Di certo queste dichiarazioni hanno creato scompiglio non solo nel mondo della politica, ma anche in quello della magistratura.
Giovedì è stato diramato un comunicato con sotto la firma di 58 toghe (alcune delle quali in pensione) che animano una chat di «Magistrati per il Sì». Ma, nel giro di poche ore, un terzo dei sottoscrittori, ha ritirato la propria adesione, dal momento che l’elenco era stato formato attraverso una sorta di silenzio-assenso.
Ieri erano rimasti in 40, ma in serata la lista non era ancora definitiva.
Tra i firmatari si trovano, tra gli altri, nomi noti della magistratura come il giudice della Cassazione Giacomo Rocchi, Andrea Padalino e Clementina Forleo (due ex gip di Milano), l’ex procuratore e presidente di Tribunale Carlo Maria Grillo, ma pure giudici che lavorano nel Palazzo di Giustizia di Napoli come la gip Fabrizia Fiore o i consiglieri della Corte d’Appello Daniele Colucci e Natalia Ceccarelli (che è membro del Comitato direttivo centrale dell’Anm e ha preparato il comunicato). Tra i 18 che si sono, invece, defilati, sentendosi tirati per la toga, troviamo diversi magistrati che lavorano in Calabria, un paio di procuratori e il consigliere del Csm Andrea Mirenda.
Nel documento viene denunciato «l’assordante silenzio dell’Anm» per «l’ultima dichiarazione pubblica -resa, ancora una volta, senza contradditorio - dal procuratore di Napoli Gratteri», secondo cui «votano No le persone perbene e le persone che credono nella legalità», mentre votano Sì i sopracitati personaggi in odore di criminalità.
I firmatari, dopo aver ricordato «l’inversione a U» di Gratteri «sul sorteggio» e «la falsa citazione di Falcone» sulla separazione delle carriere a cui il giudice eroe sarebbe stato contrario, stigmatizzano «la lectio magistralis sull’identikit del voto» del collega e chiedono venia anche per lui: «Ci scusiamo con i cittadini che si sono sentiti oltraggiati da tali affermazioni. La cultura della giurisdizione è per noi comandamento di vita e non vuoto slogan da fiera».
La chiusa è a effetto: «Intanto, aumentano le adesioni dei magistrati che votano Sì. Ci indaghi tutti signor Gratteri».
Forse il riferimento è alla battuta televisiva del procuratore che ha invitato a controllare chi faccia commenti a favore del Sì sui social, per verificare «se sono persone perbene, se ci sono pregiudicati, ci sono parenti di pregiudicati. Andiamo a vedere […], poi vediamo più avanti se serve altro».
Gennaro Varone, ex pm di Roma, oggi a Pescara, dopo aver firmato il documento dei 40, sui social ha rincarato la dose con un video. Ha ricordato che con l’attuale assetto giudiziario, quello che Gratteri difende, lo stesso procuratore di Napoli dovrebbe svolgere indagini a favore di quegli indagati che «considera indegni del voto».
Nel filmato Varone rivolge al collega questa domanda retorica: «Comprende che per precetto di civiltà e dignità, prima ancora che per precetto costituzionale, imputati e indagati, non colpevoli per presunzione costituzionale, hanno la stessa legittimazione al voto che ha lei?». Per poi concludere così: «Allora, dottor Gratteri, queste manifestazioni che io ritengo imbarazzanti per un giurista, mi dicono quanto lei sia lontano dai valori costituzionali della presunzione di non colpevolezza e del giusto processo e che il suo invito sia la peggiore propaganda che si possa fare al No in questa campagna referendaria».
Ieri le parole di Gratteri hanno mandato in tilt anche il parlamentino dei giudici. «Come cittadini e come componenti del Csm, siamo profondamente preoccupati: a votare Sì non saranno i mascalzoni descritti da Gratteri, ma italiani liberi e onesti» hanno protestato le consigliere laiche Isabella Bertolini e Claudia Eccher, socie fondatrici del Comitato «Sì Riforma». Le due avvocatesse hanno denunciato «assurdi allarmismi» e «toni apocalittici» e hanno accusato il fronte del No di cercare di «trasformare il dibattito solo in una battaglia ideologica», evitando «accuratamente il cuore dei quesiti referendari». Per Bertolini ed Eccher «chi propone il cambiamento viene dipinto come un pericolo per la democrazia».
A fine giornata 20 consiglieri del Csm (mancavano solo i laici del centro-destra, quello dei 5 stelle, e due togati, tra cui il già citato Mirenda), appartenenti a tutte le correnti e capitanati dal professore in quota dem Roberto Romboli, si sono lagnati per la «polemica» costruita «su singole frasi» di Gratteri, definendola «un metodo che non serve a nessuno» e «distorce il senso delle argomentazioni».
Il gruppone ha sposato la tesi di Gratteri con queste parole: «In un Paese come il nostro, segnato dal peso delle grandi organizzazioni criminali, interrogarsi su interessi e convenienze - anche criminali - che possono muoversi intorno a una riforma non è un’eresia: è un dovere di responsabilità per chi ricopre funzioni pubbliche». Infine i 20 hanno contestato «il tentativo di trascinare il Csm nel dibattito referendario, ventilando iniziative in chiave disciplinare» contro il procuratore di Napoli.
Fa sorridere che Gratteri sia diventato il frontman della campagna per il No al referendum, lui che è un magistrato noto per i suoi valori conservatori e che i colleghi di sinistra hanno sempre trattato con sufficienza e senso superiorità.
Emblematiche le parole pronunciate in un’intercettazione da un ex giudice della Corte d’Appello di Catanzaro, il progressista Emilio Sirianni, al telefono con l’ex sindaco di Riace Mimmo Lucano. Nella conversazione Gratteri venne bollato come «uno sbirro» che scrive peggio di «un piccirillo della terza media», «un fascistone di merda» che «vuole che i piccoli spacciatori stiano in galera, i piccoli consumatori stiano in galera, tutto il mondo deve stare in galera e la chiave devono darla a lui».
Nel 2022, quando il Csm a trazione progressista gli preferì come procuratore nazionale antimafia, Giovanni Melillo, raffinato giurista ed ex capo di Gabinetto del Guardasigilli dem Andrea Orlando, in tv Gratteri si lasciò andare a uno sfogo: «Sì, ci sono rimasto male. Credo di essere il magistrato con maggiori competenze internazionali sulla lotta alla mafia».
E poi sparò a palle incatenate contro quelle correnti che lo avevano penalizzato nella corsa alla Dna e che il Sì al referendum sta provando a depotenziare: «Chi è iscritto a una corrente è molto, molto avvantaggiato. Io questo già lo sapevo, ma ho fatto la scelta di non iscrivermi. Io non conosco nemmeno il 50% dei membri del Csm, non li riconoscerei nemmeno per strada, perché non li frequento».
L’anno successivo le correnti progressiste di Area e Md e il consigliere laico in quota dem Romboli provarono a fermare con i loro voti l’ascesa di Gratteri anche al soglio di procuratore di Napoli. Ma a spingerlo su quella poltrona furono, invece, l’intero comitato di presidenza del Csm (con la necessaria benedizione di Sergio Mattarella), tutti i consiglieri laici di centro-destra e i rappresentanti di Magistratura indipendente, la corrente conservatrice delle toghe.
Ma adesso che è diventato il peggior nemico della Riforma voluta dal governo Meloni, Gratteri viene innalzato a campione della sinistra (giudiziaria e politica) e coccolato dai media progressisti. Una cosa impensabile sino a pochi mesi fa.