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2022-12-22
Più ci si vaccina e più ci si contagia. L’Iss fischietta, all’estero indagano
Che l’incidenza delle infezioni da Covid tenda ad aumentare di pari passo con il numero di dosi ricevute è, ormai, stranoto. L’ultimo bollettino dell’Iss è cristallino: solo nella fascia 60-79 anni i contagi sono più frequenti tra chi si è fermato alla seconda punturina. Tra 12 e 39 anni e tra 40 e 59, i più esposti alla trasmissione del virus sono i tridosati; tra gli over 80, chi s’è sottoposto al primo booster viene colpito dal Sars-Cov-2 più spesso di chi lo ha rifiutato. La quarta dose da meno 120 giorni conferisce una protezione aggiuntiva, ma trascorsi quattro mesi, il tasso d’infezione schizza di nuovo.
Evidenze analoghe sono state riscontrate negli Usa. Con una differenza sostanziale, che riguarda l’atteggiamento degli scienziati. Da noi, l’ente guidato da Silvio Brusaferro sta ignorando il fenomeno. Fino a un mesetto fa, giustificava la bizzarria alludendo a una «sottonotifica delle diagnosi nella popolazione non vaccinata e vaccinata da oltre 120 giorni», senza chiarire perché chi è meno al passo con i richiami, o ha respinto la profilassi, sarebbe meno propenso degli «obbedienti» a denunciare la propria positività. Nelle settimane successive, dai report di Epicentro, è sparita anche questa criptica didascalia.
Al contrario, sull’altra sponda dell’Atlantico, i ricercatori sono sorpresi dal constatare che più ci si vaccina, più ci si contagia. E s’interrogano. Gli autori di un preprint, appena pubblicato online, definiscono la suddetta correlazione «inattesa». Ingenui: credono che il concetto di vaccino implichi il blocco della diffusione della malattia…
I cinque studiosi hanno misurato la (modesta: 30%) efficacia del nuovo bivalente contro Omicron, monitorando, fino al 12 dicembre, oltre 50.000 impiegati del Cleveland clinic, un centro medico universitario che sorge nell’omonima città dell’Ohio. Il gruppo è rimasto colpito, poiché «maggiore è il numero di dosi vaccino precedentemente ricevute, maggiore è il rischio» di contrarre il Covid. I cinque vanno in cerca di una spiegazione: «Quella semplicistica può essere che coloro che hanno ricevuto più dosi avevano più probabilità di essere individui a maggior rischio». Un’ipotesi sensata: è logico che i fragili e gli anziani mostrino più premura di porgere il braccio per schermarsi dal coronavirus. La teoria, tuttavia, non regge: «La maggior parte dei soggetti di questi studio», scrivono i ricercatori, era in genere composta di «giovani e tutti erano candidati ad aver ricevuto almeno tre dosi».
Chi era rimasto senza booster, quindi, aveva deciso di «non seguire le raccomandazioni dei Cdc» e poteva essere il tipo di persona più incline ad assumere comportamenti che moltiplicavano le sue chance di esporsi al virus.
Invece, sorpresa: «Il rischio di contrarre il Covid-19 era inferiore rispetto a quello di chi aveva ricevuto un maggior numero di precedenti dosi di vaccino».
Anche altri studi - e una sfilza di bollettini Iss, appunto - confermano il trend. Il problema è sempre il solito: ciò che in Italia passa inosservato, o si maschera arrampicandosi sugli specchi, all’estero lo prendono piuttosto sul serio.
Il team di Cleveland aveva riscontrato persino che, dopo la guarigione, la somministrazione di due o tre shot del farmaco a mRna «era associata con un maggior rischio di reinfezione rispetto alla somministrazione di una dose singola».
Un altro recente preprint, stavolta basato su rilevazioni condotte in Qatar fino a metà settembre, arrivava a conclusioni altrettanto eloquenti: «Una storia di vaccinazione primaria», cioè le due dosi che ci erano state propinate all’inizio della campagna di inoculazioni, «ha accresciuto la protezione immunitaria contro la reinfezione da Omicron». Al contrario, «una storia di vaccinazione booster ha compromesso» - sottolineiamo, compromesso - «la protezione contro» un secondo contagio da variante sudafricana. Saremmo dinanzi a una sorta di interferenza con l’immunità naturale? Oppure è tutta una coincidenza? Un’illusione, figlia di distorsioni che sfuggono ai metodi statistici?
