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2019-10-09
Plebiscito alla Camera per il taglio dei parlamentari. E il Pd si copre di ridicolo
Ansa
Il taglio dei parlamentari è legge. Ieri pomeriggio la Camera ha approvato la riforma costituzionale targata M5s con una sorta di plebiscito: 553 sì, 14 no. Dagli attuali 945 parlamentari si passerà a 600. Una riduzione del 36,5% degli eletti complessivi, con il numero dei deputati che scende dagli attuali 630 ai futuri 400 totali, e dei senatori da 315 a 200. Con i 5 stelle hanno votato favorevolmente anche Pd (per il quale di colpo «non è più una legge populista», come aveva sempre sostenuto), Leu e Italia viva (nonostante nelle tre precedenti votazioni abbiano votato contro).
Il via libera al provvedimento è arrivato con l'ok di Lega, Forza Italia e Fratelli d'Italia. La maggioranza, dunque, ha superato da sola la soglia dei 316 voti favorevoli, ovvero la richiesta maggioranza assoluta per far passare la riforma, con 326 sì. Tra gli assenti in missione (e quindi giustificati), e i non partecipanti al voto ma non in missione, più un'astensione (della dem Angela Schirò), i voti mancanti alla maggioranza sono stati in tutto 18: precisamente, 11 assenti «non giustificati» (2 di Iv, 5 di M5s, 3 del Pd e 1 di Leu), 6 in missione (5 di M5s, 1 di Leu) e appunto un'astensione.
Il premier, Giuseppe Conte: «Per l'Italia è una giornata storica». Luigi Di Maio subito dopo il voto è sceso a festeggiare in piazza Montecitorio: «È un piccolo passo per la politica, ma un grande passo per il Paese». Soddisfazione da parte del ministro per i Rapporti con il Parlamento con delega alle Riforme, Federico D'Incà: «Veniamo da anni di disaffezione e scollamento dell'elettorato nei confronti delle istituzioni e dei meccanismi parlamentari», ha commentato fuori dall'Aula, spiegando che, a suo parere, «ci sarà un rafforzamento della rappresentanza» e che si ridarà ai cittadini «maggiore fiducia nella politica». Al coro dei contenti, dopo una retromarcia frettolosa rispetto alla posizione tenuta dal Pd durante il governo gialloblù, si è unito anche il segretario dem, Nicola Zingaretti, che, al limite del ridicolo, ha definito il taglio dei parlamentari «una riforma che il centrosinistra e il Pd portano avanti, in forme diverse, da 20 anni». E poi ha aggiunto: «Abbiamo ottenuto che si inserisca dentro un quadro di garanzie istituzionali e costituzionali che prima non c'erano», quasi come fosse una buona giustificazione al voltagabbana. «Ecco il motivo del nostro sì, rispetto al no che avevamo dato qualche mese fa». Il leader del Carroccio, Matteo Salvini: «A differenza del Pd e dei 5 stelle la Lega non tradisce e mantiene la parola». Secondo Massimo Ungaro, deputato di Italia viva eletto nella circoscrizione Estero, la riforma «umilia gli italiani all'estero». La sua promessa: «Aiuterò Giachetti (Iv, ndr) a raccogliere firme per il referendum costituzionale». L'entrata in vigore, infatti, non avverrà prima del gennaio 2020, in quanto bisognerà aspettare i tre mesi previsti dalla Costituzione per consentire, a chi lo ritiene necessario, di richiedere il referendum. Se si dovesse svolgere la consultazione popolare, l'entrata in vigore slitterebbe di diversi mesi e sarebbe comunque subordinata alla vittoria dei sì. Dopo questo step, serviranno circa due mesi per ridisegnare i collegi. L'effetto diretto della riforma per quanto riguarda la Camera, vedrà una riduzione anche del numero degli eletti all'estero: dagli attuali 12 a un massimo di 8. A seguito della modifica costituzionale cambierà anche il numero medio di abitanti per ciascun parlamentare eletto. Per la Camera il rapporto aumenta da 96.006 a 151.210. Al Senato il numero degli eletti all'estero passa da 6 a 4. Lì il numero medio di abitanti per ciascun senatore cresce, a sua volta, da 188.424 a 302.420. Al momento la nostra Carta fondamentale stabilisce che «nessuna Regione può avere un numero di senatori inferiore a sette; il Molise ne ha due; la Valle d'Aosta uno». La riforma individua un numero minimo di tre senatori per Regione o Provincia autonoma. Poi c'è il tema dei senatori a vita, poiché la riforma modifica anche l'articolo 59 della Costituzione, prevedendo espressamente che il numero massimo non possa essere superiore a cinque. La riduzione dei parlamentari ha effetto dalla data del primo scioglimento o della prima cessazione delle Camere successiva alla data di entrata in vigore della legge costituzionale e, comunque, non prima che siano decorsi 60 giorni.
