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2022-09-05
Quando il Covid non si poteva curare
Ansa
Ci hanno raccontato che non c’erano cure e non era vero. Anzi. Dall’inizio sapevano - e ci sono le prove - che la non-cura avrebbe messo a rischio le nostre vite e hanno fatto finta di non saperlo. Hanno dato indicazione di sovvertire tutti i principi della medicina applicati fino alla vigilia della pandemia e un esercito di ignavi medici di famiglia ha obbedito. Ignorati i manuali universitari di infettivologia. Ignorata la clinica; ignorata l’evidenza e ignorata la scienza. Tronfi di menzogne, hanno spadroneggiato nelle tv e sui giornali mainstream, che si sono prestati a questa tragica pagliacciata che si è atteggiata a servire la scienza, omettendo di notare quei segnali che mostravano quanto questa cosiddetta «scienza», propagandata nei titoli a effetto sui quotidiani, fosse in realtà soltanto ciò che veniva divulgato dalla politica.
Fuori dai salotti televisivi, intanto, la gente moriva perché i malati di Covid venivano lasciati senza cure e senza assistenza medica per giorni e giorni e questo accadeva nel pieno rispetto dei protocolli ministeriali, da cui scaturivano le circolari regionali adottate dalle Asl, prima fra tutte quella della Regione Lombardia il 23 marzo 2020, rimasta invariata anche in seconda ondata. Ad aprile 2020 tra i membri del Comitato tecnico scientifico regionale lombardo c’erano il virologo Fabrizio Pregliasco e l’infettivologo Massimo Galli e la circolare scriveva che i medici di famiglia potevano visitare solo pazienti «non Covid» e non influenzati. Mai, prima d’ora, era accaduto che qualcuno fosse lasciato a casa con la febbre, anche alta, senza che un medico andasse a fargli visita; mai suddetti professori sono stati assurti a nostri angeli custodi e guai a chi osasse contraddirli.
Questo, dunque, hanno fatto, con la complicità di quasi tutti i mass media, le autorità sanitarie del nostro Paese, il primo in Europa a essere investito dai contagi e il primo a scoprire che esisteva una strada per salvare vite umane ma che invece di imboccare questa strada ha perseverato nella strategia, senza logica, della fuga scomposta da un virus che era ormai ovunque al posto di aggredirlo, innanzitutto, con la cura. Il nostro ministero della Salute, d’accordo con Aifa, invece che mobilitare i medici di famiglia li ha tenuti chiusi nel loro bunker secondo il principio del «contatto zero», come se fosse una cosa normale non mandare a combattere al fronte un soldato per non rischiare che il soldato venga ucciso, lasciando la gente morire indifesa sotto gli attacchi del nemico. Ai tempi della peste, nel Seicento, i medici visitavano i malati indossando tonaca, guanti e una maschera fatta di legno e invece con il Covid si è deciso di abbandonare i malati, in nome però della salute pubblica. Hanno lasciato gli anziani soli a casa per giorni con la febbre a 40, senza alcuna terapia, mentre si disidratavano, mentre svenivano, mentre in tv dicevano che era colpa della movida.
Intanto l’Italia si attestava come la nazione che registrava una letalità del Covid tra le più alte nel mondo. Ogni 100 malati ne morivano 3,5 quando in Germania ne morivano 1,4, negli Stati Uniti 1,9 e in India 1,5. Ora che è ufficiale, dopo la pubblicazione dello studio dell’istituto Mario Negri sulla prestigiosa rivista scientifica The Lancet, che cure precoci domiciliari del Covid con antinfiammatori avrebbero evitato il 90% delle ospedalizzazioni e che l’utilizzo della tachipirina, oltre che essere pressoché inutile, potrebbe aver causato molti aggravamenti, è dunque necessario ripercorrere questi due anni e mezzo appena trascorsi, perché siamo a quasi 176.000 morti e dunque basta fare un semplice calcolo.
È necessario ricordare, a chi ora tenta di confondere, per l’ennesima volta, le bugie con realtà dicendo che gli antinfiammatori sin da subito sarebbero stati consigliati dalle nostre autorità sanitarie, che invece le stesse autorità, sin da aprile 2020, hanno totalmente ignorato numerosi appelli scritti, ricevuti da diversi gruppi di medici, non collegati tra loro e però tutti concordi nell’affermare che esisteva, stando all’esperienza che si andava acquisendo sul campo, una terapia farmacologica precoce che proprio attraverso l’utilizzo di antinfiammatori stava dando eccellenti risultati. Questi medici usavano farmaci del prontuario, quindi nulla di proibito o sperimentale e visto che i malati così curati guarivano, quasi tutti, anche se anziani e con patologie, si erano decisi a scrivere al ministero della Salute, spiegando appunto che questo approccio terapeutico precoce andava ad agire sulla sintomatologia del Covid, che era poi quella che nei soggetti a rischio portava alla morte. I farmaci, cioè, pur non curando il virus, prevenivano - oppure frenavano - il processo infiammatorio provocato dal virus: impedivano dunque la formazione successiva dei trombi che si era vista essere, dopo le prime autopsie, la causa principale delle morti di Covid.
Il primo degli appelli che dicevano questo era stato consegnato a mano all’allora viceministro della Salute Pierpaolo Sileri dal parlamentare Emilio Carelli, che aveva ricevuto quella lettera da una dottoressa, la professoressa Roberta Ricciardi, neurologa responsabile di reparto all’ospedale universitario di Pisa, che lo aveva firmato insieme con 30 colleghi. Erano, questi ultimi, tutti professionisti autorevoli, come il ricercatore e professore di farmacologia Pier Paolo Sestili, l’anestesista Stefano Manera, i cardiologi Matteo Ciuffreda e Fabrizio Salvucci. Medici ospedalieri impegnati nei reparti Covid fin dalla prima ondata. E poi c’erano le firme di medici di base che vedevano così i loro pazienti guarire.
Ciò nonostante Sileri - il quale, ricordiamolo, è un medico - non fece nulla, se non altro, per verificare se quanto scritto nell’appello fosse vero. Sileri rispose semplicemente via mail alla dottoressa Ricciardi annunciandole che avrebbe sottoposto l’appello, che riteneva interessante, all’Agenzia italiana del farmaco, ma nulla accadde. Neppure quando, qualche settimana dopo, arrivarono sempre a ministero e Aifa altri appelli simili, come quelli firmati da quei medici di base che nel frattempo si erano uniti in un comitato costituito dall’avvocato Erich Grimaldi. Così, la gente continuava a morire perché restava appunto, a casa, ad «aspettare» senza medicine di guarire da sola, o di sviluppare una polmonite interstiziale che l’avrebbe a quel punto condotta al pronto soccorso: è soprattutto per questo che gli ospedali precipitarono nel caos e per questo ci costrinsero ai ripetuti lockdown.
