True
2022-09-05
Quando il Covid non si poteva curare
Ansa
Ci hanno raccontato che non c’erano cure e non era vero. Anzi. Dall’inizio sapevano - e ci sono le prove - che la non-cura avrebbe messo a rischio le nostre vite e hanno fatto finta di non saperlo. Hanno dato indicazione di sovvertire tutti i principi della medicina applicati fino alla vigilia della pandemia e un esercito di ignavi medici di famiglia ha obbedito. Ignorati i manuali universitari di infettivologia. Ignorata la clinica; ignorata l’evidenza e ignorata la scienza. Tronfi di menzogne, hanno spadroneggiato nelle tv e sui giornali mainstream, che si sono prestati a questa tragica pagliacciata che si è atteggiata a servire la scienza, omettendo di notare quei segnali che mostravano quanto questa cosiddetta «scienza», propagandata nei titoli a effetto sui quotidiani, fosse in realtà soltanto ciò che veniva divulgato dalla politica.
Fuori dai salotti televisivi, intanto, la gente moriva perché i malati di Covid venivano lasciati senza cure e senza assistenza medica per giorni e giorni e questo accadeva nel pieno rispetto dei protocolli ministeriali, da cui scaturivano le circolari regionali adottate dalle Asl, prima fra tutte quella della Regione Lombardia il 23 marzo 2020, rimasta invariata anche in seconda ondata. Ad aprile 2020 tra i membri del Comitato tecnico scientifico regionale lombardo c’erano il virologo Fabrizio Pregliasco e l’infettivologo Massimo Galli e la circolare scriveva che i medici di famiglia potevano visitare solo pazienti «non Covid» e non influenzati. Mai, prima d’ora, era accaduto che qualcuno fosse lasciato a casa con la febbre, anche alta, senza che un medico andasse a fargli visita; mai suddetti professori sono stati assurti a nostri angeli custodi e guai a chi osasse contraddirli.
Questo, dunque, hanno fatto, con la complicità di quasi tutti i mass media, le autorità sanitarie del nostro Paese, il primo in Europa a essere investito dai contagi e il primo a scoprire che esisteva una strada per salvare vite umane ma che invece di imboccare questa strada ha perseverato nella strategia, senza logica, della fuga scomposta da un virus che era ormai ovunque al posto di aggredirlo, innanzitutto, con la cura. Il nostro ministero della Salute, d’accordo con Aifa, invece che mobilitare i medici di famiglia li ha tenuti chiusi nel loro bunker secondo il principio del «contatto zero», come se fosse una cosa normale non mandare a combattere al fronte un soldato per non rischiare che il soldato venga ucciso, lasciando la gente morire indifesa sotto gli attacchi del nemico. Ai tempi della peste, nel Seicento, i medici visitavano i malati indossando tonaca, guanti e una maschera fatta di legno e invece con il Covid si è deciso di abbandonare i malati, in nome però della salute pubblica. Hanno lasciato gli anziani soli a casa per giorni con la febbre a 40, senza alcuna terapia, mentre si disidratavano, mentre svenivano, mentre in tv dicevano che era colpa della movida.
Intanto l’Italia si attestava come la nazione che registrava una letalità del Covid tra le più alte nel mondo. Ogni 100 malati ne morivano 3,5 quando in Germania ne morivano 1,4, negli Stati Uniti 1,9 e in India 1,5. Ora che è ufficiale, dopo la pubblicazione dello studio dell’istituto Mario Negri sulla prestigiosa rivista scientifica The Lancet, che cure precoci domiciliari del Covid con antinfiammatori avrebbero evitato il 90% delle ospedalizzazioni e che l’utilizzo della tachipirina, oltre che essere pressoché inutile, potrebbe aver causato molti aggravamenti, è dunque necessario ripercorrere questi due anni e mezzo appena trascorsi, perché siamo a quasi 176.000 morti e dunque basta fare un semplice calcolo.
È necessario ricordare, a chi ora tenta di confondere, per l’ennesima volta, le bugie con realtà dicendo che gli antinfiammatori sin da subito sarebbero stati consigliati dalle nostre autorità sanitarie, che invece le stesse autorità, sin da aprile 2020, hanno totalmente ignorato numerosi appelli scritti, ricevuti da diversi gruppi di medici, non collegati tra loro e però tutti concordi nell’affermare che esisteva, stando all’esperienza che si andava acquisendo sul campo, una terapia farmacologica precoce che proprio attraverso l’utilizzo di antinfiammatori stava dando eccellenti risultati. Questi medici usavano farmaci del prontuario, quindi nulla di proibito o sperimentale e visto che i malati così curati guarivano, quasi tutti, anche se anziani e con patologie, si erano decisi a scrivere al ministero della Salute, spiegando appunto che questo approccio terapeutico precoce andava ad agire sulla sintomatologia del Covid, che era poi quella che nei soggetti a rischio portava alla morte. I farmaci, cioè, pur non curando il virus, prevenivano - oppure frenavano - il processo infiammatorio provocato dal virus: impedivano dunque la formazione successiva dei trombi che si era vista essere, dopo le prime autopsie, la causa principale delle morti di Covid.
Il primo degli appelli che dicevano questo era stato consegnato a mano all’allora viceministro della Salute Pierpaolo Sileri dal parlamentare Emilio Carelli, che aveva ricevuto quella lettera da una dottoressa, la professoressa Roberta Ricciardi, neurologa responsabile di reparto all’ospedale universitario di Pisa, che lo aveva firmato insieme con 30 colleghi. Erano, questi ultimi, tutti professionisti autorevoli, come il ricercatore e professore di farmacologia Pier Paolo Sestili, l’anestesista Stefano Manera, i cardiologi Matteo Ciuffreda e Fabrizio Salvucci. Medici ospedalieri impegnati nei reparti Covid fin dalla prima ondata. E poi c’erano le firme di medici di base che vedevano così i loro pazienti guarire.
Ciò nonostante Sileri - il quale, ricordiamolo, è un medico - non fece nulla, se non altro, per verificare se quanto scritto nell’appello fosse vero. Sileri rispose semplicemente via mail alla dottoressa Ricciardi annunciandole che avrebbe sottoposto l’appello, che riteneva interessante, all’Agenzia italiana del farmaco, ma nulla accadde. Neppure quando, qualche settimana dopo, arrivarono sempre a ministero e Aifa altri appelli simili, come quelli firmati da quei medici di base che nel frattempo si erano uniti in un comitato costituito dall’avvocato Erich Grimaldi. Così, la gente continuava a morire perché restava appunto, a casa, ad «aspettare» senza medicine di guarire da sola, o di sviluppare una polmonite interstiziale che l’avrebbe a quel punto condotta al pronto soccorso: è soprattutto per questo che gli ospedali precipitarono nel caos e per questo ci costrinsero ai ripetuti lockdown.
