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2019-01-16
Qualunque cosa diventi la Brexit, il posto della May non lo vuole nessuno
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Ansa
La bocciatura del piano per la Brexit di Theresa May era annunciata. Non così annunciata, invece, era l'entità della sconfitta subita dal premier britannico alla Camera dei Comuni. Con 230 schede di scarto, il voto di ieri sera rappresenta la peggior sconfitta per un'esecutivo di Londra dagli anni Venti. Per cogliere la dimensione della batosta basti pensare che nella storia recente di Westminster i governi sono stati sconfitti di una decina di voti, 20 al massimo.
Quello che avrebbe dovuto essere, come definito dalla prassi ai Comuni, un «meaningful vote», cioè un voto significativo e chiarificatore sul dossier Brexit per tracciare la strada al Regno Unito per l'uscita dall'Unione europea, si è trasformato in un elemento di maggiore incertezza e instabilità. Perché sì, la bocciatura era annunciata. Ma non certo di tali proporzioni. Se fosse riuscita a contenere la sconfitta a un centinaio di voti, Theresa May avrebbe avuto la forza politica necessaria per tornare a Bruxelles, rivedere alcuni punti dell'accordo per poi provare a sottoporlo nuovamente alla Camera dei Comuni. Sarebbe stato questo il suo piano B che è obbligata a presentare entro lunedì alla luce di un emendamento approvato la scorsa settimana. Invece, la Brexit è da rifare.
Jeremy Corbyn, leader del Partito laburista e dell'opposizione, si è affrettato a chiedere di tenere una mozione di sfiducia nel giro di 24 ore dal voto. Ma questa è destinata a una fine non diversa da quella dell'accordo presentato dal premier. «Il voto di ieri dimostra che il governo conservatore di Theresa May non ha una maggioranza sulla questione più importate per il Regno Unito e non è in grado di controllare la Camera dei Comuni», ha dichiarato Corbyn aprendo oggi in Parlamento il dibatto sulla mozione.
Ma la sfiducia era morta non appena è stata annunciata. Perché dopo il voto di ieri sera la maggioranza si è immediatamente ricompattata attorno a Theresa May: l'European research group (il gruppo di euroscettici di cui fanno parte Jacob Rees-Mogg e Boris Johnson, fautori della linea dura) e il Partito unionista democratico dell'Irlanda del Nord (che con i suoi dieci deputati rappresenta la stampella su cui il governo si regge in piedi a Westminster) hanno subito detto no alla sfiducia, espresso il loro sostegno all'esecutivo invitandolo a tornare a Bruxelles e trovare una nuova intensa che non preveda un sistema come il backstop sul confine irlandese che, secondo entrambe le fazioni ribelli, mette il Regno Unito in condizione di non uscire mai definitivamente dall'Unione europea.
Ma Bruxelles, adesso, dopo la bocciatura del piano May, rimane in attesa delle mosse britanniche. «L'accordo sulla Brexit non può essere rinegoziato», ha detto Margaritis Schinas, portavoce della Commissione europea. Ma se i 27 non sembrano disposti a rivedere l'intesa, diverso è il discorso che riguarda la dichiarazione politica congiunta sulla partnership futura, una sorta di appendice all'accordo. Infatti, Schinas ha dichiarato: «Ora sta al Regno Unito dire cosa vuole fare. Aspettiamo di sapere da loro quali sono i prossimi passi».
Il cancelliere tedesco Angela Merkel ha spiegato che «abbiamo ancora tempo per negoziare», il vicepresidente della Commissione europea Frans Timmerman ha già spiegato che l'Unione ha «l'obbligo di essere pronti a ogni possibile ipotesi, anche una uscita senza accordo».
Vediamo quindi quali sono gli scenari possibili dopo la sconfitta del piano di Theresa May.
Nessun incontro tra May e Juncker. E Bruxelles resta a guardare
A fotografare perfettamente la complicata situazione dei negoziati dopo la bocciatura da parte della Camera dei Comuni del piano per la Brexit di Theresa May è Michel Barnier. Il capo negoziatore dell'Unione europea per la Brexit ha spiegato che «finché non si troverà una via di uscita all'impasse politica britannica, con un chiaro sostegno parlamentare, non potremo andare avanti. Le prossime tappe dovranno ora essere chiaramente indicate dal governo britannico» che dovrà chiarire come intende uscire dall'Ue e in che modo «voglia ottenere con noi un partenariato ambizioso e durevole».
Il presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker mantiene in queste ore una linea diretta con Theresa May, di cui però per il momento non è previsto l'arrivo a Bruxelles. Il premier britannico, infatti, deve prima risolvere i problemi di casa, dove si ritrova con un partito incapace di trovare una linea comune sulla Brexit e un Parlamento che dopo il voto di ieri sera sta cercando, su spinta di un nutrito ed esperto gruppo europeista, di strappare all'esecutivo il controllo dei negoziati rinviando l'uscita dall'Ue.
Tuttavia, un assist a Theresa May in questo senso è arrivato, un po' inaspettatamente, da Berlino, capitale non certo generosa verso Londra in questi negoziati. Il ministro degli Esteri tedesco Heiko Maas ha spiegato che un rinvio della Brexit, prevista il 29 marzo prossimo, «non avrebbe senso» visto che questa opzione non gode della maggioranza al Parlamento britannico. Il capo della diplomazia tedesca, intervistato da Deutschland Funk, ha aggiunto che un eventuale rinvio «ha senso solo se esiste anche un mezzo per raggiungere un accordo tra l'Ue e il Regno Unito».