Infine, c'è da considerare l'accordo di maggioranza sul pacchetto di «correttivi», che prevede prima di tutto una nuova legge elettorale. Il testo, secondo l'accordo, dovrà essere presentato entro dicembre 2019, ma al momento non è stato ancora deciso su quale sistema convergere. Il Pd vuole una base proporzionale con un doppio turno con premio nazionale. Sempre entro dicembre dovranno essere presentate le modifiche per fare in modo che i presidenti di Regione siano presenti in Senato quando si discutono le leggi sull'autonomia differenziata e la sfiducia a Camere riunite. Entro ottobre invece dovranno essere avviate le riforme costituzionali per modificare la base territoriale di elezione del Senato, per rendere uniforme l'elettorato del Parlamento e per la diminuzione del numero di delegati regionali per l'elezione del capo dello Stato.
Maria Elena Capitanio
Questa legislatura è stata blindata ma nell’esecutivo si inizia a ballare
Il taglio del numero dei parlamentari allunga la vita della legislatura: sono molti i fattori «stabilizzanti» di questa legge costituzionale, il primo dei quali risiede nella massima andreottiana «meglio tirare a campare che tirare le cuoia», dove le cuoia sono quelle dei 345 parlamentari che, se si tornasse a votare dopo l'entrata in vigore della legge, non avrebbero più la possibilità di tornare a poggiare le onorevoli terga sulle vellutate poltrone di Camera e Senato. Detto brutalmente: l'ok a questa legge costituzionale o porterà all'immediata crisi di governo, e al conseguente scioglimento delle Camere, prima che il complesso iter venga completato, in modo tale da tornare al voto con l'attuale composizione del Parlamento, oppure una volta diventato effettivo il taglio sarà difficilissimo convincere gli attuali deputati e senatori ad andarsene a casa.
Dopo l'ok di ieri della Camera, l'iter prevede che bisognerà attendere i tre mesi previsti dalla Costituzione per dare modo di chiedere lo svolgimento del referendum confermativo; se si dovesse svolgere la consultazione popolare, l'entrata in vigore slitterebbe di alcuni mesi e sarebbe subordinata alla vittoria dei sì. Considerato che far sciogliere le Camere per evitare il taglio dei parlamentari sarebbe un suicidio politico e soprattutto elettorale per chi se ne dovesse assumere la responsabilità, possiamo affermare con una certa sicurezza che da oggi l'ipotesi di un ritorno a breve alle urne per elezioni politiche anticipate diventa, più che remota, utopistica.