Ancora a novembre 2020, infatti, il protocollo emanato dal ministero di Roberto Speranza dava indicazioni ai medici di base di prescrivere soltanto la tachipirina ai malati di Covid in fase lieve e di restare in «vigile attesa», come se la polmonite interstiziale si sviluppasse nel momento in cui si saliva, ormai senza fiato, in ambulanza; come se non fosse noto, alla comunità scientifica, che la tachipirina per la sua composizione potesse abbassare le difese immunitarie; come se ancora non si fosse capito che il Covid all’inizio era sempre, per tutti, una malattia «lieve», che però se non curata sarebbe potuta, per alcuni, trasformarsi in grave e diventare sì, a un certo punto, incurabile.
Chi scrive scoprì, per prima, dell’esistenza di questi appelli e iniziò a documentare in una serie di servizi andati in onda a Fuori dal coro, sin dall’inizio del gennaio 2021, la tragedia assurda che stavamo vivendo, cioè l’abbandono generalizzato dei malati di Covid a casa, perché la maggior parte dei medici di base continuavano ad attenersi ai protocolli ministeriali, pur di non rischiare conseguenze legali e provvedimenti disciplinari. Nel frattempo, però, sempre più medici iniziarono a curare precocemente i malati con successo e iniziarono ad arrivare anche i primi dati scientifici, attraverso studi retrospettivi come quello del cardiologo professor Alessandro Capucci e dell’oncologo professor Luigi Cavanna, che era finito pure, a primavera 2020, sulla copertina del Time perché all’epoca aveva già guarito dal Covid 300 pazienti a casa.
Intorno, però, un silenzio assordante anche dopo che Sileri, finalmente, ricevette al ministero nell’aprile 2021 - cioè un anno dopo gli appelli -alcuni medici del Comitato promosso dall’avvocato Grimaldi. Allora, molti di questi medici iniziarono, dalla primavera ad autunno 2021, a scendere in piazza, per informare la popolazione. Neanche questo cambiò la narrazione sulla pandemia. Anzi. I medici che avevano salvato vite umane, curando il Covid a casa, iniziarono a essere derisi e diffamati su molti giornali, trasmissioni televisive e social da politici, giornalisti, opinionisti vari e medici famosi, tra cui l’infettivologo Matteo Bassetti e il virologo Roberto Burioni. Questi ultimi ripetevano che sulle cure precoci non c’erano evidenze scientifiche, omettendo di dire che le evidenze scientifiche si sarebbero potute ottenere soltanto con trial clinici che di certo non potevano essere svolti dai medici impegnati in quel momento a soccorrere i malati abbandonati a casa.
Ora le evidenze scientifiche ci sono, dopo 176.000 morti. È stata negata loro la cura per una malattia potenzialmente fatale, con la motivazione che non fosse sicuro che la cura funzionasse anche se i medici, dati alla mano, dicevano di sì e tutto ciò senza che ci fosse, in alternativa, un’altra terapia valida.
«Le nostre terapie si mostrarono valide già nel marzo 2020 ma le boicottarono»
Il dottor Pietro Luigi Garavelli, primario di malattie infettive all’ospedale di Novara, è stato uno dei primi medici a sostenere la validità delle cure domiciliari. Fu definito «il padre dell’idrossiclorochina in Italia» e denunciò che la vaccinazione di massa sarebbe stata presto superata dal proliferare delle varianti.
Lei disse sin dai primi mesi di pandemia quella che oggi improvvisamente viene presentata come una novità: cure precoci del Covid fatte a casa salvano vite umane.
«Già nel marzo 2020, in alcuni centri del Nord Italia, cioè Novara, Ovada, Piacenza e Milano, sulla scorta di conoscenze di tipo generale, tanti medici iniziarono le cure precoci con un farmaco, l’idrossiclorochina, che ha una doppia attività antivirale e antinfiammatoria a cui venivano aggiunti, secondo l’esperienza e il caso specifico, anticoagulanti, cortisonici, antinfiammatori e altri farmaci».
Quando parla di «conoscenze di tipo generale» a che cosa si riferisce?
«Sappiamo che la malattia infettiva va approcciata il prima possibile e l’iniziale conoscenza della fisiopatologia della Covid-19 confermava tale ipotesi. L’importanza di ciò non stava nell’impiego di questa o quella associazione farmacologica, ma era nel timing, cioè nel trattare precocemente i pazienti prima che la malattia virasse da prevalente patogenesi virale a prevalente patogenesi immunitaria. D’altra parte, il concetto che una malattia infettiva vada curata il più precocemente possibile è contenuta nei manuali universitari di infettivologia».
La Regione Piemonte ha ufficializzato questo approccio terapeutico.
«Sì. Un protocollo dell’assessorato regionale alla Sanità si è impegnato con un progetto pilota nel distretto di Acqui-Ovada: si somministra un cocktail di farmaci secondo la filosofia del trattamento precoce. La Regione Piemonte ha così istituzionalizzato le cure precoci domiciliari. In questo modo vennero ridotti di tantissimo i casi gravi e si abbassò di molto la mortalità».
E nessuno sembrò accorgersene…
«Nessuna Regione fece lo stesso. So che il nostro assessore Luigi Icardi, all’epoca coordinatore della Conferenza Stato-Regioni, tentò di sollecitare un’estensione di questo protocollo a livello nazionale ma evidentemente non se ne fece nulla».
Lei fu ascoltato anche in Senato, come il professor Luigi Cavanna di Piacenza, proprio sul tema delle cure domiciliari e sull’importanza di un intervento tempestivo. Era il novembre 2020 e i morti erano meno di 100.000.
«Esatto. Spiegai quello che avevo visto facendo il mio lavoro di primario di infettivologia all’ospedale di Novara. Dissi che il Covid era una malattia che si caratterizzava in diverse fasi: una iniziale di replicazione virale e una di iper risposta infiammatoria, responsabile dei danni sistemici del polmone che conducono alla morte del paziente. E spiegai che esistevano diversi farmaci: gli antivirali aspecifici, due dei quali di impiego territoriale e cioè l’idrossiclorochina e l’azitromicina, e uno a impiego ospedaliero, il remdesivir. C’erano poi altri due farmaci, il desametasone e l’enoxaparina, che alleviano complicanze della patologia, a uso sia territoriale sia ospedaliero. Spiegai che l’idrossiclorochina era molto utile perché esercitava una duplice azione: faceva da antivirale e da immunomodulante. Quindi illustrai quanto era accaduto in Piemonte, cioè del protocollo di cura con cui avevamo iniziato a trattare in fase precoce i malati a casa».
Cosa produsse quella audizione?
«Una mozione che impegnava il governo a coinvolgere i medici esperti di terapie a casa nella revisione dei protocolli di cura, ma questo impegno non fu rispettato. I medici esperti di cure a casa non vennero coinvolti nella stesura dei nuovi protocolli, che infatti non furono revisionati secondo le nostre esperienze sul campo».
