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2018-08-18
Porte girevoli tra Stato e Atlantia. Nel colosso lavora l’ex ministro di Prodi
Ansa
Quando si sente parlare Luigi Di Maio di nazionalizzazione delle autostrade, tremano i polsi. Lo Stato ha problemi a fare il regolatore, figuriamoci se sa pure gestire opere così complesse. Il che non significa in alcun modo che le attuali regole di concessione siano da difendere. Tutt'altro. Non solo gli accordi sono pieni di omissis e tutelati da una sorta di segreto di Stato, ma soprattutto da anni non esiste la garanzia che chi deve controllare il controllato riesca a garantire la piena efficienza. Una delle pratiche molto diffuse in Italia (e non solo) è quella delle porte girevoli che consentono legittimamente, ma poco opportunamente, di passare dal settore pubblico a quello privato. E viceversa.
Il caso di Enrico Letta è celebre. Ne abbiamo già scritto, ma vale la pena ricordarlo. A febbraio del 2014 viene spodestato da Matteo Renzi. L'anno successivo va a insegnare alla Scuola di affari internazionali parigina. Poco dopo annuncia la sua nomina a membro del cda di Abertis, colosso spagnolo intrecciato con Atlantia che detiene la maggioranza di Autostrade per l'Italia. La scorsa estate l'azienda dei Benetton ha avviato la scalata di Abertis assieme ad Acs e un'azienda tedesca. Ieri Letta ci ha scritto una secca replica: «Sono entrato nel consiglio di Abertis alla fine del 2016 quando questa era una società spagnola, e prima che venisse ventilata l'ipotesi di Opa da parte italiana. Da Abertis sono uscito, dimettendomi volontariamente, e dandone pubblica notizia nel maggio scorso, esattamente quando è cambiata la proprietà con l'ingresso di Atlantia. Questo perché, proprio per evitare al massimo possibili conflitti di interesse con le mie precedenti funzioni, ho scelto, una volta lasciato il Parlamento, di esercitare attività professionali fuori dall'Italia. È quindi vero proprio il contrario rispetto ai conflitti di interesse di cui, omettendo di raccontare i fatti appena descritti, mi si accusa impropriamente». Si è affrettato a far sapere anche al sito Dagospia di aver lasciato l'incarico all'indomani dell'Opa, proprio per non cadere in un conflitto di interessi. Chiarissimo. La risposta dell'ex premier si riferiva a un pezzo dedicato non tanto a lui, ma a una sua collaboratrice. Si tratta di Simonetta Giordani. Nel 2006 lavora per Autostrade e, secondo quanto riporta il sito, sostiene diversi think tank compreso quello di Enrico Letta. Quando l'esponente della Margherita siede a Palazzo Chigi, chiama la Giordani a fare il sottosegretario ai Beni culturali. L'anno dopo passa la mannaia di Renzi e la manager per un po' ricopre l'incarico di consigliere di Fs, finché torna in Atlantia, dove viene incaricata della gestione degli Affari istituzionali.
Non è certo l'unica esperta di ministeri che al termine dell'incarico vola verso datori di lavoro privati. C'è anche un nome molto più famoso: Paolo Costa. Tra il 1997 e il 1998 ricopre l'incarico di ministro dei Lavori pubblici, per poi diventare ministro delle Infrastrutture nel 2006, prima che sulla stessa poltrona sieda Antonio Di Pietro. Costa è ovviamente molto vicino a Romano Prodi. Tra il primo e il secondo incarico romano, per cinque anni fa il sindaco di Venezia. Nei 24 mesi trascorsi al ministero dei Lavori pubblici però contribuisce a preparare al fianco del Professore la privatizzazione della rete autostradale e getta le basi dell'intero sistema di concessioni. Che verrà modificato più volte negli anni, senza però venire mai stravolto. L'economista nato nel 1943 è tra i più preparati nel settore dei trasporti e delle infrastrutture, e il suo bagaglio di conoscenze non sfugge ai Benetton, che nel 2010 lo chiamano a presiedere il consiglio di amministrazione di Spea Engineering, una controllata di Autostrade per l'Italia. Non solo.
