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2021-08-08
Rabbia degli Stati e migranti infetti. Biden sulla stretta si gioca il midterm
Joe Biden (Ansa)
Le polemiche sul green pass non riguardano solo l'Italia. Forti malumori crescenti si registrano anche negli Stati Uniti, dove Joe Biden è costretto a barcamenarsi su più fronti. A fine luglio, l'inquilino della Casa Bianca ha imposto ai dipendenti federali l'attestazione dell'avvenuta vaccinazione o - in alternativa - dei test a cadenza regolare, auspicando che anche scuole, governi locali e aziende si adeguino a questa linea (una linea che è stata prontamente adottata da alcune grandi società private, come Walt Disney e Walmart). Eppure i problemi non mancano.
In primis, questa situazione ha creato delle fibrillazioni tra vari sindacati del settore pubblico, che hanno espresso contrarietà alla misura o invocato una sua preventiva negoziazione. Forti perplessità sono state per esempio manifestate da sigle come Federal law enforcement officers association, National treasury employees union ed American postal workers union. In tal senso, The Hill ha lasciato intendere che la misura sugli obblighi vaccinali andrà probabilmente incontro a una valanga di ricorsi legali. Senza poi trascurare il lato politico della faccenda. L'anno scorso, gran parte del mondo sindacale americano si era schierato con Biden alle elezioni presidenziali. Il fatto che ampi settori di quello stesso mondo inizino adesso a nutrire delle antipatie per il presidente costituisce un campanello d'allarme per il Partito democratico, soprattutto in vista delle elezioni di metà mandato che si terranno a novembre del 2022 e delle voci sempre più insistenti che Donald Trump correrà alle presidenziali del 2024.
E proprio la politica costituisce il secondo fronte di scontro che sta impegnando Biden. La linea dell'obbligo vaccinale de facto ha infatti innescato una decisa levata di scudi da parte di alcuni Stati a guida repubblicana. A fine luglio, il governatore del Texas, Greg Abbott, ha firmato un ordine esecutivo per vietare alle agenzie statali di imporre l'obbligo di vaccinazione. Una posizione simile è stata sposata dal governatore della Florida, Ron DeSantis. Costui ha infatti vietato l'obbligo delle mascherine negli istituti scolastici e ha firmato già a maggio un provvedimento contro i passaporti vaccinali. Inoltre, appena l'altro ieri, la Florida ha approvato una direttiva che consente ai genitori di cambiare scuola ai propri figli, nel caso l'istituto imponesse obblighi in materia di mascherine e test.
Eppure attenzione: sbaglierebbe chi ritenesse Abbott e DeSantis dei no vax. In realtà, entrambi si sono vaccinati contro il Covid ed entrambi hanno esortato a luglio i cittadini dei propri Stati a seguire il loro esempio. Tra l'altro, è senza dubbio vero che ultimamente sia Florida che Texas abbiano registrato un notevole aumento dei contagi. Ma è altrettanto vero che, secondo i dati della Cnn, entrambi gli Stati abbiano rispettivamente il 49% e il 44% della propria popolazione completamente vaccinata: il che li colloca sostanzialmente a metà classifica nel processo di vaccinazione all'interno dell'Unione.
La contrarietà dei governatori all'obbligo dei sieri affonda semmai le proprie radici in due ragioni. La prima è di principio e si rifà alla volontà di limitare il potere dell'autorità pubblica sulle scelte dei singoli: un tema, questo, storicamente molto caro ad alcuni settori del mondo conservatore americano. La seconda ragione è di ordine pratico e chiama in causa lo spinoso dossier dell'immigrazione clandestina. «Perché non fai il tuo lavoro? Perché non metti in sicurezza questa frontiera? Finché non lo farai, non voglio sentire niente sul Covid da te», ha in tal senso tuonato DeSantis, rivolgendosi a Biden.
