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2019-01-07
Un agente riceve solo 1.468 euro lordi al mese. Più eventuali botte
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Quanto rischia in servizio un agente antisommossa? Stiamo parlando di quegli uomini in divisa che spesso vediamo nei servizi dei telegiornali, schierato insieme a decine di colleghi impegnati a sedare facinorosi da stadio o da protesta violenta. Quegli uomini e quelle donne di cui non possiamo scorgere il volto perché nascosto sotto ad un casco protettivo, quanto mettono a rischio la loro incolumità? Ebbene, un indice di pericolosità del lavoro dell'agente non c'è, ma sappiamo quanto vale, mensilmente, quel lavoro: 1.468,08 euro. Lordi.
Tanti? Beh, confrontiamo queste retribuzioni con quelle della categoria più coccolata tra tutte quelle della Pubblica amministrazione: i magistrati, e poi vediamo se sono buste paga adeguate. Ma ci arriviamo dopo; per ora quello che conta sapere è che nella stessa condizione di un agente antisommossa si trovano anche gli agenti di polizia penitenziaria, quelli della stradale, i poliziotti ferroviari o quelli che girano per i nostri quartieri. In tutto, secondo gli ultimi dati forniti dal Ministero dell'Interno, si tratta di 68.894 persone, 59.153 uomini e 9.741 donne, quotidianamente impegnate a garantire la sicurezza dei cittadini. Ebbene: gli agenti semplici, gli agenti "scelti", ma anche gli assistenti e gli assistenti capo, percepiscono tutti la medesima paga base, cioè, appunto, meno di 1.500 euro lordi che, con l'indennità pensionabile (che però dipende dall'anzianità) arriva a un massimo di 1.955,88 euro. L'unica possibilità di incrementare questa cifra è attraverso il lavoro straordinario.
Per dare un'idea della situazione basta confrontare queste retribuzioni con quelle del nuovo contratto della polizia locale che, per un agente al livello più basso, prevede uno stipendio lordo di 1.695,34 euro mensili mentre un vigile del fuoco (anche gli uomini in rosso hanno un nuovo contratto dal 2018) appena assunto guadagna 1.466 euro l'anno lordi.
In Polizia, per superare la soglia dei 2.000 euro di stipendio lordo mensile bisogna aver fatto diversi scatti di carriera ed essere arrivati, come minimo, al grado di vice-sovrintendente che, come il sovrintendente e il sovrintendente capo, ha uno stipendio base di 1.627,58 euro a cui si aggiunge un'indennità di 680,5 euro che porta il totale lordo a 2308,08. Molti? Non proprio se si considera che si tratta di persone che hanno la responsabilità di dirigere interi nuclei operativi a volte impegnati anche in situazioni particolarmente rischiose.
Il gradino immediatamente superiore porta con sé una differenza di stipendio davvero minima: il ruolo di vice-ispettore, ispettore e ispettore-capo, infatti, equivale ad uno stipendio di 2.458,02 euro, ovvero 150 euro lordi in più dei sovrintendenti. Il commissario di Polizia, così come il commissario capo e il vice questore aggiunto, hanno uno stipendio lordo di 2.823,14 euro e sono l'ultimo gradino della scala gerarchica prima dei dirigenti, per i quali il discorso retribuzione è molto più articolato dato che la busta paga è composta da molte più voci.
Un dirigente della Polizia di Stato, che sia Primo Dirigente, Dirigente superiore o Dirigente generale, ovvero il Questore, può guadagnare un lordo minimo di 4.864,53 euro composto da: paga base, indennità integrativa speciale, indennità pensionistica e indennità perequativa. A questa cifra vanno aggiunte una serie di integrazioni date da indennizzi e rimborsi vari che non sono resi pubblici dal Ministero dell'Interno, ma che fanno lievitare parecchio la retribuzione mensile che comunque non potrà mai arrivare nemmeno a sfiorare l'Olimpo delle retribuzioni pubbliche, quelle dei magistrati. Un magistrato guadagna qualcosa come 142.554 euro l'anno rispetto ai 25.426 di un poliziotto. Significa che per fare lo stipendio di un solo magistrato servono le buste paga di 5,6 agenti.
