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2019-10-09
Plebiscito alla Camera per il taglio dei parlamentari. E il Pd si copre di ridicolo
Ansa
Il taglio dei parlamentari è legge. Ieri pomeriggio la Camera ha approvato la riforma costituzionale targata M5s con una sorta di plebiscito: 553 sì, 14 no. Dagli attuali 945 parlamentari si passerà a 600. Una riduzione del 36,5% degli eletti complessivi, con il numero dei deputati che scende dagli attuali 630 ai futuri 400 totali, e dei senatori da 315 a 200. Con i 5 stelle hanno votato favorevolmente anche Pd (per il quale di colpo «non è più una legge populista», come aveva sempre sostenuto), Leu e Italia viva (nonostante nelle tre precedenti votazioni abbiano votato contro).
Il via libera al provvedimento è arrivato con l'ok di Lega, Forza Italia e Fratelli d'Italia. La maggioranza, dunque, ha superato da sola la soglia dei 316 voti favorevoli, ovvero la richiesta maggioranza assoluta per far passare la riforma, con 326 sì. Tra gli assenti in missione (e quindi giustificati), e i non partecipanti al voto ma non in missione, più un'astensione (della dem Angela Schirò), i voti mancanti alla maggioranza sono stati in tutto 18: precisamente, 11 assenti «non giustificati» (2 di Iv, 5 di M5s, 3 del Pd e 1 di Leu), 6 in missione (5 di M5s, 1 di Leu) e appunto un'astensione.
Il premier, Giuseppe Conte: «Per l'Italia è una giornata storica». Luigi Di Maio subito dopo il voto è sceso a festeggiare in piazza Montecitorio: «È un piccolo passo per la politica, ma un grande passo per il Paese». Soddisfazione da parte del ministro per i Rapporti con il Parlamento con delega alle Riforme, Federico D'Incà: «Veniamo da anni di disaffezione e scollamento dell'elettorato nei confronti delle istituzioni e dei meccanismi parlamentari», ha commentato fuori dall'Aula, spiegando che, a suo parere, «ci sarà un rafforzamento della rappresentanza» e che si ridarà ai cittadini «maggiore fiducia nella politica». Al coro dei contenti, dopo una retromarcia frettolosa rispetto alla posizione tenuta dal Pd durante il governo gialloblù, si è unito anche il segretario dem, Nicola Zingaretti, che, al limite del ridicolo, ha definito il taglio dei parlamentari «una riforma che il centrosinistra e il Pd portano avanti, in forme diverse, da 20 anni». E poi ha aggiunto: «Abbiamo ottenuto che si inserisca dentro un quadro di garanzie istituzionali e costituzionali che prima non c'erano», quasi come fosse una buona giustificazione al voltagabbana. «Ecco il motivo del nostro sì, rispetto al no che avevamo dato qualche mese fa». Il leader del Carroccio, Matteo Salvini: «A differenza del Pd e dei 5 stelle la Lega non tradisce e mantiene la parola». Secondo Massimo Ungaro, deputato di Italia viva eletto nella circoscrizione Estero, la riforma «umilia gli italiani all'estero». La sua promessa: «Aiuterò Giachetti (Iv, ndr) a raccogliere firme per il referendum costituzionale». L'entrata in vigore, infatti, non avverrà prima del gennaio 2020, in quanto bisognerà aspettare i tre mesi previsti dalla Costituzione per consentire, a chi lo ritiene necessario, di richiedere il referendum. Se si dovesse svolgere la consultazione popolare, l'entrata in vigore slitterebbe di diversi mesi e sarebbe comunque subordinata alla vittoria dei sì. Dopo questo step, serviranno circa due mesi per ridisegnare i collegi. L'effetto diretto della riforma per quanto riguarda la Camera, vedrà una riduzione anche del numero degli eletti all'estero: dagli attuali 12 a un massimo di 8. A seguito della modifica costituzionale cambierà anche il numero medio di abitanti per ciascun parlamentare eletto. Per la Camera il rapporto aumenta da 96.006 a 151.210. Al Senato il numero degli eletti all'estero passa da 6 a 4. Lì il numero medio di abitanti per ciascun senatore cresce, a sua volta, da 188.424 a 302.420. Al momento la nostra Carta fondamentale stabilisce che «nessuna Regione può avere un numero di senatori inferiore a sette; il Molise ne ha due; la Valle d'Aosta uno». La riforma individua un numero minimo di tre senatori per Regione o Provincia autonoma. Poi c'è il tema dei senatori a vita, poiché la riforma modifica anche l'articolo 59 della Costituzione, prevedendo espressamente che il numero massimo non possa essere superiore a cinque. La riduzione dei parlamentari ha effetto dalla data del primo scioglimento o della prima cessazione delle Camere successiva alla data di entrata in vigore della legge costituzionale e, comunque, non prima che siano decorsi 60 giorni.
