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2022-09-05
Quando il Covid non si poteva curare
Ansa
Ci hanno raccontato che non c’erano cure e non era vero. Anzi. Dall’inizio sapevano - e ci sono le prove - che la non-cura avrebbe messo a rischio le nostre vite e hanno fatto finta di non saperlo. Hanno dato indicazione di sovvertire tutti i principi della medicina applicati fino alla vigilia della pandemia e un esercito di ignavi medici di famiglia ha obbedito. Ignorati i manuali universitari di infettivologia. Ignorata la clinica; ignorata l’evidenza e ignorata la scienza. Tronfi di menzogne, hanno spadroneggiato nelle tv e sui giornali mainstream, che si sono prestati a questa tragica pagliacciata che si è atteggiata a servire la scienza, omettendo di notare quei segnali che mostravano quanto questa cosiddetta «scienza», propagandata nei titoli a effetto sui quotidiani, fosse in realtà soltanto ciò che veniva divulgato dalla politica.
Fuori dai salotti televisivi, intanto, la gente moriva perché i malati di Covid venivano lasciati senza cure e senza assistenza medica per giorni e giorni e questo accadeva nel pieno rispetto dei protocolli ministeriali, da cui scaturivano le circolari regionali adottate dalle Asl, prima fra tutte quella della Regione Lombardia il 23 marzo 2020, rimasta invariata anche in seconda ondata. Ad aprile 2020 tra i membri del Comitato tecnico scientifico regionale lombardo c’erano il virologo Fabrizio Pregliasco e l’infettivologo Massimo Galli e la circolare scriveva che i medici di famiglia potevano visitare solo pazienti «non Covid» e non influenzati. Mai, prima d’ora, era accaduto che qualcuno fosse lasciato a casa con la febbre, anche alta, senza che un medico andasse a fargli visita; mai suddetti professori sono stati assurti a nostri angeli custodi e guai a chi osasse contraddirli.
Questo, dunque, hanno fatto, con la complicità di quasi tutti i mass media, le autorità sanitarie del nostro Paese, il primo in Europa a essere investito dai contagi e il primo a scoprire che esisteva una strada per salvare vite umane ma che invece di imboccare questa strada ha perseverato nella strategia, senza logica, della fuga scomposta da un virus che era ormai ovunque al posto di aggredirlo, innanzitutto, con la cura. Il nostro ministero della Salute, d’accordo con Aifa, invece che mobilitare i medici di famiglia li ha tenuti chiusi nel loro bunker secondo il principio del «contatto zero», come se fosse una cosa normale non mandare a combattere al fronte un soldato per non rischiare che il soldato venga ucciso, lasciando la gente morire indifesa sotto gli attacchi del nemico. Ai tempi della peste, nel Seicento, i medici visitavano i malati indossando tonaca, guanti e una maschera fatta di legno e invece con il Covid si è deciso di abbandonare i malati, in nome però della salute pubblica. Hanno lasciato gli anziani soli a casa per giorni con la febbre a 40, senza alcuna terapia, mentre si disidratavano, mentre svenivano, mentre in tv dicevano che era colpa della movida.
Intanto l’Italia si attestava come la nazione che registrava una letalità del Covid tra le più alte nel mondo. Ogni 100 malati ne morivano 3,5 quando in Germania ne morivano 1,4, negli Stati Uniti 1,9 e in India 1,5. Ora che è ufficiale, dopo la pubblicazione dello studio dell’istituto Mario Negri sulla prestigiosa rivista scientifica The Lancet, che cure precoci domiciliari del Covid con antinfiammatori avrebbero evitato il 90% delle ospedalizzazioni e che l’utilizzo della tachipirina, oltre che essere pressoché inutile, potrebbe aver causato molti aggravamenti, è dunque necessario ripercorrere questi due anni e mezzo appena trascorsi, perché siamo a quasi 176.000 morti e dunque basta fare un semplice calcolo.
È necessario ricordare, a chi ora tenta di confondere, per l’ennesima volta, le bugie con realtà dicendo che gli antinfiammatori sin da subito sarebbero stati consigliati dalle nostre autorità sanitarie, che invece le stesse autorità, sin da aprile 2020, hanno totalmente ignorato numerosi appelli scritti, ricevuti da diversi gruppi di medici, non collegati tra loro e però tutti concordi nell’affermare che esisteva, stando all’esperienza che si andava acquisendo sul campo, una terapia farmacologica precoce che proprio attraverso l’utilizzo di antinfiammatori stava dando eccellenti risultati. Questi medici usavano farmaci del prontuario, quindi nulla di proibito o sperimentale e visto che i malati così curati guarivano, quasi tutti, anche se anziani e con patologie, si erano decisi a scrivere al ministero della Salute, spiegando appunto che questo approccio terapeutico precoce andava ad agire sulla sintomatologia del Covid, che era poi quella che nei soggetti a rischio portava alla morte. I farmaci, cioè, pur non curando il virus, prevenivano - oppure frenavano - il processo infiammatorio provocato dal virus: impedivano dunque la formazione successiva dei trombi che si era vista essere, dopo le prime autopsie, la causa principale delle morti di Covid.
Il primo degli appelli che dicevano questo era stato consegnato a mano all’allora viceministro della Salute Pierpaolo Sileri dal parlamentare Emilio Carelli, che aveva ricevuto quella lettera da una dottoressa, la professoressa Roberta Ricciardi, neurologa responsabile di reparto all’ospedale universitario di Pisa, che lo aveva firmato insieme con 30 colleghi. Erano, questi ultimi, tutti professionisti autorevoli, come il ricercatore e professore di farmacologia Pier Paolo Sestili, l’anestesista Stefano Manera, i cardiologi Matteo Ciuffreda e Fabrizio Salvucci. Medici ospedalieri impegnati nei reparti Covid fin dalla prima ondata. E poi c’erano le firme di medici di base che vedevano così i loro pazienti guarire.
Ciò nonostante Sileri - il quale, ricordiamolo, è un medico - non fece nulla, se non altro, per verificare se quanto scritto nell’appello fosse vero. Sileri rispose semplicemente via mail alla dottoressa Ricciardi annunciandole che avrebbe sottoposto l’appello, che riteneva interessante, all’Agenzia italiana del farmaco, ma nulla accadde. Neppure quando, qualche settimana dopo, arrivarono sempre a ministero e Aifa altri appelli simili, come quelli firmati da quei medici di base che nel frattempo si erano uniti in un comitato costituito dall’avvocato Erich Grimaldi. Così, la gente continuava a morire perché restava appunto, a casa, ad «aspettare» senza medicine di guarire da sola, o di sviluppare una polmonite interstiziale che l’avrebbe a quel punto condotta al pronto soccorso: è soprattutto per questo che gli ospedali precipitarono nel caos e per questo ci costrinsero ai ripetuti lockdown.
