True
2021-11-28
Plusvalenze Juve: «La m... che ci sta sotto»
Fabio Paratici, Pavel Nedved e Andrea Agnelli (Ansa)
«Non era solo il Covid e questo lo sappiamo bene». Quando gli investigatori hanno ascoltato la voce di Andrea Agnelli pronunciare quella frase devono essersi convinti che la società bianconera e il presidente fossero «ben consapevoli» dei trucchetti ideati dall'ex chief football officer Fabio Paratici, al vertice dell'area sportiva fino al giugno scorso, per impedire una chiusura in rosso dei conti. Il giochetto finanziario, vecchio come il cucco, è legato a quella che in Procura a Torino chiamano la «gestione malsana delle plusvalenze». Ovvero pompare i cartellini di qualche calciatore ceduto. E allora, chiusa la settimana di Piazza Affari, per evitare ripercussioni sui titoli, venerdì sera gli investigatori del Nucleo di polizia economico finanziaria della Guardia di finanza, su ordine dei pm torinesi Marco Gianoglio, Ciro Santoriello e Mario Bendoni, si sono presentati negli uffici della Juve a Torino e in quelli milanesi, disponendo perquisizioni anche negli automezzi della società. L'inchiesta, denominata «Prisma», vede indagati il presidente Agnelli, il vice Pavel Nedved, l'ex chief football officer (ora al Tottenham) Paratici, il dirigente con responsabilità strategica Marco Re, i due chief financial officer Stefano Bertola e Stefano Cerrato e la Juventus football club spa. La Procura, dopo aver fatto sbobinare le intercettazioni, è a caccia dei riscontri sul meccanismo delle plusvalenze usato come «correttivo dei rischi assunti in tema di investimenti e dei costi connessi ad acquisti e stipendi scriteriati». L'unico modo, probabilmente, per salvare quella che in una intercettazione viene definita «una macchina ingolfata». Il tema spunta spesso nelle telefonate captate dagli investigatori, proprio in concomitanza con l'indagine ispettiva sulle plusvalenze avviata dalla Consob, e inserite nel decreto di perquisizione.
Durante l'assemblea degli azionisti, quella che lo scorso 29 ottobre ha approvato il bilancio 2020-2021 della Juve con una perdita di 209,9 milioni e l'aumento di capitale di 400 milioni, Agnelli si era detto «sereno». Ma la situazione era ben chiara ai suoi più stretti collaboratori. Che a telefono ne parlavano liberamente. «Proprio gli investimenti», scrivono i pm inserendo anche i virgolettati dei commenti intercettati, «oltre le previsioni del budget e gli “ammortamenti e tutta la merda che sta sotto che non si può dire"» sono stati tra le cause dello squilibrio economico e finanziario. A partire dalla «scrittura privata» sulle retribuzioni arretrate di Cristiano Ronaldo, «carta famosa che non deve esistere tecnicamente», dicono i manager in una conversazione. E allora sarebbero partiti gli «scambi» incrociati di giovani calciatori, tra gli under 17 e gli under 23, «ove», spiegano i pm, «a fronte di una o più cessioni è corrisposta una o più acquisizioni con un valore più alto». I valori di cessione o di acquisto, fortemente influenzati e dipendenti dal valore residuo del diritto iscritto al bilancio, sono la base, valutano i magistrati, per calcolare la plusvalenza. E di casi ne sono saltati fuori più d'uno.