Infine, c'è da considerare l'accordo di maggioranza sul pacchetto di «correttivi», che prevede prima di tutto una nuova legge elettorale. Il testo, secondo l'accordo, dovrà essere presentato entro dicembre 2019, ma al momento non è stato ancora deciso su quale sistema convergere. Il Pd vuole una base proporzionale con un doppio turno con premio nazionale. Sempre entro dicembre dovranno essere presentate le modifiche per fare in modo che i presidenti di Regione siano presenti in Senato quando si discutono le leggi sull'autonomia differenziata e la sfiducia a Camere riunite. Entro ottobre invece dovranno essere avviate le riforme costituzionali per modificare la base territoriale di elezione del Senato, per rendere uniforme l'elettorato del Parlamento e per la diminuzione del numero di delegati regionali per l'elezione del capo dello Stato.
Maria Elena Capitanio
Questa legislatura è stata blindata ma nell’esecutivo si inizia a ballare
Il taglio del numero dei parlamentari allunga la vita della legislatura: sono molti i fattori «stabilizzanti» di questa legge costituzionale, il primo dei quali risiede nella massima andreottiana «meglio tirare a campare che tirare le cuoia», dove le cuoia sono quelle dei 345 parlamentari che, se si tornasse a votare dopo l'entrata in vigore della legge, non avrebbero più la possibilità di tornare a poggiare le onorevoli terga sulle vellutate poltrone di Camera e Senato. Detto brutalmente: l'ok a questa legge costituzionale o porterà all'immediata crisi di governo, e al conseguente scioglimento delle Camere, prima che il complesso iter venga completato, in modo tale da tornare al voto con l'attuale composizione del Parlamento, oppure una volta diventato effettivo il taglio sarà difficilissimo convincere gli attuali deputati e senatori ad andarsene a casa.
Dopo l'ok di ieri della Camera, l'iter prevede che bisognerà attendere i tre mesi previsti dalla Costituzione per dare modo di chiedere lo svolgimento del referendum confermativo; se si dovesse svolgere la consultazione popolare, l'entrata in vigore slitterebbe di alcuni mesi e sarebbe subordinata alla vittoria dei sì. Considerato che far sciogliere le Camere per evitare il taglio dei parlamentari sarebbe un suicidio politico e soprattutto elettorale per chi se ne dovesse assumere la responsabilità, possiamo affermare con una certa sicurezza che da oggi l'ipotesi di un ritorno a breve alle urne per elezioni politiche anticipate diventa, più che remota, utopistica.
Attenzione, però: il taglio dei parlamentari blinda la legislatura, ma non il governo. Giuseppe Conte ha poco da stare sereno, poiché la sua premiership è tutt'altro che salda, soprattutto ora che Matteo Renzi, con la sua acrobazia, ha rimesso in discussione gli assetti della politica italiana. Renzi ha messo Conte nel mirino, è evidente a tutti a cominciare dal premier col ciuffo, il cui umore, non a caso, è cambiato la sera in cui l'ex premier annunciò la scissione dal Pd. L'ex Rottamatore, ormai rottamato, ha il sogno (quasi) dichiarato di tornare a candidarsi alla presidenza del Consiglio, sfidando Matteo Salvini. Per attrezzarsi, però, ha bisogno di tempo: Italia viva, per ora, si barcamena nei sondaggi intorno al 5%. Ora che la paura di non essere mai più rieletti terrà i parlamentari ancora più saldamente inchiodati alle poltrone, i campioni della instabilità del governo potranno darsi alla pazza gioia: Renzi potrà mettere in croce Conte ogni santo giorno, ancora di più di quanto non faccia attualmente; Luigi Di Maio potrà tranquillamente litigare con lo stesso Renzi e col Pd; Andrea Orlando potrà insultare Renzi ed essere insultato da Luigi Marattin; Nicola Zingaretti potrà essere bersagliato da tutti e rispondere postando su Facebook, tutto contento, la foto di Beatrice Lorenzin che prende la tessera del Pd. Il governo giallorosso a guida Conte, oltretutto, è considerato, da chi muove le vere leve del potere internazionale, un esecutivo di transizione vero la famigerata «maggioranza Ursula», ovvero una coalizione composta da tutti i partiti italiani che hanno votato la von der Leyen come presidente della Commissione europea: M5s, Pd e Forza Italia, più qualche cespuglietto centrista. A capo di questo governone, ci sarebbe ovviamente Mario Draghi, e a quel punto c'è da scommettere che nessuno, tranne Matteo Salvini