nuove imposte. Il Pd si è pure inventato un fondo taglia tasse. Praticamente, si alza il prelievo per recuperare 3 miliardi da inserire in un veicolo che viene accantonato per il prossimo anno. L'obiettivo dichiarato è usarlo nel 2020 per tagliare alcune voci di spesa, quasi sicuramente sarà usato invece per ottemperare alle correzioni che l'Ue ci chiederà la prossima primavera. Esattamente come ieri l'Ue ha ricordato nella lettera di promozione con riserva della manovra destinata al voto in Senato il prossimo 29 novembre. Da qui a quel giorno, purtroppo la situazione può solo che peggiorare. Da un lato Conte, come ha già annunciato darà il meglio di sé nel recitare la parte del «taglia tasse». Il testo redatto del governo è ora vittima degli emendamenti della stessa maggioranza. Un esempio su tutti, la tassazione delle auto aziendali. Il governo ha previsto l'abolizione totale della detrazione per le vetture considerate inquinati. Alla fine dell'iter il taglio verrà limato di un 20%. E a quel punto Conte si vanterà di aver tagliato le tasse sulle auto aziendali. Ma la presa in giro verbale servirà a nascondere le nuove batoste. Sparirà probabilmente la cedolare secca sugli immobili commerciali e al tempo stesso aumenterà la pressione dello stato di polizia fiscale. È infatti spuntato un emendamento che consentirebbe ai Comuni, già da gennaio, di pignorare i conti correnti dei cittadini in caso di multe o bollettini Imu non pagati. Anche senza aver spedito una cartella esattoriale. «Cose da Urss», ha commentato Salvini. Ci sentiamo di dargli ragione. Però Conte venderà l'iniziativa come contrasto all'evasione fiscale. Eppure la sinistra continua a non comprendere perché per gli italiani lui e Gualtieri non siano i migliori locatori possibili.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/raddoppiano-le-tasse-poi-le-limano-un-po-per-vantarsi-dei-tagli-2641413635.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="nel-dl-fiscale-spunta-il-pignoramento-anche-per-una-sola-multa-non-pagata" data-post-id="2641413635" data-published-at="1779376119" data-use-pagination="False"> Nel dl fiscale spunta il pignoramento anche per una sola multa non pagata A ciascun giorno la sua pena: ma, nel caso della manovra giallorossa, ogni nuovo giorno porta con sé ben più di una nuova dolorosa scoperta. Ieri, per esempio, hanno destato scandalo e incredulità due questioni. La prima è solo apparentemente una questione di settore, nel senso che potrebbe mettere a rischio 17.000 posti di lavoro: si tratta di un emendamento grillino presentato a Palazzo Madama (prima firma del senatore Giovanni Endrizzi) che, secondo l'accusa dell'Ancod (Associazione nazionale dei centri odontoiatrici), restringerebbe il campo solo alle Stp (società tra professionisti), tagliando fuori tutte le compagini organizzate diversamente (spa, srl, e così via). Durissimo il presidente dell'Ancod Michel Cohen: «Siamo scioccati che passi un provvedimento incostituzionale, chiaramente contrario alla libertà d'impresa, alla libera concorrenza, ma soprattutto senza alcun senso perché sono proprio i gruppi organizzati dell'odontoiatria a offrire soluzioni di qualità alle fasce più deboli, oggi non coperte dai livelli essenziali di assistenza». Ma, tecnicalità a parte, non si capisce che senso abbia per la maggioranza - in termini di opportunità e ragionevolezza - innescare un'altra potenziale crisi occupazionale. La seconda polemica - ancora più fragorosa - riguarda la norma, infilata in manovra, che consente una drammatica velocizzazione della riscossione di multe e tributi locali, consentendo ai Comuni e agli altri enti locali di fare cassa selvaggiamente. L'aspetto più scandaloso è che, già dopo la mancata risposta all'intimazione di pagamento e all'avviso di accertamento, trascorsi 60 giorni, il Comune potrà chiedere di pignorare i conti correnti dei cittadini. In termini di gradimento da parte dell'opinione pubblica, si tratta di un clamoroso autogol per governo e maggioranza, una Caporetto comunicativa: ma, se la misura non verrà modificata, intanto il danno per i contribuenti sarà grave e certo. Nel frattempo, da parte di Bruxelles, è arrivato un primo warning, una sorta di