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2019-10-09
Plebiscito alla Camera per il taglio dei parlamentari. E il Pd si copre di ridicolo
Ansa
Il taglio dei parlamentari è legge. Ieri pomeriggio la Camera ha approvato la riforma costituzionale targata M5s con una sorta di plebiscito: 553 sì, 14 no. Dagli attuali 945 parlamentari si passerà a 600. Una riduzione del 36,5% degli eletti complessivi, con il numero dei deputati che scende dagli attuali 630 ai futuri 400 totali, e dei senatori da 315 a 200. Con i 5 stelle hanno votato favorevolmente anche Pd (per il quale di colpo «non è più una legge populista», come aveva sempre sostenuto), Leu e Italia viva (nonostante nelle tre precedenti votazioni abbiano votato contro).
Il via libera al provvedimento è arrivato con l'ok di Lega, Forza Italia e Fratelli d'Italia. La maggioranza, dunque, ha superato da sola la soglia dei 316 voti favorevoli, ovvero la richiesta maggioranza assoluta per far passare la riforma, con 326 sì. Tra gli assenti in missione (e quindi giustificati), e i non partecipanti al voto ma non in missione, più un'astensione (della dem Angela Schirò), i voti mancanti alla maggioranza sono stati in tutto 18: precisamente, 11 assenti «non giustificati» (2 di Iv, 5 di M5s, 3 del Pd e 1 di Leu), 6 in missione (5 di M5s, 1 di Leu) e appunto un'astensione.
Il premier, Giuseppe Conte: «Per l'Italia è una giornata storica». Luigi Di Maio subito dopo il voto è sceso a festeggiare in piazza Montecitorio: «È un piccolo passo per la politica, ma un grande passo per il Paese». Soddisfazione da parte del ministro per i Rapporti con il Parlamento con delega alle Riforme, Federico D'Incà: «Veniamo da anni di disaffezione e scollamento dell'elettorato nei confronti delle istituzioni e dei meccanismi parlamentari», ha commentato fuori dall'Aula, spiegando che, a suo parere, «ci sarà un rafforzamento della rappresentanza» e che si ridarà ai cittadini «maggiore fiducia nella politica». Al coro dei contenti, dopo una retromarcia frettolosa rispetto alla posizione tenuta dal Pd durante il governo gialloblù, si è unito anche il segretario dem, Nicola Zingaretti, che, al limite del ridicolo, ha definito il taglio dei parlamentari «una riforma che il centrosinistra e il Pd portano avanti, in forme diverse, da 20 anni». E poi ha aggiunto: «Abbiamo ottenuto che si inserisca dentro un quadro di garanzie istituzionali e costituzionali che prima non c'erano», quasi come fosse una buona giustificazione al voltagabbana. «Ecco il motivo del nostro sì, rispetto al no che avevamo dato qualche mese fa». Il leader del Carroccio, Matteo Salvini: «A differenza del Pd e dei 5 stelle la Lega non tradisce e mantiene la parola». Secondo Massimo Ungaro, deputato di Italia viva eletto nella circoscrizione Estero, la riforma «umilia gli italiani all'estero». La sua promessa: «Aiuterò Giachetti (Iv, ndr) a raccogliere firme per il referendum costituzionale». L'entrata in vigore, infatti, non avverrà prima del gennaio 2020, in quanto bisognerà aspettare i tre mesi previsti dalla Costituzione per consentire, a chi lo ritiene necessario, di richiedere il referendum. Se si dovesse svolgere la consultazione popolare, l'entrata in vigore slitterebbe di diversi mesi e sarebbe comunque subordinata alla vittoria dei sì. Dopo questo step, serviranno circa due mesi per ridisegnare i collegi. L'effetto diretto della riforma per quanto riguarda la Camera, vedrà una riduzione anche del numero degli eletti all'estero: dagli attuali 12 a un massimo di 8. A seguito della modifica costituzionale cambierà anche il numero medio di abitanti per ciascun parlamentare eletto. Per la Camera il rapporto aumenta da 96.006 a 151.210. Al Senato il numero degli eletti all'estero passa da 6 a 4. Lì il numero medio di abitanti per ciascun senatore cresce, a sua volta, da 188.424 a 302.420. Al momento la nostra Carta fondamentale stabilisce che «nessuna Regione può avere un numero di senatori inferiore a sette; il Molise ne ha due; la Valle d'Aosta uno». La riforma individua un numero minimo di tre senatori per Regione o Provincia autonoma. Poi c'è il tema dei senatori a vita, poiché la riforma modifica anche l'articolo 59 della Costituzione, prevedendo espressamente che il numero massimo non possa essere superiore a cinque. La riduzione dei parlamentari ha effetto dalla data del primo scioglimento o della prima cessazione delle Camere successiva alla data di entrata in vigore della legge costituzionale e, comunque, non prima che siano decorsi 60 giorni.
Infine, c'è da considerare l'accordo di maggioranza sul pacchetto di «correttivi», che prevede prima di tutto una nuova legge elettorale. Il testo, secondo l'accordo, dovrà essere presentato entro dicembre 2019, ma al momento non è stato ancora deciso su quale sistema convergere. Il Pd vuole una base proporzionale con un doppio turno con premio nazionale. Sempre entro dicembre dovranno essere presentate le modifiche per fare in modo che i presidenti di Regione siano presenti in Senato quando si discutono le leggi sull'autonomia differenziata e la sfiducia a Camere riunite. Entro ottobre invece dovranno essere avviate le riforme costituzionali per modificare la base territoriale di elezione del Senato, per rendere uniforme l'elettorato del Parlamento e per la diminuzione del numero di delegati regionali per l'elezione del capo dello Stato.