Poniamo che le cose stiano davvero come sembrano: più ti fai punzecchiare, più ti contagi - e ti ricontagi. Non occorre essere immunologi per farsi cogliere dal sospetto che siano proprio le iniezioni a innescare un meccanismo paradossale: in ogni fascia di età, i vaccinati a vario titolo sono più protetti da ricoveri e morte, rispetto ai non vaccinati. Eppure, i loro anticorpi, così efficaci nel contrastare le forme gravi di Covid, paiono perdere la capacità di limitare le infezioni, man mano che si va avanti con i booster.
È una fesseria? Può darsi. Ma se domandare è lecito, in situazioni simili, rispondere è un dovere. Tanto più che, a tirare in ballo questa idea, non siamo noi profani. È un luminare dalle credenziali accademiche inattaccabili: Mariano Bizzarri. Cinque giorni fa, il prof della Sapienza, sulla Verità, annotava: «Il continuo richiamo vaccinale ha verosimilmente compromesso in tanti casi il sistema immunitario», insieme alle «misure di protezione fisica (lockdown e mascherina)». Se fosse così, qualcuno dovrebbe chiedere scusa. O, almeno, qualificare gli appelli alla quarta dose: per una vastissima fetta di popolazione, la giostra delle inoculazioni potrebbe essere diventata addirittura controproducente.
È complottismo? Suvvia. È più negazionista chi chiede spiegazioni, o chi prova a nascondere sotto al tappeto la polvere di vaccino?
Multe, se ricevute si rischia la mora
Mentre si attende che anche la Camera, entro il prossimo 29 dicembre, dia il via libero al congelamento delle multe per gli over 50 non vaccinati, le cartelle esattoriali continuano ad arrivare ai cittadini che al 15 giugno 2022 non erano in regola con il ciclo anti Covid.
Tra i destinatari di questo iniquo balzello, fortissimamente voluto dall’ex ministro della Salute, Roberto Speranza, e sostenuto dall’allora governo Draghi, c’è anche la signora Maria di Busseto, provincia di Parma. Tra meno di un mese festeggerà gli 89 anni senza malattie e senza essersi mai presa il virus cinese, ma dovrebbe pagare la sanzione perché ha rifiutato la terza puntura.
«Mia mamma non esce mai di casa, si è fatta somministrare due dosi nell’aprile 2021, poi ha detto basta», racconta il figlio Mario. «Non è stata una scelta facile, ogni giorno gli anziani venivano terrorizzati dai telegiornali, ma ha resistito. L’unico richiamo che accetta è quello dell’antinfluenzale».
La signora pensava di aver raggiunto l’età per poter decidere quanto preoccuparsi della sua salute, invece una settimana fa le è stata recapitata una delle tante Caps, comunicazioni di avvio del procedimento sanzionatorio, che dallo scorso aprile sono effettuate dal ministero della Salute tramite l’Agenzia entrate e riscossioni.
Ha tempo dieci giorni, per inviare eventuali certificati di completamento del richiamo o di esenzione dall’obbligo, poi le arriverà «un avviso di addebito, con valore di titolo esecutivo». Come prevedeva il decreto legge del 1 aprile 2021, poi convertito in legge nel maggio dello stesso anno.
E qui rimane irrisolta la questione, sull’obbligo di pagare la sanzione, per chi si è già visto recapitare l’addebito della somma. Infatti, se l’emendamento approvato dal Senato che sospende fino al 30 giugno 2023 «le attività e i procedimenti di irrogazione della sanzione», ricevesse il «sì» anche della Camera, riguarderebbe solo i procedimenti «dalla data di entrata in vigore della legge di conversione del presente decreto».
Quindi dal 29 dicembre, quando le cartelle esattoriali saranno già state notificate a quasi tutti gli over 50 non vaccinati, da punire. «A questi soggetti non rimarrà altra scelta che ricorrere al giudice di pace, con relativi ulteriori costi, se non vorranno correre il rischio di vedere consolidata irrimediabilmente a proprio carico la richiesta sanzionatoria», commenta l’avvocato Mauro Franchi.
