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2019-01-16
Qualunque cosa diventi la Brexit, il posto della May non lo vuole nessuno
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Ansa
La bocciatura del piano per la Brexit di Theresa May era annunciata. Non così annunciata, invece, era l'entità della sconfitta subita dal premier britannico alla Camera dei Comuni. Con 230 schede di scarto, il voto di ieri sera rappresenta la peggior sconfitta per un'esecutivo di Londra dagli anni Venti. Per cogliere la dimensione della batosta basti pensare che nella storia recente di Westminster i governi sono stati sconfitti di una decina di voti, 20 al massimo.
Quello che avrebbe dovuto essere, come definito dalla prassi ai Comuni, un «meaningful vote», cioè un voto significativo e chiarificatore sul dossier Brexit per tracciare la strada al Regno Unito per l'uscita dall'Unione europea, si è trasformato in un elemento di maggiore incertezza e instabilità. Perché sì, la bocciatura era annunciata. Ma non certo di tali proporzioni. Se fosse riuscita a contenere la sconfitta a un centinaio di voti, Theresa May avrebbe avuto la forza politica necessaria per tornare a Bruxelles, rivedere alcuni punti dell'accordo per poi provare a sottoporlo nuovamente alla Camera dei Comuni. Sarebbe stato questo il suo piano B che è obbligata a presentare entro lunedì alla luce di un emendamento approvato la scorsa settimana. Invece, la Brexit è da rifare.
Jeremy Corbyn, leader del Partito laburista e dell'opposizione, si è affrettato a chiedere di tenere una mozione di sfiducia nel giro di 24 ore dal voto. Ma questa è destinata a una fine non diversa da quella dell'accordo presentato dal premier. «Il voto di ieri dimostra che il governo conservatore di Theresa May non ha una maggioranza sulla questione più importate per il Regno Unito e non è in grado di controllare la Camera dei Comuni», ha dichiarato Corbyn aprendo oggi in Parlamento il dibatto sulla mozione.
Ma la sfiducia era morta non appena è stata annunciata. Perché dopo il voto di ieri sera la maggioranza si è immediatamente ricompattata attorno a Theresa May: l'European research group (il gruppo di euroscettici di cui fanno parte Jacob Rees-Mogg e Boris Johnson, fautori della linea dura) e il Partito unionista democratico dell'Irlanda del Nord (che con i suoi dieci deputati rappresenta la stampella su cui il governo si regge in piedi a Westminster) hanno subito detto no alla sfiducia, espresso il loro sostegno all'esecutivo invitandolo a tornare a Bruxelles e trovare una nuova intensa che non preveda un sistema come il backstop sul confine irlandese che, secondo entrambe le fazioni ribelli, mette il Regno Unito in condizione di non uscire mai definitivamente dall'Unione europea.
Ma Bruxelles, adesso, dopo la bocciatura del piano May, rimane in attesa delle mosse britanniche. «L'accordo sulla Brexit non può essere rinegoziato», ha detto Margaritis Schinas, portavoce della Commissione europea. Ma se i 27 non sembrano disposti a rivedere l'intesa, diverso è il discorso che riguarda la dichiarazione politica congiunta sulla partnership futura, una sorta di appendice all'accordo. Infatti, Schinas ha dichiarato: «Ora sta al Regno Unito dire cosa vuole fare. Aspettiamo di sapere da loro quali sono i prossimi passi».
Il cancelliere tedesco Angela Merkel ha spiegato che «abbiamo ancora tempo per negoziare», il vicepresidente della Commissione europea Frans Timmerman ha già spiegato che l'Unione ha «l'obbligo di essere pronti a ogni possibile ipotesi, anche una uscita senza accordo».
Vediamo quindi quali sono gli scenari possibili dopo la sconfitta del piano di Theresa May.
Nessun incontro tra May e Juncker. E Bruxelles resta a guardare
A fotografare perfettamente la complicata situazione dei negoziati dopo la bocciatura da parte della Camera dei Comuni del piano per la Brexit di Theresa May è Michel Barnier. Il capo negoziatore dell'Unione europea per la Brexit ha spiegato che «finché non si troverà una via di uscita all'impasse politica britannica, con un chiaro sostegno parlamentare, non potremo andare avanti. Le prossime tappe dovranno ora essere chiaramente indicate dal governo britannico» che dovrà chiarire come intende uscire dall'Ue e in che modo «voglia ottenere con noi un partenariato ambizioso e durevole».