Ancora a novembre 2020, infatti, il protocollo emanato dal ministero di Roberto Speranza dava indicazioni ai medici di base di prescrivere soltanto la tachipirina ai malati di Covid in fase lieve e di restare in «vigile attesa», come se la polmonite interstiziale si sviluppasse nel momento in cui si saliva, ormai senza fiato, in ambulanza; come se non fosse noto, alla comunità scientifica, che la tachipirina per la sua composizione potesse abbassare le difese immunitarie; come se ancora non si fosse capito che il Covid all’inizio era sempre, per tutti, una malattia «lieve», che però se non curata sarebbe potuta, per alcuni, trasformarsi in grave e diventare sì, a un certo punto, incurabile.
Chi scrive scoprì, per prima, dell’esistenza di questi appelli e iniziò a documentare in una serie di servizi andati in onda a Fuori dal coro, sin dall’inizio del gennaio 2021, la tragedia assurda che stavamo vivendo, cioè l’abbandono generalizzato dei malati di Covid a casa, perché la maggior parte dei medici di base continuavano ad attenersi ai protocolli ministeriali, pur di non rischiare conseguenze legali e provvedimenti disciplinari. Nel frattempo, però, sempre più medici iniziarono a curare precocemente i malati con successo e iniziarono ad arrivare anche i primi dati scientifici, attraverso studi retrospettivi come quello del cardiologo professor Alessandro Capucci e dell’oncologo professor Luigi Cavanna, che era finito pure, a primavera 2020, sulla copertina del Time perché all’epoca aveva già guarito dal Covid 300 pazienti a casa.
Intorno, però, un silenzio assordante anche dopo che Sileri, finalmente, ricevette al ministero nell’aprile 2021 - cioè un anno dopo gli appelli -alcuni medici del Comitato promosso dall’avvocato Grimaldi. Allora, molti di questi medici iniziarono, dalla primavera ad autunno 2021, a scendere in piazza, per informare la popolazione. Neanche questo cambiò la narrazione sulla pandemia. Anzi. I medici che avevano salvato vite umane, curando il Covid a casa, iniziarono a essere derisi e diffamati su molti giornali, trasmissioni televisive e social da politici, giornalisti, opinionisti vari e medici famosi, tra cui l’infettivologo Matteo Bassetti e il virologo Roberto Burioni. Questi ultimi ripetevano che sulle cure precoci non c’erano evidenze scientifiche, omettendo di dire che le evidenze scientifiche si sarebbero potute ottenere soltanto con trial clinici che di certo non potevano essere svolti dai medici impegnati in quel momento a soccorrere i malati abbandonati a casa.
Ora le evidenze scientifiche ci sono, dopo 176.000 morti. È stata negata loro la cura per una malattia potenzialmente fatale, con la motivazione che non fosse sicuro che la cura funzionasse anche se i medici, dati alla mano, dicevano di sì e tutto ciò senza che ci fosse, in alternativa, un’altra terapia valida.
«Le nostre terapie si mostrarono valide già nel marzo 2020 ma le boicottarono»
Il dottor Pietro Luigi Garavelli, primario di malattie infettive all’ospedale di Novara, è stato uno dei primi medici a sostenere la validità delle cure domiciliari. Fu definito «il padre dell’idrossiclorochina in Italia» e denunciò che la vaccinazione di massa sarebbe stata presto superata dal proliferare delle varianti.
Lei disse sin dai primi mesi di pandemia quella che oggi improvvisamente viene presentata come una novità: cure precoci del Covid fatte a casa salvano vite umane.
«Già nel marzo 2020, in alcuni centri del Nord Italia, cioè Novara, Ovada, Piacenza e Milano, sulla scorta di conoscenze di tipo generale, tanti medici iniziarono le cure precoci con un farmaco, l’idrossiclorochina, che ha una doppia attività antivirale e antinfiammatoria a cui venivano aggiunti, secondo l’esperienza e il caso specifico, anticoagulanti, cortisonici, antinfiammatori e altri farmaci».
Quando parla di «conoscenze di tipo generale» a che cosa si riferisce?
«Sappiamo che la malattia infettiva va approcciata il prima possibile e l’iniziale conoscenza della fisiopatologia della Covid-19 confermava tale ipotesi. L’importanza di ciò non stava nell’impiego di questa o quella associazione farmacologica, ma era nel timing, cioè nel trattare precocemente i pazienti prima che la malattia virasse da prevalente patogenesi virale a prevalente patogenesi immunitaria. D’altra parte, il concetto che una malattia infettiva vada curata il più precocemente possibile è contenuta nei manuali universitari di infettivologia».
La Regione Piemonte ha ufficializzato questo approccio terapeutico.
«Sì. Un protocollo dell’assessorato regionale alla Sanità si è impegnato con un progetto pilota nel distretto di Acqui-Ovada: si somministra un cocktail di farmaci secondo la filosofia del trattamento precoce. La Regione Piemonte ha così istituzionalizzato le cure precoci domiciliari. In questo modo vennero ridotti di tantissimo i casi gravi e si abbassò di molto la mortalità».
E nessuno sembrò accorgersene…
«Nessuna Regione fece lo stesso. So che il nostro assessore Luigi Icardi, all’epoca coordinatore della Conferenza Stato-Regioni, tentò di sollecitare un’estensione di questo protocollo a livello nazionale ma evidentemente non se ne fece nulla».
Lei fu ascoltato anche in Senato, come il professor Luigi Cavanna di Piacenza, proprio sul tema delle cure domiciliari e sull’importanza di un intervento tempestivo. Era il novembre 2020 e i morti erano meno di 100.000.