Così Maas ha ributtato la palla nel campo britannico: non ha chiuso definitivamente la porta a un rinvio della Brexit ma ha chiesto che venga fatto qualcosa per garantire un accordo. E per fare questo potrebbe bastare anche un accordo da rivedere poi durante il corso del periodo di transizione, su cui Bruxelles e Londra hanno già raggiunto un'intesa, che si aprirà il 30 marzo 2019 per chiudersi il 31 dicembre 2020.
Il Regno Unito esclude un rinvio della Brexit e aspetta la «nuova» Europa
GiphyIl rinvio della Brexit è un'ipotesi da sempre esclusa da Theresa May, che potrebbe anche pensare di sfruttare le prossime elezioni europee di fine maggio e il nuovo vento in quel dell'Unione europea per trovare un accordo più favore per il Regno Unito.
Questa strada sembra spaventare un po' anche Guy Verhofstadt. Il leader dei liberali dell'Alde al Parlamento europeo ha spiegato che è «giunto il momento di dire ai nostri amici britannici che per il bene del Regno Unito è arrivato il momento di avere una collaborazione fra i partiti politici» britannici. Ma dopo l'appello all'unità della politica d'oltremanica, Verhofstadt ha aggiunto che per l'Unione europea «è impensabile che l'Articolo 50 (quello che ha dato il via ai negoziati e alla Brexit, ndr) sia prolungato oltre la data delle elezioni europee». Poi ha precisato che «accordo o non accordo, faremo di tutto per tutelare i diritti dei nostri cittadini e anche britannici».
Tempo, ce n'è, sembra dire Verhofstadt, facendo eco al cancelliere tedesco Angela Merkel, che ha spiegato che «abbiamo ancora tempo per negoziare» ma sottolineando come la sua Germania sia pronta anche ad affrontare una Brexit senza accordo. Ce n'è, ma non troppo. Non oltre fine maggio, quando gli europei saranno chiamati a votare.
Verhofstadt vuole evitare infatti un paradosso: se la Brexit venisse rinviata il Regno Unito uscirebbe dall'Unione europea dopo il voto; così, alle urne si possano recare anche i britannici per eleggere rappresentanti dei partiti britannici. E magari nella Commissione europea, che andrà a formarsi a novembre, il Regno Unito potrebbe anche pretendere di inserire un suo commissario. È un'ipotesi remotissima. Ma l'Ue vuole escluderla completamente per evitare che altri Paesi possano tentare una strada simile approfittandosi della debolezza di Bruxelles.
Ma pensando alle elezioni europee si può fare un altro tipo di ragionamento. Queste sono a maggio. A novembre si formerà la nuova Commissione europea. A dicembre Theresa May sarà nuovamente sfiduciabile dal suo partito, visto che ha resistito all'assalto di dicembre e lo statuto dei conservatori prevede un anno di intoccabilità. E così, se tra meno di un anno a negoziare la Brexit ci potrebbero essere volti nuovi, la Commissione europea e il governo May potrebbero pensare di trovare un'intesa ponte, un accordo transitorio per lasciare la palla ai loro successori, ma senza un'eredità pesantissima quale sarebbe il «no deal».
Intanto il parlamento britannico torna a parlare di referendum
L’opposizione laburista al governo conservatore di Theresa May spinge in due direzioni. Anche questa volta, come capita da mesi su molti temi, il partito sta da una parte e il suo leader, Jeremy Corbyn, da un’altra. La maggior parte dei deputati, infatti, vorrebbe un secondo referendum. Corbyn, invece, nuove elezioni. Formalizzando oggi la mozione di sfiducia ha spiegato che «il governo ha fallito» e ora deve «restituire la parola al Paese». Tuttavia, per percorrere quest’ultima strada avrebbe bisogno di sfiduciare il premier ma il pallottoliere alla Camera dei Comuni ha infranto i suoi sogni.
Nuove elezioni sono state escluse anche da Theresa May, che le ha definite «la peggiore strada possibile» perché non nell'interesse nazionale: «porterebbero divisione mentre il Paese ha bisogno di unità, incertezza quando servono certezze e un ulteriore rinvio mentre il popolo britannico vuole guardare avanti». E il ritorno alle urne impedirebbe questo, ha spiegato il premier: «Significherebbe che l’articolo 50 deve essere prorogato creerebbe questo creerebbe incertezza. Il voto alimenterebbe divisioni profondi», ha avvertito.
Ad aprire alla possibilità di un nuovo referendum è stato, invece, uno dei protagonisti del primo, Nigel Farage, eurodeputato ed ex leader dell’Ukip. «Se dovessimo votare per un secondo referendum» sulla Brexit «potreste avere una grossa sorpresa», ha detto alla plenaria a Strasburgo. «Certo i britannici possono essere molto rilassati, molto cool, ma se vi spingete troppo oltre il leone ruggirà e se ci sarà un secondo referendum noi vinceremo con una maggioranza ancora più netta».
Mentre 71 deputati laburisti hanno sottoscritto una lettera chiedendo un secondo referendum, Dominic Grieve, ex ministro e capofila dei dissidenti conservatori filo Ue, ha presentato oggi alla Camera dei Comuni una doppia proposta di legge che contiene l’iter verso un secondo referendum.
