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2022-09-05
Quando il Covid non si poteva curare
Ansa
Ci hanno raccontato che non c’erano cure e non era vero. Anzi. Dall’inizio sapevano - e ci sono le prove - che la non-cura avrebbe messo a rischio le nostre vite e hanno fatto finta di non saperlo. Hanno dato indicazione di sovvertire tutti i principi della medicina applicati fino alla vigilia della pandemia e un esercito di ignavi medici di famiglia ha obbedito. Ignorati i manuali universitari di infettivologia. Ignorata la clinica; ignorata l’evidenza e ignorata la scienza. Tronfi di menzogne, hanno spadroneggiato nelle tv e sui giornali mainstream, che si sono prestati a questa tragica pagliacciata che si è atteggiata a servire la scienza, omettendo di notare quei segnali che mostravano quanto questa cosiddetta «scienza», propagandata nei titoli a effetto sui quotidiani, fosse in realtà soltanto ciò che veniva divulgato dalla politica.
Fuori dai salotti televisivi, intanto, la gente moriva perché i malati di Covid venivano lasciati senza cure e senza assistenza medica per giorni e giorni e questo accadeva nel pieno rispetto dei protocolli ministeriali, da cui scaturivano le circolari regionali adottate dalle Asl, prima fra tutte quella della Regione Lombardia il 23 marzo 2020, rimasta invariata anche in seconda ondata. Ad aprile 2020 tra i membri del Comitato tecnico scientifico regionale lombardo c’erano il virologo Fabrizio Pregliasco e l’infettivologo Massimo Galli e la circolare scriveva che i medici di famiglia potevano visitare solo pazienti «non Covid» e non influenzati. Mai, prima d’ora, era accaduto che qualcuno fosse lasciato a casa con la febbre, anche alta, senza che un medico andasse a fargli visita; mai suddetti professori sono stati assurti a nostri angeli custodi e guai a chi osasse contraddirli.
Questo, dunque, hanno fatto, con la complicità di quasi tutti i mass media, le autorità sanitarie del nostro Paese, il primo in Europa a essere investito dai contagi e il primo a scoprire che esisteva una strada per salvare vite umane ma che invece di imboccare questa strada ha perseverato nella strategia, senza logica, della fuga scomposta da un virus che era ormai ovunque al posto di aggredirlo, innanzitutto, con la cura. Il nostro ministero della Salute, d’accordo con Aifa, invece che mobilitare i medici di famiglia li ha tenuti chiusi nel loro bunker secondo il principio del «contatto zero», come se fosse una cosa normale non mandare a combattere al fronte un soldato per non rischiare che il soldato venga ucciso, lasciando la gente morire indifesa sotto gli attacchi del nemico. Ai tempi della peste, nel Seicento, i medici visitavano i malati indossando tonaca, guanti e una maschera fatta di legno e invece con il Covid si è deciso di abbandonare i malati, in nome però della salute pubblica. Hanno lasciato gli anziani soli a casa per giorni con la febbre a 40, senza alcuna terapia, mentre si disidratavano, mentre svenivano, mentre in tv dicevano che era colpa della movida.
Intanto l’Italia si attestava come la nazione che registrava una letalità del Covid tra le più alte nel mondo. Ogni 100 malati ne morivano 3,5 quando in Germania ne morivano 1,4, negli Stati Uniti 1,9 e in India 1,5. Ora che è ufficiale, dopo la pubblicazione dello studio dell’istituto Mario Negri sulla prestigiosa rivista scientifica The Lancet, che cure precoci domiciliari del Covid con antinfiammatori avrebbero evitato il 90% delle ospedalizzazioni e che l’utilizzo della tachipirina, oltre che essere pressoché inutile, potrebbe aver causato molti aggravamenti, è dunque necessario ripercorrere questi due anni e mezzo appena trascorsi, perché siamo a quasi 176.000 morti e dunque basta fare un semplice calcolo.
È necessario ricordare, a chi ora tenta di confondere, per l’ennesima volta, le bugie con realtà dicendo che gli antinfiammatori sin da subito sarebbero stati consigliati dalle nostre autorità sanitarie, che invece le stesse autorità, sin da aprile 2020, hanno totalmente ignorato numerosi appelli scritti, ricevuti da diversi gruppi di medici, non collegati tra loro e però tutti concordi nell’affermare che esisteva, stando all’esperienza che si andava acquisendo sul campo, una terapia farmacologica precoce che proprio attraverso l’utilizzo di antinfiammatori stava dando eccellenti risultati. Questi medici usavano farmaci del prontuario, quindi nulla di proibito o sperimentale e visto che i malati così curati guarivano, quasi tutti, anche se anziani e con patologie, si erano decisi a scrivere al ministero della Salute, spiegando appunto che questo approccio terapeutico precoce andava ad agire sulla sintomatologia del Covid, che era poi quella che nei soggetti a rischio portava alla morte. I farmaci, cioè, pur non curando il virus, prevenivano - oppure frenavano - il processo infiammatorio provocato dal virus: impedivano dunque la formazione successiva dei trombi che si era vista essere, dopo le prime autopsie, la causa principale delle morti di Covid.
Il primo degli appelli che dicevano questo era stato consegnato a mano all’allora viceministro della Salute Pierpaolo Sileri dal parlamentare Emilio Carelli, che aveva ricevuto quella lettera da una dottoressa, la professoressa Roberta Ricciardi, neurologa responsabile di reparto all’ospedale universitario di Pisa, che lo aveva firmato insieme con 30 colleghi. Erano, questi ultimi, tutti professionisti autorevoli, come il ricercatore e professore di farmacologia Pier Paolo Sestili, l’anestesista Stefano Manera, i cardiologi Matteo Ciuffreda e Fabrizio Salvucci. Medici ospedalieri impegnati nei reparti Covid fin dalla prima ondata. E poi c’erano le firme di medici di base che vedevano così i loro pazienti guarire.
Ciò nonostante Sileri - il quale, ricordiamolo, è un medico - non fece nulla, se non altro, per verificare se quanto scritto nell’appello fosse vero. Sileri rispose semplicemente via mail alla dottoressa Ricciardi annunciandole che avrebbe sottoposto l’appello, che riteneva interessante, all’Agenzia italiana del farmaco, ma nulla accadde. Neppure quando, qualche settimana dopo, arrivarono sempre a ministero e Aifa altri appelli simili, come quelli firmati da quei medici di base che nel frattempo si erano uniti in un comitato costituito dall’avvocato Erich Grimaldi. Così, la gente continuava a morire perché restava appunto, a casa, ad «aspettare» senza medicine di guarire da sola, o di sviluppare una polmonite interstiziale che l’avrebbe a quel punto condotta al pronto soccorso: è soprattutto per questo che gli ospedali precipitarono nel caos e per questo ci costrinsero ai ripetuti lockdown.
