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2022-12-10
Porti semiaperti per i taxi del mare. E la nave si trasforma in discoteca
Ansa
Quando alla Geo Barents è stato assegnato il porto sicuro a Salerno, dopo aver stazionato per quasi 24 ore tra Italia e Malta con 248 passeggeri, il taxi del mare si è trasformato in una discoteca. L’annuncio, come è stato documentato da un video registrato a bordo, ha trasformato l’attesa in una festa. Con gli attivisti della Ong e l’equipaggio a fare da animatori. Musica a tutto volume, urla e applausi di colpo hanno cancellato la narrazione del viaggio che la Ong ha propagandato negli ultimi giorni e che voleva i passeggeri «esausti e spossati». «Molte persone arrivano da Paesi in guerra, dal Sudan del Sud, dall’Etiopia, dall’Eritrea, dal Mali, dal Sudan. Stiamo facendo il massimo per prendercene cura, per garantire assistenza medica, psicologica e di base di cui queste persone necessitano in questo momento, dopo un’esperienza del genere», aveva raccontato Candida Lobes, operatrice umanitaria di Medici senza frontiere, innescando il solito pressing sul governo italiano. Ora, per raggiungere la città campana, la nave impiegherà circa 24 ore.
Humanity One, che con i suoi 261 passeggeri era rimasta ferma a largo di Catania, invece, attraccherà a Bari. Dalla Ong lamentavano che dopo quattro richieste di Pos non avevano ottenuto risposta. La situazione si è sbloccata ieri pomeriggio. E con la Louise Michel, taxi del mare finanziato anche dal writer Bansky, approdato l’altra notte con 33 passeggeri egiziani a Lampedusa, per le difficoltà che stava cominciando ad affrontare in mare a causa delle condizioni meteo sfavorevoli, le Ong hanno fatto en plein.
L’ingresso nelle acque italiane e l’approdo sono stati gestiti direttamente dalle Capitanerie di porto, come accadde un mese fa con la Rise Above, che andò in Calabria. Il Pos, contrariamente a quanto hanno raccontato i quotidiani della vulgata unica sui loro siti Web, bollando l’ingresso in porto della Louise Michel come un’«inversione a U» del governo italiano, in realtà, non è stato concesso. E quella che era sembrata una dinamica sospetta (ingresso nelle acque territoriali italiane, cambio di direzione verso il Mediterraneo Centrale e rientro in territorio italiano) era governata dalle Capitanerie di porto e non dal Viminale. Dal centro di coordinamento devono aver pensato che, nonostante nell’hotspot di Lampedusa ci siano oltre 1.000 ospiti (che al momento non possono essere trasferiti a causa delle condizioni meteo che impediscono ai traghetti di attraccare), i 33 della Louise Michel non avrebbero ulteriormente sovraccaricato la struttura.
A Lampedusa «la situazione è ancora estremamente difficile. Basti pensare a quanto accaduto la scorsa notte, con gli agenti addetti al servizio di sicurezza nel trasporto di migranti via mare dall’isola a Porto Empedocle che non avevano neppure i posti per sedersi a bordo e hanno viaggiato in condizioni disumane», ha affermato il segretario generale del sindacato di polizia Coisp, Domenico Pianese, che ha aggiunto: «Ringraziamo il governo, e in particolare il ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, per aver messo al centro dell’agenda politica il problema dell’immigrazione clandestina e la sua gestione, che non può più ricadere solo sulle spalle del nostro Paese e del suo sistema di sicurezza».
La pressione sui centri siciliani con il nuovo governo si è attenuata. E con i suoi 8.752 ospiti, la Sicilia è tornata in zona gialla, scendendo dal terzo al quinto posto in Italia per numero di presenze di richiedenti asilo nelle strutture d’accoglienza (dopo Lombardia, Emilia Romagna, Lazio e Piemonte).
