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2019-10-09
Plebiscito alla Camera per il taglio dei parlamentari. E il Pd si copre di ridicolo
Ansa
Il taglio dei parlamentari è legge. Ieri pomeriggio la Camera ha approvato la riforma costituzionale targata M5s con una sorta di plebiscito: 553 sì, 14 no. Dagli attuali 945 parlamentari si passerà a 600. Una riduzione del 36,5% degli eletti complessivi, con il numero dei deputati che scende dagli attuali 630 ai futuri 400 totali, e dei senatori da 315 a 200. Con i 5 stelle hanno votato favorevolmente anche Pd (per il quale di colpo «non è più una legge populista», come aveva sempre sostenuto), Leu e Italia viva (nonostante nelle tre precedenti votazioni abbiano votato contro).
Il via libera al provvedimento è arrivato con l'ok di Lega, Forza Italia e Fratelli d'Italia. La maggioranza, dunque, ha superato da sola la soglia dei 316 voti favorevoli, ovvero la richiesta maggioranza assoluta per far passare la riforma, con 326 sì. Tra gli assenti in missione (e quindi giustificati), e i non partecipanti al voto ma non in missione, più un'astensione (della dem Angela Schirò), i voti mancanti alla maggioranza sono stati in tutto 18: precisamente, 11 assenti «non giustificati» (2 di Iv, 5 di M5s, 3 del Pd e 1 di Leu), 6 in missione (5 di M5s, 1 di Leu) e appunto un'astensione.
Il premier, Giuseppe Conte: «Per l'Italia è una giornata storica». Luigi Di Maio subito dopo il voto è sceso a festeggiare in piazza Montecitorio: «È un piccolo passo per la politica, ma un grande passo per il Paese». Soddisfazione da parte del ministro per i Rapporti con il Parlamento con delega alle Riforme, Federico D'Incà: «Veniamo da anni di disaffezione e scollamento dell'elettorato nei confronti delle istituzioni e dei meccanismi parlamentari», ha commentato fuori dall'Aula, spiegando che, a suo parere, «ci sarà un rafforzamento della rappresentanza» e che si ridarà ai cittadini «maggiore fiducia nella politica». Al coro dei contenti, dopo una retromarcia frettolosa rispetto alla posizione tenuta dal Pd durante il governo gialloblù, si è unito anche il segretario dem, Nicola Zingaretti, che, al limite del ridicolo, ha definito il taglio dei parlamentari «una riforma che il centrosinistra e il Pd portano avanti, in forme diverse, da 20 anni». E poi ha aggiunto: «Abbiamo ottenuto che si inserisca dentro un quadro di garanzie istituzionali e costituzionali che prima non c'erano», quasi come fosse una buona giustificazione al voltagabbana. «Ecco il motivo del nostro sì, rispetto al no che avevamo dato qualche mese fa». Il leader del Carroccio, Matteo Salvini: «A differenza del Pd e dei 5 stelle la Lega non tradisce e mantiene la parola». Secondo Massimo Ungaro, deputato di Italia viva eletto nella circoscrizione Estero, la riforma «umilia gli italiani all'estero». La sua promessa: «Aiuterò Giachetti (Iv, ndr) a raccogliere firme per il referendum costituzionale». L'entrata in vigore, infatti, non avverrà prima del gennaio 2020, in quanto bisognerà aspettare i tre mesi previsti dalla Costituzione per consentire, a chi lo ritiene necessario, di richiedere il referendum. Se si dovesse svolgere la consultazione popolare, l'entrata in vigore slitterebbe di diversi mesi e sarebbe comunque subordinata alla vittoria dei sì. Dopo questo step, serviranno circa due mesi per ridisegnare i collegi. L'effetto diretto della riforma per quanto riguarda la Camera, vedrà una riduzione anche del numero degli eletti all'estero: dagli attuali 12 a un massimo di 8. A seguito della modifica costituzionale cambierà anche il numero medio di abitanti per ciascun parlamentare eletto. Per la Camera il rapporto aumenta da 96.006 a 151.210. Al Senato il numero degli eletti all'estero passa da 6 a 4. Lì il numero medio di abitanti per ciascun senatore cresce, a sua volta, da 188.424 a 302.420. Al momento la nostra Carta fondamentale stabilisce che «nessuna Regione può avere un numero di senatori inferiore a sette; il Molise ne ha due; la Valle d'Aosta uno». La riforma individua un numero minimo di tre senatori per Regione o Provincia autonoma. Poi c'è il tema dei senatori a vita, poiché la riforma modifica anche l'articolo 59 della Costituzione, prevedendo espressamente che il numero massimo non possa essere superiore a cinque. La riduzione dei parlamentari ha effetto dalla data del primo scioglimento o della prima cessazione delle Camere successiva alla data di entrata in vigore della legge costituzionale e, comunque, non prima che siano decorsi 60 giorni.
