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2019-01-16
Qualunque cosa diventi la Brexit, il posto della May non lo vuole nessuno
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Ansa
La bocciatura del piano per la Brexit di Theresa May era annunciata. Non così annunciata, invece, era l'entità della sconfitta subita dal premier britannico alla Camera dei Comuni. Con 230 schede di scarto, il voto di ieri sera rappresenta la peggior sconfitta per un'esecutivo di Londra dagli anni Venti. Per cogliere la dimensione della batosta basti pensare che nella storia recente di Westminster i governi sono stati sconfitti di una decina di voti, 20 al massimo.
Quello che avrebbe dovuto essere, come definito dalla prassi ai Comuni, un «meaningful vote», cioè un voto significativo e chiarificatore sul dossier Brexit per tracciare la strada al Regno Unito per l'uscita dall'Unione europea, si è trasformato in un elemento di maggiore incertezza e instabilità. Perché sì, la bocciatura era annunciata. Ma non certo di tali proporzioni. Se fosse riuscita a contenere la sconfitta a un centinaio di voti, Theresa May avrebbe avuto la forza politica necessaria per tornare a Bruxelles, rivedere alcuni punti dell'accordo per poi provare a sottoporlo nuovamente alla Camera dei Comuni. Sarebbe stato questo il suo piano B che è obbligata a presentare entro lunedì alla luce di un emendamento approvato la scorsa settimana. Invece, la Brexit è da rifare.
Jeremy Corbyn, leader del Partito laburista e dell'opposizione, si è affrettato a chiedere di tenere una mozione di sfiducia nel giro di 24 ore dal voto. Ma questa è destinata a una fine non diversa da quella dell'accordo presentato dal premier. «Il voto di ieri dimostra che il governo conservatore di Theresa May non ha una maggioranza sulla questione più importate per il Regno Unito e non è in grado di controllare la Camera dei Comuni», ha dichiarato Corbyn aprendo oggi in Parlamento il dibatto sulla mozione.
Ma la sfiducia era morta non appena è stata annunciata. Perché dopo il voto di ieri sera la maggioranza si è immediatamente ricompattata attorno a Theresa May: l'European research group (il gruppo di euroscettici di cui fanno parte Jacob Rees-Mogg e Boris Johnson, fautori della linea dura) e il Partito unionista democratico dell'Irlanda del Nord (che con i suoi dieci deputati rappresenta la stampella su cui il governo si regge in piedi a Westminster) hanno subito detto no alla sfiducia, espresso il loro sostegno all'esecutivo invitandolo a tornare a Bruxelles e trovare una nuova intensa che non preveda un sistema come il backstop sul confine irlandese che, secondo entrambe le fazioni ribelli, mette il Regno Unito in condizione di non uscire mai definitivamente dall'Unione europea.
Ma Bruxelles, adesso, dopo la bocciatura del piano May, rimane in attesa delle mosse britanniche. «L'accordo sulla Brexit non può essere rinegoziato», ha detto Margaritis Schinas, portavoce della Commissione europea. Ma se i 27 non sembrano disposti a rivedere l'intesa, diverso è il discorso che riguarda la dichiarazione politica congiunta sulla partnership futura, una sorta di appendice all'accordo. Infatti, Schinas ha dichiarato: «Ora sta al Regno Unito dire cosa vuole fare. Aspettiamo di sapere da loro quali sono i prossimi passi».
Il cancelliere tedesco Angela Merkel ha spiegato che «abbiamo ancora tempo per negoziare», il vicepresidente della Commissione europea Frans Timmerman ha già spiegato che l'Unione ha «l'obbligo di essere pronti a ogni possibile ipotesi, anche una uscita senza accordo».
Vediamo quindi quali sono gli scenari possibili dopo la sconfitta del piano di Theresa May.
Nessun incontro tra May e Juncker. E Bruxelles resta a guardare
A fotografare perfettamente la complicata situazione dei negoziati dopo la bocciatura da parte della Camera dei Comuni del piano per la Brexit di Theresa May è Michel Barnier. Il capo negoziatore dell'Unione europea per la Brexit ha spiegato che «finché non si troverà una via di uscita all'impasse politica britannica, con un chiaro sostegno parlamentare, non potremo andare avanti. Le prossime tappe dovranno ora essere chiaramente indicate dal governo britannico» che dovrà chiarire come intende uscire dall'Ue e in che modo «voglia ottenere con noi un partenariato ambizioso e durevole».
