
Alina Kabaeva è nel mirino anche delle autorità italiane
In Italia non risulterebbero al momento proprietà a lei riconducibili. Mentre risulterebbero frequenti passaggi nel nostro paese, molto amato dai ricchi russi. D’altra parte il patrimonio personale di Alina Kabaeva sarebbe poca cosa, rispetto a uno qualunque dei grandi oligarchi russi.
Eppure, quando si è trattato di inserire anche lei nell’elenco delle personalità russe sanzionate, il governo Usa ci ha pensato a lungo. E poi ha deciso di non farlo. La ragione di tanta cautela, secondo il Wall Street Journal che ha ricostruito la vicenda, è che colpire lei sarebbe una provocazione per Vladimir Putin. Ex ginnasta, un oro olimpico e nove titoli mondiali prima di essere fermata per doping, la Kabaeva è infatti la «fidanzata» del leader russo. L’amante, dice qualcuno perché la relazione tra i due non mai stata ufficializzata sebbene duri da anni. La madre dei figli più piccoli dell’inquilino del Cremlino. La sua figura, la sua ricchezza e ovviamente i suoi rapporti con Putin sono circondati dalla massima segretezza. Il giornale russo che per primo ha scritto della relazione tra Putin e la Kabaeva si chiamava Moskovskij Korrespondant.
Dopo lo scoop ha chiuso. Qualche dettaglio sulla sua fortuna è noto grazie a una serie di inchieste giornalistiche internazionali: si sa ad esempio che l’incarico di presidente del board di National Media Group, colosso russo dei media, megafono della propaganda del Cremlino, di proprietà di Yuriy Kovalchuk - uno degli alleti più stretti di Putin -le frutta uno stipendio di 10,5 milioni di dollari all’anno. Si sa anche che la nonna allora ottantunenne, Anna Zatsepilina, nel 2013 ricevette in regalo una serie di terreni edificabili in uno dei sobborghi più lussuosi della capitale russa, Uspenskoe, dove 100 metri quadri di terreno possono valere fino a 100 mila dollari. A fare i preziosi doni era stato, in entrambi i casi, Grigory Baevskiy, ex dirigente dell’Agenzia per la gestione degli asset statali, poi passato a lavorare per Arkady Rotemberg, uno dei più vecchi amici di Putin, suo sparring partner di judo, diventato a sua volta multimiliardario grazie a una serie di appalti pubblici.
Infine, Baevskiy si è messo in proprio, ottenendo a sua volta una serie di lucrosi contratti statali. Nel frattempo, ha passato proprietà immobiliari anche a Katerina Tikhonova, una della figlie di primo letto di Putin. E a Alisa Kharcheva, che poco più che ventenne divenne famosa per un post sul suo blog intitolato «Pussy for Putin», corredato da una foto di lei con un gattino: «Un regalo per il presidente». Da un altro oligarca, Gennady Timchenko, avrebbe invece ricevuto un appartamento a San Pietroburgo. Le proprietà della Kabaeva non sono solo in Russia. Trascorre molto tempo in una villa nei pressi di Lugano, da dove si reca spesso anche in Italia. La villa avrebbe un valore di 15 milioni di euro. Una inchiesta di una testata svizzera ha rivelato che ha due figli, uno dei quali è nato in una lussuosa clinica svizzera e l’altro a Mosca. Quello della Kabaeva è uno dei nomi attenzionati dalle autorità italiane che stanno tracciando gli asset degli oligarchi per possibili sanzioni. Anche se il suo nome ancora in quella lista non c’è.
Potrebbe ritrovarselo all’interno, Volodymyr Zelensky, il nemico più ostico da superare. Si chiama Verchovna Rada ed è il Parlamento monocamerale dell’Ucraina. Quattrocentocinquanta deputati, sede Kiev, la Rada rappresenta l’organo legislativo supremo del Paese. Qui si approvano le leggi, si decide la politica estera e hanno il via libera le nomine più importanti. Ma per molti parlamentari da tempo non è più così. Nel senso che non vengono praticamente più consultati e per le riforme che dovrebbero segnare le sorti del Paese si trovano a svolgere un ruolo di meri ratificatori. Schiacciatori di pulsanti rispetto alle decisioni che vengono prese a Bruxelles.