Infine, c'è da considerare l'accordo di maggioranza sul pacchetto di «correttivi», che prevede prima di tutto una nuova legge elettorale. Il testo, secondo l'accordo, dovrà essere presentato entro dicembre 2019, ma al momento non è stato ancora deciso su quale sistema convergere. Il Pd vuole una base proporzionale con un doppio turno con premio nazionale. Sempre entro dicembre dovranno essere presentate le modifiche per fare in modo che i presidenti di Regione siano presenti in Senato quando si discutono le leggi sull'autonomia differenziata e la sfiducia a Camere riunite. Entro ottobre invece dovranno essere avviate le riforme costituzionali per modificare la base territoriale di elezione del Senato, per rendere uniforme l'elettorato del Parlamento e per la diminuzione del numero di delegati regionali per l'elezione del capo dello Stato.
Maria Elena Capitanio
Questa legislatura è stata blindata ma nell’esecutivo si inizia a ballare
Il taglio del numero dei parlamentari allunga la vita della legislatura: sono molti i fattori «stabilizzanti» di questa legge costituzionale, il primo dei quali risiede nella massima andreottiana «meglio tirare a campare che tirare le cuoia», dove le cuoia sono quelle dei 345 parlamentari che, se si tornasse a votare dopo l'entrata in vigore della legge, non avrebbero più la possibilità di tornare a poggiare le onorevoli terga sulle vellutate poltrone di Camera e Senato. Detto brutalmente: l'ok a questa legge costituzionale o porterà all'immediata crisi di governo, e al conseguente scioglimento delle Camere, prima che il complesso iter venga completato, in modo tale da tornare al voto con l'attuale composizione del Parlamento, oppure una volta diventato effettivo il taglio sarà difficilissimo convincere gli attuali deputati e senatori ad andarsene a casa.
Dopo l'ok di ieri della Camera, l'iter prevede che bisognerà attendere i tre mesi previsti dalla Costituzione per dare modo di chiedere lo svolgimento del referendum confermativo; se si dovesse svolgere la consultazione popolare, l'entrata in vigore slitterebbe di alcuni mesi e sarebbe subordinata alla vittoria dei sì. Considerato che far sciogliere le Camere per evitare il taglio dei parlamentari sarebbe un suicidio politico e soprattutto elettorale per chi se ne dovesse assumere la responsabilità, possiamo affermare con una certa sicurezza che da oggi l'ipotesi di un ritorno a breve alle urne per elezioni politiche anticipate diventa, più che remota, utopistica.