Il presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker mantiene in queste ore una linea diretta con Theresa May, di cui però per il momento non è previsto l'arrivo a Bruxelles. Il premier britannico, infatti, deve prima risolvere i problemi di casa, dove si ritrova con un partito incapace di trovare una linea comune sulla Brexit e un Parlamento che dopo il voto di ieri sera sta cercando, su spinta di un nutrito ed esperto gruppo europeista, di strappare all'esecutivo il controllo dei negoziati rinviando l'uscita dall'Ue.
Tuttavia, un assist a Theresa May in questo senso è arrivato, un po' inaspettatamente, da Berlino, capitale non certo generosa verso Londra in questi negoziati. Il ministro degli Esteri tedesco Heiko Maas ha spiegato che un rinvio della Brexit, prevista il 29 marzo prossimo, «non avrebbe senso» visto che questa opzione non gode della maggioranza al Parlamento britannico. Il capo della diplomazia tedesca, intervistato da Deutschland Funk, ha aggiunto che un eventuale rinvio «ha senso solo se esiste anche un mezzo per raggiungere un accordo tra l'Ue e il Regno Unito».
Così Maas ha ributtato la palla nel campo britannico: non ha chiuso definitivamente la porta a un rinvio della Brexit ma ha chiesto che venga fatto qualcosa per garantire un accordo. E per fare questo potrebbe bastare anche un accordo da rivedere poi durante il corso del periodo di transizione, su cui Bruxelles e Londra hanno già raggiunto un'intesa, che si aprirà il 30 marzo 2019 per chiudersi il 31 dicembre 2020.
Il Regno Unito esclude un rinvio della Brexit e aspetta la «nuova» Europa
GiphyIl rinvio della Brexit è un'ipotesi da sempre esclusa da Theresa May, che potrebbe anche pensare di sfruttare le prossime elezioni europee di fine maggio e il nuovo vento in quel dell'Unione europea per trovare un accordo più favore per il Regno Unito.
Questa strada sembra spaventare un po' anche Guy Verhofstadt. Il leader dei liberali dell'Alde al Parlamento europeo ha spiegato che è «giunto il momento di dire ai nostri amici britannici che per il bene del Regno Unito è arrivato il momento di avere una collaborazione fra i partiti politici» britannici. Ma dopo l'appello all'unità della politica d'oltremanica, Verhofstadt ha aggiunto che per l'Unione europea «è impensabile che l'Articolo 50 (quello che ha dato il via ai negoziati e alla Brexit, ndr) sia prolungato oltre la data delle elezioni europee». Poi ha precisato che «accordo o non accordo, faremo di tutto per tutelare i diritti dei nostri cittadini e anche britannici».
Tempo, ce n'è, sembra dire Verhofstadt, facendo eco al cancelliere tedesco Angela Merkel, che ha spiegato che «abbiamo ancora tempo per negoziare» ma sottolineando come la sua Germania sia pronta anche ad affrontare una Brexit senza accordo. Ce n'è, ma non troppo. Non oltre fine maggio, quando gli europei saranno chiamati a votare.
Verhofstadt vuole evitare infatti un paradosso: se la Brexit venisse rinviata il Regno Unito uscirebbe dall'Unione europea dopo il voto; così, alle urne si possano recare anche i britannici per eleggere rappresentanti dei partiti britannici. E magari nella Commissione europea, che andrà a formarsi a novembre, il Regno Unito potrebbe anche pretendere di inserire un suo commissario. È un'ipotesi remotissima. Ma l'Ue vuole escluderla completamente per evitare che altri Paesi possano tentare una strada simile approfittandosi della debolezza di Bruxelles.
Ma pensando alle elezioni europee si può fare un altro tipo di ragionamento. Queste sono a maggio. A novembre si formerà la nuova Commissione europea. A dicembre Theresa May sarà nuovamente sfiduciabile dal suo partito, visto che ha resistito all'assalto di dicembre e lo statuto dei conservatori prevede un anno di intoccabilità. E così, se tra meno di un anno a negoziare la Brexit ci potrebbero essere volti nuovi, la Commissione europea e il governo May potrebbero pensare di trovare un'intesa ponte, un accordo transitorio per lasciare la palla ai loro successori, ma senza un'eredità pesantissima quale sarebbe il «no deal».
