Polito: naturale che a destra si spari
Antonio Polito (Imagoeconomica)
L’editoriale del «Corriere» «spiega» il colpo di Emanuele Pozzolo con la «rincorsa» elettorale tra il premier e Matteo Salvini. Natalia Aspesi a ruota libera: «Senza Giorgia potevamo vincere».

«Le elezioni potevano essere nostre». Di Natalia Aspesi non si dice nulla: si legge e basta, perfino quando a Repubblica sono costretti ad aggiungere un «Caro direttore» all’inizio, come ieri. Ed è proprio come scrive lei: è sicuramente «stata amata, come giornalista», perché viene da tempi in cui «affrontare le vita metteva tutti di buon umore».

In un certo senso, è ancora così: perché leggere che tutto fa talmente schifo (guerra, Hamas, Putin) che «Meloni è la persona più giusta per questa fine drammatica» è una tale plastica enormità da riuscire a stappare un sorriso pieno. Natalia Aspesi, nella sua meravigliosa «avvelenata», perde ogni freno e lamenta l’arrivo lento e imprudente, ma inesorabile, dei Fratelli d’Italia («I post fascisti! Gli ignoranti!») e dell’«orrido Salvini». Fino al rimpianto supremo: «Ci fosse stata una signorina qualunque, una antica e noiosa Roccella, magari, a stento, le elezioni potevano essere nostre». Così, con apprezzabile piglio democratico, incolpa i «milioni di hater» di aver permesso «alla peggior destra» di «occupare il mondo».

L’invettiva dei grandi ha sempre un suo perché. È ciò che pare difettare all’editoriale di Antonio Polito, il quale analizza con meno pathos sul Corriere della Sera lo stato dell’alleanza Meloni-Salvini. Con un certo disappunto, dopo mesi passati a dire che il premier avrebbe sconfessato le sparate burbanzose del leghista, il quotidiano ribalta la questione e accusa il leader di Fratelli d’Italia di sudditanza nei confronti del suo vice nell’esecutivo. Le «prove»? La mancata presa di distanza dagli alleati europei del leghista; il fatto che nella conferenza stampa, quando parlava di possibili ricatti o condizionamenti, la Meloni si riferisse ai «Verdini, padre e figlio» (?, ndr), ma senza citarli; sui balneari non ha contraddetto il ministro dei Trasporti; sul Mes, neppure. Non basta: «Perfino per decidere sulla sua candidatura alle europee, mossa che potrebbe darle un’ulteriore legittimazione personale, deve prima “sentire gli alleati”». Ma che si credono di essere, in maggioranza e al governo assieme?

È qui che la logica dell’ex senatore dell’Ulivo si fa implacabile: «Privilegiare la durata delle alleanze […] impedisce a Giorgia Meloni di far compiere al governo quel salto di qualità, di coltivare quell’ambizione riformatrice che è certamente nell’interesse nazionale». Quindi se il capo del primo partito nazionale vuole fare l’«interesse nazionale» deve mollare il principale alleato e buttar giù il governo. Non fa una piega. E meno pieghe ancora fa il finale: se la Meloni si ostina a non mandare Salvini a quel paese e «da qui alle europee diventa una precipitosa rincorsa a destra, a chi è più estremista, allora nessuna sorpresa se poi un deputato mette mano alla pistola». Ma quindi dall’arma dell’onorevole Emanuele Pozzolo è uscito un colpo solo per scavalcare a destra Salvini? Attendiamo la risposta del vicepremier.

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