Sotto la lente non è finito solo lo scambio già chiacchierato con il Barcellona che ha portato Arthur alla Vecchia signora e Miralem Pjanic al Barça. Si va dall'acquisto dal Marsiglia di Marley Ake «per 8 milioni di euro, con contestuale cessione allo stesso Marsiglia di Franco Daryl Tongya Heubang per 8 milioni euro» del bilancio al 30 giugno 2021, che per gli investigatori è una «operazione cosiddetta a specchio», ovvero a somma zero, con conseguente assenza di movimento finanziario e presenza di un duplice effetto positivo sui bilanci della cedente e della cessionaria, fino alle vaste manovre sulle giovani promesse. «Numerose operazioni con corrispettivi rilevanti e fuori range rispetto ai calciatori di medesimo livello e categoria», le definiscono i pm, come l'acquisto dal Barcellona di Alejandro José Marques Mendez per 8,2 milioni, con contestuale cessione allo stesso Barcellona di Matheus Pereira da Silva per 8 milioni, finiti nel bilancio del 30 giugno 2020. E poi ci sono le operazioni «effettuate in prossimità della scadenza contrattuale», come quella con il Genoa per Nicolò Rovella, acquistato per 18 milioni, «con contestuale cessione al Genoa di Manolo Portanova per 10 milioni e di Elia Petrelli per 8 milioni». Per un totale di 42 operazioni di mercato sospette, che avrebbero portato nelle casse juventine ben 282 milioni di plusvalenze tra il 2019 e il 2021. Con la finanza creativa, insomma, la Juve sarebbe riuscita a raggiungere una perdita di esercizio di 39.895.794 euro anziché di 171.459.794 nel 2019, di 89.682.000 anziché di 209.403.106 euro nel 2020 e di 209.885.432 al posto di 240.345.750 nel 2021. Un risultato notevole. Al quale si sarebbe arrivati con quella che le toghe torinesi chiamano la «gestione Paratici». Il mago delle plusvalenze, posto al vertice dell'area sportiva fino al giugno 2021, sarebbe, stando all'accusa, «l'artefice della pianificazione preventiva» degli affari legati a scambi e cessioni. A svelarlo, anche in questo caso, sarebbero state le intercettazioni: «Hanno chiesto di fa' plusvalenze». E in una più esplicita: «Che almeno Fabio (Paratici, ndr), dovevi fa' plusvalenze e facevi plusvalenze». L'inchiesta va avanti velocemente e, ieri pomeriggio, è stato ascoltato per ore dai magistrati anche un altro dirigente, il direttore generale Federico Cherubini. Ma il caso non è isolato. Dalla Covisoc, l'organismo di controllo sulle società di calcio, fanno sapere che «la questione non riguarda solo la Juve». E il calcio italiano torna a tremare.
L’Atalanta fa il pieno allo Stadium e la Signora scivola via dall’Europa
La Signora si inginocchia ai piedi della Dea. Sembra il titolo di un film noir all'italiana degli anni Settanta, invece è quanto accaduto ieri, con l'Atalanta che espugna lo Juventus Stadium per 1-0, rilancia la sua candidatura per i piani alti della classifica. Gian Piero Gasperini rinuncia a schierare subito il suo moto perpetuo di centrocampo, quel Mario Pasalic che - da solo - in questo campionato ha partecipato attivamente a più gol rispetto a Locatelli, McKennie, Bentacur e Rabiot, gli uomini di riferimento del vulnerabile centrocampo bianconero. Gasp, si sa, indulge in alchimie tattiche. Per affrontare i bianconeri sceglie Malinovskyi, meno qualitativo, e Pessina, reduce da un lungo infortunio. Dal canto suo, Allegri ricorre a un 4-4-2 ordinario, con Dybala e Morata terminali offensivi, cercando di conferire geometria a una compagine che ha bisogno come il pane di punti per rilanciare la sua corsa. Nel primo tempo la Juve costruisce, l'Atalanta punisce. Chiesa viene pescato in profondità dai compagni e corre come un fulmine verso la porta difesa da Musso: Toloi, suo compagno in nazionale, si frappone con un recupero in extremis e ne spegne i propositi. Al minuto 28, sono i bergamaschi a gioire. Alvaro Morata sbaglia una sponda, Djimsiti si avventa sul pallone, sforna un assist verticale che coglie di sorpresa la retroguardia juventina, facendola a fettine. Duvan Zapata, da bomber navigato, intuisce tutto e calcia un destro potente che si insacca. Vantaggio orobico. Pochi minuti dopo, Alex Sandro imbecca dalla fascia sinistra McKennie, l'americano controlla senza agganciare, Freuler prova a respingere, ma lo