L’anno scorso lei è stato oggetto di un’azione disciplinare per aver detto, durante una manifestazione di piazza, che esistevano cure efficaci del Covid e non poteva bastare il vaccino.
«Dissi che i vaccini non erano di garanzia assoluta perché potevano essere perforati dalle varianti che man mano emergevano - secondo il principio di pressione selettiva - e che per fortuna c’erano le cure precoci per trattare quanti si sarebbero ammalati nonostante la vaccinazione, che è quello che vediamo adesso».
Così lei fu accusato di dare la spalla ai cosiddetti no vax.
«Ma io non sono no vax. Io ho sempre detto che i vaccini non sono una garanzia assoluta e che per fortuna ci sono le cure domiciliari. Il problema grande è che in Italia hanno confuso e hanno contrapposto l’approccio vaccinale all’approccio curativo. Essi non sono in opposizione, sono complementari. Ma queste non sono conoscenze di Garavelli. Sono principi contenuti nei testi universitari di microbiologia».
E Burioni twittò: farmaci dannosi
Sono già diverse decine di migliaia, soltanto in Italia, i malati di Covid, tutti sintomatici, che sono stati guariti da ormai più di 2.000 medici grazie a cure precoci domiciliari. Il 30% erano pazienti a rischio e, quando è stato possibile, questi medici li hanno visitati dopo essere stati contattati attraverso le piattaforme sociali attraverso gruppi di assistenza nati sin dall’aprile 2020. A settembre 2021 Mauro Rango, che non è un medico ma è il fondatore del più grande network di assistenza che ha riunito più di 150 medici volontari, Ippocrate.org, organizzò sul tema un convegno in Senato, l’International Covid summit, a cui intervennero medici e scienziati da tutto il mondo.
Il virologo Roberto Burioni, che a Pasqua 2021 aveva definito i medici delle cure domiciliari «praticoni», se la prese in un tweet con il convegno «dove vengono raccontate pericolosissime bugie e promosso l’utilizzo di farmaci che non solo sono inefficaci, ma anche molto dannosi». Il giorno dopo sul Corriere della Sera, lo stesso che per primo, dieci giorni fa, ha dato notizia dello studio di The Lancet sulle cure domiciliari e l’uso dei farmaci antinfiammatori, definì Rango un «guru» e si scagliò contro Ippocrate.org, prendendo a pretesto stralci del convegno che avevano affrontato il tema della prevenzione. Il summit, insomma, divenne sulla stampa un simposio di arruffoni che utilizzavano lo «zenzero» per guarire il Covid e pure un farmaco «per cavalli»: così scrissero in tanti a proposito dell’ivermectina, un antiparassitario che taluni medici di Ippocrate.org usano e che in verità nel mondo è ampiamente utilizzato. L’ivermectina nacque sì come farmaco veterinario, ma è stato autorizzato per uso umano dall’Ema, mentre il Giappone lo ha inserito in un protocollo ufficiale proprio contro il Covid.
Ippocrate.org ha curato a casa 67.000 malati di Covid, dei quali sono morti soltanto in nove. Ma la guerra mediatica contro le cure domiciliari aumentò con il passare dei mesi e vi si arruolarono diverse testate e conduttori televisivi. Non importa se ciò avrebbe portato la gente a non fidarsi delle cure domiciliari, facendo sì che accettasse di restare a casa con la tachipirina in «vigile attesa», così rischiare di aggravarsi. Addirittura, alcuni ordini dei medici, come fece quello di Milano nei confronti del dottor Andrea Stramezzi, intervenne con azioni disciplinari contro i ribelli. Eppure, da tempo erano già disponibili dati che davano ragione a questi medici, come quelli di un anno e mezzo fa in Piemonte, unica Regione che decise di adottare, ufficialmente, un protocollo di cure domiciliari precoci. Grazie a esse il Piemonte ottenne una riduzione della letalità di tre quarti.
Il professore Serafino Fazio, membro del Comitato cure domiciliari Covid-19, su un panel di 339 pazienti non vaccinati over 50 e curati entro 72 ore dai primi sintomi, registrò un solo decesso, quello di un’ultraottantenne con patologie pregresse. Anche i medici di Ippocrate.org pubblicarono uno studio: su 392 pazienti la letalità con cure precoci era dello 0,2, quando la media italiana, con la vigile attesa, oscillava tra il 3 e il 3,8%. Ma non importa. The show must go on.
Continua a leggereRiduci
È ufficiale: il virus è trattabile. Molti lo dissero subito, ma gli appelli furono ignorati, i guariti dimenticati, i dottori puniti e scherniti da giornaloni e tv. Ecco la vera storia.L’infettivologo di Novara Pietro Luigi Garavelli: «Le autorità sanitarie hanno compiuto un grave errore nel contrapporre rimedi domiciliari e vaccini».L’intervento precoce di 2.000 medici di base ha risanato decine di migliaia di pazienti sintomatici mentre i presunti «esperti» da talk show gettavano fango su quei protocolli.Lo speciale contiene tre articoli.Ci hanno raccontato che non c’erano cure e non era vero. Anzi. Dall’inizio sapevano - e ci sono le prove - che la non-cura avrebbe messo a rischio le nostre vite e hanno fatto finta di non saperlo. Hanno dato indicazione di sovvertire tutti i principi della medicina applicati fino alla vigilia della pandemia e un esercito di ignavi medici di famiglia ha obbedito. Ignorati i manuali universitari di infettivologia. Ignorata la clinica; ignorata l’evidenza e ignorata la scienza. Tronfi di menzogne, hanno spadroneggiato nelle tv e sui giornali mainstream, che si sono prestati a questa tragica pagliacciata che si è atteggiata a servire la scienza, omettendo di notare quei segnali che mostravano quanto questa cosiddetta «scienza», propagandata nei titoli a effetto sui quotidiani, fosse in realtà soltanto ciò che veniva divulgato dalla politica. Fuori dai salotti televisivi, intanto, la gente moriva perché i malati di Covid venivano lasciati senza cure e senza assistenza medica per giorni e giorni e questo accadeva nel pieno rispetto dei protocolli ministeriali, da cui scaturivano le circolari regionali adottate dalle Asl, prima fra tutte quella della Regione Lombardia il 23 marzo 2020, rimasta invariata anche in seconda ondata. Ad aprile 2020 tra i membri del Comitato tecnico scientifico regionale lombardo c’erano il virologo Fabrizio Pregliasco e l’infettivologo Massimo Galli e la circolare scriveva che i medici di famiglia potevano visitare solo pazienti «non Covid» e non influenzati. Mai, prima d’ora, era accaduto che qualcuno fosse lasciato a casa con la febbre, anche alta, senza che un medico andasse a fargli visita; mai suddetti professori sono stati assurti a nostri angeli custodi e guai a chi osasse contraddirli.Questo, dunque, hanno fatto, con la complicità di quasi tutti i mass media, le autorità sanitarie del nostro Paese, il primo in Europa a essere investito dai contagi e il primo