Secondo alcuni, il governatore starebbe soltanto cercando di distogliere l'attenzione dalla situazione sanitaria della Florida. Eppure ieri Nbc News ha rivelato che il 18% delle famiglie che hanno attraversato la frontiera illegalmente nelle ultime due settimane fosse affetta da Covid. Del resto, lo stesso Biden pochi giorni fa ha confermato le politiche del predecessore sulle espulsioni rapide per i migranti contagiati. Non solo: il Washington Examiner ha riportato mercoledì che, nella città texana di McAllen, sono stati rilasciati - nel giro di una sola settimana - 1.500 migranti positivi. Lo stesso sito Politifact, pur criticando DeSantis, ha ammesso che l'«immigrazione illegale può essere un fattore che contribuisce al diffondersi del coronavirus». Insomma, pretendere una sorta di lasciapassare dai cittadini americani quando alla frontiera si registrano simili rischi sanitari stride un po' con il buonsenso.
Infine, sulla questione, si registra anche una spaccatura tra gli americani. Un recente sondaggio della Quinnipiac University ha rilevato che la maggioranza dei cittadini sia contraria all'obbligo vaccinale per i dipendenti del settore privato, oltre che per accedere ai ristoranti. Insomma, tra elettori spaccati, malumori sindacali e scontri politici, il «green pass» americano si preannuncia un grattacapo rilevante per Biden.
Ma in Australia ti schedano per espatriare
L'anno scorso era stata una delle prime nazioni a bloccare i voli dall'Italia, ma di mese in mese l'Australia, vaccino o non vaccino, è arrivata a isolare sempre più i propri cittadini. Migliaia di famiglie sono separate dalle severe norme anti contagio, con cittadini che non riescono a tornare in patria neppure per i funerali di un genitore e gente che si vede respingere anche sei volte in tre mesi un'istanza di ricongiungimento. Così aumentano le proteste, sia di chi vorrebbe lasciare il paese, sia di chi vorrebbe rientrare. Intanto a Wuhan, in Cina, dove tutto è cominciato, torna il lockdown e parte una campagna obbligatoria di tamponi molecolari su tutta la popolazione.
L'11 marzo del 2020, quando gli italiani erano da poche ore in lockdown, l'Australia si era già distinta per la rapidità con la quale aveva reagito ai primi allarmi Covid19. Il governo guidato dal premier Scott Morrison vietò immediatamente l'ingresso ai residenti non australiani in arrivo dall'Italia, dalla Cina, dalla Corea del Sud e dall'Iran. Mentre agli australiani potevano cavarsela con 14 giorni di quarantena. Al momento del bando, in Australia c'erano stati tre morti da Coronavirus su un centinaio abbondanti di casi. A oggi, i dati ufficiali parlano di 945 morti in tutto, con sei decessi nelle ultime 24 ore. Insomma, con i parametri europei, non esattamente un'ecatombe.
Eppure, dal marzo del 2020 l'Australia è rimasta l'unica nazione a vietare l'ingresso ai propri cittadini, ai titolari di un visto temporaneo, ai residenti fissi e a coloro che hanno la doppia cittadinanza. Ed è stato vietato il lavoro all'estero. Non solo, ma a più riprese il governo ha minacciato i propri cittadini con la prigione e multe salatissime nel caso provino a tornare da paesi come l'India. Con il risultato che diversi australiani sono anche morti di Covid in India.
Gli ultimi dati parlano di 35.000 australiani in giro per il mondo che provano a tornare a casa e le cui istanze vengono respinte. Non solo, ma anche quando ci si vede accettare la richiesta per gravi motivi, l'ingresso può essere dilazionato sine die per mancanza di spazio nei cosiddetti «quarantine hotel».
E negli ultimi giorni, con la scusa della variante Delta, gli australiani che hanno provato a lasciare il paese per andare a lavorare fuori sono stati in buona parte bloccati negli aeroporti perché non sono riusciti a dimostrare «motivi di viaggio davvero impellenti». In teoria, per ragioni gravi di natura familiare o lavorativa si può ottenere di entrare o uscire dall'Australia, ma la discrezionalità in mano alle autorità sanitarie e di polizia è altissima. E il fatto che oltre 8 milioni di cittadini su 25 milioni siano vaccinati non ha impietosito il governo.