Attenzione, però: il taglio dei parlamentari blinda la legislatura, ma non il governo. Giuseppe Conte ha poco da stare sereno, poiché la sua premiership è tutt'altro che salda, soprattutto ora che Matteo Renzi, con la sua acrobazia, ha rimesso in discussione gli assetti della politica italiana. Renzi ha messo Conte nel mirino, è evidente a tutti a cominciare dal premier col ciuffo, il cui umore, non a caso, è cambiato la sera in cui l'ex premier annunciò la scissione dal Pd. L'ex Rottamatore, ormai rottamato, ha il sogno (quasi) dichiarato di tornare a candidarsi alla presidenza del Consiglio, sfidando Matteo Salvini. Per attrezzarsi, però, ha bisogno di tempo: Italia viva, per ora, si barcamena nei sondaggi intorno al 5%. Ora che la paura di non essere mai più rieletti terrà i parlamentari ancora più saldamente inchiodati alle poltrone, i campioni della instabilità del governo potranno darsi alla pazza gioia: Renzi potrà mettere in croce Conte ogni santo giorno, ancora di più di quanto non faccia attualmente; Luigi Di Maio potrà tranquillamente litigare con lo stesso Renzi e col Pd; Andrea Orlando potrà insultare Renzi ed essere insultato da Luigi Marattin; Nicola Zingaretti potrà essere bersagliato da tutti e rispondere postando su Facebook, tutto contento, la foto di Beatrice Lorenzin che prende la tessera del Pd. Il governo giallorosso a guida Conte, oltretutto, è considerato, da chi muove le vere leve del potere internazionale, un esecutivo di transizione vero la famigerata «maggioranza Ursula», ovvero una coalizione composta da tutti i partiti italiani che hanno votato la von der Leyen come presidente della Commissione europea: M5s, Pd e Forza Italia, più qualche cespuglietto centrista. A capo di questo governone, ci sarebbe ovviamente Mario Draghi, e a quel punto c'è da scommettere che nessuno, tranne Matteo Salvini e Giorgia Meloni, si tirerebbe indietro, naturalmente per «senso di responsabilità» e per «l'interesse supremo del Paese». Ma perché questo scenario si concretizzi, ci vuole il tempo che ci vuole, almeno qualche mese, e dunque anche Matteo Renzi, in questo momento l'unica vera scheggia impazzita della politica italiana, dovrà seguire pedissequamente quanto gli viene «consigliato» da Parigi e Berlino: «Fai quello che ti pare, ma non mettere a repentaglio la legislatura, almeno fino alla elezione del prossimo presidente della Repubblica». Il successore di Sergio Mattarella, forse lo stesso Mattarella, verrà eletto nel 2022, e fino a quel momento nessuno potrà neanche immaginare di mettere a rischio l'attuale Parlamento, l'unico posto in Italia nel quale i sovranisti (Lega e Fdi) sono in netta minoranza.
Il taglio dei parlamentari contribuisce a scoraggiare qualunque ipotesi di ritorno anticipato alle urne, quindi, e in quest'ottica può addirittura rappresentare un'insidia in più per Conte, che non può più sperare di restare a galla per la paura dei parlamentari di ritornarsene a casa. Con la prospettiva di non essere mai più rieletti, possiamo essere certi che se cadesse l'attuale governo se ne formerebbe comunque un altro, uno qualunque, che troverebbe un'altra maggioranza, una qualunque, con un altro premier, e se Draghi non sarà disponibile andrà bene uno qualunque, uno che passa da quelle parti, praticamente uno come Conte.
