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2021-08-08
Rabbia degli Stati e migranti infetti. Biden sulla stretta si gioca il midterm
Joe Biden (Ansa)
Le polemiche sul green pass non riguardano solo l'Italia. Forti malumori crescenti si registrano anche negli Stati Uniti, dove Joe Biden è costretto a barcamenarsi su più fronti. A fine luglio, l'inquilino della Casa Bianca ha imposto ai dipendenti federali l'attestazione dell'avvenuta vaccinazione o - in alternativa - dei test a cadenza regolare, auspicando che anche scuole, governi locali e aziende si adeguino a questa linea (una linea che è stata prontamente adottata da alcune grandi società private, come Walt Disney e Walmart). Eppure i problemi non mancano.
In primis, questa situazione ha creato delle fibrillazioni tra vari sindacati del settore pubblico, che hanno espresso contrarietà alla misura o invocato una sua preventiva negoziazione. Forti perplessità sono state per esempio manifestate da sigle come Federal law enforcement officers association, National treasury employees union ed American postal workers union. In tal senso, The Hill ha lasciato intendere che la misura sugli obblighi vaccinali andrà probabilmente incontro a una valanga di ricorsi legali. Senza poi trascurare il lato politico della faccenda. L'anno scorso, gran parte del mondo sindacale americano si era schierato con Biden alle elezioni presidenziali. Il fatto che ampi settori di quello stesso mondo inizino adesso a nutrire delle antipatie per il presidente costituisce un campanello d'allarme per il Partito democratico, soprattutto in vista delle elezioni di metà mandato che si terranno a novembre del 2022 e delle voci sempre più insistenti che Donald Trump correrà alle presidenziali del 2024.
E proprio la politica costituisce il secondo fronte di scontro che sta impegnando Biden. La linea dell'obbligo vaccinale de facto ha infatti innescato una decisa levata di scudi da parte di alcuni Stati a guida repubblicana. A fine luglio, il governatore del Texas, Greg Abbott, ha firmato un ordine esecutivo per vietare alle agenzie statali di imporre l'obbligo di vaccinazione. Una posizione simile è stata sposata dal governatore della Florida, Ron DeSantis. Costui ha infatti vietato l'obbligo delle mascherine negli istituti scolastici e ha firmato già a maggio un provvedimento contro i passaporti vaccinali. Inoltre, appena l'altro ieri, la Florida ha approvato una direttiva che consente ai genitori di cambiare scuola ai propri figli, nel caso l'istituto imponesse obblighi in materia di mascherine e test.
Eppure attenzione: sbaglierebbe chi ritenesse Abbott e DeSantis dei no vax. In realtà, entrambi si sono vaccinati contro il Covid ed entrambi hanno esortato a luglio i cittadini dei propri Stati a seguire il loro esempio. Tra l'altro, è senza dubbio vero che ultimamente sia Florida che Texas abbiano registrato un notevole aumento dei contagi. Ma è altrettanto vero che, secondo i dati della Cnn, entrambi gli Stati abbiano rispettivamente il 49% e il 44% della propria popolazione completamente vaccinata: il che li colloca sostanzialmente a metà classifica nel processo di vaccinazione all'interno dell'Unione.
La contrarietà dei governatori all'obbligo dei sieri affonda semmai le proprie radici in due ragioni. La prima è di principio e si rifà alla volontà di limitare il potere dell'autorità pubblica sulle scelte dei singoli: un tema, questo, storicamente molto caro ad alcuni settori del mondo conservatore americano. La seconda ragione è di ordine pratico e chiama in causa lo spinoso dossier dell'immigrazione clandestina. «Perché non fai il tuo lavoro? Perché non metti in sicurezza questa frontiera? Finché non lo farai, non voglio sentire niente sul Covid da te», ha in tal senso tuonato DeSantis, rivolgendosi a Biden.
Secondo alcuni, il governatore starebbe soltanto cercando di distogliere l'attenzione dalla situazione sanitaria della Florida. Eppure ieri Nbc News ha rivelato che il 18% delle famiglie che hanno attraversato la frontiera illegalmente nelle ultime due settimane fosse affetta da Covid. Del resto, lo stesso Biden pochi giorni fa ha confermato le politiche del predecessore sulle espulsioni rapide per i migranti contagiati. Non solo: il Washington Examiner ha riportato mercoledì che, nella città texana di McAllen, sono stati rilasciati - nel giro di una sola settimana - 1.500 migranti positivi. Lo stesso sito Politifact, pur criticando DeSantis, ha ammesso che l'«immigrazione illegale può essere un fattore che contribuisce al diffondersi del coronavirus». Insomma, pretendere una sorta di lasciapassare dai cittadini americani quando alla frontiera si registrano simili rischi sanitari stride un po' con il buonsenso.