E così, dopo 17 mesi di blocco delle frontiere, anche i media cominciano a raccontare storie da film. Il Sidney Morning Herald cita il caso di un signore di 35 anni, James Turbitt, che recentemente è tornato in Australia dal Belgio per provare a dare l'ultimo saluto alla madre, gravemente malata. Le autorità gli hanno detto di affittarsi un aereo privato, se voleva uscire anzi tempo dall'hotel dove era stato rinchiuso. Nel frattempo, la madre è morta e lui ora sta mettendo a posto le ultime faccende burocratiche prima di tornarsene in Belgio. Se e quando lo faranno ripartire. Ai giornalisti, il signor Turbitt ha parlato di «norme controproducenti e barbare». La Cnn ha invece mandato in onda, tra le altre, la testimonianza di Kateryna Dmytriyeva, trentenne con una figlia piccola, che non vede la madre da marzo 2020. La mamma ha tentato di tornare in Australia per rinnovare il visto, ma è stata respinta alla frontiera, nonostante comprovati motivi di salute. Allora Kateryna ha provato a partire, nonostante le regole prevedano di dover viaggiare da soli e per almeno tre mesi (misura che di fatto taglia fuori chiunque abbia un lavoro dipendente o bambini piccoli), ma la sua domanda è stata respinta sei volte.
Non fanno invece quasi più notizia le prigionie in patria dei cittadini cinesi. Da giovedì scorso a Wuhan, tutti i residenti sono sottoposti a tappeto a test molecolari. La misura è stata presa perché le autorità sanitarie hanno registrato una ripresa dei contagi legati alla variante Delta. E per non correre rischi, è tornato il lockdown stretto in larga parte della città. A luglio, in Cina sono stati segnalati 328 nuovi casi: pochissimi in valore assoluto, ma quasi pari al numero registrato da febbraio a giugno. Ma tanto qui la colpa, come sempre, è del virus «venuto da fuori» che però il sta rendendo difficilmente distinguibili le democrazie dalle dittature.
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Da Texas e Florida muove la protesta contro gli obblighi dei certificati per le attività, tra cui i ristoranti. Sono un caso i contagi attraverso le frontiere. Il presidente teme per le prossime elezioni di metà mandato.In Australia con meno di 1.000 morti, rigidi paletti per chi va all'estero per lavoro. Continua la deriva in stile cinese.Lo speciale contiene due articoli.Le polemiche sul green pass non riguardano solo l'Italia. Forti malumori crescenti si registrano anche negli Stati Uniti, dove Joe Biden è costretto a barcamenarsi su più fronti. A fine luglio, l'inquilino della Casa Bianca ha imposto ai dipendenti federali l'attestazione dell'avvenuta vaccinazione o - in alternativa - dei test a cadenza regolare, auspicando che anche scuole, governi locali e aziende si adeguino a questa linea (una linea che è stata prontamente adottata da alcune grandi società private, come Walt Disney e Walmart). Eppure i problemi non mancano. In primis, questa situazione ha creato delle fibrillazioni tra vari sindacati del settore pubblico, che hanno espresso contrarietà alla misura o invocato una sua preventiva negoziazione. Forti perplessità sono state per esempio manifestate da sigle come Federal law enforcement officers association, National treasury employees union ed American postal workers union. In tal senso, The Hill ha lasciato intendere che la misura sugli obblighi vaccinali andrà probabilmente incontro a una valanga di ricorsi legali. Senza poi trascurare il lato politico della faccenda. L'anno scorso, gran parte del mondo sindacale americano si era schierato con Biden alle elezioni presidenziali. Il fatto che ampi settori di quello stesso mondo inizino adesso a nutrire delle antipatie per il presidente costituisce un campanello d'allarme per il Partito democratico, soprattutto in vista delle elezioni di metà mandato che si terranno a novembre del 2022 e delle voci sempre più insistenti che Donald Trump correrà alle presidenziali del 2024. E proprio la politica costituisce il secondo fronte di scontro che sta impegnando Biden. La linea dell'obbligo vaccinale de facto ha infatti innescato una decisa levata di scudi da parte di alcuni Stati a guida repubblicana. A fine luglio, il governatore del Texas, Greg Abbott, ha firmato un ordine esecutivo per vietare alle agenzie statali di imporre l'obbligo di vaccinazione. Una posizione simile è stata sposata dal governatore della Florida, Ron DeSantis. Costui ha infatti vietato l'obbligo delle mascherine negli istituti scolastici e ha firmato già a