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2021-08-08
Rabbia degli Stati e migranti infetti. Biden sulla stretta si gioca il midterm
Joe Biden (Ansa)
Le polemiche sul green pass non riguardano solo l'Italia. Forti malumori crescenti si registrano anche negli Stati Uniti, dove Joe Biden è costretto a barcamenarsi su più fronti. A fine luglio, l'inquilino della Casa Bianca ha imposto ai dipendenti federali l'attestazione dell'avvenuta vaccinazione o - in alternativa - dei test a cadenza regolare, auspicando che anche scuole, governi locali e aziende si adeguino a questa linea (una linea che è stata prontamente adottata da alcune grandi società private, come Walt Disney e Walmart). Eppure i problemi non mancano.
In primis, questa situazione ha creato delle fibrillazioni tra vari sindacati del settore pubblico, che hanno espresso contrarietà alla misura o invocato una sua preventiva negoziazione. Forti perplessità sono state per esempio manifestate da sigle come Federal law enforcement officers association, National treasury employees union ed American postal workers union. In tal senso, The Hill ha lasciato intendere che la misura sugli obblighi vaccinali andrà probabilmente incontro a una valanga di ricorsi legali. Senza poi trascurare il lato politico della faccenda. L'anno scorso, gran parte del mondo sindacale americano si era schierato con Biden alle elezioni presidenziali. Il fatto che ampi settori di quello stesso mondo inizino adesso a nutrire delle antipatie per il presidente costituisce un campanello d'allarme per il Partito democratico, soprattutto in vista delle elezioni di metà mandato che si terranno a novembre del 2022 e delle voci sempre più insistenti che Donald Trump correrà alle presidenziali del 2024.
E proprio la politica costituisce il secondo fronte di scontro che sta impegnando Biden. La linea dell'obbligo vaccinale de facto ha infatti innescato una decisa levata di scudi da parte di alcuni Stati a guida repubblicana. A fine luglio, il governatore del Texas, Greg Abbott, ha firmato un ordine esecutivo per vietare alle agenzie statali di imporre l'obbligo di vaccinazione. Una posizione simile è stata sposata dal governatore della Florida, Ron DeSantis. Costui ha infatti vietato l'obbligo delle mascherine negli istituti scolastici e ha firmato già a maggio un provvedimento contro i passaporti vaccinali. Inoltre, appena l'altro ieri, la Florida ha approvato una direttiva che consente ai genitori di cambiare scuola ai propri figli, nel caso l'istituto imponesse obblighi in materia di mascherine e test.
Eppure attenzione: sbaglierebbe chi ritenesse Abbott e DeSantis dei no vax. In realtà, entrambi si sono vaccinati contro il Covid ed entrambi hanno esortato a luglio i cittadini dei propri Stati a seguire il loro esempio. Tra l'altro, è senza dubbio vero che ultimamente sia Florida che Texas abbiano registrato un notevole aumento dei contagi. Ma è altrettanto vero che, secondo i dati della Cnn, entrambi gli Stati abbiano rispettivamente il 49% e il 44% della propria popolazione completamente vaccinata: il che li colloca sostanzialmente a metà classifica nel processo di vaccinazione all'interno dell'Unione.
La contrarietà dei governatori all'obbligo dei sieri affonda semmai le proprie radici in due ragioni. La prima è di principio e si rifà alla volontà di limitare il potere dell'autorità pubblica sulle scelte dei singoli: un tema, questo, storicamente molto caro ad alcuni settori del mondo conservatore americano. La seconda ragione è di ordine pratico e chiama in causa lo spinoso dossier dell'immigrazione clandestina. «Perché non fai il tuo lavoro? Perché non metti in sicurezza questa frontiera? Finché non lo farai, non voglio sentire niente sul Covid da te», ha in tal senso tuonato DeSantis, rivolgendosi a Biden.
Secondo alcuni, il governatore starebbe soltanto cercando di distogliere l'attenzione dalla situazione sanitaria della Florida. Eppure ieri Nbc News ha rivelato che il 18% delle famiglie che hanno attraversato la frontiera illegalmente nelle ultime due settimane fosse affetta da Covid. Del resto, lo stesso Biden pochi giorni fa ha confermato le politiche del predecessore sulle espulsioni rapide per i migranti contagiati. Non solo: il Washington Examiner ha riportato mercoledì che, nella città texana di McAllen, sono stati rilasciati - nel giro di una sola settimana - 1.500 migranti positivi. Lo stesso sito Politifact, pur criticando DeSantis, ha ammesso che l'«immigrazione illegale può essere un fattore che contribuisce al diffondersi del coronavirus». Insomma, pretendere una sorta di lasciapassare dai cittadini americani quando alla frontiera si registrano simili rischi sanitari stride un po' con il buonsenso.