Attenzione, però: il taglio dei parlamentari blinda la legislatura, ma non il governo. Giuseppe Conte ha poco da stare sereno, poiché la sua premiership è tutt'altro che salda, soprattutto ora che Matteo Renzi, con la sua acrobazia, ha rimesso in discussione gli assetti della politica italiana. Renzi ha messo Conte nel mirino, è evidente a tutti a cominciare dal premier col ciuffo, il cui umore, non a caso, è cambiato la sera in cui l'ex premier annunciò la scissione dal Pd. L'ex Rottamatore, ormai rottamato, ha il sogno (quasi) dichiarato di tornare a candidarsi alla presidenza del Consiglio, sfidando Matteo Salvini. Per attrezzarsi, però, ha bisogno di tempo: Italia viva, per ora, si barcamena nei sondaggi intorno al 5%. Ora che la paura di non essere mai più rieletti terrà i parlamentari ancora più saldamente inchiodati alle poltrone, i campioni della instabilità del governo potranno darsi alla pazza gioia: Renzi potrà mettere in croce Conte ogni santo giorno, ancora di più di quanto non faccia attualmente; Luigi Di Maio potrà tranquillamente litigare con lo stesso Renzi e col Pd; Andrea Orlando potrà insultare Renzi ed essere insultato da Luigi Marattin; Nicola Zingaretti potrà essere bersagliato da tutti e rispondere postando su Facebook, tutto contento, la foto di Beatrice Lorenzin che prende la tessera del Pd. Il governo giallorosso a guida Conte, oltretutto, è considerato, da chi muove le vere leve del potere internazionale, un esecutivo di transizione vero la famigerata «maggioranza Ursula», ovvero una coalizione composta da tutti i partiti italiani che hanno votato la von der Leyen come presidente della Commissione europea: M5s, Pd e Forza Italia, più qualche cespuglietto centrista. A capo di questo governone, ci sarebbe ovviamente Mario Draghi, e a quel punto c'è da scommettere che nessuno, tranne Matteo Salvini e Giorgia Meloni, si tirerebbe indietro, naturalmente per «senso di responsabilità» e per «l'interesse supremo del Paese». Ma perché questo scenario si concretizzi, ci vuole il tempo che ci vuole, almeno qualche mese, e dunque anche Matteo Renzi, in questo momento l'unica vera scheggia impazzita della politica italiana, dovrà seguire pedissequamente quanto gli viene «consigliato» da Parigi e Berlino: «Fai quello che ti pare, ma non mettere a repentaglio la legislatura, almeno fino alla elezione del prossimo presidente della Repubblica». Il successore di Sergio Mattarella, forse lo stesso Mattarella, verrà eletto nel 2022, e fino a quel momento nessuno potrà neanche immaginare di mettere a rischio l'attuale Parlamento, l'unico posto in Italia nel quale i sovranisti (Lega e Fdi) sono in netta minoranza.
Il taglio dei parlamentari contribuisce a scoraggiare qualunque ipotesi di ritorno anticipato alle urne, quindi, e in quest'ottica può addirittura rappresentare un'insidia in più per Conte, che non può più sperare di restare a galla per la paura dei parlamentari di ritornarsene a casa. Con la prospettiva di non essere mai più rieletti, possiamo essere certi che se cadesse l'attuale governo se ne formerebbe comunque un altro, uno qualunque, che troverebbe un'altra maggioranza, una qualunque, con un altro premier, e se Draghi non sarà disponibile andrà bene uno qualunque, uno che passa da quelle parti, praticamente uno come Conte.
Carlo Tarallo
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L'obiettivo bandiera dei 5 stelle diventa legge. I deputati scenderanno a 400, i senatori a 200. Disagio dei dem, costretti a smentire sé stessi: «Non è più una norma populista».Il risultato di Montecitorio allontana l'ipotesi del voto anticipato, ma innesca la resa dei conti nella maggioranza. A partire da Matteo Renzi, che ora può alzare il livello dello scontro con Giuseppe Conte.Lo speciale contiene due articoliIl taglio dei parlamentari è legge. Ieri pomeriggio la Camera ha approvato la riforma costituzionale targata M5s con una sorta di plebiscito: 553 sì, 14 no. Dagli attuali 945 parlamentari si passerà a 600. Una riduzione del 36,5% degli eletti complessivi, con il numero dei deputati che scende dagli attuali 630 ai futuri 400 totali, e dei senatori da 315 a 200. Con i 5 stelle hanno votato favorevolmente anche Pd (per il quale di colpo «non è