maggio un provvedimento contro i passaporti vaccinali. Inoltre, appena l'altro ieri, la Florida ha approvato una direttiva che consente ai genitori di cambiare scuola ai propri figli, nel caso l'istituto imponesse obblighi in materia di mascherine e test. Eppure attenzione: sbaglierebbe chi ritenesse Abbott e DeSantis dei no vax. In realtà, entrambi si sono vaccinati contro il Covid ed entrambi hanno esortato a luglio i cittadini dei propri Stati a seguire il loro esempio. Tra l'altro, è senza dubbio vero che ultimamente sia Florida che Texas abbiano registrato un notevole aumento dei contagi. Ma è altrettanto vero che, secondo i dati della Cnn, entrambi gli Stati abbiano rispettivamente il 49% e il 44% della propria popolazione completamente vaccinata: il che li colloca sostanzialmente a metà classifica nel processo di vaccinazione all'interno dell'Unione. La contrarietà dei governatori all'obbligo dei sieri affonda semmai le proprie radici in due ragioni. La prima è di principio e si rifà alla volontà di limitare il potere dell'autorità pubblica sulle scelte dei singoli: un tema, questo, storicamente molto caro ad alcuni settori del mondo conservatore americano. La seconda ragione è di ordine pratico e chiama in causa lo spinoso dossier dell'immigrazione clandestina. «Perché non fai il tuo lavoro? Perché non metti in sicurezza questa frontiera? Finché non lo farai, non voglio sentire niente sul Covid da te», ha in tal senso tuonato DeSantis, rivolgendosi a Biden. Secondo alcuni, il governatore starebbe soltanto cercando di distogliere l'attenzione dalla situazione sanitaria della Florida. Eppure ieri Nbc News ha rivelato che il 18% delle famiglie che hanno attraversato la frontiera illegalmente nelle ultime due settimane fosse affetta da Covid. Del resto, lo stesso Biden pochi giorni fa ha confermato le politiche del predecessore sulle espulsioni rapide per i migranti contagiati. Non solo: il Washington Examiner ha riportato mercoledì che, nella città texana di McAllen, sono stati rilasciati - nel giro di una sola settimana - 1.500 migranti positivi. Lo stesso sito Politifact, pur criticando DeSantis, ha ammesso che l'«immigrazione illegale può essere un fattore che contribuisce al diffondersi del coronavirus». Insomma, pretendere una sorta di lasciapassare dai cittadini americani quando alla frontiera si registrano simili rischi sanitari stride un po' con il buonsenso. Infine, sulla questione, si registra anche una spaccatura tra gli americani. Un recente sondaggio della Quinnipiac University ha rilevato che la maggioranza dei cittadini sia contraria all'obbligo vaccinale per i dipendenti del settore privato, oltre che per accedere ai ristoranti. Insomma, tra elettori spaccati, malumori sindacali e scontri politici, il «green pass» americano si preannuncia un grattacapo rilevante per Biden. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/rabbia-stati-migranti-biden-midterm-2654565451.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="ma-in-australia-ti-schedano-per-espatriare" data-post-id="2654565451" data-published-at="1628375297" data-use-pagination="False"> Ma in Australia ti schedano per espatriare L'anno scorso era stata una delle prime nazioni a bloccare i voli dall'Italia, ma di mese in mese l'Australia, vaccino o non vaccino, è arrivata a isolare sempre più i propri cittadini. Migliaia di famiglie sono separate dalle severe norme anti contagio, con cittadini che non riescono a tornare in patria neppure per i funerali di un genitore e gente che si vede respingere anche sei volte in tre mesi un'istanza di ricongiungimento. Così aumentano le proteste, sia di chi vorrebbe lasciare il paese, sia di chi vorrebbe rientrare. Intanto a Wuhan, in Cina, dove tutto è cominciato, torna il lockdown e parte una campagna obbligatoria di tamponi molecolari su tutta la popolazione. L'11 marzo del 2020, quando gli italiani erano da poche ore in lockdown, l'Australia si era già distinta per la rapidità con la quale aveva reagito ai primi allarmi Covid19. Il governo guidato dal premier Scott Morrison vietò immediatamente l'ingresso ai residenti non australiani in arrivo dall'Italia, dalla Cina, dalla Corea del Sud e dall'Iran. Mentre agli australiani potevano cavarsela con 14 giorni di quarantena. Al momento del bando, in Australia c'erano stati tre morti da Coronavirus su un centinaio abbondanti di casi. A oggi, i dati ufficiali parlano di 945 morti in tutto, con sei decessi nelle ultime 24 