Carlo Tarallo
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L'obiettivo bandiera dei 5 stelle diventa legge. I deputati scenderanno a 400, i senatori a 200. Disagio dei dem, costretti a smentire sé stessi: «Non è più una norma populista».Il risultato di Montecitorio allontana l'ipotesi del voto anticipato, ma innesca la resa dei conti nella maggioranza. A partire da Matteo Renzi, che ora può alzare il livello dello scontro con Giuseppe Conte.Lo speciale contiene due articoliIl taglio dei parlamentari è legge. Ieri pomeriggio la Camera ha approvato la riforma costituzionale targata M5s con una sorta di plebiscito: 553 sì, 14 no. Dagli attuali 945 parlamentari si passerà a 600. Una riduzione del 36,5% degli eletti complessivi, con il numero dei deputati che scende dagli attuali 630 ai futuri 400 totali, e dei senatori da 315 a 200. Con i 5 stelle hanno votato favorevolmente anche Pd (per il quale di colpo «non è più una legge populista», come aveva sempre sostenuto), Leu e Italia viva (nonostante nelle tre precedenti votazioni abbiano votato contro). Il via libera al provvedimento è arrivato con l'ok di Lega, Forza Italia e Fratelli d'Italia. La maggioranza, dunque, ha superato da sola la soglia dei 316 voti favorevoli, ovvero la richiesta maggioranza assoluta per far passare la riforma, con 326 sì. Tra gli assenti in missione (e quindi giustificati), e i non partecipanti al voto ma non in missione, più un'astensione (della dem Angela Schirò), i voti mancanti alla maggioranza sono stati in tutto 18: precisamente, 11 assenti «non giustificati» (2 di Iv, 5 di M5s, 3 del Pd e 1 di Leu), 6 in missione (5 di M5s, 1 di Leu) e appunto un'astensione. Il premier, Giuseppe Conte: «Per l'Italia è una giornata storica». Luigi Di Maio subito dopo il voto è sceso a festeggiare in piazza Montecitorio: «È un piccolo passo per la politica, ma un grande passo per il Paese». Soddisfazione da parte del ministro per i Rapporti con il Parlamento con delega alle Riforme, Federico D'Incà: «Veniamo da anni di disaffezione e scollamento dell'elettorato nei confronti delle istituzioni e dei meccanismi parlamentari», ha commentato fuori dall'Aula, spiegando che, a suo parere, «ci sarà un rafforzamento della rappresentanza» e che si ridarà ai cittadini «maggiore fiducia nella politica». Al coro dei contenti, dopo una retromarcia frettolosa rispetto alla posizione tenuta dal Pd durante il governo gialloblù, si è unito anche il segretario dem, Nicola Zingaretti, che, al limite del ridicolo, ha definito il taglio dei parlamentari «una riforma che il centrosinistra e il Pd portano avanti, in forme diverse, da 20 anni». E poi ha aggiunto: «Abbiamo ottenuto che si inserisca dentro un quadro di garanzie istituzionali e costituzionali che prima non c'erano», quasi come fosse una buona giustificazione al voltagabbana. «Ecco il motivo del nostro sì, rispetto al no che avevamo dato qualche mese fa». Il leader del Carroccio, Matteo Salvini: «A differenza del Pd e dei 5 stelle la Lega non tradisce e mantiene la parola». Secondo Massimo Ungaro, deputato di Italia viva eletto nella circoscrizione Estero, la riforma «umilia gli italiani all'estero». La sua promessa: «Aiuterò Giachetti (Iv, ndr) a raccogliere firme per il referendum costituzionale». L'entrata in vigore, infatti, non avverrà prima del gennaio 2020, in quanto bisognerà aspettare i tre mesi previsti dalla Costituzione per consentire, a chi lo ritiene necessario, di richiedere il referendum. Se si dovesse svolgere la consultazione popolare, l'entrata in vigore slitterebbe di diversi mesi e sarebbe comunque subordinata alla vittoria dei sì. Dopo questo step, serviranno circa due mesi per ridisegnare i collegi. L'effetto diretto della riforma per quanto riguarda la Camera, vedrà una riduzione anche del numero degli eletti all'estero: dagli attuali 12 a un massimo di 8. A seguito della modifica costituzionale cambierà anche il numero medio di abitanti per ciascun parlamentare eletto. Per la Camera il rapporto aumenta da 96.006 a 151.210. Al Senato il numero degli eletti all'estero