Ancora a novembre 2020, infatti, il protocollo emanato dal ministero di Roberto Speranza dava indicazioni ai medici di base di prescrivere soltanto la tachipirina ai malati di Covid in fase lieve e di restare in «vigile attesa», come se la polmonite interstiziale si sviluppasse nel momento in cui si saliva, ormai senza fiato, in ambulanza; come se non fosse noto, alla comunità scientifica, che la tachipirina per la sua composizione potesse abbassare le difese immunitarie; come se ancora non si fosse capito che il Covid all’inizio era sempre, per tutti, una malattia «lieve», che però se non curata sarebbe potuta, per alcuni, trasformarsi in grave e diventare sì, a un certo punto, incurabile.
Chi scrive scoprì, per prima, dell’esistenza di questi appelli e iniziò a documentare in una serie di servizi andati in onda a Fuori dal coro, sin dall’inizio del gennaio 2021, la tragedia assurda che stavamo vivendo, cioè l’abbandono generalizzato dei malati di Covid a casa, perché la maggior parte dei medici di base continuavano ad attenersi ai protocolli ministeriali, pur di non rischiare conseguenze legali e provvedimenti disciplinari. Nel frattempo, però, sempre più medici iniziarono a curare precocemente i malati con successo e iniziarono ad arrivare anche i primi dati scientifici, attraverso studi retrospettivi come quello del cardiologo professor Alessandro Capucci e dell’oncologo professor Luigi Cavanna, che era finito pure, a primavera 2020, sulla copertina del Time perché all’epoca aveva già guarito dal Covid 300 pazienti a casa.
Intorno, però, un silenzio assordante anche dopo che Sileri, finalmente, ricevette al ministero nell’aprile 2021 - cioè un anno dopo gli appelli -alcuni medici del Comitato promosso dall’avvocato Grimaldi. Allora, molti di questi medici iniziarono, dalla primavera ad autunno 2021, a scendere in piazza, per informare la popolazione. Neanche questo cambiò la narrazione sulla pandemia. Anzi. I medici che avevano salvato vite umane, curando il Covid a casa, iniziarono a essere derisi e diffamati su molti giornali, trasmissioni televisive e social da politici, giornalisti, opinionisti vari e medici famosi, tra cui l’infettivologo Matteo Bassetti e il virologo Roberto Burioni. Questi ultimi ripetevano che sulle cure precoci non c’erano evidenze scientifiche, omettendo di dire che le evidenze scientifiche si sarebbero potute ottenere soltanto con trial clinici che di certo non potevano essere svolti dai medici impegnati in quel momento a soccorrere i malati abbandonati a casa.
Ora le evidenze scientifiche ci sono, dopo 176.000 morti. È stata negata loro la cura per una malattia potenzialmente fatale, con la motivazione che non fosse sicuro che la cura funzionasse anche se i medici, dati alla mano, dicevano di sì e tutto ciò senza che ci fosse, in alternativa, un’altra terapia valida.
«Le nostre terapie si mostrarono valide già nel marzo 2020 ma le boicottarono»
Il dottor Pietro Luigi Garavelli, primario di malattie infettive all’ospedale di Novara, è stato uno dei primi medici a sostenere la validità delle cure domiciliari. Fu definito «il padre dell’idrossiclorochina in Italia» e denunciò che la vaccinazione di massa sarebbe stata presto superata dal proliferare delle varianti.
Lei disse sin dai primi mesi di pandemia quella che oggi improvvisamente viene presentata come una novità: cure precoci del Covid fatte a casa salvano vite umane.
«Già nel marzo 2020, in alcuni centri del Nord Italia, cioè Novara, Ovada, Piacenza e Milano, sulla scorta di conoscenze di tipo generale, tanti medici iniziarono le cure precoci con un farmaco, l’idrossiclorochina, che ha una doppia attività antivirale e antinfiammatoria a cui venivano aggiunti, secondo l’esperienza e il caso specifico, anticoagulanti, cortisonici, antinfiammatori e altri farmaci».
Quando parla di «conoscenze di tipo generale» a che cosa si riferisce?
«Sappiamo che la malattia infettiva va approcciata il prima possibile e l’iniziale conoscenza della fisiopatologia della Covid-19 confermava tale ipotesi. L’importanza di ciò non stava nell’impiego di questa o quella associazione farmacologica, ma era nel timing, cioè nel trattare precocemente i pazienti prima che la malattia virasse da prevalente patogenesi virale a prevalente patogenesi immunitaria. D’altra parte, il concetto che una malattia infettiva vada curata il più precocemente possibile è contenuta nei manuali universitari di infettivologia».
La Regione Piemonte ha ufficializzato questo approccio terapeutico.
«Sì. Un protocollo dell’assessorato regionale alla Sanità si è impegnato con un progetto pilota nel distretto di Acqui-Ovada: si somministra un cocktail di farmaci secondo la filosofia del trattamento precoce. La Regione Piemonte ha così istituzionalizzato le cure precoci domiciliari. In questo modo vennero ridotti di tantissimo i casi gravi e si abbassò di molto la mortalità».
E nessuno sembrò accorgersene…
«Nessuna Regione fece lo stesso. So che il nostro assessore Luigi Icardi, all’epoca coordinatore della Conferenza Stato-Regioni, tentò di sollecitare un’estensione di questo protocollo a livello nazionale ma evidentemente non se ne fece nulla».
Lei fu ascoltato anche in Senato, come il professor Luigi Cavanna di Piacenza, proprio sul tema delle cure domiciliari e sull’importanza di un intervento tempestivo. Era il novembre 2020 e i morti erano meno di 100.000.
«Esatto. Spiegai quello che avevo visto facendo il mio lavoro di primario di infettivologia all’ospedale di Novara. Dissi che il Covid era una malattia che si caratterizzava in diverse fasi: una iniziale di replicazione virale e una di iper risposta infiammatoria, responsabile dei danni sistemici del polmone che conducono alla morte del paziente. E spiegai che esistevano diversi farmaci: gli antivirali aspecifici, due dei quali di impiego territoriale e cioè l’idrossiclorochina e l’azitromicina, e uno a impiego ospedaliero, il remdesivir. C’erano poi altri due farmaci, il desametasone e l’enoxaparina, che alleviano complicanze della patologia, a uso sia territoriale sia ospedaliero. Spiegai che l’idrossiclorochina era molto utile perché esercitava una duplice azione: faceva da antivirale e da immunomodulante. Quindi illustrai quanto era accaduto in Piemonte, cioè del protocollo di cura con cui avevamo iniziato a trattare in fase precoce i malati a casa».