a scoprire che esisteva una strada per salvare vite umane ma che invece di imboccare questa strada ha perseverato nella strategia, senza logica, della fuga scomposta da un virus che era ormai ovunque al posto di aggredirlo, innanzitutto, con la cura. Il nostro ministero della Salute, d’accordo con Aifa, invece che mobilitare i medici di famiglia li ha tenuti chiusi nel loro bunker secondo il principio del «contatto zero», come se fosse una cosa normale non mandare a combattere al fronte un soldato per non rischiare che il soldato venga ucciso, lasciando la gente morire indifesa sotto gli attacchi del nemico. Ai tempi della peste, nel Seicento, i medici visitavano i malati indossando tonaca, guanti e una maschera fatta di legno e invece con il Covid si è deciso di abbandonare i malati, in nome però della salute pubblica. Hanno lasciato gli anziani soli a casa per giorni con la febbre a 40, senza alcuna terapia, mentre si disidratavano, mentre svenivano, mentre in tv dicevano che era colpa della movida.Intanto l’Italia si attestava come la nazione che registrava una letalità del Covid tra le più alte nel mondo. Ogni 100 malati ne morivano 3,5 quando in Germania ne morivano 1,4, negli Stati Uniti 1,9 e in India 1,5. Ora che è ufficiale, dopo la pubblicazione dello studio dell’istituto Mario Negri sulla prestigiosa rivista scientifica The Lancet, che cure precoci domiciliari del Covid con antinfiammatori avrebbero evitato il 90% delle ospedalizzazioni e che l’utilizzo della tachipirina, oltre che essere pressoché inutile, potrebbe aver causato molti aggravamenti, è dunque necessario ripercorrere questi due anni e mezzo appena trascorsi, perché siamo a quasi 176.000 morti e dunque basta fare un semplice calcolo.È necessario ricordare, a chi ora tenta di confondere, per l’ennesima volta, le bugie con realtà dicendo che gli antinfiammatori sin da subito sarebbero stati consigliati dalle nostre autorità sanitarie, che invece le stesse autorità, sin da aprile 2020, hanno totalmente ignorato numerosi appelli scritti, ricevuti da diversi gruppi di medici, non collegati tra loro e però tutti concordi nell’affermare che esisteva, stando all’esperienza che si andava acquisendo sul campo, una terapia farmacologica precoce che proprio attraverso l’utilizzo di antinfiammatori stava dando eccellenti risultati. Questi medici usavano farmaci del prontuario, quindi nulla di proibito o sperimentale e visto che i malati così curati guarivano, quasi tutti, anche se anziani e con patologie, si erano decisi a scrivere al ministero della Salute, spiegando appunto che questo approccio terapeutico precoce andava ad agire sulla sintomatologia del Covid, che era poi quella che nei soggetti a rischio portava alla morte. I farmaci, cioè, pur non curando il virus, prevenivano - oppure frenavano - il processo infiammatorio provocato dal virus: impedivano dunque la formazione successiva dei trombi che si era vista essere, dopo le prime autopsie, la causa principale delle morti di Covid.Il primo degli appelli che dicevano questo era stato consegnato a mano all’allora viceministro della Salute Pierpaolo Sileri dal parlamentare Emilio Carelli, che aveva ricevuto quella lettera da una dottoressa, la professoressa Roberta Ricciardi, neurologa responsabile di reparto all’ospedale universitario di Pisa, che lo aveva firmato insieme con 30 colleghi. Erano, questi ultimi, tutti professionisti autorevoli, come il ricercatore e professore di farmacologia Pier Paolo Sestili, l’anestesista Stefano Manera, i cardiologi Matteo Ciuffreda e Fabrizio Salvucci. Medici ospedalieri impegnati nei reparti Covid fin dalla prima ondata. E poi c’erano le firme di medici di base che vedevano così i loro pazienti guarire.Ciò nonostante Sileri - il quale, ricordiamolo, è un medico - non fece nulla, se non altro, per verificare se quanto scritto nell’appello fosse vero. Sileri rispose semplicemente via mail alla dottoressa Ricciardi annunciandole che avrebbe sottoposto l’appello, che riteneva interessante, all’Agenzia italiana del farmaco, ma nulla accadde. Neppure quando, qualche settimana dopo, arrivarono sempre a ministero e Aifa altri appelli simili, come quelli firmati da quei medici di base che nel frattempo si erano uniti in un comitato costituito dall’avvocato Erich Grimaldi. Così, la gente continuava a morire perché restava appunto, a casa, ad «aspettare» senza medicine di guarire da sola, o di sviluppare una polmonite interstiziale che l’avrebbe a quel punto condotta al pronto soccorso: è soprattutto per questo che gli ospedali precipitarono nel caos e per questo ci costrinsero ai ripetuti lockdown.Ancora a novembre 2020, infatti, il protocollo emanato dal ministero di Roberto Speranza dava indicazioni ai medici di base di prescrivere soltanto la tachipirina ai malati di Covid in fase lieve e di restare in «vigile attesa», come se la polmonite interstiziale si sviluppasse nel momento in cui si saliva, ormai senza fiato, in ambulanza; come se non fosse noto, alla comunità scientifica, che la tachipirina per la sua composizione potesse abbassare le difese immunitarie; come se ancora non si fosse capito che il Covid all’inizio era sempre, per tutti, una malattia «lieve», che però se non curata sarebbe potuta, per alcuni, trasformarsi in grave e diventare sì, a un certo punto, incurabile.Chi scrive scoprì, per prima, dell’esistenza di questi appelli e iniziò a documentare in una serie di servizi andati in onda a Fuori dal coro, sin dall’inizio del gennaio 2021, la tragedia assurda che stavamo vivendo, cioè l’abbandono generalizzato dei malati di Covid a casa, perché la maggior parte dei medici di base continuavano ad attenersi ai protocolli ministeriali, pur di non rischiare conseguenze legali e provvedimenti disciplinari. Nel frattempo, però, sempre più medici iniziarono a curare precocemente i malati con successo e iniziarono ad arrivare anche i primi dati scientifici, attraverso studi retrospettivi come quello del cardiologo professor Alessandro Capucci e dell’oncologo professor Luigi Cavanna, che era finito pure, a primavera 2020, sulla copertina del Time perché all’epoca aveva già guarito dal Covid 300 pazienti a casa.Intorno, però, un silenzio assordante anche dopo che Sileri, finalmente, ricevette al ministero nell’aprile 2021 - cioè un anno dopo gli appelli -alcuni medici del Comitato promosso dall’avvocato Grimaldi. Allora, molti di questi medici iniziarono, dalla primavera ad autunno 2021, a scendere in piazza, per informare la popolazione. Neanche questo cambiò la narrazione sulla pandemia. Anzi. I medici che avevano salvato vite umane, curando il Covid a casa, iniziarono a essere derisi e diffamati su molti giornali, trasmissioni televisive e social da politici, giornalisti, opinionisti vari e medici famosi, tra cui l’infettivologo Matteo Bassetti e il virologo Roberto Burioni. Questi ultimi ripetevano che sulle cure precoci non c’erano evidenze scientifiche, omettendo di dire che le evidenze scientifiche si sarebbero potute ottenere soltanto con trial clinici che di certo non potevano essere svolti dai medici impegnati in quel momento a soccorrere i malati abbandonati a casa. Ora le evidenze scientifiche ci sono, dopo 176.000 morti. È stata negata loro la cura per una malattia potenzialmente fatale, con la motivazione che non fosse sicuro che la cura funzionasse anche se i medici, dati alla mano, dicevano di sì e tutto ciò senza che ci fosse, in alternativa, un’altra terapia valida. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/quando-covid-non-poteva-curare-2658144448.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="le-nostre-terapie-si-mostrarono-valide-gia-nel-marzo-2020-ma-le-boicottarono" data-post-id="2658144448" data-published-at="1662311624" data-use-pagination="False"> «Le nostre terapie si mostrarono valide già nel marzo 2020 ma le boicottarono» Il dottor Pietro Luigi Garavelli, primario di malattie infettive all’ospedale di Novara, è stato uno dei primi medici a sostenere la validità delle cure domiciliari. Fu definito «il padre dell’idrossiclorochina in Italia» e denunciò che la vaccinazione di massa sarebbe stata presto superata dal proliferare delle varianti. Lei disse sin dai primi mesi di pandemia quella che oggi improvvisamente viene presentata come una novità: cure precoci del Covid fatte a casa salvano vite umane. «Già nel marzo 2020, in alcuni centri del Nord Italia, cioè Novara, Ovada, Piacenza e Milano, sulla scorta di conoscenze di tipo generale, tanti medici iniziarono le cure precoci con un farmaco, l’idrossiclorochina, che ha una doppia attività antivirale e antinfiammatoria a cui venivano aggiunti, secondo l’esperienza e il caso specifico, anticoagulanti, cortisonici, antinfiammatori e altri farmaci». Quando parla di «conoscenze di tipo generale» a che cosa si riferisce? «Sappiamo che la malattia infettiva va approcciata il prima possibile e l’iniziale conoscenza della fisiopatologia della Covid-19 confermava tale ipotesi. L’importanza di ciò non stava nell’impiego di questa o quella associazione farmacologica, ma era nel timing, cioè nel trattare precocemente i pazienti prima che la malattia virasse da prevalente patogenesi virale a prevalente patogenesi immunitaria. D’altra parte, il concetto che una malattia infettiva vada curata il più precocemente possibile è contenuta nei manuali universitari di infettivologia». La Regione Piemonte ha ufficializzato questo approccio terapeutico. «Sì. Un protocollo dell’assessorato regionale alla Sanità si è impegnato con un progetto pilota nel distretto di Acqui-Ovada: si somministra un cocktail di farmaci secondo la filosofia del trattamento precoce. La Regione Piemonte ha così istituzionalizzato le cure precoci domiciliari. In questo modo vennero ridotti di tantissimo i casi gravi e si abbassò di molto la mortalità». E nessuno sembrò accorgersene… «Nessuna Regione fece lo stesso. So che il nostro assessore Luigi Icardi, all’epoca coordinatore della Conferenza Stato-Regioni, tentò di sollecitare un’estensione di questo protocollo a livello nazionale ma evidentemente non se ne fece nulla». Lei fu ascoltato anche in Senato, come il professor Luigi Cavanna di Piacenza, proprio sul tema delle cure domiciliari e sull’importanza di un intervento tempestivo. Era il novembre 2020 e i morti erano meno di 100.000. «Esatto. Spiegai quello che avevo visto facendo il mio lavoro di primario di infettivologia all’ospedale di Novara. Dissi che il Covid era una malattia che si caratterizzava in diverse fasi: una iniziale di replicazione virale e una di iper risposta infiammatoria, responsabile dei danni sistemici del polmone che conducono alla morte del paziente. E spiegai che esistevano diversi farmaci: gli antivirali aspecifici, due dei quali di impiego territoriale e cioè l’idrossiclorochina e l’azitromicina, e uno a impiego ospedaliero, il remdesivir. C’erano poi altri due farmaci, il desametasone e l’enoxaparina, che alleviano complicanze della patologia, a uso sia territoriale sia ospedaliero. Spiegai che l’idrossiclorochina era molto utile perché esercitava una duplice azione: faceva da antivirale e da immunomodulante. Quindi illustrai quanto era accaduto in Piemonte, cioè del protocollo di cura con cui avevamo iniziato a trattare in fase precoce i malati a casa». Cosa produsse quella audizione? «Una mozione che impegnava il governo a coinvolgere i medici esperti di terapie a casa nella revisione dei protocolli di cura, ma questo impegno non fu rispettato. I medici esperti di cure a casa non vennero coinvolti nella stesura dei nuovi protocolli, che infatti non furono revisionati secondo le nostre esperienze sul campo». L’anno scorso lei è stato oggetto di un’azione disciplinare per aver detto, durante una manifestazione di piazza, che esistevano cure efficaci del Covid e non poteva bastare il vaccino. «Dissi che i vaccini non erano di garanzia assoluta perché potevano essere perforati dalle varianti che man mano emergevano - secondo il principio di pressione selettiva - e che per fortuna c’erano le cure precoci per trattare quanti si sarebbero ammalati nonostante la vaccinazione, che è quello che vediamo adesso». Così lei fu accusato di dare la spalla ai cosiddetti no vax. «Ma io non sono no vax. Io ho sempre detto che i vaccini non sono una garanzia assoluta e che per fortuna ci sono le cure domiciliari. Il problema grande è che in Italia hanno confuso e hanno contrapposto l’approccio vaccinale all’approccio curativo. Essi non sono in opposizione, sono complementari. Ma queste non sono conoscenze di Garavelli. Sono principi contenuti nei testi universitari di microbiologia». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/quando-covid-non-poteva-curare-2658144448.