Infine, sulla questione, si registra anche una spaccatura tra gli americani. Un recente sondaggio della Quinnipiac University ha rilevato che la maggioranza dei cittadini sia contraria all'obbligo vaccinale per i dipendenti del settore privato, oltre che per accedere ai ristoranti. Insomma, tra elettori spaccati, malumori sindacali e scontri politici, il «green pass» americano si preannuncia un grattacapo rilevante per Biden.
Ma in Australia ti schedano per espatriare
L'anno scorso era stata una delle prime nazioni a bloccare i voli dall'Italia, ma di mese in mese l'Australia, vaccino o non vaccino, è arrivata a isolare sempre più i propri cittadini. Migliaia di famiglie sono separate dalle severe norme anti contagio, con cittadini che non riescono a tornare in patria neppure per i funerali di un genitore e gente che si vede respingere anche sei volte in tre mesi un'istanza di ricongiungimento. Così aumentano le proteste, sia di chi vorrebbe lasciare il paese, sia di chi vorrebbe rientrare. Intanto a Wuhan, in Cina, dove tutto è cominciato, torna il lockdown e parte una campagna obbligatoria di tamponi molecolari su tutta la popolazione.
L'11 marzo del 2020, quando gli italiani erano da poche ore in lockdown, l'Australia si era già distinta per la rapidità con la quale aveva reagito ai primi allarmi Covid19. Il governo guidato dal premier Scott Morrison vietò immediatamente l'ingresso ai residenti non australiani in arrivo dall'Italia, dalla Cina, dalla Corea del Sud e dall'Iran. Mentre agli australiani potevano cavarsela con 14 giorni di quarantena. Al momento del bando, in Australia c'erano stati tre morti da Coronavirus su un centinaio abbondanti di casi. A oggi, i dati ufficiali parlano di 945 morti in tutto, con sei decessi nelle ultime 24 ore. Insomma, con i parametri europei, non esattamente un'ecatombe.
Eppure, dal marzo del 2020 l'Australia è rimasta l'unica nazione a vietare l'ingresso ai propri cittadini, ai titolari di un visto temporaneo, ai residenti fissi e a coloro che hanno la doppia cittadinanza. Ed è stato vietato il lavoro all'estero. Non solo, ma a più riprese il governo ha minacciato i propri cittadini con la prigione e multe salatissime nel caso provino a tornare da paesi come l'India. Con il risultato che diversi australiani sono anche morti di Covid in India.
Gli ultimi dati parlano di 35.000 australiani in giro per il mondo che provano a tornare a casa e le cui istanze vengono respinte. Non solo, ma anche quando ci si vede accettare la richiesta per gravi motivi, l'ingresso può essere dilazionato sine die per mancanza di spazio nei cosiddetti «quarantine hotel».
E negli ultimi giorni, con la scusa della variante Delta, gli australiani che hanno provato a lasciare il paese per andare a lavorare fuori sono stati in buona parte bloccati negli aeroporti perché non sono riusciti a dimostrare «motivi di viaggio davvero impellenti». In teoria, per ragioni gravi di natura familiare o lavorativa si può ottenere di entrare o uscire dall'Australia, ma la discrezionalità in mano alle autorità sanitarie e di polizia è altissima. E il fatto che oltre 8 milioni di cittadini su 25 milioni siano vaccinati non ha impietosito il governo.