Maria Elena Capitanio
Questa legislatura è stata blindata ma nell’esecutivo si inizia a ballare
Il taglio del numero dei parlamentari allunga la vita della legislatura: sono molti i fattori «stabilizzanti» di questa legge costituzionale, il primo dei quali risiede nella massima andreottiana «meglio tirare a campare che tirare le cuoia», dove le cuoia sono quelle dei 345 parlamentari che, se si tornasse a votare dopo l'entrata in vigore della legge, non avrebbero più la possibilità di tornare a poggiare le onorevoli terga sulle vellutate poltrone di Camera e Senato. Detto brutalmente: l'ok a questa legge costituzionale o porterà all'immediata crisi di governo, e al conseguente scioglimento delle Camere, prima che il complesso iter venga completato, in modo tale da tornare al voto con l'attuale composizione del Parlamento, oppure una volta diventato effettivo il taglio sarà difficilissimo convincere gli attuali deputati e senatori ad andarsene a casa.
Dopo l'ok di ieri della Camera, l'iter prevede che bisognerà attendere i tre mesi previsti dalla Costituzione per dare modo di chiedere lo svolgimento del referendum confermativo; se si dovesse svolgere la consultazione popolare, l'entrata in vigore slitterebbe di alcuni mesi e sarebbe subordinata alla vittoria dei sì. Considerato che far sciogliere le Camere per evitare il taglio dei parlamentari sarebbe un suicidio politico e soprattutto elettorale per chi se ne dovesse assumere la responsabilità, possiamo affermare con una certa sicurezza che da oggi l'ipotesi di un ritorno a breve alle urne per elezioni politiche anticipate diventa, più che remota, utopistica.
Attenzione, però: il taglio dei parlamentari blinda la legislatura, ma non il governo. Giuseppe Conte ha poco da stare sereno, poiché la sua premiership è tutt'altro che salda, soprattutto ora che Matteo Renzi, con la sua acrobazia, ha rimesso in discussione gli assetti della politica italiana. Renzi ha messo Conte nel mirino, è evidente a tutti a cominciare dal premier col ciuffo, il cui umore, non a caso, è cambiato la sera in cui l'ex premier annunciò la scissione dal Pd. L'ex Rottamatore, ormai rottamato, ha il sogno (quasi) dichiarato di tornare a candidarsi alla presidenza del Consiglio, sfidando Matteo Salvini. Per attrezzarsi, però, ha bisogno di tempo: Italia viva, per ora, si barcamena nei sondaggi intorno al 5%. Ora che la paura di non essere mai più rieletti terrà i parlamentari ancora più saldamente inchiodati alle poltrone, i campioni della instabilità del governo potranno darsi alla pazza gioia: Renzi potrà mettere in croce Conte ogni santo giorno, ancora di più di quanto non faccia attualmente; Luigi Di Maio potrà tranquillamente litigare con lo stesso Renzi e col Pd; Andrea Orlando potrà insultare Renzi ed essere insultato da Luigi Marattin; Nicola Zingaretti potrà essere bersagliato da tutti e rispondere postando su Facebook, tutto contento, la foto di Beatrice Lorenzin che prende la tessera del Pd. Il governo giallorosso a guida Conte, oltretutto, è considerato, da chi muove le vere leve del potere internazionale, un esecutivo di transizione vero la famigerata «maggioranza Ursula», ovvero una coalizione composta da tutti i partiti italiani che hanno votato la von der Leyen come presidente della Commissione europea: M5s, Pd e Forza Italia, più qualche cespuglietto centrista. A capo di questo governone, ci sarebbe ovviamente Mario Draghi, e a quel punto c'è da scommettere che nessuno, tranne Matteo Salvini e Giorgia Meloni, si tirerebbe indietro, naturalmente per «senso di responsabilità» e per «l'interesse supremo del Paese». Ma perché questo scenario si concretizzi, ci vuole il tempo che ci vuole, almeno qualche mese, e dunque anche Matteo Renzi, in questo momento l'unica vera scheggia impazzita della politica italiana, dovrà seguire pedissequamente quanto gli viene «consigliato» da Parigi e Berlino: «Fai quello che ti pare, ma non mettere a repentaglio la legislatura, almeno fino alla elezione del prossimo presidente della Repubblica». Il successore di Sergio Mattarella, forse lo stesso Mattarella, verrà eletto nel 2022, e fino a quel momento nessuno potrà neanche immaginare di mettere a rischio l'attuale Parlamento, l'unico posto in Italia nel quale i sovranisti (Lega e Fdi) sono in netta minoranza.
Il taglio dei parlamentari contribuisce a scoraggiare qualunque ipotesi di ritorno anticipato alle urne, quindi, e in quest'ottica può addirittura rappresentare un'insidia in più per Conte, che non può più sperare di restare a galla per la paura dei parlamentari di ritornarsene a casa. Con la prospettiva di non essere mai più rieletti, possiamo essere certi che se cadesse l'attuale governo se ne formerebbe comunque un altro, uno qualunque, che troverebbe un'altra maggioranza, una qualunque, con un altro premier, e se Draghi non sarà disponibile andrà bene uno qualunque, uno che passa da quelle parti, praticamente uno come Conte.