Il presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker mantiene in queste ore una linea diretta con Theresa May, di cui però per il momento non è previsto l'arrivo a Bruxelles. Il premier britannico, infatti, deve prima risolvere i problemi di casa, dove si ritrova con un partito incapace di trovare una linea comune sulla Brexit e un Parlamento che dopo il voto di ieri sera sta cercando, su spinta di un nutrito ed esperto gruppo europeista, di strappare all'esecutivo il controllo dei negoziati rinviando l'uscita dall'Ue.
Tuttavia, un assist a Theresa May in questo senso è arrivato, un po' inaspettatamente, da Berlino, capitale non certo generosa verso Londra in questi negoziati. Il ministro degli Esteri tedesco Heiko Maas ha spiegato che un rinvio della Brexit, prevista il 29 marzo prossimo, «non avrebbe senso» visto che questa opzione non gode della maggioranza al Parlamento britannico. Il capo della diplomazia tedesca, intervistato da Deutschland Funk, ha aggiunto che un eventuale rinvio «ha senso solo se esiste anche un mezzo per raggiungere un accordo tra l'Ue e il Regno Unito».
Così Maas ha ributtato la palla nel campo britannico: non ha chiuso definitivamente la porta a un rinvio della Brexit ma ha chiesto che venga fatto qualcosa per garantire un accordo. E per fare questo potrebbe bastare anche un accordo da rivedere poi durante il corso del periodo di transizione, su cui Bruxelles e Londra hanno già raggiunto un'intesa, che si aprirà il 30 marzo 2019 per chiudersi il 31 dicembre 2020.
Il Regno Unito esclude un rinvio della Brexit e aspetta la «nuova» Europa
GiphyIl rinvio della Brexit è un'ipotesi da sempre esclusa da Theresa May, che potrebbe anche pensare di sfruttare le prossime elezioni europee di fine maggio e il nuovo vento in quel dell'Unione europea per trovare un accordo più favore per il Regno Unito.
Questa strada sembra spaventare un po' anche Guy Verhofstadt. Il leader dei liberali dell'Alde al Parlamento europeo ha spiegato che è «giunto il momento di dire ai nostri amici britannici che per il bene del Regno Unito è arrivato il momento di avere una collaborazione fra i partiti politici» britannici. Ma dopo l'appello all'unità della politica d'oltremanica, Verhofstadt ha aggiunto che per l'Unione europea «è impensabile che l'Articolo 50 (quello che ha dato il via ai negoziati e alla Brexit, ndr) sia prolungato oltre la data delle elezioni europee». Poi ha precisato che «accordo o non accordo, faremo di tutto per tutelare i diritti dei nostri cittadini e anche britannici».
Tempo, ce n'è, sembra dire Verhofstadt, facendo eco al cancelliere tedesco Angela Merkel, che ha spiegato che «abbiamo ancora tempo per negoziare» ma sottolineando come la sua Germania sia pronta anche ad affrontare una Brexit senza accordo. Ce n'è, ma non troppo. Non oltre fine maggio, quando gli europei saranno chiamati a votare.
Verhofstadt vuole evitare infatti un paradosso: se la Brexit venisse rinviata il Regno Unito uscirebbe dall'Unione europea dopo il voto; così, alle urne si possano recare anche i britannici per eleggere rappresentanti dei partiti britannici. E magari nella Commissione europea, che andrà a formarsi a novembre, il Regno Unito potrebbe anche pretendere di inserire un suo commissario. È un'ipotesi remotissima. Ma l'Ue vuole escluderla completamente per evitare che altri Paesi possano tentare una strada simile approfittandosi della debolezza di Bruxelles.
Ma pensando alle elezioni europee si può fare un altro tipo di ragionamento. Queste sono a maggio. A novembre si formerà la nuova Commissione europea. A dicembre Theresa May sarà nuovamente sfiduciabile dal suo partito, visto che ha resistito all'assalto di dicembre e lo statuto dei conservatori prevede un anno di intoccabilità. E così, se tra meno di un anno a negoziare la Brexit ci potrebbero essere volti nuovi, la Commissione europea e il governo May potrebbero pensare di trovare un'intesa ponte, un accordo transitorio per lasciare la palla ai loro successori, ma senza un'eredità pesantissima quale sarebbe il «no deal».
Intanto il parlamento britannico torna a parlare di referendum
L’opposizione laburista al governo conservatore di Theresa May spinge in due direzioni. Anche questa volta, come capita da mesi su molti temi, il partito sta da una parte e il suo leader, Jeremy Corbyn, da un’altra. La maggior parte dei deputati, infatti, vorrebbe un secondo referendum. Corbyn, invece, nuove elezioni. Formalizzando oggi la mozione di sfiducia ha spiegato che «il governo ha fallito» e ora deve «restituire la parola al Paese». Tuttavia, per percorrere quest’ultima strada avrebbe bisogno di sfiduciare il premier ma il pallottoliere alla Camera dei Comuni ha infranto i suoi sogni.
