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2019-01-16
Qualunque cosa diventi la Brexit, il posto della May non lo vuole nessuno
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Ansa
La bocciatura del piano per la Brexit di Theresa May era annunciata. Non così annunciata, invece, era l'entità della sconfitta subita dal premier britannico alla Camera dei Comuni. Con 230 schede di scarto, il voto di ieri sera rappresenta la peggior sconfitta per un'esecutivo di Londra dagli anni Venti. Per cogliere la dimensione della batosta basti pensare che nella storia recente di Westminster i governi sono stati sconfitti di una decina di voti, 20 al massimo.
Quello che avrebbe dovuto essere, come definito dalla prassi ai Comuni, un «meaningful vote», cioè un voto significativo e chiarificatore sul dossier Brexit per tracciare la strada al Regno Unito per l'uscita dall'Unione europea, si è trasformato in un elemento di maggiore incertezza e instabilità. Perché sì, la bocciatura era annunciata. Ma non certo di tali proporzioni. Se fosse riuscita a contenere la sconfitta a un centinaio di voti, Theresa May avrebbe avuto la forza politica necessaria per tornare a Bruxelles, rivedere alcuni punti dell'accordo per poi provare a sottoporlo nuovamente alla Camera dei Comuni. Sarebbe stato questo il suo piano B che è obbligata a presentare entro lunedì alla luce di un emendamento approvato la scorsa settimana. Invece, la Brexit è da rifare.
Jeremy Corbyn, leader del Partito laburista e dell'opposizione, si è affrettato a chiedere di tenere una mozione di sfiducia nel giro di 24 ore dal voto. Ma questa è destinata a una fine non diversa da quella dell'accordo presentato dal premier. «Il voto di ieri dimostra che il governo conservatore di Theresa May non ha una maggioranza sulla questione più importate per il Regno Unito e non è in grado di controllare la Camera dei Comuni», ha dichiarato Corbyn aprendo oggi in Parlamento il dibatto sulla mozione.
Ma la sfiducia era morta non appena è stata annunciata. Perché dopo il voto di ieri sera la maggioranza si è immediatamente ricompattata attorno a Theresa May: l'European research group (il gruppo di euroscettici di cui fanno parte Jacob Rees-Mogg e Boris Johnson, fautori della linea dura) e il Partito unionista democratico dell'Irlanda del Nord (che con i suoi dieci deputati rappresenta la stampella su cui il governo si regge in piedi a Westminster) hanno subito detto no alla sfiducia, espresso il loro sostegno all'esecutivo invitandolo a tornare a Bruxelles e trovare una nuova intensa che non preveda un sistema come il backstop sul confine irlandese che, secondo entrambe le fazioni ribelli, mette il Regno Unito in condizione di non uscire mai definitivamente dall'Unione europea.
Ma Bruxelles, adesso, dopo la bocciatura del piano May, rimane in attesa delle mosse britanniche. «L'accordo sulla Brexit non può essere rinegoziato», ha detto Margaritis Schinas, portavoce della Commissione europea. Ma se i 27 non sembrano disposti a rivedere l'intesa, diverso è il discorso che riguarda la dichiarazione politica congiunta sulla partnership futura, una sorta di appendice all'accordo. Infatti, Schinas ha dichiarato: «Ora sta al Regno Unito dire cosa vuole fare. Aspettiamo di sapere da loro quali sono i prossimi passi».
Il cancelliere tedesco Angela Merkel ha spiegato che «abbiamo ancora tempo per negoziare», il vicepresidente della Commissione europea Frans Timmerman ha già spiegato che l'Unione ha «l'obbligo di essere pronti a ogni possibile ipotesi, anche una uscita senza accordo».
Vediamo quindi quali sono gli scenari possibili dopo la sconfitta del piano di Theresa May.
Nessun incontro tra May e Juncker. E Bruxelles resta a guardare
A fotografare perfettamente la complicata situazione dei negoziati dopo la bocciatura da parte della Camera dei Comuni del piano per la Brexit di Theresa May è Michel Barnier. Il capo negoziatore dell'Unione europea per la Brexit ha spiegato che «finché non si troverà una via di uscita all'impasse politica britannica, con un chiaro sostegno parlamentare, non potremo andare avanti. Le prossime tappe dovranno ora essere chiaramente indicate dal governo britannico» che dovrà chiarire come intende uscire dall'Ue e in che modo «voglia ottenere con noi un partenariato ambizioso e durevole».