Infine, sulla questione, si registra anche una spaccatura tra gli americani. Un recente sondaggio della Quinnipiac University ha rilevato che la maggioranza dei cittadini sia contraria all'obbligo vaccinale per i dipendenti del settore privato, oltre che per accedere ai ristoranti. Insomma, tra elettori spaccati, malumori sindacali e scontri politici, il «green pass» americano si preannuncia un grattacapo rilevante per Biden.
Ma in Australia ti schedano per espatriare
L'anno scorso era stata una delle prime nazioni a bloccare i voli dall'Italia, ma di mese in mese l'Australia, vaccino o non vaccino, è arrivata a isolare sempre più i propri cittadini. Migliaia di famiglie sono separate dalle severe norme anti contagio, con cittadini che non riescono a tornare in patria neppure per i funerali di un genitore e gente che si vede respingere anche sei volte in tre mesi un'istanza di ricongiungimento. Così aumentano le proteste, sia di chi vorrebbe lasciare il paese, sia di chi vorrebbe rientrare. Intanto a Wuhan, in Cina, dove tutto è cominciato, torna il lockdown e parte una campagna obbligatoria di tamponi molecolari su tutta la popolazione.
L'11 marzo del 2020, quando gli italiani erano da poche ore in lockdown, l'Australia si era già distinta per la rapidità con la quale aveva reagito ai primi allarmi Covid19. Il governo guidato dal premier Scott Morrison vietò immediatamente l'ingresso ai residenti non australiani in arrivo dall'Italia, dalla Cina, dalla Corea del Sud e dall'Iran. Mentre agli australiani potevano cavarsela con 14 giorni di quarantena. Al momento del bando, in Australia c'erano stati tre morti da Coronavirus su un centinaio abbondanti di casi. A oggi, i dati ufficiali parlano di 945 morti in tutto, con sei decessi nelle ultime 24 ore. Insomma, con i parametri europei, non esattamente un'ecatombe.
Eppure, dal marzo del 2020 l'Australia è rimasta l'unica nazione a vietare l'ingresso ai propri cittadini, ai titolari di un visto temporaneo, ai residenti fissi e a coloro che hanno la doppia cittadinanza. Ed è stato vietato il lavoro all'estero. Non solo, ma a più riprese il governo ha minacciato i propri cittadini con la prigione e multe salatissime nel caso provino a tornare da paesi come l'India. Con il risultato che diversi australiani sono anche morti di Covid in India.
Gli ultimi dati parlano di 35.000 australiani in giro per il mondo che provano a tornare a casa e le cui istanze vengono respinte. Non solo, ma anche quando ci si vede accettare la richiesta per gravi motivi, l'ingresso può essere dilazionato sine die per mancanza di spazio nei cosiddetti «quarantine hotel».
E negli ultimi giorni, con la scusa della variante Delta, gli australiani che hanno provato a lasciare il paese per andare a lavorare fuori sono stati in buona parte bloccati negli aeroporti perché non sono riusciti a dimostrare «motivi di viaggio davvero impellenti». In teoria, per ragioni gravi di natura familiare o lavorativa si può ottenere di entrare o uscire dall'Australia, ma la discrezionalità in mano alle autorità sanitarie e di polizia è altissima. E il fatto che oltre 8 milioni di cittadini su 25 milioni siano vaccinati non ha impietosito il governo.
E così, dopo 17 mesi di blocco delle frontiere, anche i media cominciano a raccontare storie da film. Il Sidney Morning Herald cita il caso di un signore di 35 anni, James Turbitt, che recentemente è tornato in Australia dal Belgio per provare a dare l'ultimo saluto alla madre, gravemente malata. Le autorità gli hanno detto di affittarsi un aereo privato, se voleva uscire anzi tempo dall'hotel dove era stato rinchiuso. Nel frattempo, la madre è morta e lui ora sta mettendo a posto le ultime faccende burocratiche prima di tornarsene in Belgio. Se e quando lo faranno ripartire. Ai giornalisti, il signor Turbitt ha parlato di «norme controproducenti e barbare». La Cnn ha invece mandato in onda, tra le altre, la testimonianza di Kateryna Dmytriyeva, trentenne con una figlia piccola, che non vede la madre da marzo 2020. La mamma ha tentato di tornare in Australia per rinnovare il visto, ma è stata respinta alla frontiera, nonostante comprovati motivi di salute. Allora Kateryna ha provato a partire, nonostante le regole prevedano di dover viaggiare da soli e per almeno tre mesi (misura che di fatto taglia fuori chiunque abbia un lavoro dipendente o bambini piccoli), ma la sua domanda è stata respinta sei volte.