più una legge populista», come aveva sempre sostenuto), Leu e Italia viva (nonostante nelle tre precedenti votazioni abbiano votato contro). Il via libera al provvedimento è arrivato con l'ok di Lega, Forza Italia e Fratelli d'Italia. La maggioranza, dunque, ha superato da sola la soglia dei 316 voti favorevoli, ovvero la richiesta maggioranza assoluta per far passare la riforma, con 326 sì. Tra gli assenti in missione (e quindi giustificati), e i non partecipanti al voto ma non in missione, più un'astensione (della dem Angela Schirò), i voti mancanti alla maggioranza sono stati in tutto 18: precisamente, 11 assenti «non giustificati» (2 di Iv, 5 di M5s, 3 del Pd e 1 di Leu), 6 in missione (5 di M5s, 1 di Leu) e appunto un'astensione. Il premier, Giuseppe Conte: «Per l'Italia è una giornata storica». Luigi Di Maio subito dopo il voto è sceso a festeggiare in piazza Montecitorio: «È un piccolo passo per la politica, ma un grande passo per il Paese». Soddisfazione da parte del ministro per i Rapporti con il Parlamento con delega alle Riforme, Federico D'Incà: «Veniamo da anni di disaffezione e scollamento dell'elettorato nei confronti delle istituzioni e dei meccanismi parlamentari», ha commentato fuori dall'Aula, spiegando che, a suo parere, «ci sarà un rafforzamento della rappresentanza» e che si ridarà ai cittadini «maggiore fiducia nella politica». Al coro dei contenti, dopo una retromarcia frettolosa rispetto alla posizione tenuta dal Pd durante il governo gialloblù, si è unito anche il segretario dem, Nicola Zingaretti, che, al limite del ridicolo, ha definito il taglio dei parlamentari «una riforma che il centrosinistra e il Pd portano avanti, in forme diverse, da 20 anni». E poi ha aggiunto: «Abbiamo ottenuto che si inserisca dentro un quadro di garanzie istituzionali e costituzionali che prima non c'erano», quasi come fosse una buona giustificazione al voltagabbana. «Ecco il motivo del nostro sì, rispetto al no che avevamo dato qualche mese fa». Il leader del Carroccio, Matteo Salvini: «A differenza del Pd e dei 5 stelle la Lega non tradisce e mantiene la parola». Secondo Massimo Ungaro, deputato di Italia viva eletto nella circoscrizione Estero, la riforma «umilia gli italiani all'estero». La sua promessa: «Aiuterò Giachetti (Iv, ndr) a raccogliere firme per il referendum costituzionale». L'entrata in vigore, infatti, non avverrà prima del gennaio 2020, in quanto bisognerà aspettare i tre mesi previsti dalla Costituzione per consentire, a chi lo ritiene necessario, di richiedere il referendum. Se si dovesse svolgere la consultazione popolare, l'entrata in vigore slitterebbe di diversi mesi e sarebbe comunque subordinata alla vittoria dei sì. Dopo questo step, serviranno circa due mesi per ridisegnare i collegi. L'effetto diretto della riforma per quanto riguarda la Camera, vedrà una riduzione anche del numero degli eletti all'estero: dagli attuali 12 a un massimo di 8. A seguito della modifica costituzionale cambierà anche il numero medio di abitanti per ciascun parlamentare eletto. Per la Camera il rapporto aumenta da 96.006 a 151.210. Al Senato il numero degli eletti all'estero passa da 6 a 4. Lì il numero medio di abitanti per ciascun senatore cresce, a sua volta, da 188.424 a 302.420. Al momento la nostra Carta fondamentale stabilisce che «nessuna Regione può avere un numero di senatori inferiore a sette; il Molise ne ha due; la Valle d'Aosta uno». La riforma individua un numero minimo di tre senatori per Regione o Provincia autonoma. Poi c'è il tema dei senatori a vita, poiché la riforma modifica anche l'articolo 59 della Costituzione, prevedendo espressamente che il numero massimo non possa essere superiore a cinque. La riduzione dei parlamentari ha effetto dalla data del primo scioglimento o della prima cessazione delle Camere successiva alla data di entrata in vigore della legge costituzionale e, comunque, non prima che siano decorsi 60 giorni. Infine, c'è da considerare l'accordo di maggioranza sul pacchetto di «correttivi», che prevede prima di tutto una nuova legge elettorale. Il testo, secondo l'accordo, dovrà essere presentato entro dicembre 2019, ma al momento non è stato ancora deciso su quale sistema convergere. Il Pd vuole una base