Ancora a novembre 2020, infatti, il protocollo emanato dal ministero di Roberto Speranza dava indicazioni ai medici di base di prescrivere soltanto la tachipirina ai malati di Covid in fase lieve e di restare in «vigile attesa», come se la polmonite interstiziale si sviluppasse nel momento in cui si saliva, ormai senza fiato, in ambulanza; come se non fosse noto, alla comunità scientifica, che la tachipirina per la sua composizione potesse abbassare le difese immunitarie; come se ancora non si fosse capito che il Covid all’inizio era sempre, per tutti, una malattia «lieve», che però se non curata sarebbe potuta, per alcuni, trasformarsi in grave e diventare sì, a un certo punto, incurabile.
Chi scrive scoprì, per prima, dell’esistenza di questi appelli e iniziò a documentare in una serie di servizi andati in onda a Fuori dal coro, sin dall’inizio del gennaio 2021, la tragedia assurda che stavamo vivendo, cioè l’abbandono generalizzato dei malati di Covid a casa, perché la maggior parte dei medici di base continuavano ad attenersi ai protocolli ministeriali, pur di non rischiare conseguenze legali e provvedimenti disciplinari. Nel frattempo, però, sempre più medici iniziarono a curare precocemente i malati con successo e iniziarono ad arrivare anche i primi dati scientifici, attraverso studi retrospettivi come quello del cardiologo professor Alessandro Capucci e dell’oncologo professor Luigi Cavanna, che era finito pure, a primavera 2020, sulla copertina del Time perché all’epoca aveva già guarito dal Covid 300 pazienti a casa.
Intorno, però, un silenzio assordante anche dopo che Sileri, finalmente, ricevette al ministero nell’aprile 2021 - cioè un anno dopo gli appelli -alcuni medici del Comitato promosso dall’avvocato Grimaldi. Allora, molti di questi medici iniziarono, dalla primavera ad autunno 2021, a scendere in piazza, per informare la popolazione. Neanche questo cambiò la narrazione sulla pandemia. Anzi. I medici che avevano salvato vite umane, curando il Covid a casa, iniziarono a essere derisi e diffamati su molti giornali, trasmissioni televisive e social da politici, giornalisti, opinionisti vari e medici famosi, tra cui l’infettivologo Matteo Bassetti e il virologo Roberto Burioni. Questi ultimi ripetevano che sulle cure precoci non c’erano evidenze scientifiche, omettendo di dire che le evidenze scientifiche si sarebbero potute ottenere soltanto con trial clinici che di certo non potevano essere svolti dai medici impegnati in quel momento a soccorrere i malati abbandonati a casa.
Ora le evidenze scientifiche ci sono, dopo 176.000 morti. È stata negata loro la cura per una malattia potenzialmente fatale, con la motivazione che non fosse sicuro che la cura funzionasse anche se i medici, dati alla mano, dicevano di sì e tutto ciò senza che ci fosse, in alternativa, un’altra terapia valida.
«Le nostre terapie si mostrarono valide già nel marzo 2020 ma le boicottarono»
Il dottor Pietro Luigi Garavelli, primario di malattie infettive all’ospedale di Novara, è stato uno dei primi medici a sostenere la validità delle cure domiciliari. Fu definito «il padre dell’idrossiclorochina in Italia» e denunciò che la vaccinazione di massa sarebbe stata presto superata dal proliferare delle varianti.
Lei disse sin dai primi mesi di pandemia quella che oggi improvvisamente viene presentata come una novità: cure precoci del Covid fatte a casa salvano vite umane.
«Già nel marzo 2020, in alcuni centri del Nord Italia, cioè Novara, Ovada, Piacenza e Milano, sulla scorta di conoscenze di tipo generale, tanti medici iniziarono le cure precoci con un farmaco, l’idrossiclorochina, che ha una doppia attività antivirale e antinfiammatoria a cui venivano aggiunti, secondo l’esperienza e il caso specifico, anticoagulanti, cortisonici, antinfiammatori e altri farmaci».
Quando parla di «conoscenze di tipo generale» a che cosa si riferisce?
«Sappiamo che la malattia infettiva va approcciata il prima possibile e l’iniziale conoscenza della fisiopatologia della Covid-19 confermava tale ipotesi. L’importanza di ciò non stava nell’impiego di questa o quella associazione farmacologica, ma era nel timing, cioè nel trattare precocemente i pazienti prima che la malattia virasse da prevalente patogenesi virale a prevalente patogenesi immunitaria. D’altra parte, il concetto che una malattia infettiva vada curata il più precocemente possibile è contenuta nei manuali universitari di infettivologia».
La Regione Piemonte ha ufficializzato questo approccio terapeutico.
«Sì. Un protocollo dell’assessorato regionale alla Sanità si è impegnato con un progetto pilota nel distretto di Acqui-Ovada: si somministra un cocktail di farmaci secondo la filosofia del trattamento precoce. La Regione Piemonte ha così istituzionalizzato le cure precoci domiciliari. In questo modo vennero ridotti di tantissimo i casi gravi e si abbassò di molto la mortalità».
E nessuno sembrò accorgersene…
«Nessuna Regione fece lo stesso. So che il nostro assessore Luigi Icardi, all’epoca coordinatore della Conferenza Stato-Regioni, tentò di sollecitare un’estensione di questo protocollo a livello nazionale ma evidentemente non se ne fece nulla».
Lei fu ascoltato anche in Senato, come il professor Luigi Cavanna di Piacenza, proprio sul tema delle cure domiciliari e sull’importanza di un intervento tempestivo. Era il novembre 2020 e i morti erano meno di 100.000.
«Esatto. Spiegai quello che avevo visto facendo il mio lavoro di primario di infettivologia all’ospedale di Novara. Dissi che il Covid era una malattia che si caratterizzava in diverse fasi: una iniziale di replicazione virale e una di iper risposta infiammatoria, responsabile dei danni sistemici del polmone che conducono alla morte del paziente. E spiegai che esistevano diversi farmaci: gli antivirali aspecifici, due dei quali di impiego territoriale e cioè l’idrossiclorochina e l’azitromicina, e uno a impiego ospedaliero, il remdesivir. C’erano poi altri due farmaci, il desametasone e l’enoxaparina, che alleviano complicanze della patologia, a uso sia territoriale sia ospedaliero. Spiegai che l’idrossiclorochina era molto utile perché esercitava una duplice azione: faceva da antivirale e da immunomodulante. Quindi illustrai quanto era accaduto in Piemonte, cioè del protocollo di cura con cui avevamo iniziato a trattare in fase precoce i malati a casa».
Cosa produsse quella audizione?
«Una mozione che impegnava il governo a coinvolgere i medici esperti di terapie a casa nella revisione dei protocolli di cura, ma questo impegno non fu rispettato. I medici esperti di cure a casa non vennero coinvolti nella stesura dei nuovi protocolli, che infatti non furono revisionati secondo le nostre esperienze sul campo».
L’anno scorso lei è stato oggetto di un’azione disciplinare per aver detto, durante una manifestazione di piazza, che esistevano cure efficaci del Covid e non poteva bastare il vaccino.