Nel 2016 il gruppo Atlantia, che, oltre a detenere Autostrade, controlla la società Aeroporti di Roma (quella di Fiumicino e di Ciampino), vince la gara per la privatizzazione dell'aeroporto di Nizza e di due altri piccoli scali regionali. Per la precisione, passa di mano il 60% della società Aéroports de la Côte d'Azur (Aca) con gli scali di Nizza, Cannes-Mandelieu e Saint-Tropez. Nomi mitici, che fanno parte dell'identità francese. Sono stati venduti per 1,2 miliardi di euro. Con 12 milioni di passeggeri nel 2015, l'aeroporto di Nizza è il terzo in Francia dopo i due scali parigini di Roissy e Orly. I Benetton chiedono a Costa di andare ogni tanto a Nizza per sedere nel consiglio di sorveglianza dell'aeroporto. Serviva un esperto. Un duplice ex ministro lo è sicuramente.
D'altronde in tanti si sono fatti le ossa studiando le grane dell'Anas. Ad esempio, il potente Roberto Garofoli da magistrato si è più volte occupato di collegi arbitrali per la rete stradale e autostradale. Per anni è stato un lettiano doc, tant'è che l'ex premier lo ha nominato segretario generale di Palazzo Chigi e oggi è capo di gabinetto del ministro Giovanni Tria. Il quale ha deciso di confermargli l'incarico ricevuto da Pier Carlo Padoan.
Ieri Danilo Toninelli, oggi titolare del Mit, ha annunciato di aver avviato l'iter di revoca della concessione ad Autostrade. Visto il susseguirsi di dichiarazioni, è difficile capire come andrà a finire la guerra tra governo e il gruppo. Quello che è certo è che il sistema delle concessioni sarà da rivedere. Compreso il tema delle porte girevoli: sempre legittime, ma sempre meno opportune.
Benetton power: dal Veneto fino a Wall Street
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Paolo Costa fu la spalla del Professore nelle privatizzazioni. Poi il gruppo lo volle in squadra come esperto di infrastrutture.Il peso della famiglia va ben oltre la moda. Grazie a Goldman, la sfera d'influenza tocca grandi assicurazioni, editoria e banche.Lo speciale contiene due articoli.Quando si sente parlare Luigi Di Maio di nazionalizzazione delle autostrade, tremano i polsi. Lo Stato ha problemi a fare il regolatore, figuriamoci se sa pure gestire opere così complesse. Il che non significa in alcun modo che le attuali regole di concessione siano da difendere. Tutt'altro. Non solo gli accordi sono pieni di omissis e tutelati da una sorta di segreto di Stato, ma soprattutto da anni non esiste la garanzia che chi deve controllare il controllato riesca a garantire la piena efficienza. Una delle pratiche molto diffuse in Italia (e non solo) è quella delle porte girevoli che consentono legittimamente, ma poco opportunamente, di passare dal settore pubblico a quello privato. E viceversa. Il caso di Enrico Letta è celebre. Ne abbiamo già scritto, ma vale la pena ricordarlo. A febbraio del 2014 viene spodestato da Matteo Renzi. L'anno successivo va a insegnare alla Scuola di affari internazionali parigina. Poco dopo annuncia la sua nomina a membro del cda di Abertis, colosso spagnolo intrecciato con Atlantia che detiene la maggioranza di Autostrade per l'Italia. La scorsa estate l'azienda dei Benetton ha avviato la scalata di Abertis assieme ad Acs e un'azienda tedesca. Ieri Letta ci ha scritto una secca replica: «Sono entrato nel consiglio di Abertis alla fine del 2016 quando questa era una società spagnola, e prima che venisse ventilata l'ipotesi di Opa da parte italiana. Da Abertis sono uscito, dimettendomi volontariamente, e dandone pubblica notizia nel maggio scorso, esattamente quando è cambiata la proprietà con l'ingresso di Atlantia. Questo perché, proprio per evitare al massimo possibili conflitti di interesse con le mie precedenti funzioni, ho scelto, una volta lasciato il Parlamento, di esercitare attività