passa da 6 a 4. Lì il numero medio di abitanti per ciascun senatore cresce, a sua volta, da 188.424 a 302.420. Al momento la nostra Carta fondamentale stabilisce che «nessuna Regione può avere un numero di senatori inferiore a sette; il Molise ne ha due; la Valle d'Aosta uno». La riforma individua un numero minimo di tre senatori per Regione o Provincia autonoma. Poi c'è il tema dei senatori a vita, poiché la riforma modifica anche l'articolo 59 della Costituzione, prevedendo espressamente che il numero massimo non possa essere superiore a cinque. La riduzione dei parlamentari ha effetto dalla data del primo scioglimento o della prima cessazione delle Camere successiva alla data di entrata in vigore della legge costituzionale e, comunque, non prima che siano decorsi 60 giorni. Infine, c'è da considerare l'accordo di maggioranza sul pacchetto di «correttivi», che prevede prima di tutto una nuova legge elettorale. Il testo, secondo l'accordo, dovrà essere presentato entro dicembre 2019, ma al momento non è stato ancora deciso su quale sistema convergere. Il Pd vuole una base proporzionale con un doppio turno con premio nazionale. Sempre entro dicembre dovranno essere presentate le modifiche per fare in modo che i presidenti di Regione siano presenti in Senato quando si discutono le leggi sull'autonomia differenziata e la sfiducia a Camere riunite. Entro ottobre invece dovranno essere avviate le riforme costituzionali per modificare la base territoriale di elezione del Senato, per rendere uniforme l'elettorato del Parlamento e per la diminuzione del numero di delegati regionali per l'elezione del capo dello Stato. Maria Elena Capitanio<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/plebiscito-alla-camera-per-il-taglio-dei-parlamentari-e-il-pd-si-copre-di-ridicolo-2640893119.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="questa-legislatura-e-stata-blindata-ma-nellesecutivo-si-inizia-a-ballare" data-post-id="2640893119" data-published-at="1769794989" data-use-pagination="False"> Questa legislatura è stata blindata ma nell’esecutivo si inizia a ballare Il taglio del numero dei parlamentari allunga la vita della legislatura: sono molti i fattori «stabilizzanti» di questa legge costituzionale, il primo dei quali risiede nella massima andreottiana «meglio tirare a campare che tirare le cuoia», dove le cuoia sono quelle dei 345 parlamentari che, se si tornasse a votare dopo l'entrata in vigore della legge, non avrebbero più la possibilità di tornare a poggiare le onorevoli terga sulle vellutate poltrone di Camera e Senato. Detto brutalmente: l'ok a questa legge costituzionale o porterà all'immediata crisi di governo, e al conseguente scioglimento delle Camere, prima che il complesso iter venga completato, in modo tale da tornare al voto con l'attuale composizione del Parlamento, oppure una volta diventato effettivo il taglio sarà difficilissimo convincere gli attuali deputati e senatori ad andarsene a casa. Dopo l'ok di ieri della Camera, l'iter prevede che bisognerà attendere i tre mesi previsti dalla Costituzione per dare modo di chiedere lo svolgimento del referendum confermativo; se si dovesse svolgere la consultazione popolare, l'entrata in vigore slitterebbe di alcuni mesi e sarebbe subordinata alla vittoria dei sì. Considerato che far sciogliere le Camere per evitare il taglio dei parlamentari sarebbe un suicidio politico e soprattutto elettorale per chi se ne dovesse assumere la responsabilità, possiamo affermare con una certa sicurezza che da oggi l'ipotesi di un ritorno a breve alle urne per elezioni politiche anticipate diventa, più che remota, utopistica. Attenzione, però: il taglio dei parlamentari blinda la legislatura, ma non il governo. Giuseppe Conte ha poco da stare sereno, poiché la sua premiership è tutt'altro che salda, soprattutto ora che Matteo Renzi, con la sua acrobazia, ha rimesso in discussione gli assetti della politica italiana. Renzi ha messo Conte nel mirino, è evidente a tutti a cominciare dal premier col ciuffo, il cui umore, non a caso, è cambiato la sera