fa sui piedi di Dybala: l'argentino si coordina con il sinistro e ci prova di piatto, la sfera finisce a lato. L'intensità degli uomini di mister Gasp è quella consueta, la squadra di Allegri è più produttiva, ma talvolta commette ingenuità in fase di disimpegno, complicandosi oltremodo la vita. Nella ripresa i bianconeri sono costretti a sostituire il vivace Chiesa con Bernardeschi per infortunio. La Dea pare più propositiva e, al cinquantesimo, Zapata si invola verso l'area avversaria costringendo Cuadrado a un fallo da cartellino giallo. Le incursioni bergamasche continuano. Freuler fa da torre per Pessina su un cross, De Ligt chiude in maniera forse non elegante, ma essenziale, e Bonucci si preoccupa di sventare la minaccia. Pochi minuti dopo, l'orgoglio sabaudo suona la carica. Ancora Bonucci azzarda un passaggio filtrante pescando McKennie, che prova a lasciare sul posto Djimsiti con uno scatto bruciante. L'atalantino, sulle prime sorpreso, recupera il terreno perduto e salva i suoi assieme al suo portiere. Ma è ancora Dybala a provarci con il sinistro magico, stasera poco preciso. Tiro a giro d'istinto, palla di poco alta. Se c'è un merito da attribuire a questa Juventus, è la caparbietà. Ma è un'ostinazione che spesso non è assistita dalla buona sorte. Come nel caso di Rabiot. Il francese tenta la conclusione dal limite sul secondo palo, Musso compie un intervento prodigioso, confermando la fiducia riposta in lui dall'allenatore atalantino, suo mentore a inizio stagione. E, come talvolta accade, a occasione mancata segue occasione subita. Malinovskyi calcia dal limite, un doppio rimpallo fa carambolare la palla dalle parti di Pasalic - entrato al posto di Pessina - e Cuadrado. Il contatto c'è, ma niente di sanzionabile. Maehle prova ad approfittarne, il suo tiro viene respinto. Gli ultimi 10 minuti sono un assedio della Juve, rafforzata anche dai cambi, con l'ingresso di Moise Kean e Kaio Jorge. Il culmine dei tentativi viene raggiunto con la traversa di Dybala, che arma una punizione quasi perfetta scavalcando la barriera, piazzando il pallone laddove l'estremo difensore atalantino mai sarebbe potuto arrivare, senza però fare i conti con i legni. Il tabellone luminoso conferma la sentenza: la Signora è sconfitta, Dea ascende all'Olimpo. Ma la strada è ancora lunga.
Continua a leggereRiduci
La Procura ipotizza scambi di calciatori a prezzi gonfiati per aggiustare i bilanci: indagati Andrea Agnelli, Pavel Nedved e Fabio Paratici che avrebbero «creato» guadagni per 282 milioni fra 2019 e 2021. I dirigenti bianconeri al telefono sui conti: «Non è solo il Covid e lo sappiamo...».L'Atalanta passa 1-0 con Duvan Zapata, gli uomini di Massimiliano Allegri si ritrovano a 7 punti dal quarto posto.Lo speciale contiene due articoli. «Non era solo il Covid e questo lo sappiamo bene». Quando gli investigatori hanno ascoltato la voce di Andrea Agnelli pronunciare quella frase devono essersi convinti che la società bianconera e il presidente fossero «ben consapevoli» dei trucchetti ideati dall'ex chief football officer Fabio Paratici, al vertice dell'area sportiva fino al giugno scorso, per impedire una chiusura in rosso dei conti. Il giochetto finanziario, vecchio come il cucco, è legato a quella che in Procura a Torino chiamano la «gestione malsana delle plusvalenze». Ovvero pompare i cartellini di qualche calciatore ceduto. E allora, chiusa la settimana di Piazza Affari, per evitare ripercussioni sui titoli, venerdì sera gli investigatori del Nucleo di polizia economico finanziaria della Guardia di finanza, su ordine dei pm torinesi Marco Gianoglio, Ciro Santoriello e Mario Bendoni, si sono presentati negli uffici della Juve a Torino e in quelli milanesi, disponendo perquisizioni anche negli automezzi della società. L'inchiesta, denominata «Prisma», vede indagati il presidente Agnelli, il vice Pavel Nedved, l'ex chief football officer (ora al Tottenham) Paratici, il dirigente con responsabilità strategica Marco Re, i due chief financial officer Stefano Bertola e Stefano Cerrato e la Juventus football club spa. La Procura, dopo aver fatto sbobinare le intercettazioni, è a caccia dei riscontri sul meccanismo delle plusvalenze usato come «correttivo dei rischi assunti