Carlo Tarallo
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L'obiettivo bandiera dei 5 stelle diventa legge. I deputati scenderanno a 400, i senatori a 200. Disagio dei dem, costretti a smentire sé stessi: «Non è più una norma populista».Il risultato di Montecitorio allontana l'ipotesi del voto anticipato, ma innesca la resa dei conti nella maggioranza. A partire da Matteo Renzi, che ora può alzare il livello dello scontro con Giuseppe Conte.Lo speciale contiene due articoliIl taglio dei parlamentari è legge. Ieri pomeriggio la Camera ha approvato la riforma costituzionale targata M5s con una sorta di plebiscito: 553 sì, 14 no. Dagli attuali 945 parlamentari si passerà a 600. Una riduzione del 36,5% degli eletti complessivi, con il numero dei deputati che scende dagli attuali 630 ai futuri 400 totali, e dei senatori da 315 a 200. Con i 5 stelle hanno votato favorevolmente anche Pd (per il quale di colpo «non è più una legge populista», come aveva sempre sostenuto), Leu e Italia viva (nonostante nelle tre precedenti votazioni abbiano votato contro). Il via libera al provvedimento è arrivato con l'ok di Lega, Forza Italia e Fratelli d'Italia. La maggioranza, dunque, ha superato da sola la soglia dei 316 voti favorevoli, ovvero la richiesta maggioranza assoluta per far passare la riforma, con 326 sì. Tra gli assenti in missione (e quindi giustificati), e i non partecipanti al voto ma non in missione, più un'astensione (della dem Angela Schirò), i voti mancanti alla maggioranza sono stati in tutto 18: precisamente, 11 assenti «non giustificati» (2 di Iv, 5 di M5s, 3 del Pd e 1 di Leu), 6 in missione (5 di M5s, 1 di Leu) e appunto un'astensione. Il premier, Giuseppe Conte: «Per l'Italia è una giornata storica». Luigi Di Maio subito dopo il voto è sceso a festeggiare in piazza Montecitorio: «È un piccolo passo per la politica, ma un grande passo per il Paese». Soddisfazione da parte del ministro per i Rapporti con il Parlamento con delega alle Riforme, Federico D'Incà: «Veniamo da anni di disaffezione e scollamento dell'elettorato nei confronti delle istituzioni e dei meccanismi parlamentari», ha commentato fuori dall'Aula, spiegando che, a suo parere, «ci sarà un rafforzamento della rappresentanza» e che si ridarà ai cittadini «maggiore fiducia nella politica». Al coro dei contenti, dopo una retromarcia frettolosa rispetto alla posizione tenuta dal Pd durante il governo gialloblù, si è unito anche il segretario dem, Nicola Zingaretti, che, al limite del ridicolo, ha definito il taglio dei parlamentari «una riforma che il centrosinistra e il Pd portano avanti, in forme diverse, da 20 anni». E poi ha aggiunto: «Abbiamo ottenuto che si inserisca dentro un quadro di garanzie istituzionali e costituzionali che prima non c'erano», quasi come fosse una buona giustificazione al voltagabbana. «Ecco il motivo del nostro sì, rispetto al no che avevamo dato qualche mese fa». Il leader del Carroccio, Matteo Salvini: «A differenza del Pd e dei 5 stelle la Lega non tradisce e mantiene la parola». Secondo Massimo Ungaro, deputato di Italia viva eletto nella circoscrizione Estero, la riforma «umilia gli italiani all'estero». La sua promessa: «Aiuterò Giachetti (Iv, ndr) a raccogliere firme per il referendum costituzionale». L'entrata in vigore, infatti, non avverrà prima del gennaio 2020, in quanto bisognerà aspettare i tre mesi previsti dalla Costituzione per consentire, a chi lo ritiene necessario, di richiedere il referendum. Se si dovesse svolgere la consultazione popolare, l'entrata in vigore slitterebbe di diversi mesi e sarebbe comunque subordinata alla vittoria dei sì. Dopo questo step, serviranno circa due mesi per ridisegnare i collegi. L'effetto diretto della riforma per quanto riguarda la Camera, vedrà una riduzione anche del numero degli eletti all'estero: dagli attuali 12 a un massimo di 8. A seguito della modifica costituzionale cambierà anche il numero medio di abitanti per ciascun parlamentare eletto. Per la Camera il rapporto aumenta da 96.006 a 151.210. Al Senato il numero degli eletti all'estero passa da 6 a 4. Lì il numero medio di abitanti per ciascun senatore cresce, a sua volta, da 188.424 a 302.420. Al momento la nostra Carta fondamentale stabilisce che «nessuna Regione può avere un numero di senatori inferiore a sette; il Molise ne ha due; la Valle d'Aosta uno». La riforma individua un numero minimo di tre senatori per Regione o Provincia autonoma. Poi c'è il tema dei senatori a vita, poiché la riforma modifica anche l'articolo 59 della Costituzione, prevedendo espressamente che il numero massimo non possa essere superiore a cinque. La riduzione dei parlamentari ha effetto dalla data del primo scioglimento o della prima cessazione delle Camere successiva alla data di entrata in vigore della legge costituzionale e, comunque, non prima che siano decorsi 60 giorni. Infine, c'è da considerare l'accordo di maggioranza sul pacchetto di «correttivi», che prevede prima di tutto una nuova legge elettorale. Il testo, secondo l'accordo, dovrà essere presentato entro dicembre 2019, ma al momento non è stato ancora deciso su quale sistema convergere. Il Pd vuole una base proporzionale con un doppio turno con premio nazionale. Sempre entro dicembre dovranno essere presentate le modifiche per fare in modo che i presidenti di Regione siano presenti in Senato quando si discutono le leggi sull'autonomia differenziata e la sfiducia a Camere riunite. Entro ottobre invece dovranno essere avviate le riforme costituzionali per modificare la base territoriale di elezione del Senato, per rendere uniforme l'elettorato del Parlamento e per la diminuzione del numero di delegati regionali per l'elezione del capo dello Stato. Maria Elena Capitanio<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/plebiscito-alla-camera-per-il-taglio-dei-parlamentari-e-il-pd-si-copre-di-ridicolo-2640893119.