in cui l'ex premier annunciò la scissione dal Pd. L'ex Rottamatore, ormai rottamato, ha il sogno (quasi) dichiarato di tornare a candidarsi alla presidenza del Consiglio, sfidando Matteo Salvini. Per attrezzarsi, però, ha bisogno di tempo: Italia viva, per ora, si barcamena nei sondaggi intorno al 5%. Ora che la paura di non essere mai più rieletti terrà i parlamentari ancora più saldamente inchiodati alle poltrone, i campioni della instabilità del governo potranno darsi alla pazza gioia: Renzi potrà mettere in croce Conte ogni santo giorno, ancora di più di quanto non faccia attualmente; Luigi Di Maio potrà tranquillamente litigare con lo stesso Renzi e col Pd; Andrea Orlando potrà insultare Renzi ed essere insultato da Luigi Marattin; Nicola Zingaretti potrà essere bersagliato da tutti e rispondere postando su Facebook, tutto contento, la foto di Beatrice Lorenzin che prende la tessera del Pd. Il governo giallorosso a guida Conte, oltretutto, è considerato, da chi muove le vere leve del potere internazionale, un esecutivo di transizione vero la famigerata «maggioranza Ursula», ovvero una coalizione composta da tutti i partiti italiani che hanno votato la von der Leyen come presidente della Commissione europea: M5s, Pd e Forza Italia, più qualche cespuglietto centrista. A capo di questo governone, ci sarebbe ovviamente Mario Draghi, e a quel punto c'è da scommettere che nessuno, tranne Matteo Salvini e Giorgia Meloni, si tirerebbe indietro, naturalmente per «senso di responsabilità» e per «l'interesse supremo del Paese». Ma perché questo scenario si concretizzi, ci vuole il tempo che ci vuole, almeno qualche mese, e dunque anche Matteo Renzi, in questo momento l'unica vera scheggia impazzita della politica italiana, dovrà seguire pedissequamente quanto gli viene «consigliato» da Parigi e Berlino: «Fai quello che ti pare, ma non mettere a repentaglio la legislatura, almeno fino alla elezione del prossimo presidente della Repubblica». Il successore di Sergio Mattarella, forse lo stesso Mattarella, verrà eletto nel 2022, e fino a quel momento nessuno potrà neanche immaginare di mettere a rischio l'attuale Parlamento, l'unico posto in Italia nel quale i sovranisti (Lega e Fdi) sono in netta minoranza. Il taglio dei parlamentari contribuisce a scoraggiare qualunque ipotesi di ritorno anticipato alle urne, quindi, e in quest'ottica può addirittura rappresentare un'insidia in più per Conte, che non può più sperare di restare a galla per la paura dei parlamentari di ritornarsene a casa. Con la prospettiva di non essere mai più rieletti, possiamo essere certi che se cadesse l'attuale governo se ne formerebbe comunque un altro, uno qualunque, che troverebbe un'altra maggioranza, una qualunque, con un altro premier, e se Draghi non sarà disponibile andrà bene uno qualunque, uno che passa da quelle parti, praticamente uno come Conte. Carlo Tarallo
Nathan Trevallion e Catherine Birmingham
Marco Femminella e Danila Solinas, avvocati dei genitori, a un paio di giorni dall’inizio della perizia a cui per decisione del tribunale devono sottoporsi i loro assistiti hanno presentato un esposto all’Ordine professionale degli assistenti sociali e all’ente regionale competente per il servizio sociale del Comune di Palmoli. Il tema è l’operato di Veruska D’Angelo, l’assistente sociale che il tribunale ha nominato curatrice dei tre bambini che dal 20 novembre sono stati tolti ai genitori e collocati in una struttura protetta.
Secondo i legali, «la professionista non avrebbe mantenuto la necessaria equidistanza richiesta dal ruolo, mostrando un atteggiamento pregiudizievole nei confronti della famiglia, soprattutto nella fase successiva al trasferimento dei bambini deciso dall’autorità giudiziaria». L’assistente sociale avrebbe «aggravato» e «stravolto» fatti mai avvenuti, messo nero su bianco nelle sue relazioni affermazioni «artificiose» e inserito valutazioni personali del tutto inopportune (ed esempio scrisse che la casa dei Trevallion aveva problemi strutturali, valutazione che semmai andava affidata a un tecnico).