I due progetti di legge difficilmente passeranno senza il sostegno del governo che oggi appare impossibile ma intanto entra ai Comuni l’ipotesi di un secondo referendum. Sul quale però continua a essere poca chiarezza perché nessuno ha la risposta alla domanda «Cosa scrivere sulla scheda?». Leave o Remain come l’altra volta? L’accordo di Theresa May o il Remain? Per non parlare di caos che comporterebbe una tripla scelta con la conseguente difficoltà di trovare una soglia soddisfacente per determinare il vincitore.
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Arriva l'annunciata bocciatura del piano per la Brexit di Theresa May e quello che doveva essere un voto meramente chiarificatore per tracciare la strada al Regno Unito per l'uscita dall'Unione europea, si è trasformato invece in un elemento di maggiore incertezza e instabilità. Sebbene il presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker mantenga in queste ore una linea diretta con la May, al momento non è previsto l'arrivo a Bruxelles del primo ministro britannico. Il rinvio della Brexit è un'ipotesi da sempre esclusa dalla May che potrebbe anche pensare di sfruttare le prossime elezioni europee di fine maggio e il nuovo vento in quel dell'Unione europea per trovare un accordo più favore per il Regno Unito. L'opposizione laburista spinge in due direzioni. Il partito sta da una parte e il suo leader, Jeremy Corbyn, da un'altra. La maggior parte dei deputati, infatti, vorrebbe un secondo referendum. Corbyn, invece, nuove elezioni. Lo speciale comprende quattro articoli. La bocciatura del piano per la Brexit di Theresa May era annunciata. Non così annunciata, invece, era l'entità della sconfitta subita dal premier britannico alla Camera dei Comuni. Con 230 schede di scarto, il voto di ieri sera rappresenta la peggior sconfitta per un'esecutivo di Londra dagli anni Venti. Per cogliere la dimensione della batosta basti pensare che nella storia recente di Westminster i governi sono stati sconfitti di una decina di voti, 20 al massimo. Quello che avrebbe dovuto essere, come definito dalla prassi ai Comuni, un «meaningful vote», cioè un voto significativo e chiarificatore sul dossier Brexit per tracciare la strada al Regno Unito per l'uscita dall'Unione europea, si è trasformato in un elemento di maggiore incertezza e instabilità. Perché sì, la bocciatura era annunciata. Ma non certo di tali proporzioni. Se fosse riuscita a contenere la sconfitta a un centinaio di voti, Theresa May avrebbe avuto la forza politica necessaria per tornare a Bruxelles, rivedere alcuni punti dell'accordo per poi provare a sottoporlo nuovamente alla Camera dei Comuni. Sarebbe stato questo il suo piano B che è obbligata a presentare entro lunedì alla luce di un emendamento approvato la scorsa settimana. Invece, la Brexit è da rifare. Jeremy Corbyn, leader del Partito laburista e dell'opposizione, si è affrettato a chiedere di tenere una mozione di sfiducia nel giro di 24 ore dal voto. Ma questa è destinata a una fine non diversa da quella dell'accordo presentato dal premier. «Il voto di ieri dimostra che il governo conservatore di Theresa May non ha una maggioranza sulla questione più importate per il Regno Unito e non è in grado di controllare la Camera dei Comuni», ha dichiarato Corbyn aprendo oggi in Parlamento il dibatto sulla mozione.Ma la sfiducia era morta non appena è stata annunciata. Perché dopo il voto di ieri sera la maggioranza si è immediatamente ricompattata attorno a Theresa May: l'European research group (il gruppo di euroscettici di cui fanno parte Jacob Rees-Mogg e Boris Johnson, fautori della linea dura) e il Partito unionista democratico dell'Irlanda del Nord (che con i suoi dieci deputati rappresenta la stampella su cui il governo si regge in piedi a Westminster) hanno subito detto no alla sfiducia, espresso il loro sostegno all'esecutivo invitandolo a tornare a Bruxelles e trovare una nuova intensa che non preveda un sistema come il backstop sul confine irlandese che, secondo entrambe le fazioni ribelli, mette il Regno Unito in condizione di non uscire mai definitivamente dall'Unione europea.Ma Bruxelles, adesso, dopo la bocciatura del piano May, rimane in attesa delle mosse britanniche. «L'accordo sulla Brexit non può essere rinegoziato», ha detto Margaritis Schinas, portavoce della Commissione europea. Ma se i 27 non sembrano disposti a rivedere l'intesa, diverso è il discorso che riguarda la dichiarazione politica congiunta sulla partnership futura, una sorta di appendice all'accordo. Infatti, Schinas ha dichiarato: «Ora sta al Regno Unito dire cosa vuole fare. Aspettiamo di sapere da loro quali sono i prossimi passi». Il cancelliere tedesco Angela Merkel ha spiegato che «abbiamo ancora tempo per negoziare», il vicepresidente della Commissione europea Frans Timmerman ha già spiegato che l'Unione ha «l'obbligo di essere pronti a ogni possibile ipotesi, anche una uscita senza accordo».Vediamo quindi quali sono gli scenari possibili dopo la sconfitta del piano di Theresa May.