Non fanno invece quasi più notizia le prigionie in patria dei cittadini cinesi. Da giovedì scorso a Wuhan, tutti i residenti sono sottoposti a tappeto a test molecolari. La misura è stata presa perché le autorità sanitarie hanno registrato una ripresa dei contagi legati alla variante Delta. E per non correre rischi, è tornato il lockdown stretto in larga parte della città. A luglio, in Cina sono stati segnalati 328 nuovi casi: pochissimi in valore assoluto, ma quasi pari al numero registrato da febbraio a giugno. Ma tanto qui la colpa, come sempre, è del virus «venuto da fuori» che però il sta rendendo difficilmente distinguibili le democrazie dalle dittature.
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Da Texas e Florida muove la protesta contro gli obblighi dei certificati per le attività, tra cui i ristoranti. Sono un caso i contagi attraverso le frontiere. Il presidente teme per le prossime elezioni di metà mandato.In Australia con meno di 1.000 morti, rigidi paletti per chi va all'estero per lavoro. Continua la deriva in stile cinese.Lo speciale contiene due articoli.Le polemiche sul green pass non riguardano solo l'Italia. Forti malumori crescenti si registrano anche negli Stati Uniti, dove Joe Biden è costretto a barcamenarsi su più fronti. A fine luglio, l'inquilino della Casa Bianca ha imposto ai dipendenti federali l'attestazione dell'avvenuta vaccinazione o - in alternativa - dei test a cadenza regolare, auspicando che anche scuole, governi locali e aziende si adeguino a questa linea (una linea che è stata prontamente adottata da alcune grandi società private, come Walt Disney e Walmart). Eppure i problemi non mancano. In primis, questa situazione ha creato delle fibrillazioni tra vari sindacati del settore pubblico, che hanno espresso contrarietà alla misura o invocato una sua preventiva negoziazione. Forti perplessità sono state per esempio manifestate da sigle come Federal law enforcement officers association, National treasury employees union ed American postal workers union. In tal senso, The Hill ha lasciato intendere che la misura sugli obblighi vaccinali andrà probabilmente incontro a una valanga di ricorsi legali. Senza poi trascurare il lato politico della faccenda. L'anno scorso, gran parte del mondo sindacale americano si era schierato con Biden alle elezioni presidenziali. Il fatto che ampi settori di quello stesso mondo inizino adesso a nutrire delle antipatie per il presidente costituisce un campanello d'allarme per il Partito democratico, soprattutto in vista delle elezioni di metà mandato che si terranno a novembre del 2022 e delle voci sempre più insistenti che Donald Trump correrà alle presidenziali del 2024. E proprio la politica costituisce il secondo fronte di scontro che sta impegnando Biden. La linea dell'obbligo vaccinale de facto ha infatti innescato una decisa levata di scudi da parte di alcuni Stati a guida repubblicana. A fine luglio, il governatore del Texas, Greg Abbott, ha firmato un ordine esecutivo per vietare alle agenzie statali di imporre l'obbligo di vaccinazione. Una posizione simile è stata sposata dal governatore della Florida, Ron DeSantis. Costui ha infatti vietato l'obbligo delle mascherine negli istituti scolastici e ha firmato già a maggio un provvedimento contro i passaporti vaccinali. Inoltre, appena l'altro ieri, la Florida ha approvato una direttiva che consente ai genitori di cambiare scuola ai propri figli, nel caso l'istituto imponesse obblighi in materia di mascherine e test. Eppure attenzione: sbaglierebbe chi ritenesse Abbott e DeSantis dei no vax. In realtà, entrambi si sono vaccinati contro il Covid ed entrambi hanno esortato a luglio i cittadini dei propri Stati a seguire il loro esempio. Tra l'altro, è senza dubbio vero che ultimamente sia Florida che Texas abbiano registrato un notevole aumento dei contagi. Ma è altrettanto vero che, secondo i dati della Cnn, entrambi gli Stati abbiano rispettivamente il 49% e il 44% della propria popolazione completamente vaccinata: il che li colloca sostanzialmente a metà classifica nel processo di vaccinazione all'interno dell'Unione. La contrarietà dei governatori all'obbligo dei sieri affonda semmai le proprie radici in due ragioni. La prima è di principio e si rifà alla volontà di limitare il potere dell'autorità pubblica sulle scelte dei singoli: un tema, questo, storicamente molto caro ad alcuni settori del mondo conservatore americano. La seconda ragione è di ordine pratico e chiama in causa lo spinoso dossier dell'immigrazione clandestina. «Perché non fai il tuo lavoro? Perché non metti in sicurezza questa frontiera? Finché