Cosa produsse quella audizione?
«Una mozione che impegnava il governo a coinvolgere i medici esperti di terapie a casa nella revisione dei protocolli di cura, ma questo impegno non fu rispettato. I medici esperti di cure a casa non vennero coinvolti nella stesura dei nuovi protocolli, che infatti non furono revisionati secondo le nostre esperienze sul campo».
L’anno scorso lei è stato oggetto di un’azione disciplinare per aver detto, durante una manifestazione di piazza, che esistevano cure efficaci del Covid e non poteva bastare il vaccino.
«Dissi che i vaccini non erano di garanzia assoluta perché potevano essere perforati dalle varianti che man mano emergevano - secondo il principio di pressione selettiva - e che per fortuna c’erano le cure precoci per trattare quanti si sarebbero ammalati nonostante la vaccinazione, che è quello che vediamo adesso».
Così lei fu accusato di dare la spalla ai cosiddetti no vax.
«Ma io non sono no vax. Io ho sempre detto che i vaccini non sono una garanzia assoluta e che per fortuna ci sono le cure domiciliari. Il problema grande è che in Italia hanno confuso e hanno contrapposto l’approccio vaccinale all’approccio curativo. Essi non sono in opposizione, sono complementari. Ma queste non sono conoscenze di Garavelli. Sono principi contenuti nei testi universitari di microbiologia».
E Burioni twittò: farmaci dannosi
Sono già diverse decine di migliaia, soltanto in Italia, i malati di Covid, tutti sintomatici, che sono stati guariti da ormai più di 2.000 medici grazie a cure precoci domiciliari. Il 30% erano pazienti a rischio e, quando è stato possibile, questi medici li hanno visitati dopo essere stati contattati attraverso le piattaforme sociali attraverso gruppi di assistenza nati sin dall’aprile 2020. A settembre 2021 Mauro Rango, che non è un medico ma è il fondatore del più grande network di assistenza che ha riunito più di 150 medici volontari, Ippocrate.org, organizzò sul tema un convegno in Senato, l’International Covid summit, a cui intervennero medici e scienziati da tutto il mondo.
Il virologo Roberto Burioni, che a Pasqua 2021 aveva definito i medici delle cure domiciliari «praticoni», se la prese in un tweet con il convegno «dove vengono raccontate pericolosissime bugie e promosso l’utilizzo di farmaci che non solo sono inefficaci, ma anche molto dannosi». Il giorno dopo sul Corriere della Sera, lo stesso che per primo, dieci giorni fa, ha dato notizia dello studio di The Lancet sulle cure domiciliari e l’uso dei farmaci antinfiammatori, definì Rango un «guru» e si scagliò contro Ippocrate.org, prendendo a pretesto stralci del convegno che avevano affrontato il tema della prevenzione. Il summit, insomma, divenne sulla stampa un simposio di arruffoni che utilizzavano lo «zenzero» per guarire il Covid e pure un farmaco «per cavalli»: così scrissero in tanti a proposito dell’ivermectina, un antiparassitario che taluni medici di Ippocrate.org usano e che in verità nel mondo è ampiamente utilizzato. L’ivermectina nacque sì come farmaco veterinario, ma è stato autorizzato per uso umano dall’Ema, mentre il Giappone lo ha inserito in un protocollo ufficiale proprio contro il Covid.
Ippocrate.org ha curato a casa 67.000 malati di Covid, dei quali sono morti soltanto in nove. Ma la guerra mediatica contro le cure domiciliari aumentò con il passare dei mesi e vi si arruolarono diverse testate e conduttori televisivi. Non importa se ciò avrebbe portato la gente a non fidarsi delle cure domiciliari, facendo sì che accettasse di restare a casa con la tachipirina in «vigile attesa», così rischiare di aggravarsi. Addirittura, alcuni ordini dei medici, come fece quello di Milano nei confronti del dottor Andrea Stramezzi, intervenne con azioni disciplinari contro i ribelli. Eppure, da tempo erano già disponibili dati che davano ragione a questi medici, come quelli di un anno e mezzo fa in Piemonte, unica Regione che decise di adottare, ufficialmente, un protocollo di cure domiciliari precoci. Grazie a esse il Piemonte ottenne una riduzione della letalità di tre quarti.
Il professore Serafino Fazio, membro del Comitato cure domiciliari Covid-19, su un panel di 339 pazienti non vaccinati over 50 e curati entro 72 ore dai primi sintomi, registrò un solo decesso, quello di un’ultraottantenne con patologie pregresse. Anche i medici di Ippocrate.org pubblicarono uno studio: su 392 pazienti la letalità con cure precoci era dello 0,2, quando la media italiana, con la vigile attesa, oscillava tra il 3 e il 3,8%. Ma non importa. The show must go on.