In mare, poi, ci sono ancora altre due navi Ong. La tedesca Sea Eye 4 ieri era al largo della Tunisia e sembrava dirigersi verso le coste della Libia. Mentre da Barcellona, con direzione Mediterraneo Centrale, è partita la Astal di Open Arms. Ocean Viking, Rise Above e l’italiana Mare Jonio, invece, sono ancora in porto. La prima, della Ong Sos Méditerranée, è ferma a Marsiglia. La seconda, di Lifeline, è a Licata. Mentre la nave di Luca Casarini è a Trapani. Ma tutte e tre le Ong hanno già annunciato che a dicembre sarebbero salpate per nuove missioni.
Intanto due distinti sbarchi, per un totale di circa 150 migranti, si sono verificati in poche ore a Roccella Jonica, nella Locride. Il primo è avvenuto l’altra notte quando un’unità navale della Guardia di finanza, al largo delle coste calabresi ha intercettato un’imbarcazione con 105 passeggeri. Il secondo, invece, è di ieri mattina. Circa 40 persone viaggiavano su un barchino che è stato raggiunto dalla Guardia costiera. Nella notte tra mercoledì e giovedì, infine, la Guardia costiera di Reggio Calabria ha recuperato in mare il cadavere di un uomo trattenuto a galla da un giubbotto di salvataggio. Non è stato confermato, ma non si esclude che il ritrovamento dell’uomo possa essere collegato ai due sbarchi di Roccella Jonica o a quello avvenuto a Reggio Calabria martedì sera, quando sono approdati in 86.
Redistribuzione Ue ancora in bilico
Nonostante i mal di pancia francesi per lo sbarco della Ocean Viking un mese fa, il meccanismo di solidarietà non è entrato in crisi. Anzi. «La solidarietà funziona», ha commentato ieri l’ambasciatore tedesco a Roma, Viktor Elbling, annunciando che «i primi 164 richiedenti asilo in Italia sono stati accolti in Germania. Berlino ha accolto il maggior numero di migranti dall’Italia attraverso il meccanismo di solidarietà accordato. Sono vite, non numeri. Collaboriamo strettamente con l’Italia in questo senso».
Con la Francia, invece, la relazione resta tesa. Anche se ieri il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, dal vertice Med9 ad Alicante, in Spagna (al summit, dal quale è emersa la necessità di attuare rapidamente il Piano Ue sulle redistribuzioni, hanno partecipato il presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, e il presidente del Consiglio europeo, Charles Michel, hanno preso parte Croazia, Cipro, Francia, Grecia, Italia, Malta, Portogallo, Slovenia e Spagna), ha cercato di stemperare: «Ho salutato Emmanuel Macron, che conosco da tanti anni e non credo che si debba insistere su divisioni, possono esserci opinioni divergenti, ma dobbiamo sempre trovare soluzioni a livello europeo». Stando ad alcune fonti dell’Eliseo, citate ieri dalle agenzie di stampa tra Roma e Parigi, ci sono ancora delle opinioni divergenti sulla questione migratoria. Con Macron, comunque, non c’è stato alcun incontro bilaterale. Come annunciato ieri dall’Eliseo, aprendo un bizzarro siparietto su una presunta visita di Giorgia Meloni a Parigi, che in realtà non è mai stata programmata. Tajani ha spiegato di non aver parlato con Macron della questione e di essersi limitato a salutarlo. E mentre Roma resta ferma sulla responsabilità degli Stati che danno la bandiera alle navi delle Ong, Parigi rimarca che la responsabilità primaria è dello Stato a cui appartiene la zona Sar in cui si trovano le imbarcazioni.
«Abbiamo trovato ascolto da tanti Paesi», ha detto ieri Tajani, aggiungendo che sarebbe stato fatto «un passo importante della Commissione», che va «nella direzione delle richieste dell’Italia».
E infatti Tajani, facendo le veci del premier Meloni, assente per una influenza, ha insistito su «un impegno rafforzato volto a fermare i flussi di immigrazione irregolare e a stroncare il traffico di esseri umani, ripristinando canali legali compatibili con la capacità di accoglienza e integrazione dei nostri Paesi». Poi ha spiegato che «ogni nave è un caso a sé e non manca mai da parte dell’Italia una risposta solidale. Al contempo è importante che si rispettino sempre e comunque le regole, anche da parte delle Ong». E sugli ingressi via terra, Tajani ha affermato che «dalla stabilità dei Balcani dipendono anche i flussi su quella rotta». Il ministro ha detto di essere in contatto con il presidente serbo, Aleksandar Vucic, e con il premier kosovaro, Albin Kurti.