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/qualunque-cosa-diventi-la-brexit-il-posto-della-may-non-lo-vuole-nessuno-2626175687.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="nessun-incontro-tra-may-e-juncker-e-bruxelles-resta-a-guardare" data-post-id="2626175687" data-published-at="1781252628" data-use-pagination="False"> Nessun incontro tra May e Juncker. E Bruxelles resta a guardare A fotografare perfettamente la complicata situazione dei negoziati dopo la bocciatura da parte della Camera dei Comuni del piano per la Brexit di Theresa May è Michel Barnier. Il capo negoziatore dell'Unione europea per la Brexit ha spiegato che «finché non si troverà una via di uscita all'impasse politica britannica, con un chiaro sostegno parlamentare, non potremo andare avanti. Le prossime tappe dovranno ora essere chiaramente indicate dal governo britannico» che dovrà chiarire come intende uscire dall'Ue e in che modo «voglia ottenere con noi un partenariato ambizioso e durevole».Il presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker mantiene in queste ore una linea diretta con Theresa May, di cui però per il momento non è previsto l'arrivo a Bruxelles. Il premier britannico, infatti, deve prima risolvere i problemi di casa, dove si ritrova con un partito incapace di trovare una linea comune sulla Brexit e un Parlamento che dopo il voto di ieri sera sta cercando, su spinta di un nutrito ed esperto gruppo europeista, di strappare all'esecutivo il controllo dei negoziati rinviando l'uscita dall'Ue.Tuttavia, un assist a Theresa May in questo senso è arrivato, un po' inaspettatamente, da Berlino, capitale non certo generosa verso Londra in questi negoziati. Il ministro degli Esteri tedesco Heiko Maas ha spiegato che un rinvio della Brexit, prevista il 29 marzo prossimo, «non avrebbe senso» visto che questa opzione non gode della maggioranza al Parlamento britannico. Il capo della diplomazia tedesca, intervistato da Deutschland Funk, ha aggiunto che un eventuale rinvio «ha senso solo se esiste anche un mezzo per raggiungere un accordo tra l'Ue e il Regno Unito».Così Maas ha ributtato la palla nel campo britannico: non ha chiuso definitivamente la porta a un rinvio della Brexit ma ha chiesto che venga fatto qualcosa per garantire un accordo. E per fare questo potrebbe bastare anche un accordo da rivedere poi durante il corso del periodo di transizione, su cui Bruxelles e Londra hanno già raggiunto un'intesa, che si aprirà il 30 marzo 2019 per chiudersi il 31 dicembre 2020. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/qualunque-cosa-diventi-la-brexit-il-posto-della-may-non-lo-vuole-nessuno-2626175687.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="il-regno-unito-esclude-un-rinvio-della-brexit-e-aspetta-la-nuova-europa" data-post-id="2626175687" data-published-at="1781252628" data-use-pagination="False"> Il Regno Unito esclude un rinvio della Brexit e aspetta la «nuova» Europa Giphy Il rinvio della Brexit è un'ipotesi da sempre esclusa da Theresa May, che potrebbe anche pensare di sfruttare le prossime elezioni europee di fine maggio e il nuovo vento in quel dell'Unione europea per trovare un accordo più favore per il Regno Unito.Questa strada sembra spaventare un po' anche Guy Verhofstadt. Il leader dei liberali dell'Alde al Parlamento europeo ha spiegato che è «giunto il momento di dire ai nostri amici britannici che per il bene del Regno Unito è arrivato il momento di avere una collaborazione fra i partiti politici» britannici. Ma dopo l'appello all'unità della politica d'oltremanica, Verhofstadt ha aggiunto che per l'Unione europea «è impensabile che l'Articolo 50 (quello che ha dato il via ai negoziati e alla Brexit, ndr) sia prolungato oltre la data delle elezioni europee». Poi ha precisato che «accordo o non accordo, faremo di tutto per tutelare i diritti dei nostri cittadini e anche britannici».Tempo, ce n'è, sembra dire Verhofstadt, facendo eco al cancelliere tedesco Angela Merkel, che ha spiegato che «abbiamo ancora tempo per negoziare» ma sottolineando come la sua Germania sia pronta anche ad affrontare una Brexit senza accordo. Ce n'è, ma non troppo. Non oltre fine maggio, quando gli europei saranno chiamati a votare.Verhofstadt vuole evitare infatti un paradosso: se la Brexit venisse rinviata il Regno Unito uscirebbe dall'Unione europea dopo il voto; così, alle urne si possano recare anche i britannici per eleggere rappresentanti dei partiti britannici. E magari nella Commissione europea, che andrà a formarsi a novembre, il Regno Unito potrebbe anche pretendere di inserire un suo commissario. È un'ipotesi remotissima. Ma l'Ue vuole escluderla completamente per evitare che altri Paesi possano tentare una strada simile approfittandosi della debolezza di Bruxelles.Ma pensando alle elezioni europee si può fare un altro tipo di ragionamento. Queste sono a maggio. A novembre si formerà la nuova Commissione europea. A dicembre Theresa May sarà nuovamente sfiduciabile dal suo partito, visto che ha resistito all'assalto di dicembre e lo statuto dei conservatori prevede un anno di intoccabilità. E così, se tra meno di un anno a negoziare la Brexit ci potrebbero essere volti nuovi, la Commissione europea e il governo May potrebbero pensare di trovare un'intesa ponte, un accordo transitorio per lasciare la palla ai loro successori, ma senza un'eredità pesantissima quale sarebbe il «no deal». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/qualunque-cosa-diventi-la-brexit-il-posto-della-may-non-lo-vuole-nessuno-2626175687.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="intanto-il-parlamento-britannico-torna-a-parlare-di-referendum" data-post-id="2626175687" data-published-at="1781252628" data-use-pagination="False"> Intanto il parlamento britannico torna a parlare di referendum L’opposizione laburista al governo conservatore di Theresa May spinge in due direzioni. Anche questa volta, come capita da mesi su molti temi, il partito sta da una parte e il suo leader, Jeremy Corbyn, da un’altra. La maggior parte dei deputati, infatti, vorrebbe un secondo referendum. Corbyn, invece, nuove elezioni. Formalizzando oggi la mozione di sfiducia ha spiegato che «il governo ha fallito» e ora deve «restituire la parola al Paese». Tuttavia, per percorrere quest’ultima strada avrebbe bisogno di sfiduciare il premier ma il pallottoliere alla Camera dei Comuni ha infranto i suoi sogni.Nuove elezioni sono state escluse anche da Theresa May, che le ha definite «la peggiore strada possibile» perché non nell'interesse nazionale: «porterebbero divisione mentre il Paese ha bisogno di unità, incertezza quando servono certezze e un ulteriore rinvio mentre il popolo britannico vuole guardare avanti». E il ritorno alle urne impedirebbe questo, ha spiegato il premier: «Significherebbe che l’articolo 50 deve essere prorogato creerebbe questo creerebbe incertezza. Il voto alimenterebbe divisioni profondi», ha avvertito.Ad aprire alla possibilità di un nuovo referendum è stato, invece, uno dei protagonisti del primo, Nigel Farage, eurodeputato ed ex leader dell’Ukip. «Se dovessimo votare per un secondo referendum» sulla Brexit «potreste avere una grossa sorpresa», ha detto alla plenaria a Strasburgo. «Certo i britannici possono essere molto rilassati, molto cool, ma se vi spingete troppo oltre il leone ruggirà e se ci sarà un secondo referendum noi vinceremo con una maggioranza ancora più netta».Mentre 71 deputati laburisti hanno sottoscritto una lettera chiedendo un secondo referendum, Dominic Grieve, ex ministro e capofila dei dissidenti conservatori filo Ue, ha presentato oggi alla Camera dei Comuni una doppia proposta di legge che contiene l’iter verso un secondo referendum. I due progetti di legge difficilmente passeranno senza il sostegno del governo che oggi appare impossibile ma intanto entra ai Comuni l’ipotesi di un secondo referendum. Sul quale però continua a essere poca chiarezza perché nessuno ha la risposta alla domanda «Cosa scrivere sulla scheda?». Leave o Remain come l’altra volta? L’accordo di Theresa May o il Remain? Per non parlare di caos che comporterebbe una tripla scelta con la conseguente difficoltà di trovare una soglia soddisfacente per determinare il vincitore.
Donald Trump (Ansa)
Nelle prime ore di giovedì, le forze armate americane hanno lanciato una nuova ondata di bombardamenti contro obiettivi militari iraniani, la seconda nel giro di 48 ore, alimentando il timore che la guerra a bassa intensità che da mesi coinvolge Washington, Teheran e Israele possa trasformarsi in un conflitto regionale aperto. Secondo il Comando centrale statunitense (Centcom), l’operazione è iniziata poco dopo la mezzanotte, ora di Teheran, e si è conclusa circa quattro ore più tardi. Nel mirino sono finiti sistemi radar, reti di comunicazione militare e batterie di difesa aerea distribuite in diverse aree del Paese. Washington ha definito l’azione una misura di autodifesa e una risposta diretta alle attività ostili attribuite alla Repubblica islamica.
Le esplosioni sono state segnalate soprattutto nelle province meridionali iraniane, nelle vicinanze dello Stretto di Hormuz. Trump ha successivamente rivelato che gli Stati Uniti hanno impiegato 49 missili Tomahawk contro infrastrutture militari iraniane, alcune situate a circa 65 chilometri da Teheran. Per il Wall Street Journal, Washington avrebbe comunicato a Teheran, attraverso la mediazione del Qatar, che l’operazione rappresenta una risposta limitata e non l’inizio di una guerra su vasta scala. Trump, tuttavia, ha ulteriormente alzato il livello dello scontro. In un’intervista a Fox News ha sostenuto che l’Iran sarebbe ormai privo di reali capacità difensive e che gli Usa potrebbero, se lo volessero, «conquistare l’intero Paese». Ancora più pesante il messaggio pubblicato su Truth. «Stanotte gli Stati Uniti colpiranno l’Iran con la massima durezza», ha scritto Trump, minacciando anche di assumere il controllo di infrastrutture energetiche strategiche. Nel messaggio ha indicato esplicitamente l’isola di Kharg, principale terminal petrolifero dell’Iran e snodo essenziale per le esportazioni di greggio. «Questa notte prenderemo l’isola», ha affermato.