professionali fuori dall'Italia. È quindi vero proprio il contrario rispetto ai conflitti di interesse di cui, omettendo di raccontare i fatti appena descritti, mi si accusa impropriamente». Si è affrettato a far sapere anche al sito Dagospia di aver lasciato l'incarico all'indomani dell'Opa, proprio per non cadere in un conflitto di interessi. Chiarissimo. La risposta dell'ex premier si riferiva a un pezzo dedicato non tanto a lui, ma a una sua collaboratrice. Si tratta di Simonetta Giordani. Nel 2006 lavora per Autostrade e, secondo quanto riporta il sito, sostiene diversi think tank compreso quello di Enrico Letta. Quando l'esponente della Margherita siede a Palazzo Chigi, chiama la Giordani a fare il sottosegretario ai Beni culturali. L'anno dopo passa la mannaia di Renzi e la manager per un po' ricopre l'incarico di consigliere di Fs, finché torna in Atlantia, dove viene incaricata della gestione degli Affari istituzionali. Non è certo l'unica esperta di ministeri che al termine dell'incarico vola verso datori di lavoro privati. C'è anche un nome molto più famoso: Paolo Costa. Tra il 1997 e il 1998 ricopre l'incarico di ministro dei Lavori pubblici, per poi diventare ministro delle Infrastrutture nel 2006, prima che sulla stessa poltrona sieda Antonio Di Pietro. Costa è ovviamente molto vicino a Romano Prodi. Tra il primo e il secondo incarico romano, per cinque anni fa il sindaco di Venezia. Nei 24 mesi trascorsi al ministero dei Lavori pubblici però contribuisce a preparare al fianco del Professore la privatizzazione della rete autostradale e getta le basi dell'intero sistema di concessioni. Che verrà modificato più volte negli anni, senza però venire mai stravolto. L'economista nato nel 1943 è tra i più preparati nel settore dei trasporti e delle infrastrutture, e il suo bagaglio di conoscenze non sfugge ai Benetton, che nel 2010 lo chiamano a presiedere il consiglio di amministrazione di Spea Engineering, una controllata di Autostrade per l'Italia. Non solo. Nel 2016 il gruppo Atlantia, che, oltre a detenere Autostrade, controlla la società Aeroporti di Roma (quella di Fiumicino e di Ciampino), vince la gara per la privatizzazione dell'aeroporto di Nizza e di due altri piccoli scali regionali. Per la precisione, passa di mano il 60% della società Aéroports de la Côte d'Azur (Aca) con gli scali di Nizza, Cannes-Mandelieu e Saint-Tropez. Nomi mitici, che fanno parte dell'identità francese. Sono stati venduti per 1,2 miliardi di euro. Con 12 milioni di passeggeri nel 2015, l'aeroporto di Nizza è il terzo in Francia dopo i due scali parigini di Roissy e Orly. I Benetton chiedono a Costa di andare ogni tanto a Nizza per sedere nel consiglio di sorveglianza dell'aeroporto. Serviva un esperto. Un duplice ex ministro lo è sicuramente. D'altronde in tanti si sono fatti le ossa studiando le grane dell'Anas. Ad esempio, il potente Roberto Garofoli da magistrato si è più volte occupato di collegi arbitrali per la rete stradale e autostradale. Per anni è stato un lettiano doc, tant'è che l'ex premier lo ha nominato segretario generale di Palazzo Chigi e oggi è capo di gabinetto del ministro Giovanni Tria. Il quale ha deciso di confermargli l'incarico ricevuto da Pier Carlo Padoan.Ieri Danilo Toninelli, oggi titolare del Mit, ha annunciato di aver avviato l'iter di revoca della concessione ad Autostrade. Visto il susseguirsi di dichiarazioni, è difficile capire come andrà a finire la guerra tra governo e il gruppo. Quello che è certo è che il sistema delle concessioni sarà da rivedere. Compreso il tema delle porte girevoli: sempre legittime, ma sempre meno opportune. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/porte-girevoli-tra-stato-e-atlantia-nel-colosso-lavora-lex-ministro-di-prodi-2596732415.