Intanto il parlamento britannico torna a parlare di referendum
L’opposizione laburista al governo conservatore di Theresa May spinge in due direzioni. Anche questa volta, come capita da mesi su molti temi, il partito sta da una parte e il suo leader, Jeremy Corbyn, da un’altra. La maggior parte dei deputati, infatti, vorrebbe un secondo referendum. Corbyn, invece, nuove elezioni. Formalizzando oggi la mozione di sfiducia ha spiegato che «il governo ha fallito» e ora deve «restituire la parola al Paese». Tuttavia, per percorrere quest’ultima strada avrebbe bisogno di sfiduciare il premier ma il pallottoliere alla Camera dei Comuni ha infranto i suoi sogni.
Nuove elezioni sono state escluse anche da Theresa May, che le ha definite «la peggiore strada possibile» perché non nell'interesse nazionale: «porterebbero divisione mentre il Paese ha bisogno di unità, incertezza quando servono certezze e un ulteriore rinvio mentre il popolo britannico vuole guardare avanti». E il ritorno alle urne impedirebbe questo, ha spiegato il premier: «Significherebbe che l’articolo 50 deve essere prorogato creerebbe questo creerebbe incertezza. Il voto alimenterebbe divisioni profondi», ha avvertito.
Ad aprire alla possibilità di un nuovo referendum è stato, invece, uno dei protagonisti del primo, Nigel Farage, eurodeputato ed ex leader dell’Ukip. «Se dovessimo votare per un secondo referendum» sulla Brexit «potreste avere una grossa sorpresa», ha detto alla plenaria a Strasburgo. «Certo i britannici possono essere molto rilassati, molto cool, ma se vi spingete troppo oltre il leone ruggirà e se ci sarà un secondo referendum noi vinceremo con una maggioranza ancora più netta».
Mentre 71 deputati laburisti hanno sottoscritto una lettera chiedendo un secondo referendum, Dominic Grieve, ex ministro e capofila dei dissidenti conservatori filo Ue, ha presentato oggi alla Camera dei Comuni una doppia proposta di legge che contiene l’iter verso un secondo referendum.
I due progetti di legge difficilmente passeranno senza il sostegno del governo che oggi appare impossibile ma intanto entra ai Comuni l’ipotesi di un secondo referendum. Sul quale però continua a essere poca chiarezza perché nessuno ha la risposta alla domanda «Cosa scrivere sulla scheda?». Leave o Remain come l’altra volta? L’accordo di Theresa May o il Remain? Per non parlare di caos che comporterebbe una tripla scelta con la conseguente difficoltà di trovare una soglia soddisfacente per determinare il vincitore.
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Arriva l'annunciata bocciatura del piano per la Brexit di Theresa May e quello che doveva essere un voto meramente chiarificatore per tracciare la strada al Regno Unito per l'uscita dall'Unione europea, si è trasformato invece in un elemento di maggiore incertezza e instabilità. Sebbene il presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker mantenga in queste ore una linea diretta con la May, al momento non è previsto l'arrivo a Bruxelles del primo ministro britannico. Il rinvio della Brexit è un'ipotesi da sempre esclusa dalla May che potrebbe anche pensare di sfruttare le prossime elezioni europee di fine maggio e il nuovo vento in quel dell'Unione europea per trovare un accordo più favore per il Regno Unito. L'opposizione laburista spinge in due direzioni. Il partito sta da una parte e il suo leader, Jeremy Corbyn, da un'altra. La maggior parte dei deputati, infatti, vorrebbe un secondo referendum. Corbyn, invece, nuove elezioni. Lo speciale comprende quattro articoli. La bocciatura del piano per la Brexit di Theresa May era annunciata. Non così annunciata, invece, era l'entità della sconfitta subita dal premier britannico alla Camera dei Comuni. Con 230 schede di scarto, il voto di ieri sera rappresenta la peggior sconfitta per un'esecutivo di Londra dagli anni Venti. Per cogliere la dimensione della batosta basti pensare che nella storia recente di Westminster i governi sono stati sconfitti di una decina di voti, 20 al massimo. Quello che avrebbe dovuto essere, come definito dalla prassi ai Comuni, un «meaningful vote», cioè un voto significativo e chiarificatore sul dossier Brexit per tracciare la strada al Regno Unito per l'uscita dall'Unione europea, si è trasformato in un elemento di maggiore incertezza e instabilità. Perché sì, la bocciatura era annunciata. Ma non certo di tali