Il presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker mantiene in queste ore una linea diretta con Theresa May, di cui però per il momento non è previsto l'arrivo a Bruxelles. Il premier britannico, infatti, deve prima risolvere i problemi di casa, dove si ritrova con un partito incapace di trovare una linea comune sulla Brexit e un Parlamento che dopo il voto di ieri sera sta cercando, su spinta di un nutrito ed esperto gruppo europeista, di strappare all'esecutivo il controllo dei negoziati rinviando l'uscita dall'Ue.
Tuttavia, un assist a Theresa May in questo senso è arrivato, un po' inaspettatamente, da Berlino, capitale non certo generosa verso Londra in questi negoziati. Il ministro degli Esteri tedesco Heiko Maas ha spiegato che un rinvio della Brexit, prevista il 29 marzo prossimo, «non avrebbe senso» visto che questa opzione non gode della maggioranza al Parlamento britannico. Il capo della diplomazia tedesca, intervistato da Deutschland Funk, ha aggiunto che un eventuale rinvio «ha senso solo se esiste anche un mezzo per raggiungere un accordo tra l'Ue e il Regno Unito».
Così Maas ha ributtato la palla nel campo britannico: non ha chiuso definitivamente la porta a un rinvio della Brexit ma ha chiesto che venga fatto qualcosa per garantire un accordo. E per fare questo potrebbe bastare anche un accordo da rivedere poi durante il corso del periodo di transizione, su cui Bruxelles e Londra hanno già raggiunto un'intesa, che si aprirà il 30 marzo 2019 per chiudersi il 31 dicembre 2020.
Il Regno Unito esclude un rinvio della Brexit e aspetta la «nuova» Europa
GiphyIl rinvio della Brexit è un'ipotesi da sempre esclusa da Theresa May, che potrebbe anche pensare di sfruttare le prossime elezioni europee di fine maggio e il nuovo vento in quel dell'Unione europea per trovare un accordo più favore per il Regno Unito.
Questa strada sembra spaventare un po' anche Guy Verhofstadt. Il leader dei liberali dell'Alde al Parlamento europeo ha spiegato che è «giunto il momento di dire ai nostri amici britannici che per il bene del Regno Unito è arrivato il momento di avere una collaborazione fra i partiti politici» britannici. Ma dopo l'appello all'unità della politica d'oltremanica, Verhofstadt ha aggiunto che per l'Unione europea «è impensabile che l'Articolo 50 (quello che ha dato il via ai negoziati e alla Brexit, ndr) sia prolungato oltre la data delle elezioni europee». Poi ha precisato che «accordo o non accordo, faremo di tutto per tutelare i diritti dei nostri cittadini e anche britannici».
Tempo, ce n'è, sembra dire Verhofstadt, facendo eco al cancelliere tedesco Angela Merkel, che ha spiegato che «abbiamo ancora tempo per negoziare» ma sottolineando come la sua Germania sia pronta anche ad affrontare una Brexit senza accordo. Ce n'è, ma non troppo. Non oltre fine maggio, quando gli europei saranno chiamati a votare.
Verhofstadt vuole evitare infatti un paradosso: se la Brexit venisse rinviata il Regno Unito uscirebbe dall'Unione europea dopo il voto; così, alle urne si possano recare anche i britannici per eleggere rappresentanti dei partiti britannici. E magari nella Commissione europea, che andrà a formarsi a novembre, il Regno Unito potrebbe anche pretendere di inserire un suo commissario. È un'ipotesi remotissima. Ma l'Ue vuole escluderla completamente per evitare che altri Paesi possano tentare una strada simile approfittandosi della debolezza di Bruxelles.
Ma pensando alle elezioni europee si può fare un altro tipo di ragionamento. Queste sono a maggio. A novembre si formerà la nuova Commissione europea. A dicembre Theresa May sarà nuovamente sfiduciabile dal suo partito, visto che ha resistito all'assalto di dicembre e lo statuto dei conservatori prevede un anno di intoccabilità. E così, se tra meno di un anno a negoziare la Brexit ci potrebbero essere volti nuovi, la Commissione europea e il governo May potrebbero pensare di trovare un'intesa ponte, un accordo transitorio per lasciare la palla ai loro successori, ma senza un'eredità pesantissima quale sarebbe il «no deal».