«Dissi che i vaccini non erano di garanzia assoluta perché potevano essere perforati dalle varianti che man mano emergevano - secondo il principio di pressione selettiva - e che per fortuna c’erano le cure precoci per trattare quanti si sarebbero ammalati nonostante la vaccinazione, che è quello che vediamo adesso».
Così lei fu accusato di dare la spalla ai cosiddetti no vax.
«Ma io non sono no vax. Io ho sempre detto che i vaccini non sono una garanzia assoluta e che per fortuna ci sono le cure domiciliari. Il problema grande è che in Italia hanno confuso e hanno contrapposto l’approccio vaccinale all’approccio curativo. Essi non sono in opposizione, sono complementari. Ma queste non sono conoscenze di Garavelli. Sono principi contenuti nei testi universitari di microbiologia».
E Burioni twittò: farmaci dannosi
Sono già diverse decine di migliaia, soltanto in Italia, i malati di Covid, tutti sintomatici, che sono stati guariti da ormai più di 2.000 medici grazie a cure precoci domiciliari. Il 30% erano pazienti a rischio e, quando è stato possibile, questi medici li hanno visitati dopo essere stati contattati attraverso le piattaforme sociali attraverso gruppi di assistenza nati sin dall’aprile 2020. A settembre 2021 Mauro Rango, che non è un medico ma è il fondatore del più grande network di assistenza che ha riunito più di 150 medici volontari, Ippocrate.org, organizzò sul tema un convegno in Senato, l’International Covid summit, a cui intervennero medici e scienziati da tutto il mondo.
Il virologo Roberto Burioni, che a Pasqua 2021 aveva definito i medici delle cure domiciliari «praticoni», se la prese in un tweet con il convegno «dove vengono raccontate pericolosissime bugie e promosso l’utilizzo di farmaci che non solo sono inefficaci, ma anche molto dannosi». Il giorno dopo sul Corriere della Sera, lo stesso che per primo, dieci giorni fa, ha dato notizia dello studio di The Lancet sulle cure domiciliari e l’uso dei farmaci antinfiammatori, definì Rango un «guru» e si scagliò contro Ippocrate.org, prendendo a pretesto stralci del convegno che avevano affrontato il tema della prevenzione. Il summit, insomma, divenne sulla stampa un simposio di arruffoni che utilizzavano lo «zenzero» per guarire il Covid e pure un farmaco «per cavalli»: così scrissero in tanti a proposito dell’ivermectina, un antiparassitario che taluni medici di Ippocrate.org usano e che in verità nel mondo è ampiamente utilizzato. L’ivermectina nacque sì come farmaco veterinario, ma è stato autorizzato per uso umano dall’Ema, mentre il Giappone lo ha inserito in un protocollo ufficiale proprio contro il Covid.
Ippocrate.org ha curato a casa 67.000 malati di Covid, dei quali sono morti soltanto in nove. Ma la guerra mediatica contro le cure domiciliari aumentò con il passare dei mesi e vi si arruolarono diverse testate e conduttori televisivi. Non importa se ciò avrebbe portato la gente a non fidarsi delle cure domiciliari, facendo sì che accettasse di restare a casa con la tachipirina in «vigile attesa», così rischiare di aggravarsi. Addirittura, alcuni ordini dei medici, come fece quello di Milano nei confronti del dottor Andrea Stramezzi, intervenne con azioni disciplinari contro i ribelli. Eppure, da tempo erano già disponibili dati che davano ragione a questi medici, come quelli di un anno e mezzo fa in Piemonte, unica Regione che decise di adottare, ufficialmente, un protocollo di cure domiciliari precoci. Grazie a esse il Piemonte ottenne una riduzione della letalità di tre quarti.
Il professore Serafino Fazio, membro del Comitato cure domiciliari Covid-19, su un panel di 339 pazienti non vaccinati over 50 e curati entro 72 ore dai primi sintomi, registrò un solo decesso, quello di un’ultraottantenne con patologie pregresse. Anche i medici di Ippocrate.org pubblicarono uno studio: su 392 pazienti la letalità con cure precoci era dello 0,2, quando la media italiana, con la vigile attesa, oscillava tra il 3 e il 3,8%. Ma non importa. The show must go on.
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È ufficiale: il virus è trattabile. Molti lo dissero subito, ma gli appelli furono ignorati, i guariti dimenticati, i dottori puniti e scherniti da giornaloni e tv. Ecco la vera storia.L’infettivologo di Novara Pietro Luigi Garavelli: «Le autorità sanitarie hanno compiuto un grave errore nel contrapporre rimedi domiciliari e vaccini».L’intervento precoce di 2.000 medici di base ha risanato decine di migliaia di pazienti sintomatici mentre i presunti «esperti» da talk show gettavano fango su quei protocolli.Lo speciale contiene tre articoli.Ci hanno raccontato che non c’erano cure e non era vero. Anzi. Dall’inizio sapevano - e ci sono le prove - che la non-cura avrebbe messo a rischio le nostre vite e hanno fatto finta di non saperlo. Hanno dato indicazione di sovvertire tutti i principi della medicina applicati fino alla vigilia della pandemia e un esercito di ignavi medici di famiglia ha obbedito. Ignorati i manuali universitari di infettivologia. Ignorata la clinica; ignorata l’evidenza e ignorata la scienza. Tronfi di menzogne, hanno spadroneggiato nelle tv e sui giornali mainstream, che si sono prestati a questa tragica pagliacciata che si è atteggiata a servire la scienza, omettendo di notare quei segnali che mostravano quanto questa cosiddetta «scienza», propagandata nei titoli a effetto sui quotidiani, fosse in realtà soltanto ciò che veniva divulgato dalla politica. Fuori dai salotti televisivi, intanto, la gente moriva perché i malati di Covid venivano lasciati senza cure e senza assistenza medica per giorni e giorni e questo accadeva nel pieno rispetto dei protocolli ministeriali, da cui scaturivano le circolari regionali adottate dalle Asl, prima fra tutte quella della Regione Lombardia il 23 marzo 2020, rimasta invariata anche in seconda ondata. Ad aprile 2020 tra i membri del Comitato tecnico scientifico regionale lombardo c’erano il virologo Fabrizio Pregliasco e l’infettivologo Massimo Galli e la circolare scriveva che i medici di famiglia potevano visitare solo pazienti «non Covid» e non influenzati. Mai, prima d’ora, era accaduto che qualcuno fosse lasciato a casa con la febbre, anche alta, senza che un medico andasse a fargli visita; mai suddetti professori sono stati assurti a nostri angeli custodi e guai a chi osasse contraddirli.Questo, dunque, hanno fatto, con la complicità di quasi tutti i mass media, le autorità sanitarie del nostro Paese, il primo in Europa a essere investito dai contagi e il primo a scoprire che esisteva una strada per salvare vite umane ma che invece di imboccare questa strada ha perseverato nella strategia, senza logica, della fuga scomposta da un virus che era ormai ovunque al posto di aggredirlo, innanzitutto, con la cura. Il nostro ministero della Salute, d’accordo con Aifa, invece che mobilitare i medici di famiglia li ha tenuti chiusi nel loro bunker secondo il principio del «contatto zero», come se fosse una cosa normale non mandare a combattere al fronte un soldato per non rischiare che il soldato venga ucciso, lasciando la gente morire indifesa sotto gli attacchi del nemico. Ai tempi della peste, nel Seicento, i medici visitavano i malati indossando tonaca, guanti e una maschera fatta di legno e invece con il Covid si è deciso di abbandonare i malati, in nome però della salute pubblica. Hanno lasciato gli anziani soli a casa per giorni con la febbre a 40, senza alcuna terapia, mentre si disidratavano, mentre svenivano, mentre in tv dicevano che era colpa della movida.Intanto l’Italia si attestava come la nazione che registrava una letalità del Covid tra le più alte nel mondo. Ogni 100 malati ne morivano 3,5 quando in Germania ne morivano 1,4, negli Stati Uniti 1,9 e in India 1,5. Ora che è ufficiale, dopo la pubblicazione dello studio dell’istituto Mario Negri sulla prestigiosa rivista scientifica The Lancet, che cure precoci domiciliari del Covid con antinfiammatori avrebbero evitato il 90% delle ospedalizzazioni e che l’utilizzo della tachipirina, oltre che essere pressoché inutile, potrebbe aver causato molti aggravamenti, è dunque necessario ripercorrere questi due anni e mezzo appena trascorsi, perché siamo a quasi 176.000 morti e dunque basta fare un semplice calcolo.