e Giorgia Meloni, si tirerebbe indietro, naturalmente per «senso di responsabilità» e per «l'interesse supremo del Paese». Ma perché questo scenario si concretizzi, ci vuole il tempo che ci vuole, almeno qualche mese, e dunque anche Matteo Renzi, in questo momento l'unica vera scheggia impazzita della politica italiana, dovrà seguire pedissequamente quanto gli viene «consigliato» da Parigi e Berlino: «Fai quello che ti pare, ma non mettere a repentaglio la legislatura, almeno fino alla elezione del prossimo presidente della Repubblica». Il successore di Sergio Mattarella, forse lo stesso Mattarella, verrà eletto nel 2022, e fino a quel momento nessuno potrà neanche immaginare di mettere a rischio l'attuale Parlamento, l'unico posto in Italia nel quale i sovranisti (Lega e Fdi) sono in netta minoranza.
Il taglio dei parlamentari contribuisce a scoraggiare qualunque ipotesi di ritorno anticipato alle urne, quindi, e in quest'ottica può addirittura rappresentare un'insidia in più per Conte, che non può più sperare di restare a galla per la paura dei parlamentari di ritornarsene a casa. Con la prospettiva di non essere mai più rieletti, possiamo essere certi che se cadesse l'attuale governo se ne formerebbe comunque un altro, uno qualunque, che troverebbe un'altra maggioranza, una qualunque, con un altro premier, e se Draghi non sarà disponibile andrà bene uno qualunque, uno che passa da quelle parti, praticamente uno come Conte.
Carlo Tarallo
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L'obiettivo bandiera dei 5 stelle diventa legge. I deputati scenderanno a 400, i senatori a 200. Disagio dei dem, costretti a smentire sé stessi: «Non è più una norma populista».Il risultato di Montecitorio allontana l'ipotesi del voto anticipato, ma innesca la resa dei conti nella maggioranza. A partire da Matteo Renzi, che ora può alzare il livello dello scontro con Giuseppe Conte.Lo speciale contiene due articoliIl taglio dei parlamentari è legge. Ieri pomeriggio la Camera ha approvato la riforma costituzionale targata M5s con una sorta di plebiscito: 553 sì, 14 no. Dagli attuali 945 parlamentari si passerà a 600. Una riduzione del 36,5% degli eletti complessivi, con il numero dei deputati che scende dagli attuali 630 ai futuri 400 totali, e dei senatori da 315 a 200. Con i 5 stelle hanno votato favorevolmente anche Pd (per il quale di colpo «non è più una legge populista», come aveva sempre sostenuto), Leu e Italia viva (nonostante nelle tre precedenti votazioni abbiano votato contro). Il via libera al provvedimento è arrivato con l'ok di Lega, Forza Italia e Fratelli d'Italia. La maggioranza, dunque, ha superato da sola la soglia dei 316 voti favorevoli, ovvero la richiesta maggioranza assoluta per far passare la riforma, con 326 sì. Tra gli assenti in missione (e quindi giustificati), e i non partecipanti al voto ma non in missione, più un'astensione (della dem Angela Schirò), i voti mancanti alla maggioranza sono stati in tutto 18: precisamente, 11 assenti «non giustificati» (2 di Iv, 5 di M5s, 3 del Pd e 1 di Leu), 6 in missione (5 di M5s, 1 di Leu) e appunto un'astensione. Il premier, Giuseppe Conte: «Per l'Italia è una giornata storica». Luigi Di Maio subito dopo il voto è sceso a festeggiare in piazza Montecitorio: «È un piccolo passo per la politica, ma un grande passo per il Paese». Soddisfazione da parte del ministro per i Rapporti con il Parlamento con delega alle Riforme, Federico D'Incà: «Veniamo da anni di disaffezione e scollamento dell'elettorato nei confronti delle istituzioni e dei meccanismi parlamentari», ha commentato fuori dall'Aula, spiegando che, a suo parere, «ci sarà un rafforzamento della rappresentanza» e che si ridarà ai cittadini «maggiore fiducia nella politica». Al coro dei contenti, dopo una retromarcia frettolosa rispetto alla posizione tenuta dal Pd durante il governo gialloblù, si è unito anche il segretario dem, Nicola Zingaretti, che, al limite del ridicolo, ha definito il taglio dei parlamentari «una riforma che il centrosinistra e il Pd portano avanti, in forme diverse, da 20 anni». E poi ha aggiunto: «Abbiamo ottenuto che si inserisca dentro un quadro di garanzie istituzionali e costituzionali che prima non c'erano», quasi come fosse una buona giustificazione al voltagabbana. «Ecco il motivo del nostro sì, rispetto al no che