Intanto il parlamento britannico torna a parlare di referendum
L’opposizione laburista al governo conservatore di Theresa May spinge in due direzioni. Anche questa volta, come capita da mesi su molti temi, il partito sta da una parte e il suo leader, Jeremy Corbyn, da un’altra. La maggior parte dei deputati, infatti, vorrebbe un secondo referendum. Corbyn, invece, nuove elezioni. Formalizzando oggi la mozione di sfiducia ha spiegato che «il governo ha fallito» e ora deve «restituire la parola al Paese». Tuttavia, per percorrere quest’ultima strada avrebbe bisogno di sfiduciare il premier ma il pallottoliere alla Camera dei Comuni ha infranto i suoi sogni.
Nuove elezioni sono state escluse anche da Theresa May, che le ha definite «la peggiore strada possibile» perché non nell'interesse nazionale: «porterebbero divisione mentre il Paese ha bisogno di unità, incertezza quando servono certezze e un ulteriore rinvio mentre il popolo britannico vuole guardare avanti». E il ritorno alle urne impedirebbe questo, ha spiegato il premier: «Significherebbe che l’articolo 50 deve essere prorogato creerebbe questo creerebbe incertezza. Il voto alimenterebbe divisioni profondi», ha avvertito.
Ad aprire alla possibilità di un nuovo referendum è stato, invece, uno dei protagonisti del primo, Nigel Farage, eurodeputato ed ex leader dell’Ukip. «Se dovessimo votare per un secondo referendum» sulla Brexit «potreste avere una grossa sorpresa», ha detto alla plenaria a Strasburgo. «Certo i britannici possono essere molto rilassati, molto cool, ma se vi spingete troppo oltre il leone ruggirà e se ci sarà un secondo referendum noi vinceremo con una maggioranza ancora più netta».
Mentre 71 deputati laburisti hanno sottoscritto una lettera chiedendo un secondo referendum, Dominic Grieve, ex ministro e capofila dei dissidenti conservatori filo Ue, ha presentato oggi alla Camera dei Comuni una doppia proposta di legge che contiene l’iter verso un secondo referendum.
I due progetti di legge difficilmente passeranno senza il sostegno del governo che oggi appare impossibile ma intanto entra ai Comuni l’ipotesi di un secondo referendum. Sul quale però continua a essere poca chiarezza perché nessuno ha la risposta alla domanda «Cosa scrivere sulla scheda?». Leave o Remain come l’altra volta? L’accordo di Theresa May o il Remain? Per non parlare di caos che comporterebbe una tripla scelta con la conseguente difficoltà di trovare una soglia soddisfacente per determinare il vincitore.