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="e-burioni-twitto-farmaci-dannosi" data-post-id="2658144448" data-published-at="1662311624" data-use-pagination="False"> E Burioni twittò: farmaci dannosi Sono già diverse decine di migliaia, soltanto in Italia, i malati di Covid, tutti sintomatici, che sono stati guariti da ormai più di 2.000 medici grazie a cure precoci domiciliari. Il 30% erano pazienti a rischio e, quando è stato possibile, questi medici li hanno visitati dopo essere stati contattati attraverso le piattaforme sociali attraverso gruppi di assistenza nati sin dall’aprile 2020. A settembre 2021 Mauro Rango, che non è un medico ma è il fondatore del più grande network di assistenza che ha riunito più di 150 medici volontari, Ippocrate.org, organizzò sul tema un convegno in Senato, l’International Covid summit, a cui intervennero medici e scienziati da tutto il mondo. Il virologo Roberto Burioni, che a Pasqua 2021 aveva definito i medici delle cure domiciliari «praticoni», se la prese in un tweet con il convegno «dove vengono raccontate pericolosissime bugie e promosso l’utilizzo di farmaci che non solo sono inefficaci, ma anche molto dannosi». Il giorno dopo sul Corriere della Sera, lo stesso che per primo, dieci giorni fa, ha dato notizia dello studio di The Lancet sulle cure domiciliari e l’uso dei farmaci antinfiammatori, definì Rango un «guru» e si scagliò contro Ippocrate.org, prendendo a pretesto stralci del convegno che avevano affrontato il tema della prevenzione. Il summit, insomma, divenne sulla stampa un simposio di arruffoni che utilizzavano lo «zenzero» per guarire il Covid e pure un farmaco «per cavalli»: così scrissero in tanti a proposito dell’ivermectina, un antiparassitario che taluni medici di Ippocrate.org usano e che in verità nel mondo è ampiamente utilizzato. L’ivermectina nacque sì come farmaco veterinario, ma è stato autorizzato per uso umano dall’Ema, mentre il Giappone lo ha inserito in un protocollo ufficiale proprio contro il Covid. Ippocrate.org ha curato a casa 67.000 malati di Covid, dei quali sono morti soltanto in nove. Ma la guerra mediatica contro le cure domiciliari aumentò con il passare dei mesi e vi si arruolarono diverse testate e conduttori televisivi. Non importa se ciò avrebbe portato la gente a non fidarsi delle cure domiciliari, facendo sì che accettasse di restare a casa con la tachipirina in «vigile attesa», così rischiare di aggravarsi. Addirittura, alcuni ordini dei medici, come fece quello di Milano nei confronti del dottor Andrea Stramezzi, intervenne con azioni disciplinari contro i ribelli. Eppure, da tempo erano già disponibili dati che davano ragione a questi medici, come quelli di un anno e mezzo fa in Piemonte, unica Regione che decise di adottare, ufficialmente, un protocollo di cure domiciliari precoci. Grazie a esse il Piemonte ottenne una riduzione della letalità di tre quarti. Il professore Serafino Fazio, membro del Comitato cure domiciliari Covid-19, su un panel di 339 pazienti non vaccinati over 50 e curati entro 72 ore dai primi sintomi, registrò un solo decesso, quello di un’ultraottantenne con patologie pregresse. Anche i medici di Ippocrate.org pubblicarono uno studio: su 392 pazienti la letalità con cure precoci era dello 0,2, quando la media italiana, con la vigile attesa, oscillava tra il 3 e il 3,8%. Ma non importa. The show must go on.
Il capo di Confindustria, Emanuele Orsini (Ansa)
Soprattutto da quando Bruxelles si è data la mission di «salvare il pianeta» con un processo di decarbonizzazione a marce forzate. È una posizione trasversale, è la reazione di gran parte del mondo produttivo che percepisce l’Europa più come una camicia di forza che come un volano. L’ultima critica, in ordine di tempo, è venuta dall’assemblea di Confindustria, dove il presidente, Emanuele Orsini, pur ribadendo di «credere nell’Europa», ha sottolineato che «Bruxelles non ha chiaro cosa significhi competitività», artefice di una burocrazia «lunare» che mette sotto scacco le istituzioni del Vecchio continente. E, come esempio, ha citato le 72 condizioni poste dalla Commissione per il via libera al decreto Bollette, definendole come «l’ultima conferma» della sua tesi. Di qui l’appello: «Fermatela!».
In trincea è soprattutto l’automotive, prima del Green deal fiore all’occhiello dell’industria europea, ora ruota di scorta delle case cinesi. A più riprese le associazioni di categoria, a cominciare da quelle tedesche, hanno evidenziato come le tempistiche per l’elettrificazione forzata non siano compatibili con la realtà e che la politica Ue abbia causato l’invasione di prodotti cinesi. Critiche alla mobilità sostenibile, come riferisce Politico, sono venute perfino dai commissari dell’Ue, che hanno manifestato profonda irritazione per i disagi logistici legati all’uso di auto elettriche durante gli spostamenti da Bruxelles a Strasburgo. Questo mentre la Commissione valuta l’introduzione di regole stringenti per costringere le grandi imprese ad acquistare o a prendere a noleggio a lungo termine quote elevate di auto a corrente.
Gli effetti delle rigidità normative di Bruxelles si fanno sentire anche sull’agricoltura e scatenano le proteste delle associazioni di categoria. La Coldiretti ha lanciato un forte appello alla Commissione europea per la sospensione del Cbam (Carbon border adjustment mechanism) e del sistema Ets (il sistema di scambio di quote di emissione di CO2), due pilastri del Green deal ritenuti oggi insostenibili. Per Coldiretti la presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen, non è assolutamente in grado di gestire il ruolo istituzionale che ricopre mentre oggi c’è bisogno di un’Europa diversa, più coraggiosa, meno ideologica e più vicina ai problemi reali.
Contro la Commissione si è mobilitata l’industria del tabacco dopo l’accelerazione dell’Unione europea sulla revisione della direttiva che regola produzione, etichettatura e vendita di sigarette, elettroniche incluse. La revisione legislativa è attesa entro fine anno. Troppo presto, dice la filiera. Il cambiamento dell’attuale assetto regolatorio metterebbe a repentaglio un comparto strategico dal punto di vista economico e occupazionale.
Sul piede di guerra pure i sindacati. La Ces, la Confederazione europea dei sindacati, punta l’indice contro i piani della Commissione europea di consentire alle imprese di registrarsi in Paesi con standard inferiori, compromettendo in questo modo i diritti dei lavoratori europei. «Secondo la proposta della Commissione, esiste il forte rischio che i lavoratori siano tutelati dalla legislazione del lavoro del Paese di registrazione dell’impresa, e non da quella del Paese di impiego», ammonisce la Ces.
Il settore siderurgico e metallurgico è tra i più critici. Il presidente di Federacciai, Antonio Gozzi, ha sempre detto che «la riduzione delle emissioni attribuita ai settori Ets è fuorviante: il calo deriva in gran parte dalla generazione elettrica, che ha avuto accesso a incentivi alle rinnovabili estranei all’Ets».
Le norme green impattano anche sul settore immobiliare. L’Ance, l’Associazione dei costruttori, contesta la perentorietà delle scadenze per l’efficientamento energetico del patrimonio immobiliare. Senza massicci incentivi pubblici europei i costi ricadranno su imprese e proprietari.