E così, dopo 17 mesi di blocco delle frontiere, anche i media cominciano a raccontare storie da film. Il Sidney Morning Herald cita il caso di un signore di 35 anni, James Turbitt, che recentemente è tornato in Australia dal Belgio per provare a dare l'ultimo saluto alla madre, gravemente malata. Le autorità gli hanno detto di affittarsi un aereo privato, se voleva uscire anzi tempo dall'hotel dove era stato rinchiuso. Nel frattempo, la madre è morta e lui ora sta mettendo a posto le ultime faccende burocratiche prima di tornarsene in Belgio. Se e quando lo faranno ripartire. Ai giornalisti, il signor Turbitt ha parlato di «norme controproducenti e barbare». La Cnn ha invece mandato in onda, tra le altre, la testimonianza di Kateryna Dmytriyeva, trentenne con una figlia piccola, che non vede la madre da marzo 2020. La mamma ha tentato di tornare in Australia per rinnovare il visto, ma è stata respinta alla frontiera, nonostante comprovati motivi di salute. Allora Kateryna ha provato a partire, nonostante le regole prevedano di dover viaggiare da soli e per almeno tre mesi (misura che di fatto taglia fuori chiunque abbia un lavoro dipendente o bambini piccoli), ma la sua domanda è stata respinta sei volte.
Non fanno invece quasi più notizia le prigionie in patria dei cittadini cinesi. Da giovedì scorso a Wuhan, tutti i residenti sono sottoposti a tappeto a test molecolari. La misura è stata presa perché le autorità sanitarie hanno registrato una ripresa dei contagi legati alla variante Delta. E per non correre rischi, è tornato il lockdown stretto in larga parte della città. A luglio, in Cina sono stati segnalati 328 nuovi casi: pochissimi in valore assoluto, ma quasi pari al numero registrato da febbraio a giugno. Ma tanto qui la colpa, come sempre, è del virus «venuto da fuori» che però il sta rendendo difficilmente distinguibili le democrazie dalle dittature.
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Da Texas e Florida muove la protesta contro gli obblighi dei certificati per le attività, tra cui i ristoranti. Sono un caso i contagi attraverso le frontiere. Il presidente teme per le prossime elezioni di metà mandato.In Australia con meno di 1.000 morti, rigidi paletti per chi va all'estero per lavoro. Continua la deriva in stile cinese.Lo speciale contiene due articoli.Le polemiche sul green pass non riguardano solo l'Italia. Forti malumori crescenti si registrano anche negli Stati Uniti, dove Joe Biden è costretto a barcamenarsi su più fronti. A fine luglio, l'inquilino della Casa Bianca ha imposto ai dipendenti federali l'attestazione dell'avvenuta vaccinazione o - in alternativa - dei test a cadenza regolare, auspicando che anche scuole, governi locali e aziende si adeguino a questa linea (una linea che è stata prontamente adottata da alcune grandi società private, come Walt Disney e Walmart). Eppure i problemi non mancano. In primis, questa situazione ha creato delle fibrillazioni tra vari sindacati del settore pubblico, che hanno espresso contrarietà alla misura o invocato una sua preventiva negoziazione. Forti perplessità sono state per esempio manifestate da sigle come Federal law enforcement officers association, National treasury employees union ed American postal workers union. In tal senso, The Hill ha lasciato intendere che la misura sugli obblighi vaccinali andrà probabilmente incontro a una valanga di ricorsi legali. Senza poi trascurare il lato politico della faccenda. L'anno scorso, gran parte del mondo sindacale americano si era schierato con Biden alle elezioni presidenziali. Il fatto che ampi settori di quello stesso mondo inizino adesso a nutrire delle antipatie per il presidente costituisce un campanello d'allarme per il Partito democratico, soprattutto in vista delle elezioni di metà mandato che si terranno a novembre del 2022 e delle voci sempre più insistenti che Donald Trump correrà alle presidenziali del 2024. E proprio la politica costituisce il secondo fronte di scontro che sta impegnando Biden. La linea dell'obbligo vaccinale de facto ha infatti innescato una decisa levata di scudi da parte di alcuni Stati a guida repubblicana. A fine luglio, il governatore del Texas, Greg Abbott, ha firmato un ordine esecutivo per vietare alle agenzie statali di imporre l'obbligo di vaccinazione. Una posizione simile è stata sposata dal governatore della Florida, Ron DeSantis. Costui ha infatti vietato l'obbligo delle mascherine negli istituti scolastici e ha