cartellino giallo verso la manovra, che - scrive la Commissione Ue - «pone rischi di non rispetto del Patto di stabilità» o potrebbe innescare «una deviazione significativa dal cammino verso il rispetto dell'obiettivo di medio termine». Bruxelles aggiunge che sussiste il rischio di «non rispetto del benchmark di riduzione del debito» non solo per l'Italia, ma anche per Belgio, Spagna e Francia. Non ha fatto mancare la sua opinione il commissario uscente (e rientrante), il lettone Valdis Dombrovskis: «Invitiamo tutti gli Stati a rischio di non rispetto del patto a prendere le misure necessarie all'interno del processo nazionale di bilancio per assicurare che il bilancio 2020 rispetti le regole: quelli che ci preoccupano di più sono quelli con debiti alti che non sono stati ridotti abbastanza velocemente». A proposito dei quattro Paesi citati, Dombrovskis ha ribadito che «ci si attende che non rispettino la regola del debito» e, in ogni caso, fino ad ora «non hanno usato a sufficienza le condizioni economiche favorevoli per mettere in ordine i loro conti pubblici. E nel 2020 pianificano o nessun significativo aggiustamento o addirittura un'espansione; questo preoccupa perché i debiti molto alti limitano la capacità di rispondere agli shock economici e alle pressioni del mercato». Diversamente dall'anno scorso, però, quando la Commissione minacciava bocciature immediate ed esplicite, con tanto di apertura di procedure, e condiva tutto con dichiarazioni violentissime - a scadenza quotidiana, regolarmente a Borse aperte - da parte dello stesso Dombrovskis e di Pierre Moscovici, quest'anno Bruxelles si è limitata a far sapere che la Commissione Ue (la nuova, a quel punto) tornerà a valutare i conti pubblici in primavera. In altre parole, siamo davanti a una specie di bocciatura postdatata, con l'eventuale conto che potrebbe essere presentato da Bruxelles (forse) al prossimo governo, se nel frattempo il Conte due sarà caduto sotto il peso delle sue stesse fragilità e divisioni: ma a pagare saranno gli stessi contribuenti, gli italiani.
Angelika Niebler (Ansa)
Di certo non una figura laterale. Piuttosto, una di quelle europarlamentari che non compaiono spesso davanti alle telecamere, ma frequentano da sempre il retrobottega di Strasburgo, dove si costruiscono maggioranze, compromessi e carriere. Ora il suo nome è finito in un fascicolo che il Parlamento europeo ha scelto di chiudere prima che diventasse davvero un’indagine.
Il 21 luglio 2025, infatti, la Procura europea (Eppo) aveva chiesto la revoca della sua immunità. Voleva verificare se assistenti locali pagati con fondi del Parlamento europeo fossero stati usati per attività estranee al mandato. Secondo l’ipotesi investigativa - le contestazioni riguardano il periodo tra il 2017 e il 2025 - ci sarebbero stati accompagnamenti da Monaco a Bruxelles e Strasburgo, trasferimenti in aeroporto per viaggi privati, supporto ad appuntamenti professionali, riunioni della leadership Csu non direttamente legate al lavoro parlamentare, incombenze personali o politiche.
C’è anche un’accusa più precisa. Un assistente retribuito con fondi europei da Niebler avrebbe lavorato non per lei, ma per un ex eurodeputato del suo stesso partito. In parallelo, vengono citate possibili irregolarità nei rimborsi per viaggi verso Bruxelles e Strasburgo. In sostanza, il sospetto è che denaro pubblico destinato all’attività parlamentare sia stato usato per esigenze private, professionali, di partito o di rete personale.
Niebler respinge ogni accusa. La presunzione di innocenza vale per tutti. Ma qui il punto non è stabilire se sia colpevole. Il punto è capire perché alla Procura europea sia stato impedito di verificarlo.
La commissione Giuridica del Parlamento europeo, la Juri, ha raccomandato di non revocare l’immunità. Niebler, dettaglio non secondario, è supplente proprio in quella commissione. Poi nei giorni scorsi è arrivato il voto dell’Aula. Il 19 maggio 2026, a scrutinio segreto, 309 eurodeputati hanno votato per mantenere la protezione, 283 contro, 53 si sono astenuti. Risultato: l’Eppo non può procedere oltre la fase preliminare. Non può interrogare Niebler come avrebbe voluto. Non può completare l’accertamento.