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È ufficiale: il virus è trattabile. Molti lo dissero subito, ma gli appelli furono ignorati, i guariti dimenticati, i dottori puniti e scherniti da giornaloni e tv. Ecco la vera storia.L’infettivologo di Novara Pietro Luigi Garavelli: «Le autorità sanitarie hanno compiuto un grave errore nel contrapporre rimedi domiciliari e vaccini».L’intervento precoce di 2.000 medici di base ha risanato decine di migliaia di pazienti sintomatici mentre i presunti «esperti» da talk show gettavano fango su quei protocolli.Lo speciale contiene tre articoli.Ci hanno raccontato che non c’erano cure e non era vero. Anzi. Dall’inizio sapevano - e ci sono le prove - che la non-cura avrebbe messo a rischio le nostre vite e hanno fatto finta di non saperlo. Hanno dato indicazione di sovvertire tutti i principi della medicina applicati fino alla vigilia della pandemia e un esercito di ignavi medici di famiglia ha obbedito. Ignorati i manuali universitari di infettivologia. Ignorata la clinica; ignorata l’evidenza e ignorata la scienza. Tronfi di menzogne, hanno spadroneggiato nelle tv e sui giornali mainstream, che si sono prestati a questa tragica pagliacciata che si è atteggiata a servire la scienza, omettendo di notare quei segnali che mostravano quanto questa cosiddetta «scienza», propagandata nei titoli a effetto sui quotidiani, fosse in realtà soltanto ciò che veniva divulgato dalla politica. Fuori dai salotti televisivi, intanto, la gente moriva perché i malati di Covid venivano lasciati senza cure e senza assistenza medica per giorni e giorni e questo accadeva nel pieno rispetto dei protocolli ministeriali, da cui scaturivano le circolari regionali adottate dalle Asl, prima fra tutte quella della Regione Lombardia il 23 marzo 2020, rimasta invariata anche in seconda ondata. Ad aprile 2020 tra i membri del Comitato tecnico scientifico regionale lombardo c’erano il virologo Fabrizio Pregliasco e l’infettivologo Massimo Galli e la circolare scriveva che i medici di famiglia potevano visitare solo pazienti «non Covid» e non influenzati. Mai, prima d’ora, era accaduto che qualcuno fosse lasciato a casa con la febbre, anche alta, senza che un medico andasse a fargli visita; mai suddetti professori sono stati assurti a nostri angeli custodi e guai a chi osasse contraddirli.Questo, dunque, hanno fatto, con la complicità di quasi tutti i mass media, le autorità sanitarie del nostro Paese, il primo in Europa a essere investito dai contagi e il primo a scoprire che esisteva una strada per salvare vite umane ma che invece di imboccare questa strada ha perseverato nella strategia, senza logica, della fuga scomposta da un virus che era ormai ovunque al posto di aggredirlo, innanzitutto, con la cura. Il nostro ministero della Salute, d’accordo con Aifa, invece che mobilitare i medici di famiglia li ha tenuti chiusi nel loro bunker secondo il principio del «contatto zero», come se fosse una cosa normale non mandare a combattere al fronte un soldato per non rischiare che il soldato venga ucciso, lasciando la gente morire indifesa sotto gli attacchi del nemico. Ai tempi della peste, nel Seicento, i medici visitavano i malati indossando tonaca, guanti e una maschera fatta di legno e invece con il Covid si è deciso di abbandonare i malati, in nome però della salute pubblica. Hanno lasciato gli anziani soli a casa per giorni con la febbre a 40, senza alcuna terapia, mentre si disidratavano, mentre svenivano, mentre in tv dicevano che era colpa della movida.Intanto l’Italia si attestava come la nazione che registrava una letalità del Covid tra le più alte nel mondo. Ogni 100 malati ne morivano 3,5 quando in Germania ne morivano 1,4, negli Stati Uniti 1,9 e in India 1,5. Ora che è ufficiale, dopo la pubblicazione dello studio dell’istituto Mario Negri sulla prestigiosa rivista scientifica The Lancet, che cure precoci domiciliari del Covid con antinfiammatori avrebbero evitato il 90% delle ospedalizzazioni e che l’utilizzo della tachipirina, oltre che essere pressoché inutile, potrebbe aver causato molti aggravamenti, è dunque necessario ripercorrere questi due anni e mezzo appena trascorsi, perché siamo a quasi 176.000 morti e dunque basta fare un semplice calcolo.È necessario ricordare, a chi ora tenta di confondere, per l’ennesima volta, le bugie con realtà dicendo che gli antinfiammatori sin da subito sarebbero stati consigliati dalle nostre autorità sanitarie, che invece le stesse autorità, sin da aprile 2020, hanno totalmente ignorato numerosi appelli scritti, ricevuti da diversi gruppi di medici, non collegati tra loro e però tutti concordi nell’affermare che esisteva, stando all’esperienza che si andava acquisendo sul campo, una terapia farmacologica precoce che proprio attraverso l’utilizzo di antinfiammatori stava dando eccellenti risultati. Questi medici usavano farmaci del prontuario, quindi nulla di proibito o sperimentale e visto che i malati così curati guarivano, quasi tutti, anche se anziani e con patologie, si erano decisi a scrivere al ministero della Salute, spiegando appunto che questo approccio terapeutico precoce andava ad agire sulla sintomatologia del Covid, che era poi quella che nei soggetti a rischio portava alla morte. I farmaci, cioè, pur non curando il virus, prevenivano - oppure frenavano - il processo infiammatorio provocato dal virus: impedivano dunque la formazione successiva dei trombi che si era vista essere, dopo le prime autopsie, la causa principale delle morti di Covid.Il primo degli appelli che dicevano questo era stato consegnato a mano all’allora viceministro della Salute Pierpaolo Sileri dal parlamentare Emilio Carelli, che aveva ricevuto quella lettera da una dottoressa, la professoressa Roberta Ricciardi, neurologa responsabile di reparto all’ospedale universitario di Pisa, che lo aveva firmato insieme con 30 colleghi. Erano, questi ultimi, tutti professionisti autorevoli, come il ricercatore e professore di farmacologia Pier Paolo Sestili, l’anestesista Stefano Manera, i cardiologi Matteo Ciuffreda e Fabrizio Salvucci. Medici ospedalieri impegnati nei reparti Covid fin dalla prima ondata. E poi c’erano le firme di medici di base che vedevano così i loro pazienti guarire.Ciò nonostante Sileri - il quale, ricordiamolo, è un medico - non fece nulla, se non altro, per verificare se quanto scritto nell’appello fosse vero. Sileri rispose semplicemente via mail alla dottoressa Ricciardi annunciandole che avrebbe sottoposto l’appello, che riteneva interessante, all’Agenzia italiana del farmaco, ma nulla accadde. Neppure quando, qualche settimana dopo, arrivarono sempre a ministero e Aifa altri appelli simili, come quelli firmati da quei medici di base che nel frattempo si erano uniti in un comitato costituito dall’avvocato