Teheran ha reagito respingendo le dichiarazioni americane e negando l’esistenza di nuovi negoziati con Washington. Un duro avvertimento è arrivato da Mohammad Ghalibaf, presidente del Parlamento iraniano, che ha affermato che «eventuali decisioni impulsive» da parte degli Stati Uniti rischierebbero di destabilizzare ulteriormente la regione, colpire i mercati energetici globali e trascinare Washington in una crisi prolungata. «Vedrete un Iran diverso», ha dichiarato. Le Guardie rivoluzionarie hanno annunciato la chiusura completa dello Stretto di Hormuz, mentre l’Autorità dello Stretto del Golfo Persico ha confermato il blocco «fino a nuovo avviso», invitando tutte le navi autorizzate al transito ad attendere nuove istruzioni. Il Centcom ha invece ribadito che l’Iran non controlla il passaggio marittimo strategico e che le rotte restano accessibili alle imbarcazioni che rispettano le sanzioni statunitensi contro Teheran. Il comandante delle forze aerospaziali dei Pasdaran, il generale Seyed Majid Mousavi, ha minacciato direttamente Washington. «Faremo di questa regione un inferno per voi», ha dichiarato, mentre la Marina delle Guardie rivoluzionarie ha avvertito che qualsiasi imbarcazione si avvicinerà allo Stretto potrà «essere sottoposta a misure decisive». Le autorità iraniane hanno inoltre ampliato la lista dei bersagli in caso di nuove escalation, includendo interessi economici riconducibili a Elon Musk in Medio Oriente.
Poi in serata è arrivata l’ennesima svolta inattesa. Il presidente degli Stati Uniti ha annunciato di aver sospeso gli attacchi contro l’Iran e che il regime di Teheran avrebbe accettato un accordo per porre fine alla guerra. «Considerato che le discussioni con la Repubblica islamica dell’Iran sono state portate ai massimi livelli della leadership iraniana e approvate, io, in qualità di presidente degli Stati Uniti d’America, ho annullato gli attacchi e i bombardamenti programmati contro l’Iran per questa sera. Le discussioni e i punti finali sono stati approvati, sia a livello concettuale che nei dettagli, da tutte le parti coinvolte, inclusi Stati Uniti, Israele, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Qatar, Turchia, Pakistan, Bahrein, Kuwait, Giordania, Egitto e altri. Il blocco navale rimarrà in vigore fino al completamento di questa transazione: data e luogo della firma saranno annunciati a breve», ha scritto Trump su Truth. Non solo, secondo Axios, Qatar e Teheran avrebbero già un testo comune. Si attenderebbe l’ok di Khamenei (e degli Usa).
Sul fronte israeliano, il premier Benjamin Netanyahu ha convocato una riunione straordinaria con i principali ministri e i responsabili della sicurezza. Il leader israeliano ha dichiarato che le forze armate stanno «colpendo duramente Hezbollah» e che «centinaia di terroristi vengono eliminati ogni settimana». Nel frattempo, l’Idf ha annunciato di aver assunto il controllo operativo dell’area a Nord del fiume Saluki, nel Libano meridionale. Secondo l’esercito israeliano, nel corso dell’operazione sono stati eliminati miliziani di Hezbollah e smantellate infrastrutture utilizzate dal movimento sciita filo-iraniano. L’operazione conferma l’intensificazione delle attività militari israeliane lungo il fronte settentrionale e il tentativo di creare una fascia di sicurezza contro le minacce provenienti dal Libano.
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Andrea Bocelli e EJAE si esibiscono alla cerimonia di apertura dei Mondiali 2026 allo Stadio Azteca di Città del Messico (Getty Images)
Il Messico apre il Mondiale 2026 superando 2-0 il Sudafrica nello stadio che ha ospitato la «partita del secolo» e le magie di Maradona. Dalla cerimonia con Shakira e Bocelli alle proteste per i desaparecidos, fino al primo annuncio Var della storia del torneo e alle tre espulsioni. Nella notte la Corea del Sud rimonta e batte 2-1 la Repubblica Ceca. Stasera Canada-Bosnia e Usa-Paraguay.
Il Mondiale 2026 è ufficialmente cominciato e lo ha fatto nel segno del Messico. Davanti agli oltre 80.000 spettatori dello stadio Azteca El Tricolor ha battuto 2-0 nella gara d'esordio il Sudafrica e ha conquistato i primi tre punti del Gruppo A. Una partita inaugurale che è già passata alla storia per il primo annuncio Var della storia dei Mondiali, diventato virale per l'incertezza linguistica dell'arbitro brasiliano Wilton Sampaio, il record di tre espulsioni e per l'Azteca diventato il primo stadio ad aver ospitato tre gare d’apertura della Coppa del Mondo.
Per inaugurare il primo Mondiale a 48 squadre non poteva esserci, infatti, scenario più adatto dello stadio Azteca. Uno degli impianti più iconici del calcio mondiale dove la Coppa del Mondo è tornata quarant'anni dopo l'ultima volta. Era già accaduto nel 1970 e nel 1986; con questa edizione l'Azteca diventa il primo stadio della storia ad aver ospitato tre partite inaugurali del torneo. Un dettaglio statistico che racconta bene il valore simbolico di questo luogo per intere generazioni di appassionati.
L'Azteca, infatti, è molto più di un semplice stadio. Qui il 17 giugno 1970 andò in scena quella che è passata alla storia come la «partita del secolo», il 4-3 con cui l'Italia di Ferruccio Valcareggi eliminò la Germania Ovest conquistando la finale mondiale. Pochi giorni dopo, sempre su questo prato, Pelé segnò di testa nella finale contro gli azzurri, sovrastando un gigante come Tarcisio Burgnich nel gol che aprì il successo del Brasile. Ma è soprattutto il Mondiale del 1986 ad aver consegnato definitivamente l'Azteca alla leggenda. Nei quarti di finale tra Argentina e Inghilterra, Diego Armando Maradona realizzò nel giro di quattro minuti due reti destinate a entrare nella storia per motivi opposti: la prima, segnata con la mano e poi ribattezzata Mano de Dios; la seconda, frutto di una straordinaria azione personale iniziata nella propria metà campo e conclusa dopo aver superato mezza squadra inglese, passata agli annali come il «gol del secolo». In quello stesso Mondiale e sempre all'Azteca, nell'ottavo di finale tra Messico e Bulgaria, il gol dei padroni di casa segnato in sforbiciata da Manuel Negrete fece registrare il boato più potente del pubblico mai ascoltato in uno stadio. Insomma, a queste altitudini - all'Estadio Azteca si gioca a 2.240 metri sopra il livello del mare - si respira storia del calcio a pieni polmoni. Una storia che il popolo messicano custodisce orgogliosamente e che, prima ancora del fischio d'inizio, è stata celebrata attraverso una cerimonia inaugurale pensata per raccontare al mondo l'identità e la tradizione del Paese ospitante.