Ogni anno l'Europa spende 291 miliardi di euro per la sicurezza
Lo scettro all'interno dell'Ue tra i Paesi che stanziano più denaro per le forze dell'ordine va al Regno Unito. La stima arriva da Globalfirepower.com, uno dei siti più accreditati quando si parla di numeri legati al mondo militare secondo cui, in totale, l'Ue spende 331 miliardi di dollari, 291 miliardi di euro. Tra esercito e forze di polizia, Sua Maestà ha un budget di 50 miliardi di dollari, 43,9 miliardi di euro. Non troppo distante in seconda posizione troviamo la Germania. Berlino, per l'anno appena concluso, aveva calcolato una spesa massima di 45,2 miliardi di dollari (39,7 miliardi di euro). La medaglia di bronzo va alla Francia con un budget da 40 miliardi di biglietti verdi (35,1 miliardi di euro). Superata questa triade, gli altri Stati membri dell'Unione europea spendono tutti decisamente meno per la difesa del territorio. La Spagna, ad esempio, si distacca molto da Parigi, con un budget di 11,6 miliardi di dollari, circa 10 miliardi di euro. Nella classifica di chi sborsa di più quando si parla di spesa militare, troviamo i Paesi Bassi. Il governo di Amsterdam ha un budget di 9,84 miliardi di dollari, 8,6 miliardi di euro. Poco più in basso troviamo la Polonia. Varsavia destina alla difesa 9,36 miliardi di dollari (8,2 miliardi di euro). Piuttosto distaccata troviamo in classifica la Norvegia. Il piccolo Paese del Nord Europa ha un budget di soli 7 miliardi di dollari, circa 6,1 miliardi di euro. Non stupisce che la Grecia, con tutti i problemi economici che ha, spenda poco per quando si parla di esercito e forze di polizia. Secondo Globalfirepower Atene ha un budget di 6,54 miliardi di dollari, 5,7 miliardi di euro. Ancora più risicato il budget della ricca Svezia. Stoccolma che si limita a un budget di 6,21 miliardi di dollari, 5,45 miliardi di euro. Il centro delle istituzioni europee, il Belgio, è ancora più in basso in classifica con 5 miliardi di dollari, 4,3 miliardi di euro al cambio attuale. Poco più in basso c'è l'Ucraina. In relazione alla sua dimensione Kiev spende molto poco quando si tratta di forze dell'ordine: 4,88 miliardi di dollari (4,2 miliardi di euro).
È sempre un soffio meno di quanto spende la Svizzera per le forze dell'ordine. L'ex cassaforte di Europa (da quando è caduto il segreto bancario) mette a bilancio 4,83 miliardi di dollari, 4,2 miliardi di euro. Praticamente quanto l'Ucraina, che però ha una popolazione cinque volte superiore. Tra i Paesi del Nord c'è anche la Danimarca: 4,44 miliardi di dollari, 3,9 miliardi di euro. Con 600 milioni di dollari di differenza troviamo il Portogallo con un budget di 3,8 miliardi (3,3 miliardi di euro). A poca distanza nella classifica del budget militare c'è la Finlandia con 3,66 miliardi di dollari (3,2 miliardi di euro). L'ultimo Paese nella fascia dei tre miliardi è l'Austria. Vienna dedica 3,22 di dollari, 2,8 miliardi di euro. Un gradino più in basso c'è la Repubblica Ceca. Praga sfiora i 2,6 miliardi di dollari, 2,2 miliardi di euro. Pochi soldi vanno anche all'esercito e alle forze di polizia rumene. Bucarest ha un budget di 2,19 miliardi di dollari, poco meno di due miliardi di euro. Sfiorano di poco il miliardi di euro l'Irlanda e l'Ungheria. Dublino spende 1,165 miliardi di dollari, praticamente un miliardo di euro. A poca distanza c'è Budapest, che destina un miliardo di dollari a finanziare le forze dell'ordine, 914 milioni di euro. La lista dei Paesi del centro Europa spende spesso cifre simili: Slovacchia (1,02 miliardi di dollari, 890 milioni di euro), Croazia (958 milioni dollari, circa 840 milioni di euro), Serbia (830 milioni di dollari, 729 milioni di euro), Slovenia (790 milioni, 694 milioni di euro). Con la Bulgaria si arriva alla cifra tonda di 700 milioni di dollari (615 milioni di euro). Tra gli Stati più piccoli troviamo l'Estonia (335 milioni, 294 milioni di euro), la Bosnia Erzegovina (250 milioni di biglietti verdi, 219 milioni di euro), l'Albania (138,4 milioni di dollari di budget, 121,7 milioni di euro) e la Macedonia (108 milioni di dollari, 94 milioni di euro). L'ultimo in lista è il Montenegro con 83 milioni di dollari di budget, 72,9 milioni di euro.
Stati Uniti, Cina e Arabia Saudita sul podio di chi sborsa di più per le forze armate
GiphyDando uno sguardo ai dati diffusi da Globalfirepower.com, uno dei maggiori siti quando di tratta di numeri e forze dell'ordine, si capisce che i grandi budget per le spese militari non sono in Europa. Nessun Paese al mondo si avvicina nemmeno lontanamente al budget americano. Lo Zio Sam destina 647 miliardi di dollari a esercito e forze di polizia (568 miliardi di euro). Più di quattro volte rispetto al numero due in classifica, la Cina. La Repubblica Popolare, pur essendo ben più grande degli Stati Uniti, destina 151 miliardi di dollari alla spesa militare (132 miliardi di euro).
Probabilmente non sono in molti a saperlo, ma la medaglia di bronzo al mondo in termini di spesa militare e di polizia va all'Arabia Saudita. Re Mohammad Bin Salman, che governa il Paese dal 2015, destina a difesa e polizia 56,7 miliardi di dollari, poco meno di 50 miliardi di euro. Poco più di India e Russia, entrambe ben più grandi dell'Arabia Saudita, a quota 47 miliardi di dollari, 41, 3 miliardi di dollari. Sempre in Asia, distanziati di poco, troviamo il Giappone (44 miliardi di dollari, 38,6 miliardi di euro) e la Corea del Sud (40 miliardi di biglietti verdi, 35,1 miliardi di euro).