avevamo dato qualche mese fa». Il leader del Carroccio, Matteo Salvini: «A differenza del Pd e dei 5 stelle la Lega non tradisce e mantiene la parola». Secondo Massimo Ungaro, deputato di Italia viva eletto nella circoscrizione Estero, la riforma «umilia gli italiani all'estero». La sua promessa: «Aiuterò Giachetti (Iv, ndr) a raccogliere firme per il referendum costituzionale». L'entrata in vigore, infatti, non avverrà prima del gennaio 2020, in quanto bisognerà aspettare i tre mesi previsti dalla Costituzione per consentire, a chi lo ritiene necessario, di richiedere il referendum. Se si dovesse svolgere la consultazione popolare, l'entrata in vigore slitterebbe di diversi mesi e sarebbe comunque subordinata alla vittoria dei sì. Dopo questo step, serviranno circa due mesi per ridisegnare i collegi. L'effetto diretto della riforma per quanto riguarda la Camera, vedrà una riduzione anche del numero degli eletti all'estero: dagli attuali 12 a un massimo di 8. A seguito della modifica costituzionale cambierà anche il numero medio di abitanti per ciascun parlamentare eletto. Per la Camera il rapporto aumenta da 96.006 a 151.210. Al Senato il numero degli eletti all'estero passa da 6 a 4. Lì il numero medio di abitanti per ciascun senatore cresce, a sua volta, da 188.424 a 302.420. Al momento la nostra Carta fondamentale stabilisce che «nessuna Regione può avere un numero di senatori inferiore a sette; il Molise ne ha due; la Valle d'Aosta uno». La riforma individua un numero minimo di tre senatori per Regione o Provincia autonoma. Poi c'è il tema dei senatori a vita, poiché la riforma modifica anche l'articolo 59 della Costituzione, prevedendo espressamente che il numero massimo non possa essere superiore a cinque. La riduzione dei parlamentari ha effetto dalla data del primo scioglimento o della prima cessazione delle Camere successiva alla data di entrata in vigore della legge costituzionale e, comunque, non prima che siano decorsi 60 giorni. Infine, c'è da considerare l'accordo di maggioranza sul pacchetto di «correttivi», che prevede prima di tutto una nuova legge elettorale. Il testo, secondo l'accordo, dovrà essere presentato entro dicembre 2019, ma al momento non è stato ancora deciso su quale sistema convergere. Il Pd vuole una base proporzionale con un doppio turno con premio nazionale. Sempre entro dicembre dovranno essere presentate le modifiche per fare in modo che i presidenti di Regione siano presenti in Senato quando si discutono le leggi sull'autonomia differenziata e la sfiducia a Camere riunite. Entro ottobre invece dovranno essere avviate le riforme costituzionali per modificare la base territoriale di elezione del Senato, per rendere uniforme l'elettorato del Parlamento e per la diminuzione del numero di delegati regionali per l'elezione del capo dello Stato. Maria Elena Capitanio<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/plebiscito-alla-camera-per-il-taglio-dei-parlamentari-e-il-pd-si-copre-di-ridicolo-2640893119.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="questa-legislatura-e-stata-blindata-ma-nellesecutivo-si-inizia-a-ballare" data-post-id="2640893119" data-published-at="1770732574" data-use-pagination="False"> Questa legislatura è stata blindata ma nell’esecutivo si inizia a ballare Il taglio del numero dei parlamentari allunga la vita della legislatura: sono molti i fattori «stabilizzanti» di questa legge costituzionale, il primo dei quali risiede nella massima andreottiana «meglio tirare a campare che tirare le cuoia», dove le cuoia sono quelle dei 345 parlamentari che, se si tornasse a votare dopo l'entrata in vigore della legge, non avrebbero più la possibilità di tornare a poggiare le onorevoli terga sulle vellutate poltrone di Camera e Senato. Detto brutalmente: l'ok a questa legge costituzionale o porterà all'immediata crisi di governo, e al conseguente scioglimento delle Camere, prima che il complesso iter venga completato, in modo tale da tornare al voto con l'attuale composizione del Parlamento, oppure una volta diventato effettivo il taglio sarà difficilissimo convincere gli attuali deputati e senatori ad andarsene a casa. Dopo l'ok di ieri della Camera, l'iter prevede che bisognerà attendere i tre mesi previsti dalla Costituzione per dare modo di chiedere lo svolgimento del referendum confermativo; se si