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="benetton-power-dal-veneto-fino-a-wall-street" data-post-id="2596732415" data-published-at="1778629598" data-use-pagination="False"> Benetton power: dal Veneto fino a Wall Street Al di là dei ponti, nel network dei Benetton nulla si crea e nulla si distrugge. Da quasi trent'anni la famiglia veneta è passata dal business dei pullover a quello dei caselli e degli aeroporti. La crescita esponenziale dei ricavi del gruppo e quindi del patrimonio della famiglia ha consentito grandi e importanti investimenti nelle aziende italiane che contano. In questi giorni di polemiche, si è letto delle quote del gruppo in Rcs e nel Sole 24 Ore. Investimenti residuali. Molto residuali. Attraverso Edizione la famiglia Benetton possiede, oltre al 100% di Benetton group, numerose e consistenti partecipazioni che spaziano dalla ristorazione (Autogrill), alle infrastrutture (Eurostazioni) ai trasporti (Atlantia, società a cui fanno capo Autostrade per l'Italia e Aeroporti di Roma), fino ad assicurazioni e banche (Generali, Mediobanca, Banca Leonardo), oltre a una quota minima in Pirelli. Il tutto è ovviamente sorretto da una importante rete di relazioni industriali che aiuta a consolidare e fare crescere l'intera galassia. Oggi a presiedere Atlantia è Fabio Cerchiai, manager di lungo corso che vanta un curriculum ancor più lungo. Innanzitutto ricopre in contemporanea il ruolo di presidente di Unipol, al vertice della quale è arrivato dopo diversi incarichi In Generali e in Fondiaria Sai. Cerchiai è stato presidente di Ania, l'associazione delle imprese assicuratrici, è transitato per diversi istituti di credito e pure in Impregilo, che ha nel suo core business il cemento. Ma non basta. A questi investimenti finanziari se ne aggiungono altri nel settore agricolo e in quello immobiliare. La famiglia detiene il 100% dell'azienda Maccarese (Roma) e di Compania de Tierras Sudargentinas, in Patagonia. Edizione Property è invece la holding nel settore del mattone, con un patrimonio immobiliare che vale intorno poco più di 1,4 miliardi di euro. Ma per ricostruire la leva di lancio dell'impero bisogna ripercorrere i rapporti della famiglia che hanno consentito il vero salto da Ponzano Veneto fino a Wall Street. Al fianco del gruppo nel momento della privatizzazione della gestione delle rete autostradale c'è una importante banca d'affari: Merrill Lynch. Ma a sostenere le diverse acquisizioni del gruppo spicca un istituto ancor più grande, che si chiama Goldman Sachs. Nel 2008 la famiglia si interessa a Guala Closures, una multinazionale piemontese nel settore della farmaceutica e cosmetica. L'offerta è presentata assieme a Goldman Sachs, che poi alla fine interviene pure nel riassetto del gruppo. Poco importa che in alcune occasioni gli imprenditori di Ponzano si siano trovati su fronti contrapposti a quelli di Goldman. Nei momenti seri sono stati sempre alleati. Nel 2014 c'è un successivo riassetto in Sintonia, una delle holding della famiglia: Goldman interviene con la riacquisizione di quote, ma soprattutto si erge a capofila nell'emissione di una maxi obbligazione da 5 miliardi di euro. Senza dimenticare che Alessandro Benetton, figlio di Luciano, muove i suoi primi passi proprio in Goldman. Gli osservatori si pongono una domanda di fondo. Come è stato possibile che un gruppo seppur famoso nel settore della moda, ma con legami finanziaria abbastanza ristretti ai confini italiani, appena fa il salto nel settore autostradale trovi subito al suo fianco la più importante banca d'affari Usa? Sarà per via del business appetibile e della capacità imprenditoriale della famiglia, ma qualche buona parola deve averla messa Romano Prodi, che a Goldman è legatissimo e ha fornito pure consulenze sul rischio Paese.