Ma c’è un altro problema. «L’emendamento sospende la prima fase», quella della comunicazione dell’avvio del procedimento amministrativo, spiega il legale. La fase dei Caps, per capirci, inviati perlopiù già nei mesi scorsi. «Ma ricevere la cartella di pagamento vuol dire che il procedimento di irrogazione sanzione si è perfezionato», cioè si è concluso. «Occorreva, quindi, prevedere anche la sospensione dei termini processuali per l’opposizione giudiziaria, e non solo quelli del procedimento amministrativo».
A quel punto, sia che si decida di non pagare, sia che si pensi di non ricorrere al giudice di pace, il rischio è che tra un paio di mesi possa arrivare dall’Agenzia un avviso di mora. Sarà troppo tardi per rivolgersi al giudice di pace, azione che andava fatta entro 30 giorni dalla data di notifica.
«Come avvocati di diverse parti d’Italia, riuniti nel sindacato d’Azione, abbiamo mandato una pec al presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, perché nella sospensione sino al prossimo 30 giugno siano compresi anche i termini processuali per ricorrere avanti al giudice di pace, evitando un inutile aggravio di costi», precisa Franchi.
I tempi sono molto ristretti, difficilmente si potrà intervenire prima che il ddl 274 approdi alla Camera, per questo gli avvocati chiedono che almeno la relazione del governo di accompagnamento «indichi chiaramente che devono considerarsi sospesi anche i termini processuali». Resta, in ogni caso, lo smacco per tutti coloro che avranno ricevuto la cartella prima della conversione in legge.
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Uno studio Usa ribadisce che le infezioni sono più frequenti tra chi ha tre dosi rispetto ai soggetti con meno richiami, anche tra i giovani. Ma, a differenza dell’istituto italiano, i ricercatori stranieri si interrogano.Gli over 50 a cui è già stato recapitato l’avviso della sanzione dovranno rivolgersi al giudice di pace, poiché il procedimento risulta concluso. Il governo può intervenire.Lo speciale contiene due articoliChe l’incidenza delle infezioni da Covid tenda ad aumentare di pari passo con il numero di dosi ricevute è, ormai, stranoto. L’ultimo bollettino dell’Iss è cristallino: solo nella fascia 60-79 anni i contagi sono più frequenti tra chi si è fermato alla seconda punturina. Tra 12 e 39 anni e tra 40 e 59, i più esposti alla trasmissione del virus sono i tridosati; tra gli over 80, chi s’è sottoposto al primo booster viene colpito dal Sars-Cov-2 più spesso di chi lo ha rifiutato. La quarta dose da meno 120 giorni conferisce una protezione aggiuntiva, ma trascorsi quattro mesi, il tasso d’infezione schizza di nuovo. Evidenze analoghe sono state riscontrate negli Usa. Con una differenza sostanziale, che riguarda l’atteggiamento degli scienziati. Da noi, l’ente guidato da Silvio Brusaferro sta ignorando il fenomeno. Fino a un mesetto fa, giustificava la bizzarria alludendo a una «sottonotifica delle diagnosi nella popolazione non vaccinata e vaccinata da oltre 120 giorni», senza chiarire perché chi è meno al passo con i richiami, o ha respinto la profilassi, sarebbe meno propenso degli «obbedienti» a denunciare la propria positività. Nelle settimane successive, dai report di Epicentro, è sparita anche questa criptica didascalia. Al contrario, sull’altra sponda dell’Atlantico, i ricercatori sono sorpresi dal constatare che più ci si vaccina, più ci si contagia. E s’interrogano. Gli autori di un preprint, appena pubblicato online, definiscono la suddetta correlazione «inattesa». Ingenui: credono che il concetto di vaccino implichi il blocco della diffusione della malattia… I cinque studiosi hanno misurato la (modesta: 30%) efficacia del nuovo bivalente contro Omicron, monitorando, fino al 12 dicembre, oltre 50.000 impiegati del Cleveland clinic, un centro medico universitario che sorge nell’omonima città dell’Ohio. Il gruppo è rimasto colpito, poiché «maggiore è il numero di dosi vaccino precedentemente ricevute, maggiore è il rischio» di contrarre il Covid. I cinque vanno in cerca di una spiegazione: «Quella semplicistica può essere che coloro che