dovesse svolgere la consultazione popolare, l'entrata in vigore slitterebbe di alcuni mesi e sarebbe subordinata alla vittoria dei sì. Considerato che far sciogliere le Camere per evitare il taglio dei parlamentari sarebbe un suicidio politico e soprattutto elettorale per chi se ne dovesse assumere la responsabilità, possiamo affermare con una certa sicurezza che da oggi l'ipotesi di un ritorno a breve alle urne per elezioni politiche anticipate diventa, più che remota, utopistica. Attenzione, però: il taglio dei parlamentari blinda la legislatura, ma non il governo. Giuseppe Conte ha poco da stare sereno, poiché la sua premiership è tutt'altro che salda, soprattutto ora che Matteo Renzi, con la sua acrobazia, ha rimesso in discussione gli assetti della politica italiana. Renzi ha messo Conte nel mirino, è evidente a tutti a cominciare dal premier col ciuffo, il cui umore, non a caso, è cambiato la sera in cui l'ex premier annunciò la scissione dal Pd. L'ex Rottamatore, ormai rottamato, ha il sogno (quasi) dichiarato di tornare a candidarsi alla presidenza del Consiglio, sfidando Matteo Salvini. Per attrezzarsi, però, ha bisogno di tempo: Italia viva, per ora, si barcamena nei sondaggi intorno al 5%. Ora che la paura di non essere mai più rieletti terrà i parlamentari ancora più saldamente inchiodati alle poltrone, i campioni della instabilità del governo potranno darsi alla pazza gioia: Renzi potrà mettere in croce Conte ogni santo giorno, ancora di più di quanto non faccia attualmente; Luigi Di Maio potrà tranquillamente litigare con lo stesso Renzi e col Pd; Andrea Orlando potrà insultare Renzi ed essere insultato da Luigi Marattin; Nicola Zingaretti potrà essere bersagliato da tutti e rispondere postando su Facebook, tutto contento, la foto di Beatrice Lorenzin che prende la tessera del Pd. Il governo giallorosso a guida Conte, oltretutto, è considerato, da chi muove le vere leve del potere internazionale, un esecutivo di transizione vero la famigerata «maggioranza Ursula», ovvero una coalizione composta da tutti i partiti italiani che hanno votato la von der Leyen come presidente della Commissione europea: M5s, Pd e Forza Italia, più qualche cespuglietto centrista. A capo di questo governone, ci sarebbe ovviamente Mario Draghi, e a quel punto c'è da scommettere che nessuno, tranne Matteo Salvini e Giorgia Meloni, si tirerebbe indietro, naturalmente per «senso di responsabilità» e per «l'interesse supremo del Paese». Ma perché questo scenario si concretizzi, ci vuole il tempo che ci vuole, almeno qualche mese, e dunque anche Matteo Renzi, in questo momento l'unica vera scheggia impazzita della politica italiana, dovrà seguire pedissequamente quanto gli viene «consigliato» da Parigi e Berlino: «Fai quello che ti pare, ma non mettere a repentaglio la legislatura, almeno fino alla elezione del prossimo presidente della Repubblica». Il successore di Sergio Mattarella, forse lo stesso Mattarella, verrà eletto nel 2022, e fino a quel momento nessuno potrà neanche immaginare di mettere a rischio l'attuale Parlamento, l'unico posto in Italia nel quale i sovranisti (Lega e Fdi) sono in netta minoranza. Il taglio dei parlamentari contribuisce a scoraggiare qualunque ipotesi di ritorno anticipato alle urne, quindi, e in quest'ottica può addirittura rappresentare un'insidia in più per Conte, che non può più sperare di restare a galla per la paura dei parlamentari di ritornarsene a casa. Con la prospettiva di non essere mai più rieletti, possiamo essere certi che se cadesse l'attuale governo se ne formerebbe comunque un altro, uno qualunque, che troverebbe un'altra maggioranza, una qualunque, con un altro premier, e se Draghi non sarà disponibile andrà bene uno qualunque, uno che passa da quelle parti, praticamente uno come Conte. Carlo Tarallo
Andrea Orcel (Ansa)
L’amministratore delegato Andrea Orcel ha deciso che l’epoca delle grandi abbuffate di acquisizioni può aspettare. Dopo lo stop in Italia su Banco Bpm e il semaforo rosso acceso in Germania su Commerzbank, Orcel cambia spartito («Su Commerz», dice, «pensiamo che al momento giusto, se le condizioni saranno favorevoli, tutto accadrà nel modo corretto»). Insomma niente shopping compulsivo, niente fusioni forzate: crescita organica, tecnologia e capitale restituito agli azionisti come se piovesse. E piove forte.