Luciano Darderi (Ansa)
Nella giornata del «round of 16» è stato infatti l’azzurro numero 17 Atp a prendersi la scena, superando in rimonta nientemeno che Alexander Zverev, che nella classifica mondiale è dietro soltanto ai due mostri sacri Sinner e Carlos Alcaraz. Sulla terra rossa della Grand Stand Arena Darderi è riuscito nell’impresa di riscrivere una partita che sembrava ormai perduta. Specialmente dopo aver incassato un primo set senza storia, perso 6-1 in appena mezz’ora, dando per lunghi tratti l’impressione di non riuscire a reggere il ritmo imposto dal tedesco. Andamento che si stava confermando anche nel secondo parziale, facendo pensare a chiunque che la sfida fosse ormai indirizzata. A chiunque tranne che al ventiquattrenne italo-argentino, che non ha mai smesso di crederci. Dopo che Zverev è salito fino al 4-2 e ha avuto in mano il controllo dell’incontro, qualcosa è cambiato. Darderi ha iniziato a trovare continuità da fondo campo, sostenuto da un pubblico sempre più coinvolto, mentre dall’altra parte il tedesco ha progressivamente perso lucidità. Il momento decisivo è arrivato nel tie-break del secondo set, un’autentica battaglia nella quale Zverev si è fatto annullare quattro match point. Luciano è rimasto aggrappato alla partita con pazienza e coraggio, fino a chiudere 12-10 grazie anche a un doppio fallo finale del suo avversario. Lì, di fatto, il match è finito. Zverev è uscito mentalmente dalla partita e nel terzo set non ha reagito. Darderi ha cavalcato l’inerzia e l’entusiasmo del Foro Italico, dominando 6-0 il parziale decisivo e conquistando così la prima vittoria in carriera contro un top ten. Una serata che difficilmente dimenticherà e che gli vale anche i primi quarti di finale in un Masters 1000, dove affronterà il baby fenomeno spagnolo Rafael Jódar. «È stata una partita molto dura, non mi sentivo bene nel primo set», ha spiegato a caldo Darderi. «Poi sono riuscito a girarla anche perché Zverev mi ha regalato qualcosa. La gente mi ha aiutato tanto, sono molto felice».
Più lineare, invece, il pomeriggio di Sinner sul centrale. Contro l’altra rivelazione di questa edizione, Andrea Pellegrino, il numero uno del mondo ha controllato il «derby» senza particolari difficoltà, imponendosi (6-2, 6-3) e centrando la qualificazione ai quarti. Per il pugliese resta comunque un torneo oltre ogni aspettativa, mentre Sinner continua a macinare record: con quella contro Pellegrino sono diventate 31 le vittorie consecutive nei Masters 1000, eguagliando un primato che apparteneva a Novak Djokovic. «Il derby qui in Italia è sempre speciale», ha detto Jannik dopo la vittoria. «Sono molto felice per Andrea, ha fatto un torneo straordinario». Poi uno sguardo al prosieguo del torneo, dove se la vedrà con il russo Andrej Rublev: «I quarti sono già un turno importante. Il giorno di riposo mi aiuterà».
L’unica nota stonata della giornata azzurra è arrivata dalla sconfitta di Lorenzo Musetti contro Casper Ruud. Il toscano, già apparso in difficoltà fisica nei giorni scorsi, ha ceduto nettamente (6-3 6-1) in una partita condizionata dai problemi alla coscia sinistra: «Chiedo scusa al pubblico, ma la mia condizione fisica non mi ha permesso di giocare come avrei voluto», ha ammesso il carrarino nel post partita.