Ben più in basso ci sono altri Paesi di grandi dimensioni come il Brasile (29,3 miliardi di dollari, 25,7 miliardi di euro) e l'Australia (26,3 miliardi di dollari), seguiti a poca distanza da Israele (20 miliardi di dollari, 17,5 miliardi di euro). Decisamente più in basso ci sono il Canada (16,4 miliardi di dollari, circa 14,41 miliardi di euro), gli Emirati Arabi (14,37 miliardi di dollari, 12,6 miliardi di euro) e l'Afghanistan (11,5 miliardi di dollari, 10 miliardi di euro), gli ultimi grandi "spendaccioni" in classifica quando si tratta di budget per esercito e forze di polizia.
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Un agente antisommossa guadagna 1.468,08 euro lordi al mese. Stesso reddito anche per gli uomini della penitenziaria, della stradale, per i poliziotti ferroviari e quelli di quartiere. Complessivamente si tratta, secondo i dati forniti dal Ministero, di 68.894 persone. Unica possibilità per incrementare il magro stipendio: accumulare ore e ore di straordinari.Il Regno Unito stanzia più fondi per le forze dell'ordine con 43,9 miliardi di euro messi a disposizione ogni anno dalla regina. Secondo posto per la Germania (39,7 miliardi) e terzo per la Francia (35,1 miliardi). Complessivamente l'Unione europea spende per la sua sicurezza 291 miliardi di euro.Guardando al di fuori dell'Europa, sul podio di chi spende di più per il proprio esercito troviamo gli Stati Uniti che, annualmente, stanziano 568 miliardi di euro. Seguono la Cina e gli Emirati Arabi con una spesa di 132 e 50 miliardi di euro. Lo speciale contiene tra articoli.Quanto rischia in servizio un agente antisommossa? Stiamo parlando di quegli uomini in divisa che spesso vediamo nei servizi dei telegiornali, schierato insieme a decine di colleghi impegnati a sedare facinorosi da stadio o da protesta violenta. Quegli uomini e quelle donne di cui non possiamo scorgere il volto perché nascosto sotto ad un casco protettivo, quanto mettono a rischio la loro incolumità? Ebbene, un indice di pericolosità del lavoro dell'agente non c'è, ma sappiamo quanto vale, mensilmente, quel lavoro: 1.468,08 euro. Lordi.Tanti? Beh, confrontiamo queste retribuzioni con quelle della categoria più coccolata tra tutte quelle della Pubblica amministrazione: i magistrati, e poi vediamo se sono buste paga adeguate. Ma ci arriviamo dopo; per ora quello che conta sapere è che nella stessa condizione di un agente antisommossa si trovano anche gli agenti di polizia penitenziaria, quelli della stradale, i poliziotti ferroviari o quelli che girano per i nostri quartieri. In tutto, secondo gli ultimi dati forniti dal Ministero dell'Interno, si tratta di 68.894 persone, 59.153 uomini e 9.741 donne, quotidianamente impegnate a garantire la sicurezza dei cittadini. Ebbene: gli agenti semplici, gli agenti "scelti", ma anche gli assistenti e gli assistenti capo, percepiscono tutti la medesima paga base, cioè, appunto, meno di 1.500 euro lordi che, con l'indennità pensionabile (che però dipende dall'anzianità) arriva a un massimo di 1.955,88 euro. L'unica possibilità di incrementare questa cifra è attraverso il lavoro straordinario. Per dare un'idea della situazione basta confrontare queste retribuzioni con quelle del nuovo contratto della polizia locale che, per un agente al livello più basso, prevede uno stipendio lordo di 1.695,34 euro mensili mentre un vigile del fuoco (anche gli uomini in rosso hanno un nuovo contratto dal 2018) appena assunto guadagna 1.466 euro l'anno lordi.In Polizia, per superare la soglia dei 2.000 euro di stipendio lordo mensile bisogna aver fatto diversi scatti di carriera ed essere arrivati, come minimo, al grado di vice-sovrintendente che, come il sovrintendente e il sovrintendente capo, ha uno stipendio base di 1.627,58 euro a cui si aggiunge un'indennità di 680,5 euro che porta il totale lordo a 2308,08. Molti? Non proprio se si considera che si tratta di persone che hanno la responsabilità di dirigere interi nuclei operativi a volte impegnati anche in situazioni particolarmente rischiose.Il gradino immediatamente superiore porta con sé una differenza di stipendio davvero minima: il ruolo di vice-ispettore, ispettore e ispettore-capo, infatti, equivale ad uno stipendio di 2.458,02 euro, ovvero 150 euro lordi in più dei sovrintendenti. Il commissario di Polizia, così come il commissario capo e il vice questore aggiunto, hanno uno stipendio lordo di 2.823,14 euro e sono l'ultimo gradino della scala gerarchica prima dei dirigenti, per i quali il discorso retribuzione è molto più articolato dato che la busta paga è composta da molte più voci.Un dirigente della Polizia di Stato, che sia Primo Dirigente, Dirigente superiore o Dirigente generale, ovvero il Questore, può guadagnare un lordo minimo di 4.864,53 euro composto da: paga base, indennità integrativa speciale, indennità pensionistica e indennità perequativa. A questa cifra vanno aggiunte una serie di integrazioni date da indennizzi e rimborsi vari che non sono resi pubblici dal Ministero dell'Interno, ma che fanno lievitare parecchio la retribuzione mensile che comunque non potrà mai arrivare nemmeno a sfiorare l'Olimpo delle retribuzioni pubbliche, quelle dei magistrati. Un magistrato guadagna qualcosa come 142.554 euro l'anno rispetto ai 25.426 di un poliziotto. Significa che per fare lo stipendio di un solo magistrato servono le buste paga di 5,6 agenti.