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="questa-legislatura-e-stata-blindata-ma-nellesecutivo-si-inizia-a-ballare" data-post-id="2640893119" data-published-at="1780850117" data-use-pagination="False"> Questa legislatura è stata blindata ma nell’esecutivo si inizia a ballare Il taglio del numero dei parlamentari allunga la vita della legislatura: sono molti i fattori «stabilizzanti» di questa legge costituzionale, il primo dei quali risiede nella massima andreottiana «meglio tirare a campare che tirare le cuoia», dove le cuoia sono quelle dei 345 parlamentari che, se si tornasse a votare dopo l'entrata in vigore della legge, non avrebbero più la possibilità di tornare a poggiare le onorevoli terga sulle vellutate poltrone di Camera e Senato. Detto brutalmente: l'ok a questa legge costituzionale o porterà all'immediata crisi di governo, e al conseguente scioglimento delle Camere, prima che il complesso iter venga completato, in modo tale da tornare al voto con l'attuale composizione del Parlamento, oppure una volta diventato effettivo il taglio sarà difficilissimo convincere gli attuali deputati e senatori ad andarsene a casa. Dopo l'ok di ieri della Camera, l'iter prevede che bisognerà attendere i tre mesi previsti dalla Costituzione per dare modo di chiedere lo svolgimento del referendum confermativo; se si dovesse svolgere la consultazione popolare, l'entrata in vigore slitterebbe di alcuni mesi e sarebbe subordinata alla vittoria dei sì. Considerato che far sciogliere le Camere per evitare il taglio dei parlamentari sarebbe un suicidio politico e soprattutto elettorale per chi se ne dovesse assumere la responsabilità, possiamo affermare con una certa sicurezza che da oggi l'ipotesi di un ritorno a breve alle urne per elezioni politiche anticipate diventa, più che remota, utopistica. Attenzione, però: il taglio dei parlamentari blinda la legislatura, ma non il governo. Giuseppe Conte ha poco da stare sereno, poiché la sua premiership è tutt'altro che salda, soprattutto ora che Matteo Renzi, con la sua acrobazia, ha rimesso in discussione gli assetti della politica italiana. Renzi ha messo Conte nel mirino, è evidente a tutti a cominciare dal premier col ciuffo, il cui umore, non a caso, è cambiato la sera in cui l'ex premier annunciò la scissione dal Pd. L'ex Rottamatore, ormai rottamato, ha il sogno (quasi) dichiarato di tornare a candidarsi alla presidenza del Consiglio, sfidando Matteo Salvini. Per attrezzarsi, però, ha bisogno di tempo: Italia viva, per ora, si barcamena nei sondaggi intorno al 5%. Ora che la paura di non essere mai più rieletti terrà i parlamentari ancora più saldamente inchiodati alle poltrone, i campioni della instabilità del governo potranno darsi alla pazza gioia: Renzi potrà mettere in croce Conte ogni santo giorno, ancora di più di quanto non faccia attualmente; Luigi Di Maio potrà tranquillamente litigare con lo stesso Renzi e col Pd; Andrea Orlando potrà insultare Renzi ed essere insultato da Luigi Marattin; Nicola Zingaretti potrà essere bersagliato da tutti e rispondere postando su Facebook, tutto contento, la foto di Beatrice Lorenzin che prende la tessera del Pd. Il governo giallorosso a guida Conte, oltretutto, è considerato, da chi muove le vere leve del potere internazionale, un esecutivo di transizione vero la famigerata «maggioranza Ursula», ovvero una coalizione composta da tutti i partiti italiani che hanno votato la von der Leyen come presidente della Commissione europea: M5s, Pd e Forza Italia, più qualche cespuglietto centrista. A capo di questo governone, ci sarebbe ovviamente Mario Draghi, e a quel punto c'è da scommettere che nessuno, tranne Matteo Salvini e Giorgia Meloni, si tirerebbe indietro, naturalmente per «senso di responsabilità» e per «l'interesse supremo del Paese». Ma perché questo scenario si concretizzi, ci vuole il tempo che ci vuole, almeno qualche mese, e dunque anche Matteo Renzi, in questo momento l'unica vera scheggia impazzita della politica italiana, dovrà seguire pedissequamente quanto gli viene «consigliato» da Parigi e Berlino: «Fai quello che ti pare, ma non mettere a repentaglio la legislatura, almeno fino alla elezione del prossimo presidente della Repubblica». Il successore di Sergio Mattarella, forse lo stesso Mattarella, verrà eletto nel 2022, e fino a quel momento nessuno potrà neanche immaginare di mettere a rischio l'attuale Parlamento, l'unico posto in Italia nel quale i sovranisti (Lega e Fdi) sono in netta minoranza. Il taglio dei parlamentari contribuisce a scoraggiare qualunque ipotesi di ritorno anticipato alle urne, quindi, e in quest'ottica può addirittura rappresentare un'insidia in più per Conte, che non può più sperare di restare a galla per la paura dei parlamentari di ritornarsene a casa. Con la prospettiva di non essere mai più rieletti, possiamo essere certi che se cadesse l'attuale governo se ne formerebbe comunque un altro, uno qualunque, che troverebbe un'altra maggioranza, una qualunque, con un altro premier, e se Draghi non sarà disponibile andrà bene uno qualunque, uno che passa da quelle parti, praticamente uno come Conte. Carlo Tarallo
Imagoeconomica
Parlava di «furia ideologica e iconoclasta», di un «Sud condannato alla marginalità», di una norma bandiera smantellata per pura ostilità ideologica. «Stanno cancellando tutto», accusava, rivendicando il Piano 2030 come un’architettura coerente per il Mezzogiorno produttivo.