hanno ricevuto più dosi avevano più probabilità di essere individui a maggior rischio». Un’ipotesi sensata: è logico che i fragili e gli anziani mostrino più premura di porgere il braccio per schermarsi dal coronavirus. La teoria, tuttavia, non regge: «La maggior parte dei soggetti di questi studio», scrivono i ricercatori, era in genere composta di «giovani e tutti erano candidati ad aver ricevuto almeno tre dosi». Chi era rimasto senza booster, quindi, aveva deciso di «non seguire le raccomandazioni dei Cdc» e poteva essere il tipo di persona più incline ad assumere comportamenti che moltiplicavano le sue chance di esporsi al virus. Invece, sorpresa: «Il rischio di contrarre il Covid-19 era inferiore rispetto a quello di chi aveva ricevuto un maggior numero di precedenti dosi di vaccino». Anche altri studi - e una sfilza di bollettini Iss, appunto - confermano il trend. Il problema è sempre il solito: ciò che in Italia passa inosservato, o si maschera arrampicandosi sugli specchi, all’estero lo prendono piuttosto sul serio. Il team di Cleveland aveva riscontrato persino che, dopo la guarigione, la somministrazione di due o tre shot del farmaco a mRna «era associata con un maggior rischio di reinfezione rispetto alla somministrazione di una dose singola». Un altro recente preprint, stavolta basato su rilevazioni condotte in Qatar fino a metà settembre, arrivava a conclusioni altrettanto eloquenti: «Una storia di vaccinazione primaria», cioè le due dosi che ci erano state propinate all’inizio della campagna di inoculazioni, «ha accresciuto la protezione immunitaria contro la reinfezione da Omicron». Al contrario, «una storia di vaccinazione booster ha compromesso» - sottolineiamo, compromesso - «la protezione contro» un secondo contagio da variante sudafricana. Saremmo dinanzi a una sorta di interferenza con l’immunità naturale? Oppure è tutta una coincidenza? Un’illusione, figlia di distorsioni che sfuggono ai metodi statistici? Poniamo che le cose stiano davvero come sembrano: più ti fai punzecchiare, più ti contagi - e ti ricontagi. Non occorre essere immunologi per farsi cogliere dal sospetto che siano proprio le iniezioni a innescare un meccanismo paradossale: in ogni fascia di età, i vaccinati a vario titolo sono più protetti da ricoveri e morte, rispetto ai non vaccinati. Eppure, i loro anticorpi, così efficaci nel contrastare le forme gravi di Covid, paiono perdere la capacità di limitare le infezioni, man mano che si va avanti con i booster. È una fesseria? Può darsi. Ma se domandare è lecito, in situazioni simili, rispondere è un dovere. Tanto più che, a tirare in ballo questa idea, non siamo noi profani. È un luminare dalle credenziali accademiche inattaccabili: Mariano Bizzarri. Cinque giorni fa, il prof della Sapienza, sulla Verità, annotava: «Il continuo richiamo vaccinale ha verosimilmente compromesso in tanti casi il sistema immunitario», insieme alle «misure di protezione fisica (lockdown e mascherina)». Se fosse così, qualcuno dovrebbe chiedere scusa. O, almeno, qualificare gli appelli alla quarta dose: per una vastissima fetta di popolazione, la giostra delle inoculazioni potrebbe essere diventata addirittura controproducente. È complottismo? Suvvia. È più negazionista chi chiede spiegazioni, o chi prova a nascondere sotto al tappeto la polvere di vaccino?<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/piu-ci-si-vaccina-e-piu-ci-si-contagia-liss-fischietta-allestero-indagano-2658998224.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="multe-se-ricevute-si-rischia-la-mora" data-post-id="2658998224" data-published-at="1671693653" data-use-pagination="False"> Multe, se ricevute si rischia la mora Mentre si attende che anche la Camera, entro il prossimo 29 dicembre, dia il via libero al congelamento delle multe per gli over 50 non vaccinati, le cartelle esattoriali continuano ad arrivare ai cittadini che al 15 giugno 2022 non erano in regola con il ciclo anti Covid. Tra i destinatari di questo iniquo balzello, fortissimamente voluto dall’ex ministro della Salute, Roberto Speranza, e sostenuto dall’allora governo