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/polizia-truenumbers-2625116599.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="ogni-anno-l-europa-spende-291-miliardi-di-euro-per-la-sicurezza" data-post-id="2625116599" data-published-at="1770579309" data-use-pagination="False"> Ogni anno l'Europa spende 291 miliardi di euro per la sicurezza Lo scettro all'interno dell'Ue tra i Paesi che stanziano più denaro per le forze dell'ordine va al Regno Unito. La stima arriva da Globalfirepower.com, uno dei siti più accreditati quando si parla di numeri legati al mondo militare secondo cui, in totale, l'Ue spende 331 miliardi di dollari, 291 miliardi di euro. Tra esercito e forze di polizia, Sua Maestà ha un budget di 50 miliardi di dollari, 43,9 miliardi di euro. Non troppo distante in seconda posizione troviamo la Germania. Berlino, per l'anno appena concluso, aveva calcolato una spesa massima di 45,2 miliardi di dollari (39,7 miliardi di euro). La medaglia di bronzo va alla Francia con un budget da 40 miliardi di biglietti verdi (35,1 miliardi di euro). Superata questa triade, gli altri Stati membri dell'Unione europea spendono tutti decisamente meno per la difesa del territorio. La Spagna, ad esempio, si distacca molto da Parigi, con un budget di 11,6 miliardi di dollari, circa 10 miliardi di euro. Nella classifica di chi sborsa di più quando si parla di spesa militare, troviamo i Paesi Bassi. Il governo di Amsterdam ha un budget di 9,84 miliardi di dollari, 8,6 miliardi di euro. Poco più in basso troviamo la Polonia. Varsavia destina alla difesa 9,36 miliardi di dollari (8,2 miliardi di euro). Piuttosto distaccata troviamo in classifica la Norvegia. Il piccolo Paese del Nord Europa ha un budget di soli 7 miliardi di dollari, circa 6,1 miliardi di euro. Non stupisce che la Grecia, con tutti i problemi economici che ha, spenda poco per quando si parla di esercito e forze di polizia. Secondo Globalfirepower Atene ha un budget di 6,54 miliardi di dollari, 5,7 miliardi di euro. Ancora più risicato il budget della ricca Svezia. Stoccolma che si limita a un budget di 6,21 miliardi di dollari, 5,45 miliardi di euro. Il centro delle istituzioni europee, il Belgio, è ancora più in basso in classifica con 5 miliardi di dollari, 4,3 miliardi di euro al cambio attuale. Poco più in basso c'è l'Ucraina. In relazione alla sua dimensione Kiev spende molto poco quando si tratta di forze dell'ordine: 4,88 miliardi di dollari (4,2 miliardi di euro).È sempre un soffio meno di quanto spende la Svizzera per le forze dell'ordine. L'ex cassaforte di Europa (da quando è caduto il segreto bancario) mette a bilancio 4,83 miliardi di dollari, 4,2 miliardi di euro. Praticamente quanto l'Ucraina, che però ha una popolazione cinque volte superiore. Tra i Paesi del Nord c'è anche la Danimarca: 4,44 miliardi di dollari, 3,9 miliardi di euro. Con 600 milioni di dollari di differenza troviamo il Portogallo con un budget di 3,8 miliardi (3,3 miliardi di euro). A poca distanza nella classifica del budget militare c'è la Finlandia con 3,66 miliardi di dollari (3,2 miliardi di euro). L'ultimo Paese nella fascia dei tre miliardi è l'Austria. Vienna dedica 3,22 di dollari, 2,8 miliardi di euro. Un gradino più in basso c'è la Repubblica Ceca. Praga sfiora i 2,6 miliardi di dollari, 2,2 miliardi di euro. Pochi soldi vanno anche all'esercito e alle forze di polizia rumene. Bucarest ha un budget di 2,19 miliardi di dollari, poco meno di due miliardi di euro. Sfiorano di poco il miliardi di euro l'Irlanda e l'Ungheria. Dublino spende 1,165 miliardi di dollari, praticamente un miliardo di euro. A poca distanza c'è Budapest, che destina un miliardo di dollari a finanziare le forze dell'ordine, 914 milioni di euro. La lista dei Paesi del centro Europa spende spesso cifre simili: Slovacchia (1,02 miliardi di dollari, 890 milioni di euro), Croazia (958 milioni dollari, circa 840 milioni di euro), Serbia (830 milioni di dollari, 729 milioni di euro), Slovenia (790 milioni, 694 milioni di euro). Con la Bulgaria si arriva alla cifra tonda di 700 milioni di dollari (615 milioni di euro). Tra gli Stati più piccoli troviamo l'Estonia (335 milioni, 294 milioni di euro), la Bosnia Erzegovina (250 milioni di biglietti verdi, 219 milioni di euro), l'Albania (138,4 milioni di dollari di budget, 121,7 milioni di euro) e la Macedonia (108 milioni di dollari, 94 milioni di euro). L'ultimo in lista è il Montenegro con 83 milioni di dollari di budget, 72,9 milioni di euro. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/polizia-truenumbers-2625116599.