È necessario ricordare, a chi ora tenta di confondere, per l’ennesima volta, le bugie con realtà dicendo che gli antinfiammatori sin da subito sarebbero stati consigliati dalle nostre autorità sanitarie, che invece le stesse autorità, sin da aprile 2020, hanno totalmente ignorato numerosi appelli scritti, ricevuti da diversi gruppi di medici, non collegati tra loro e però tutti concordi nell’affermare che esisteva, stando all’esperienza che si andava acquisendo sul campo, una terapia farmacologica precoce che proprio attraverso l’utilizzo di antinfiammatori stava dando eccellenti risultati. Questi medici usavano farmaci del prontuario, quindi nulla di proibito o sperimentale e visto che i malati così curati guarivano, quasi tutti, anche se anziani e con patologie, si erano decisi a scrivere al ministero della Salute, spiegando appunto che questo approccio terapeutico precoce andava ad agire sulla sintomatologia del Covid, che era poi quella che nei soggetti a rischio portava alla morte. I farmaci, cioè, pur non curando il virus, prevenivano - oppure frenavano - il processo infiammatorio provocato dal virus: impedivano dunque la formazione successiva dei trombi che si era vista essere, dopo le prime autopsie, la causa principale delle morti di Covid.Il primo degli appelli che dicevano questo era stato consegnato a mano all’allora viceministro della Salute Pierpaolo Sileri dal parlamentare Emilio Carelli, che aveva ricevuto quella lettera da una dottoressa, la professoressa Roberta Ricciardi, neurologa responsabile di reparto all’ospedale universitario di Pisa, che lo aveva firmato insieme con 30 colleghi. Erano, questi ultimi, tutti professionisti autorevoli, come il ricercatore e professore di farmacologia Pier Paolo Sestili, l’anestesista Stefano Manera, i cardiologi Matteo Ciuffreda e Fabrizio Salvucci. Medici ospedalieri impegnati nei reparti Covid fin dalla prima ondata. E poi c’erano le firme di medici di base che vedevano così i loro pazienti guarire.Ciò nonostante Sileri - il quale, ricordiamolo, è un medico - non fece nulla, se non altro, per verificare se quanto scritto nell’appello fosse vero. Sileri rispose semplicemente via mail alla dottoressa Ricciardi annunciandole che avrebbe sottoposto l’appello, che riteneva interessante, all’Agenzia italiana del farmaco, ma nulla accadde. Neppure quando, qualche settimana dopo, arrivarono sempre a ministero e Aifa altri appelli simili, come quelli firmati da quei medici di base che nel frattempo si erano uniti in un comitato costituito dall’avvocato Erich Grimaldi. Così, la gente continuava a morire perché restava appunto, a casa, ad «aspettare» senza medicine di guarire da sola, o di sviluppare una polmonite interstiziale che l’avrebbe a quel punto condotta al pronto soccorso: è soprattutto per questo che gli ospedali precipitarono nel caos e per questo ci costrinsero ai ripetuti lockdown.Ancora a novembre 2020, infatti, il protocollo emanato dal ministero di Roberto Speranza dava indicazioni ai medici di base di prescrivere soltanto la tachipirina ai malati di Covid in fase lieve e di restare in «vigile attesa», come se la polmonite interstiziale si sviluppasse nel momento in cui si saliva, ormai senza fiato, in ambulanza; come se non fosse noto, alla comunità scientifica, che la tachipirina per la sua composizione potesse abbassare le difese immunitarie; come se ancora non si fosse capito che il Covid all’inizio era sempre, per tutti, una malattia «lieve», che però se non curata sarebbe potuta, per alcuni, trasformarsi in grave e diventare sì, a un certo punto, incurabile.Chi scrive scoprì, per prima, dell’esistenza di questi appelli e iniziò a documentare in una serie di servizi andati in onda a Fuori dal coro, sin dall’inizio del gennaio 2021, la tragedia assurda che stavamo vivendo, cioè l’abbandono generalizzato dei malati di Covid a casa, perché la maggior parte dei medici di base continuavano ad attenersi ai protocolli ministeriali, pur di non rischiare conseguenze legali e provvedimenti disciplinari. Nel frattempo, però, sempre più medici iniziarono a curare precocemente i malati con successo e iniziarono ad arrivare anche i primi dati scientifici, attraverso studi retrospettivi come quello del cardiologo professor Alessandro Capucci e dell’oncologo professor Luigi Cavanna, che era finito pure, a primavera 2020, sulla copertina del Time perché all’epoca aveva già guarito dal Covid 300 pazienti a casa.Intorno, però, un silenzio assordante anche dopo che Sileri, finalmente, ricevette al ministero nell’aprile 2021 - cioè un anno dopo gli appelli -alcuni medici del Comitato promosso dall’avvocato Grimaldi. Allora, molti di questi medici iniziarono, dalla primavera ad autunno 2021, a scendere in piazza, per informare la popolazione. Neanche questo cambiò la narrazione sulla pandemia. Anzi. I medici che avevano salvato vite umane, curando il Covid a casa, iniziarono a essere derisi e diffamati su molti giornali, trasmissioni televisive e social da politici, giornalisti, opinionisti vari e medici famosi, tra cui l’infettivologo Matteo Bassetti e il virologo Roberto Burioni. Questi ultimi ripetevano che sulle cure precoci non c’erano evidenze scientifiche, omettendo di dire che le evidenze scientifiche si sarebbero potute ottenere soltanto con trial clinici che di certo non potevano essere svolti dai medici impegnati in quel momento a soccorrere i malati abbandonati a casa. Ora le evidenze scientifiche ci sono, dopo 176.000 morti. 