ore. Insomma, con i parametri europei, non esattamente un'ecatombe. Eppure, dal marzo del 2020 l'Australia è rimasta l'unica nazione a vietare l'ingresso ai propri cittadini, ai titolari di un visto temporaneo, ai residenti fissi e a coloro che hanno la doppia cittadinanza. Ed è stato vietato il lavoro all'estero. Non solo, ma a più riprese il governo ha minacciato i propri cittadini con la prigione e multe salatissime nel caso provino a tornare da paesi come l'India. Con il risultato che diversi australiani sono anche morti di Covid in India. Gli ultimi dati parlano di 35.000 australiani in giro per il mondo che provano a tornare a casa e le cui istanze vengono respinte. Non solo, ma anche quando ci si vede accettare la richiesta per gravi motivi, l'ingresso può essere dilazionato sine die per mancanza di spazio nei cosiddetti «quarantine hotel». E negli ultimi giorni, con la scusa della variante Delta, gli australiani che hanno provato a lasciare il paese per andare a lavorare fuori sono stati in buona parte bloccati negli aeroporti perché non sono riusciti a dimostrare «motivi di viaggio davvero impellenti». In teoria, per ragioni gravi di natura familiare o lavorativa si può ottenere di entrare o uscire dall'Australia, ma la discrezionalità in mano alle autorità sanitarie e di polizia è altissima. E il fatto che oltre 8 milioni di cittadini su 25 milioni siano vaccinati non ha impietosito il governo. E così, dopo 17 mesi di blocco delle frontiere, anche i media cominciano a raccontare storie da film. Il Sidney Morning Herald cita il caso di un signore di 35 anni, James Turbitt, che recentemente è tornato in Australia dal Belgio per provare a dare l'ultimo saluto alla madre, gravemente malata. Le autorità gli hanno detto di affittarsi un aereo privato, se voleva uscire anzi tempo dall'hotel dove era stato rinchiuso. Nel frattempo, la madre è morta e lui ora sta mettendo a posto le ultime faccende burocratiche prima di tornarsene in Belgio. Se e quando lo faranno ripartire. Ai giornalisti, il signor Turbitt ha parlato di «norme controproducenti e barbare». La Cnn ha invece mandato in onda, tra le altre, la testimonianza di Kateryna Dmytriyeva, trentenne con una figlia piccola, che non vede la madre da marzo 2020. La mamma ha tentato di tornare in Australia per rinnovare il visto, ma è stata respinta alla frontiera, nonostante comprovati motivi di salute. Allora Kateryna ha provato a partire, nonostante le regole prevedano di dover viaggiare da soli e per almeno tre mesi (misura che di fatto taglia fuori chiunque abbia un lavoro dipendente o bambini piccoli), ma la sua domanda è stata respinta sei volte. Non fanno invece quasi più notizia le prigionie in patria dei cittadini cinesi. Da giovedì scorso a Wuhan, tutti i residenti sono sottoposti a tappeto a test molecolari. La misura è stata presa perché le autorità sanitarie hanno registrato una ripresa dei contagi legati alla variante Delta. E per non correre rischi, è tornato il lockdown stretto in larga parte della città. A luglio, in Cina sono stati segnalati 328 nuovi casi: pochissimi in valore assoluto, ma quasi pari al numero registrato da febbraio a giugno. Ma tanto qui la colpa, come sempre, è del virus «venuto da fuori» che però il sta rendendo difficilmente distinguibili le democrazie dalle dittature.
George Soros (Ansa)
Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump lo aveva già annunciato a fine agosto, accusando Soros e suo figlio Alex di sostenere proteste violente negli Stati Uniti. «Non permetteremo più a questi lunatici di fare a pezzi l’America, Soros e il suo gruppo di psicopatici hanno causato gravi danni al nostro Paese. Fate attenzione, vi stiamo osservando!», aveva avvisato Trump. A fine settembre 2025, il presidente Usa ha firmato un memorandum presidenziale che esortava le agenzie federali a «identificare e smantellare» le reti finanziarie presumibilmente a sostegno della violenza politica. Oggi, la lotta al «filantropo» che sostiene attivamente molti gruppi di protesta ha fatto un salto di qualità: secondo quanto annunciato da Jeanine Pirro, procuratore degli Stati Uniti nel distretto di Columbia, la Osf potrebbe essere equiparata a un’organizzazione terroristica ai sensi del Rico Act (Racketeer Influenced and Corrupt Organizations Act) e i conti correnti collegati a Soros potrebbero essere congelati, innescando un feroce dibattito sui finanziamenti alle attività politiche, la libertà di parola e la sicurezza nazionale.