Il gruppo archivia il 2025 con 10,6 miliardi di utile netto, in crescita del 14%, nonostante 1,4 miliardi di oneri straordinari messi a bilancio come chi paga subito il conto per non pensarci più. È un utile «pulito», digerito dal mercato senza bruciori, tanto che il titolo ieri mattina ha aperto le danze in Borsa toccando nuovi massimi. L’aumento dei volumi lascia immaginare che la musica non sta per finire. Chiude a 78,6 euro con un rialzo del 6,36%
Ma il vero colpo di teatro non è l’utile. È il bazooka dei dividendi. Unicredit promette 30 miliardi in tre anni, pari a oltre un quarto della capitalizzazione di mercato. Tradotto dal linguaggio bancario: gli azionisti sono invitati a tavola, e non per un aperitivo. Solo nel 2025 le cedole e il riacquisto di azioni valgono 9,5 miliardi, con 4,75 miliardi di dividendi cash. La remunerazione ai soci sale del 31% a 3,15 euro, l’utile per azione cresce del 20%.
La macchina operativa gira: i costi al 38% dei ricavi, tra i migliori del settore, costi stabili a 9,4 miliardi nonostante investimenti e perimetro più ampio, qualità dell’attivo solida come una cassaforte di una volta. Le sofferenze nette sono all’1,6%. Insomma, niente sorprese sgradevoli dietro l’angolo. Il mercato apprezza considerando anche la robusta distribuzione di valore.
Con il completamento del piano industriale denominatio «Unicredit Unlocked», Orcel chiude un capitolo da venti trimestri consecutivi di crescita e ne apre uno nuovo. Si chiamerà «Unicredit Unlimited». Il nome è ambizioso, quasi hollywoodiano, ma la sceneggiatura è prudente. Dal 2026 al 2028 la parola d’ordine è una sola: creazione di valore. Più quota di mercato nei segmenti migliori, più efficienza, più tecnologia per arginare l’avanzata delle fintech. E soprattutto più investimenti in dati e intelligenza artificiale, finanziati non con debito o avventure straordinarie, ma con la generazione interna di risorse.
Qui entra in scena Alpha Bank in Grecia, laboratorio avanzato di una banca che vuole diventare sempre più piattaforma tecnologica, meno sportello e più algoritmo. Orcel non lo dice apertamente, ma il messaggio è chiaro: il futuro non si compra, si costruisce. E se l’Europa sogna grandi fusioni transfrontaliere, Unicredit preferisce aspettare. «Abbiamo 13 mercati, quindi 13 opzioni», dice. Traduzione: possiamo permetterci di dire no.
Anche sul dossier Generali Orcel abbassa i toni: partnership industriale, dialogo costante, niente trame segrete. Il resto, dice, «sono fantasie di chi ha bisogno di inventare storie». Una frase che fotografa bene lo spirito del momento: meno romanzi, più contabilità. Spiega che i rapporti con Trieste sono migliori perché ormai con Amundi le cose vanno sempre peggio: «Sapete che il contratto che avevamo scade a metà del 2027 e avrete notato che abbiamo aumentato i volumi con altri fornitori e con Onemarkets. Ogni volta che lo facciamo, paghiamo loro una penale. E questo fino al 2027» Per fronteggiare i rischi «abbiamo accantonato un fondo per la maggior parte delle penali che dovremo onorare»
Le nuove proiezioni sono musica per le orecchie degli analisti. Nel 2026 ricavi netti oltre 25 miliardi, utile intorno agli 11 miliardi. Nel 2028 l’asticella sale: ricavi a 27,5 miliardi, utile vicino ai 13 miliardi. Gli analisti di Mediobanca applaudono, Equita conferma il consiglio d’acquisto, Banca Akros parla di flessibilità strategica elevata. Citi storce un po’ il naso sui risultati operativi del trimestre, ma ammette che gli oneri straordinari sono stati anticipati per rafforzare il futuro. In altre parole: il presente può anche stonare di una nota, ma la sinfonia resta intatta.