Oltre a ciò, la D’Angelo avrebbe «partecipato a diverse interviste, un’esposizione che rischierebbe di minare la neutralità e la riservatezza che l’incarico imporrebbe». In sostanza la D’Angelo avrebbe «interpretato le proprie mansioni con negligenza».
L’avvocato Solinas aveva già avanzato l’argomento giorni fa in una intervista concessa al nostro giornale. «Ci aspettavamo sin dall’inizio un atteggiamento che prendesse atto delle tantissime modifiche comportamentali, o comunque di approccio, di questa famiglia che comunque resta convinta della giustezza del proprio modo di vivere e di un approccio educativo diverso», ci aveva detto. «Ci si è posti con una rigidità eccessiva, in un confronto che non è mai stato dialogante. E io credo che il problema di base che poi ha determinato questa situazione sia proprio la totale mancanza di un’apertura verso la cosiddetta, mi consenta il termine, alterità culturale. Se qualcosa che viene percepito come diverso dagli stereotipi a cui siamo costantemente abituati viene letto con lo stigma della diversità, inevitabilmente l’approdo può essere soltanto uno. E allora io mi chiedo, e lo faccio senza timore, quanto il ruolo dei servizi sociali in tutta questa vicenda abbia inciso. Avrebbero forse dovuto fare un passo indietro?».
Ecco il nocciolo della questione: l’atteggiamento dei servizi e il loro rapporto con la famiglia. «Si è parlato a più riprese di un rapporto conflittuale dell’assistente sociale con i genitori che è durato più di 15 mesi», ci ha detto Solinas. «Ma in realtà, ed è importante sottolinearlo affinché ci sia una comprensione del percorso che ci ha portato qui, noi parliamo di un totale di cinque incontri, di cui due alla presenza delle forze dell’ordine».
Cinque incontri in tutto, di cui tre soltanto senza la presenza di agenti, sono troppo pochi per giustificare una decisione drastica come l’allontanamento, specie in assenza di violenza e abusi. Un altro atteggiamento era possibile, e probabilmente dovuto.
Sembra pensarla così anche Tonino Cantelmi, super esperto dei Trevallion. «Alla luce del documento del Garante per l’Infanzia Prelevamento dei minori - Facciamo il punto», dice Cantelmi alla Verità, «nell’operato dei servizi sociali, nel caso della famiglia del bosco, sembrano esserci criticità e contraddizioni importanti. Gli operatori non sono stati capaci di prendersi cura dell’intera famiglia, non sono riusciti a creare relazioni empatiche ed efficaci, hanno messo in atto comportamenti potenzialmente traumatici e laceranti, non sono stati in grado di operare una mediazione virtuosa. E non è corretto attribuire le responsabilità di un evidente fallimento ai genitori, che ora si sono visti costretti a denunciare l’assistente sociale. Ci sono responsabilità significative che andranno chiarite».
Si potrebbe addirittura sostenere che andassero chiarite prima, queste responsabilità. Ma non è stato fatto. Si è detto che l’irrigidimento delle istituzioni dipendeva dal comportamento della famiglia, ma ora è evidente che - nonostante la buona disposizione dei Trevallion - da parte dell’autorità non ci sono stati cambiamenti.
Il sindaco di Palmoli, Giuseppe Masciulli, ci ha tenuto a prendere le distanze dall’assistente sociale. «La professionista», ha detto all’Adnkronos, «non è dipendente del Comune di Palmoli, ma fa capo all’Ente d’Ambito Sociale di Monteodorisio, organismo sovracomunale che gestisce i servizi sociali sul territorio. Proprio a questo ente, insieme all’Ordine professionale, gli avvocati della famiglia Trevallion hanno notificato l’esposto».
Il Comune, nel frattempo, continua a pagare fior di quattrini: 244 euro al giorno per mantenere i bambini e la madre nella casa di accoglienza in cui risiedono, lontani da papà Nathan, da ormai troppo tempo. Come abbiamo più volte notato, se si continuerà su questa strada l’unico risultato sarà quello di mandare in rovina le casse di Palmoli e costringere la Regione Abruzzo a sborsare altro denaro per colmare il buco.