Erich Grimaldi. Così, la gente continuava a morire perché restava appunto, a casa, ad «aspettare» senza medicine di guarire da sola, o di sviluppare una polmonite interstiziale che l’avrebbe a quel punto condotta al pronto soccorso: è soprattutto per questo che gli ospedali precipitarono nel caos e per questo ci costrinsero ai ripetuti lockdown.Ancora a novembre 2020, infatti, il protocollo emanato dal ministero di Roberto Speranza dava indicazioni ai medici di base di prescrivere soltanto la tachipirina ai malati di Covid in fase lieve e di restare in «vigile attesa», come se la polmonite interstiziale si sviluppasse nel momento in cui si saliva, ormai senza fiato, in ambulanza; come se non fosse noto, alla comunità scientifica, che la tachipirina per la sua composizione potesse abbassare le difese immunitarie; come se ancora non si fosse capito che il Covid all’inizio era sempre, per tutti, una malattia «lieve», che però se non curata sarebbe potuta, per alcuni, trasformarsi in grave e diventare sì, a un certo punto, incurabile.Chi scrive scoprì, per prima, dell’esistenza di questi appelli e iniziò a documentare in una serie di servizi andati in onda a Fuori dal coro, sin dall’inizio del gennaio 2021, la tragedia assurda che stavamo vivendo, cioè l’abbandono generalizzato dei malati di Covid a casa, perché la maggior parte dei medici di base continuavano ad attenersi ai protocolli ministeriali, pur di non rischiare conseguenze legali e provvedimenti disciplinari. Nel frattempo, però, sempre più medici iniziarono a curare precocemente i malati con successo e iniziarono ad arrivare anche i primi dati scientifici, attraverso studi retrospettivi come quello del cardiologo professor Alessandro Capucci e dell’oncologo professor Luigi Cavanna, che era finito pure, a primavera 2020, sulla copertina del Time perché all’epoca aveva già guarito dal Covid 300 pazienti a casa.Intorno, però, un silenzio assordante anche dopo che Sileri, finalmente, ricevette al ministero nell’aprile 2021 - cioè un anno dopo gli appelli -alcuni medici del Comitato promosso dall’avvocato Grimaldi. Allora, molti di questi medici iniziarono, dalla primavera ad autunno 2021, a scendere in piazza, per informare la popolazione. Neanche questo cambiò la narrazione sulla pandemia. Anzi. I medici che avevano salvato vite umane, curando il Covid a casa, iniziarono a essere derisi e diffamati su molti giornali, trasmissioni televisive e social da politici, giornalisti, opinionisti vari e medici famosi, tra cui l’infettivologo Matteo Bassetti e il virologo Roberto Burioni. Questi ultimi ripetevano che sulle cure precoci non c’erano evidenze scientifiche, omettendo di dire che le evidenze scientifiche si sarebbero potute ottenere soltanto con trial clinici che di certo non potevano essere svolti dai medici impegnati in quel momento a soccorrere i malati abbandonati a casa. Ora le evidenze scientifiche ci sono, dopo 176.000 morti. 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Fu definito «il padre dell’idrossiclorochina in Italia» e denunciò che la vaccinazione di massa sarebbe stata presto superata dal proliferare delle varianti. Lei disse sin dai primi mesi di pandemia quella che oggi improvvisamente viene presentata come una novità: cure precoci del Covid fatte a casa salvano vite umane. «Già nel marzo 2020, in alcuni centri del Nord Italia, cioè Novara, Ovada, Piacenza e Milano, sulla scorta di conoscenze di tipo generale, tanti medici iniziarono le cure precoci con un farmaco, l’idrossiclorochina, che ha una doppia attività antivirale e antinfiammatoria a cui venivano aggiunti, secondo l’esperienza e il caso specifico, anticoagulanti, cortisonici, antinfiammatori e altri farmaci». Quando parla di «conoscenze di tipo generale» a che cosa si riferisce? «Sappiamo che la malattia infettiva va approcciata il prima possibile e l’iniziale conoscenza della fisiopatologia della Covid-19 confermava tale ipotesi. L’importanza di ciò non stava nell’impiego di questa o quella associazione farmacologica, ma era nel timing, cioè nel trattare precocemente i pazienti prima che la malattia virasse da prevalente patogenesi virale a prevalente patogenesi immunitaria. D’altra parte, il concetto che una malattia infettiva vada curata il più precocemente possibile è contenuta nei manuali universitari di infettivologia». La Regione Piemonte ha ufficializzato questo approccio terapeutico. «Sì. Un protocollo dell’assessorato regionale alla Sanità si è impegnato con un progetto pilota nel distretto di Acqui-Ovada: si somministra un cocktail di farmaci secondo la filosofia del trattamento precoce. La Regione Piemonte ha così istituzionalizzato le cure precoci domiciliari. In questo modo vennero ridotti di tantissimo i casi gravi e si abbassò di molto la mortalità». E nessuno sembrò accorgersene… «Nessuna Regione fece lo stesso. So che il nostro assessore Luigi Icardi, all’epoca coordinatore della Conferenza Stato-Regioni, tentò di sollecitare un’estensione di questo protocollo a livello nazionale ma evidentemente non se ne fece nulla». Lei fu ascoltato anche in Senato, come il professor Luigi Cavanna di Piacenza, proprio sul tema delle cure domiciliari e sull’importanza di un intervento tempestivo. Era il novembre 2020 e i morti erano meno di 100.000. «Esatto. Spiegai quello che avevo visto facendo il mio lavoro di primario di infettivologia all’ospedale di Novara. Dissi che il Covid era una malattia che si caratterizzava in diverse fasi: una iniziale di replicazione virale e una di iper risposta infiammatoria, responsabile dei danni sistemici del polmone che conducono alla morte del paziente. E spiegai che esistevano diversi farmaci: gli antivirali aspecifici, due dei quali di impiego territoriale e cioè l’idrossiclorochina e l’azitromicina, e uno a impiego ospedaliero, il remdesivir. C’erano poi altri due farmaci, il desametasone e l’enoxaparina, che alleviano complicanze della patologia, a uso sia territoriale sia ospedaliero. Spiegai che l’idrossiclorochina era molto utile perché esercitava una duplice azione: faceva da antivirale e da immunomodulante. Quindi illustrai quanto era accaduto in Piemonte, cioè del protocollo di cura con cui avevamo iniziato a trattare in fase precoce i malati a casa». Cosa produsse quella audizione? «Una mozione che impegnava il governo a coinvolgere i medici esperti di terapie a casa nella revisione dei protocolli di cura, ma questo impegno non fu rispettato. I medici esperti di cure a casa non vennero coinvolti nella stesura dei nuovi protocolli, che infatti non furono revisionati secondo le nostre esperienze sul campo». L’anno scorso lei è stato oggetto di un’azione disciplinare per aver detto, durante una manifestazione di piazza, che esistevano cure efficaci del Covid e non poteva bastare il vaccino. «Dissi che i vaccini non erano di garanzia assoluta perché potevano essere perforati dalle varianti che man mano emergevano - secondo il principio di pressione selettiva - e che per fortuna c’erano le cure precoci per trattare quanti si sarebbero ammalati nonostante la vaccinazione, che è quello che vediamo adesso». Così lei fu accusato di dare la spalla ai cosiddetti no vax. «Ma io non sono no vax. Io ho sempre detto che i vaccini non sono una garanzia assoluta e che per fortuna ci sono le cure domiciliari. Il problema grande è che in Italia hanno confuso e hanno contrapposto l’approccio vaccinale all’approccio curativo. Essi non sono in opposizione, sono complementari. Ma queste non sono conoscenze di Garavelli. Sono principi contenuti nei testi universitari di microbiologia». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/quando-covid-non-poteva-curare-2658144448.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="e-burioni-twitto-farmaci-dannosi" data-post-id="2658144448" data-published-at="1662311624" data-use-pagination="False"> E Burioni twittò: farmaci dannosi Sono già diverse decine di migliaia, soltanto in Italia, i malati di Covid, tutti sintomatici, che sono stati guariti da ormai più di 2.000 medici grazie a cure precoci domiciliari. Il 30% erano pazienti a rischio e, quando è stato possibile, questi medici li hanno visitati dopo essere stati contattati attraverso le piattaforme sociali attraverso gruppi di assistenza nati sin dall’aprile 2020. A settembre 2021 Mauro Rango, che non è un medico ma è il fondatore del più grande network di assistenza che ha riunito più di 150 medici volontari, Ippocrate.org, organizzò sul tema un convegno in Senato, l’International Covid summit, a cui intervennero medici e scienziati da tutto il mondo. Il virologo Roberto Burioni, che a Pasqua 2021 aveva definito i medici delle cure domiciliari «praticoni», se la prese in un tweet con il convegno «dove vengono raccontate pericolosissime bugie e promosso l’utilizzo di farmaci che non solo sono inefficaci, ma anche molto dannosi». Il giorno dopo sul Corriere della Sera, lo stesso che per primo, dieci giorni fa, ha dato notizia dello studio di The Lancet sulle cure domiciliari e l’uso dei farmaci antinfiammatori, definì Rango un «guru» e si scagliò contro Ippocrate.org, prendendo a pretesto stralci del convegno che avevano affrontato il tema della prevenzione. Il summit, insomma, divenne sulla stampa un simposio di arruffoni che utilizzavano lo «zenzero» per guarire il Covid e pure un farmaco «per cavalli»: così scrissero in tanti a proposito dell’ivermectina, un antiparassitario che taluni medici di Ippocrate.org usano e che in verità nel mondo è ampiamente utilizzato. L’ivermectina nacque sì come farmaco veterinario, ma è stato autorizzato per uso umano dall’Ema, mentre il Giappone lo ha inserito in un protocollo ufficiale proprio contro il Covid. Ippocrate.org ha curato a casa 67.000 malati di Covid, dei quali sono morti soltanto in nove. Ma la guerra mediatica contro le cure domiciliari aumentò con il passare dei mesi e vi si arruolarono diverse testate e conduttori televisivi. Non importa se ciò avrebbe portato la gente a non fidarsi delle cure domiciliari, facendo sì che accettasse di restare a casa con la tachipirina in «vigile attesa», così rischiare di aggravarsi. Addirittura, alcuni ordini dei medici, come fece quello di Milano nei confronti del dottor Andrea Stramezzi, intervenne con azioni disciplinari contro i ribelli. Eppure, da tempo erano già disponibili dati che davano ragione a questi medici, come quelli di un anno e mezzo fa in Piemonte, unica Regione che decise di adottare, ufficialmente, un protocollo di cure domiciliari precoci. Grazie a esse il Piemonte ottenne una riduzione della letalità di tre quarti. Il professore Serafino Fazio, membro del Comitato cure domiciliari Covid-19, su un panel di 339 pazienti non vaccinati over 50 e curati entro 72 ore dai primi sintomi, registrò un solo decesso, quello di un’ultraottantenne con patologie pregresse. Anche i medici di Ippocrate.org pubblicarono uno studio: su 392 pazienti la letalità con cure precoci era dello 0,2, quando la media italiana, con la vigile attesa, oscillava tra il 3 e il 3,8%. Ma non importa. The show must go on.
Paolo Berizzi (Ansa)
A Eric Gobetti si possono muovere (e le muoveremo) parecchie critiche, ma non si può non riconoscergli il pregio della trasparenza. A differenza di tanti altri a sinistra, parla chiaro, non si nasconde dietro eufemismi, il che rende le sue tesi molto facili da inquadrare. Egli esplicita con chiarezza e in modo sicuro ciò che tanti altri magari pensano ma non dicono, o dicono con mezze parole. Ecco perché la lettura del suo libro Il nostro terrorismo (Utet) è utilissima ai fini di comprendere quale sia una impostazione molto diffusa - se non la più diffusa - fra i progressisti. Non solo riguardo all’oggetto del saggio, cioè appunto il terrorismo, ma più in generale verso la politica e le idee altrui.
Questo suo saggio, per farla breve, permette di comprendere per quale motivo sia così difficile per una larga fetta di commentatori, politici e analisti anche solo considerare la possibilità che Salim El Koudri sia un terrorista o comunque abbia compiuto un atto terroristico. Gobetti tenta una definizione di terrorismo che risulta a nostro avviso molto discutibile, cioè spiega giustamente che il terrorismo non è una sorta di connotato morale bensì un metodo di lotta (e fin qui ci siamo). Aggiunge che spesso il terrorismo è agito dagli Stati, e ha molta ragione. Poi aggiunge che il fine del terrorismo è sempre politico, e su questo si potrebbe discutere. Forse sarebbe più giusto dire che l’approdo dell’azione terroristica è comunque politico a prescindere dalla volontà e dalla consapevolezza dell’autore. Più difficile è affermare che vi sia sempre un disegno preciso ad animare certe manifestazioni di violenza illegittima. Qui però non ci interessa discutere di definizioni ma esaminare l’approccio. E a tale proposito l’affermazione più potente di Gobetti è senz’altro la seguente: «Il terrorismo è dunque un metodo di lotta non solo criminale, ma anche strutturalmente fascista, secondo l’accezione proposta da Umberto Eco di Ur-fascismo o “fascismo eterno”. Nasce da una logica razzista, bellicista, suprematista, che attribuisce valore assoluto alla violenza, riconosce la supremazia della forza sul dialogo, della guerra sulla pace. Inoltre viene concretamente operato da un piccolo gruppo di “forti”, di superuomini, contro masse di “deboli”, che appartengano alla propria comunità o a quella da colpire. Che essi periscano o vengano travolti da un’ondata di violenza è messo in conto, se non auspicato, da chi sceglie di combattere mediante lo strumento del terrorismo».