non lo farai, non voglio sentire niente sul Covid da te», ha in tal senso tuonato DeSantis, rivolgendosi a Biden. Secondo alcuni, il governatore starebbe soltanto cercando di distogliere l'attenzione dalla situazione sanitaria della Florida. Eppure ieri Nbc News ha rivelato che il 18% delle famiglie che hanno attraversato la frontiera illegalmente nelle ultime due settimane fosse affetta da Covid. Del resto, lo stesso Biden pochi giorni fa ha confermato le politiche del predecessore sulle espulsioni rapide per i migranti contagiati. Non solo: il Washington Examiner ha riportato mercoledì che, nella città texana di McAllen, sono stati rilasciati - nel giro di una sola settimana - 1.500 migranti positivi. Lo stesso sito Politifact, pur criticando DeSantis, ha ammesso che l'«immigrazione illegale può essere un fattore che contribuisce al diffondersi del coronavirus». Insomma, pretendere una sorta di lasciapassare dai cittadini americani quando alla frontiera si registrano simili rischi sanitari stride un po' con il buonsenso. Infine, sulla questione, si registra anche una spaccatura tra gli americani. Un recente sondaggio della Quinnipiac University ha rilevato che la maggioranza dei cittadini sia contraria all'obbligo vaccinale per i dipendenti del settore privato, oltre che per accedere ai ristoranti. Insomma, tra elettori spaccati, malumori sindacali e scontri politici, il «green pass» americano si preannuncia un grattacapo rilevante per Biden. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/rabbia-stati-migranti-biden-midterm-2654565451.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="ma-in-australia-ti-schedano-per-espatriare" data-post-id="2654565451" data-published-at="1628375297" data-use-pagination="False"> Ma in Australia ti schedano per espatriare L'anno scorso era stata una delle prime nazioni a bloccare i voli dall'Italia, ma di mese in mese l'Australia, vaccino o non vaccino, è arrivata a isolare sempre più i propri cittadini. Migliaia di famiglie sono separate dalle severe norme anti contagio, con cittadini che non riescono a tornare in patria neppure per i funerali di un genitore e gente che si vede respingere anche sei volte in tre mesi un'istanza di ricongiungimento. Così aumentano le proteste, sia di chi vorrebbe lasciare il paese, sia di chi vorrebbe rientrare. Intanto a Wuhan, in Cina, dove tutto è cominciato, torna il lockdown e parte una campagna obbligatoria di tamponi molecolari su tutta la popolazione. L'11 marzo del 2020, quando gli italiani erano da poche ore in lockdown, l'Australia si era già distinta per la rapidità con la quale aveva reagito ai primi allarmi Covid19. Il governo guidato dal premier Scott Morrison vietò immediatamente l'ingresso ai residenti non australiani in arrivo dall'Italia, dalla Cina, dalla Corea del Sud e dall'Iran. Mentre agli australiani potevano cavarsela con 14 giorni di quarantena. Al momento del bando, in Australia c'erano stati tre morti da Coronavirus su un centinaio abbondanti di casi. A oggi, i dati ufficiali parlano di 945 morti in tutto, con sei decessi nelle ultime 24 ore. Insomma, con i parametri europei, non esattamente un'ecatombe. Eppure, dal marzo del 2020 l'Australia è rimasta l'unica nazione a vietare l'ingresso ai propri cittadini, ai titolari di un visto temporaneo, ai residenti fissi e a coloro che hanno la doppia cittadinanza. Ed è stato vietato il lavoro all'estero. Non solo, ma a più riprese il governo ha minacciato i propri cittadini con la prigione e multe salatissime nel caso provino a tornare da paesi come l'India. Con il risultato che diversi australiani sono anche morti di Covid in India. Gli ultimi dati parlano di 35.000 australiani in giro per il mondo che provano a tornare a casa e le cui istanze vengono respinte. Non solo, ma anche quando ci si vede accettare la richiesta per gravi motivi, l'ingresso può essere dilazionato sine die per mancanza di spazio nei cosiddetti «quarantine hotel». E negli ultimi giorni, con la scusa della variante Delta, gli australiani che hanno provato a lasciare il paese per andare a lavorare fuori sono stati in buona parte bloccati negli aeroporti perché non sono riusciti a dimostrare «motivi di viaggio davvero impellenti». In teoria, per ragioni gravi di natura familiare o lavorativa si può ottenere di entrare o uscire dall'Australia, ma la discrezionalità in mano alle autorità sanitarie e di polizia è altissima. E il fatto che oltre 8 milioni di cittadini su 25 milioni siano vaccinati non ha impietosito il governo. E così, dopo 17 mesi di blocco delle frontiere, anche i media cominciano a raccontare storie