La cerimonia di apertura della Coppa del Mondo Fifa 2026 allo Stadio Azteca di Città del Messico (Getty Images)
Un gigantesco pallone dorato, poi diventato una Coppa del Mondo al centro del campo, ha accompagnato uno spettacolo costruito attorno alla cultura messicana e alla celebrazione del torneo. Ad aprire la serata sono stati i Manà, seguiti da J Balvin e da altri artisti latinoamericani. Il boato più forte è stato però riservato a Shakira, tornata protagonista di un Mondiale sedici anni dopo il successo di Waka Waka, questa volta con Dai Dai, interpretata insieme a Burna Boy. A chiudere la cerimonia ci hanno pensato Andrea Bocelli ed EJAE con Dna (More Than A Game), mentre sul terreno di gioco sfilavano le bandiere delle 48 nazionali partecipanti. L'apertura ufficiale della competizione è stata affidata al presidente della Fifa, Gianni Infantino, accompagnato dall'attrice messicana Salma Hayek. Fuori dall'impianto, intanto, alcuni manifestanti hanno protestato per chiedere giustizia per i desaparecidos, dando vita a momenti di tensione con le forze dell'ordine nei pressi dello stadio.
Poi finalmente palla al campo, dove il Messico ha confermato i favori del pronostico, sbloccando il risultato appena dopo 9' grazie a Julián Quiñones, capocannoniere dell'ultima Saudi Pro League con 33 gol. El Tricolor, sfruttando anche la superiorità numerica causata dall'espulsione di Sithole a inizio ripresa, ha continuato a spingere trovando il raddoppio con un colpo di testa di Raúl Jiménez, al 47° centro in nazionale, secondo miglior marcatore nella storia messicana alle spalle del solo Chicharito Hernández. Il finale è stato caratterizzato da altri due cartellini rossi: quello diretto a Zwane, dopo la revisione al Var, e quello mostrato nel recupero al messicano Montes. Un record per una partita inaugurale di un Mondiale. Proprio l'espulsione del sudafricano Zwane ha dato vita a uno degli episodi più curiosi della serata. Chiamato a comunicare la decisione al pubblico attraverso il nuovo sistema di annunci arbitrali introdotto dalla Fifa, il brasiliano Wilton Sampaio si è inceppato nell'inglese prima di riuscire a spiegare il provvedimento disciplinare. Le immagini dei giocatori sudafricani intenti a cercare di interpretare le sue parole hanno fatto rapidamente il giro del web, trasformando il primo annuncio Var della storia dei Mondiali in un inatteso momento virale.
Themba Zwane del Sudafrica viene espulso dall'arbitro Wilton Sampaio (Getty Images)
Nell'altra partita del Gruppo A, disputata nella notte italiana a Guadalajara, la Corea del Sud ha superato 2-1 in rimonta la Repubblica Ceca, agganciando così il Messico in testa alla classifica del girone. Dopo un primo tempo senza reti, sono stati i cechi a passare in vantaggio al 58' con Ladislav Krejci. La reazione asiatica, però, è stata immediata: In-Beom Hwang ha ristabilito la parità al 67'. Dieci minuti più tardi Tomas Soucek aveva riportato avanti la Repubblica Ceca, ma il Var ha annullato la rete per fuorigioco. A decidere l'incontro è stato quindi Hyeon-Gyu Oh, che all'81' ha firmato il definitivo 2-1.
Oggi si prosegue con l'esordio delle altre due nazioni ospitanti. Alle 21 italiane, a Toronto, il Canada affronterà la Bosnia-Erzegovina nella prima sfida del Gruppo B. Nella notte tra venerdì e sabato, alle 3 italiane, toccherà invece agli Stati Uniti, impegnati a Los Angeles contro il Paraguay nel match inaugurale del Gruppo D. Dopo la serata dell'Azteca, la Coppa del Mondo entrerà così definitivamente nel vivo, coinvolgendo tutti e tre i Paesi organizzatori della rassegna.
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Silvia Slis (Ansa)
Nel giorno del bilancio del suo primo anno da sindaco di Genova, Silvia Salis tenta l’approccio da leader nazionale più che da sindaco: sicurezza, immigrazione, rimpatri, campo largo. Tutto, rigorosamente, con il governo nel mirino.
Da giorni la strategia dell’ex campionessa di lancio del martello per mettere in difficoltà l’esecutivo è quella di insistere sulle presunte promesse disattese in materia di espulsioni. Ma dal Viminale hanno provato a rovinarle la passeggiata sul tappeto rosso steso per la liturgia della conferenza stampa organizzata nei minimi dettagli (dal Comune hanno persino provato a chiedere ai cronisti di conoscere le domande in anticipo).