Piaccia o meno, il disastro della giustizia minorile è tutto qui, in questi due corni: la rigidità delle istituzioni e il giro di soldi derivati dalla gestione dei bambini. Da una parte c’è il pensiero, ancora troppo diffuso, secondo cui le famiglie hanno sempre bisogno di essere indirizzate o peggio rieducate perché inadatte, da sole, a prendersi cura dei figli. Dall’altra c’è chi guadagna grazie agli allontanamenti e non ha alcun interesse a smontare questo meccanismo. Invece di berciare ogni volta contro l’intervento della politica e dei media - che magistrati e assistenti sociali non mancano mai di deprecare - bisognerebbe ammettere che non vi è niente di più politico di questa faccenda. E bisognerebbe muoversi di conseguenza: la riforma della giustizia minorile è più urgente che mai.
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Il ministro della Giustizia Carlo Nordio (Ansa)
«Un imprenditore (Giovanni Buini, ndr)», continua, «è venuto a dire che, durante la pandemia, si era proposto di fornire un numero rilevante di quelle mascherine che, in quel momento, tanto servivano a proteggere medici, infermieri, operatori sanitari, lavoratori, gli italiani; mascherine che qualcun altro - e mi riferisco al commissario Arcuri - ci è venuto a dire di aver comprato dalla Cina e di averle pagate 1,251 miliardi, il triplo, il quadruplo del prezzo di mercato di quel periodo, e che si sono rivelate, poi, anche pericolose per la salute». Buonguerrieri si riferisce all’audizione di Buini, raccontata su queste pagine da Giacomo Amadori, da cui è emersa l’ipotesi - avanzata dallo stesso audito - di una tangente camuffata per poter vendere mascherine alla struttura commissariale.
Buini, argomenta Buonguerrieri, «ha confermato ciò che aveva già riferito all’autorità giudiziaria, ovvero che, in prospettiva della stipula di un contratto che lui stesso aveva definito come l’opportunità più importante che gli era capitata nella sua vita, sia per gli importi, sia per l’entità della commessa, veniva invitato nello studio Alpa […], dove incontrò chi si era qualificato per persona vicinissima all’ex premier Giuseppe Conte (l’avvocato Luca Di Donna, ndr), circostanza che è stata poi verificata come vera». E «queste persone» per «il perfezionamento di quella fornitura, dal valore di circa 60 milioni di euro», chiesero «la stipula di un contratto di consulenza dal valore, da quanto emerge dagli atti, di circa 13 milioni di euro», tanto «da indurre questo stesso imprenditore a rinunciare a questa offerta per il timore che qualcuno potesse considerarla una tangente». «È assolutamente certo», conclude, «che, mentre la parte buona dell’Italia combatteva contro il virus, vi erano spregiudicati che, approfittandosi anche dei rapporti con chi governava allora facevano affari, ai danni dello Stato, sulla pelle dei cittadini». Dopo la recessione del contratto, nota non irrilevante, a Buini fu dato il benservito.
«Noi non abbiamo paura di nulla, perché il presidente Conte non ha paura di nulla», la replica del capogruppo dei 5 stelle Riccardo Ricciardi, e «quando è stata aperta un’inchiesta su quel periodo drammatico, non si è difeso dal processo, ma è andato nel processo ed è stato archiviato». «Andremo fino in onda in questa operazione di verità», ha ribattuto vicecapogruppo di Fdi alla Camera dei deputati, Massimo Ruspandini.
Ieri, intanto, l’ex direttore generale dell’Agenzia delle dogane e dei monopoli, Marcello Minenna, è tornato in commissione Covid per la seduta di domande, ma ha risposto solo alle interrogazioni delle opposizioni (la parte della maggioranza è stata rimandata). Interessante il siparietto con il capogruppo al Senato del Pd, Francesco Boccia, che ha cercato di minare l’attendibilità del teste che ha accusato Minenna, il suo ex braccio destro Alessandro Canali.
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