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Fu definito «il padre dell’idrossiclorochina in Italia» e denunciò che la vaccinazione di massa sarebbe stata presto superata dal proliferare delle varianti. Lei disse sin dai primi mesi di pandemia quella che oggi improvvisamente viene presentata come una novità: cure precoci del Covid fatte a casa salvano vite umane. «Già nel marzo 2020, in alcuni centri del Nord Italia, cioè Novara, Ovada, Piacenza e Milano, sulla scorta di conoscenze di tipo generale, tanti medici iniziarono le cure precoci con un farmaco, l’idrossiclorochina, che ha una doppia attività antivirale e antinfiammatoria a cui venivano aggiunti, secondo l’esperienza e il caso specifico, anticoagulanti, cortisonici, antinfiammatori e altri farmaci». Quando parla di «conoscenze di tipo generale» a che cosa si riferisce? «Sappiamo che la malattia infettiva va approcciata il prima possibile e l’iniziale conoscenza della fisiopatologia della Covid-19 confermava tale ipotesi. L’importanza di ciò non stava nell’impiego di questa o quella associazione farmacologica, ma era nel timing, cioè nel trattare precocemente i pazienti prima che la malattia virasse da prevalente patogenesi virale a prevalente patogenesi immunitaria. D’altra parte, il concetto che una malattia infettiva vada curata il più precocemente possibile è contenuta nei manuali universitari di infettivologia». La Regione Piemonte ha ufficializzato questo approccio terapeutico. «Sì. Un protocollo dell’assessorato regionale alla Sanità si è impegnato con un progetto pilota nel distretto di Acqui-Ovada: si somministra un cocktail di farmaci secondo la filosofia del trattamento precoce. La Regione Piemonte ha così istituzionalizzato le cure precoci domiciliari. In questo modo vennero ridotti di tantissimo i casi gravi e si abbassò di molto la mortalità». E nessuno sembrò accorgersene… «Nessuna Regione fece lo stesso. So che il nostro assessore Luigi Icardi, all’epoca coordinatore della Conferenza Stato-Regioni, tentò di sollecitare un’estensione di questo protocollo a livello nazionale ma evidentemente non se ne fece nulla». Lei fu ascoltato anche in Senato, come il professor Luigi Cavanna di Piacenza, proprio sul tema delle cure domiciliari e sull’importanza di un intervento tempestivo. Era il novembre 2020 e i morti erano meno di 100.000. «Esatto. Spiegai quello che avevo visto facendo il mio lavoro di primario di infettivologia all’ospedale di Novara. Dissi che il Covid era una malattia che si caratterizzava in diverse fasi: una iniziale di replicazione virale e una di iper risposta infiammatoria, responsabile dei danni sistemici del polmone che conducono alla morte del paziente. E spiegai che esistevano diversi farmaci: gli antivirali aspecifici, due dei quali di impiego territoriale e cioè l’idrossiclorochina e l’azitromicina, e uno a impiego ospedaliero, il remdesivir. C’erano poi altri due farmaci, il desametasone e l’enoxaparina, che alleviano complicanze della patologia, a uso sia territoriale sia ospedaliero. Spiegai che l’idrossiclorochina era molto utile perché esercitava una duplice azione: faceva da antivirale e da immunomodulante. Quindi illustrai quanto era accaduto in Piemonte, cioè del protocollo di cura con cui avevamo iniziato a trattare in fase precoce i malati a casa». Cosa produsse quella audizione? «Una mozione che impegnava il governo a coinvolgere i medici esperti di terapie a casa nella revisione dei protocolli di cura, ma questo impegno non fu rispettato. I medici esperti di cure a casa non vennero coinvolti nella stesura dei nuovi protocolli, che infatti non furono revisionati secondo le nostre esperienze sul campo». L’anno scorso lei è stato oggetto di un’azione disciplinare per aver detto, durante una manifestazione di piazza, che esistevano cure efficaci del Covid e non poteva bastare il vaccino. «Dissi che i vaccini non erano di garanzia assoluta perché potevano essere perforati dalle varianti che man mano emergevano - secondo il principio di pressione selettiva - e che per fortuna c’erano le cure precoci per trattare quanti si sarebbero ammalati nonostante la vaccinazione, che è quello che vediamo adesso». Così lei fu accusato di dare la spalla ai cosiddetti no vax. «Ma io non sono no vax. Io ho sempre detto che i vaccini non sono una garanzia assoluta e che per fortuna ci sono le cure domiciliari. Il problema grande è che in Italia hanno confuso e hanno contrapposto l’approccio vaccinale all’approccio curativo. Essi non sono in opposizione, sono complementari. Ma queste non sono conoscenze di Garavelli. Sono principi contenuti nei testi universitari di microbiologia». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/quando-covid-non-poteva-curare-2658144448.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="e-burioni-twitto-farmaci-dannosi" data-post-id="2658144448" data-published-at="1662311624" data-use-pagination="False"> E Burioni twittò: farmaci dannosi Sono già diverse decine di migliaia, soltanto in Italia, i malati di Covid, tutti sintomatici, che sono stati guariti da ormai più di 2.000 medici grazie a cure precoci domiciliari. Il 30% erano pazienti a rischio e, quando è stato possibile, questi medici li hanno visitati dopo essere stati contattati attraverso le piattaforme sociali attraverso gruppi di assistenza nati sin dall’aprile 2020. A settembre 2021 Mauro Rango, che non è un medico ma è il fondatore del più grande network di assistenza che ha riunito più di 150 medici volontari, Ippocrate.org, organizzò sul tema un convegno in Senato, l’International Covid summit, a cui intervennero medici e scienziati da tutto il mondo. Il virologo Roberto Burioni, che a Pasqua 2021 aveva definito i medici delle cure domiciliari «praticoni», se la prese in un tweet con il convegno «dove vengono raccontate pericolosissime bugie e promosso l’utilizzo di farmaci che non solo sono inefficaci, ma anche molto dannosi». Il giorno dopo sul Corriere della Sera, lo stesso che per primo, dieci giorni fa, ha dato notizia dello studio di The Lancet sulle cure domiciliari e l’uso dei farmaci antinfiammatori, definì Rango un «guru» e si scagliò contro Ippocrate.org, prendendo a pretesto stralci del convegno che avevano affrontato il tema della prevenzione. Il summit, insomma, divenne sulla stampa un simposio di arruffoni che utilizzavano lo «zenzero» per guarire il Covid e pure un farmaco «per cavalli»: così scrissero in tanti a proposito dell’ivermectina, un antiparassitario che taluni medici di Ippocrate.org usano e che in verità nel mondo è ampiamente utilizzato. L’ivermectina nacque sì come farmaco veterinario, ma è stato autorizzato per uso umano dall’Ema, mentre il Giappone lo ha inserito in un protocollo ufficiale proprio contro il Covid. Ippocrate.org ha curato a casa 67.000 malati di Covid, dei quali sono morti soltanto in nove. Ma la guerra mediatica contro le cure domiciliari aumentò con il passare dei mesi e vi si arruolarono diverse testate e conduttori televisivi. Non importa se ciò avrebbe portato la gente a non fidarsi delle cure domiciliari, facendo sì che accettasse di restare a casa con la tachipirina in «vigile attesa», così rischiare di aggravarsi. Addirittura, alcuni ordini dei medici, come fece quello di Milano nei confronti del dottor Andrea Stramezzi, intervenne con azioni disciplinari contro i ribelli. Eppure, da tempo erano già disponibili dati che davano ragione a questi medici, come quelli di un anno e mezzo fa in Piemonte, unica Regione che decise di adottare, ufficialmente, un protocollo di cure domiciliari precoci. Grazie a esse il Piemonte ottenne una riduzione della letalità di tre quarti. Il professore Serafino Fazio, membro del Comitato cure domiciliari Covid-19, su un panel di 339 pazienti non vaccinati over 50 e curati entro 72 ore dai primi sintomi, registrò un solo decesso, quello di un’ultraottantenne con patologie pregresse. Anche i medici di Ippocrate.org pubblicarono uno studio: su 392 pazienti la letalità con cure precoci era dello 0,2, quando la media italiana, con la vigile attesa, oscillava tra il 3 e il 3,8%. Ma non importa. The show must go on.