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@ManuelRighi
Uno dei modi migliori per entrare in contatto con un territorio è penetrarne la natura. C’è chi lo fa in contemplandola e chi attraversandola attivamente. Il Trentino si presta a tutto, grazie a un ambiente variegato, che alterna montagne, laghi e fiumi.
Gli amanti degli sport acquatici hanno un’ampia gamma di possibilità tra cui scegliere. Il rafting, per esempio, praticando il quale si smuovono adrenalina, spirito di squadra e rapporto con la natura. Non un semplice sport, ma un’esperienza a tutto tondo che consente di percepire contemporaneamente sé stessi, l’altro e il fiume, diventando tutt’uno. Punto di riferimento per questa attività outdoor è la Val di Sole con il suo fiume (il Noce), citato dal National Geographic come uno dei migliori al mondo per le discese fluviali a bordo dei raft, speciali gommoni che le squadre da quattro/sei persone devono portare a destinazione con coraggio e attenzione. Si tratta di una disciplina che non richiede alcuna competenza in particolare, a esclusione del nuoto. È comunque bene esercitarla al seguito di una guida esperta, che prima della partenza spiegherà ai partecipanti cosa fare e non fare durante la traversata. Il fiume Noce dona 28 bellissimi chilometri navigabili, tra rapide e tratti più tranquilli che consentono, nel frattempo, di ammirare boschi e vette, garantendo emozioni autentiche grazie all’alternanza di un’attività ad alto tasso di energia e gioia e quieta bellezza paesaggistica.
Non per niente il rafting viene considerato terapeutico, tanto da essere utilizzato per cementare lo spirito di squadra tra familiari e amici, ma anche tra colleghi, uniti da un obiettivo comune al di fuori dell’ambiente lavorativo e delle classiche dinamiche aziendali. I centri rafting del Trentino mettono a disposizione il necessario equipaggiamento: tute in neoprene, giubbotto salvagente, pagaia e casco protettivo; è altresì necessario che i partecipanti arrivino con un abbigliamento sportivo, costume incluso. Il fiume Noce è percorribile anche in canoa e kayak, ma per avere un contatto ancora più ravvicinato con la forza dell’acqua l’ideale è l’hydrospeed, che prende il nome dal bob fluviale con cui affrontare l’acquatico avversario.
Un altro modo per godersi l’estate trentina è il wakeboard, sport che nasce dalla fusione tra sci acquatico e snowboard. Come il rafting, è uno sport adrenalinico ma fattibile anche per coloro che sono alle prime armi. Nella Regione esistono due impianti, situati tra il lago di Ledro e il lago di Terlago. Qui si viene trainati non dal classico motoscafo, ma da un cable wakeboard, ossia una fune simile a uno skilift. Velocità, equilibrio e leggerezza: il wakeboard permette di divertirsi e volare letteralmente sull’acqua.
Lakeline è il centro di Terlago, che propone un percorso di circa 230 metri dotato di strutture galleggianti per salti ed evoluzioni aeree. Benché si tratti di una disciplina adatta a tutti, il centro mette a disposizione - oltre al noleggio attrezzatura - una scuola wakeboard. Al lago di Ledro, precisamente in località Pur, si trova invece il Be Wake System: qui il wakeboard viene presentato nella sua variante più semplice, adatta anche ai bambini dai 7 anni in su. Un’attività che libera dalle calorie e - soprattutto - dallo stress in eccesso, rafforzando i muscoli e il sistema cardiorespiratorio.
C’è poi il canyoning, che consiste nella discesa a piedi, ma tramite l’ausilio di corde, di gole percorse da piccoli corsi d’acqua. Una sorta di fusione tra alpinismo e sport fluviali, da realizzare in gruppo e al seguito di guide professionali. Ovviamente i livelli di difficoltà differiscono a seconda della propria preparazione.