Trump ha citato esplicitamente George Soros e Reid Hoffman (co-fondatore di LinkedIn e PayPal, attivista democratico e assiduo frequentatore delle riunioni del Gruppo Bildeberg) come «potenziali sostenitori finanziari dei disordini che hanno preso di mira l’applicazione federale delle politiche migratorie americane (“Ice operations”)». L’accusa principale di Trump è che le reti di potere che fanno capo a ricchi donatori allineati ai democratici stiano indirettamente finanziando gruppi «antifa» e soggetti coinvolti a vario titolo in scontri, danni alla proprietà privata e attacchi mirati alle operazioni contro l’immigrazione clandestina. L’obiettivo del governo non sarebbero, dunque, soltanto i cittadini che commettono crimini, ma anche l’infrastruttura a monte: donatori, organizzazioni, sponsor fiscali e qualsiasi entità che si presume stia foraggiando la violenza politica organizzata.
L’ipotesi di Trump, in effetti, non è così peregrina: da anni in America e in Europa piccoli gruppi di anonimi attivisti del clima (in Italia, Ultima Generazione, che blocca autostrade e imbratta opere d’arte e monumenti), sono in realtà strutturati all’interno di una rete internazionale (la A22), coordinata e sovvenzionata da una «holding» globale, il Cef (Climate Emergency Fund, organizzazione non-profit con sede nell’esclusiva Beverly Hills), che finanzia gli attivisti protagonisti di azioni di protesta radicale ed è a sua volta sostenuta da donatori privati, il 90% dei quali sono miliardari come Soros o Bill Gates. E se è questo il sistema che ruota intorno al Cef per il clima, lo stesso schema delle «matrioske» è stato adottato anche da altre organizzazioni che, sulla carta, oggi difendono «i diritti civili» o «la disinformazione e le fake news» (la cupola dei cosiddetti fact-checker che fa capo al Poynter Institute, ad esempio, orienta l’opinione pubblica e i legislatori in maniera spesso confacente ai propri interessi ed è finanziata anche da Soros), domani chissà.
Secondo gli oppositori di Trump, trattare gli «Antifa» come un gruppo terroristico convenzionale solleva ostacoli costituzionali che toccano la libertà di espressione tutelata dal Primo emendamento e l’attività di protesta. Ma il presidente tira dritto e intende coinvolgere tutto il governo: Dipartimento di Giustizia, Dhs (Dipartimento di sicurezza interna), Fbi, Tesoro e Irs (Internal Revenue Service), l’agenzia federale responsabile della riscossione delle tasse negli Stati Uniti. Sì, perché spesso dietro questi piccoli gruppi ci sono macchine da soldi, che ufficialmente raccolgono donazioni dai privati cittadini, ma per poche migliaia di dollari: il grosso dei finanziamenti proviene dai cosiddetti «filantropi» ed è disciplinato ai sensi della Section 501(c) che esenta dalle tasse le presunte «charitable contributions», ovvero le donazioni fatte dai miliardari progressisti a organizzazioni non profit qualificate. Per le azioni di disobbedienza civile contro le politiche climatiche, ad esempio, si sono mobilitati Trevor Neilson, ex strettissimo collaboratore di Bill Gates, ma anche Aileen Getty, figlia di John Paul Getty II dell’omonima compagnia petrolifera, e Rory Kennedy, figlia di Bob Kennedy: tutti, inesorabilmente, schierati con il Partito democratico americano.
In Italia, le azioni annunciate contro Soros sarebbero un brutto colpo per Bonino, Magi & Co., che sono legittimamente riusciti - chiedendo e ricevendo i contributi direttamente sui conti dei mandatari elettorali - a schivare il divieto ai partiti politici, stabilito dalla legge italiana, di ricevere finanziamenti da «persone giuridiche aventi sede in uno Stato estero non assoggettate a obblighi fiscali in Italia» e di accettare donazioni superiori ai 100.000 euro.