«Esatto. Spiegai quello che avevo visto facendo il mio lavoro di primario di infettivologia all’ospedale di Novara. Dissi che il Covid era una malattia che si caratterizzava in diverse fasi: una iniziale di replicazione virale e una di iper risposta infiammatoria, responsabile dei danni sistemici del polmone che conducono alla morte del paziente. E spiegai che esistevano diversi farmaci: gli antivirali aspecifici, due dei quali di impiego territoriale e cioè l’idrossiclorochina e l’azitromicina, e uno a impiego ospedaliero, il remdesivir. C’erano poi altri due farmaci, il desametasone e l’enoxaparina, che alleviano complicanze della patologia, a uso sia territoriale sia ospedaliero. Spiegai che l’idrossiclorochina era molto utile perché esercitava una duplice azione: faceva da antivirale e da immunomodulante. Quindi illustrai quanto era accaduto in Piemonte, cioè del protocollo di cura con cui avevamo iniziato a trattare in fase precoce i malati a casa».
Cosa produsse quella audizione?
«Una mozione che impegnava il governo a coinvolgere i medici esperti di terapie a casa nella revisione dei protocolli di cura, ma questo impegno non fu rispettato. I medici esperti di cure a casa non vennero coinvolti nella stesura dei nuovi protocolli, che infatti non furono revisionati secondo le nostre esperienze sul campo».
L’anno scorso lei è stato oggetto di un’azione disciplinare per aver detto, durante una manifestazione di piazza, che esistevano cure efficaci del Covid e non poteva bastare il vaccino.
«Dissi che i vaccini non erano di garanzia assoluta perché potevano essere perforati dalle varianti che man mano emergevano - secondo il principio di pressione selettiva - e che per fortuna c’erano le cure precoci per trattare quanti si sarebbero ammalati nonostante la vaccinazione, che è quello che vediamo adesso».
Così lei fu accusato di dare la spalla ai cosiddetti no vax.
«Ma io non sono no vax. Io ho sempre detto che i vaccini non sono una garanzia assoluta e che per fortuna ci sono le cure domiciliari. Il problema grande è che in Italia hanno confuso e hanno contrapposto l’approccio vaccinale all’approccio curativo. Essi non sono in opposizione, sono complementari. Ma queste non sono conoscenze di Garavelli. Sono principi contenuti nei testi universitari di microbiologia».
E Burioni twittò: farmaci dannosi
Sono già diverse decine di migliaia, soltanto in Italia, i malati di Covid, tutti sintomatici, che sono stati guariti da ormai più di 2.000 medici grazie a cure precoci domiciliari. Il 30% erano pazienti a rischio e, quando è stato possibile, questi medici li hanno visitati dopo essere stati contattati attraverso le piattaforme sociali attraverso gruppi di assistenza nati sin dall’aprile 2020. A settembre 2021 Mauro Rango, che non è un medico ma è il fondatore del più grande network di assistenza che ha riunito più di 150 medici volontari, Ippocrate.org, organizzò sul tema un convegno in Senato, l’International Covid summit, a cui intervennero medici e scienziati da tutto il mondo.
Il virologo Roberto Burioni, che a Pasqua 2021 aveva definito i medici delle cure domiciliari «praticoni», se la prese in un tweet con il convegno «dove vengono raccontate pericolosissime bugie e promosso l’utilizzo di farmaci che non solo sono inefficaci, ma anche molto dannosi». Il giorno dopo sul Corriere della Sera, lo stesso che per primo, dieci giorni fa, ha dato notizia dello studio di The Lancet sulle cure domiciliari e l’uso dei farmaci antinfiammatori, definì Rango un «guru» e si scagliò contro Ippocrate.org, prendendo a pretesto stralci del convegno che avevano affrontato il tema della prevenzione. Il summit, insomma, divenne sulla stampa un simposio di arruffoni che utilizzavano lo «zenzero» per guarire il Covid e pure un farmaco «per cavalli»: così scrissero in tanti a proposito dell’ivermectina, un antiparassitario che taluni medici di Ippocrate.org usano e che in verità nel mondo è ampiamente utilizzato. L’ivermectina nacque sì come farmaco veterinario, ma è stato autorizzato per uso umano dall’Ema, mentre il Giappone lo ha inserito in un protocollo ufficiale proprio contro il Covid.
Ippocrate.org ha curato a casa 67.000 malati di Covid, dei quali sono morti soltanto in nove. Ma la guerra mediatica contro le cure domiciliari aumentò con il passare dei mesi e vi si arruolarono diverse testate e conduttori televisivi. Non importa se ciò avrebbe portato la gente a non fidarsi delle cure domiciliari, facendo sì che accettasse di restare a casa con la tachipirina in «vigile attesa», così rischiare di aggravarsi. Addirittura, alcuni ordini dei medici, come fece quello di Milano nei confronti del dottor Andrea Stramezzi, intervenne con azioni disciplinari contro i ribelli. Eppure, da tempo erano già disponibili dati che davano ragione a questi medici, come quelli di un anno e mezzo fa in Piemonte, unica Regione che decise di adottare, ufficialmente, un protocollo di cure domiciliari precoci. Grazie a esse il Piemonte ottenne una riduzione della letalità di tre quarti.
Il professore Serafino Fazio, membro del Comitato cure domiciliari Covid-19, su un panel di 339 pazienti non vaccinati over 50 e curati entro 72 ore dai primi sintomi, registrò un solo decesso, quello di un’ultraottantenne con patologie pregresse. Anche i medici di Ippocrate.org pubblicarono uno studio: su 392 pazienti la letalità con cure precoci era dello 0,2, quando la media italiana, con la vigile attesa, oscillava tra il 3 e il 3,8%. Ma non importa. The show must go on.