proporzioni. Se fosse riuscita a contenere la sconfitta a un centinaio di voti, Theresa May avrebbe avuto la forza politica necessaria per tornare a Bruxelles, rivedere alcuni punti dell'accordo per poi provare a sottoporlo nuovamente alla Camera dei Comuni. Sarebbe stato questo il suo piano B che è obbligata a presentare entro lunedì alla luce di un emendamento approvato la scorsa settimana. Invece, la Brexit è da rifare. Jeremy Corbyn, leader del Partito laburista e dell'opposizione, si è affrettato a chiedere di tenere una mozione di sfiducia nel giro di 24 ore dal voto. Ma questa è destinata a una fine non diversa da quella dell'accordo presentato dal premier. «Il voto di ieri dimostra che il governo conservatore di Theresa May non ha una maggioranza sulla questione più importate per il Regno Unito e non è in grado di controllare la Camera dei Comuni», ha dichiarato Corbyn aprendo oggi in Parlamento il dibatto sulla mozione.Ma la sfiducia era morta non appena è stata annunciata. Perché dopo il voto di ieri sera la maggioranza si è immediatamente ricompattata attorno a Theresa May: l'European research group (il gruppo di euroscettici di cui fanno parte Jacob Rees-Mogg e Boris Johnson, fautori della linea dura) e il Partito unionista democratico dell'Irlanda del Nord (che con i suoi dieci deputati rappresenta la stampella su cui il governo si regge in piedi a Westminster) hanno subito detto no alla sfiducia, espresso il loro sostegno all'esecutivo invitandolo a tornare a Bruxelles e trovare una nuova intensa che non preveda un sistema come il backstop sul confine irlandese che, secondo entrambe le fazioni ribelli, mette il Regno Unito in condizione di non uscire mai definitivamente dall'Unione europea.Ma Bruxelles, adesso, dopo la bocciatura del piano May, rimane in attesa delle mosse britanniche. «L'accordo sulla Brexit non può essere rinegoziato», ha detto Margaritis Schinas, portavoce della Commissione europea. Ma se i 27 non sembrano disposti a rivedere l'intesa, diverso è il discorso che riguarda la dichiarazione politica congiunta sulla partnership futura, una sorta di appendice all'accordo. Infatti, Schinas ha dichiarato: «Ora sta al Regno Unito dire cosa vuole fare. Aspettiamo di sapere da loro quali sono i prossimi passi». Il cancelliere tedesco Angela Merkel ha spiegato che «abbiamo ancora tempo per negoziare», il vicepresidente della Commissione europea Frans Timmerman ha già spiegato che l'Unione ha «l'obbligo di essere pronti a ogni possibile ipotesi, anche una uscita senza accordo».Vediamo quindi quali sono gli scenari possibili dopo la sconfitta del piano di Theresa May.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/qualunque-cosa-diventi-la-brexit-il-posto-della-may-non-lo-vuole-nessuno-2626175687.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="nessun-incontro-tra-may-e-juncker-e-bruxelles-resta-a-guardare" data-post-id="2626175687" data-published-at="1780762899" data-use-pagination="False"> Nessun incontro tra May e Juncker. E Bruxelles resta a guardare A fotografare perfettamente la complicata situazione dei negoziati dopo la bocciatura da parte della Camera dei Comuni del piano per la Brexit di Theresa May è Michel Barnier. Il capo negoziatore dell'Unione europea per la Brexit ha spiegato che «finché non si troverà una via di uscita all'impasse politica britannica, con un chiaro sostegno parlamentare, non potremo andare avanti. Le prossime tappe dovranno ora essere chiaramente indicate dal governo britannico» che dovrà chiarire come intende uscire dall'Ue e in che modo «voglia ottenere con noi un partenariato ambizioso e durevole».Il presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker mantiene in queste ore una linea diretta con Theresa May, di cui però per il momento non è previsto l'arrivo a Bruxelles. Il premier britannico, infatti, deve prima risolvere i problemi di casa, dove si ritrova con un partito incapace di trovare una linea comune sulla Brexit e un Parlamento che dopo il voto di ieri sera sta cercando, su spinta di un nutrito ed esperto gruppo europeista, di strappare all'esecutivo il controllo dei negoziati rinviando l'uscita dall'Ue.Tuttavia, un assist a Theresa May in questo senso è arrivato, un po' inaspettatamente, da Berlino, capitale non certo generosa verso Londra in questi negoziati. Il ministro degli Esteri tedesco Heiko Maas ha