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Arriva l'annunciata bocciatura del piano per la Brexit di Theresa May e quello che doveva essere un voto meramente chiarificatore per tracciare la strada al Regno Unito per l'uscita dall'Unione europea, si è trasformato invece in un elemento di maggiore incertezza e instabilità. Sebbene il presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker mantenga in queste ore una linea diretta con la May, al momento non è previsto l'arrivo a Bruxelles del primo ministro britannico. Il rinvio della Brexit è un'ipotesi da sempre esclusa dalla May che potrebbe anche pensare di sfruttare le prossime elezioni europee di fine maggio e il nuovo vento in quel dell'Unione europea per trovare un accordo più favore per il Regno Unito. L'opposizione laburista spinge in due direzioni. Il partito sta da una parte e il suo leader, Jeremy Corbyn, da un'altra. La maggior parte dei deputati, infatti, vorrebbe un secondo referendum. Corbyn, invece, nuove elezioni. Lo speciale comprende quattro articoli. La bocciatura del piano per la Brexit di Theresa May era annunciata. Non così annunciata, invece, era l'entità della sconfitta subita dal premier britannico alla Camera dei Comuni. Con 230 schede di scarto, il voto di ieri sera rappresenta la peggior sconfitta per un'esecutivo di Londra dagli anni Venti. Per cogliere la dimensione della batosta basti pensare che nella storia recente di Westminster i governi sono stati sconfitti di una decina di voti, 20 al massimo. Quello che avrebbe dovuto essere, come definito dalla prassi ai Comuni, un «meaningful vote», cioè un voto significativo e chiarificatore sul dossier Brexit per tracciare la strada al Regno Unito per l'uscita dall'Unione europea, si è trasformato in un elemento di maggiore incertezza e instabilità. Perché sì, la bocciatura era annunciata. Ma non certo di tali proporzioni. Se fosse riuscita a contenere la sconfitta a un centinaio di voti, Theresa May avrebbe avuto la forza politica necessaria per tornare a Bruxelles, rivedere alcuni punti dell'accordo per poi provare a sottoporlo nuovamente alla Camera dei Comuni. Sarebbe stato questo il suo piano B che è obbligata a presentare entro lunedì alla luce di un emendamento approvato la scorsa settimana. Invece, la Brexit è da rifare. Jeremy Corbyn, leader del Partito laburista e dell'opposizione, si è affrettato a chiedere di tenere una mozione di sfiducia nel giro di 24 ore dal voto. Ma questa è destinata a una fine non diversa da quella dell'accordo presentato dal premier. «Il voto di ieri dimostra che il governo conservatore di Theresa May non ha una maggioranza sulla questione più importate per il Regno Unito e non è in grado di controllare la Camera dei Comuni», ha dichiarato Corbyn aprendo oggi in Parlamento il dibatto sulla mozione.Ma la sfiducia era morta non appena è stata annunciata. Perché dopo il voto di ieri sera la maggioranza si è immediatamente ricompattata attorno a Theresa May: l'European research group (il gruppo di euroscettici di cui fanno parte Jacob Rees-Mogg e Boris Johnson, fautori della linea dura) e il Partito unionista democratico dell'Irlanda del Nord (che con i suoi dieci deputati rappresenta la stampella su cui il governo si regge in piedi a Westminster) hanno subito detto no alla sfiducia, espresso il loro sostegno all'esecutivo invitandolo a tornare a Bruxelles e trovare una nuova intensa che non preveda un sistema come il backstop sul confine irlandese che, secondo entrambe le fazioni ribelli, mette il Regno Unito in condizione di non uscire mai definitivamente dall'Unione europea.Ma Bruxelles, adesso, dopo la bocciatura del piano May, rimane in attesa delle mosse britanniche. «L'accordo sulla Brexit non può essere rinegoziato», ha detto Margaritis Schinas, portavoce della Commissione europea. Ma se i 27 non sembrano disposti a rivedere l'intesa, diverso è il discorso che riguarda la dichiarazione politica congiunta sulla partnership futura, una sorta di appendice all'accordo. Infatti, Schinas ha dichiarato: «Ora sta al Regno Unito dire cosa vuole fare. Aspettiamo di sapere da loro quali sono i prossimi passi». Il cancelliere tedesco Angela Merkel ha spiegato che «abbiamo ancora tempo per negoziare», il vicepresidente della Commissione europea Frans Timmerman ha già spiegato che l'Unione ha «l'obbligo di essere pronti a ogni possibile ipotesi, anche una uscita senza accordo».Vediamo quindi quali sono gli scenari possibili dopo la sconfitta del piano di Theresa May.