firmato già a maggio un provvedimento contro i passaporti vaccinali. Inoltre, appena l'altro ieri, la Florida ha approvato una direttiva che consente ai genitori di cambiare scuola ai propri figli, nel caso l'istituto imponesse obblighi in materia di mascherine e test. Eppure attenzione: sbaglierebbe chi ritenesse Abbott e DeSantis dei no vax. In realtà, entrambi si sono vaccinati contro il Covid ed entrambi hanno esortato a luglio i cittadini dei propri Stati a seguire il loro esempio. Tra l'altro, è senza dubbio vero che ultimamente sia Florida che Texas abbiano registrato un notevole aumento dei contagi. Ma è altrettanto vero che, secondo i dati della Cnn, entrambi gli Stati abbiano rispettivamente il 49% e il 44% della propria popolazione completamente vaccinata: il che li colloca sostanzialmente a metà classifica nel processo di vaccinazione all'interno dell'Unione. La contrarietà dei governatori all'obbligo dei sieri affonda semmai le proprie radici in due ragioni. La prima è di principio e si rifà alla volontà di limitare il potere dell'autorità pubblica sulle scelte dei singoli: un tema, questo, storicamente molto caro ad alcuni settori del mondo conservatore americano. La seconda ragione è di ordine pratico e chiama in causa lo spinoso dossier dell'immigrazione clandestina. «Perché non fai il tuo lavoro? Perché non metti in sicurezza questa frontiera? Finché non lo farai, non voglio sentire niente sul Covid da te», ha in tal senso tuonato DeSantis, rivolgendosi a Biden. Secondo alcuni, il governatore starebbe soltanto cercando di distogliere l'attenzione dalla situazione sanitaria della Florida. Eppure ieri Nbc News ha rivelato che il 18% delle famiglie che hanno attraversato la frontiera illegalmente nelle ultime due settimane fosse affetta da Covid. Del resto, lo stesso Biden pochi giorni fa ha confermato le politiche del predecessore sulle espulsioni rapide per i migranti contagiati. Non solo: il Washington Examiner ha riportato mercoledì che, nella città texana di McAllen, sono stati rilasciati - nel giro di una sola settimana - 1.500 migranti positivi. Lo stesso sito Politifact, pur criticando DeSantis, ha ammesso che l'«immigrazione illegale può essere un fattore che contribuisce al diffondersi del coronavirus». Insomma, pretendere una sorta di lasciapassare dai cittadini americani quando alla frontiera si registrano simili rischi sanitari stride un po' con il buonsenso. Infine, sulla questione, si registra anche una spaccatura tra gli americani. Un recente sondaggio della Quinnipiac University ha rilevato che la maggioranza dei cittadini sia contraria all'obbligo vaccinale per i dipendenti del settore privato, oltre che per accedere ai ristoranti. Insomma, tra elettori spaccati, malumori sindacali e scontri politici, il «green pass» americano si preannuncia un grattacapo rilevante per Biden. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/rabbia-stati-migranti-biden-midterm-2654565451.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="ma-in-australia-ti-schedano-per-espatriare" data-post-id="2654565451" data-published-at="1628375297" data-use-pagination="False"> Ma in Australia ti schedano per espatriare L'anno scorso era stata una delle prime nazioni a bloccare i voli dall'Italia, ma di mese in mese l'Australia, vaccino o non vaccino, è arrivata a isolare sempre più i propri cittadini. Migliaia di famiglie sono separate dalle severe norme anti contagio, con cittadini che non riescono a tornare in patria neppure per i funerali di un genitore e gente che si vede respingere anche sei volte in tre mesi un'istanza di ricongiungimento. Così aumentano le proteste, sia di chi vorrebbe lasciare il paese, sia di chi vorrebbe rientrare. Intanto a Wuhan, in Cina, dove tutto è cominciato, torna il lockdown e parte una campagna obbligatoria di tamponi molecolari su tutta la popolazione. L'11 marzo del 2020, quando gli italiani erano da poche ore in lockdown, l'Australia si era già distinta per la rapidità con la quale aveva reagito ai primi allarmi Covid19. Il governo guidato dal premier Scott Morrison vietò immediatamente l'ingresso ai residenti non australiani in arrivo dall'Italia, dalla Cina, dalla Corea del Sud e dall'Iran. Mentre agli australiani potevano cavarsela con 14 giorni di quarantena. Al momento del bando, in Australia c'erano stati tre morti da Coronavirus su un centinaio abbondanti di casi. A oggi, i dati ufficiali parlano di 945 morti in tutto, con sei decessi