Il tema immigrazione però non era centrale al Med9 e, si apprende, la discussione è stata relegata alla fase del pranzo, che ha dato inizio al vertice. Gli argomenti centrali delle due sessioni di lavoro erano tutti concentrati sulla sovranità europea, sia energetica che industriale, e sulla governance economica alla luce della riforma del Patto di stabilità presentata nei giorni scorsi dalla Commissione Ue.
Quello dell’immigrazione, secondo Tajani, «è un problema globale, non è una questione tra Italia e Francia, o Italia e Germania, e può essere risolto solo a livello europeo». Per ora, però, si registra l’ennesimo nulla di fatto. Anche se diverse fonti diplomatiche confermano che a Bruxelles si starebbero compiendo dei passi. Infatti a fine giornata la dichiarazione ufficiale dei leader dei Paesi del Sud dell'Ue andava in questa direzione: «È importante continuare a tenere conto della visione dei Paesi del Mediterraneo all'interno del Nuovo patto sulla migrazione e l'asilo. Questo approccio dovrebbe basarsi principalmente sull’equilibrio tra responsabilità e solidarietà».
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Concesso lo sbarco a Salerno alla Geo Barents con 248 stranieri: all’annuncio a bordo si scatena la festa. Humanity One verso Bari con 261 immigrati. Altri 33 a Lampedusa dalla Louise Michel, che era in difficoltà.Accolti in Germania i primi 164 richiedenti asilo provenienti dall’Italia. Ma i rapporti con Parigi restano tesi. Antonio Tajani prova a mediare al summit di Alicante (senza Giorgia Meloni).Lo speciale contiene due articoli.Quando alla Geo Barents è stato assegnato il porto sicuro a Salerno, dopo aver stazionato per quasi 24 ore tra Italia e Malta con 248 passeggeri, il taxi del mare si è trasformato in una discoteca. L’annuncio, come è stato documentato da un video registrato a bordo, ha trasformato l’attesa in una festa. Con gli attivisti della Ong e l’equipaggio a fare da animatori. Musica a tutto volume, urla e applausi di colpo hanno cancellato la narrazione del viaggio che la Ong ha propagandato negli ultimi giorni e che voleva i passeggeri «esausti e spossati». «Molte persone arrivano da Paesi in guerra, dal Sudan del Sud, dall’Etiopia, dall’Eritrea, dal Mali, dal Sudan. Stiamo facendo il massimo per prendercene cura, per garantire assistenza medica, psicologica e di base di cui queste persone necessitano in questo momento, dopo un’esperienza del genere», aveva raccontato Candida Lobes, operatrice umanitaria di Medici senza frontiere, innescando il solito pressing sul governo italiano. Ora, per raggiungere la città campana, la nave impiegherà circa 24 ore.Humanity One, che con i suoi 261 passeggeri era rimasta ferma a largo di Catania, invece, attraccherà a Bari. Dalla Ong lamentavano che dopo quattro richieste di Pos non avevano ottenuto risposta. La situazione si è sbloccata ieri pomeriggio. E con la Louise Michel, taxi del mare finanziato anche dal writer Bansky, approdato l’altra notte con 33 passeggeri egiziani a Lampedusa, per le difficoltà che stava cominciando ad affrontare in mare a causa delle condizioni meteo sfavorevoli, le Ong hanno fatto en plein. L’ingresso nelle acque italiane e l’approdo sono stati gestiti direttamente dalle Capitanerie di porto, come accadde un mese fa con la Rise Above, che andò in Calabria. Il Pos, contrariamente a quanto hanno raccontato i quotidiani della vulgata unica sui loro siti Web, bollando l’ingresso in porto della Louise Michel come un’«inversione a U» del governo italiano, in realtà, non è stato concesso. E quella che era sembrata una dinamica sospetta (ingresso nelle acque territoriali italiane, cambio di direzione verso il Mediterraneo Centrale e rientro in territorio italiano) era governata dalle Capitanerie di porto e non dal Viminale. Dal centro di coordinamento devono aver pensato che, nonostante nell’hotspot di Lampedusa ci siano oltre 1.000 ospiti (che