A distanza di quasi due anni, la Banca d’Italia ha pubblicato uno studio che vale più di mille dichiarazioni. Si intitola The effects of a large place-based reduction of social security employers’ contributions: the case of Decontribuzione Sud ed è firmato da cinque ricercatori dell’istituto. La conclusione è sobria e impietosa: la decontribuzione non ha creato occupazione. Non ha aumentato i salari. Non ha stimolato gli investimenti. Ha migliorato la liquidità delle imprese - cioè ha messo soldi in tasca agli imprenditori - ma non ha trasformato il tessuto produttivo del Sud.
Il cuore della polemica di Provenzano era questo: senza lo sgravio del 30% sui contributi sociali, le aziende meridionali avrebbero ridotto le assunzioni. La decontribuzione era presentata come lo strumento per «massimizzare l’impatto degli investimenti» e costruire un «Sud produttivo». I ricercatori di Bankitalia hanno analizzato l’effetto della misura su circa 140.000 piccole e medie imprese, usando un disegno a discontinuità geografica che confronta le imprese situate ai due lati del confine amministrativo Nord-Sud, per isolare l’effetto della policy dal boom edilizio post-pandemia e dalle assunzioni nel pubblico impiego. Il risultato è netto: effetto sull’occupazione pari a zero. Effetto sui salari medi: zero. Effetto sugli investimenti: anch’esso statisticamente indistinguibile da zero.
Lo sgravio ha ridotto i costi del lavoro di circa il 4,2% - in linea con le attese - e ha migliorato la redditività delle imprese. Ma quei margini in più non sono stati reinvestiti in macchinari, stabilimenti o nuovi dipendenti. Sono stati accumulati come riserva di cassa. Le imprese, di fronte a una misura rinnovata di sei mesi in sei mesi dalla Commissione europea nell’ambito dei cosiddetti Temporary Frameworks, hanno razionalmente scelto di non scommettere su di essa per pianificare il futuro. Hanno incassato, non investito.
L’aspetto più scomodo per chi ha gestito quella politica è che la decontribuzione è nata, come ricordava Provenzano, grazie alla trattativa con l’allora commissario Nicolas Schmit. Ma è nata con un difetto originale: il suo inquadramento come aiuto di Stato temporaneo l’ha condannata a una vita precaria, scandita da rinnovi annuali. Le imprese lo sapevano, e lo studio lo certifica: è stata proprio l’instabilità del quadro regolatorio - non la sua assenza - a vanificare gli effetti potenziali sulla crescita. Un incentivo che può sparire da un momento all’altro non può essere la base di una decisione di investimento pluriennale.
C’è un altro dato illuminante. Nonostante la generosità della misura - 41,7 miliardi stanziati su undici anni - la percentuale di lavoratori che ne ha effettivamente beneficiato si è fermata intorno al 60% degli aventi diritto. Il motivo principale non è la burocrazia generica: è la non conformità contributiva. Circa il 23% delle imprese del Sud, secondo i dati Inps citati nello studio, non è in regola con i contributi e non può quindi accedere alla misura. Il sommerso, il lavoro irregolare, l’economia informale hanno eroso dall’interno l’efficacia di uno strumento costruito per aziende che già funzionano secondo le regole.
Questo non è un fallimento della decontribuzione in sé: è la prova che interventi di fiscalità di vantaggio orizzontali - validi per tutti i datori di lavoro del Sud indipendentemente dal settore o dal progetto imprenditoriale - non riescono a raggiungere proprio quella parte del tessuto economico che ne avrebbe più bisogno, perché quella parte vive ai margini della legalità contributiva.