Un malcontento prima strisciante e poi man mano più evidente che si materializza nei numeri: quando si sono tenute le ultime elezioni, anno 2019, Zelensky poteva contare su una maggioranza abbastanza sicura di 254 seggi. Oggi i fedelissimi non superano quota 111. Un problema, grosso. Soprattutto se si considera che i milioni e milioni di aiuti che stanno ancora arrivando dall’Unione europea e dal Fondo monetario internazionale hanno delle condizionalità precise: l’approvazione delle riforme. Zero riforme, zero risorse.
Tre sono i punti di svolta sui quali gli organismi internazionali insistono: lotta alla corruzione, regole dello Stato di diritto e funzionamento delle istituzioni democratiche. Da qui deriva la necessità di un nuovo Codice di procedura penale, l’impellenza di norme che rafforzino l’indipendenza del Nabu (l’ufficio nazionale anticorruzione) o lo sviluppo di sistemi di controllo interno più efficaci.
Ma se Volodymyr Zelensky non ha la maggioranza fa fatica a far approvare le leggi, e se mancano le innovazioni diventano a rischio anche gli aiuti già deliberati ma non ancora distribuiti da Unione europea ed Fmi. Anche perché il presidente ha già rassicurato gli interlocutori: per l’approvazione in Parlamento delle riforme concordate non ci saranno problemi.
Le cifre le conosciamo. Parliamo del nuovo pacchetto da 90 miliardi approvato di recente da Bruxelles (30 miliardi per il sostegno macroeconomico al bilancio e 60 per la difesa) e di ulteriori 7,5 miliardi del programma 2026-2029 targato Fmi, con un primo esborso di poco inferiore al miliardo e mezzo che è stato già erogato.
Che queste risorse siano a rischio non lo diciamo noi ma lo evidenzia il Financial Times in un lungo articolo che riporta anche commenti non proprio lusinghieri dei deputati del popolo ucraino nei confronti del presidente.
Uno stallo si è registrato per esempio sull’introduzione dell’Iva per i piccoli imprenditori e sull’imposizione di un prelievo sui pacchi inviati dall’estero. Misure esplicitamente richieste dal Fondo monetario internazionale che pochi giorni fa mandato in visita a Kiev i suoi funzionare per valutare l’evoluzione delle politiche macroeconomiche dell’Ucraina.
Ma il discorso è molto più generale. E si concentra sulla vera svolta che Bruxelles pretende da Kiev per portare avanti il percorso di adesione nell’Unione: rafforzare le istituzioni anticorruzione. Il problema è che da questo punto di vista sembra tutto fermo.
Anastasia Radina, la rappresentante del partito di Zelensky «Servitore del Popolo» che presiede la commissione anticorruzione della Rada, non fa sconti al governo: «Ha le sue responsabilità», evidenzia sui social, se la riforma anticorruzione che Bruxelles ha chiesto di approvare entro la fine di giugno è ancora in alto mare.
Anche perché il vero cortocircuito che stai inguaiando Zelensky è nato proprio dal malaffare dilagante della politica ucraina. Lo scandalo di fine anno ha, infatti, costretto alle dimissioni il potente capo di gabinetto del presidente, Andriy Yermak. Yermak non è una persona qualsiasi ma per anni è stato il vero numero due del Paese. Ha gestito la politica estera, ha avuto un ruolo centrale nei negoziati e nei rapporti con gli Stati Uniti ed ha partecipato direttamente ai colloqui di pace. Non solo. Perché ha avuto una funzione chiave anche nel garantire la disciplina parlamentare. Fuori Yermak si sono tutti sentiti più liberi. E sono nate le complicazioni.
«Si tratta di una crisi su più livelli», ha evidenziato Vita Dumanska, coordinatrice di Chesno, una Ong ucraina che monitora l’attività politica, al Financial Times. «Il governo ha avuto contatti limitati con la Rada, mentre l’ufficio presidenziale promuoveva autonomamente i disegni di legge. E infatti il governo ha promesso ai partner internazionali che l’Ucraina avrebbe agito senza consultare il Parlamento. Il problema è che quando si tratta di votare i parlamentari non premono più i pulsanti».
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