al momento non possono essere trasferiti a causa delle condizioni meteo che impediscono ai traghetti di attraccare), i 33 della Louise Michel non avrebbero ulteriormente sovraccaricato la struttura. A Lampedusa «la situazione è ancora estremamente difficile. Basti pensare a quanto accaduto la scorsa notte, con gli agenti addetti al servizio di sicurezza nel trasporto di migranti via mare dall’isola a Porto Empedocle che non avevano neppure i posti per sedersi a bordo e hanno viaggiato in condizioni disumane», ha affermato il segretario generale del sindacato di polizia Coisp, Domenico Pianese, che ha aggiunto: «Ringraziamo il governo, e in particolare il ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, per aver messo al centro dell’agenda politica il problema dell’immigrazione clandestina e la sua gestione, che non può più ricadere solo sulle spalle del nostro Paese e del suo sistema di sicurezza». La pressione sui centri siciliani con il nuovo governo si è attenuata. E con i suoi 8.752 ospiti, la Sicilia è tornata in zona gialla, scendendo dal terzo al quinto posto in Italia per numero di presenze di richiedenti asilo nelle strutture d’accoglienza (dopo Lombardia, Emilia Romagna, Lazio e Piemonte). In mare, poi, ci sono ancora altre due navi Ong. La tedesca Sea Eye 4 ieri era al largo della Tunisia e sembrava dirigersi verso le coste della Libia. Mentre da Barcellona, con direzione Mediterraneo Centrale, è partita la Astal di Open Arms. Ocean Viking, Rise Above e l’italiana Mare Jonio, invece, sono ancora in porto. La prima, della Ong Sos Méditerranée, è ferma a Marsiglia. La seconda, di Lifeline, è a Licata. Mentre la nave di Luca Casarini è a Trapani. Ma tutte e tre le Ong hanno già annunciato che a dicembre sarebbero salpate per nuove missioni. Intanto due distinti sbarchi, per un totale di circa 150 migranti, si sono verificati in poche ore a Roccella Jonica, nella Locride. Il primo è avvenuto l’altra notte quando un’unità navale della Guardia di finanza, al largo delle coste calabresi ha intercettato un’imbarcazione con 105 passeggeri. Il secondo, invece, è di ieri mattina. Circa 40 persone viaggiavano su un barchino che è stato raggiunto dalla Guardia costiera. Nella notte tra mercoledì e giovedì, infine, la Guardia costiera di Reggio Calabria ha recuperato in mare il cadavere di un uomo trattenuto a galla da un giubbotto di salvataggio. Non è stato confermato, ma non si esclude che il ritrovamento dell’uomo possa essere collegato ai due sbarchi di Roccella Jonica o a quello avvenuto a Reggio Calabria martedì sera, quando sono approdati in 86.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/porti-semiapertitaxi-mare-2658945260.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="redistribuzione-ue-ancora-in-bilico" data-post-id="2658945260" data-published-at="1670649317" data-use-pagination="False"> Redistribuzione Ue ancora in bilico Nonostante i mal di pancia francesi per lo sbarco della Ocean Viking un mese fa, il meccanismo di solidarietà non è entrato in crisi. Anzi. «La solidarietà funziona», ha commentato ieri l’ambasciatore tedesco a Roma, Viktor Elbling, annunciando che «i primi 164 richiedenti asilo in Italia sono stati accolti in Germania. Berlino ha accolto il maggior numero di migranti dall’Italia attraverso il meccanismo di solidarietà accordato. Sono vite, non numeri. Collaboriamo strettamente con l’Italia in questo senso». Con la Francia, invece, la relazione resta tesa. Anche se ieri il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, dal vertice Med9 ad Alicante, in Spagna (al summit, dal quale è emersa la necessità di attuare rapidamente il Piano Ue sulle redistribuzioni, hanno partecipato il presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, e il presidente del Consiglio europeo, Charles Michel, hanno preso parte Croazia, Cipro, Francia, Grecia, Italia, Malta, Portogallo, Slovenia e Spagna), ha