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="stati-uniti-cina-e-arabia-saudita-sul-podio-di-chi-sborsa-di-piu-per-le-forze-armate" data-post-id="2625116599" data-published-at="1770579309" data-use-pagination="False"> Stati Uniti, Cina e Arabia Saudita sul podio di chi sborsa di più per le forze armate Giphy Dando uno sguardo ai dati diffusi da Globalfirepower.com, uno dei maggiori siti quando di tratta di numeri e forze dell'ordine, si capisce che i grandi budget per le spese militari non sono in Europa. Nessun Paese al mondo si avvicina nemmeno lontanamente al budget americano. Lo Zio Sam destina 647 miliardi di dollari a esercito e forze di polizia (568 miliardi di euro). Più di quattro volte rispetto al numero due in classifica, la Cina. La Repubblica Popolare, pur essendo ben più grande degli Stati Uniti, destina 151 miliardi di dollari alla spesa militare (132 miliardi di euro).Probabilmente non sono in molti a saperlo, ma la medaglia di bronzo al mondo in termini di spesa militare e di polizia va all'Arabia Saudita. Re Mohammad Bin Salman, che governa il Paese dal 2015, destina a difesa e polizia 56,7 miliardi di dollari, poco meno di 50 miliardi di euro. Poco più di India e Russia, entrambe ben più grandi dell'Arabia Saudita, a quota 47 miliardi di dollari, 41, 3 miliardi di dollari. Sempre in Asia, distanziati di poco, troviamo il Giappone (44 miliardi di dollari, 38,6 miliardi di euro) e la Corea del Sud (40 miliardi di biglietti verdi, 35,1 miliardi di euro).Ben più in basso ci sono altri Paesi di grandi dimensioni come il Brasile (29,3 miliardi di dollari, 25,7 miliardi di euro) e l'Australia (26,3 miliardi di dollari), seguiti a poca distanza da Israele (20 miliardi di dollari, 17,5 miliardi di euro). Decisamente più in basso ci sono il Canada (16,4 miliardi di dollari, circa 14,41 miliardi di euro), gli Emirati Arabi (14,37 miliardi di dollari, 12,6 miliardi di euro) e l'Afghanistan (11,5 miliardi di dollari, 10 miliardi di euro), gli ultimi grandi "spendaccioni" in classifica quando si tratta di budget per esercito e forze di polizia.
Friedrich Merz (Ansa)
Così è arrivato il momento di mettere a folle il motore della transazione energetica. Il ministero dell’Economia tedesco starebbe valutando un giro di vite sulle fonti rinnovabili. In particolare, sta studiando di limitare alcuni elementi centrali nel piano di espansione delle energie green, il cosiddetto diritto di priorità di immissione e di allaccio alla rete. Secondo quanto riporta il quotidiano Tagesspiegel, citando fonti del settore, un «pacchetto rete» sarebbe in preparazione parallelamente alla riforma della legge sulle energie rinnovabili (Eeg). In base alle indiscrezioni, nuovi impianti eolici e solari non verrebbero più collegati «senza indugio» e, se nell’area di rete oltre il 3% dell’energia rinnovabile fosse stato limitato l’anno precedente, i gestori dei nuovi impianti dovrebbero rinunciare fino a dieci anni all’indennizzo previsto per le riduzioni di produzione. Inoltre, i gestori delle reti di distribuzione potrebbero definire procedure autonome di allaccio per impianti superiori a 135 chilowatt, con il rischio - secondo il settore - di rallentare i collegamenti, dato che in Germania operano oltre 800 gestori. Critiche sono giunte dalle oltre 1.000 cooperative energetiche attive nel solare, eolico e bioenergia: «Questi investimenti necessitano di condizioni quadro affidabili», ha dichiarato Jan Holthaus dell’associazione Dgrv, chiedendo regole chiare per il rifinanziamento e un accesso sicuro alla rete.
Ma non è questo l’unico passo indietro sulla transizione ecologica in questo Paese che fino a ieri era uno dei sostenitori più convinti dell’abbandono delle fonti fossili. L’impresa europea di batterie per veicoli Automotive cells (Acc) ha comunicato al sindacato dei metalmeccanici Uilm che accantonerà i piani per costruire gigafactory in Italia e Germania. Che il progetto di Termoli fosse tramontato si vociferava da tempo ma ieri è arrivata la conferma ufficiale insieme a quella dell’analogo piano in Germania. È una vera e propria ritirata dal settore e implicitamente la resa alla Cina. In una nota, Acc, sostenuta da Stellantis, ha affermato che sta valutando la chiusura dei progetti, sospesi dal 2024 a causa di una crescita più lenta del previsto per i veicoli elettrici. I nuovi siti erano tra le decine pianificati in Europa, nel tentativo di ridurre la dipendenza dai produttori cinesi, ma sono stati bloccati quando l’azienda ha valutato il passaggio a una tecnologia di batterie meno costosa. Acc ha detto chiaramente che non ci sono i «prerequisiti per riavviare i progetti in Germania e Italia». Impensabile andare avanti se le auto elettriche non si vendono. D’altronde Stellantis ha avvertito che subirà un calo di 22 miliardi di euro a causa della diffusione più lenta del previsto dei veicoli a batteria. A settembre 2024, l’Italia ha annunciato il ritiro di circa 250 milioni di euro dai fondi dell’Unione europea inizialmente destinati alla gigafactory, a causa dell’incertezza sui tempi di realizzazione del progetto.