nelle ultime 24 ore. Insomma, con i parametri europei, non esattamente un'ecatombe. Eppure, dal marzo del 2020 l'Australia è rimasta l'unica nazione a vietare l'ingresso ai propri cittadini, ai titolari di un visto temporaneo, ai residenti fissi e a coloro che hanno la doppia cittadinanza. Ed è stato vietato il lavoro all'estero. Non solo, ma a più riprese il governo ha minacciato i propri cittadini con la prigione e multe salatissime nel caso provino a tornare da paesi come l'India. Con il risultato che diversi australiani sono anche morti di Covid in India. Gli ultimi dati parlano di 35.000 australiani in giro per il mondo che provano a tornare a casa e le cui istanze vengono respinte. Non solo, ma anche quando ci si vede accettare la richiesta per gravi motivi, l'ingresso può essere dilazionato sine die per mancanza di spazio nei cosiddetti «quarantine hotel». E negli ultimi giorni, con la scusa della variante Delta, gli australiani che hanno provato a lasciare il paese per andare a lavorare fuori sono stati in buona parte bloccati negli aeroporti perché non sono riusciti a dimostrare «motivi di viaggio davvero impellenti». In teoria, per ragioni gravi di natura familiare o lavorativa si può ottenere di entrare o uscire dall'Australia, ma la discrezionalità in mano alle autorità sanitarie e di polizia è altissima. E il fatto che oltre 8 milioni di cittadini su 25 milioni siano vaccinati non ha impietosito il governo. E così, dopo 17 mesi di blocco delle frontiere, anche i media cominciano a raccontare storie da film. Il Sidney Morning Herald cita il caso di un signore di 35 anni, James Turbitt, che recentemente è tornato in Australia dal Belgio per provare a dare l'ultimo saluto alla madre, gravemente malata. Le autorità gli hanno detto di affittarsi un aereo privato, se voleva uscire anzi tempo dall'hotel dove era stato rinchiuso. Nel frattempo, la madre è morta e lui ora sta mettendo a posto le ultime faccende burocratiche prima di tornarsene in Belgio. Se e quando lo faranno ripartire. Ai giornalisti, il signor Turbitt ha parlato di «norme controproducenti e barbare». La Cnn ha invece mandato in onda, tra le altre, la testimonianza di Kateryna Dmytriyeva, trentenne con una figlia piccola, che non vede la madre da marzo 2020. La mamma ha tentato di tornare in Australia per rinnovare il visto, ma è stata respinta alla frontiera, nonostante comprovati motivi di salute. Allora Kateryna ha provato a partire, nonostante le regole prevedano di dover viaggiare da soli e per almeno tre mesi (misura che di fatto taglia fuori chiunque abbia un lavoro dipendente o bambini piccoli), ma la sua domanda è stata respinta sei volte. Non fanno invece quasi più notizia le prigionie in patria dei cittadini cinesi. Da giovedì scorso a Wuhan, tutti i residenti sono sottoposti a tappeto a test molecolari. La misura è stata presa perché le autorità sanitarie hanno registrato una ripresa dei contagi legati alla variante Delta. E per non correre rischi, è tornato il lockdown stretto in larga parte della città. A luglio, in Cina sono stati segnalati 328 nuovi casi: pochissimi in valore assoluto, ma quasi pari al numero registrato da febbraio a giugno. Ma tanto qui la colpa, come sempre, è del virus «venuto da fuori» che però il sta rendendo difficilmente distinguibili le democrazie dalle dittature.
Brigitte Macron (Ansa)
Dei commenti malevoli nei confronti della first lady transalpina circolavano già poco tempo dopo la prima elezione di Emmanuel Macron all’Eliseo, nel 2017. Poi, nel 2021, su Youtube, è stato pubblicato un video che faceva insinuazioni nei confronti di Brigitte Macron. L’autrice del video, della durata di quattro ore, è Delphine J., conosciuta sui social con lo pseudonimo di Amandine Roy. Il video, successivamente cancellato, insinuava che Brigitte Macron non sarebbe mai esistita. Al suo posto ci sarebbe stato invece il fratello, Jean-Michel Trogneux. Sempre secondo queste illazioni, l’uomo avrebbe cambiato sesso e dato vita all’identità della première dame. Come riportato dalla tv pubblica France info, Delphine J. aveva dichiarato in un’udienza precedente che «in quanto donna anatomica» si era sentita «attaccata» dalla presunta identità transgender della moglie del presidente francese. Ieri, dopo la lettura della sentenza, la youtuber non ha rilasciato dichiarazioni ai giornalisti, ma ha preferito lasciar parlare una delle sue sostenitrici che ha dichiarato: «Siamo in un sistema monarchico».