Nuove elezioni sono state escluse anche da Theresa May, che le ha definite «la peggiore strada possibile» perché non nell'interesse nazionale: «porterebbero divisione mentre il Paese ha bisogno di unità, incertezza quando servono certezze e un ulteriore rinvio mentre il popolo britannico vuole guardare avanti». E il ritorno alle urne impedirebbe questo, ha spiegato il premier: «Significherebbe che l’articolo 50 deve essere prorogato creerebbe questo creerebbe incertezza. Il voto alimenterebbe divisioni profondi», ha avvertito.
Ad aprire alla possibilità di un nuovo referendum è stato, invece, uno dei protagonisti del primo, Nigel Farage, eurodeputato ed ex leader dell’Ukip. «Se dovessimo votare per un secondo referendum» sulla Brexit «potreste avere una grossa sorpresa», ha detto alla plenaria a Strasburgo. «Certo i britannici possono essere molto rilassati, molto cool, ma se vi spingete troppo oltre il leone ruggirà e se ci sarà un secondo referendum noi vinceremo con una maggioranza ancora più netta».
Mentre 71 deputati laburisti hanno sottoscritto una lettera chiedendo un secondo referendum, Dominic Grieve, ex ministro e capofila dei dissidenti conservatori filo Ue, ha presentato oggi alla Camera dei Comuni una doppia proposta di legge che contiene l’iter verso un secondo referendum.
I due progetti di legge difficilmente passeranno senza il sostegno del governo che oggi appare impossibile ma intanto entra ai Comuni l’ipotesi di un secondo referendum. Sul quale però continua a essere poca chiarezza perché nessuno ha la risposta alla domanda «Cosa scrivere sulla scheda?». Leave o Remain come l’altra volta? L’accordo di Theresa May o il Remain? Per non parlare di caos che comporterebbe una tripla scelta con la conseguente difficoltà di trovare una soglia soddisfacente per determinare il vincitore.
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Arriva l'annunciata bocciatura del piano per la Brexit di Theresa May e quello che doveva essere un voto meramente chiarificatore per tracciare la strada al Regno Unito per l'uscita dall'Unione europea, si è trasformato invece in un elemento di maggiore incertezza e instabilità. Sebbene il presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker mantenga in queste ore una linea diretta con la May, al momento non è previsto l'arrivo a Bruxelles del primo ministro britannico. Il rinvio della Brexit è un'ipotesi da sempre esclusa dalla May che potrebbe anche pensare di sfruttare le prossime elezioni europee di fine maggio e il nuovo vento in quel dell'Unione europea per trovare un accordo più favore per il Regno Unito. L'opposizione laburista spinge in due direzioni. Il partito sta da una parte e il suo leader, Jeremy Corbyn, da un'altra. La maggior parte dei deputati, infatti, vorrebbe un secondo referendum. Corbyn, invece, nuove elezioni. Lo speciale comprende quattro articoli. La bocciatura del piano per la Brexit di Theresa May era annunciata. Non così annunciata, invece, era l'entità della sconfitta subita dal premier britannico alla Camera dei Comuni. Con 230 schede di scarto, il voto di ieri sera rappresenta la peggior sconfitta per un'esecutivo di Londra dagli anni Venti. Per cogliere la dimensione della batosta basti pensare che nella storia recente di Westminster i governi sono stati sconfitti di una decina di voti, 20 al massimo. Quello che avrebbe dovuto essere, come definito dalla prassi ai Comuni, un «meaningful vote», cioè un voto significativo e chiarificatore sul dossier Brexit per tracciare la strada al Regno Unito per l'uscita dall'Unione europea, si è trasformato in un elemento di maggiore incertezza e instabilità. Perché sì, la bocciatura era annunciata. Ma non certo di tali proporzioni. Se fosse riuscita a contenere la sconfitta a un centinaio di voti, Theresa May avrebbe avuto la forza politica necessaria per tornare a Bruxelles, rivedere alcuni punti dell'accordo per poi provare a sottoporlo nuovamente alla Camera dei Comuni. Sarebbe stato questo il suo piano B che è obbligata a presentare entro lunedì alla luce di un emendamento approvato la scorsa settimana. Invece, la Brexit è da rifare. Jeremy Corbyn, leader del Partito laburista e dell'opposizione, si è affrettato a chiedere di tenere una mozione di sfiducia nel giro di 24 ore dal voto. Ma questa