E così, mentre l’economia europea arranca e la politica discute, le banche italiane continuano a macinare utili come se nulla potesse fermarle. Il momento d’oro prosegue. Unicredit si prende la scena spiegando che non serve crescere in fretta (soprattutto dopo gli infortuni su Bpm e Commerz). Più importante crescere bene. Orcel dirige promettendo dividendi e tecnologia. Lo shopping può attendere.
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Lo ha dichiarato l'europarlamentare di Fratelli d'Italia a Strasburgo, riferendosi specificamente alla Calabria.
«Il Senato della Repubblica aderisce al Giorno del Ricordo, istituito con la legge n. 92 del 30 marzo 2004 in memoria delle vittime delle foibe, dell’esodo giuliano-dalmata e delle vicende del confine orientale. Le bandiere sono esposte a mezz’asta per tutta la giornata di martedì 10 febbraio. La facciata di Palazzo Madama è stata illuminata con i colori della Bandiera dal tramonto del 9 febbraio all’alba di oggi e, nuovamente, sarà illuminata dal tramonto alla mezzanotte di martedì 10 febbraio».
Paolo Petrecca (Ansa)
In mattinata, infatti, l’organo sindacale dei giornalisti del canale sportivo della tv di Stato era nuovamente sceso in campo contro Petrecca annunciando il ritiro delle firme fino alla fine dei Giochi «in attesa che l’azienda prenda finalmente coscienza del danno che il direttore di RaiSport ha recato ai telespettatori, alla Rai e a tutta la redazione». «Questa non è una questione politica, come qualcuno vorrebbe far credere», prosegue il comunicato, «ma di rispetto e di dignità per il servizio pubblico». Segue annuncio di tre giorni di sciopero, a Giochi finiti, che la redazione ha votato dopo la doppia bocciatura del piano editoriale del direttore.
Che non sia una «questione politica» resta però piuttosto discutibile, se è vero che neppure ieri - sotto il profluvio di comunicati, dichiarazioni e rivendicazioni - c’è stato qualcuno che abbia avuto la minima dignità di citare il motivo per cui la telecronaca incriminata di Roberto Petrecca sia andata in onda: ovvero la cacciata, documentata e mai smentita, di Auro Bulbarelli a opera del Quirinale. Il vicedirettore della testata, diventato un fantasma dopo aver fatto un «passo di lato» decisamente «spintaneo» dalla conduzione, ha pagato carissimo l’aver anticipato una notizia vera: la sorpresa che ha visto protagonista il capo di Stato nell’inaugurazione dei Giochi. Come rivelato infatti da un altro vicedirettore, quello di questo quotidiano - Giacomo Amadori -, Sergio Mattarella ha acconsentito a partecipare a un cameo a bordo di un tram guidato da Valentino Rossi, prendendo così parte alla cerimonia dello scorso 6 febbraio. Ma quando Bulbarelli aveva «spoilerato» senza dettagli il blitz di Mattarella, si era beccato gli strali e le smentite di mezzo mondo, e un successivo intervento degli uomini del presidente aveva fatto sì che il giornalista venisse escluso dalla telecronaca forse più attesa della sua carriera.
Nel frattempo la storia si è incaricata di certificare che Bulbarelli aveva detto la pura verità, e la (nostra) cronaca di svelare il pressing del Colle sulla Rai. Risultato: Petrecca si è intestato una diretta che forse oggi non rifarebbe, e su di lui si è rovesciato un putiferio. A opposizione, cdr e Usigrai non è parso vero di avere un motivo valido per tornare all’assalto del direttore di RaiSport. Ma hanno dovuto fare le contorsioni per evitare di pronunciare due nomi: quello di Auro Bulbarelli e quello di Sergio Mattarella. Sempre perché, ovviamente, «non è una questione politica».
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