proporzionale con un doppio turno con premio nazionale. Sempre entro dicembre dovranno essere presentate le modifiche per fare in modo che i presidenti di Regione siano presenti in Senato quando si discutono le leggi sull'autonomia differenziata e la sfiducia a Camere riunite. Entro ottobre invece dovranno essere avviate le riforme costituzionali per modificare la base territoriale di elezione del Senato, per rendere uniforme l'elettorato del Parlamento e per la diminuzione del numero di delegati regionali per l'elezione del capo dello Stato. Maria Elena Capitanio<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/plebiscito-alla-camera-per-il-taglio-dei-parlamentari-e-il-pd-si-copre-di-ridicolo-2640893119.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="questa-legislatura-e-stata-blindata-ma-nellesecutivo-si-inizia-a-ballare" data-post-id="2640893119" data-published-at="1775177829" data-use-pagination="False"> Questa legislatura è stata blindata ma nell’esecutivo si inizia a ballare Il taglio del numero dei parlamentari allunga la vita della legislatura: sono molti i fattori «stabilizzanti» di questa legge costituzionale, il primo dei quali risiede nella massima andreottiana «meglio tirare a campare che tirare le cuoia», dove le cuoia sono quelle dei 345 parlamentari che, se si tornasse a votare dopo l'entrata in vigore della legge, non avrebbero più la possibilità di tornare a poggiare le onorevoli terga sulle vellutate poltrone di Camera e Senato. Detto brutalmente: l'ok a questa legge costituzionale o porterà all'immediata crisi di governo, e al conseguente scioglimento delle Camere, prima che il complesso iter venga completato, in modo tale da tornare al voto con l'attuale composizione del Parlamento, oppure una volta diventato effettivo il taglio sarà difficilissimo convincere gli attuali deputati e senatori ad andarsene a casa. Dopo l'ok di ieri della Camera, l'iter prevede che bisognerà attendere i tre mesi previsti dalla Costituzione per dare modo di chiedere lo svolgimento del referendum confermativo; se si dovesse svolgere la consultazione popolare, l'entrata in vigore slitterebbe di alcuni mesi e sarebbe subordinata alla vittoria dei sì. Considerato che far sciogliere le Camere per evitare il taglio dei parlamentari sarebbe un suicidio politico e soprattutto elettorale per chi se ne dovesse assumere la responsabilità, possiamo affermare con una certa sicurezza che da oggi l'ipotesi di un ritorno a breve alle urne per elezioni politiche anticipate diventa, più che remota, utopistica. Attenzione, però: il taglio dei parlamentari blinda la legislatura, ma non il governo. Giuseppe Conte ha poco da stare sereno, poiché la sua premiership è tutt'altro che salda, soprattutto ora che Matteo Renzi, con la sua acrobazia, ha rimesso in discussione gli assetti della politica italiana. Renzi ha messo Conte nel mirino, è evidente a tutti a cominciare dal premier col ciuffo, il cui umore, non a caso, è cambiato la sera in cui l'ex premier annunciò la scissione dal Pd. L'ex Rottamatore, ormai rottamato, ha il sogno (quasi) dichiarato di tornare a candidarsi alla presidenza del Consiglio, sfidando Matteo Salvini. Per attrezzarsi, però, ha bisogno di tempo: Italia viva, per ora, si barcamena nei sondaggi intorno al 5%. Ora che la paura di non essere mai più rieletti terrà i parlamentari ancora più saldamente inchiodati alle poltrone, i campioni della instabilità del governo potranno darsi alla pazza gioia: Renzi potrà mettere in croce Conte ogni santo giorno, ancora di più di quanto non faccia attualmente; Luigi Di Maio potrà tranquillamente litigare con lo stesso Renzi e col Pd; Andrea Orlando potrà insultare Renzi ed essere insultato da Luigi Marattin; Nicola Zingaretti potrà essere bersagliato da tutti e rispondere postando su Facebook, tutto contento, la foto di Beatrice Lorenzin che prende la tessera del Pd. Il governo giallorosso a guida Conte, oltretutto, è considerato, da chi muove le vere leve del potere internazionale, un esecutivo di transizione vero la famigerata «maggioranza Ursula», ovvero una coalizione composta da tutti i partiti italiani che hanno votato la von der Leyen come presidente della Commissione europea: M5s, Pd e Forza Italia, più