spiegato che un rinvio della Brexit, prevista il 29 marzo prossimo, «non avrebbe senso» visto che questa opzione non gode della maggioranza al Parlamento britannico. Il capo della diplomazia tedesca, intervistato da Deutschland Funk, ha aggiunto che un eventuale rinvio «ha senso solo se esiste anche un mezzo per raggiungere un accordo tra l'Ue e il Regno Unito».Così Maas ha ributtato la palla nel campo britannico: non ha chiuso definitivamente la porta a un rinvio della Brexit ma ha chiesto che venga fatto qualcosa per garantire un accordo. E per fare questo potrebbe bastare anche un accordo da rivedere poi durante il corso del periodo di transizione, su cui Bruxelles e Londra hanno già raggiunto un'intesa, che si aprirà il 30 marzo 2019 per chiudersi il 31 dicembre 2020. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/qualunque-cosa-diventi-la-brexit-il-posto-della-may-non-lo-vuole-nessuno-2626175687.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="il-regno-unito-esclude-un-rinvio-della-brexit-e-aspetta-la-nuova-europa" data-post-id="2626175687" data-published-at="1780762899" data-use-pagination="False"> Il Regno Unito esclude un rinvio della Brexit e aspetta la «nuova» Europa Giphy Il rinvio della Brexit è un'ipotesi da sempre esclusa da Theresa May, che potrebbe anche pensare di sfruttare le prossime elezioni europee di fine maggio e il nuovo vento in quel dell'Unione europea per trovare un accordo più favore per il Regno Unito.Questa strada sembra spaventare un po' anche Guy Verhofstadt. Il leader dei liberali dell'Alde al Parlamento europeo ha spiegato che è «giunto il momento di dire ai nostri amici britannici che per il bene del Regno Unito è arrivato il momento di avere una collaborazione fra i partiti politici» britannici. Ma dopo l'appello all'unità della politica d'oltremanica, Verhofstadt ha aggiunto che per l'Unione europea «è impensabile che l'Articolo 50 (quello che ha dato il via ai negoziati e alla Brexit, ndr) sia prolungato oltre la data delle elezioni europee». Poi ha precisato che «accordo o non accordo, faremo di tutto per tutelare i diritti dei nostri cittadini e anche britannici».Tempo, ce n'è, sembra dire Verhofstadt, facendo eco al cancelliere tedesco Angela Merkel, che ha spiegato che «abbiamo ancora tempo per negoziare» ma sottolineando come la sua Germania sia pronta anche ad affrontare una Brexit senza accordo. Ce n'è, ma non troppo. Non oltre fine maggio, quando gli europei saranno chiamati a votare.Verhofstadt vuole evitare infatti un paradosso: se la Brexit venisse rinviata il Regno Unito uscirebbe dall'Unione europea dopo il voto; così, alle urne si possano recare anche i britannici per eleggere rappresentanti dei partiti britannici. E magari nella Commissione europea, che andrà a formarsi a novembre, il Regno Unito potrebbe anche pretendere di inserire un suo commissario. È un'ipotesi remotissima. Ma l'Ue vuole escluderla completamente per evitare che altri Paesi possano tentare una strada simile approfittandosi della debolezza di Bruxelles.Ma pensando alle elezioni europee si può fare un altro tipo di ragionamento. Queste sono a maggio. A novembre si formerà la nuova Commissione europea. A dicembre Theresa May sarà nuovamente sfiduciabile dal suo partito, visto che ha resistito all'assalto di dicembre e lo statuto dei conservatori prevede un anno di intoccabilità. E così, se tra meno di un anno a negoziare la Brexit ci potrebbero essere volti nuovi, la Commissione europea e il governo May potrebbero pensare di trovare un'intesa ponte, un accordo transitorio per lasciare la palla ai loro successori, ma senza un'eredità pesantissima quale sarebbe il «no deal». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/qualunque-cosa-diventi-la-brexit-il-posto-della-may-non-lo-vuole-nessuno-2626175687.