è destinata a una fine non diversa da quella dell'accordo presentato dal premier. «Il voto di ieri dimostra che il governo conservatore di Theresa May non ha una maggioranza sulla questione più importate per il Regno Unito e non è in grado di controllare la Camera dei Comuni», ha dichiarato Corbyn aprendo oggi in Parlamento il dibatto sulla mozione.Ma la sfiducia era morta non appena è stata annunciata. Perché dopo il voto di ieri sera la maggioranza si è immediatamente ricompattata attorno a Theresa May: l'European research group (il gruppo di euroscettici di cui fanno parte Jacob Rees-Mogg e Boris Johnson, fautori della linea dura) e il Partito unionista democratico dell'Irlanda del Nord (che con i suoi dieci deputati rappresenta la stampella su cui il governo si regge in piedi a Westminster) hanno subito detto no alla sfiducia, espresso il loro sostegno all'esecutivo invitandolo a tornare a Bruxelles e trovare una nuova intensa che non preveda un sistema come il backstop sul confine irlandese che, secondo entrambe le fazioni ribelli, mette il Regno Unito in condizione di non uscire mai definitivamente dall'Unione europea.Ma Bruxelles, adesso, dopo la bocciatura del piano May, rimane in attesa delle mosse britanniche. «L'accordo sulla Brexit non può essere rinegoziato», ha detto Margaritis Schinas, portavoce della Commissione europea. Ma se i 27 non sembrano disposti a rivedere l'intesa, diverso è il discorso che riguarda la dichiarazione politica congiunta sulla partnership futura, una sorta di appendice all'accordo. Infatti, Schinas ha dichiarato: «Ora sta al Regno Unito dire cosa vuole fare. Aspettiamo di sapere da loro quali sono i prossimi passi». Il cancelliere tedesco Angela Merkel ha spiegato che «abbiamo ancora tempo per negoziare», il vicepresidente della Commissione europea Frans Timmerman ha già spiegato che l'Unione ha «l'obbligo di essere pronti a ogni possibile ipotesi, anche una uscita senza accordo».Vediamo quindi quali sono gli scenari possibili dopo la sconfitta del piano di Theresa May.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/qualunque-cosa-diventi-la-brexit-il-posto-della-may-non-lo-vuole-nessuno-2626175687.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="nessun-incontro-tra-may-e-juncker-e-bruxelles-resta-a-guardare" data-post-id="2626175687" data-published-at="1781879138" data-use-pagination="False"> Nessun incontro tra May e Juncker. E Bruxelles resta a guardare A fotografare perfettamente la complicata situazione dei negoziati dopo la bocciatura da parte della Camera dei Comuni del piano per la Brexit di Theresa May è Michel Barnier. Il capo negoziatore dell'Unione europea per la Brexit ha spiegato che «finché non si troverà una via di uscita all'impasse politica britannica, con un chiaro sostegno parlamentare, non potremo andare avanti. Le prossime tappe dovranno ora essere chiaramente indicate dal governo britannico» che dovrà chiarire come intende uscire dall'Ue e in che modo «voglia ottenere con noi un partenariato ambizioso e durevole».Il presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker mantiene in queste ore una linea diretta con Theresa May, di cui però per il momento non è previsto l'arrivo a Bruxelles. Il premier britannico, infatti, deve prima risolvere i problemi di casa, dove si ritrova con un partito incapace di trovare una linea comune sulla Brexit e un Parlamento che dopo il voto di ieri sera sta cercando, su spinta di un nutrito ed esperto gruppo europeista, di strappare all'esecutivo il controllo dei negoziati rinviando l'uscita dall'Ue.Tuttavia, un assist a Theresa May in questo senso è arrivato, un po' inaspettatamente, da Berlino, capitale non certo generosa verso Londra in questi negoziati. Il ministro degli Esteri tedesco Heiko Maas ha spiegato che un rinvio della Brexit, prevista il 29 marzo prossimo, «non avrebbe senso» visto che questa opzione non gode della maggioranza al Parlamento britannico. Il capo della diplomazia tedesca, intervistato da Deutschland Funk, ha aggiunto che un eventuale rinvio «ha senso solo se esiste anche un mezzo per raggiungere un accordo tra l'Ue e il Regno Unito».Così Maas ha ributtato la palla nel campo britannico: non ha chiuso definitivamente la porta a un rinvio della Brexit ma ha chiesto che venga fatto qualcosa per garantire un accordo. E per fare questo potrebbe bastare anche un accordo da rivedere poi durante il corso del periodo di transizione, su cui Bruxelles e Londra hanno già raggiunto un'intesa, che si aprirà il 30 marzo 2019 per chiudersi il 31 dicembre 2020. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/qualunque-cosa-diventi-la-brexit-il-posto-della-may-non-lo-vuole-nessuno-2626175687.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="il-regno-unito-esclude-un-rinvio-della-brexit-e-aspetta-la-nuova-europa" data-post-id="2626175687" data-published-at="1781879138" data-use-pagination="False"> Il Regno Unito esclude un rinvio della Brexit e aspetta la «nuova» Europa Giphy Il rinvio della Brexit è un'ipotesi da sempre esclusa da Theresa May, che potrebbe anche pensare di sfruttare le prossime elezioni europee di fine maggio e il nuovo vento in quel dell'Unione europea per trovare un accordo più favore per il Regno Unito.Questa strada sembra spaventare un po' anche Guy Verhofstadt. Il leader dei liberali dell'Alde al Parlamento europeo ha spiegato che è «giunto il momento di dire ai nostri amici britannici che per il bene del Regno Unito è arrivato il momento di avere una collaborazione fra i partiti politici» britannici. Ma dopo l'appello all'unità della politica d'oltremanica, Verhofstadt ha aggiunto che per l'Unione europea «è impensabile che l'Articolo 50 (quello che ha dato il via ai negoziati e alla Brexit, ndr) sia prolungato oltre la data delle elezioni europee». Poi ha precisato che «accordo o non accordo, faremo di tutto per tutelare i diritti dei nostri cittadini e anche britannici».Tempo, ce n'è, sembra dire Verhofstadt, facendo eco al cancelliere tedesco Angela Merkel, che ha spiegato che «abbiamo ancora tempo per negoziare» ma sottolineando come la sua Germania sia pronta anche ad affrontare una Brexit senza accordo. Ce n'è, ma non troppo. Non oltre fine maggio, quando gli europei saranno chiamati a votare.Verhofstadt vuole evitare infatti un paradosso: se la Brexit venisse rinviata il Regno Unito uscirebbe dall'Unione europea dopo il voto; così, alle urne si possano recare anche i britannici per eleggere rappresentanti dei partiti britannici. E magari nella Commissione europea, che andrà a formarsi a novembre, il Regno Unito potrebbe anche pretendere di inserire un suo commissario. È un'ipotesi remotissima. Ma l'Ue vuole escluderla completamente per evitare che altri Paesi possano tentare una strada simile approfittandosi della debolezza di Bruxelles.Ma pensando alle elezioni europee si può fare un altro tipo di ragionamento. Queste sono a maggio. A novembre si formerà la nuova Commissione europea. A dicembre Theresa May sarà nuovamente sfiduciabile dal suo partito, visto che ha resistito all'assalto di dicembre e lo statuto dei conservatori prevede un anno di intoccabilità. E così, se tra meno di un anno a negoziare la Brexit ci potrebbero essere volti nuovi, la Commissione europea e il governo May potrebbero pensare di trovare un'intesa ponte, un accordo transitorio per lasciare la palla ai loro successori, ma senza un'eredità pesantissima quale sarebbe il «no deal». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/qualunque-cosa-diventi-la-brexit-il-posto-della-may-non-lo-vuole-nessuno-2626175687.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="intanto-il-parlamento-britannico-torna-a-parlare-di-referendum" data-post-id="2626175687" data-published-at="1781879138" data-use-pagination="False"> Intanto il parlamento britannico torna a parlare di referendum L’opposizione laburista al governo conservatore di Theresa May spinge in due direzioni. Anche questa volta, come capita da mesi su molti temi, il partito sta da una parte e il suo leader, Jeremy Corbyn, da un’altra. La maggior parte dei deputati, infatti, vorrebbe un secondo referendum. Corbyn, invece, nuove elezioni. Formalizzando oggi la mozione di sfiducia ha spiegato che «il governo ha fallito» e ora deve «restituire la parola al Paese». Tuttavia, per percorrere quest’ultima strada avrebbe bisogno di sfiduciare il premier ma il pallottoliere alla Camera dei Comuni ha infranto i suoi sogni.Nuove elezioni sono state escluse anche da Theresa May, che le ha definite «la peggiore strada possibile» perché non nell'interesse