Insomma, la decontribuzione era, nelle parole di Provenzano, «un tassello della strategia in quattro pilastri». Ma lo studio di Bankitalia dimostra che quel tassello, nella sua applicazione concreta, non ha spostato di un millimetro gli indicatori che davvero contano per lo sviluppo: occupazione, salari, investimenti produttivi. Ha aumentato i profitti delle imprese già sane, ha lasciato fuori le micro-imprese irregolari, ha generato zero posti di lavoro aggiuntivi misurabili. Le Pmi beneficiarie hanno usato i risparmi per rafforzare la propria solidità finanziaria - scelta razionale, ma lontanissima dagli obiettivi prefissati.
Ah, per non dimenticare: da quando è stato mandato in soffitta il piano Provenzano gli occupati al Sud sono da record. Questo perché gli incentivi sono andati agli investimenti, non nelle tasche di qualcuno.
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Michele De Pascale (Imagoeconomica)
E se a farlo è, in autonomia, una delle Regioni traino del sistema economico del Paese, il caos è garantito e gli effetti collaterali imponderabili.
Eppure, deciso a sperimentare posizioni solipsiste anche a costo di farne pagare le conseguenze alle imprese del territorio, il presidente dell’Emilia Romagna, Michele De Pascale, ha deciso da un lato di fermare i cantieri nelle ore più calde ancor prima che arrivi il solstizio d’estate, dall’altro di assecondare l’assessore regionale alla Scuola, Isabella Conti, che vuole far tornare i ragazzi in classe già il 31 agosto senza aver tuttavia immaginato chi - esattamente - si occuperà di loro nei giorni aggiuntivi al calendario scolastico.
Così, in poche settimane, la placida regione rossa si è scoperta in rivolta contro le scelte di un governatore che - a contrario del suo predecessore - sembra aver molto chiara la traiettoria politica da seguire e forse un po’ meno i delicati equilibri economico-amministrativi che sorreggono - da sempre - il «sistema Emilia».
Ma andiamo con ordine: una settimana fa, al sopraggiungere dei primi caldi, la Cgil aveva lanciato uno dei suoi guanti di sfida - di quelli che servono per misurare il polso ai governatori - e aveva chiesto formalmente a De Pascale - e anche ad altri presidenti di Regione - di anticipare a subito l’intervento del blocco dei cantieri nelle ore centrali della giornata (lo stesso che l’anno scorso era entrato in vigore durante le ondate di calore).
De Pascale è stato tra i primi a rispondere «presente» e ha emanato il diktat con effetto immediato e con una solerzia che non è piaciuta per nulla alle realtà produttive chiamate a rispettare impegni e scadenze.
«Un’ordinanza non necessaria che rischia di produrre effetti pesanti», l’hanno definita le 14 associazioni di categoria del Tavolo regionale dell’imprenditoria - che riunisce tra gli altri Cia, Confagricoltura, Cna, Legacoop e Confcooperative - a cui si è unita anche Confindustria Emilia-Romagna, che non fa parte del tavolo ma ha sottoscritto la missiva.
L’ordinanza prevede il «divieto di lavoro in condizioni di esposizione prolungata al sole, dalle 12.30 alle 16, nei settori agricolo e florovivaistico, nei cantieri edili e affini, nonché nei piazzali della logistica» e la sua applicazione si basa sulle previsioni della piattaforma sperimentale «Worklimate» frutto di un progetto avviato dal Consiglio Nazionale delle Ricerche (Cnr) e dall’Istituto per la BioEconomia (Ibe) che mettendo insieme una serie di previsioni meteo segnala le giornate da «bollino rosso» per i lavoratori. In quei giorni le imprese emiliano romagnole - a causa dell’ordinanza - saranno costrette a fermare i cantieri nelle ore più calde. «Il provvedimento è stato adottato con una fretta non necessaria e senza un reale recepimento delle osservazioni che le rappresentanze dell’impresa avevano avanzato», scrivono nella lettera le associazioni datoriali.
L’ordinanza inoltre, proprio per la sua natura regionale, «rischia di produrre interpretazioni disomogenee, ritardi operativi e ulteriori difficoltà», senza che «nel prossimo periodo siano previste temperature estreme».
Nel frattempo anche l’assessore Conti ci ha messo del suo per complicare la vita di chi, alle idee (illuminate o meno) dei politici deve poi dare gambe concrete. Noncurante degli avvertimenti e delle rimostranze, l’assessore ha lancia l’iniziativa «Scuole Aperte», un progetto sperimentale che porterà all’apertura delle scuole primarie dal 31 agosto in 42 Comuni dell’Emilia-Romagna. La «testardaggine» nell’applicazione, forse ancor più dell’idea in sé non è piaciuta a molti e ora a far presente con forza le conseguenze negative del progetto ci sono non solo i balneari (che temono di perdere clienti in un periodo ancora vivace a livello turistico) ma anche i presidi delle scuole - molto critici sui tempi - e la stessa Anci Emilia-Romagna che ha inviato una lettera all’assessora piuttosto critica.
A segnalarlo è il sito dedicato al settore Orizzintescuola.it che riporta il parere di diversi dirigenti scolastici secondo cui nel periodo previsto dalla Conti per le attività «il personale docente è impegnato nella preparazione del nuovo anno scolastico», il personale Ata è «assorbito dalle esigenze organizzative ordinarie» e la soluzione prospettata di «affidare le attività a educatori, operatori interni o soggetti del terzo settore richiede una pianificazione ancora tutta da definire».