cercato di stemperare: «Ho salutato Emmanuel Macron, che conosco da tanti anni e non credo che si debba insistere su divisioni, possono esserci opinioni divergenti, ma dobbiamo sempre trovare soluzioni a livello europeo». Stando ad alcune fonti dell’Eliseo, citate ieri dalle agenzie di stampa tra Roma e Parigi, ci sono ancora delle opinioni divergenti sulla questione migratoria. Con Macron, comunque, non c’è stato alcun incontro bilaterale. Come annunciato ieri dall’Eliseo, aprendo un bizzarro siparietto su una presunta visita di Giorgia Meloni a Parigi, che in realtà non è mai stata programmata. Tajani ha spiegato di non aver parlato con Macron della questione e di essersi limitato a salutarlo. E mentre Roma resta ferma sulla responsabilità degli Stati che danno la bandiera alle navi delle Ong, Parigi rimarca che la responsabilità primaria è dello Stato a cui appartiene la zona Sar in cui si trovano le imbarcazioni. «Abbiamo trovato ascolto da tanti Paesi», ha detto ieri Tajani, aggiungendo che sarebbe stato fatto «un passo importante della Commissione», che va «nella direzione delle richieste dell’Italia». E infatti Tajani, facendo le veci del premier Meloni, assente per una influenza, ha insistito su «un impegno rafforzato volto a fermare i flussi di immigrazione irregolare e a stroncare il traffico di esseri umani, ripristinando canali legali compatibili con la capacità di accoglienza e integrazione dei nostri Paesi». Poi ha spiegato che «ogni nave è un caso a sé e non manca mai da parte dell’Italia una risposta solidale. Al contempo è importante che si rispettino sempre e comunque le regole, anche da parte delle Ong». E sugli ingressi via terra, Tajani ha affermato che «dalla stabilità dei Balcani dipendono anche i flussi su quella rotta». Il ministro ha detto di essere in contatto con il presidente serbo, Aleksandar Vucic, e con il premier kosovaro, Albin Kurti. Il tema immigrazione però non era centrale al Med9 e, si apprende, la discussione è stata relegata alla fase del pranzo, che ha dato inizio al vertice. Gli argomenti centrali delle due sessioni di lavoro erano tutti concentrati sulla sovranità europea, sia energetica che industriale, e sulla governance economica alla luce della riforma del Patto di stabilità presentata nei giorni scorsi dalla Commissione Ue. Quello dell’immigrazione, secondo Tajani, «è un problema globale, non è una questione tra Italia e Francia, o Italia e Germania, e può essere risolto solo a livello europeo». Per ora, però, si registra l’ennesimo nulla di fatto. Anche se diverse fonti diplomatiche confermano che a Bruxelles si starebbero compiendo dei passi. Infatti a fine giornata la dichiarazione ufficiale dei leader dei Paesi del Sud dell'Ue andava in questa direzione: «È importante continuare a tenere conto della visione dei Paesi del Mediterraneo all'interno del Nuovo patto sulla migrazione e l'asilo. Questo approccio dovrebbe basarsi principalmente sull’equilibrio tra responsabilità e solidarietà».
Cirino Pomicino (Ansa)
‘O ministro, 86 anni, era ricoverato nella clinica Quisisana di Roma, afflitto dai postumi degli acciacchi dovuti alla cardiopatia cronica, con infarti ripetuti e due trapianti che gli hanno fatto dire: «Gli altri cambiano la macchina, io cambio gli organi».
Pilastro della Democrazia Cristiana, intelligente e scafato, cresciuto alla scuola di Giulio Andreotti che negli anni 70 cercava in Campania qualcuno da contrapporre ai ras del Sud Antonio Gava e Ciriaco De Mita, Cirino Pomicino ha attraversato la repubblica delle sciabole da protagonista: deputato per sette legislature, due volte ministro (Bilancio e Funzione pubblica), fu vicerè borbonico della corrente del luciferino Giulio. Qualcuno se lo ricorda raffigurato mentre balla da scatenato nel film che ricostruisce (con spreco di luoghi comuni) gli ultimi fuochi del pentapartito e delle convergenze parallele: «Il Divo» di Paolo Sorrentino.