Lo speleologo francese Alfred Martel viene considerato il precursore del canyoning, grazie alle esplorazioni da lui condotte durante i primi anni del Novecento nelle Gole di Verdon. Dalla scienza allo sport il passo fu relativamente breve: negli anni Ottanta francesi e spagnoli vi si dedicavano assiduamente. Per chi è in cerca di questo genere di dinamismo, il lago di Ledro, il Garda Trentino e l’area di Campiglio Dolomiti - con la Val Brenta, il torrente Palvico e il Rio Roldono - sono i luoghi ideali. Scivoli e piscine naturali producono contesti di straordinaria bellezza, all’interno dei quali muoversi diviene un’esperienza completa per il corpo e per lo spirito.
Il brivido della velocità in montagna è un’altra storia con le downhill bike
Dall’acqua alla terra: lo sport, in Trentino, prevede un contatto dinamico con Madre Natura anche attraverso i cosiddetti bike park, strutture attrezzate per le mountain bike.Non si pensi al classico trekking: per questo tipo di attività occorrono infatti biciclette da downhill, dato che si tratta di percorsi in discesa su terreni ripidi e scoscesi, dove il rischio di cadute è piuttosto alto. I salti, le curve paraboliche e gli ostacoli, ma anche i north shore (strutture in legno da attraversare a tutta velocità) e i rock garden rendono felicissimi i biker più spericolati. I centri del Trentino-Alto Adige offrono sempre impianti di risalita e bike shuttle, furgoni che trasportano le biciclette al punto di partenza.Come per gli sport acquatici, anche in questo caso è necessario utilizzare l’attrezzatura adeguata, composta da protezioni per le ginocchia e i gomiti, caschi integrali, paraschiena e guanti. Questo sport può essere praticato in Val di Sole, dove si trovano cinque trail differenti per difficoltà e tre trail enduro. In località Pellizzano esiste anche un Kids Bike Park, dedicato al divertimento dei bambini.La parte più interessante del Bike Park Val di Sole è sicuramente costituita dal Black Snacke, famoso percorso di Coppa del Mondo. È il tracciato più impegnativo e, per questo, adatto solo a esperti e a spericolati che abbiano voglia di mettersi alla prova su terreni particolarmente scoscesi a partire da quota 1.500 metri. Dalla medesima altitudine si dipanano anche tre trail di recente realizzazione, alcuni in stile flow - dunque senza particolari ostacoli - e altri più naturali.Una telecabina da otto posti consente una semplice risalita a tre rider con le loro biciclette. Nella parte bassa del bike park si trova un’altra attrazione degna di nota: il four cross (4x), una discesa per gare a quattro, utilizzata ogni anno anche per il Campionato del Mondo di 4x.Il Bike Park Val di Sole aprirà la stagione indicativamente tra fine maggio e inizio giugno. Il Paganella Bike Park è un’altra area spettacolare non solo per gli amanti della disciplina, ma anche per l’utilizzo che è stato fatto del territorio. Trattasi di tre bike zone nate nel 2010 dalla trasformazione di vecchi sentieri e mulattiere, divenuti ormai tracciati all’avanguardia dotati di tutto il necessario per i praticanti.Non è un caso che sia stato inserito nel circuito del Gravity Card, che permette ai possessori della tessera di muoversi liberamente tra i ventotto migliori bike park d’Europa. Il Fassa Bike Park è situato nel cuore delle Dolomiti della Val di Fassa, sopra Canazei. Il primo bike park del Nord-Est propone dodici linee per tutti i livelli, pensate sia per i principianti che per gli esperti.Infine la San Martino Bike Arena sorge al cospetto delle Pale di San Martino e offre tre tracciati per un totale di dieci chilometri. Nemmeno qui manca un efficiente impianto di risalita, costituito da una cabinovia ad agganciamento automatico che in soli dodici minuti raggiunge i 2.200 metri di altitudine.Il risultato? Discese emozionanti, garantite anche dai wall ride, megaparaboliche in cui usare la forza centrifuga per percorrerle nella parte più alta senza il rischio di cadere. Anche la San Martino Bike Arena aprirà per il ponte del 2 giugno, ma per le prime due settimane solo per durante i weekend.
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