da film. Il Sidney Morning Herald cita il caso di un signore di 35 anni, James Turbitt, che recentemente è tornato in Australia dal Belgio per provare a dare l'ultimo saluto alla madre, gravemente malata. Le autorità gli hanno detto di affittarsi un aereo privato, se voleva uscire anzi tempo dall'hotel dove era stato rinchiuso. Nel frattempo, la madre è morta e lui ora sta mettendo a posto le ultime faccende burocratiche prima di tornarsene in Belgio. Se e quando lo faranno ripartire. Ai giornalisti, il signor Turbitt ha parlato di «norme controproducenti e barbare». La Cnn ha invece mandato in onda, tra le altre, la testimonianza di Kateryna Dmytriyeva, trentenne con una figlia piccola, che non vede la madre da marzo 2020. La mamma ha tentato di tornare in Australia per rinnovare il visto, ma è stata respinta alla frontiera, nonostante comprovati motivi di salute. Allora Kateryna ha provato a partire, nonostante le regole prevedano di dover viaggiare da soli e per almeno tre mesi (misura che di fatto taglia fuori chiunque abbia un lavoro dipendente o bambini piccoli), ma la sua domanda è stata respinta sei volte. Non fanno invece quasi più notizia le prigionie in patria dei cittadini cinesi. Da giovedì scorso a Wuhan, tutti i residenti sono sottoposti a tappeto a test molecolari. La misura è stata presa perché le autorità sanitarie hanno registrato una ripresa dei contagi legati alla variante Delta. E per non correre rischi, è tornato il lockdown stretto in larga parte della città. A luglio, in Cina sono stati segnalati 328 nuovi casi: pochissimi in valore assoluto, ma quasi pari al numero registrato da febbraio a giugno. Ma tanto qui la colpa, come sempre, è del virus «venuto da fuori» che però il sta rendendo difficilmente distinguibili le democrazie dalle dittature.
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La normativa europea ha previsto un sistema graduale: nel 2024 copertura del 40% delle emissioni prodotte, poi salita al 70% nel 2025 e al 100% quest’anno. Un report del Centro studi Confindustria Sardegna ha disegnato uno scenario degli impatti della direttiva Ets trasporto marittimo sulle imprese dell’isola. Nello studio si sottolinea che se per un verso l’imposta dovrebbe accelerare l’introduzione di «innovazioni tecnologiche in grado di fornire un contributo estremamente significativo nella transizione ecologica, per un altro, ad oggi, assistiamo a un incremento esorbitante delle tariffe delle navi a totale discapito del sistema produttivo e del mercato finale». Considerando le due tratte più battute, la Cagliari-Livorno e, viceversa, la Olbia-Livorno, nel primo caso, nel 2024 l’Ets costava 6 euro a metro lineare per mezzo imbarcato (la misura media è di 13,6 metri lineari), con un costo complessivo di 81,60 euro. Nel 2025 l’importo a metro è passato a 16 euro con un sovraccosto di 217,60 euro. Per il 2026 con l’Ets al 100% l’onere, come ipotizza Confindustria, sarà di 27,14 euro a metro lineare e una maggior spesa per mezzo imbarcato di 369,10 euro. Questi rincari si scaricano lungo la filiera fino al consumatore finale. Il sistema Ets sta portando a un aumento anche del costo dei biglietti per i passeggeri. Le compagnie di navigazione hanno inserito nei preventivi una voce specifica, spesso chiamata «Supplemento Ets» o «Eco-Surcharge». Non è una tariffa fissa, ma varia in base alla lunghezza della tratta (ad esempio, la Civitavecchia-Olbia costa meno di supplemento rispetto alla Genova-Porto Torres). Poiché nel 2026 le compagnie devono coprire il 100% delle loro emissioni l’impatto sul prezzo finale è ora più visibile. C’è una nota parzialmente positiva: l’Unione europea ha previsto una deroga (esenzione) per i contratti di Continuità Territoriale fino al 2030. Questo significa che sulle rotte soggette a oneri di servizio pubblico (quelle «statali» con tariffe agevolate per i residenti), l’aumento dovrebbe essere nullo o molto contenuto. Il problema però è che molte rotte per la Sardegna sono operate in regime di «libero mercato» (soprattutto in estate o su tratte non coperte dalla continuità). Su queste navi, il rincaro Ets viene applicato pienamente e pagato da tutti, residenti e turisti. Alcune compagnie stanno cercando di compensare questi costi viaggiando a velocità ridotta per consumare meno carburante e pagare meno tasse, allungando però i tempi di percorrenza. Le aziende sarde hanno problematiche da affrontare anche per rimanere competitive. Per chi vuole risparmiare vale la regola dei voli, ovvero prenotare prima possibile perché i last minute sono diventati sensibilmente più costosi rispetto al passato.
