
Paolo Piacentini (1959, Castel Madama) si occupa di cammini da oltre trent’anni. Nel 2009 ha redatto con Italo Clementi il Manifesto del camminare e recentemente il Manifesto del cammino per un Nuovo Umanesimo con Paolo Soden Palumbo; è co-ideatore della Giornata nazionale del camminare; collabora con Italia Che Cambia e altre testate giornalistiche.
I suoi libri sono Appennino atto d’amore. La montagna a cui tutti apparteniamo (2018, Terre di Mezzo) e Passo dopo passo (2023, Pacini).
Da poco è uscito Passo dopo Passo, sottotitolo «La cura del sé, dell’altro, del territorio». Si legge molto di natura, del curarsi tornando a fare quelle cose antiche che forse chi viveva più saggiamente di noi faceva… non è che si sta facendo tanta filosofia attorno a pratiche che coloro che si curano e sono abituati a curarsi già conoscono, esagerandone la portata sociale? Da dove nasce tutta questa saggezza?
«Durante la pandemia ho riflettuto molto sul rapporto con la mia dimensione più profonda e inedita. Ho scoperto che da frequentatore della montagna e dei grandi spazi avevo sempre amato i vasti orizzonti o il rapporto verticale tra vetta e cielo. Stando a casa fermo per un paio di mesi ho avuto modo di apprezzare molto di più le piccole cose presenti nel terreno intorno a casa. Ho iniziato ad osservare con più attenzione le piante, i fiori e ad accarezzare i miei olivi o il glicine appena fuori l’uscio. Questa particolare attenzione all’infinitesimo mi ha portato ad approfondire quello che ho sempre pensato e in parte praticato attraverso il camminare e cioè che la cura del “sé” non può che partire da un radicale capovolgimento del nostro rapporto con la natura. In quel periodo ho scritto molto, in vari articoli, sulla necessità di capovolgere il tavolo apparecchiato con modelli di vita che non ci donano la salute. Quella salute che, come ci ricorda anche l’Oms, non è assenza di malattia ma un benessere psico-fisico generale che va dalla persona alla comunità. Ecco non credo che la maggioranza delle persone che pensano di curarsi lo fanno riscoprendo un nuovo rapporto con il proprio corpo, la spiritualità e la natura. La portata sociale di nuovi modelli di vita, per ora quasi inediti, può essere molto importante e nel mio agire quotidiano cerco di attivarmi per far comprendere il valore intrinseco della natura e quali e quanti benefici possiamo trarre da questa consapevolezza».
Passo dopo passo si sviluppa attraverso tre capitoli: nel primo scrive di come curare se stessi, quindi come curare i rapporto genuini con gli altri e infine di come aver cura e attenzione per il paesaggio. L’Italia diventerà una Repubblica basata sul cammino e la natura?
«Non so se l’Italia potrà diventare una Repubblica basata sul cammino e la natura, quello che conta è che ci siano persone che continuano a credere di poter cambiare il mondo anche attraverso la pratica più naturale che ha segnato la storia dell’umanità. Noi camminatori accaniti, seguaci in qualche modo del caro amico Riccardo Carnovalini che ha dedicato tutta la sua vita a conoscere l’Europa lentamente, siamo impegnati perché i nostri passi possano contribuire a cambiare il mondo».
In appendice scrive «abbandonare l’economia del profitto e costruire una società della cura»: come poterlo fare? Che cosa manca attualmente? Dipende anzitutto dalle istituzioni?
«In appendice ci sono due documenti. Il primo è quello della Società della Cura, redatto da numerose associazioni durante il periodo della pandemia e l’altro è il Manifesto del Nuovo Umanesimo che abbiamo scritto a quattro mani con il mio amico monaco zen Pino Soden Palumbo. Ho voluto inserire il documento della Società della Cura per un arricchimento del dibattito. Per la costruzione di una vera società della cura ognuno di noi dovrebbe mettersi in gioco nel quotidiano cambiando radicalmente il proprio rapporto con il mondo ma non si raggiungerà mai l’obiettivo se le istituzioni e la politica non faranno la loro parte. Come scrivo nelle conclusioni, il libro non avrebbe avuto molto senso se non avesse avuto la pretesa di lanciare una proposta alla politica tutta. Sembra un’utopia ma solo se riusciamo a ricostruire un legame tra la cura del sé, dell’altro e del territorio potremmo cambiare il mondo. È ovvio che, come ci dice Vandana Shiva, per fare questo ad essere smorzate devono essere le logiche estrattive e del profitto immediato e senza regole. Credo fermamente nella riscoperta della sfera spirituale e nella necessità di incantare di nuovo il rapporto con il mondo. Dobbiamo sentirci parte della natura e non dominatori e per fare questo dobbiamo superare l’ossessione del possesso che porta alla violenza verso le persone e gli altri esseri viventi. Concludo, dopo aver citato un suo bellissimo passo sul ruolo degli alberi nella ciclicità della natura, dicendo che la vita non è una linea retta ma un meraviglioso e misterioso cerchio».
L’uomo riuscirà a correggersi o morirà della propria umanità?
«Per le cose dette prima sono fiducioso sul fatto che l’uomo riuscirà a correggersi, anche se oggi i venti di guerra sempre più forti, la fede cieca verso la tecnocrazia e l’avanzare acritico dell’intelligenza artificiale, sembrano condurci verso un inevitabile naufragio. Abbiamo il dovere di provare a correggere la rotta per noi e le generazioni che verranno e questo può accadere solo se la cura non diventi l’ennesima ciliegina su una torta avvelenata. Dobbiamo cambiare davvero perché un nuovo umanesimo è possibile se alla politica del fare riusciamo a sostituire un agire che è preceduto da una “contemplazione inattiva” del mondo, come ci suggerisce nel suo ultimo libro il filosofo coreano ByungChul Han. Il camminare nel mondo per tornare a conoscerlo lentamente, è sicuramente uno strumento straordinario per creare una nuova consapevolezza sulla necessità di riabitare la terra con cura. Muovere lentamente i nostri passi in un bosco o anche nelle periferie più degradate può aiutarci a non morire della nostra umanità».