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È ufficiale: il virus è trattabile. Molti lo dissero subito, ma gli appelli furono ignorati, i guariti dimenticati, i dottori puniti e scherniti da giornaloni e tv. Ecco la vera storia.L’infettivologo di Novara Pietro Luigi Garavelli: «Le autorità sanitarie hanno compiuto un grave errore nel contrapporre rimedi domiciliari e vaccini».L’intervento precoce di 2.000 medici di base ha risanato decine di migliaia di pazienti sintomatici mentre i presunti «esperti» da talk show gettavano fango su quei protocolli.Lo speciale contiene tre articoli.Ci hanno raccontato che non c’erano cure e non era vero. Anzi. Dall’inizio sapevano - e ci sono le prove - che la non-cura avrebbe messo a rischio le nostre vite e hanno fatto finta di non saperlo. Hanno dato indicazione di sovvertire tutti i principi della medicina applicati fino alla vigilia della pandemia e un esercito di ignavi medici di famiglia ha obbedito. Ignorati i manuali universitari di infettivologia. Ignorata la clinica; ignorata l’evidenza e ignorata la scienza. Tronfi di menzogne, hanno spadroneggiato nelle tv e sui giornali mainstream, che si sono prestati a questa tragica pagliacciata che si è atteggiata a servire la scienza, omettendo di notare quei segnali che mostravano quanto questa cosiddetta «scienza», propagandata nei titoli a effetto sui quotidiani, fosse in realtà soltanto ciò che veniva divulgato dalla politica. Fuori dai salotti televisivi, intanto, la gente moriva perché i malati di Covid venivano lasciati senza cure e senza assistenza medica per giorni e giorni e questo accadeva nel pieno rispetto dei protocolli ministeriali, da cui scaturivano le circolari regionali adottate dalle Asl, prima fra tutte quella della Regione Lombardia il 23 marzo 2020, rimasta invariata anche in seconda ondata. Ad aprile 2020 tra i membri del Comitato tecnico scientifico regionale lombardo c’erano il virologo Fabrizio Pregliasco e l’infettivologo Massimo Galli e la circolare scriveva che i medici di famiglia potevano visitare solo pazienti «non Covid» e non influenzati. Mai, prima d’ora, era accaduto che qualcuno fosse lasciato a casa con la febbre, anche alta, senza che un medico andasse a fargli visita; mai suddetti professori sono stati assurti a nostri angeli custodi e guai a chi osasse contraddirli.Questo, dunque, hanno fatto, con la complicità di quasi tutti i mass media, le autorità sanitarie del nostro Paese, il primo in Europa a essere investito dai contagi e il primo a scoprire che esisteva una strada per salvare vite umane ma che invece di imboccare questa strada ha perseverato nella strategia, senza logica, della fuga scomposta da un virus che era ormai ovunque al posto di aggredirlo, innanzitutto, con la cura. Il nostro ministero della Salute, d’accordo con Aifa, invece che mobilitare i medici di famiglia li ha tenuti chiusi nel loro bunker secondo il principio del «contatto zero», come se fosse una cosa normale non mandare a combattere al fronte un soldato per non rischiare che il soldato venga ucciso, lasciando la gente morire indifesa sotto gli attacchi del nemico. Ai tempi della peste, nel Seicento, i medici visitavano i malati indossando tonaca, guanti e una maschera fatta di legno e invece con il Covid si è deciso di abbandonare i malati, in nome però della salute pubblica. Hanno lasciato gli anziani soli a casa per giorni con la febbre a 40, senza alcuna terapia, mentre si disidratavano, mentre svenivano, mentre in tv dicevano che era colpa della movida.Intanto l’Italia si attestava come la nazione che registrava una letalità del Covid tra le più alte nel mondo. Ogni 100 malati ne morivano 3,5 quando in Germania ne morivano 1,4, negli Stati Uniti 1,9 e in India 1,5. Ora che è ufficiale, dopo la pubblicazione dello studio dell’istituto Mario Negri sulla prestigiosa rivista scientifica The Lancet, che cure precoci domiciliari del Covid con antinfiammatori avrebbero evitato il 90% delle ospedalizzazioni e che l’utilizzo della tachipirina, oltre che essere pressoché inutile, potrebbe aver causato molti aggravamenti, è dunque necessario ripercorrere questi due anni e mezzo appena trascorsi, perché siamo a quasi 176.000 morti e dunque basta fare un semplice calcolo.È necessario ricordare, a chi ora tenta di confondere, per l’ennesima volta, le bugie con realtà dicendo che gli antinfiammatori sin da subito sarebbero stati consigliati dalle nostre autorità sanitarie, che invece le stesse autorità, sin da aprile 2020, hanno totalmente ignorato numerosi appelli scritti, ricevuti da diversi gruppi di medici, non collegati tra loro e però tutti concordi nell’affermare che esisteva, stando all’esperienza che si andava acquisendo sul campo, una terapia farmacologica precoce che proprio attraverso l’utilizzo di antinfiammatori stava dando eccellenti risultati. Questi medici usavano farmaci del prontuario, quindi nulla di proibito o sperimentale e visto che i malati così curati guarivano, quasi tutti, anche se anziani e con patologie, si erano decisi a scrivere al ministero della Salute, spiegando appunto che questo approccio terapeutico precoce andava ad agire sulla sintomatologia del Covid, che era poi quella che nei soggetti a rischio portava alla morte. I farmaci, cioè, pur non curando il virus, prevenivano - oppure frenavano - il processo infiammatorio provocato dal virus: impedivano dunque la formazione successiva dei trombi che si era vista essere, dopo le prime autopsie, la causa principale delle morti di Covid.Il primo degli appelli che dicevano questo era stato consegnato a mano all’allora viceministro della Salute Pierpaolo Sileri dal parlamentare Emilio Carelli, che aveva ricevuto quella lettera da una dottoressa, la professoressa Roberta Ricciardi, neurologa responsabile di reparto all’ospedale universitario di Pisa, che lo aveva firmato insieme con 30 colleghi. Erano, questi ultimi, tutti professionisti autorevoli, come il ricercatore e professore di farmacologia Pier Paolo Sestili, l’anestesista Stefano Manera, i cardiologi Matteo Ciuffreda e Fabrizio Salvucci. Medici ospedalieri impegnati nei reparti Covid fin dalla prima ondata. E poi c’erano le firme di medici di base che vedevano così i loro pazienti guarire.Ciò nonostante Sileri - il quale, ricordiamolo, è un medico - non fece nulla, se non altro, per verificare se quanto scritto nell’appello fosse vero. Sileri rispose semplicemente via mail alla dottoressa Ricciardi annunciandole che avrebbe sottoposto l’appello, che riteneva interessante, all’Agenzia italiana del farmaco, ma nulla accadde. Neppure quando, qualche settimana dopo, arrivarono sempre a ministero e Aifa altri appelli simili, come quelli firmati da quei medici di base che nel frattempo si erano uniti in un comitato costituito