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/qualunque-cosa-diventi-la-brexit-il-posto-della-may-non-lo-vuole-nessuno-2626175687.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="nessun-incontro-tra-may-e-juncker-e-bruxelles-resta-a-guardare" data-post-id="2626175687" data-published-at="1778605895" data-use-pagination="False"> Nessun incontro tra May e Juncker. E Bruxelles resta a guardare A fotografare perfettamente la complicata situazione dei negoziati dopo la bocciatura da parte della Camera dei Comuni del piano per la Brexit di Theresa May è Michel Barnier. Il capo negoziatore dell'Unione europea per la Brexit ha spiegato che «finché non si troverà una via di uscita all'impasse politica britannica, con un chiaro sostegno parlamentare, non potremo andare avanti. Le prossime tappe dovranno ora essere chiaramente indicate dal governo britannico» che dovrà chiarire come intende uscire dall'Ue e in che modo «voglia ottenere con noi un partenariato ambizioso e durevole».Il presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker mantiene in queste ore una linea diretta con Theresa May, di cui però per il momento non è previsto l'arrivo a Bruxelles. Il premier britannico, infatti, deve prima risolvere i problemi di casa, dove si ritrova con un partito incapace di trovare una linea comune sulla Brexit e un Parlamento che dopo il voto di ieri sera sta cercando, su spinta di un nutrito ed esperto gruppo europeista, di strappare all'esecutivo il controllo dei negoziati rinviando l'uscita dall'Ue.Tuttavia, un assist a Theresa May in questo senso è arrivato, un po' inaspettatamente, da Berlino, capitale non certo generosa verso Londra in questi negoziati. Il ministro degli Esteri tedesco Heiko Maas ha spiegato che un rinvio della Brexit, prevista il 29 marzo prossimo, «non avrebbe senso» visto che questa opzione non gode della maggioranza al Parlamento britannico. Il capo della diplomazia tedesca, intervistato da Deutschland Funk, ha aggiunto che un eventuale rinvio «ha senso solo se esiste anche un mezzo per raggiungere un accordo tra l'Ue e il Regno Unito».Così Maas ha ributtato la palla nel campo britannico: non ha chiuso definitivamente la porta a un rinvio della Brexit ma ha chiesto che venga fatto qualcosa per garantire un accordo. E per fare questo potrebbe bastare anche un accordo da rivedere poi durante il corso del periodo di transizione, su cui Bruxelles e Londra hanno già raggiunto un'intesa, che si aprirà il 30 marzo 2019 per chiudersi il 31 dicembre 2020. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/qualunque-cosa-diventi-la-brexit-il-posto-della-may-non-lo-vuole-nessuno-2626175687.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="il-regno-unito-esclude-un-rinvio-della-brexit-e-aspetta-la-nuova-europa" data-post-id="2626175687" data-published-at="1778605895" data-use-pagination="False"> Il Regno Unito esclude un rinvio della Brexit e aspetta la «nuova» Europa Giphy Il rinvio della Brexit è un'ipotesi da sempre esclusa da Theresa May, che potrebbe anche pensare di sfruttare le prossime elezioni europee di fine maggio e il nuovo vento in quel dell'Unione europea per trovare un accordo più favore per il Regno Unito.Questa strada sembra spaventare un po' anche Guy Verhofstadt. Il leader dei liberali dell'Alde al Parlamento europeo ha spiegato che è «giunto il momento di dire ai nostri amici britannici che per il bene del Regno Unito è arrivato il momento di avere una collaborazione fra i partiti politici» britannici. Ma dopo l'appello all'unità della politica d'oltremanica, Verhofstadt ha aggiunto che per l'Unione europea «è impensabile che l'Articolo 50 (quello che ha dato il via ai negoziati e alla Brexit, ndr) sia prolungato oltre la data delle elezioni europee». Poi ha precisato che «accordo o non accordo, faremo di tutto per tutelare i diritti dei nostri cittadini e anche britannici».Tempo, ce n'è, sembra dire Verhofstadt, facendo eco al cancelliere tedesco Angela Merkel, che ha spiegato che «abbiamo ancora tempo per negoziare» ma sottolineando come la sua Germania sia pronta anche ad affrontare una Brexit senza accordo. Ce n'è, ma non troppo. Non oltre fine maggio, quando gli europei saranno chiamati a votare.Verhofstadt vuole evitare infatti un paradosso: se la Brexit venisse rinviata il Regno Unito uscirebbe dall'Unione europea dopo il voto; così, alle urne si possano recare anche i britannici per eleggere rappresentanti dei partiti britannici. E magari nella Commissione