Bertrand Scholler, presentato come «gallerista» da vari media transalpini, tra i quali Bfm tv e Le Monde, è stato condannato a sei mesi di carcere con la condizionale per un fotomontaggio di Brigitte Macron, realizzato nel 2024. La reazione del condannato non si è fatta attendere. Uscendo dall’aula del tribunale Scholler ha dichiarato che «se ciò che dite non piace» allora «sarete condannati. È un fatto del principe!». E ancora che «in Francia non si ha più il diritto di pensare!»
Delphine J. e Scholler erano i soli imputati presenti ieri in tribunale. Mancava invece Aurélien Poirson-Atlan, noto sui social come Zoé Sagan e ritenuto colpevole per aver pubblicato dei testi su X riguardanti la moglie del presidente francese. Nelle fasi precedenti del processo, ha ricordato ancora il canale pubblico, Poirson-Atlan aveva affermato che esisteva un «segreto di Stato scioccante» che implicava «una pedofilia tollerata dallo Stato».
Come Poirson-Atlan mancavano dall’aula anche tutti gli altri imputati. In primo luogo Jean-Christophe P., condannato a sei mesi di carcere «puri» anche in relazione alla sua assenza all’udienza. Un quasi omonimo, Jean-Christophe D., è stato invece condannato semplicemente a partecipare ad uno stage di sensibilizzazione sui comportamenti da tenere su internet. Quest’ultimo era stato l’unico a presentare delle scuse a Brigitte Macron. Gli altri imputati, che hanno ottenuto la condizionale, erano Christelle L., Philippe D., Jean-Luc M., Jérôme A. e Jérôme C.
Come ricordato da Le Monde, il processo conclusosi con la sentenza di ieri non ha riguardato il giornalista Xavier Poussard, il cui caso è stato separato perché risiede a Milano. Il quotidiano francese ha scritto che Poussard, autore del best seller Becoming Brigitte (che tradotto in italiano significa «diventando Brigitte») è «l’altro grande istigatore della fake news di portata mondiale» contro la première dame. Tra l’altro, alcuni dei condannati di ieri avevano ripreso delle pubblicazioni di Poussard. I media francesi hanno ricordato anche la denuncia presentata da Macron e dalla moglie negli Stati Uniti contro l’influencer americana Candace Owens.
Domenica sera, Brigitte Macron era intervenuta al tg della prima rete privata francese, Tf1, per parlare di un’iniziativa solidale. La conduttrice le ha però posto delle domande sul processo, alle quali la première dame ha risposto: «mi batto costantemente. Voglio aiutare gli adolescenti a battersi contro il bullismo». La moglie del presidente ha anche detto che nessuno «toccherà la mia genealogia» perché «con questo non si scherza».
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Ecco #DimmiLaVerità del 6 gennaio 2026. Il deputato della Lega Giampiero Zinzi commenta la falsa partenza di Fico in Campania tra incompatibilità e conflitti di interesse.
In questa puntata di Segreti si ricostruisce il delitto di Aurora a Milano: un omicidio brutale, preceduto da aggressioni, segnali ignorati e una lunga scia di precedenti. Un’analisi che mette al centro il profilo dell’assassino, le falle del sistema e una domanda che resta aperta: come è stato possibile che un soggetto così pericoloso fosse ancora libero di colpire?
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La piccola exclave per decenni ha avuto un’economia particolarmente florida, basata sugli introiti del locale casinò, gestito da una società interamente partecipata dal Comune. Fino al 2018, quando il fallimento della casa da gioco (riaperta nel 2021 dopo l’omologa del concordato) ha trascinato l’ente locale in un dissesto milionario, come detto tuttora gestito da un organismo straordinario di liquidazione che affianca il lavoro dell’attuale primo cittadino, eletto nel 2020 dopo due anni di commissariamento.