dall’avvocato Erich Grimaldi. Così, la gente continuava a morire perché restava appunto, a casa, ad «aspettare» senza medicine di guarire da sola, o di sviluppare una polmonite interstiziale che l’avrebbe a quel punto condotta al pronto soccorso: è soprattutto per questo che gli ospedali precipitarono nel caos e per questo ci costrinsero ai ripetuti lockdown.Ancora a novembre 2020, infatti, il protocollo emanato dal ministero di Roberto Speranza dava indicazioni ai medici di base di prescrivere soltanto la tachipirina ai malati di Covid in fase lieve e di restare in «vigile attesa», come se la polmonite interstiziale si sviluppasse nel momento in cui si saliva, ormai senza fiato, in ambulanza; come se non fosse noto, alla comunità scientifica, che la tachipirina per la sua composizione potesse abbassare le difese immunitarie; come se ancora non si fosse capito che il Covid all’inizio era sempre, per tutti, una malattia «lieve», che però se non curata sarebbe potuta, per alcuni, trasformarsi in grave e diventare sì, a un certo punto, incurabile.Chi scrive scoprì, per prima, dell’esistenza di questi appelli e iniziò a documentare in una serie di servizi andati in onda a Fuori dal coro, sin dall’inizio del gennaio 2021, la tragedia assurda che stavamo vivendo, cioè l’abbandono generalizzato dei malati di Covid a casa, perché la maggior parte dei medici di base continuavano ad attenersi ai protocolli ministeriali, pur di non rischiare conseguenze legali e provvedimenti disciplinari. Nel frattempo, però, sempre più medici iniziarono a curare precocemente i malati con successo e iniziarono ad arrivare anche i primi dati scientifici, attraverso studi retrospettivi come quello del cardiologo professor Alessandro Capucci e dell’oncologo professor Luigi Cavanna, che era finito pure, a primavera 2020, sulla copertina del Time perché all’epoca aveva già guarito dal Covid 300 pazienti a casa.Intorno, però, un silenzio assordante anche dopo che Sileri, finalmente, ricevette al ministero nell’aprile 2021 - cioè un anno dopo gli appelli -alcuni medici del Comitato promosso dall’avvocato Grimaldi. Allora, molti di questi medici iniziarono, dalla primavera ad autunno 2021, a scendere in piazza, per informare la popolazione. Neanche questo cambiò la narrazione sulla pandemia. Anzi. I medici che avevano salvato vite umane, curando il Covid a casa, iniziarono a essere derisi e diffamati su molti giornali, trasmissioni televisive e social da politici, giornalisti, opinionisti vari e medici famosi, tra cui l’infettivologo Matteo Bassetti e il virologo Roberto Burioni. Questi ultimi ripetevano che sulle cure precoci non c’erano evidenze scientifiche, omettendo di dire che le evidenze scientifiche si sarebbero potute ottenere soltanto con trial clinici che di certo non potevano essere svolti dai medici impegnati in quel momento a soccorrere i malati abbandonati a casa. Ora le evidenze scientifiche ci sono, dopo 176.000 morti. 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Fu definito «il padre dell’idrossiclorochina in Italia» e denunciò che la vaccinazione di massa sarebbe stata presto superata dal proliferare delle varianti. Lei disse sin dai primi mesi di pandemia quella che oggi improvvisamente viene presentata come una novità: cure precoci del Covid fatte a casa salvano vite umane. «Già nel marzo 2020, in alcuni centri del Nord Italia, cioè Novara, Ovada, Piacenza e Milano, sulla scorta di conoscenze di tipo generale, tanti medici iniziarono le cure precoci con un farmaco, l’idrossiclorochina, che ha una doppia attività antivirale e antinfiammatoria a cui venivano aggiunti, secondo l’esperienza e il caso specifico, anticoagulanti, cortisonici, antinfiammatori e altri farmaci». Quando parla di «conoscenze di tipo generale» a che cosa si riferisce? «Sappiamo che la malattia infettiva va approcciata il prima possibile e l’iniziale conoscenza della fisiopatologia della Covid-19 confermava tale ipotesi. L’importanza di ciò non stava nell’impiego di questa o quella associazione farmacologica, ma era nel timing, cioè nel trattare precocemente i pazienti prima che la malattia virasse da prevalente patogenesi virale a prevalente patogenesi immunitaria. D’altra parte, il concetto che una malattia infettiva vada curata il più precocemente possibile è contenuta nei manuali universitari di infettivologia». La Regione Piemonte ha ufficializzato questo approccio terapeutico. «Sì. Un protocollo dell’assessorato regionale alla Sanità si è impegnato con un progetto pilota nel distretto di Acqui-Ovada: si somministra un cocktail di farmaci secondo la filosofia del trattamento precoce. La Regione Piemonte ha così istituzionalizzato le cure precoci domiciliari. In questo modo vennero ridotti di tantissimo i casi gravi e si abbassò di molto la mortalità». E nessuno sembrò accorgersene… «Nessuna Regione fece lo stesso. So che il nostro assessore Luigi Icardi, all’epoca coordinatore della Conferenza Stato-Regioni, tentò di sollecitare un’estensione di questo protocollo a livello nazionale ma evidentemente non se ne fece nulla». Lei fu ascoltato anche in Senato, come il professor Luigi Cavanna di Piacenza, proprio sul tema delle cure domiciliari e sull’importanza di un intervento tempestivo. Era il novembre 2020 e i morti erano meno di 100.000. «Esatto. Spiegai quello che avevo visto facendo il mio lavoro di primario di infettivologia all’ospedale di Novara. Dissi che il Covid era una malattia che si caratterizzava in diverse fasi: una iniziale di replicazione virale e una di iper risposta infiammatoria, responsabile dei danni sistemici del polmone che conducono alla morte del paziente. E spiegai che esistevano diversi farmaci: gli antivirali aspecifici, due dei quali di impiego territoriale e cioè l’idrossiclorochina e l’azitromicina, e uno a impiego ospedaliero, il remdesivir. C’erano poi altri due farmaci, il desametasone e l’enoxaparina, che alleviano complicanze della patologia, a uso sia territoriale sia ospedaliero. Spiegai che l’idrossiclorochina era molto utile perché esercitava una duplice azione: faceva da antivirale e da immunomodulante. Quindi illustrai quanto era accaduto in Piemonte, cioè del protocollo di cura con cui avevamo iniziato a trattare in fase precoce i malati a casa». Cosa produsse quella audizione? «Una mozione che impegnava il governo a coinvolgere i medici esperti di terapie a casa nella revisione dei protocolli di cura, ma questo impegno non fu rispettato. I medici esperti di cure a casa non vennero coinvolti nella stesura dei nuovi protocolli, che infatti non furono revisionati secondo le nostre esperienze sul campo». L’anno scorso lei è stato oggetto di un’azione disciplinare per aver detto, durante una manifestazione di piazza, che esistevano cure efficaci del Covid e non poteva bastare il vaccino. «Dissi che i vaccini non erano di garanzia assoluta perché potevano essere perforati dalle varianti che man mano emergevano - secondo il principio di pressione selettiva - e che per fortuna c’erano le cure precoci per trattare quanti si sarebbero ammalati nonostante la vaccinazione, che è quello che vediamo adesso». Così lei fu accusato di dare la spalla ai cosiddetti no vax. «Ma io non sono no vax. Io ho sempre detto che i vaccini non sono una garanzia assoluta e che per fortuna ci sono le cure domiciliari. Il problema grande è che in Italia hanno confuso e hanno contrapposto l’approccio vaccinale all’approccio curativo. Essi non sono in opposizione, sono complementari. Ma queste non sono conoscenze di Garavelli. Sono principi contenuti nei testi universitari di microbiologia». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/quando-covid-non-poteva-curare-2658144448.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="e-burioni-twitto-farmaci-dannosi" data-post-id="2658144448" data-published-at="1662311624" data-use-pagination="False"> E Burioni twittò: farmaci dannosi Sono già diverse decine di migliaia, soltanto in Italia, i malati di Covid, tutti sintomatici, che sono stati guariti da ormai più di 2.000 medici grazie a cure precoci domiciliari. Il 30% erano pazienti a rischio e, quando è stato possibile, questi medici li hanno visitati dopo essere stati contattati attraverso le piattaforme sociali attraverso gruppi di assistenza nati sin dall’aprile 2020. A settembre 2021 Mauro Rango, che non è un medico ma è il fondatore del più grande network di assistenza che ha riunito più di 150 medici volontari, Ippocrate.org, organizzò sul tema un convegno in Senato, l’International Covid summit, a cui intervennero medici e scienziati da tutto il mondo. Il virologo Roberto Burioni, che a Pasqua 2021 aveva definito i medici delle cure domiciliari «praticoni», se la prese in un tweet con il convegno «dove vengono raccontate pericolosissime bugie e promosso l’utilizzo di farmaci che non solo sono inefficaci, ma anche molto dannosi». Il giorno dopo sul Corriere della Sera, lo stesso che per primo, dieci giorni fa, ha dato notizia dello studio di The Lancet sulle cure domiciliari e l’uso dei farmaci antinfiammatori, definì Rango un «guru» e si scagliò contro Ippocrate.org, prendendo a pretesto stralci del convegno che avevano affrontato il tema della prevenzione. Il summit, insomma, divenne sulla stampa un simposio di arruffoni che utilizzavano lo «zenzero» per guarire il Covid e pure un farmaco «per cavalli»: così scrissero in tanti a proposito dell’ivermectina, un antiparassitario che taluni medici di Ippocrate.org usano e che in verità nel mondo è ampiamente utilizzato. L’ivermectina nacque sì come farmaco veterinario, ma è stato autorizzato per uso umano dall’Ema, mentre il Giappone lo ha inserito in un protocollo ufficiale proprio contro il Covid. Ippocrate.org ha curato a casa 67.000 malati di Covid, dei quali sono morti soltanto in nove. Ma la guerra mediatica contro le cure domiciliari aumentò con il passare dei mesi e vi si arruolarono diverse testate e conduttori televisivi. Non importa se ciò avrebbe portato la gente a non fidarsi delle cure domiciliari, facendo sì che accettasse di restare a casa con la tachipirina in «vigile attesa», così rischiare di aggravarsi. Addirittura, alcuni ordini dei medici, come fece quello di Milano nei confronti del dottor Andrea Stramezzi, intervenne con azioni disciplinari contro i ribelli. Eppure, da tempo erano già disponibili dati che davano ragione a questi medici, come quelli di un anno e mezzo fa in Piemonte, unica Regione che decise di adottare, ufficialmente, un protocollo di cure domiciliari precoci. Grazie a esse il Piemonte ottenne una riduzione della letalità di tre quarti. Il professore Serafino Fazio, membro del Comitato cure domiciliari Covid-19, su un panel di 339 pazienti non vaccinati over 50 e curati entro 72 ore dai primi sintomi, registrò un solo decesso, quello di un’ultraottantenne con patologie pregresse. Anche i medici di Ippocrate.org pubblicarono uno studio: su 392 pazienti la letalità con cure precoci era dello 0,2, quando la media italiana, con la vigile attesa, oscillava tra il 3 e il 3,8%. Ma non importa. The show must go on.
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Con il bando delle auto con il motore a scoppio dal 2035 (poi inutilmente annacquato) Bruxelles ha invece direttamente spalancato tutte le porte all’industria automobilistica cinese. Del resto, dato il quadro di ciò che è possibile fare, le case automobilistiche si organizzano. La globalizzazione consente ai capitali di muoversi attorno al globo a seconda della convenienza, per sfruttare le migliori condizioni di mercato. L’abbraccio della Germania alla Cina, che risale a qualche decennio fa, ha man mano sancito un’alleanza tra l’industria automobilistica tedesca e quella cinese. Una coalizione che oggi è sfociata nel dominio cinese del settore dell’auto elettrica e ibrida, con i tedeschi in grave crisi nel mercato cinese tanto da minacciare i livelli occupazionali in patria. Tutta l’industria europea dell’auto è stata travolta dalla capacità produttiva cinese, in termini di costi, produttività e persino qualità. Nonostante i dazi e i prezzi minimi che l’Ue ha imposto sulle auto fabbricate in Cina, le quote di mercato che i marchi del Dragone stanno conquistando in Europa sono significative. Forse anche per via dei dazi, ora i cinesi stanno iniziando a stabilirsi direttamente in Europa.
Gli esempi sono moltissimi. Byd ha già investito circa 4 miliardi di euro a Szeged, in Ungheria, dove la fabbrica entrerà in produzione nel 2026 con la piccola Dolphin Surf, per poi arrivare a regime con una capacità di 300.000 unità annue. Parallelamente, Byd sta negoziando con Stellantis e altri produttori europei per rilevare stabilimenti sottoutilizzati, con l’Italia esplicitamente nel mirino come obiettivo di acquisizioni. Il nome che circola con più insistenza sul fronte italiano è Cassino, dove lo stabilimento Stellantis ha prodotto appena 19.000 vetture nel 2025, il 28% in meno rispetto all’anno precedente. Il candidato all’acquisto sarebbe la casa cinese Dongfeng, che potrebbe puntare su una auto elettrica da città sotto i 20.000 euro, un segmento nel quale il mercato italiano è molto sensibile. Non è ancora chiaro se Stellantis venderà o si limiterà ad affittare gli impianti, e i tempi non sono ancora noti. Per un passaggio completo però potrebbero volerci un paio d’anni. Sul fronte sindacale l’ipotesi è stata accolta con favore, ma a scatola chiusa, dato che le intenzioni dei possibili nuovi padroni potrebbero non essere così favorevoli, né c’è stato ancora un confronto sui temi della produttività.