europea, che andrà a formarsi a novembre, il Regno Unito potrebbe anche pretendere di inserire un suo commissario. È un'ipotesi remotissima. Ma l'Ue vuole escluderla completamente per evitare che altri Paesi possano tentare una strada simile approfittandosi della debolezza di Bruxelles.Ma pensando alle elezioni europee si può fare un altro tipo di ragionamento. Queste sono a maggio. A novembre si formerà la nuova Commissione europea. A dicembre Theresa May sarà nuovamente sfiduciabile dal suo partito, visto che ha resistito all'assalto di dicembre e lo statuto dei conservatori prevede un anno di intoccabilità. E così, se tra meno di un anno a negoziare la Brexit ci potrebbero essere volti nuovi, la Commissione europea e il governo May potrebbero pensare di trovare un'intesa ponte, un accordo transitorio per lasciare la palla ai loro successori, ma senza un'eredità pesantissima quale sarebbe il «no deal». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/qualunque-cosa-diventi-la-brexit-il-posto-della-may-non-lo-vuole-nessuno-2626175687.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="intanto-il-parlamento-britannico-torna-a-parlare-di-referendum" data-post-id="2626175687" data-published-at="1778605895" data-use-pagination="False"> Intanto il parlamento britannico torna a parlare di referendum L’opposizione laburista al governo conservatore di Theresa May spinge in due direzioni. Anche questa volta, come capita da mesi su molti temi, il partito sta da una parte e il suo leader, Jeremy Corbyn, da un’altra. La maggior parte dei deputati, infatti, vorrebbe un secondo referendum. Corbyn, invece, nuove elezioni. Formalizzando oggi la mozione di sfiducia ha spiegato che «il governo ha fallito» e ora deve «restituire la parola al Paese». Tuttavia, per percorrere quest’ultima strada avrebbe bisogno di sfiduciare il premier ma il pallottoliere alla Camera dei Comuni ha infranto i suoi sogni.Nuove elezioni sono state escluse anche da Theresa May, che le ha definite «la peggiore strada possibile» perché non nell'interesse nazionale: «porterebbero divisione mentre il Paese ha bisogno di unità, incertezza quando servono certezze e un ulteriore rinvio mentre il popolo britannico vuole guardare avanti». E il ritorno alle urne impedirebbe questo, ha spiegato il premier: «Significherebbe che l’articolo 50 deve essere prorogato creerebbe questo creerebbe incertezza. Il voto alimenterebbe divisioni profondi», ha avvertito.Ad aprire alla possibilità di un nuovo referendum è stato, invece, uno dei protagonisti del primo, Nigel Farage, eurodeputato ed ex leader dell’Ukip. «Se dovessimo votare per un secondo referendum» sulla Brexit «potreste avere una grossa sorpresa», ha detto alla plenaria a Strasburgo. «Certo i britannici possono essere molto rilassati, molto cool, ma se vi spingete troppo oltre il leone ruggirà e se ci sarà un secondo referendum noi vinceremo con una maggioranza ancora più netta».Mentre 71 deputati laburisti hanno sottoscritto una lettera chiedendo un secondo referendum, Dominic Grieve, ex ministro e capofila dei dissidenti conservatori filo Ue, ha presentato oggi alla Camera dei Comuni una doppia proposta di legge che contiene l’iter verso un secondo referendum. I due progetti di legge difficilmente passeranno senza il sostegno del governo che oggi appare impossibile ma intanto entra ai Comuni l’ipotesi di un secondo referendum. Sul quale però continua a essere poca chiarezza perché nessuno ha la risposta alla domanda «Cosa scrivere sulla scheda?». Leave o Remain come l’altra volta? L’accordo di Theresa May o il Remain? Per non parlare di caos che comporterebbe una tripla scelta con la conseguente difficoltà di trovare una soglia soddisfacente per determinare il vincitore.
Getty Images
L’obiettivo è fare il punto sulle varie partite aperte nel Belpaese, partendo da un presupposto: l’intenzione della casa automobilistica francese a livello globale di fare una decisa retromarcia (il progetto «futuREady» si concentra sull’ibrido) rispetto agli obiettivi sull’elettrificazione della produzione che cozzano plasticamente con la realtà. Per carità, nulla che non sia in ballo anche tra gli altri grandi player dell’automotive. Perché la sbornia per le EV complice la spinta del Green deal europeo è stata collettiva e adesso un po’ tutti provano a metterci una pezza. Con una consapevolezza: far rientrare il dentifricio nel tubetto e assai più complicato che farlo uscire e quindi il riposizionamento per nessuno sarà indolore.