in tema di investimenti e dei costi connessi ad acquisti e stipendi scriteriati». L'unico modo, probabilmente, per salvare quella che in una intercettazione viene definita «una macchina ingolfata». Il tema spunta spesso nelle telefonate captate dagli investigatori, proprio in concomitanza con l'indagine ispettiva sulle plusvalenze avviata dalla Consob, e inserite nel decreto di perquisizione. Durante l'assemblea degli azionisti, quella che lo scorso 29 ottobre ha approvato il bilancio 2020-2021 della Juve con una perdita di 209,9 milioni e l'aumento di capitale di 400 milioni, Agnelli si era detto «sereno». Ma la situazione era ben chiara ai suoi più stretti collaboratori. Che a telefono ne parlavano liberamente. «Proprio gli investimenti», scrivono i pm inserendo anche i virgolettati dei commenti intercettati, «oltre le previsioni del budget e gli “ammortamenti e tutta la merda che sta sotto che non si può dire"» sono stati tra le cause dello squilibrio economico e finanziario. A partire dalla «scrittura privata» sulle retribuzioni arretrate di Cristiano Ronaldo, «carta famosa che non deve esistere tecnicamente», dicono i manager in una conversazione. E allora sarebbero partiti gli «scambi» incrociati di giovani calciatori, tra gli under 17 e gli under 23, «ove», spiegano i pm, «a fronte di una o più cessioni è corrisposta una o più acquisizioni con un valore più alto». I valori di cessione o di acquisto, fortemente influenzati e dipendenti dal valore residuo del diritto iscritto al bilancio, sono la base, valutano i magistrati, per calcolare la plusvalenza. E di casi ne sono saltati fuori più d'uno. Sotto la lente non è finito solo lo scambio già chiacchierato con il Barcellona che ha portato Arthur alla Vecchia signora e Miralem Pjanic al Barça. Si va dall'acquisto dal Marsiglia di Marley Ake «per 8 milioni di euro, con contestuale cessione allo stesso Marsiglia di Franco Daryl Tongya Heubang per 8 milioni euro» del bilancio al 30 giugno 2021, che per gli investigatori è una «operazione cosiddetta a specchio», ovvero a somma zero, con conseguente assenza di movimento finanziario e presenza di un duplice effetto positivo sui bilanci della cedente e della cessionaria, fino alle vaste manovre sulle giovani promesse. «Numerose operazioni con corrispettivi rilevanti e fuori range rispetto ai calciatori di medesimo livello e categoria», le definiscono i pm, come l'acquisto dal Barcellona di Alejandro José Marques Mendez per 8,2 milioni, con contestuale cessione allo stesso Barcellona di Matheus Pereira da Silva per 8 milioni, finiti nel bilancio del 30 giugno 2020. E poi ci sono le operazioni «effettuate in prossimità della scadenza contrattuale», come quella con il Genoa per Nicolò Rovella, acquistato per 18 milioni, «con contestuale cessione al Genoa di Manolo Portanova per 10 milioni e di Elia Petrelli per 8 milioni». Per un totale di 42 operazioni di mercato sospette, che avrebbero portato nelle casse juventine ben 282 milioni di plusvalenze tra il 2019 e il 2021. Con la finanza creativa, insomma, la Juve sarebbe riuscita a raggiungere una perdita di esercizio di 39.895.794 euro anziché di 171.459.794 nel 2019, di 89.682.000 anziché di 209.403.106 euro nel 2020 e di 209.885.432 al posto di 240.345.750 nel 2021. Un risultato notevole. Al quale si sarebbe arrivati con quella che le toghe torinesi chiamano la «gestione Paratici». Il mago delle plusvalenze, posto al vertice dell'area sportiva fino al giugno 2021, sarebbe, stando all'accusa, «l'artefice della pianificazione preventiva» degli affari legati a scambi e cessioni. A svelarlo, anche in questo caso, sarebbero state le intercettazioni: «Hanno chiesto di fa' plusvalenze». E in una più esplicita: «Che almeno Fabio (Paratici, ndr), dovevi fa' plusvalenze e facevi plusvalenze». L'inchiesta va avanti velocemente e, ieri pomeriggio, è stato ascoltato per ore dai magistrati anche un altro dirigente, il direttore generale Federico Cherubini. Ma il caso non è isolato. Dalla Covisoc, l'organismo di controllo sulle società di calcio, fanno sapere che «la questione non riguarda solo la Juve». E il calcio italiano torna a tremare.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/plusvalenze-juve-2655856446.