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Domenico Pianese, segretario del COISP, spiega perché, anche quando pericolosi, gli immigrati irregolare non vengono espulsi dal nostro Paese, partendo dai casi di Aurora Livoli e del capotreno ucciso a Bologna. Tra decreti di espulsione inefficaci, burocrazia, accordi internazionali e decisioni giudiziarie, emerge un sistema che lascia liberi soggetti pericolosi e scarica il peso sulle forze dell’ordine.
John Logie Baird (a destra) durante una dimostrazione del suo apparecchio televisivo (Getty Images)
Baird, nato nel 1888 in Scozia, era un inventore per passione. Estroso sin dall’infanzia pur minato da una salute cagionevole, si specializzò nel campo dell’ingegneria elettrica. Dopo l’interruzione degli studi a causa della Grande Guerra, lavorò per la locale società elettrica «Clyde Valley Electrical Company» prima di diventare piccolo imprenditore nello stesso settore. Il sogno di trasmettere suoni e immagini a distanza per mezzo di cavi elettrici era il sogno di molti ricercatori dell’epoca, che anche Baird perseguì fin da giovanissimo, quando realizzò da solo una linea telefonica per comunicare con le camerette degli amici che abitavano nella sua via. La chiave di volta per l’invenzione del primo televisore arrivò nei primi anni Venti, quando l’inventore scozzese sfruttò a sua volta un dispositivo nato quarant’anni prima. Si trattava dell’apparecchio noto come «disco di Nipkow», dal nome del suo inventore Paul Gottlieb Nipkow che lo brevettò nel 1883. Questo consisteva in un disco rotante ligneo dove erano praticati fori disposti a spirale che, girando rapidamente di fronte ad un’immagine illuminata, la scomponevano in linee come un rudimentale scanner. La rotazione del disco generava un segnale luminoso variabile, che Baird fu in grado di tradurre in una serie di impulsi elettrici differenziati a seconda dell’intensità luminosa generata dall’effetto dei fori. La trasmissione degli impulsi avveniva per mezzo di una cellula fotoelettrica, che traduceva il segnale e lo inviava ad una linea elettrica, al termine della quale stava un apparecchio ricevente del tutto simile a quello trasmittente dove il disco di Nipkow, ricevuto l’impulso, girava allo stesso modo di quello del televisore che aveva catturato l’immagine. L’apparecchio ricevente era dotato di un vetro temperato che, colpito dagli impulsi luminosi del disco rotante, riproduceva l’immagine trasmessa elettricamente con una definizione di 30 linee. John Logie Baird riuscì per la prima volta a riprodurre l’immagine tra due apparecchi nel suo laboratorio nel 1924 utilizzando la maschera di un burattino ventriloquo truccata e fortemente illuminata, condizione necessaria per la trasmissione di un’immagine minimamente leggibile. La prima televisione elettromeccanica a distanza fu presentata da Baird il 26 gennaio 1926 a Londra di fronte ad un comitato di scienziati. Gli apparecchi furono sistemati in due stanze separate e Baird mosse la testa del manichino «Stooky Bill», che comparve simultaneamente sul vetro retroilluminato dell’apparecchio ricevente riproducendo fedelmente i movimenti. Anche se poco definita, quella primissima trasmissione televisiva segnò un punto di svolta. L’esperimento fece molta impressione negli ambienti scientifici inglesi, che nei mesi successivi assistettero ad altre dimostrazioni durante le quali fu usato per la prima volta un uomo in carne ed ossa, il fattorino di Baird William Edward Taynton, che può essere considerato il primo attore televisivo della storia.
Tra il 1926 e la fine del decennio l’invenzione di Baird ebbe larga eco, ed il suo sistema fu alla base delle prime trasmissioni della BBC iniziate nel 1929. Il sistema elettromeccanico tuttavia aveva grandi limiti. Il disco di Nipkow impediva la crescita della definizione e la meccanica era rumorosa e fragile. Il sistema Baird fu abbandonato negli anni Trenta con la nascita della televisione elettronica basata sull’utilizzo del tubo catodico.
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