Torniamo quindi al Piano Italia, quello che il precedente ad, Luca de Meo, aveva disegnato su misura per il Belpaese. De Meo è un ex Marchionne boys (come Antonio Filosa, l’attuale ad di Stellantis, del resto) e aveva avuto un approccio meno «incauto» e più pragmatico sull’elettrico. Anzi, da presidente di Acea (l’associazione dei costruttori) era stato tra i primi a tirare il freno rispetto all’elettrificazione senza se e senza ma. Il suo mantra, purtroppo inascoltato, partiva dalla richiesta di una maggiore flessibilità normativa e arrivava fino all’idea che in mancanza di infrastrutture adeguate, la transizione sarebbe stata un bagno di sangue. E in effetti è andata proprio così. Questo per dire che i progetti di De Meo non erano una sorta di elenco utopistico di desiderata, ma obiettivi che a metà del 2022 sembravano realistici, e che poi con il reiterarsi degli errori politici di Bruxelles sono diventati complicati da raggiungere.
Ma cosa ha in ballo Renault in Italia? Da una parte c’era un rafforzamento significativo degli acquisti sulla filiera nazionale, soprattutto lato componentistica e siderurgia con volumi stimati per alcuni miliardi di euro in un arco temporale di 5 anni. Rafforzamento che aveva ben impressionato il governo. Il problema è che i riscontri, soprattutto lato industriale, parlano di un volume di commesse che sta disattendendo le attese. Non solo. Perché tra i dossier discussi con le istituzioni rientrava anche la possibilità di rafforzare le attività tecnologiche e le competenze sui software per l’automotive. E anche questa pratica è rimasta sulla carta, anzi, a dirla tutta, non è mai decollata.
Ma forse la partita più spinosa riguarda Free To X, la società strategica per la realizzazione di nuove colonnine di Autostrade per l’Italia. Le infrastrutture che De Meo considerava centrali e che contava di realizzare grazie alla collaborazione con Aspi, controllata da HRA (Holding Reti Autostradali), il veicolo che ha come socio di maggioranza Cdp Equity (51%) e come altri azionisti Blackstone Infrastructure Partners al 24,5% e i fondi gestiti da Macquarie Asset Management con il restante 24,5%. Insomma un mix pubblico-privato.
Renault ha una partecipazione praticamente paritaria con Aspi nel capitale di Free to X e il governo si aspetta che collabori attivamente al raggiungimento degli obiettivi originari che prevedevano la realizzazione di almeno 400 nuove stazioni di ricarica in tempi rapidi.
I numeri restano gli stessi? François Provost ha intenzione di garantire l’impegno di Renault nel progetto nonostante il ridimensionamento sull’elettrico? Sono questi alcuni degli interrogativi che dovrebbero trovare risposte adeguate dopo l’incontro con il ministro Urso. Questione di giorni e se ne saprà di più. Anche perché se i riscontri lato transalpino non dovessero essere convincenti, non è escluso che si vada alla ricerca di partner diverso sul mercato.
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Ecco #DimmiLaVerità del 12 maggio 2026. Il generale Giuseppe Santomartino spiega le conseguenze nel medio e lungo periodo di quello che sta accadendo in Iran.
Alessandro Zan (Getty Images)
Il testo, ha riferito Alessandro Zan, sancirà «tutele speciali per chi è oggetto di stalking, violenza domestica, crimini d’odio». «Il giudice», ha aggiunto l’onorevole, «dovrà tenere conto delle motivazioni discriminatorie di un reato», il che rafforzerà la posizione di chi subisce abusi «dal momento della denuncia al risarcimento dei danni. I dati della vittima, come la residenza, non saranno disponibili all’imputato, salvo decisione del giudice. Verrà introdotta la possibilità di denuncia anche attraverso organizzazioni riconosciute», qualora la persona offesa abbia paura di procedere da sola; e nascerà «un numero unico europeo per le vittime. Ci sarà una formazione obbligatoria per gli operatori, dalla polizia al personale sanitario. Sostegno alla denuncia anche per migranti con status irregolare».