Sostenere che il terrorismo sia intrinsecamente fascista equivale a dire che «la violenza è soltanto nera», che è poi ciò che si diceva negli anni di piombo quando si metteva in dubbio l’identità rossa delle Brigate rosse. Tale convinzione porta Gobetti a compiere singolari distinzioni. Egli ammette che i partigiani rossi italiani (come tutti i partigiani del globo) possono fare ricorso al terrore come metodo. Ma parlando nello specifico degli attentati dei Gap, afferma: «Si tratta di singoli episodi, che vanno considerati come tali: il frutto di scelte estreme, connesse alle dinamiche locali, presto proibiti dai comandi superiori. Per i fascisti e i nazisti al contrario la violenza brutale e indiscriminata è sempre stata lo strumento privilegiato per esercitare il potere». Singoli episodi, magari errori. Se la violenza è solo fascista, quando la commettono i rossi deve per forza trattarsi di uno sbaglio, un fraintendimento o di una risposta alla provocazione.
Non è un caso che Gobetti sia anche uno dei più ostinati negazionisti delle foibe: colpa dei fascisti se i titini uccidevano gli italiani. Tale discorso ovviamente si può estendere all’infinito. E infatti Gobetti lo estende, arrivando persino a smussare la geometrica ferocia del terrorismo comunista degli anni di piombo. Per lui dominano le «stragi fasciste», i complotti neri e la strategia della tensione. Dall’altra parte ci sono soltanto «omicidi politici di stampo comunista» di cui alla fine dei conti ha fatto le spese «soprattutto il Pci di Berlinguer». Alla faccia degli opposti estremismi.
Intendiamoci. È vero che si sta parlando di concetti ambigui, scivolosi. È ovvio che talvolta si debba lottare armi in pugno per la libertà, o per quella che si pensa sia libertà: partigiani e terroristi talvolta sono difficilmente distinguibili, non siamo ipocriti. Ed è esattamente al netto dell’ipocrisia che Gobetti riesce ad affermare una grande verità: si tende a definire terrorista ciò che ci fa comodo definire tale. Lo fanno gli Stati, lo fanno i politici. E ovviamente lo fa lo stesso Gobetti con le sue capziose distinzioni tra rossi e neri. A questa tendenza di cui abbiamo avuto fin troppe prove nel corso della storia dobbiamo però aggiungere l’altro dato che emerge con prepotenza dal libro gobettiano (malgrado le intenzioni dell’autore). E cioè che il fronte progressista si considera sempre e comunque dalla parte del giusto. A questo punto basta unire le due evidenze: se terrorismo è la violenza che non fa comodo alla causa, e se la sola causa giusta è quella progressista, si spiega perché, anche di fronte a una strage, ci siano reticenze e negazioni. Ad esempio quelle fatte esplodere da Repubblica tramite un allarmato articolo di Paolo Berizzi, gran cacciatore di fascisti. Nel pezzo, il nostro spiega che «cresce il nichilismo estremista online» e racconta che una «ricerca della Fondazione Icsa approfondisce le tematiche del terrorismo e dell’eversione: “Sono quasi sempre minori, nativi digitali, con difficoltà relazionali, vulnerabilità psicologica e vita sociale marginalizzata”. Marginalizzazione, disagio psichico, vulnerabilità... Sembra il profilo di Salim El Koudry, che è solo un po’ più vecchio. Peccato che l’articolo non sia su di lui ma sui «giovani suprematisti», cioè la «nuova versione di destra» che si configura come «nazirazzista». Tutto chiaro: se un giovane mentalmente fragile si abbevera a qualche forum nazista allora diventa un terrorista. Se un altro giovane parla di bastardi cristiani e compie una strage in stile Isis è solo un pazzo. La violenza è sempre fascista, giusto così.
C’è una sola conclusione possibile: il terrorismo non è questione di dinamica, di terminologia o modalità di azione. È solo un problema di cattiva coscienza.
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Ansa
Non dimentichiamo che, l’altro ieri, era stato il ministro dell’Interno di Islamabad, Mohsin Naqvi, a visitare la capitale iraniana, per incontrare il comandante dei pasdaran, Ahmad Vahidi. Non solo. Domani, il primo ministro pakistano, Shehbaz Sharif, si recherà in Cina dove vedrà Xi Jinping.
Dal canto suo, il ministero degli Esteri iraniano ha reso noto che Teheran starebbe esaminando i «punti di vista» degli americani. Al contempo, sempre ieri, il segretario di Stato americano, Marco Rubio, ha cautamente parlato di «segnali positivi» nel processo diplomatico, confermando il viaggio della delegazione pakistana verso la Repubblica islamica ed esprimendo delusione per il comportamento degli alleati della Nato. Tuttavia, segretario di Stato americano, probabilmente per mettere sotto pressione gli ayatollah, non ha escluso il ricorso all’opzione militare. «La preferenza del presidente è quella di concludere un buon accordo, questa è la sua preferenza», ha detto, per poi aggiungere: «Ma se non riusciamo a raggiungere un buon accordo, il presidente è stato chiaro: ha altre opzioni. Non entrerò nei dettagli, ma tutti le conoscono».
Non mancano ciononostante delle difficoltà. Fonti della Repubblica islamica hanno riferito che la Guida Suprema iraniana, Mojtaba Khamenei, avrebbe vietato il trasferimento all’estero dell’uranio in procinto di essere utilizzabile per la realizzazione di armamenti. Un’indiscrezione, quest’ultima, che è stata smentita sia dalla Casa Bianca sia da un alto funzionario di Teheran. Del resto, se fosse confermata, la notizia rischierebbe di mettere seriamente in difficoltà il processo diplomatico: Donald Trump notoriamente auspica che il regime khomeinista ceda le proprie scorte di uranio altamente arricchito. Scorte che, durante il suo recente incontro con Xi a Pechino, Vladimir Putin, secondo Interfax, si sarebbe offerto di ospitare in territorio russo. Si tratta di una proposta, quella dello zar, rispetto a cui la Casa Bianca nutre tuttavia freddezza. Ieri, il presidente americano è infatti tornato a ribadire che l’Iran non può conservare il suo uranio altamente arricchito e che saranno gli Stati Uniti a prenderne possesso. «Una volta che lo avremo, lo distruggeremo. Non lo vogliamo», ha affermato Trump, che ha anche detto che il conflitto finirà «molto presto».