Sempre in Germania, il ministero della Difesa ha rifatto il catasto dei campi armati, in modo che le ex aree militari non saranno disponibili per nuovi progetti fotovoltaici o eolici. Caserme dismesse, ex aeroporti e campi di addestramento che negli ultimi decenni erano stati convertiti a usi civili, diventano ora parte di una «riserva strategica». Tredici superfici destinate a ospitare impianti per le energie rinnovabili, serviranno a ospitare basi operative dell’esercito e per l’addestramento. Altro che pannelli solari e pale eoliche.
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(Honda Aircraft Company)
La novità rappresenta un importante passo avanti per la sicurezza aerea. Honda Aircraft Company sta lavorando per ottenere le necessarie autorizzazioni anche in altri Paesi, così da rendere questa tecnologia disponibile a livello internazionale.
«L’introduzione di Emergency Autoland dimostra il nostro impegno nel rendere il volo sempre più sicuro e accessibile», ha dichiarato Hideto Yamasaki, Presidente e Ceo di Honda Aircraft Company. «Questa tecnologia offre ai nostri clienti una maggiore tranquillità, sapendo che l’aereo è in grado di gestire una situazione critica anche nelle circostanze più difficili».
Emergency Autoland è un sistema progettato per far atterrare l’aereo da solo in caso di emergenza, ad esempio se il pilota si sente male o non riesce più a controllare il velivolo.
Il sistema può essere attivato premendo un pulsante in cabina oppure entrare in funzione automaticamente se rileva che il pilota non risponde.
Una volta attivo, Emergency Autoland avvisa automaticamente il controllo del traffico aereo e sceglie l’aeroporto più adatto in base alle condizioni meteo, alla quantità di carburante disponibile e alle caratteristiche delle piste. L’aereo viene quindi guidato in sicurezza fino all’atterraggio e si ferma completamente sulla pista, senza bisogno di interventi esterni.
Già nel 2024 HondaJet Elite II era stato il primo jet della sua categoria a introdurre un sistema automatico di gestione della velocità, un passaggio fondamentale per rendere possibile Emergency Autoland. I test di volo si sono conclusi nel 2025, aprendo la strada a questa importante innovazione.
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Ansa
In realtà sembra assodato che i bambini «socializzassero» adeguatamente con quelli delle famiglie vicine, ma ciò non è apparso sufficiente, in assenza della «socializzazione» in ambito scolastico, dovuta al fatto che i bambini non frequentavano la scuola, avendo i genitori optato per la educazione in famiglia («home schooling»), come consentito, a determinate condizioni, dalla legge. Non risulta chiaro, in verità, se tali condizioni fossero state o meno soddisfatte. Ma non è su questo che si vuole qui puntare l’attenzione, quanto piuttosto sul fatto che è, comunque, la socializzazione in ambito scolastico quella che viene, in sostanza, considerata imprescindibile ai fini di una corretta formazione della personalità del minore. E questo tipo di socializzazione è caratterizzato dal suo svolgersi secondo le direttive e sotto la supervisione di un’autorità che, direttamente o indirettamente, è quella dello Stato.
In sostanza, si lascia, quindi, intendere che, pur nel dichiarato rispetto dell’articolo 30 della Costituzione secondo cui è «dovere e diritto dei genitori mantenere, istruire ed educare i figli», è però preferibile che l’istruzione e l’educazione siano affidate allo Stato. E su questa stessa linea si pongono le forze politiche e gli «opinion makers» che sostengono la necessità o, quanto meno, l’opportunità che nei programmi scolastici venga inserita l’educazione «sessuo-affettiva» per supplire alle presunte carenze o distorsioni frequentemente riscontrabili - si afferma - nell’educazione che, in materia sessuo-affettiva, i minori ricevono in famiglia. Il tutto riconducibile a una visione generale secondo cui spetterebbe allo Stato curare la formazione della personalità di ogni cittadino, fin dalla più tenera età, in modo da renderla conforme a un modello ideale precostituito, funzionale al modello assunto come proprio dallo Stato nel suo complesso. Visione, questa, che ben può trovare la sua collocazione nell’ambito di quella che viene oggi da molti definita come «democrazia totalitaria», riprendendo, pur sotto varie e diverse angolature, un concetto enunciato per la prima volta, nel 1952, dallo storico israeliano Jakob Talmon nel suo libro The origins of totalitarian democracy.
Ma si tratta di una visione le cui radici, risalendo addirittura all’antichità, possiamo ritrovare nella Repubblica di Platone, in cui si immaginava uno Stato governato dai «filosofi», nel quale, tra l’altro, la famiglia tradizionale fosse abolita e i figli, nati da accoppiamenti decisi dalla sorte, fossero affidati, fin dalla più tenera età, alla pubblica autorità. Questa raffigurazione di quello che avrebbe dovuto essere, secondo l’autore, lo Stato ideale rimase, in realtà, pressoché isolata nel pensiero dell’antichità greco-romana. Essa venne, però, ripresa a partire dal XVI secolo in varie opere le più note delle quali sono l’Utopia di Thomas More e La città del Sole, di Tommaso Campanella. In quest’ultima, in particolare, si torna a predicare l’abolizione della famiglia e l’esclusiva competenza dello Stato a provvedere all’educazione dei figli nati dalle unioni sessuali decise, peraltro, non più dalla sorte ma dalle autorità. Più moderata risulta la posizione del More, il quale lascia sussistere la famiglia tradizionale salvo, però, prevedere che il numero dei figli per ogni famiglia sia fissato dall’autorità, per cui, in caso di superamento, i figli in eccedenza sono assegnati a un’altra famiglia che non ne ha avuti a sufficienza.