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="latalanta-fa-il-pieno-allo-stadium-e-la-signora-scivola-via-dalleuropa" data-post-id="2655856446" data-published-at="1638068375" data-use-pagination="False"> L’Atalanta fa il pieno allo Stadium e la Signora scivola via dall’Europa La Signora si inginocchia ai piedi della Dea. Sembra il titolo di un film noir all'italiana degli anni Settanta, invece è quanto accaduto ieri, con l'Atalanta che espugna lo Juventus Stadium per 1-0, rilancia la sua candidatura per i piani alti della classifica. Gian Piero Gasperini rinuncia a schierare subito il suo moto perpetuo di centrocampo, quel Mario Pasalic che - da solo - in questo campionato ha partecipato attivamente a più gol rispetto a Locatelli, McKennie, Bentacur e Rabiot, gli uomini di riferimento del vulnerabile centrocampo bianconero. Gasp, si sa, indulge in alchimie tattiche. Per affrontare i bianconeri sceglie Malinovskyi, meno qualitativo, e Pessina, reduce da un lungo infortunio. Dal canto suo, Allegri ricorre a un 4-4-2 ordinario, con Dybala e Morata terminali offensivi, cercando di conferire geometria a una compagine che ha bisogno come il pane di punti per rilanciare la sua corsa. Nel primo tempo la Juve costruisce, l'Atalanta punisce. Chiesa viene pescato in profondità dai compagni e corre come un fulmine verso la porta difesa da Musso: Toloi, suo compagno in nazionale, si frappone con un recupero in extremis e ne spegne i propositi. Al minuto 28, sono i bergamaschi a gioire. Alvaro Morata sbaglia una sponda, Djimsiti si avventa sul pallone, sforna un assist verticale che coglie di sorpresa la retroguardia juventina, facendola a fettine. Duvan Zapata, da bomber navigato, intuisce tutto e calcia un destro potente che si insacca. Vantaggio orobico. Pochi minuti dopo, Alex Sandro imbecca dalla fascia sinistra McKennie, l'americano controlla senza agganciare, Freuler prova a respingere, ma lo fa sui piedi di Dybala: l'argentino si coordina con il sinistro e ci prova di piatto, la sfera finisce a lato. L'intensità degli uomini di mister Gasp è quella consueta, la squadra di Allegri è più produttiva, ma talvolta commette ingenuità in fase di disimpegno, complicandosi oltremodo la vita. Nella ripresa i bianconeri sono costretti a sostituire il vivace Chiesa con Bernardeschi per infortunio. La Dea pare più propositiva e, al cinquantesimo, Zapata si invola verso l'area avversaria costringendo Cuadrado a un fallo da cartellino giallo. Le incursioni bergamasche continuano. Freuler fa da torre per Pessina su un cross, De Ligt chiude in maniera forse non elegante, ma essenziale, e Bonucci si preoccupa di sventare la minaccia. Pochi minuti dopo, l'orgoglio sabaudo suona la carica. Ancora Bonucci azzarda un passaggio filtrante pescando McKennie, che prova a lasciare sul posto Djimsiti con uno scatto bruciante. L'atalantino, sulle prime sorpreso, recupera il terreno perduto e salva i suoi assieme al suo portiere. Ma è ancora Dybala a provarci con il sinistro magico, stasera poco preciso. Tiro a giro d'istinto, palla di poco alta. Se c'è un merito da attribuire a questa Juventus, è la caparbietà. Ma è un'ostinazione che spesso non è assistita dalla buona sorte. Come nel caso di Rabiot. Il francese tenta la conclusione dal limite sul secondo palo, Musso compie un intervento prodigioso, confermando la fiducia riposta in lui dall'allenatore atalantino, suo mentore a inizio stagione. E, come talvolta accade, a occasione mancata segue occasione subita. Malinovskyi calcia dal limite, un doppio rimpallo fa carambolare la palla dalle parti di Pasalic - entrato al posto di Pessina - e Cuadrado. Il contatto c'è, ma niente di sanzionabile. Maehle prova ad approfittarne, il suo tiro viene respinto. Gli ultimi 10 minuti sono un assedio della Juve, rafforzata anche dai cambi, con l'ingresso di Moise Kean e Kaio Jorge. Il culmine dei tentativi viene raggiunto con la traversa di Dybala, che arma una punizione quasi perfetta scavalcando la barriera, piazzando il pallone laddove l'estremo difensore atalantino mai sarebbe potuto arrivare, senza però fare i conti con i legni. Il tabellone luminoso conferma la sentenza: la Signora è sconfitta, Dea ascende all'Olimpo. Ma la strada è ancora lunga.