Confitarma, l’associazione degli armatori, ha stimato che l’impatto totale per il sistema Italia nel 2026 dagli Ets a pieno regime, supererà i 600 milioni di euro. Questo costo, avverte l’organizzazione, non può essere assorbito dagli armatori senza mettere a rischio la sopravvivenza delle rotte. È inevitabile, se ne deduce, che potrebbe essere scaricato sulle tariffe. Cifre ufficiali non ci sono.Non c’è solo l’Ets. La Fuel Eu, altro regolamento europeo per diminuire le emissioni di gas serra, crea un costo aggiuntivo in Europa nel 2025 almeno tra 250 e 300 euro a tonnellata. L’aumento dei costi dei traghetti potrebbe spingere alcune aziende a preferire il trasporto tutto su gomma, dove possibile o a delocalizzare, aumentando le emissioni. Pertanto l’imprenditoria sarda si trova a dover pagare una tassa ambientale che chi produce in Lombardia o in Francia, usando camion su strada, non deve pagare allo stesso modo, creando una disparità di mercato. Cna Fita Sardegna ha segnalato che gli aumenti incidono in modo particolare sulle piccole imprese artigiane, già penalizzate dall’assenza di economie di scala e dall’impossibilità di accedere a meccanismi di compensazione automatica.
Sulla Cagliari-Livorno il costo a metro lineare è salito recentemente a 28,50 euro, con un totale di 387,60 euro per semirimorchio. Confrontando i dati con l’ultimo trimestre del 2025, la crescita arriva al 50%. La tratta Olbia-Livorno registra 23,60 euro a metro lineare, con un incremento del 43% rispetto al trimestre precedente. Le tariffe rischiano di rendere insostenibile la logistica per le aziende e c’è il pericolo di una stangata sui prezzi dei beni che viaggiano via mare.Intanto i marittimi respingono l’idea che questi aumenti abbiano a che fare con il costo del lavoro. «Sulle navi si naviga con equipaggi sempre più ridotti», spiegano, «spesso al limite della sicurezza. Non solo non beneficiamo di questi rincari, ma ne subiamo le conseguenze». Secondo i rappresentanti dei lavoratori del mare, negli ultimi anni le compagnie hanno puntato al contenimento dei costi comprimendo il personale. «Si parla di sostenibilità ambientale, ma non di sostenibilità sociale», sottolineano.
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Ecco #DimmiLaVerità del 9 gennaio 2026. Il costituzionalista Stefano Ceccanti, ex parlamentare Pd, spiega le ragioni del comitato La Sinistra che vota Si al referendum sulla giustizia.
Ansa
Tanto è forte l’indignazione che qualcuno sta pensando di denunciare. Lo conferma anche Testa rispondendo a un commento di Ernesto Carbone, membro del Csm in quota Italia viva, in cui si legge: «Illecita? Violazione delle regole? Se sei certo di quello che dici non dovresti scriverlo qui ma in una denuncia». Messaggio cui Testa risponde: «C’è chi ci sta pensando». Alle denunce si aggiunge anche un’interrogazione del vicecapogruppo di Fdi, Salvo Sallemi al ministro Nordio, in cui si chiede di verificare la correttezza dell’informazione nell’ambito della campagna referendaria.