Caustico e diplomatico, faceva risalire alla famiglia la capacità di trovare uno spazio di confronto con tutti. «Ero il quinto di sette figli, con sei maschi che tifavano per sei squadre diverse (lui era milanista - Ndr) e si identificavano in sei partiti diversi. Ci siamo formati alla scuola della tolleranza senza che mai le differenze intaccassero il profondo rapporto fraterno». Chi lo accusava di sprecare i soldi pubblici per accontentare le clientele si sentiva ripetere: «Sono ricco di famiglia, per capirlo guardate i tombini di Napoli». Portavano il nome della fonderia del nonno. Re delle commissioni Bilancio, nei mitici anni 80 inventò l’emendamento vol-au-vent, che le correnti dei partiti riempivano di finanziamenti. Era lo Sportello Pomicino, lui accontentava tutti e si giustificava: «Se lo sportello funziona è perché qualcuno bussa».
Nato a Napoli il 3 settembre 1939, teneva molto all’orario. «Erano le 7 di mattina, alle 11 l’Inghilterra dichiarò guerra alla Germania di Hitler e alle 17 la Francia fece altrettanto. Il mio arrivo consentì a papà di non essere chiamato al fronte, in quanto padre di 5 figli». Laureato in medicina e attivista democristiano, prima della chiamata andreottiana ha lavorato come neurochirurgo all’ospedale Cardarelli. Avvezzo alle comodità, aveva affittato sull’Appia Antica una villa con 20 stanze, costo 5 milioni di vecchie lire all’anno. I suoi eccessi facevano dire a Francesco Cossiga, che non gli era amico: «Siamo un Paese solido che può sopportare come ministro un analfabeta come lui».
Sposato due volte (la seconda con Lucia Marotta di 27 anni più giovane), il suo destino è stato indissolubilmente legato a Tangentopoli. Le inchieste, i canini affilati delle procure. Indagato 42 volte ma condannato solo due per finanziamento illecito della Dc, Cirino Pomicino uscì clamorosamente di scena la sera in cui, entrato in un ristorante di Napoli con la famiglia, fu costretto ad andarsene dal resto della clientela, che al suo apparire aveva cominciato a far tintinnare i bicchieri con le posate per sloggiarlo. Un affronto volgare e immeritato. Lui si difendeva così: «Nella chiesa è nato il proverbio “senza soldi non si cantano messe”. La politica non mi ha arricchito, non possiedo una casa e non la possiede neppure mia figlia Ilaria».
Testimone di un’epoca dominata anche dal tintinnio delle manette (fu condannato a un anno e mezzo di carcere, fece 17 giorni), qualche anno fa ha rivelato un retroscena inquietante di quella stagione: «Nel 1991 Carlo De Benedetti venne da me e mi chiese: Vuole essere il mio ministro? Lui e l’avvocato Gianni Agnelli avevano deciso un colpo di Stato, spazzare via la Dc per via giudiziaria e consegnare il potere ai comunisti che, orfani di Mosca, sarebbero stati lacchè ai loro ordini. Io dissi no». Arrivò Mani Pulite. Ma a rompere lo schema si materializzò Silvio Berlusconi.
Cirino Pomicino è morto un giorno prima del referendum, lui che della casta dei magistrati non aveva alcuna stima. E ai quali - quando cominciò a scrivere editoriali con lo pseudonimo di Geronimo (chiamato a L’Indipendente e poi al Giornale da Vittorio Feltri) - non risparmiò critiche feroci. «Geronimo era il grande capo Apache che non si arrese alle truppe nordiste e io non mi sono mai arreso ai pm e alle loro truppe mediatiche. Sotto le macerie lasciate dalle inchieste finì tutta la Prima repubblica tranne il Pci che, grazie ai ragazzi della via Pal della procura di Milano, fu solo costretto a cambiare nome». Eppure oggi si sarebbe opposto alla riforma Nordio perché la considerava troppo morbida. «Con lo sdoppiamento del Csm si verrebbe a creare una nicchia dove i pm se la cantano e se la suonano senza controllo, con la possibilità di intimidire non solo la politica ma anche i giudici». Un giorno del 1997, uscito dal sonno indotto dall’anestesia per uno degli infarti, si trovò al capezzale Antonio Di Pietro. «Mi avevano dato tre ore di vita e lui venne a trovarmi. Mi disse che aveva sempre votato Dc. Era convinto che sarei morto e non avrei mai potuto raccontarlo». Invece ha avuto in dono altri 29 anni durante i quali qualcuno gli dava dell’immortale. Lui sorrideva facendo le corna: «Della morte mi spaventa la bara, il corpo chiuso che si decompone. Mi farò cremare». Ora ‘O ministro cammina nell’eternità.