Tom Selleck, protagonista della serie «Magnum P.I.» con la Ferrari 308 GTS (Getty Images)
La Ferrari 308 comparve sulla stampa alla fine del 1975. Presentata al salone di Parigi, iniziò ad essere prodotta nel dicembre di 50 anni fa. La nuova due posti secchi del cavallino rampante dovette affrontare difficili sfide all’atto della nascita. La crisi del petrolio mordeva il mercato dell’auto mondiale, mentre le politiche fiscali di quegli anni penalizzavano le cilindrate più alte, che Ferrari aveva in listino con i motori a 12 cilindri. In ultima istanza, la nuova nata avrebbe dovuto essere l’erede delle «Dino», le Ferrari con motore a 8 cilindri che presero il nome dal figlio di Enzo Ferrari prematuramente scomparso nel 1956, la cui ultima serie del 1974 disegnata da Bertone non aveva riscosso particolare consenso. La linea della nuova 308, uscita dallo studio di Pininfarina, sarà invece la chiave del successo della nuova sportiva del cavallino. Le forme rispecchiavano in pieno lo stile del decennio, che prediligevano linee tese più che quelle tondeggianti, con un chiaro accenno all’aspetto della sorella maggiore 512 BB 12 cilindri. Il motore era trasversale centrale e per la prima volta un V8 trovava posto sotto il cofano di una vettura a marchio Ferrari e non Dino.
La cilindrata era di 2.926cc erogante una potenza di 255 Cv. Alimentato da 4 carburatori Weber doppio corpo, la 308 raggiungeva la velocità di punta di 252 km/h ed un’accelerazione da 0 a 100 km/h in 6,5 secondi. I primi esemplari furono costruiti con carrozzeria in vetroresina dalla carrozzeria Scaglietti, che ne produsse poco più di 700 esemplari fino al 1977. La fibra di vetro garantiva particolare riduzione di peso (poco più di 1.000 kg a vuoto) rendendo brillanti la maneggevolezza e le prestazioni. Fu l’enorme successo della 308 GTB (dove G sta per Granturismo, T per motore trasversale e B per berlinetta) a costringere la casa di Maranello a proseguire la produzione adottando una più tradizionale carrozzeria in alluminio in quanto il fiberglass non permetteva l’assemblaggio di grandi numeri con un lavoro semiartigianale come quello applicato ai primi esemplari. Alla 308 GTB si affiancò una «scoperta», la 308 GTS (dove S sta appunto per scoperta) dotata di un tettuccio rimovibile del tipo «targa». Fu questo modello in particolare a rendere celebre in tutto il mondo la Ferrari 308, quando fu scelto per la serie tv americana «Magnum P.I.». Il protagonista, interpretato da Tom Selleck, fu accompagnato per tutte le puntate dalla 308 GTS rossa che entrò così nelle case di milioni di telespettatori. Dal 1980 i motori ricevettero l’iniezione elettronica al posto dei carburatori doppio corpo e nel 1984 nacque la 308 «Quattrovalvole», più affidabile di quella a carburatori e più brillante della precedente versione a iniezione che era stata criticata per l’eccessivo depotenziamento. La 308 fu uno dei più grandi successi commerciali per la casa di Maranello con circa 12.000 esemplari di tutte le serie prodotti fino al 1985. La 8 cilindri segnò la strada per i modelli successivi come la 328, di fatto un’evoluzione della 308 con la quale condivideva la meccanica e l’estetica di base. Oggi la versione in vetroresina è la più ricercata dai collezionisti e raggiunge quotazioni attorno ai 300.000 euro.
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Il 2026 in televisione è fatto di ritorni e conferme: sequel, reboot e spin-off dominano l’anno. Da Scrubs a The Boroughs, da American Love Story a Blade Runner 2099, fino a Portobello di Bellocchio, le serie più attese mescolano nostalgia e novità.
Non sono tante le novità quanti i ritorni, a segnare il 2026 da un punto di vista televisivo. E, mentre sui social network si corre la gara dei buoni propositi, affannandosi a mettere nero su bianco - con fotografie, lunghe tirate e parole pompose - quel che di buono si vuole fare, verrebbe quasi da trovarci un che di retorico nella scelta. Come a dire che pure i grandi produttori abbiano voluto imparare a farsi bastare quel che già c'è anziché investire energie e malumori nell'eterna ricerca di quel che manca. Potrebbe darsi, potrebbe essere. Fatto sta che l'anno appena incominciato presenta poca originalità in termini di serie televisive. Piuttosto, sono le conferme a renderlo ricco: le seconde, terze, quarte stagioni, i reboot, i revival, i prequel o gli spin-off, parte dei quali abbiamo provato a riassumere di seguito.