Continua a leggereRiduci
Ursula von der Leyen (Ansa)
Intanto, Giorgia Meloni chiede che al prossimo Consiglio europeo del 18 e 19 giugno in programma a Bruxelles si parli di regole comuni in tema di vigilanza sanitaria sugli ingressi dalle zone colpite dal virus Ebola, mentre Raffaele Fitto insiste con l’idea di utilizzare per far fronte alla crisi energetica i Fondi di coesione, ovvero le risorse destinate a ridurre i divari economici, sociali e territoriali tra le diverse regioni europee, ma la sua idea non entusiasma: arriva un secco «no» sia dalle stesse regioni dell’Unione che da esponenti politici italiani di maggioranza e opposizione, tra i quali Letizia Moratti di Forza Italia, Enzo Amendola del Pd e Roberto Fico del M5s. Intanto, non viene accolta (almeno per il momento) la richiesta di Giorgia Meloni di concedere agli Stati membri della Ue margini di flessibilità sui vincoli economici per affrontare l’aumento dei prezzi dei carburanti.
Iniziamo dai contentini: la Commissione Ue, nell’Analisi sugli squilibri macroeconomici, consultata dall’Ansa, mette nero su bianco giudizi lusinghieri per il governo italiano: «L’Italia», si legge nel documento, «ha continuato ad attuare misure che migliorano la qualità delle finanze pubbliche, ridurre l’evasione fiscale e sostenere la sostenibilità di bilancio. Inoltre ha introdotto diverse misure contro l’evasione fiscale negli ultimi anni», attraverso «un sistema completo di compliance fiscale digitale», che si basa su fatturazione elettronica e trasmissione digitale dei dati. «Sono attesi ulteriori miglioramenti nella riscossione nel medio termine», si legge ancora e non mancano i complimenti sul rafforzamento del settore bancario e i «livelli record» del mercato del lavoro.
Manco a dirlo, però, arrivano pure le bacchettate: secondo la Commissione, «ulteriori interventi di politica economica dovrebbero dare priorità a tre obiettivi fondamentali: favorire la crescita delle imprese e le fusioni tra piccole e medie imprese, professionalizzandone la gestione e riducendo le soglie normative e gli incentivi legati alla dimensione che incoraggiano le aziende a rimanere piccole».
Per quel che riguarda la richiesta italiana di discutere di vigilanza sanitaria sugli ingressi dalle zone colpite da Ebola, Bruxelles fa sapere che «la tutela della salute pubblica è la priorità assoluta della Commissione. Stiamo seguendo da vicino», sottolinea Eva Hrncirova, portavoce della Commissione, «l’evolversi della situazione. Si tratta di una situazione che richiede vigilanza e coordinamento. Disponiamo dei canali e degli strumenti necessari per agire rapidamente. L’Ue sta mobilitando aiuti, risorse logistiche, supporto di esperti e strumenti di sicurezza sanitaria per aiutare i Paesi colpiti a contenere l’epidemia e a ridurre il rischio di ulteriore trasmissione».
Continua a suscitare perplessità, invece, la proposta del Commissario europeo, Raffaele Fitto, di utilizzare i fondi di coesione, quelli destinati alle regioni europee più disagiate, per affrontare il caro-carburanti. A Fitto aveva risposto duramente la presidente del Comitato europeo delle Regioni, Kata Tutto: «I fondi di coesione non sono un bancomat e sono già stati impegnati». Ieri sono piovute critiche da altri esponenti politici: «Proporre di toccare i fondi Ue di coesione per far fronte alla crisi energetica», dice il deputato Pd Enzo Amendola, ex ministro degli Affari europei, a La7, «è come dire allora siamo alla frutta perché più di questo Bruxelles non può fare. La lettera di Fitto agli Stati membri, per Amendola «conferma che l’Unione europea non può concedere scostamenti di bilancio, invitando quindi a utilizzare tutte le risorse che si hanno: è come dire vi abbiamo dato miliardi di euro per le politiche di coesione e miliardi con il Pnrr, e più di questo non si può fare».
Perplessità sull’idea di Fitto anche da parte di Letizia Moratti, eurodeputata di Forza Italia: «Le preoccupazioni espresse dalle Regioni europee», argomenta la Moratti, «meritano grande attenzione. Le risorse della politica di coesione sono nate per ridurre i divari territoriali, sostenere la competitività, favorire l’innovazione, le infrastrutture, la formazione e lo sviluppo locale. Deviare tali fondi verso finalità diverse rischia di mettere in seria difficoltà amministrazioni regionali, imprese, artigiani e intere filiere produttive che hanno programmato investimenti e progetti sulla base di risorse già assegnate».
Un secco «no» arriva anche dal presidente della regione Campania, Roberto Fico, del M5s: «Io credo che quei fondi vadano usati per altri scopi e quindi non condivido questa proposta. Non penso», aggiunge Fico, «che sia una proposta adeguata al raggiungimento dell’obiettivo».
Continua a leggereRiduci
iStock
Qui, più o meno un alunno su tre è arabo o bengalese e pochi anni fa la comunità islamica aveva chiesto la somministrazione a scuola di carne halal, ottenendo in cambio un’ampia disponibilità ad assicurare tutti i pasti vegetariani necessari. Non solo, ma a Mestre è attivo un servizio di recupero del cibo scolastico che avanza ogni giorno, gestito dal sindacato cattolico delle Acli, che ha fatto una vasta opera di sensibilizzazione nella lotta contro gli sprechi alimentari.
In questo contesto non poteva passare sotto silenzio quanto accaduto mercoledì scorso, puntualmente raccontato dal Gazzettino di Venezia. Quel giorno era l’Eid al-Ahda, o «Festa del sacrificio» e a Mestre si sono ritrovati centinaia di pasti non ritirati, totalmente a sorpresa. Il dirigente delle scuole primarie Grimani e Visintini di Marghera, Massimo Cono Pietropaolo, non ha chinato la testa e ha preso carta e penna. «Oggi, mercoledì 27 maggio, il servizio mensa dell’Ic Grimani ha buttato via oltre 200 pasti a causa delle assenze di bambine e bambini che non erano state comunicate, con un evidente sperpero di risorse pubbliche che ricadono anche sulla comunità», ha scritto in una lettera ai genitori. Duecento è solo un numero di partenza, perché nelle due scuole ci sono 600 bambini, ma non sono le uniche. Tanto per chiarire lo spirito della missiva, il preside ha aggiunto: «Sia chiaro che si tratta di un discorso che vale per qualsiasi religione e per qualunque assenza. La nostra scuola ha una procedura interna per la mensa che deve essere rispettata, proprio con l’obiettivo di evitare gli sprechi». Ogni famiglia ha a disposizione un’app per la refezione, con la quale basta un clic per bloccare il servizio di giorno in giorno. E si può avvertire anche a scuola, telefonando entro le nove di mattina del giorno stesso. Insomma, non avvertire è proprio sciatteria.