Tutto questo, senza dimenticare il nodo di Hormuz. Ieri, la Repubblica islamica ha fatto sapere che Teheran sta discutendo con l’Oman l’introduzione di un pedaggio permanente per chi voglia usufruire dello Stretto: un’idea che è stata duramente bocciata dal presidente americano e dallo stesso Rubio, secondo cui l’introduzione di gabelle renderebbe impossibile ogni accordo tra Washington e Teheran. Dall’altra parte, Centcom ha reso noto di aver «reindirizzato» 94 navi da quando Washington ha imposto il blocco ai porti della Repubblica islamica. Inoltre, secondo la Cnn, l’intelligence statunitense riterrebbe che Teheran starebbe ricostituendo più rapidamente del previsto le proprie capacità militari e che, a seguito del cessate il fuoco con Washington, avrebbe riavviato la produzione di droni. Insomma, la diplomazia è ripartita. Ma la strada non è ancora in discesa.
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Il bombardamento ucraino al quartier generale dell’Fsb russo, nell’oblast di Kherson, ha provocato un centinaio fra vittime e feriti (Ansa)
La base dell’Fsb si trova a Genicheska Hirka, nell’oblast di Kherson. Allegando il video del raid, ha aggiunto che «le perdite russe sono circa un centinaio tra morti e feriti». Anche in questo caso si tratta di un messaggio per «i russi» visto che «devono capire che devono porre fine a questa loro guerra».
Ma non è stato l’unico attacco: il presidente ucraino ha infatti rivendicato un raid contro «la raffineria russa di Sizran, a oltre 800 chilometri dal confine». Inoltre, nella regione russa di Bryansk, un drone ucraino ha colpito una locomotiva, uccidendo tre persone. E anche nella parte della regione di Zaporizhzhia controllata dai russi si contano due vittime dopo che un velivolo senza pilota gialloblù ha attaccato un veicolo.
Che sia poi aumentata la capacità di difesa di Kiev ne è convinto il ministro della Difesa ucraino, Mykhailo Fedorov: ha dichiarato che «la percentuale di abbattimenti dei droni Shahed è raddoppiata negli ultimi quattro mesi, nonostante il numero di Shahed lanciati mensilmente dalla Russia sia in aumento del 35%». Gli attacchi di Mosca sull’Ucraina continuano però a mietere vittime: si contano almeno sette morti a seguito dei raid nel Donetsk, a Kharkiv e nella regione di Cherniv.
Zelensky ha intanto incassato ulteriore sostegno da parte degli alleati. Dopo lo spauracchio suscitato da una licenza commerciale britannica che avrebbe permesso l’importazione del petrolio russo da Paesi terzi, il premier laburista Keir Starmer ha fatto rientrare l’allarme. Stando a una nota diffusa da Downing street, i due leader hanno avuto una conversazione telefonica in cui Starmer «ha ribadito il costante sostegno del Regno Unito all’Ucraina e l’impegno per smantellare la macchina da guerra di Putin».
Un ulteriore appoggio a Kiev è arrivato dal cancelliere tedesco, Friedrich Merz, in tema di integrazione europea. Ha infatti proposto a Bruxelles che l’Ucraina diventi «membro associato» prima della sua completa adesione. Questo tipo di membership includerebbe già la clausola di mutua difesa con l’estensione all’Ucraina dell’articolo 42.7 del Trattato sull’Ue. A commentare l’iniziativa è stato anche il ministro degli Esteri, Antonio Tajani. Pur riconoscendo che «l’Ucraina è un Paese candidato a far parte dell’Ue», ha precisato: «Però non dobbiamo dimenticare i Balcani che sono candidati da prima». Intanto pare che la presidenza cipriota del Consiglio dell’Ue abbia fissato entro giugno l’avvio del primo pacchetto di negoziati per l’adesione. E non è escluso che sul tavolo ci sia anche la proposta di Merz. Un aiuto indirizzato al settore energetico ucraino arriva invece dall’Italia: il ministro dell’Energia Denys Shmyhal ha reso noto che il nostro Paese «fornirà ulteriori 10 milioni di euro per sostenere i lavori di ripristino e riparazione nel settore energetico».
E mentre il segretario generale della Nato, Mark Rutte, ha rimproverato «molti» alleati di «non spendere abbastanza per il sostegno all’Ucraina», c’è invece chi ha redarguito Kiev. La Lituania ha confermato che il drone precipitato sul suo territorio lo scorso 17 maggio è ucraino. Tra l’altro sia mercoledì sia ieri sono stati individuati velivoli senza pilota nei cieli lituani, ma non è stato comunicato l’autore. È in questo contesto che la Polonia ha chiesto a Kiev di usare i droni «con più precisione». La più critica è stata la Grecia: dopo il ritrovamento nelle acque greche di un drone marino ucraino, il ministro ellenico della Difesa, Nikos Dendias, ha affermato: «Ci devono delle scuse e la garanzia assoluta che una cosa del genere non si ripeterà più». Dall’altra parte, la Svezia ha preso le difese di Kiev.
A Mosca, intanto, si traccia l’identikit dei negoziatori europei. La portavoce del ministero degli Esteri, Maria Zakharova, ha affermato che «dovrebbero essere persone che godono della fiducia dei loro cittadini, che non abbiano optato per un nazionalismo esplicito, in particolare per la russofobia». Ma Zakharova si è anche esposta sui cittadini della Transnistria, dopo che Mosca ha assicurato agli abitanti una procedura semplificata per ottenere la cittadinanza russa: «La Russia è pronta a ricorrere a tutti i mezzi necessari per garantire la loro sicurezza».
Per Zelensky è senz’altro un grattacapo che si aggiunge alla questione della Bielorussia. Mentre il presidente russo Vladimir Putin, insieme all’omologo bielorusso Aleksandr Lukashenko, ha assistito ieri in videoconferenza alle esercitazioni nucleari congiunte dei due Paesi, Kiev teme un attacco da Minsk. Così il Servizio di sicurezza ucraino ha annunciato di stare «attuando una serie di misure di sicurezza rafforzate nelle regioni settentrionali» dell’Ucraina. Lukashenko ha cercato di allentare le tensioni con Kiev, sostenendo che Minsk non si farà «trascinare» nella guerra. E si è detto «pronto a incontrare» Zelensky. Ma il presidente ucraino ha già lanciato il suo avvertimento: Lukashenko «deve capire che ci saranno conseguenze se ci sarà l’aggressione contro l’Ucraina».
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