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Lancia «Gamma» berlina del 1976 (Stellantis/Centro Storico Fiat)
Per sei anni la Lancia, regina delle ammiraglie di lusso italiane, era rimasta senza un vero modello di punta. L’ultima delle berline di classe superiore era stata la «Flaminia», prodotta dal 1959 al 1970, mentre l’ultimo modello a tre volumi (ma meno lussuosa) era stata la 2.000, una semplice rivisitazione dell’altrettanto obsoleta Flavia. La casa di Chivasso, assorbita da Fiat dal 1969, decise di non rimpiazzarla temporaneamente. Poi venne la crisi petrolifera mondiale, ed ogni progetto di vetture di alta cilindrata assetate di benzina fu sospeso.
Lancia si riaffacciò al segmento solo dopo alcuni anni, quando la concorrenza di ammiraglie estere come Mercedes e Bmw aveva occupato una buona fetta del mercato europeo. Ci riprovò dopo la metà degli anni Settanta, con la nuova «Gamma», presentata a Ginevra nel marzo del 1976. La crisi del 1973 aveva lasciato il segno, e l’efficienza dei motori in termini di consumi era diventata una priorità. Il mercato italiano era poi condizionato dalla pesante tassazione dei propulsori di cilindrata superiore ai 2 litri, che spesso erano adottati dalle case estere in configurazione 6 cilindri. La Lancia progettò sulla base di queste esigenze un motore tutto nuovo, completamente diverso da quelli dei modelli precedenti. La «Gamma» sarà infatti spinta da un 4 cilindri boxer in alluminio, prodotto nelle due cilindrate di 1,9 e 2,5 litri da 116 e 140 Cv rispettivamente. Quello che colpì maggiormente il pubblico e gli affezionati del marchio fu certamente la linea, che segnava una rottura con la lunga tradizione delle tre volumi. Affidata al blasonato nome di Pininfarina, la nuova ammiraglia lancia era di fatto una 2 volumi e mezzo con coda spiovente e tronca e la trazione era anteriore.
Contemporaneamente alla berlina fu presentata la coupé, una due porte più aggressiva e sportiveggiante, che conservava tuttavia gli ampi spazi interni della 4 porte. I motori garantivano ottime prestazioni, comprese tra i 185 e i 195 km/h nel confort degli interni lussuosamente rifiniti nello stile caratteristico della casa di Chivasso. La «Gamma» fu ben accolta da pubblico e stampa nonostante la evidente rottura con la tradizione delle berline a tre volumi. La sua storia però, passata dal restyling del 1980 che regalò ai motori l’iniezione elettronica, non fu felice. La causa del mancato successo di una vettura coraggiosa e all’avanguardia per lo stile fu la scarsa affidabilità del motore e degli organi ad esso collegati. Per alcune ingenuità di progettazione di un boxer del tutto nuovo, la Gamma soffrì costantemente di problemi (anche gravi) alla distribuzione per la fragilità del sistema, ed al servosterzo che era direttamente collegato alla distribuzione e poteva, se messo sotto sforzo dalla massa non indifferente della vettura, creare gravi danni agli organi meccanici.
La bella ma sfortunata ammiraglia di Chivasso uscì di scena appena 8 anni dopo il suo lancio, nel 1984. Sarà sostituita da una berlina che, per il successo ottenuto nel decennio successivo, proietterà un cono d’ombra sull’immagine dell’antesignana «Gamma», la Lancia «Thema».
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