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="intanto-il-parlamento-britannico-torna-a-parlare-di-referendum" data-post-id="2626175687" data-published-at="1780762899" data-use-pagination="False"> Intanto il parlamento britannico torna a parlare di referendum L’opposizione laburista al governo conservatore di Theresa May spinge in due direzioni. Anche questa volta, come capita da mesi su molti temi, il partito sta da una parte e il suo leader, Jeremy Corbyn, da un’altra. La maggior parte dei deputati, infatti, vorrebbe un secondo referendum. Corbyn, invece, nuove elezioni. Formalizzando oggi la mozione di sfiducia ha spiegato che «il governo ha fallito» e ora deve «restituire la parola al Paese». Tuttavia, per percorrere quest’ultima strada avrebbe bisogno di sfiduciare il premier ma il pallottoliere alla Camera dei Comuni ha infranto i suoi sogni.Nuove elezioni sono state escluse anche da Theresa May, che le ha definite «la peggiore strada possibile» perché non nell'interesse nazionale: «porterebbero divisione mentre il Paese ha bisogno di unità, incertezza quando servono certezze e un ulteriore rinvio mentre il popolo britannico vuole guardare avanti». E il ritorno alle urne impedirebbe questo, ha spiegato il premier: «Significherebbe che l’articolo 50 deve essere prorogato creerebbe questo creerebbe incertezza. Il voto alimenterebbe divisioni profondi», ha avvertito.Ad aprire alla possibilità di un nuovo referendum è stato, invece, uno dei protagonisti del primo, Nigel Farage, eurodeputato ed ex leader dell’Ukip. «Se dovessimo votare per un secondo referendum» sulla Brexit «potreste avere una grossa sorpresa», ha detto alla plenaria a Strasburgo. «Certo i britannici possono essere molto rilassati, molto cool, ma se vi spingete troppo oltre il leone ruggirà e se ci sarà un secondo referendum noi vinceremo con una maggioranza ancora più netta».Mentre 71 deputati laburisti hanno sottoscritto una lettera chiedendo un secondo referendum, Dominic Grieve, ex ministro e capofila dei dissidenti conservatori filo Ue, ha presentato oggi alla Camera dei Comuni una doppia proposta di legge che contiene l’iter verso un secondo referendum. I due progetti di legge difficilmente passeranno senza il sostegno del governo che oggi appare impossibile ma intanto entra ai Comuni l’ipotesi di un secondo referendum. Sul quale però continua a essere poca chiarezza perché nessuno ha la risposta alla domanda «Cosa scrivere sulla scheda?». Leave o Remain come l’altra volta? L’accordo di Theresa May o il Remain? Per non parlare di caos che comporterebbe una tripla scelta con la conseguente difficoltà di trovare una soglia soddisfacente per determinare il vincitore.
Il busto reliquiario di Sant'Agata a Catania (Getty Images)
Perdona loro. Nel capolavoro di Giambattista Tiepolo, Sant’Agata allarga le braccia e alza gli occhi al cielo. Lo sta facendo anche adesso, mentre commenta con la dolente postura la decisione di una scuola siciliana di annullare la visita alla sua reliquia per paura dei ruggiti dell’Uaar. Sarebbe l’Unione degli atei e degli agnostici razionalisti, infuriata anche solo all’idea che maestre e bambini dedichino mezza mattinata a un atto di cultura e devozione popolare millenario, nel nome di una delle sante più celebrate, raffigurate, pregate del mondo.
La faccenda è surreale e la crociata degli atei (ossimoro voluto) ha toni da Robespierre. Tutto comincia qualche giorno fa, quando il preside dell’istituto comprensivo (elementari e medie) «Federico De Roberto» di Zafferana Etnea, in provincia di Catania, decide di far partecipare la scuola alle celebrazioni di Sant’Agata, culminate con l’arrivo in paese di una reliquia (il braccio della santa) alla parrocchia di Santa Maria della Provvidenza, portata in pompa magna dall’arcivescovo Luigi Renna. L’evento, molto partecipato, si inserisce nel programma per il nono centenario della traslazione delle reliquie a Catania da Costantinopoli, dov’erano state trafugate quasi mille anni fa fra la disperazione generale, poiché Sant’Agata era ed è considerata nella tradizione cristiana la principale protettrice dalle eruzioni dell’Etna che balugina lassù.
Giusto o sbagliato, è così da sempre nel segno della storia e dell’identità. Ma vallo a spiegare agli atei, agli agnostici e agli Odifreddi boys che al solo sentire il nome di Cristo innalzano roghi, mentre su Maometto sono molto più distratti, non si sa mai. Tornando a Zafferana, il preside organizza la visita nei dettagli: le elementari con tulipano bianco, le medie con fazzoletto bianco. Ovviamente tutto facoltativo, chi non fosse interessato rimane in classe a seguire le lezioni. Ebbene, il numero uno dell’istituto non riesce neppure a divulgare la circolare. L’Unione degli atei, sezione di Catania, interviene preventivamente con una diffida, minaccia denunce per «violazione del principio di laicità delle scuole pubbliche» ed entra in modalità trincea permanente.