Una radicale avversione alla famiglia, accompagnata alla pretesa che i figli, comunque venuti al mondo, debbano essere affidati, il prima possibile, alle cure esclusive dello Stato o della «comunità», costituisce
poi - come messo bene in luce da Igor Safarevich nel suo Il socialismo come fenomeno storico mondiale, pubblicato la prima volta nel 1977 - elemento ricorrente in pressoché tutti i numerosi progetti di società qualificabili, in senso lato, come «socialisti» in quanto basati sul rifiuto di ogni forma di libera iniziativa e di proprietà individuale, comparsi a partire dal XVIII secolo. Fra essi, a titolo di esempio: Il codice della natura, ovvero l’autentico spirito delle leggi, di Morelly (probabile pseudonimo di Denis Diderot); Il vero sistema, di Léger DeschampsIl nuovo mondo industriale e societario, di François Fourier; la Congiura per l’eguaglianza, di Filippo Buonarroti. Sulla stessa linea si ritrova, poi, l’opera specificamente dedicata, da Friedrich Engels, alla Origine della famiglia, della proprietà privata e dello Stato.
Ci si potrebbe chiedere, tuttavia, a questo punto, come mai l’attuale pretesa dello Stato di estromettere, per quanto possibile, le famiglie dall’educazione dei figli, pur essendo ricollegabile, come si è visto, a originarie visioni di tipo collettivistico, si accompagni invece, oggi, a una diffusa mentalità di tipo edonistico-individualista, in buona parte avallata anche dallo stesso Stato. Può rispondersi che ciò appare come uno dei frutti della commistione, verificatasi a partire dal 1968, tra l’edonismo individualista proprio della tradizione anglo-sassone, resosi dominante in Occidente ma non più compensato dal moralismo di stampo calvinista, proprio anch’esso di quella tradizione, e l’egualitarismo delle visioni collettiviste, fatte proprie ed in parte realizzate nel marxismo, ma non più compensate, a loro volta, dalla dichiarata finalità della creazione di un ordinamento statuale in cui esse trovassero compiuta realizzazione; finalità, quella ora detta, la cui scomparsa ha lasciato, tuttavia, come residuo, l’antico e talvolta confessato convincimento di molti fra i politici e pensatori della sinistra marxista che quelli in favore dei quali doveva promuoversi e garantirsi l’eguaglianza, essendo privi di adeguata intelligenza (Engels definì una volta, in una lettera a Marx, gli operai come «una massa spaventosamente idiota»), dovessero essere guidati e diretti, fin dalla nascita, da chi ne sapeva più di loro.
Ed è proprio, quindi, quella commistione che bisognerebbe decidersi, una volta o l’altra, a spezzare.
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Talvolta mi trovo di fronte a gruppi organizzati, talvolta a gruppi appartenenti a città diverse ma che tra di loro instaurano delle relazioni non tali da formare un vero e proprio movimento, ma certamente tali da rafforzare la loro appartenenza a un non ben definito «gruppo sociale» in modo che si rafforza in loro l’idea di non essere soli, ma di appartenere a una sorta di «comunità», pur non conoscendosi personalmente, pur non frequentandosi se non attraverso i social.
Se uno si mette a parlare con loro, cercando di capire qual è, e se c’è, una visione, un’idea della loro vita e del significato delle cose che fanno, tornerà a casa con un pugno di mosche in mano. La prima impressione, infatti, che si ricava dal parlare con loro è che tutto ruota intorno a qualche comportamento che consiste nel portare il coltello in tasca come arma di difesa da persone che sono sostanzialmente uguali a loro, di uso delle stesse armi da taglio, se non da sparo, per ottenere un paio di scarpe griffate o qualcosa del genere (più raramente soldi) che rappresenta il simbolo di ciò che, nella loro mente, è per loro un diritto avere e, quindi, devono procurarselo al di là di ogni norma, di ogni legge, di ogni comportamento benevolo nei confronti degli altri che possono permetterselo.
Accade spesso che alcune aggressioni verso persone che non appartengono a questi gruppi avvengano anche senza una motivazione che possa essere ricondotta alla all’appropriarsi indebitamente di beni altrui: soldi, meno spesso, capi di abbigliamento trendy (secondo loro), cappellini, giubbotti, scarpe, jeans, cinture, borselli e zainetti. Molte volte certe aggressioni, veri e propri pestaggi, accoltellamenti qualche volta letali (comunque praticamente sempre necessitanti di cure mediche, se non interventi chirurgici), ebbene tutto questo avviene senza un motivo che non sia quello di compiere la violenza per il gusto della violenza e per il fatto che, compiendo questi atti, si è qualcuno, si è una personalità, si tratteggia la propria soggettività in modo che sia riconoscibile agli altri, positiva per gli aderenti al gruppo o a altri gruppi che compiono gli stessi gesti, negativa per chi subisce questi gesti e per chi ritiene questi comportamenti immorali e illegali. Questo secondo gruppo di persone che contestano le azioni dei teppisti (raramente, se non mai, si tratta di azioni individuali) rafforzano l’identità e l’idea di questi delinquenti di essere nel giusto.