La struttura dell’accusa ricorda quella che ha travolto Marine Le Pen e il Rassemblement national. Anche lì c’erano fondi europei destinati agli assistenti parlamentari. Anche lì l’accusa sosteneva che collaboratori pagati dal Parlamento europeo lavorassero in realtà per attività non collegate al mandato, ma al partito. Solo che in quel caso la giustizia ha potuto procedere.
Il 31 marzo 2025 Le Pen è stata condannata in primo grado a quattro anni di carcere, due dei quali sospesi, 100.000 euro di multa e cinque anni di ineleggibilità immediata. Una sanzione già efficace, che oggi le impedisce di correre nel 2027. L’appello, atteso il 7 luglio 2026, deciderà se riaprirle la strada.
In quel caso, dopo le verifiche di Olaf (Ufficio europeo per la lotta antifrode) e l’azione del Parlamento europeo per il recupero dei fondi, la giustizia francese ha potuto procedere fino al processo e alla condanna. Nel caso Niebler, invece, l’Eppo è stata fermata prima dell’inizio dell’indagine.
Il paradosso è che Niebler, oggi beneficiaria della protezione parlamentare, era già supplente in Juri negli anni in cui la commissione raccomandava la revoca dell’immunità di Le Pen in altri procedimenti. Non solo. L’europarlamentare tedesca non è una politica qualsiasi. È una dirigente del sistema. Lavora sui dossier industriali, digitali, commerciali. Siede nella commissione Industria e nella commissione Commercio internazionale. Ha seguito dossier sulla cybersecurity, sui dati, sulle imprese. Accanto allo stipendio da eurodeputata, Niebler dichiara redditi esterni tra i più alti dell’Eurocamera: secondo Euobserver, tra i 177.500 e 195.000 euro l’anno. Solo dallo studio legale Gibson, Dunn & Crutcher riceve 63.000 euro l’anno. In passato era già stata criticata per possibili conflitti d’interesse tra attività privata e ruolo parlamentare. Nel confronto con Le Pen, il contesto conta. Quando una figura così interna all’architettura del Ppe viene protetta da un’indagine sui fondi europei, il messaggio politico è evidente. Il Parlamento non sta difendendo solo un principio. Sta difendendo una sua dirigente.
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Lo ha detto il premier all’uscita dal Municipio di Niscemi, parlando con i giornalisti: «A febbraio scorso abbiamo varato un decreto, poi convertito in legge ad aprile, per stanziare 150 milioni che avevano l’obiettivo della messa in sicurezza, degli indennizzi e della demolizione delle case. E domani portiamo in Consiglio dei ministri due diversi programmi: uno sulla messa in sicurezza del territorio e sulle opere infrastrutturali; un altro per quanto riguarda gli indennizzi per le famiglie che hanno perso la casa e anche tutto il tema delle demolizioni necessarie».
«Stiamo facendo la differenza rispetto al 1997», ha aggiunto il presidente del Consiglio, che prima di lasciare il comune siciliano ha incontrato in Comune una delegazione di sfollati.
Piero Portaluppi (Fondazione Portaluppi-FAI)
Nei grandi palazzi che hanno disegnato la storia abitativa della grande borghesia industriale della prima metà del secolo XX, sono talvolta i piccoli dettagli a svelare il carattere unico di Piero Portaluppi, uno dei massimi esponenti dell’architettura italiana tra gli anni Venti e gli Anni Cinquanta. Nei particolari poetici e sognanti, inseriti nel contesto dei capolavori più importanti dell’architettura borghese di Milano, è la sintesi di un’opera grandiosa e unica. Un’opera che ha firmato per sempre l’aspetto della capitale industriale d’Italia negli anni della massima espressione della borghesia industriale e allo stesso tempo intellettuale della città. Da oggi, a Villa Necchi Campiglio, sarà possibile rivivere l’opera del grande architetto grazie all’acquisizione da parte del Fondo per l’Ambiente Italiano del patrimonio archivistico proveniente dalla Fondazione Piero Portaluppi, gestita per decenni dai discendenti dell’architetto ed ora messa a disposizione del pubblico. Stiamo parlando di oltre 1.000 disegni autografi tra il 1909 e il 1967, di altrettante stampe fotografiche, appunti e schizzi, 15.000 cartoline oltre a 100 bobine di pellicola che fanno rivivere la storia dei grandi personaggi con cui Portaluppi si relazionava. E ancora, all’ultimo piano della residenza milanese che fu degli industriali Necchi, la ricostruzione fedele dello studio dell’architetto. Da quella scrivania particolare, battezzata «Omnibus» dal suo inventore, nacquero i progetti che cambiarono il volto della Milano che produceva e cresceva vertiginosamente all’inizio del XX secolo.