qualche cespuglietto centrista. A capo di questo governone, ci sarebbe ovviamente Mario Draghi, e a quel punto c'è da scommettere che nessuno, tranne Matteo Salvini e Giorgia Meloni, si tirerebbe indietro, naturalmente per «senso di responsabilità» e per «l'interesse supremo del Paese». Ma perché questo scenario si concretizzi, ci vuole il tempo che ci vuole, almeno qualche mese, e dunque anche Matteo Renzi, in questo momento l'unica vera scheggia impazzita della politica italiana, dovrà seguire pedissequamente quanto gli viene «consigliato» da Parigi e Berlino: «Fai quello che ti pare, ma non mettere a repentaglio la legislatura, almeno fino alla elezione del prossimo presidente della Repubblica». Il successore di Sergio Mattarella, forse lo stesso Mattarella, verrà eletto nel 2022, e fino a quel momento nessuno potrà neanche immaginare di mettere a rischio l'attuale Parlamento, l'unico posto in Italia nel quale i sovranisti (Lega e Fdi) sono in netta minoranza. Il taglio dei parlamentari contribuisce a scoraggiare qualunque ipotesi di ritorno anticipato alle urne, quindi, e in quest'ottica può addirittura rappresentare un'insidia in più per Conte, che non può più sperare di restare a galla per la paura dei parlamentari di ritornarsene a casa. Con la prospettiva di non essere mai più rieletti, possiamo essere certi che se cadesse l'attuale governo se ne formerebbe comunque un altro, uno qualunque, che troverebbe un'altra maggioranza, una qualunque, con un altro premier, e se Draghi non sarà disponibile andrà bene uno qualunque, uno che passa da quelle parti, praticamente uno come Conte. Carlo Tarallo
A finire sotto pressione sono stati i Gilt, i titoli di Stato britannici. «Sull’obbligazionario britannico avevamo visto segnali di stabilizzazione importanti, ma le tensioni internazionali hanno rimescolato le carte in modo brutale», spiega Salvatore Gaziano, responsabile delle strategie di investimento di SoldiExpert Scf. «Quello che doveva essere l’anno del grande allentamento monetario si è trasformato in un nuovo stress test sui rendimenti, con i tassi di interesse che hanno subito un’impennata vertiginosa, facendo scendere i prezzi delle obbligazioni».
Gli Etf sui governativi inglesi hanno accusato cali fra il -3,7% e il -4,5%, con punte di 7% sulle scadenze più lunghe. Il rendimento del decennale è tornato oltre il 5,1%, ai massimi dalla crisi del 2008.
A pesare non è solo il petrolio, ma la politica. Il governo laburista di Keir Starmer, nato con la promessa di riportare serietà a Westminster, si trova indebolito dalle ricadute dello scandalo Epstein. «L’instabilità politica è tornata a essere un fattore di rischio primario», osserva Gaziano. «I mercati reagiscono con estrema sensibilità quando percepiscono un vuoto di potere. Lo scandalo Epstein non è solo una questione di cronaca, ma un colpo alla stabilità di un governo già sotto pressione per la gestione economica».
La Borsa di Londra ha mostrato maggiore tenuta. «In un mondo incerto, i giganti dell’energia e delle materie prime, che abbondano a Londra, hanno agito parzialmente da paracadute», osserva Gaziano. Ma la spaccatura interna si allarga: se il Ftse 100 regge grazie alle multinazionali, il Ftse 250, più esposto all’economia domestica, soffre molto di più.
Il nodo, però, è anche strutturale. «il Regno Unito sconta una rigidità strutturale che l’Europa continentale ha in parte superato», spiega Salvatore Gaziano, «Mentre Germania e Francia hanno imparato a diversificare le scorte e gestire meglio i picchi dei prezzi energetici, l’Uk è rimasto prigioniero di un modello di fissazione dei prezzi che scarica immediatamente ogni aumento sulle bollette delle famiglie. Se a questo aggiungiamo mutui che corrono verso il 5%, capiamo perché la fiducia dei consumatori britannici sia oggi ai minimi termini, molto più che in Italia o in Spagna».
Fra i titoli spicca Legal & General, con dividendi elevati e il ruolo di «cassaforte». In negativo, invece, 3i Group, crollata del -19% in una sola seduta dopo i segnali di rallentamento della catena Action. «Quando le aspettative di crescita vengono deluse anche di poco, i multipli del private equity vengono ricalcolati con una rapidità brutale», conclude Gaziano.