Il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi e l'inviato statunitense per il Medio Oriente Steve Witkoff (Ansa)
Stando ad Axios, ciò sarebbe accaduto anche a seguito del pressing che i Paesi arabi avrebbero esercitato sulla Casa Bianca. Inoltre, ieri, Trump ha affermato che l’Iran starebbe trattando, temendo un’azione militare statunitense. «Non vogliono che li colpiamo. Stanno negoziando», ha detto più o meno mentre, stando alla Bbc, Washington stava dispiegato nuovi rinforzi aerei in Medio Oriente.
In questo quadro, secondo Al Jazeera, Qatar, Turchia ed Egitto avrebbero approntato una bozza di accordo, sulla cui base l’Iran accetterebbe di non arricchire l’uranio durante l’arco di un triennio, per poi fermarsi a una soglia inferiore all’1,5%. Teheran si impegnerebbe inoltre a non armare più i propri proxy regionali e a non utilizzare i missili balistici. Infine, il regime khomeinista sottoscriverebbe un patto di non aggressione con Washington. Almeno fino a ieri sera, né gli americani né gli iraniani avevano commentato la bozza di accordo, che contiene elementi difficili da digerire per entrambi. Gli ayatollah sono infatti restii a rinunciare all’arricchimento dell’uranio e a rompere i rapporti con i loro proxy, mentre gli Usa vorrebbero delle ferree limitazioni al numero e alla gittata dei missili balistici iraniani. A questo si aggiunga che, mentre Washington oggi punta a discutere di vari argomenti, Teheran - oltre a pretendere ieri «serietà, realismo e responsabilità» dalla Casa Bianca - ha fatto a più riprese sapere di voler parlare esclusivamente di energia atomica.
Insomma, in attesa dei colloqui, la diplomazia resta sospesa, mentre i pasdaran, da sempre fautori della linea dura nei confronti di Washington, stanno alimentando la tensione. Ieri, le Guardie della rivoluzione non solo hanno sequestrato nel Golfo Persico due petroliere (la cui nazionalità non è ancora stata resa nota) ma hanno anche dispiegato, in una base sotterranea, il nuovo missile balistico a medio raggio, Khorramshahr-4. In questo quadro, lo Stato ebraico sta diventando sempre più irrequieto. Non a caso, Benjamin Netanyahu ha riunito ieri il consiglio di sicurezza per discutere dei colloqui previsti oggi in Oman: colloqui rispetto a cui il premier israeliano si mantiene fondamentalmente guardingo, non fidandosi degli ayatollah. In particolare, Gerusalemme teme non soltanto le ambizioni nucleari di Teheran, ma anche il suo programma balistico, oltre al sostegno che la Repubblica islamica continua a fornire ai propri proxy regionali.
Dall’altra parte, Turchia, Egitto e Qatar proseguono nel tessere la loro tela diplomatica. «Stiamo facendo tutto il possibile per impedire che queste tensioni tra Stati Uniti e Iran trascinino la regione verso un nuovo conflitto e caos. Ci stiamo lavorando. Abbiamo chiaramente espresso la nostra opposizione a un intervento militare in Iran. Vedo che le parti stanno dando spazio alla diplomazia, e questo è uno sviluppo positivo», ha affermato Recep Tayyip Erdogan. Anche l’Egitto ha auspicato che l’incontro odierno in Oman possa portare a delle «soluzioni diplomatiche e politiche». Dal canto suo, il primo ministro del Qatar, Mohammed bin Abdulrahman bin Jassim bin Jaber Al Thani, ha ricevuto, ieri sera, Witkoff e Kushner. Insomma, la diplomazia procede. Ma la strada appare tutt’altro che in discesa.
Continua a leggereRiduci
Friedrich Merz (Ansa)
Difficile dire oggi se per i francesi sarebbe uno smacco oppure ciò che vogliono, stante che se sul piano finanziario sarebbe complicato affrontare da soli la creazione di un nuovo caccia, in Europa sono però quelli messi meglio sul piano tecnologico. Comunque sia, il cancelliere Friedrich Merz ne ha parlato con il presidente Meloni, che è stata possibilista in un momento nel quale si sta anche valutando l’ingresso nel progetto Gcap dell’Arabia Saudita, ben visto dagli inglesi, e non mancano questioni da risolvere con la Bae System, azienda del Regno Unito che guida il programma e che dovrebbe, nel caso, approvare l’ingresso dei tedeschi.