La santa patrona diventa un casus belli, il preside Salvatore Musumeci è costretto a tornare sui suoi passi e a revocare la circolare. Forse indotto dal silenzio accondiscendente delle istituzioni locali (il sindaco Salvatore Russo è un civico sostenuto dal Pd) e dalle stesse autorità religiose, da tempo più inclini ad appiattirsi sulle ragioni dei senza Dio piuttosto che difendere la fede. Così l’Uaar può cantare vittoria: «Quella decisione era illegittima. Gli atti di culto in orario scolastico sono infatti vietati, come chiarito da norme e sentenze, definitiva quella del Consiglio di Stato del 27 marzo 2017». Il crinale è impervio e la distinzione fra atto di culto in classe e gita in parrocchia a vedere una reliquia abbastanza evidente.
È curioso notare la muscolare alzata di scudi da parte di chi predica ogni tipo di libertà (tranne quelle degli altri) in nome di un laicismo che tende all’assolutismo. L’Uaar è famosa per le sue battaglie frontali contro la religione cattolica: lo sbattezzo, la lotta contro il crocifisso negli edifici pubblici, l’ora di religione, gli slogan provocatori sui bus. A Zafferana gli atei scatenati non si risparmiano neppure un dettaglio imbarazzante: «La visita non avrebbe nemmeno tenuto conto dei risvolti macabri, dato che l’oggetto esposto sarebbe il braccio del cadavere di Sant’Agata». Siamo al «cadaverino appeso fra due legnetti» televisivo di Adel Smith. C’è gente da 23 anni con lo sguardo nello specchietto retrovisore.
Con un dettaglio in più. Il progressista illuminato, impegnato a bollare come oscurantista il ministro Giuseppe Valditara dopo la decisione di non autorizzare in automatico le lezioni genderfluid a scuola, sembra del tutto silente riguardo al diktat imposto da un’associazione di parte all’esercizio della libertà altrui di partecipare a un evento popolare inserito da secoli nel contesto sociale del territorio. Il preside avrebbe potuto tenere duro ma deve avere fiutato l’aria. Nessuna intenzione di rimanere solo e con il cerino acceso in mano. Alla fine, si è limitato a precisare al quotidiano La Sicilia: «Nessuno ha imposto niente. Gli alunni che, a seguito del parere contrario dei genitori, non volevano partecipare alla visita sarebbero rimasti in classe a fare lezione, all’insegna della piena libertà». Parola sconosciuta ai liberal per decreto.
Così Sant’Agata, celebrata dalle processioni e dalle candelore in Sicilia e in tutto il mondo dove un emigrante abbia lasciato il seme della devozione, non può essere avvicinata dai bambini e dai ragazzi di Zafferana in orario scolastico. Mentre l’Etna distratto sta a guardare. La leggenda vuole che nell’antichità il vulcano abbia inghiottito Empedocle risputandone per sdegno un calzare. Era un filosofo pagano che si credeva un dio. Praticamente un ateo.
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La ripartizione dei fondi del Southern Poverty Law Center (Getty Images)
Scusi lei è del Ku Klux Klan? E vuole ritirarsi? Ma come si permette? E lei pure? Ma siete matti? Se voi vi ritirate noi come facciamo a vivere? Immaginiamo lo sgomento per gli attivisti della Ong antirazzista e buonista di Montgomery, in Alabama, di fronte a quei due uomini che volevano deporre cappuccio e tunica bianca. In un attimo hanno visto svanire ricche offerte e donazioni, un business da milioni di dollari. Se quelli del Ku Klux Klan si arrendono saremo ridotti sul lastrico, devono aver pensato i sedicenti nemici del Ku Klux Klan. I professionisti dell’antirazzismo, si sa, hanno bisogno del razzismo per sopravvivere. E così in mancanza di meglio, ecco l’idea geniale e l’offerta indecente: se non vi ritirate vi paghiamo noi. Affare fatto. «1.200 dollari al mese per continuare a essere membri del Ku Klux Klan». Veri razzisti in nome dell’antirazzismo.
Così i due incappucciati hanno ritrovato lo smalto cattivo di un tempo, grazie ovviamente ai soldi dei «buoni». I quali «buoni» non contenti di finanziare due membri del Ku Klux Klan (in codice chiamati F31 e F32), hanno finanziato anche: la pubblicazione di «materiale razzista», altra «letteratura estremista», le manifestazioni suprematiste, i «motociclisti sadici», il Gran Mago del Ku Klux Klan, la creazione di nuove sezioni del Ku Klux Klan, ma soprattutto (badate bene) l’acquisto di tuniche bianche e cappucci per i membri del Ku Klux Klan nonché «il rogo delle croci» del Ku Klux Klan con relativa fornitura di «legna e carburante». Non è straordinario? Il rogo delle croci finanziato dalla Ong antirazzista, legna e carburante compresi. L’antirazzismo è un sentimento che infiamma, si sa. Ma mai avremmo pensato che sarebbe arrivato ad un passo dall’infiammare le case dei neri.