De Pascale e Conti, però, nel tipico stile degli amministratori Pd, tirano dritto: «Capisco le preoccupazioni delle aziende, ma la salute viene prima di tutto», ha risposto il governatore a chi gli chiedeva di ripensare ai suoi propositi. «Sappiamo che è uno sforzo non banale, ma siamo convinti che ci siano le condizioni per riuscirci», gli ha fatto eco l’assessore alla Scuola.
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Silvia Salis (Ansa)
L’ex atleta olimpica e i suoi hanno incolpato il governo centrale e i giornali locali, dopo essersi premurati di scrivere che il cittadino africano «era regolarmente presente sul territorio nazionale», hanno dato ampio spazio alla senatrice e coordinatrice nazionale di Italia viva Raffaella Paita che, riprendendo uno scoop della Verità, ha chiesto, con un’interrogazione, spiegazioni proprio a Piantedosi sulla presenza in città dell’assassino con il permesso scaduto: «La coalizione di centrodestra non può scaricare la responsabilità sul Comune. Anzi sono io che interrogo il ministro Piantedosi, perché voglio sapere come mai questo soggetto si trovasse ancora a Genova visto che era stato fermato da polizia e carabinieri». Peccato che il capo del Viminale, come riportato dal nostro giornale, abbia già preso provvedimenti e ordinato un’ispezione.
Verifica che prenderà avvio nelle prossime ore. Sarà un modo per comprendere come sia stato possibile che Camara, dopo essere stato controllato dagli agenti in svariate occasioni, non sia stato trattenuto in un Centro di permanenza per il rimpatrio, nonostante i numerosi precedenti e il permesso di soggiorno scaduto. La linea di Piantedosi è quella di fermare i migranti irregolari pericolosi e di procedere sempre, previa convalida del giudice, con il trattenimento. Una strategia perseguita anche con il cosiddetto programma Oscar, avviato nel 2024. Perché, allora, non è stato applicato nel caso di Camara? L’ispezione, chiesta da Piantedosi in accordo con il capo della polizia Vittorio Pisani, consentirà di appurarlo. L’iniziativa rappresenta anche un indiretto promemoria a tutte le questure affinché non si ripeta più un caso come quello di Camara. Ma l’imminente verifica ha fatto perdere le staffe a un’altra esponente di Italia viva come la Paita e la stessa Salis (che seppur non iscritta è considerata un’«invenzione» di Matteo Renzi), ovvero l’assessora a Polizia locale e Sicurezza urbana Arianna Viscogliosi, già in giunta con il centrodestra. L’esponente della giunta, dopo che abbiamo dato la notizia dell’ispezione, è sbottata in Consiglio comunale: «Ma cosa fa il governo? Piantedosi ci manda gli ispettori per controllare chi? Sé stesso? Per controllare l’attività del Questore e della polizia di Stato? Siamo al paradosso… non lo sa lui come vengono gestite queste cose?».
Intanto la giunta, mentre nelle vie cittadine imperversano bande di maranza, spacciatori e rapinatori, si dà priorità surreali. La polizia municipale, da mesi, dà la caccia a chi deposita i rifiuti nel cassonetto sbagliato, ai cittadini che lasciano il finestrino dell’auto abbassato (una sorta di istigazione a delinquere punita dal Codice della strada) e ai padroni che portano in giro i cani senza la bottiglietta dell’acqua per diluire la pipì degli amici a quattro zampe. Sanzioni che ci si può aspettare a Lugano o a Singapore, non a Genova dove, a partire dai caruggi della città vecchia, strade e marciapiedi sono insudiciati dalle deiezioni dei cani e da rifiuti di ogni genere (ben lontani dai cassonetti monitorati con solerzia dai vigili). Non siamo in Svizzera, ma neppure in Veneto o in Trentino Alto Adige. Genova, seppur bellissima, è una città sempre più sgarrupata, anche perché a governarla è una prima cittadina troppo impegnata a farsi intervistare da rotocalchi patinati o a partecipare a eventi in giro per l’Italia. Il suo obiettivo è ottenere un’investitura come anti Meloni da tutto il campo largo. Ma la sua prima esperienza politica, da sindaca di Genova, lascia alquanto a desiderare e così per la conferenza stampa del primo compleanno della sua giunta ha stabilito regole di ingaggio che neanche a Pyongyang, in Corea del Nord. Con la benedizione della sezione locale dell’Ordine dei giornalisti.
L’11 giugno, dalle 10 alle 13, nel salone di rappresentanza di Palazzo Tursi, si autocelebreranno la sindaca, gli assessori e i consiglieri delegati. Nel comunicato inviato ai cronisti si legge: «Come concordato con l’Ordine dei giornalisti della Liguria (sic, ndr), ciascuna testata potrà rivolgere un massimo di due domande su tematiche che riguardano l’amministrazione della città». Nel documento i giornalisti vengono pregati di accreditarsi a uno specifico link, «indicando le tematiche su cui rivolgeranno le domande, entro lunedì 8 alle 18». Insomma, pochi quesiti e dichiarati prima, come in dogana. La sindaca, evidentemente, ha bisogno di farsi preparare le risposte per tempo, come un’Ambra Angiolini qualsiasi. Ma non a tutti è piaciuta l’idea della conferenza stampa preconfezionata e così il Comune ha provato, ieri, a fare una repentina marcia indietro, affidandosi questa volta a un dispaccio dell’organo di rappresentanza dei cronisti: «L’Ordine dei giornalisti della Liguria evidenzia che tutti i colleghi sono liberi di porre domande su temi e questioni che ogni collega ritiene più opportuno e che la richiesta (per chi lo vorrà) di anticipare gli argomenti (e non le domande) è stata fatta dal Comune soltanto per agevolare lo svolgimento della conferenza stampa, sia nei tempi che nella completezza delle risposte che verranno fornite ai cronisti presenti» è stato precisato ieri.