nazionale: «porterebbero divisione mentre il Paese ha bisogno di unità, incertezza quando servono certezze e un ulteriore rinvio mentre il popolo britannico vuole guardare avanti». E il ritorno alle urne impedirebbe questo, ha spiegato il premier: «Significherebbe che l’articolo 50 deve essere prorogato creerebbe questo creerebbe incertezza. Il voto alimenterebbe divisioni profondi», ha avvertito.Ad aprire alla possibilità di un nuovo referendum è stato, invece, uno dei protagonisti del primo, Nigel Farage, eurodeputato ed ex leader dell’Ukip. «Se dovessimo votare per un secondo referendum» sulla Brexit «potreste avere una grossa sorpresa», ha detto alla plenaria a Strasburgo. «Certo i britannici possono essere molto rilassati, molto cool, ma se vi spingete troppo oltre il leone ruggirà e se ci sarà un secondo referendum noi vinceremo con una maggioranza ancora più netta».Mentre 71 deputati laburisti hanno sottoscritto una lettera chiedendo un secondo referendum, Dominic Grieve, ex ministro e capofila dei dissidenti conservatori filo Ue, ha presentato oggi alla Camera dei Comuni una doppia proposta di legge che contiene l’iter verso un secondo referendum. I due progetti di legge difficilmente passeranno senza il sostegno del governo che oggi appare impossibile ma intanto entra ai Comuni l’ipotesi di un secondo referendum. Sul quale però continua a essere poca chiarezza perché nessuno ha la risposta alla domanda «Cosa scrivere sulla scheda?». Leave o Remain come l’altra volta? L’accordo di Theresa May o il Remain? Per non parlare di caos che comporterebbe una tripla scelta con la conseguente difficoltà di trovare una soglia soddisfacente per determinare il vincitore.
Ansa
I treni sono stati instradati da Napoli a Roma sulla vecchia linea Formia. Certamente, un po’ per il caldo afoso, un po’ per il disagio dei viaggiatori, legittimamente si sono accumulate proteste su proteste e, tra l’altro, non è la prima volta che succede. Poi si è scoperto che c’era stato un furto di cavi nei pressi di Tora e Piccirilli, in provincia di Caserta. Anche questo non è una novità, ma questa volta il fatto malavitoso è risultato talmente evidente che nessuno avrebbe ragionevolmente potuto addossare la colpa la ministro delle Infrastrutture. Avrebbe...
In realtà è scoppiata una polemica contro il ministro Salvini dove si sosteneva che non si occupa a sufficienza della rete ferroviaria e della sua manutenzione, perché pensa ad altro trascurando i compiti del suo ministero.
Il casino, alla fine, si è risolto ma ovviamente il caos di ieri mattina è seguito a quello di due giorni prima. Questo perché i treni, al contrario degli aerei, non volano, un po’ come gli asini, e infatti è un somaro chi non sa, prima di fare polemiche politiche, che la linea ferroviaria si ingorga con molta facilità, più del traffico aereo sopra le nubi, perché con un treno fermo i convogli dietro, almeno fino a oggi, non possono né valicare il treno davanti né mettere la freccia e sorpassarlo.
Qualcuno, probabilmente, non sa che si chiamano Frecciarossa non perché sono dotati di frecce per il sorpasso, ma perché vanno veloci come una freccia; evidentemente a qualcuno è sfuggita la metafora e, ricordandosi i film dei cowboy e degli indiani, ha pensato che nelle stazioni ci sia un enorme arco che lancia il Frecciarossa indipendentemente da quello che si trova davanti.
Che ci sia in Italia un problema legato al fatto dell’elettrificazione delle linee ferroviarie è innegabile. Così come è innegabile che, ormai, i Frecciarossa cominciano ad avere qualche anno di uso e richiedono una manutenzione che del resto viene assicurata dalle Ferrovie dello Stato e anche dalla Rfi, che è la società responsabile delle linee ferroviarie stesse. Onestamente il livello di manutenzione della nostra rete ferroviaria non è inferiore a quello di altri Paesi europei, tant’è vero che nelle classifiche europee sull’efficienza del sistema ferroviario non siamo assolutamente nelle ultime posizioni. Certamente si può fare meglio, e si deve fare meglio, ma questo vale in particolare per i treni dei pendolari dove la situazione, nonostante gli ultimi investimenti del governo, rimane critica per sovraffollamento, mancanza di riscaldamento e raffreddamento degli ambienti interni e accumulo di ritardi.