Il ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, ha annunciato la sua visita nel capoluogo ligure per affrontare alcune questioni spinose del dossier sicurezza: taser, videosorveglianza, organici e, soprattutto, rimpatri. Mercoledì, in aula, Piantedosi aveva snocciolato qualche dato, che si è rivelato diametralmente opposto alla lettura della Salis: dal 2023 al 2025 «il numero totale dei rimpatri è cresciuto di oltre il 40%» e nei primi mesi del 2026 il dato sarebbe «ancora in crescita, superando del 30% il dato dello stesso periodo dell’anno precedente».
Ma soprattutto, secondo il ministro, sarebbe aumentato il rapporto tra immigrati irregolari sbarcati e immigrati rimpatriati: «Dal 3% del 2023 al 10% dell’anno scorso e addirittura al 31 dall’inizio dell’anno». Ma il dato politico di giornata è un altro. Il Viminale si è detto pronto ad accogliere quella che appare come un’implicita richiesta della nuova Salis ultrà dei rimpatri, con la realizzazione di un Cpr proprio a Genova. E, così, mentre il sindaco scarica sul governo il caos sicurezza, il governo trova la soluzione facendola passare proprio da Genova. Una mossa a sorpresa che ha subito ridotto l’impatto della conferenza autocelebrativa di Palazzo Tursi. Sulla sicurezza il sindaco ha insistito sul tema delle volanti insufficienti, che «se insistono in un quartiere ne lasciano scoperto un altro».
Salis ha rivendicato «294 delibere in un anno», ha parlato di «città che si prende cura» di grandi eventi, cultura, verde e riqualificazioni. Ma fuori dalla sala stampa il centrodestra organizzava una contro-conferenza accusando la giunta di governare una «città immobile e poco sicura». L’ex sindaco reggente Pietro Piciocchi ha parlato di «narrazione stucchevole». Secondo il capogruppo di Vince Genova, la giunta avrebbe ereditato «un Comune con un avanzo consistente e un debito ridotto», ritrovandosi, invece, oggi con «le tasse comunali più alte d’Italia e con l’aliquota massima applicata sull’Irpef». Ma la vera ferita politica si chiama Amt.
La municipalizzata dei trasporti è stata raccontata dalla stessa giunta come un malato in terapia intensiva. Il vicesindaco Alessandro Terrile ha ammesso «errori», ha parlato di un’azienda «inseguita dai creditori» e di un servizio che «non sarà all’altezza per diversi mesi». La Salis ha ringraziato sindacati, lavoratori e cittadini «pazienti». Tutti, tranne la Regione del governatore Marco Bucci. Nessun grazie per gli anticipi milionari e, soprattutto, per i 40 milioni di euro a fondo perduto che hanno consentito alla municipalizzata di continuare a pagare stipendi e servizi e la sua ricapitalizzazione. Nessun riconoscimento politico a chi, secondo l’opposizione, avrebbe materialmente evitato il collasso immediato dell’azienda.
Ma ha continuato a ripetere che farà «la sindaca per cinque anni» e che non cambierà idea. Nonostante la postura da leader nazionale che cerca di darsi. Lo dimostra anche il passaggio sul campo largo: «È imprescindibile». Anche se un giornalista l’ha ricondotta alla realtà ricordandole che a Venezia non è andata così bene. Ma c’è stato anche il momento in cui ha rivendicato di essere stata «scandagliata» più di ogni altro sindaco perché Genova starebbe facendo «qualcosa di importante anche in opposizione al governo». Un attivismo che il centrodestra liquida, invece, come propaganda permanente.
La leghista Paola Bordilli ha ricordato la concretezza dei risultati delle giunte di centrodestra, confrontandola con l’attuale stato di abbandono del centro storico. Mario Mascia, capogruppo di Forza Italia, ha parlato di una «proliferazione preoccupante» di studi e consulenze su verde, rifiuti e cabinovia, accusando la giunta di non avere «il coraggio di affrontare i temi da un punto di vista politico». Un argomento sul quale durante la conferenza stampa si è innestata la domanda di Giulia Mietta, giornalista di Genova24 e Ansa, moglie del portavoce del sindaco, Simone D’Ambrosio.
La risposta è stata prontissima: con Salis le consulenze costano meno rispetto all’era Bucci. Il sindaco non è quasi mai stata sorpresa dalle domande che, anzi, le hanno dato la possibilità di decantare l’operato della sua giunta. Uno dei pochi momenti fuori copione è arrivato quando un cronista del Fatto quotidiano le ha chiesto conto dei servizi comunicativi dell’agenzia Jump di Matteo Agnoletti, ex spin-doctor di Matteo Renzi (ricordiamo che proprio il fu Rottamatore è stato l’ideatore della discesa in campo della Salis) e oggi regista dell’immagine pubblica e mediatica della Salis.
Una domanda su costi e finanziatori alla quale la prima cittadina ha provato a sottrarsi così: «È una cosa personale, questa è una domanda che riguarda solo me. E avevamo chiesto di restringere le domande all’amministrazione della città». Una risposta che ha finito inevitabilmente per alimentare altri quesiti, soprattutto dopo una conferenza stampa costruita sul controllo preventivo dei temi da affrontare. Resta da capire se l’arrivo di Piantedosi metterà in discussione una narrazione che in pochi in città provano a smontare.
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