Se ciò accadesse, si ridurrebbe i costi del programma a carico degli attuali partecipanti e il momento è opportuno anche per Roma perché, soltanto qualche giorno fa, in Parlamento era stato discusso l’aumento di spesa da 7 a 18,6 miliardi per sviluppare quello che viene ritenuto il più moderno e complesso «sistema di sistemi» mai realizzato e per il quale è stata costituita Edgewing, la joint-venture tra Leonardo, Bae System e Mitsubishi con sede a Reading (Regno Unito).
L’intento è costruire quello che sarà il super caccia che prenderà il posto degli Eurofighter a partire dal 2035: oltre 100 gli aerei inglesi, 140 quelli tedeschi, 90 quelli italiani. Senza contare le vendite estere e la possibilità di piazzarli in Spagna. Non è facile andare d’accordo in questi grandi progetti, la storia insegna che Dassault abbandonò l’Eurofighter proprio perché gli altri partner non vollero fargli costruire il motore, così fecero il Rafale per conto loro.
Ma è altrettanto vero che oggi Londra mantiene un atteggiamento dominante sul programma e c’è chi pensa che dietro tale comportamento ci siano pressioni di Trump per sostenere il suo programma, lo Ngad (Next generation air dominance), per far nascere lo F-47 che sostituirà lo F-35.
Non a caso, nei giorni scorsi il ministro della Difesa Guido Crosetto ha affermato ai microfoni della Reuters: «Ho chiesto a Leonardo di condividere tutto con gli inglesi e con i giapponesi. L’egoismo può soltanto danneggiare la cooperazione. Nessuno può essere considerato di prima o seconda classe o può difendere le vecchie eredità, bisogna abbattere le barriere egoistiche. L’Italia le ha abbattute completamente, il Giappone quasi completamente. Mi sembra che il Regno Unito sia più riluttante e questo è un errore perché l’egoismo è il peggior nemico delle nazioni e Londra farebbe un enorme favore a russi e cinesi».
Oggi nel Regno Unito, l’ufficio governativo trinazionale Gcap sta lavorando a stretto contatto con le aziende che si occupano di sensori, propulsione e integrazione, con l’obiettivo di consegnare l’aereo nei tempi previsti. E nell’incontro del 17 gennaio tra il primo ministro italiano Giorgia Meloni e quello giapponese Takaichi Sanae, si è proprio consolidata l’importanza di sviluppare rapidamente le tecnologie necessarie al Gcap senza indugi. Un eventuale ingresso di Berlino cambierebbe totalmente gli equilibri industriali in gioco: probabilmente Airbus potrebbe entrare in Edgewing, ma oggi le strutture e i motori del nascente Gcap sono nelle mani di Londra con Bae System e Rolls-Royce. Inoltre, il tempo passa e l’esemplare dimostratore tecnologico del Gcap dovrebbe volare già nel 2027, quindi prima degli altri. Nell’agosto scorso l’autorità britannica per la Trasformazione delle infrastrutture e dei servizi (Nista), nel suo «Delivery confidence assesment» aveva etichettato il programma come «rosso», indicando così la sua notevole complessità tecnica e le scadenze serrate delle varie fasi del programma. Il ministero della Difesa inglese ha stanziato circa due miliardi di sterline finora, con una previsione di spesa di oltre 12 miliardi nei prossimi dieci anni, ma la pressione politica sul budget della Difesa rimane alta anche se, a oggi, il Gcap sostiene già oltre 3.500 posti di lavoro e 600 fornitori nel solo Regno Unito.
Se l’Italia favorisse l’ingresso di Berlino nel Gcap potrebbe anche porre sul piatto una nostra maggiore partecipazione ad altri programmi anche navali o terrestri; ma altre condizioni le può porre Londra, magari chiedendo di rientrare in programmi europei abbandonati dopo la Brexit.
Continua a leggereRiduci
Ecco #EdicolaVerità, la rassegna stampa podcast del 6 febbraio con Carlo Cambi