A questo, come se non bastasse (vedi il caso di due giorni fa) si aggiunge l’opera di criminali, in particolare dei ladri di rame che notoriamente è un materiale che sul mercato illegale porta molti soldi nelle tasche di quei delinquenti che lo gestiscono, o per mano dei soliti gruppi anarchici o anarco-insurrezionalisti che pensano di favorire le ragioni del popolo contro il capitalismo, come se sui treni viaggiassero solo persone con un patrimonio da varie centinaia di migliaia di euro in su.
Alla fine, è sempre la solita storia: in nome del popolo si fanno cose a causa delle quali chi ci rimette è il popolo stesso. Ma questo è un vecchio problema che non possiamo contrastare culturalmente ma solo con una efficace (e senza sconti) repressione di questi fenomeni criminali.
Naturalmente, l’opposizione fa il suo mestiere, però potrebbe farlo anche un po’ meglio, ad esempio indicando alcune soluzioni che, quando vengono proposte, o sono irrealizzabili per mancanza di possibilità di spesa pubblica, almeno nell’immediato, o sono improbabili, ma tant’è che alla fine la colpa è di Salvini. L’ho scritto sopra e lo scrivo di nuovo: tutto si può migliorare. Basterebbe però sapere che, ad esempio, la situazione in Francia e in Germania è peggiore della nostra, per cui in Francia sono stati cancellati fino a 71 treni a causa del caldo per la mancanza, all’interno dei treni stessi, di un sistema di aria condizionata.
Ci sono dei problemi, ma questo tipo di dibattito che avviene in sede politica dopo i disagi che accadono non aiuta a risolverli e neanche a complicarli. Non serve a nulla, è tempo perso e, certamente, alimenta il sentimento di distacco dalla politica che già troneggia abbondantemente nel nostro Paese.
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Matteo Renzi (Ansa)
Il convitato di pietra Matteo Renzi si è ben palesato. L’avvocato di Volturara Apula ha una sua furbizia: guarda i sondaggi, scopre che Roberto Vannacci sorpassa la Lega e lui, memore della stagione gialloverde, strizza l’occhio a chi non dovesse digerire il generale. Manda a dire a Elly Schlein che sulla leadership alternativa a Giorgia Meloni si vedrà. E forse si sente il Vannacci di sinistra e sull’originale sentenzia: «Se entra in maggioranza lo diluiscono». Pare Cavour quando gli dissero che i repubblicani avevano dei seggi: «Vengano in Parlamento, si metteranno la cravatta». È la parabola dei grillini e Conte spera che il generale scopra Giorgia Meloni sul fianco destro mentre lui cercherà di portarsi al centro del campo largo. Così fa sapere che gli piace il progetto del centrista assessore romano Alessandro Onorato, vuole dialogare con Pina Picierno, quanto a Matteo Renzi non lo nomina per antica ruggine, ma potrebbe digerirlo.
Conte vuole comunque dare le carte e approfitta del trabocco di bile che il senatore singolo di Rignano sull’Arno ha avuto per non esser stato invitato da sora Costanza, e che ora intende farla pagare al Pd. Renzi loda il sindaco di Napoli Gaetano Manfredi (Silvia Salis non è come le sue scarpe Manolo da 1.200 euro: è già passata di moda) ben sapendo che alla Schlein, flexitariana, il partito campano è indigesto come un panino con la porchetta. Renzi è volato da Barac Obama e pare di vederlo, rivolto a Elly Schlein (delle presidenziali obamiane fu galoppina), mentre fa «tié» col gesto dell’ombrello, ricordandole: «Senza di noi perdono le politiche e il Quirinale; sulla legge elettorale stiamo a vedere. È matematica: senza i rifornisti non hanno i numeri». Lo sa bene Paola De Micheli, Pd per ogni stagione e ora moderata, che ricorda alla segretaria: «Quella foto di voi quattro è un inizio, ma ora devi aprirti al centro: parla con Renzi. Bene guardare al nostro elettorato tradizionale, ma c’è anche un elettorato fluido da conquistare». L’aggettivo fluido non è usato per guardare ai referenti dell’onorevole Alessandro Zan che piacciono tanto anche alla segretaria. Stessa esortazione arriva da Lorenzo Guerini - cacicco doc - che raccomanda: «Costruire il campo largo vuol dire fare un cantiere che coinvolge il centro». E chi lo nega?, Risponde la «coppia di fatto» di Avs, i «Fratonelli», che però rivendicano di essere gli assi del poker della sora Costanza. Quanto a Elly Schlein, sostiene che «L’alleanza progressista è già più larga, questo però non significa che le principali forze di opposizione non facciano iniziative. Sono testardamente unitaria perché lo chiede la nostra gente e da settembre faremo il programma con tutta l’alleanza». Il che significa fare un’altra cena aperta oltreché a Renzi (sta sulla riva del fiume e ripete: «Alla fine ci ritroveremo per battere le destre»), anche col segretario dei socialisti Enzo Maraio e con il capo di più Europa Riccardo Magi, che magari, dato il cognome, si attovaglia per un consommé.