Piero Portaluppi era nato a Milano nel 1888, quando la città era nel vivo del progresso positivista delle scienze e dell'industria. Figlio di un ingegnere edile, si laurea al Politecnico nel 1910. Nel 1915 partecipando poco più tardi alla Grande Guerra come ufficiale nel Corpo del Genio. La carriera di architetto prese piede da quell’elemento che fece grande la Milano della «belle époque», l’elettricità. Nel 1913 sposa Lia Baglia, nipote dell’industriale elettrico Ettore Conti, che aprì le porte all’estro di Portaluppi affidandogli la realizzazione degli edifici di centrali idroelettriche come quelle ossolane di Verampio e Cadarese, caratterizzate dallo stile eclettico tipico della cultura architettonica industriale dell’epoca. Il carattere estremamente versatile di Portaluppi, rigoroso ma ironico allo stesso tempo (era autore di vignette e bozzetti satirici pubblicati su alcuni giornali), lo resero presto famoso tra la borghesia industriale più in vista del capoluogo lombardo.
Tra gli anni ’20 e gli anni ’40 Portaluppi viveva il momento di massimo successo professionale. Non solo come architetto, ma anche come urbanista, designato come membro insigne della commissione per il piano di sviluppo milanese. Tra le due guerre, nascono i progetti e le realizzazioni più importanti dell'architetto, tra cui la stessa Villa Necchi Campiglio, concepita con canoni che superavano il razionalismo dominante del ventennio con elementi caratteristici del modernismo, con un’attenzione particolare alla distribuzione degli spazi e all’importanza nei dettagli che resero unica la firma dell’architetto milanese. Per la grande borghesia realizza Palazzo Crespi, dimora della grande famiglia di industriali tessili e proprietari del «Corriere della Sera». Edificio monumentale per imponenza, è alleggerito dalle invenzioni e dalla creatività di Portaluppi, nelle geometrie delle scalinate a spirale, nelle nicchie, nei dettagli impreziositi da una scelta precisa dei materiali, funzionali alle forme. La casa degli Atellani fu anche la sua dimora. Originariamente palazzo storico risalente al Quattrocento (dove è custodita la famosa vigna di Leonardo da Vinci), viene riletto totalmente da Portaluppi nella distribuzione degli spazi e, ancora una volta, dà sfogo ad una creatività che superava le mode e gli stili canonici. L’ironia e la maestria si leggono bene nella facciata interna dell’edificio, dove l’architetto-proprietario realizza una sorta di neobarocco inserito armonicamente nel contesto della casa dell’epoca di Ludovico il Moro. Del periodo è anche il progetto del Planetario Ulrico Hoepli, donato alla città di Milano dall’editore, caratterizzato da elementi apertamente neoclassici come il pronao alleggeriti all’interno dalle decorazioni con scie di costellazioni e elementi geometrici. Quasi di fronte al Planetario, Portaluppi realizza per la borghesia milanese il palazzo della Società Buonarroti-Carpaccio-Giotto in corso Venezia, un edificio con pianta a «u» ispirato dallo stile Secessionista e caratterizzato da un imponente passaggio coperto da un grande arco a tutto sesto decorato al suo interno con elementi romboidali.
Nel dopoguerra, decadute totalmente le ipotesi di collaborazione con il regime fascista, Portaluppi rimase al centro del dibattito sul futuro architettonico di una Milano da ripensare assieme ai più grandi studi come BBPR e Giò Ponti, continuando l’attività di progettazione di palazzi e interni per la committenza alto borghese. Piero Portaluppi si ritira dalla docenza al Politecnico nel 1958, muore nella sua Milano il 6 luglio 1967.
Oggi, grazie alla Fondazione che porta il suo nome ed al Fondo per l’Ambiente Italiano, possiamo immaginare nuovamente il grande architetto al lavoro nel suo studio di via Morozzo della Rocca, fedelmente ricostruito nelle stanze all’ultimo piano di Villa Necchi Campiglio, tra i suoi capolavori più apprezzati nel mondo. A Milano, in via Mozart 14.
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