Il servizio mensa è gestito da una controllata del Comune di Venezia (Ames spa), che lo ha ceduto in appalto a una ditta esterna: costa mediamente sui cinque euro a pasto e viene proposto a quattro. Maika Canton, architetto e assessore con delega alle politiche educative di Fdi, ha annunciato verifiche scuola per scuola su quanto è accaduto e ha sottolineato: «Si è trattato di uno spreco assurdo. Eticamente trovo profondamente scorretto dover buttare via del cibo per una mancanza di questo tipo». Di fronte alla figuraccia, almeno una voce critica si è alzata dalla comunità islamica. È quella di Kamrul Islam Regan, papà di una bambina della Grimani, uno dei leader locali della comunità del Bangladesh, che ha un negozio di servizi internet e ha sposato una donna italiana. «Qui non ci sono vacanze da scuola nei giorni dell’Eid (le feste islamiche, ndr)», ha scritto, «ma la maggior parte delle famiglie musulmane non manda i propri figli a scuola. Sia che tu abbia cibo gratis o che paghi, pensaci prima che il cibo venga sprecato».
Già, perché la beffa nella beffa, se di beffa si è trattato, è che il Comune di Venezia da tempo appoggia il progetto «La mensa che non spreca» per recuperare il cibo dalle scuole. Un progetto che a Mestre tutti conoscono, che è molto rodato, ma non è attrezzato per gestire un simile evento imprevisto, anche solo per mancanza di celle frigorifere.
Lo scorso mese di marzo le Acli provinciali, insieme ad Ames, hanno fatto un appello per la ricerca di nuovi volontari, dotati anche di patente auto. I pasti recuperati nelle scuole finiscono ogni sera nelle mense solidali gestite dalla Casa dell’Ospitalità, dai frati Cappuccini e dalla Caritas di Venezia e di Marghera. Nella sola Marghera, partecipano al progetto sei istituti scolastici comprensivi e, secondo i dati forniti dalle Acli, nel 2024-2025 sono stati recuperati 5.737 chilogrammi di eccedenze, che sono divenuti circa 21.000 pasti, serviti a una media di 150 persone al giorno.
Mestre è dunque una piazza di buon esempio, anche se non tutti, evidentemente, l’hanno colto appieno. Per il resto, com’è noto, ha subito un’immigrazione pesante. E il caso di questi giorni riporta alla memoria la singolare richiesta che a settembre del 2019 fu avanzata dai genitori bengalesi musulmani: carne halal nelle mense scolastiche. I presidi di alcune scuole risposero: fate richiesta di menù alternativi alla carne e verrete accontentati. Poi si mise di traverso la Lega e cercò di spiegare che pretendere la propria carne «purificata» non era integrazione. Alla fine, probabilmente, si trattava solo del tentativo di una comunità islamica di piantare una bandiera. I volontari delle Acli e della Caritas non lo fanno e questo, evidentemente, viene scambiato per un segno di debolezza.
Continua a leggereRiduci
Ansa
Tragedia sfiorata a Mazara del Vallo (Trapani), dove l’impatto molto violento ha fatto ribaltare il mezzo scolastico con effetti impressionanti: 19 feriti, 14 dei quali sono i piccoli allievi delle scuole elementari Santa Gemma-Boscarino-Pirandello, più due insegnanti, un genitore accompagnatore e l’autista del bus. Nessuno è in pericolo di vita, due bimbi ricoverati all’ospedale di Mazara hanno subìto traumi non banali. Tutti sono sotto choc.
Il conto dei feriti fa 18 perché il diciannovesimo è il conducente dell’auto che alle 14.30 di ieri è andata dritta allo stop lungo la strada della Borgata Costiera. A guidare la Nissan Qashqai era un uomo di 51 anni senza patente, con l’assicurazione scaduta, che ha scambiato la provinciale per un autoscontro. Per dare l’ultimo tocco surreale all’incidente va aggiunto che sulla vettura c’erano la moglie incinta (seduta sul sedile di fianco all’improvvisato stuntman) e cinque bambini pigiati sul sedile posteriore. Totale sette, con il codice stradale che ne prevede al massimo cinque. Un incosciente. La donna è stata trasportata all’ospedale di Palermo per precauzione, lui a quello di Mazara. Con la polizia che piantona la stanza in attesa di conoscere i risultati dell’alcoltest, conseguenza immediata e doverosa di un simile scempio della ragione.
Giornata di apprensione, giornata di telefonate e di lacrime. I due bambini più sfortunati hanno subìto una frattura scomposta al polso e un trauma toracico; entrambi sono stati stabilizzati e trasferiti all’Ospedale dei Bambini di Palermo in eliambulanza. Immaginiamo l’unico momento catartico, da ricordare negli anni, della loro disavventura fra le lamiere contorte dello scuolabus. Per gli altri 12 bambini solo escoriazioni e quindi niente volo. All’ospedale di Mazara, ieri pomeriggio c’è stata una processione istituzionale: il sindaco Salvatore Quinci e gli assistenti sociali del Comune hanno avuto carezze per tutti e parole di conforto per l’incolpevole autista del mezzo scolastico, Giuseppe Di Stefano, che non si capacitava dell’accaduto. Alla fine il sindaco ha detto: «Una guida imprudente ha rischiato di provocare una tragedia».
Senza patente, senza assicurazione, forse alticcio (ma non abbiamo conferme), con la moglie incinta e cinque bimbi a bordo: una prestazione fuori scala per il pirata del venerdì che ora rischia incriminazione, processo e tutto ciò che merita davanti a un giudice. I poliziotti interventi hanno confermato che «l’auto ha saltato lo stop». Tutto ciò con una variabile: il conducente potrebbe essere stato vittima a sua volta di un improvviso malore. Ma le verifiche sono appena iniziate. Anche quelle dell’incrocio: la segnaletica verticale è inequivocabile mentre il semaforo lampeggiava col giallo perché rotto.
Dalle modalità si può arguire che ai bambini di Mazara del Vallo è andata benissimo; la tragedia era a un millimetro da loro e non ci sarebbe stato nessun Dino Buzzati dentro e fuori l’Ordine dei Giornalisti in grado di affrescare con dolcezza e umanità il dramma dei piccoli circondati dal pianto dei famigliari. Come seppe fare il grande inviato nel 1947, quando arrivò sul posto del naufragio ad Albenga di un battello con una scolaresca in gita.
Per capire ciò che poteva essere (e per fortuna non è stato) è sufficiente rispolverare qualche numero: in media in Italia si registrano 173.000 incidenti stradali all’anno, con oltre 3.000 morti e circa 234.000 feriti (475 sinistri e otto vittime al giorno). Con un’aggravante per il nostro Paese: rispetto agli altri Paesi dell’Unione europea siamo più pericolosi per noi stessi e per gli altri. La media Ue è di 45 vittime per milione di abitanti, l’Italia è al 19° posto con 52. Secondo i dati della Polizia stradale e dell’Aci le cause principali sono la distrazione alla guida, l’eccesso di velocità e il mancato rispetto della precedenza. Lo stuntman di Mazara avrebbe fatto l’en plein: tre cause su tre. Per nulla frenato o dissuaso dalla presenza della moglie in gravidanza accanto a lui.
Continua a leggereRiduci