Se Achille Occhetto aveva inaugurato la gioiosa macchina da guerra pare che la Schlein pensi a un’alleanza à la carte. Ma, come lascia intendere il guru del Pd Goffredo Bettini, strenuo sostenitore del rendez vous con Conte, se l’accordo non è pentastellato si rischia che il menu sia la sconfitta.
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Roberto Vannacci (Imagoeconomica)
Un dato che va naturalmente preso con le molle, ma che riflette non solo il trend in crescita che anche altri istituti segnalano per Vannacci, ma anche il solido dato di realtà costituito dalle tante adesioni a Fn in ogni parte d’Italia.
Per il resto, Fratelli d’Italia resta primo partito con il 27,8% (+0,1); crescono il Pd (22,2%,+0,5), Forza Italia (8,2%,+0,4) e Alleanza Verdi Sinistra (6,8%,+0,4). Vistoso il calo del M5s (12,1%,-1,4). Azione è al 3,1%(-0,1) e Italia Viva al 2,1 (-0,1). Il Partito Liberaldemocratico è stabile all’1,2%, , Ora! all’1,1%, +Europa all’1% e Noi Moderati allo 0,9%. Di corto muso, direbbe Massimiliano Allegri, ma il sorpasso c’è, e viene celebrato sulla pagina Fb di Futuro nazionale: «Dovevano essere una parentesi», recita il post, «dovevano essere folklore. Dovevamo essere il partito personale destinato a sparire. E invece Futuro nazionale cresce ancora e, secondo il sondaggio Youtrend per Sky Tg24, raggiunge il 5,9% e supera la Lega. Un risultato che non nasce nei salotti televisivi, ma nelle piazze, nei territori, tra la gente che non si rassegna alla solita politica, ai giochi di palazzo e ai compromessi al ribasso. Che c’è un popolo che vuole identità, coraggio, sovranità, sicurezza, libertà di parola e difesa degli interessi nazionali. Ci avevano detto che era impossibile. Noi abbiamo iniziato a camminare. E adesso acceleriamo». «Le cose stanno andando secondo i piani», commenta Vannacci a La Presse, «molto bene. Ma i veri sondaggi rimangono quelli fatti tra la gente e in mezzo alla strada. Noi non ci occupiamo delle dinamiche degli altri partiti e di quanto dicano i loro esponenti ma lavoriamo solo affinché Futuro nazionale cresca e per il bene dell’Italia e degli italiani». E nel frattempo rispunta un video del 2025 in cui il generale si dichiara pronto per Palazzo Chigi: «Se l’elettorato lo vorrà, io certamente non mi tiro indietro».
Lucida come sempre l’analisi dell’economista Antonio Maria Rinaldi, ex eurodeputato della Lega che ha aderito a Futuro nazionale: «Attenzione», dice Rinaldi alla Verità, «perché i sondaggi sono voti virtuali, i voti reali sono un’altra cosa. Il fatto che ci sia attenzione su Futuro nazionale sicuramente premia i nostri sforzi. Penso che il nostro bacino sia anche l’astensione e da questi dati si evince anche un’erosione del M5s. Ci sono dei delusi anche lì dalle promesse andate al vento. Il centrodestra dovrebbe essere contento se noi riusciamo a recuperare voti che loro non riescono a intercettare».
Non si scompone il capogruppo al Senato della Lega, Massimiliano Romeo: «Siamo un po’ stanchi», commenta Romeo, «tutti i giorni di guardare i sondaggi di Vannacci. Noi siamo qui per lavorare, siamo al governo, e la nostra preoccupazione è quella di dare risposte ai cittadini. Stiamo facendo bene nel campo della sicurezza e i rimpatri dal 2023 ad oggi sono più di 20.000. Le norme che abbiamo voluto nei decreti sicurezza sul contrasto ai maranza stanno dando i loro frutti», aggiunge Romeo, «il nuovo regolamento europeo sui migranti dà ragione al fatto che bisogna essere più rapidi e più veloci sulle espulsioni, come ha voluto la Lega nell’ultimo decreto sicurezza. Sostanzialmente siamo stati legittimati anche rispetto alla costruzione di centri in paesi fuori dall’Unione europea. Quindi si sta andando nella direzione che i cittadini vogliono».
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