Prima del tracollo di otto anni fa, i dipendenti comunali erano circa 120 (poco meno del 10% della popolazione), di cui una quarantina deputati ai controlli all’interno del casinò; adesso, il drastico taglio al budget comunale ha falcidiato il personale, ridotto a 15 unità, di cui due part-time. Ma gli stipendi d’oro, derivanti da una norma risalente agli anni Ottanta, basata sul fatto che la «particolare situazione geografica e il contesto economico svizzero in cui è inserito il Comune di Campione d’Italia ove la valuta corrente è il franco svizzero», stabiliva trattamento un economico dei dipendenti comunali con decorrenza 1° gennaio 1986, prevedendo un assegno ad personam da 4.000 a 5.000 franchi svizzeri, e assegno di exclave da 5.000 a 6.000 franchi per un totale mensile netto a dipendente fra gli 8.000 e i 13.000 franchi. A oggi una cifra che spazia all’incirca tra gli 8.000 e i 13.000 euro netti mensili.
Sulle nuove assunzioni Verda e Marchesini, hanno prodotto un’interrogazione a risposta scritta diretta al sindaco Roberto Canesi: «In un momento dove non si pagano gli arretrati degli ex dipendenti, dei pensionati, dei carabinieri, si cerca solo di favorire figure singole senza a nostro avviso una strategia, basti pensare che la pianta organica dal 1° gennaio 2026 passerà da 15 a 21, con cinque di loro componenti della polizia locale, tra cui addirittura marito e moglie, e la spesa passa da 2 milioni e 700.000 euro a 4 milioni e 700.000».
Secondo quanto risulta a La Verità tra i nuovi assunti ci sarebbe anche una persona che si era licenziata dopo il dissesto e che è stata riassunta direttamente, grazie a una norma che permette di far tornare nel posto di lavoro chi si era dimesso nei cinque anni precedenti. Anche su questo caso i due consiglieri di Campione 2.0 hanno presentato un’interrogazione. Anche perché, in virtù della procedura di dissesto, il Comune di Campione d’Italia, come prevede la normativa, riceve fondi da Roma. «Il contributo dello Stato a Campione d’Italia è di 10 milioni di euro, la metà viene spesa per tutti i dipendenti», spiega a La Verità il consigliere Verda. In passato i maxi stipendi venivano coperti dai proventi che generava il casinò, che riempivano le casse del Comune, con cifre che oscillavano, prima del 2018, tra i 40 e i 50 milioni di euro.
L’ente locale è tuttora l’azionista unico della società partecipata che gestisce la casa da gioco. Ma con l’entrata in vigore del concordato, indispensabile per sanare il debito da circa 132 milioni di euro della casa da gioco, quest’ultima paga al Comune una somma fissa per tutta la durata della procedura. Si parte dai 500.000 euro del 2022, per arrivare ai 2,5 milioni che la casa da gioco verserà nel 2026 e 2027. Detto in parole povere, senza il contributo di Stato, il Comune probabilmente farebbe fatica a pagare gli stipendi. Ma c’è di più. Il dissesto di un Comune impone vincoli che rendono pressoché impossibile assumere nuovo personale. E anche su questo argomento la tensione tra la maggioranza e l’opposizione è alle stelle. Per quest’ultima, infatti, se da un lato è vero che esiste il decreto ministeriale del 24 dicembre 2021 di approvazione dell’ipotesi di bilancio stabilmente riequilibrato 2018-2022, dall’altro c’è stato in seguito l’esito negativo del controllo della Corte dei Conti e la decisione delle Sezioni riunite che porterebbero a escludere che il Comune possa qualificarsi come dotato di un bilancio stabilmente riequilibrato.
Di conseguenza, l’ente sarebbe ancora in dissesto. A rafforzare la teoria degli esponenti di Campione 2.0 anche il fatto che l’Osl sia ancora attivo, tanto che l’ultima delibera firmata dal commissario porta la data del 17 dicembre 2025.
I due consiglieri di opposizione chiedono all’amministrazione chiarezza anche sulle conseguenze delle assunzioni, convinti che, per espressa giurisprudenza contabile, l’ente non possa disporre di un numero di dipendenti superiore al rapporto massimo previsto dalla legge in relazione agli abitanti, che sarebbe di 15 posizioni professionali. Un tetto che, già con la prima assunzione, verrebbe sforato. Secondo quanto risulta a La Verità, Verda e Marchesini, per fare chiarezza sulla vicenda, starebbero anche valutando di presentare una denuncia alla magistratura.
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