I sette quadranti
Agatha Christie, di nuovo. Chris Chibnall, ex showrunner di Doctor Who, ha deciso di adattare per il piccolo schermo The seven dials mystery, romanzo datato 1929. Ambientata nell’Inghilterra del 1925, la storia ruota attorno a un gruppo di giovani aristocratici, scosso da una morte apparentemente accidentale e da un enigma, scandito da sette misteriosi quadranti. La storia, forse, è nota, ma il cast, guidato da Helena Bonham Carter e Martin Freeman, promette di far della serie un gioiellino, se non originale, per certo capace di confortare e appagare gli amanti del genere. Su Netflix dal 15 gennaio 2026
Scrubs, reboot
Spiegare cosa sia stata la serie a chi non l'abbia vissuta è pressoché impossibile. Ma chi abbia seguito, anche solo in parte, le peripezie di JD e amici, a quindici anni dalla loro fine, non può non accendersi all'idea di ritrovarle. Le porte del Sacro Cuore tornano ad aprirsi, i suoi corridoi ad affollarsi. Gli amici di allora tornano a muoversi, più stanchi, più cinici, ma sempre parte di una medicina fatta di turni massacranti e tagli perpetui alle risorse. Si ride ancora, di quella risata un po' amara che, nel reboot, è figlia, soprattutto, del presente. Scrubs, così come è stato ripensato, è calato all'interno di un sistema sanitario post-pandemico, in cui l'intelligenza artificiale ha preso il sopravvento e così la precarietà emotiva delle nuove generazioni di specializzandi. Su Disney+ dal 25 febbraio
American Love Story
Un'altra antologia, firmata da Ryan Murphy. Con la sua dose di dramma, ma senza il ricorso - diventato cifra stilistica - all'inquietudine e al soprannaturale. American Love Story, nata dalla costola degli American Story, siano Horror o che altro, è la cronaca di un rapporto tanto problematico quanto mediatico, quello fra John F. Kennedy Jr. e Carolyn Bessette-Kennedy. Lo show, che i Kennedy hanno già tacciato di sciacallaggio, dovrebbe ricostruire tutto: la fascinazione mediatica degli anni Novanta e il disfarsi della coppia, avvenuto sotto lo sguardo morboso dei tabloid, per arrivare, infine, alla tragedia di Martha's Vineyard. Questo, con Naomi Watts ad interpretare l'iconica Jaqueline Kennedy. Su Disney+ da febbraio 2026
The Boroughs
La serie dovrebbe inaugurare un nuovo ciclo, a cura dei Duffer Brothers, quelli di Stranger Things. Non dovrebbero, però, esserci bambini-eroi a popolarlo, ma vecchietti straniti da un incontro inatteso con il soprannaturale. La serie, infatti, pare ambientata all'interno di una residenza per anziani nel deserto del New Mexico, il deserto in cui un gruppo di pensionati scopre la quiete del luogo essere posticcia. Dietro quella calma apparente, dietro la facciata di sorrisi e cura, si celerebbe una minaccia sovrannaturale pronta a rubare loro l’unica cosa che non possono più permettersi di perdere: il tempo. Su Netflix, in data da definirsi
Nord Sud Ovest Est
Un'altra stagione, contraddistinta dal titolo di un'altra canzone. Nord Sud Ovest Est non è un originale, ma il prosieguo dello show che, su Sky, ha saputo ripercorrere la genesi degli 883. Hanno ucciso l'Uomo Ragno è partita dalle fatiche del liceo, da Pavia, la noia diventata arte. Questa seconda stagione va oltre, ritrovando Max Pezzali e Mauro Repettonel momento esatto in cui il loro progetto musicale prende davvero il volo. C'è la nostalgia, dunque, degli anni che furono, le sonorità dei Novanta. Ma c'è, anche, il tentativo di raccontare quanto costi, in termini umani, di amicizie e opportunismi, il successo. Su Sky, in data da definirsi
Blade Runner 2099
Dovrebbe arrivare quest'anno, dopo ritardi e nuove scadenze. Blade Runner 2099, chiamata a recuperare quanto iniziato da Blade Runner 2049, dovrebbe essere ambientata cinquant'anni dopo l'universo replicante, così come lo ha immaginato e raccontato Denise Villeneuve. Il confine, dunque, atto a separare gli esseri umani dalle loro copie artificiali dovrebbe essere ancora più labile, l'urbanizzazione della Terra ormai fuori scala. Su Amazon Prime Video, in data da definirsi
Portobello
Portobello è la serie più attesa fra quelle italiane. Marco Bellocchio, dopo Esterno notte, l'ha portata in anteprima al Festival del Cinema di Venezia, nel settembre 2025. La storia è quella di Enzo Tortora, travolto da un'accusa che si sarebbe rivelata falsa, quella di collusione con la Camorra. Ma è, altresì, la storia di un uomo la cui vita è stata distrutta senza riguardo: è una storia di televisione, di spettacolo e malagiustizia, di una gogna mediatica per la quale nessuno mai si è trovato a pagare. Su Hbo Max, in data da destinarsi
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Alexander Isak (Ansa)
Il giocatore prometteva bene, dopo la buona stagione dell'anno passato al Newcastle. Ma non è andata come si sperava. Alla fine è arrivato anche uno stop fisico che ha interrotto un inserimento già complicato, con pochi gol e assist. Prima dell’infortunio il contributo in campionato dello svedese è stato modesto, insufficiente per un investimento di quella portata. Nello stesso mercato, sempre ad Anfield, è arrivato Florian Wirtz, operazione da oltre cento milioni complessivi. Talento indiscutibile, estetica raffinata, ma numeri a lungo assenti: poche reti, pochi assist, un impatto inferiore a quello che il prezzo faceva sognare. È la distanza tra bellezza e incisività, che nel calcio moderno pesa quanto un risultato.
Il Manchester United ha vissuto una dinamica simile con Matheus Cunha. Pagato circa 62 milioni di sterline, quasi 72 milioni di euro, doveva portare dal Wolverhampton strappi, creatività e gol. Finora ha restituito poco sul piano statistico, appena tre reti, lasciando la sensazione di un acquisto ancora fuori fase rispetto al contesto e alle aspettative. Non è una bocciatura definitiva, ma è l’ennesima dimostrazione di come in Premier il costo amplifichi tutto: giudizi, pressione, fretta.In Serie A le cifre sono più contenute, ma le delusioni seguono una logica simile. Il Milan ha investito circa 37 milioni per Christopher Nkunku, un’operazione importante per il calcio italiano. L’impatto, però, è stato marginale: presenza discontinua, pochi minuti realmente decisivi, nessuna svolta offensiva. Sono arrivati tre gol, uno in Coppa Italia e due in campionato. Negli ultimi giorni si è parlato di una sua possibile cessione in Turchia. Ma domani a quanto pare sarà titolare nella trasferta di Cagliari.
Ancora più sfortunata la vicenda di Ardon Jashari, pagato oltre 35 milioni e fermato quasi subito da un grave infortunio. Qui il mercato si è scontrato con il fattore più imprevedibile: il corpo. Il prezzo resta a bilancio, il rendimento resta sospeso.Eppure, mentre i riflettori seguono i grandi assegni, il calcio continua a produrre valore lontano dalle copertine. In Premier League i casi più interessanti nascono spesso da investimenti medi o bassi, non da quelli monstre. Il Sunderland ha trovato stabilità grazie a Robin Roefs, portiere pagato poco più di 9 milioni di sterline, diventato titolare affidabile con una serie di clean sheet che valgono punti veri. Il Crystal Palacs ha puntato su un mercato contenuto, spendendo 55 milioni di euro e ottenendo rendimento immediato senza dover trasformare giocatori in simboli. Il Brighton continua a confermare il suo modello: esterni offensivi e centrocampisti pagati tra i 12 e i 18 milioni che garantiscono intensità, assist e sostenibilità. La squadra è a metà classifica, ad appena 8 lunghezze dal Liverpool. In Italia il discorso è ancora più netto. L’Atalanta ha investito circa 17 milioni per Nicola Zalewski, ottenendo corsa, duttilità e continuità. Anche la Juventus, con un mercato da 200 milioni di euro, non ha ricevuto al momento quanto sperato dalle novità arrivate. Anche se Edon Zhegrova e Jonathan David sembrano a poco a poco ingranare. Di sicuro uno dei colpi migliori dei bianconeri degli ultimi anni è stato Khéphren Thuram, pagato intorno ai 20 milioni, si è dimostrato un centrocampista dominante per presenza e affidabilità. Il Bologna ha costruito un’altra stagione solida su acquisti sotto i 10–12 milioni, trasformati in titolari grazie a un sistema che valorizza il collettivo più del nome. E poi c’è il caso che racconta meglio di tutti il senso di questa stagione: Adrien Rabiot al Milan. Arrivato senza costo di cartellino, solo con il peso dell’ingaggio, è diventato subito uno dei perni del centrocampo, con minuti, leadership e inserimenti decisivi. Nessuna cifra-record a schiacciarlo, solo rendimento. Il paradosso è evidente.