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Maurizio Landini (Ansa)
Firme che giustificano, neanche a dirlo, il commento entusiasta del ministro Paolo Zangrillo, che ha parlato di «obiettivo raggiunto», e che hanno spinto il premier, parco di parole negli ultimi tempi, a intervenire via social per rivendicare il successo. «Il governo», ha evidenziato Giorgia Meloni, «continua a lavorare sull’aumento dei salari. Oggi la firma del rinnovo della parte economica del contratto collettivo nazionale del comparto Istruzione, per il triennio 2025-2027, che interessa oltre un milione di dipendenti. È il terzo rinnovo per il comparto Istruzione dall’inizio della legislatura: una cosa mai accaduta prima».
La Meloni ha ragione a rivendicare la firma anche perché si tratta di uno schiaffo alla gestione politica che Maurizio Landini ha impresso alla Cgil. Schiaffone ancora più sonoro, perché non arriva dall’esecutivo, cosa che di questi tempi non farebbe notizia, ma dalla stessa Cgil. Il segretario ha fatto del no a prescindere al rinnovo dei contratti della Pa una delle cifre distintiva del suo mandato. Istruzione, sanità, lavoratori dei ministeri o delle Regioni poco importa. Nell’ultima tornata c’è stata solo opposizione. Il leader che ormai partecipa come capopolo a tutte le battaglie politiche della sinistra (l’impiego di forze della Cgil sul No al referendum della giustizia è comparabile a quello del Pd) si è sempre opposto ai nuovi contratti, nonostante il governo avesse messo sul piatto circa 20 miliardi. Un cifra record, insufficiente per i desiderata di Landini. Motivo? Nel rinnovo precedente, 2022-2024, non veniva coperta l’inflazione monstre del periodo. Copertura impossibile, visto che parlavamo di un costo della vita schizzato del 17%. Insomma, aumenti del 7-8% non bastavano. E adesso? Cos’è cambiato? Perché la Cgil firma? La motivazione ufficiale è che in quest’ultima tranche, incrementi in busta paga da 135 euro per la parte economica 2025-27, l’inflazione verrebbe potenzialmente coperta, ma la realtà è tutt’altra. Entrando nel merito, va infatti ricordato che senza il contratto precedente, che è stato rinnovato senza l’avallo della Cgil, quest’ultimo rinnovo non ci sarebbe mai stato. E del resto Landini questa firma la subisce. Il segretario è costretto a fare buon viso a cattivo gioco rispetto ai mal di pancia di una categoria, quella della scuola (e non è la sola), che è stanca di seguire la linea politica del capo e capisce che continuando a dire sempre no gli iscritti fuggono.
C’è di più. Perché i rapporti tra Maurizio Landini e Gianna Fracassi, la segretaria generale della Flc (Federazione lavoratori della conoscenza), non sono idilliaci. La Fracassi era legata alla gestione precedente (con Susanna Camusso è diventata segretaria confederale con deleghe importantissime, comprese le politiche economiche) e si sussurra che ambisca a prendere il posto dell’ex Fiom, anche per depoliticizzare il sindacato.
Ma al di là della questione personale, la firma sul contratto della scuola squarcia il velo di ipocrisia che ormai da mesi nasconde le tensioni tra la gestione del segretario e una parte consistente del sindacato.
Perso il sostegno dei suoi, sembra che nelle scorse ore Landini abbia addirittura contattato un esponente molto importante del governo, particolarmente vicino a Palazzo Chigi, per chiedere margini su una riapertura del contratto in caso di inflazione galoppante causa guerra. Il senso del discorso sarebbe stato: «Alla fine noi firmiamo, ma se la situazione precipita qui si ricontratta tutto». Diplomatica, ma eloquente la risposta: guarda che quello che chiedi non si può fare.
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Ecco #DimmiLaVerità del 2 aprile 2026. Il capogruppo di Fdi in Commissione Sport, Alessandro Amorese, commenta il flop dell'Italia e chiede più libertà per le tifoserie.
Tutti a guardare il prezzo del petrolio, ma a Wall Street si è svegliato un guru come Bill Ackman: è bastato un suo post su X, nel quale diceva che le azioni erano sottovalutate, per far partire gli acquisti sulle Borse lunedì. Un trend che continua a durare, fino alla prossima scusa per vendere.