Che ci volete fare? Io lo dico da un pezzo: attenti ai buoni. «Quando ci si dichiara solidali con gli altri in genere è per prendergli qualcosa», diceva Vilfredo Pareto. Ed Ennio Flaiano aggiungeva: «Tutti quelli che rubano, devono far mostra di amare il prossimo e di temere Iddio». Ora, per stare al passo con il tempo, tutti quelli che rubano devono anche mostrarsi antirazzisti. La Ong Splc (Southern poverty law center) di Montgomery in Alabama è infatti sotto accusa per frode, false dichiarazioni e cospirazione finalizzata al riciclaggio di denaro. In pratica chiedeva offerte per combattere il razzismo e con quel denaro invece finanziava i razzisti. Per altro non poco: secondo gli inquirenti dal 2014 al 2023 avrebbe versato nelle casse del Ku Klux Klan la bellezza di 3 milioni di dollari. Tutti soldi dei donatori, che si sono così trasformati in finanziatori dell’estremismo a loro insaputa. Poveretti: pensavano fosse amore invece era il rogo di una croce…
La Ong Splc, per altro, era l’emblema dei buoni in eterna lotta contro i cattivi. Sul suo sito c’erano parole durissime contro il Ku Klux Klan, «antico e famigerato gruppo di odio», pronto ad attaccare non solo gli afroamericani ma anche «ebrei, immigrati e membri della comunità Lgbtq+». Ovviamente, tutta colpa di Donald: «l’agenda anti-immigrazione e anti-diversità dell’amministrazione Trump» rende «l’impero invisibile» del male incappucciato ancora più preoccupante, scrivono infatti i buonisti. E avvertono: guai a «liquidarlo come una reliquia». Le tuniche bianche, infatti, hanno ricominciato «a distribuire volantini e reclutare nuovi membri». Informazione assai precise, in effetti: il Ku Klux Klan ha ricominciato a distribuire volantini e a reclutare nuovi membri, come sostiene l’Ong antirazzista. Peccato che l’abbia fatto con i soldi dell’Ong antirazzista. Da lei finanziato e incoraggiato. Altrimenti, si capisce: se il Ku Klux Klan non si dimostra attivo e pericoloso, chi è che fa donazioni ai gruppi anti Ku Klux Klan? La tattica un filo spregiudicata ha dato però frutti abbondanti: fra il 2010 e il 2023 le entrate di Splc sono infatti aumentate da 38,7 a 129 milioni di dollari. Una crescita del 233%. Poi dici che questi buonisti non sanno difendere i valori…
Forse i valori morali non sono pari ai valori economici, ma pazienza. Di fronte alle nuove e circostanziate accuse del Dipartimento americano della giustizia, la Ong buonista infatti non ha fatto un plissé. Anzi, ha mandato avanti i suoi avvocati per protestare contro la fuga di notizie. «Come è possibile che i giornalisti abbiano avuto una copia non firmata e non timbrata dell’atto d’accusa?», si sono chiesti, manco fossero iper garantisti del Parlamento italiano. L’ufficio del Procuratore del distretto dell’Alabama non ha risposto, per ora. Ma appare evidente che la fuga di notizie, per quanto grave, è pur sempre meno grave delle notizie che sono fuggite. E cioè che un’organizzazione antirazzista ha finanziato con 3 milioni di euro i razzisti del Ku Klux Klan per poter continuare a incassare più donazioni fregando i donatori. E oserei dire che la fuga delle notizie è un bene, in questo caso, altrimenti oggi tante persone perbene continuerebbero a dare soldi a Splc, convinti di finanziare un’opera buona, mentre invece stanno finanziando i motociclisti sadici e il rogo delle croce, legna e combustibile compresi. Piuttosto: siamo sicuri che questo metodo non sia applicato anche da altre associazioni buoniste? Urge indagare. L’allarmismo rende, il business è grande. E si sa che non sempre i ricchi, in nome dell’antirazzismo, fanno donazioni. Ma di sicuro, in nome dell’antirazzismo, le donazioni fanno i ricchi.
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