Siamo certi che i quesiti meno graditi saranno quelli riguardanti la sicurezza in città, dopo l’uccisione di Signor, avvenuta il 30 maggio scorso. Anche perché la giunta, come detto, sembra più preoccupata di punire i cittadini che non usano bene i cassonetti dell’immondizia che non di ripulire i parchi cittadini dai balordi. Già a inizio anno, i giornali avevano dato la notizia di cinque maxi multe da 1.000 euro. La già citata «assessora» Viscogliosi si è sperticata in elogi: «Ringrazio gli agenti per la dedizione con la quale, al termine di indagini molto elaborate, sono riusciti a rintracciare i responsabili. Ma il “boom” di sanzioni per comportamenti scorretti legati ai rifiuti è merito anche della cittadinanza che sempre più spesso, attraverso segnalazioni mirate al numero unico 112, ci aiuta a tutelare il decoro urbano e a ripristinare la legalità».
Il predecessore della Viscogliosi, Antonino Gambino, ex esponente di Fdi, commenta: «In questo primo anno di amministrazione Salis le priorità della polizia locale non sono più state il presidio del territorio e il contrasto ai reati predatori, ma l’incremento delle sanzioni, in particolare quelle per abbandono rifiuti ed errato conferimento nei cassonetti, scaricando, per calcolo propagandistico, tutta la responsabilità per l’incremento del degrado e dell’insicurezza su questore e prefetto, in quanto rappresentanti del governo. Le tanto decantate politiche sociali sono ferme al palo e non stanno dando nessun frutto tangibile. L’unico risultato, ormai sotto gli occhi di tutti, è un aumento esponenziale dei senzatetto per strada e dello spaccio e del consumo di droga alla luce del sole». La capogruppo della Lega in Consiglio comunale, Paola Bordilli, ricorda un’altra mossa della maggioranza: «Due giorni dopo l’omicidio di Villetta Di Negro, ha annunciato in pompa magna i controlli sulla pipì dei cani, come se quella dovesse essere la priorità della polizia municipale». Il decoro urbano come prima voce del programma, mentre bande di giovani stranieri terrorizzano la cittadinanza quasi nell’indifferenza generale e la gente viene ammazzata per strada. «Siamo in piena emergenza, come dimostra il tragico omicidio di Signor», continua Bordilli. «A Genova il livello di sicurezza si è pericolosamente abbassato: lo gridano cittadini e commercianti esasperati, ma il sindaco non ascolta, distratta come è dalle sue ambizioni nazionali».
Un esempio chiaro della confusione che regna sotto la Lanterna è offerto dalla vicenda della darsena genovese, tra il Museo del mare e l’Acquario. Qui attraccano i pescherecci, ma soprattutto spacciano i pusher. Tanto che spesso si trovano pacchetti di droga nelle reti dei pescatori. Per mesi la Lega ha proposto di portare avanti i piani di bonifica già avviati dalla giunta di centrodestra. Di fronte all’evasività della giunta il consigliere del Carroccio, Alessio Bevilacqua, ha chiesto alla commissione preposta di fare un sopralluogo serale per verificare la situazione. Ma il presidente del Consiglio comunale, il dem Claudio Villa, ha fatto sapere di non poter accogliere la richiesta «per la necessità di assicurare condizioni di sicurezza adeguate per tutti i partecipanti». Insomma, neppure una delegazione di politici e tecnici, magari scortata dalla polizia municipale, ha la garanzia di non correre pericoli nel centro di Genova in orario serale. Una notizia che non farà piacere ai genovesi che amano passeggiare verso il tramonto nella zona del Porto antico.
Alla fine, minacciando un consiglio comunale monotematico, la Lega ha ottenuto per venerdì prossimo almeno un sopralluogo diurno. Il bilancio della Bordilli su un anno di giunta della Salis è desolante: «Siamo di fronte al nulla, perché come sindaco non è pervenuta. Per dodici mesi abbiamo visto solo la campagna elettorale di un’aspirante candidata premier. Un anno fatto di reel, immobilismo e narrazioni distorte della realtà, lontane dai bisogni reali dei cittadini. Quando c’è stato l’omicidio di Villetta Di Negro, come capita spesso, era fuori città e ha liquidato la tragedia con il solito scaricabarile, dopo il lancio del martello, la sua nuova e inaccettabile specialità. Forse è il caso di ricordarle che il dramma è avvenuto in un parco pubblico comunale, uno di quei giardini che la giunta ha blindato in vista dell’arrivo degli Alpini, trattati come Unni. Mentre gli sbandati vengono lasciati liberi di dormirci e spacciare. Genova merita un vero amministratore, non una passante». Per questo, giovedì, urgono domande vere per la sindaca. Ma difficilmente se ne sentiranno. E, se ci saranno, ne siamo certi, mancheranno le risposte.
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