In Spagna c’è ancora più affollamento. Chery è già operativa a Barcellona nell’ex stabilimento Nissan della Zona Franca, con 17.300 veicoli prodotti nel 2025 e un obiettivo di 50.000 nel 2026, puntando a 150.000 entro il 2029. Geely è in trattativa avanzata per acquisire il reparto Body 3 della fabbrica Ford di Almussafes, vicino Valencia, un’area oggi inattiva dopo il pensionamento di Mondeo, Galaxy e S-Max, mentre Ford continua a produrre la sua Kuga su altre linee. Le parti starebbero anche valutando se Geely possa produrre un modello per conto di Ford. Saic, il gruppo proprietario di MG, ha lasciato trapelare che nelle prossime settimane potrebbe arrivare un annuncio su espansioni in Spagna. Le indiscrezioni indicano Ferrol, in Galizia, come sede di un nuovo impianto con una capacità fino a 120.000 veicoli annui. Non è un caso che il presidente di quella regione si sia recato personalmente in Cina per incontrare il vertice del gruppo.
Il marchio Changan sta effettuando sopralluoghi nel nord della Spagna, con l’Aragona tra le opzioni, valutando sia la costruzione di un nuovo impianto sia l’acquisizione di strutture esistenti. Leapmotor, in partnership con Stellantis, si prepara a produrre il Suv elettrico B10 a Saragozza, dove CATL e Stellantis stanno costruendo una gigafactory da 4,1 miliardi di euro per batterie, con produzione attesa entro fine 2026. La scelta della Spagna da parte di così tanti operatori non è casuale. Lì vi sono impianti moderni ma sottoutilizzati, cioè esattamente il tipo di asset che i cinesi cercano, con infrastrutture collaudate, indotto già formato e costi del lavoro più bassi.
Se è vero che i sindacati pensano che l’arrivo dei capitali cinesi sia una buona notizia per i livelli occupazionali, potrebbero andare incontro ad un amaro risveglio. Le manifattura cinese, in qualunque settore, costruisce il proprio vantaggio competitivo su una esasperata efficienza di costo, innanzitutto, e su una produttività a base di robotica e IA. Chiunque non stia al passo dello standard asiatico sarà tagliato fuori.
Come questo giornale ha scritto sin dal 2021, il Green deal non è mai stata una rivoluzione industriale a favore dell’Europa, ma un vincolo esterno industriale disegnato a Berlino e impacchettato a Bruxelles. Dietro la retorica del «fare la nostra parte» per salvare il pianeta (sic) si nascondeva la necessità di ridare fiato al morente settore automobilistico tedesco riscrivendo per legge le regole dell’intero mercato europeo. Un affare gigantesco, come forse mai nella storia si era prospettato. Solo che l’affarone si è involato e da Berlino è atterrato a Pechino. La «vera e propria rivoluzione industriale» annunciata trionfalmente sette anni fa da Frans Timmermans è effettivamente in corso. Semplicemente, non è la nostra.
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Nell’era della digitalizzazione e dell’Intelligenza artificiale, però, gli sprovveduti sono una platea molto più numerosa e facilmente aggirabile per la perfezione dell’inganno. Ieri vi abbiamo raccontato della truffa ai danni dei risparmiatori realizzata clonando la mia identità e immaginando uno scontro con il ceo di Intesa Sanpaolo negli studi di Porta a Porta. Nella trasmissione di Bruno Vespa avrei «sbugiardato» il banchiere cattivo, nella fattispecie Carlo Messina, e lanciato una piattaforma di trading online che, al contrario del sistema creditizio, avrebbe in cura i risparmi degli italiani e con un investimento minimo di 250 euro avrebbe assicurato una buona rendita.
Questa truffa - per la quale mi sto muovendo legalmente con il mio avvocato Eugenio Piccolo, anche a tutela del giornale - l’abbiamo raccontata perché ne avevamo trovato traccia in un banner pubblicitario inserito nella homepage di Repubblica (come da foto pubblicate). Cliccando si apriva l’articolo fake con la grafica di Repubblica altrettanto fake e le foto della finta trasmissione di Vespa. Ovviamente tutti i protagonisti sono all’oscuro: da me a Messina, da Vespa ai colleghi di Repubblica.
Abbiamo anche spiegato il meccanismo. Un’azienda anonima (nel mio caso la Url riporta a una certa «woodupp«) carica la sua pubblicità su uno o più network pubblicitari internazionali. Qui si tratta di MediaGo, di proprietà del colosso cinese Baidu, il secondo motore di ricerca dopo Google. In automatico MediaGo distribuisce su molti grandi siti italiani con cui ha accordi commerciali, inclusa Repubblica, attraverso aste in tempo reale (programmatic advertising) che «atterrano» sulla base del cliente meglio profilato. È il meccanismo con cui lavorano tutti i top player del settore. Repubblica non sceglie quella pubblicità: la riceve automaticamente. La redazione di Repubblica non sa nemmeno che qualcuno ha creato un articolo «come se fosse di Repubblica»: lo sa a segnalazione avvenuta. Però Repubblica incassa perché la raccolta pubblicitaria si contrae e la prende come tutti dai «predatori», i cosiddetti Ott, gli Over the Top (Amazon, Meta, Google…) che raccolgono tutto e smistano alle condizioni di mercato che vogliono. Nel calderone pubblicitario c’è tutto, anche le truffe che quand’anche non fossero create da loro, nei loro vettori viaggiano che è una bellezza, quindi indirettamente ci guadagnano. Perché questo è il far west del Capitalismo della sorveglianza, generato secondo la legge del più forte.
Lo stesso meccanismo distorto è la linfa dell’Intelligenza artificiale, la quale si sta imponendo esattamente replicando la pirateria delle Big Tech quando cominciarono a lavorare sui nostri dati senza avere il permesso di farlo.