I flop più fragorosi nascono quasi sempre dall’eccesso, dall’illusione che il mercato possa comprare certezze. I successi più solidi emergono dalla misura: 8, 10, 15, 20 milioni spesi bene possono incidere più di investimenti cinque volte superiori. Spendere tanto non significa sbagliare, ma significa alzare l’asticella del giudizio, trasformare ogni partita in un processo. Spendere meno consente al calcio di respirare, di crescere senza rumore. E ora, con l’apertura imminente della finestra di mercato di gennaio, questo equilibrio tornerà al centro delle scelte: per correggere errori costosi, ma anche per dimostrare, ancora una volta, che nel calcio il valore vero non si compra a colpi di milioni, si costruisce sul campo.
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Iain McGilchrist
Lo psichiatra Iain McGilchrist sfida i cliché sugli emisferi cerebrali: non solo logica e creatività, ma due modi di percepire il mondo. Il predominio del sinistro rischia di impoverire esperienze, relazioni e senso profondo della vita, mentre l’equilibrio favorisce consapevolezza e umanità.
Da oltre un secolo la neuroscienza indaga le differenze tra emisfero destro ed emisfero sinistro, spesso semplificandole in cliché: creatività contro logica, immaginazione contro razionalità. Tuttavia, il lavoro dello psichiatra e filosofo britannico Iain McGilchrist, già consulente presso il Maudsley Hospital di Londra e Fellow di Oxford, riporta la discussione a una profondità che il dibattito pubblico raramente tocca.
Il suo saggio monumentale The Master and His Emissary (2009) ha scosso, all’epoca, il panorama scientifico e culturale, proponendo un’interpretazione radicale: non è solo questione di funzioni diverse, ma di modi di rapportarsi al mondo. In base a quale emisfero «domini» l’esperienza, l’essere umano svilupperebbe comportamenti, strutture sociali e persino visioni della realtà profondamente differenti.
Il cuore del pensiero di McGilchrist si concentra sull’idea che i due emisferi non siano due «metà» equivalenti, bensì due attitudini cognitive perennemente in contatto e comunicanti.
Secondo lo psichiatra inglese l’emisfero sinistro tende a frammentare la realtà, analizzarla, renderla gestibile e quantificabile. Predilige il controllo, la classificazione, il linguaggio (tecnico e non solo), la manipolazione degli oggetti. Mentre l’emisfero destro coglie la visione d’insieme, il contesto, le relazioni. È attento all’ambiguità, all’empatia, ai volti, ai significati non letterali. È l’emisfero della presenza nel mondo.
McGilchrist non parla di «buono» o «cattivo», ma di un equilibrio funzionale che sarebbe la base di un’esistenza sana. L’emisfero destro, più aperto e ricettivo, «vede» il cosmo terrestre e cerca di coglierne i significati nascosti, quelli che vadano oltre la materialità intrinseca; il sinistro, più operativo, pragmatico e laborioso, «lo ghermisce». L’eventuale problema che potrebbe sorgere, secondo lo psichiatra, è quando quest'ultimo emisfero arrivi a prendere il sopravvento sull’altro.
È qui che risiede il nucleo della tesi di McGilchrist: la cultura occidentale contemporanea avrebbe gradualmente favorito, consciamente o inconsciamente, la prospettiva dell’area cerebrale sinistra: procedure rigide, eccesso di astrazione, iper-specializzazione, predominanza del linguaggio tecnico, eccessiva burocratizzazione, il tutto accompagnato da uno smarrimento sistematico del significato profondo delle esperienze umane.
Sulla scia di questa supremazia deleteria, l’individuo rischierebbe di perdere interi pezzi di sé: creatività autentica, intuizione, compassione, una connessione naturale con tutto ciò che lo circonda e, infine, una bussola etica-morale che esuli dalle mere logiche schematiche di produttività.
L’ignorare tale andamento potrebbe portare a diverse gravi conseguenze sia individuali che sociali. Alcuni esempi concreti: una forte tendenza all’alienazione con conseguente disgregazione dei legami sociali, oppure l’invalidazione di qualsiasi esperienza umana emotiva con risultante sensazione di vuoto e depressione.
Secondo McGilchrist, infatti, questo non è solo un tema psicologico del singolo, ma anche un parametro necessario per misurare il benessere collettivo generale. Quando una società privilegia la logica frammentaria e riduzionista, può finire per costruire istituzioni e modelli economici che ne riflettono la stessa visione arida e impoverita.
Al centro del messaggio dell’opera dello psichiatra c’è un invito che suona sorprendentemente semplice: recuperare una percezione integrale dell’esistenza. Non rifiutare l’analisi, ma restituirla al suo posto naturale: un’abilità al servizio di una comprensione più ampia e profonda.
L’emisfero destro, nella prospettiva di McGilchrist, non è il sognatore ingenuo, ma il custode silenzioso di un sapere più antico, capace di intuire complessità che sfuggono ai meccanismi lineari di quello sinistro, elaborando simboli e indizi cognitivi che si nascondono dietro il velo della realtà sensibile.
Le teorie sopra riportate non sono prive di critiche. Alcuni neuroscienziati ritengono eccessivo attribuire caratteri quasi «personalistici» agli emisferi cerebrali, definendolo un approccio troppo riduttivo e un artifizio atto solo a semplificare una materia ancora assai ricca di incognite. Altri, invece, apprezzano la sintesi interdisciplinare elaborata dal britannico, che unisce neuropsicologia, filosofia, storia e antropologia; tuttavia, invitano alla cautela nel generalizzare e a un prudente uso delle metafore divulgative. Ciò che nessuno nega, però, è che il lavoro del medico londinese abbia riportato al centro della discussione un interrogativo essenziale: come la nostra mente costruisce il mondo.
In un’epoca dominata dalla velocità, dalla semplificazione e dall’automazione, l’opera di Iain McGilchrist riecheggia come un invito a recuperare la dimensione umana più ampia: quella capace di ascoltare, di percepire, di vedere oltre la superficie.
In altre parole, a ristabilire un valido e fruttuoso equilibrio tra le due grandi «voci» della nostra mente, nella speranza che capendo maggiormente noi stessi si possa arrivare a comprendere maggiormente anche l’esistenza tutta.
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