Vista in questa chiave, la direttiva Ue, cui Roma dovrebbe poi conformarsi, riporterebbe in vita soltanto la parte giuridicamente meno discussa del ddl Zan: l’idea originaria di estendere ad altre categorie protette le disposizioni della legge Mancino del 1993. In realtà, i motivi principali per cui quell’iniziativa normativa creò scompiglio erano più seri. Innanzitutto, l’articolo 1 del testo avrebbe introdotto la definizione legale di identità di genere, intesa come «autopercezione», a prescindere dal dato biologico. Zan, così, tentava un’operazione subdola: imporre e blindare l’ideologia Lgbt, sfruttando il potere di una maggioranza politica.
Ancora peggio era il combinato degli articoli 2 e 3, contenenti le modifiche al Codice penale che avrebbero creato fattispecie basate sull’omotransfobia, e dell’articolo 4, che avrebbe dovuto salvaguardare la libertà di espressione, ma si fondava su una formulazione vaga e insidiosa: garantendo la legittimità delle opinioni solo fintantoché non fossero state «idonee a determinare il concreto pericolo del compimento di atti discriminatori o violenti», il cavillo spalancava le porte all’arbitrio dei magistrati nel determinare un eventuale collegamento tra manifestazione delle idee e condotte delittuose altrui. Per intenderci: pubblico un libro in cui difendo la famiglia tradizionale; un invasato picchia un omosessuale dichiarando di essersi sentito ispirato da quel volume; potrei essere condannato, perché ciò che ho scritto si sarebbe rivelato «idoneo» a indurre un’altra persona a commettere un reato?
Era controverso anche l’articolo 7, che istituiva la Giornata nazionale contro omofobia, lesbofobia, bifobia e transfobia, con l’obbligo per le scuole di predisporre attività di sensibilizzazione. Il lavaggio del cervello tra i banchi.
A parte l’odore di incostituzionalità del ddl, contro quell’iniziativa si schierò apertamente la Chiesa, evocando addirittura potenziali violazioni del Concordato. Si spiega la freddezza con cui lo accolsero gli esponenti cattolici del Pd. Alla fine, il progetto sfumò in Aula, vittima della tagliola e di uno scrutinio segreto.
Ora, archiviata la delusione, il signor Pride, l’uomo la cui società era arrivata a incassare oltre un milione di euro l’anno grazie alla carnevalata sull’orgoglio gay che organizzava a Padova, torna alla carica. Riesumando il bavaglio e rilanciando la crociata per le nozze omosex, in occasione del decennale dall’approvazione delle unioni civili.
Ieri, anche Matteo Renzi, all’epoca presidente del Consiglio, sui social ha celebrato la ricorrenza, rivendicando di aver posto la fiducia sul provvedimento: «Era un azzardo politico, ma era anche un dovere morale», ha twittato. «Chi si ama non è mai un problema per la società». Oggi, però, quel traguardo - che non ha portato benissimo alla sua madrina, Monica Cirinnà, ormai sparita dai radar - viene considerato «insufficiente». Avs ha ricordato, ad esempio, che la maggioranza «non ebbe il coraggio di mettere nero su bianco che quelle stesse coppie potessero essere anche genitori». Per dirla con Zan, la battaglia del futuro dovrà essere quella «per il matrimonio egualitario». Un altro motivo per mobilitare le masse di attivisti e tenere aperto un circo redditizio.
Le unioni civili, dunque, non bastano più: «È importante andare oltre», ha proclamato l’onorevole dem. Bisogna «approvare il matrimonio egualitario e riformare il diritto di famiglia». Di più: «Serve garantire l’adozione alle persone single e alle coppie dello stesso sesso e consentire l’accesso alla procreazione medicalmente assistita. Su questo», ha insistito Zan, «esiste una proposta di legge a mia firma insieme a Elly Schlein».
Pure stavolta, ci sarebbe un ostacolo: una Costituzione che «riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio». E non proprio sul matrimonio arcobaleno. Certo, i magistrati già stanno contribuendo a smontarla: la Corte d’Appello di Bari ha appena riconosciuto che un bimbo di 4 anni, nato in Germania da una donna e un uomo, è figlio anche del marito di costui. Genitore 1, genitore 2, genitore 3.
Schlein e compagni avevano arruolato la Carta «più bella del mondo» per fermare la riforma della giustizia; adesso, la fanno ridiventare carta straccia.
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