Sì può fare qualcosa? Si deve, ma la classe dirigente è troppo impegnata a difendere se stessa. Alcuni mesi fa, Marina Berlusconi, nel ruolo di presidente di Mondadori, aveva lanciato un monito scrivendo una lettera al Corriere e pubblicando contemporaneamente tre titoli per i tipi della Silvio Berlusconi Editore, tre «pezzi» per capire le potenzialità e le minacce della nuova frontiera digitale: Careless People, Gente che se ne frega» (libro boicottato da Zuckerberg) di Sarah Wynn-Williams; La Repubblica tecnologica, di Alex Karp, ceo di Palantir, socio di Peter Thiel (quello delle lezioni sull’anticristo), e La Società Tecnologica», un libro del filosofo e teologo Jacques Ellul.
Vi riporto alcune riflessioni di Marina Berlusconi in quella lettera di presentazione. «Oggi le prime cinque Big Tech assieme - Nvidia, Microsoft, Apple, Alphabet, Amazon - sono arrivate a superare il Pil dell’area euro. Ma attenzione: ridurre tutto ai valori economici non basta, il potere dei giganti della tecnologia va ben oltre. È un potere che rifiuta le regole, cioè la base di qualsiasi società davvero funzionante. Noi editori tradizionali paghiamo le tasse, rispettiamo le leggi, tuteliamo il diritto d’autore e i posti di lavoro - basti pensare che in Italia le piattaforme occupano appena un trentesimo dei lavoratori del settore. Eppure, quasi due terzi del mercato pubblicitario globale vengono inghiottiti dai colossi della Silicon Valley, che fanno esattamente il contrario: per dirla con il titolo del saggio firmato dalla ex-Meta Sarah Wynn-Williams, sono Careless People, “gente che se ne frega”. È concorrenza sleale bella e buona».
E ancora: «I giganti del Tech mettono sul piatto generosi finanziamenti e i dati di miliardi di persone […] Questi colossi non sono più solo aziende private, sono attori politici». Ha ragione!
Si può fare qualcosa, per contrastare questo mondo messo in piedi da predoni e pirati, di cui noi siamo vittime più o meno consapevoli? Sì. E lo dico al governo di centrodestra, al governo «sovranista»: mettete un tetto alla raccolta pubblicitaria di questi Ott, oppure obbligateli a destinare delle quote all’editoria che stanno uccidendo. Lo dice Marina Berlusconi, lo dice la Confindustria del settore col presidente Antonio Marano, lo dicono i grandi, i medi e i piccoli editori. Proprio discutendo di Careless People, Gente che se frega con il deputato di Forza Italia, Francesco Battistoni, riflettevamo che tutti siamo coinvolti, dalla politica alle università, dal giornalismo ai centri studi e persino alla Chiesa: è un tema di libertà, di sicurezza, di resistenza rispetto a questi nuovi Padroni. Che si credono dio.
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Ansa
Per Keir Starmer, già travolto dal disastroso risultato delle amministrative e dall’avanzata di Nigel Farage, si tratta probabilmente del momento più difficile da quando è arrivato a Downing Street. Anche perché Streeting non è un oppositore interno qualsiasi: appartiene, infatti, alla stessa ala moderata e «blairiana» del premier. E proprio per questo il suo attacco rischia di essere devastante.
Nella lunga lettera inviata a Starmer, l’ormai ex ministro della Sanità ha spiegato di avere «perso fiducia» nella sua leadership e, quindi, di non poter restare nel governo «per questione di principio e di onore». Non solo: «Dove servirebbe una visione, abbiamo il vuoto. Dove servirebbe una direzione, siamo alla deriva», ha scritto Streeting, attribuendo direttamente all’impopolarità dell’esecutivo le pesanti sconfitte subite dai laburisti in Inghilterra, Scozia e Galles. Ancora più clamoroso il passaggio finale della lettera: «È ormai chiaro che non sarai tu a guidare il Partito laburista alle prossime elezioni». Un necrologio anticipato.
Streeting, inoltre, ha attaccato duramente la gestione dell’immigrazione da parte del premier, citando polemicamente il controverso discorso sull’«isola di stranieri», con cui Starmer aveva inaugurato la linea dura del Labour (più a parole, invero, che nei fatti), nel tentativo di fermare l’emorragia di consensi verso Reform Uk. Secondo l’ex ministro, però, quella strategia avrebbe contribuito a lasciare il Paese «senza capire chi siamo e che cosa rappresentiamo davvero». In pratica, il premier è riuscito in un colpo solo a non sottrarre voti a Farage e ad alienarsi una parte della propria base progressista.
Per scalzare di Starmer, tuttavia, non basteranno le sole dimissioni dei ministri, seppur eccellenti. Le regole del partito, infatti, prevedono che, per candidarsi alla leadership, serve il sostegno del 20% dei deputati laburisti: oggi significa almeno 81 parlamentari. Solo dopo scatterebbe il voto degli iscritti e dei sindacati. Ed è proprio qui che iniziano i problemi dei possibili successori. Lo stesso Streeting, che presto dovrebbe annunciare formalmente la propria candidatura, ha sì acceso la miccia della rivolta interna, ma non sembra avere numeri sufficienti per conquistare davvero il partito: molti iscritti continuano a considerarlo troppo vicino alla stessa linea moderata che oggi viene contestata a Starmer.
Più insidiosa potrebbe rivelarsi, invece, la candidatura di Angela Rayner, ex vicepremier ed esponente dell’ala sindacale del Labour, appena scagionata nell’inchiesta fiscale che l’aveva costretta alle dimissioni lo scorso anno. Il vero e più credibile antagonista di Starmer, tuttavia, resta Andy Burnham, il popolarissimo sindaco di Manchester soprannominato «il re del Nord». Secondo diversi sondaggi interni, sarebbe proprio Burnham l’unico in grado di battere nettamente Starmer tra gli iscritti del partito. Il problema è che, per candidarsi, dovrebbe prima tornare ai Comuni attraverso un’elezione suppletiva, dato che attualmente non è deputato.
A Westminster, insomma, regna ancora la massima incertezza. Nessuno sa davvero se Starmer riuscirà a resistere o chi, eventualmente, riuscirà a prenderne il posto. Ma una cosa appare ormai chiara a tutti: la partita per il dopo-Starmer è ufficialmente iniziata.
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