Qualcosa si muove e anche su altri piani. Sul tema dei finanziamenti un giudice autorevole, esponente del Si, sta sollevando dei rilievi anche sul finanziamento del comitato da parte dell’Anm e verificando la possibilità di un ricorso cautelare per evitare e bloccare la distrazione dei fondi a fini non statutari. È anche vero che alcuni sono scettici all’idea di affidare ad Agcom il giudizio perché potrebbe trasformarsi in un boomerang. Enrico Costa di Forza Italia, ipotizza un conflitto d’interessi: «Il comitato Giusto dire No, promosso dall’Anm, indirizzato organicamente dall’Anm, con sede presso l’Anm in Cassazione, finanziato dall’Anm, gode anche di finanziamenti ulteriori e privati; pertanto i magistrati in servizio iscritti all’Anm, attraverso i loro organi rappresentativi, promuovono, indirizzano e finanziano il Comitato attraverso le quote associative, e sono affiancati da soggetti privati che contribuiscono economicamente a pagare le iniziative. Questo schema crea uno stretto legame, non solo politico, ma anche formale tra magistrati in servizio iscritti all’Anm e privati sostenitori che finiscono per praticare una forma di finanziamento indiretto all’Anm, in quanto finanziano il “suo” comitato. Cosa accadrebbe ove un magistrato iscritto all’Anm si trovasse di fronte, nella propria attività in tribunale, un finanziatore del comitato? Si asterrebbe per gravi ragioni di convenienza? Cosa accadrebbe se si trovasse a discutere un procedimento in cui sono parti contrapposte un finanziatore del No e un sostenitore del Sì?».
Lo scontro meno evidente, ma altrettanto vivo, si sta consumando sulle date del voto. Fonti di governo evidenziano che «la legge impone all’esecutivo di decidere entro il 17 gennaio». Si fa riferimento all’articolo 15 della legge n. 352 del 1970, secondo cui il referendum va indetto entro 60 giorni dalla comunicazione dell’ordinanza dell’Ufficio centrale per il referendum, della Corte di cassazione, che ha ammesso le richieste referendarie (il 18 novembre). La stessa norma prevede che il referendum si svolga in una domenica (e un lunedì in questo caso, come stabilito dal cdm del 22 dicembre) compresa tra il cinquantesimo e il settantesimo giorno successivo all’emanazione del decreto di indizione. Il che farebbe ricascare le date a metà marzo (15-16 o, appunto, 22-23 marzo).
D’altro canto, chi sta portando avanti la raccolta firme per un referendum costituzionale sulla riforma stessa (promossa da un comitato di 15 cittadini, che ha tempo fino al 30 gennaio per raggiungere le 500.000 firme necessarie) ha già annunciato che impugnerà «qualsiasi decreto di fissazione del referendum che dovesse venire emesso prima che la Cassazione si sarà espressa su questa raccolta firme. Se il governo vorrà disattendere una costante prassi della storia repubblicana, lo inviteremo a giustificarsi in tutte le sedi opportune. Nei quattro precedenti, il decreto di fissazione del referendum è sempre stato emesso al termine dei tre mesi previsti per la raccolta firme», ha chiarito il portavoce del comitato promotore della raccolta di firme popolari per il referendum sulla Giustizia, Carlo Guglielmi, aggiungendo: «Siamo pronti a impugnare in tutte le sedi. Siamo pronti a fare tutto quello che ci consente il sistema di pesi e contrappesi previsto dalla Costituzione della Repubblica».
Per molti questo sarebbe un nuovo modo per prendere altro tempo. L’obiettivo è sempre lo stesso: arrivare al rinnovo del Consiglio superiore della magistratura con una riforma ancora in attesa di entrare in vigore a causa del tempo tecnico necessario per emanare i decreti attuativi.
Giovanni Bachelet, presidente del Comitato per il No delle associazioni della società civile, commentando l’ipotesi che il referendum si tenga il 22 marzo, ha detto: «Quella delle date non è una nostra battaglia. Noi possiamo fare una buona campagna anche con una data anticipata rispetto a quello che consiglierebbe il buonsenso. A quanto pare il governo ha una grande fretta, ci spiegherà poi perché».
La questione della data «non appassiona» altri promotori del Si, come Luigi Marattin, segretario del Pld. Così anche Forza Italia: «Non ci azzuffiamo per dieci giorni in più o in meno». Il commento di Raffaele Nevi, portavoce nazionale di Forza Italia e vice-capogruppo alla Camera.