Uno potrebbe legittimamente chiedersi: «Ma qualcuno che compie un’azione senza motivazione, come questi gruppuscoli compiono le loro azioni violente senza un’apparente causa, come fanno a sentirsi rafforzati compiendo qualcosa senza alcun significato? Questa domanda ci porta fuoristrada perché, per gli appartenenti a questi gruppi, questo non costituisce un problema. Quando uno compie la violenza per la violenza è perché sente che quella violenza è la migliore espressione di sé, da una parte, e dall’altra lo rende soggetto riconoscibile all’interno della società che pure li disprezza, ma per loro questo è un segno che stanno agendo «bene»: agiscono, cioè, per un fine che è quello di esprimere sé stessi nella violenza e di assumere così un ruolo riconosciuto, sia pure negativamente, dalla società che secondo loro non ha fatto quello che avrebbe dovuto fare e, quindi, sono legittimati a compiere queste azioni come dimostrative di uno stato di disagio contro quello che, alla fine, chiamano Stato.
Rientra in questa logica anche l’attacco alle forze di polizia, in quanto rappresentanti dello Stato e perché si comporterebbero in modo discriminatorio nei loro confronti, soprattutto quando questi soggetti sono immigrati, con la pelle nera e magari con situazioni irregolari sia familiari sia che riguardano loro direttamente, magari perché hanno precedenti in giovane età. Perché attaccano la polizia? Perché ritengono di essere discriminati dalla polizia? Certo, non escludiamo a priori che qualche rappresentante delle forze dell’ordine possa avere avuto nei loro confronti comportamenti censurabili. Ma trattasi di eccezioni.
Nella norma, le forze dell’ordine non fanno che accertamenti su soggetti o conosciuti o che frequentano ambienti che possono far pensare che non tutto sia regolare per quanto li riguarda. Ma anche qui non c’è da cercare un’idea, un ideale, una qualche forma anche pur primitiva di ideologia, si tratta di una legge del branco e anche in questo caso di un branco che vive compiendo questi atti e trovando la loro identità nel fatto stesso che li compiono.
Insomma, purtroppo dietro c’è il nulla, almeno da un punto di vista ideologico, a meno che non si voglia elevare al rango di ideologia quello che abbiamo descritto.
Tornando alla domanda iniziale, dov’è che possiamo trovare un’idea che fa da propulsore a questo tipo di comportamenti? La risposta è, in un certo senso, devastante: da nessuna parte. Non è un’idea quella da cercare per spiegare questi fenomeni ma è la vita di queste persone che si svolge, che si sviluppa, che si alimenta, che degenera nella frequentazione dei social. Quello è il mondo, per loro. Quello reale è il mondo degli altri, dei loro nemici, di chi ha più di loro, di chi è diverso da loro, della polizia, dello Stato che, genericamente, non ha dato loro quello che loro era dovuto ivi compresi i cappellini, i giubbotti, le scarpe, i borselli e gli zainetti, tutti i griffati. La griffe, il marchio, l’etichetta diventano parte della loro identità, parte della loro riconoscibilità sociale, parte della loro esistenza violenta, più profondamente, della loro esistenza e del senso della loro vita. Non importa il consenso sociale, importa il consenso sui social. Non importa quella che, con termine antico, si definisce l’onorabilità, importa la riconoscibilità. Non importa il giudizio sulle loro azioni, importa la ridondanza delle loro azioni che rende le loro vite diverse dalle altre e, pur prive di contenuto, distinte da un punto di vista identitario. Di un’identità basata sul nulla, ma questo nulla, per loro, è tutto.
Allora c’è da chiedersi se non sia proprio nei confronti dei social e nei confronti di coloro che hanno macinato miliardi costruendoli, rendendoli così potenti, accessibili a chiunque, fruibili da chi non ha ancora gli strumenti e un livello di personalità tali da poter vagliare criticamente i contenuti proposti, e proprio a questi signori che dobbiamo attribuire gran parte di questa responsabilità, senza infingimenti, senza paure di essere trattati da censori morali senza averne l’autorità. Questi signori che cancellano (che bannano) contenuti leciti ma non coincidenti con le cosiddette culture dominanti (ad esempio quella definita woke), perché non cominciano a bannare i contenuti di istigazione alla violenza che sono presenti nei post di questi gruppi, di questi singoli, di alcune associazioni, nei testi dei rapper? Perché non compiono un gesto di responsabilità civile autoregolamentandosi e cominciando a occuparsi di tutta quella violenza, quel disprezzo per la figura femminile, l’incitamento all’odio sociale, dell’incitamento esplicito, ripetuto, invadente e pervadente alla violenza, all’uso delle armi da taglio, all’uso delle armi nonché l’istigazione al pestaggio di persone innocenti che non hanno fatto nulla a nessuno?
È inutile che questi personaggi proprietari e responsabili di queste piattaforme si vantino di aver dato vita a fondazioni benefiche, di aver fatto opere di mecenatismo e, nel contempo, lasciare che i giovani, gli adolescenti e i preadolescenti rischino di perdere la loro vita perché immersi in questo nulla profittevole per pochi al mondo e che danneggia vite di chi frequenta e di coloro che subiscono le violenze dei frequentatori.
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