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La pressione di Ursula von der Leyen perché il Mercosur passi è fortissima, al punto che ieri la presidenza pro tempore del Consiglio europeo, ora in mano a Cipro, ha respinto la richiesta di non far entrare in vigore l’accordo prima della ratifica del Parlamento, che sarà chiamo a votare sì o no senza modifiche del testo. Il ministro dell’Agricoltura Maria Panayiotou ha affermato: «Contiamo di chiudere entro sabato il Mercosur e gli strumenti di salvaguardia interconnessi». Che però nel testo non ci sono. Modifiche prova farle passare in zona Cesarini il nostro ministro Francesco Lollobrigida in cerca di una giustificazione per il cambio di rotta italiano. Lollobrigida ha proposto di abbassare al 5% la soglia di ribasso dei prezzi che fa scattare la clausola di salvaguardia bloccando l’importazione.
Con queste premesse stamani a palazzo Berlaymont si riuniscono gli «ambasciatori» dei 27 che devono decidere se varare l’accordo con Brasile, Argentina, Uruguay e Paraguay più la Bolivia. Il trattato che è in gestazione da un quarto di secolo è fortemente divisivo ed è contestato duramente dagli agricoltori. Oggi a Milano ci sarà un presidio di un migliaio di trattori, ma dovrebbe abbattere del 90% i dazi su un pacchetto nutrito di prodotti. Loro ci venderanno carne - il Brasile è leader mondiale - riso, zucchero, soia, legumi, carta; l’Europa punta a esportare macchinari, auto, chimica, farmaceutica e fertilizzanti che, vietati in Ue, saranno usati nella Pampa e in Amazzonia.
Qui c’è il primo motivo di allarme per gli agricoltori europei. La B è «ostaggio» delle industrie che dopo i disastri del Green deal pretendono un risarcimento. L’area del Mercosur conta 270 milioni di abitanti e in questo, a parere della Commissione, sta la bontà dell’accordo. Quei consumatori però hanno un reddito annuo che va dai 19.000 dollari dell’Uruguay ai 6.600 in Paraguay contro la media europea di 36.000 euro! Aspettarsi corse agli acquisti è almeno enfatico. L’urgenza della baronessa è tutta geopolitica: vuole dimostrare a Donald Trump che l’ Europa può andare nel giardino di casa degli Usa a fare affari e se vuole può «allearsi» commercialmente con la Cina che nel Mercosur ha già una posizione di forza.
Come spesso capita, la Von der Leyen - vuole chiudere entro domani per andare il 12 gennaio a firmare in Paraguay - però fa i conti senza l’oste. La situazione in Europa è molto critica. Ieri centinaia di trattori hanno stretto d’assedio il parlamento francese e bloccato Parigi: hanno percorso gli Champs Elysees e hanno un presidio permanente all’Eliseo e all’Assemblea nazionale. Se passa il Mercosur il 20 gennaio assedieranno Bruxelles. Proteste ci sono in Grecia con migliaia di agricoltori mobilitati, in Polonia, in Bulgaria e Romania. Il gruppo di Visegrad (Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca e Slovacchia) ha anticipato che voterà contro l’accordo. Il no viene anche dall’Irlanda. Per la verità il nostro ministro Francesco Lollobrigida ha fatto capire che l’Italia dirà sì solo se c’è la clausola di reciprocità. Il passaggio per il governo italiano è assai delicato. Ieri Coldiretti e Filiera Italia hanno emesso un comunicato netto. Ettore Prandini e Luigi Scordamaglia affermano: «Ribadiamo l’opposizione alla firma del Mercosur senza reciprocità: cioè che valgano per i produttori che esportano in Europa le stesse regole imposte agli agricoltori europei. Deve sempre valere il divieto d’ingresso nell’Ue di alimenti ottenuti con sostanze e tecniche bandite da anni nei nostri campi e nelle nostre stalle. L’accordo è un favore della Von der Leyen e dei suoi tecnocrati alle multinazionali straniere, a partire dalle aziende chimiche tedesche come Bayer e Basf a cui sarà consentito di esportare con più facilità fitofarmaci vietati nell’Ue che rientrerebbero nei piatti dei consumatori con le importazioni agevolate. Non basta l’aumento dei controlli in frontiera proposto dalla Commissione; al massimo si arriva al 4% con evidenti rischi per i consumatori. Perciò l’autorità doganale europea deve insediarsi a Roma e va imposta l’etichetta d’origine e cassata la regola dell’ultima trasformazione che fa passare per europeo ciò che europeo non è».
Pare di capire che il prezzo in termini di consenso non è basso per Giorgia Meloni, ma è assai più alto per Ursula von der Leyen. Sulla politica agricola è nata l’Europa, ma ora rischia d’essere la fine della pur fragile intesa europea.
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