Draghi, c’è anche la signora Maria di Busseto, provincia di Parma. Tra meno di un mese festeggerà gli 89 anni senza malattie e senza essersi mai presa il virus cinese, ma dovrebbe pagare la sanzione perché ha rifiutato la terza puntura. «Mia mamma non esce mai di casa, si è fatta somministrare due dosi nell’aprile 2021, poi ha detto basta», racconta il figlio Mario. «Non è stata una scelta facile, ogni giorno gli anziani venivano terrorizzati dai telegiornali, ma ha resistito. L’unico richiamo che accetta è quello dell’antinfluenzale». La signora pensava di aver raggiunto l’età per poter decidere quanto preoccuparsi della sua salute, invece una settimana fa le è stata recapitata una delle tante Caps, comunicazioni di avvio del procedimento sanzionatorio, che dallo scorso aprile sono effettuate dal ministero della Salute tramite l’Agenzia entrate e riscossioni. Ha tempo dieci giorni, per inviare eventuali certificati di completamento del richiamo o di esenzione dall’obbligo, poi le arriverà «un avviso di addebito, con valore di titolo esecutivo». Come prevedeva il decreto legge del 1 aprile 2021, poi convertito in legge nel maggio dello stesso anno. E qui rimane irrisolta la questione, sull’obbligo di pagare la sanzione, per chi si è già visto recapitare l’addebito della somma. Infatti, se l’emendamento approvato dal Senato che sospende fino al 30 giugno 2023 «le attività e i procedimenti di irrogazione della sanzione», ricevesse il «sì» anche della Camera, riguarderebbe solo i procedimenti «dalla data di entrata in vigore della legge di conversione del presente decreto». Quindi dal 29 dicembre, quando le cartelle esattoriali saranno già state notificate a quasi tutti gli over 50 non vaccinati, da punire. «A questi soggetti non rimarrà altra scelta che ricorrere al giudice di pace, con relativi ulteriori costi, se non vorranno correre il rischio di vedere consolidata irrimediabilmente a proprio carico la richiesta sanzionatoria», commenta l’avvocato Mauro Franchi. Ma c’è un altro problema. «L’emendamento sospende la prima fase», quella della comunicazione dell’avvio del procedimento amministrativo, spiega il legale. La fase dei Caps, per capirci, inviati perlopiù già nei mesi scorsi. «Ma ricevere la cartella di pagamento vuol dire che il procedimento di irrogazione sanzione si è perfezionato», cioè si è concluso. «Occorreva, quindi, prevedere anche la sospensione dei termini processuali per l’opposizione giudiziaria, e non solo quelli del procedimento amministrativo». A quel punto, sia che si decida di non pagare, sia che si pensi di non ricorrere al giudice di pace, il rischio è che tra un paio di mesi possa arrivare dall’Agenzia un avviso di mora. Sarà troppo tardi per rivolgersi al giudice di pace, azione che andava fatta entro 30 giorni dalla data di notifica. «Come avvocati di diverse parti d’Italia, riuniti nel sindacato d’Azione, abbiamo mandato una pec al presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, perché nella sospensione sino al prossimo 30 giugno siano compresi anche i termini processuali per ricorrere avanti al giudice di pace, evitando un inutile aggravio di costi», precisa Franchi. I tempi sono molto ristretti, difficilmente si potrà intervenire prima che il ddl 274 approdi alla Camera, per questo gli avvocati chiedono che almeno la relazione del governo di accompagnamento «indichi chiaramente che devono considerarsi sospesi anche i termini processuali». Resta, in ogni caso, lo smacco per tutti coloro che avranno ricevuto la cartella prima della conversione in legge.
Marco Baldassari @Eleventy
Un percorso costruito all’insegna del Made in Italy, della qualità e di un’idea di lusso contemporaneo lontana dall’ostentazione. Per celebrare questo traguardo, la nuova collezione introduce nuove silhouette, colori più sofisticati e due capsule che raccontano da vicino il mondo personale del fondatore: The Indigo Blue e Active Moments. Ne abbiamo parlato con Marco Baldassari.
La Primavera-Estate 2027 coincide col ventesimo anniversario di Eleventy. Che significato ha per lei questo traguardo?
«Rappresenta la realizzazione di un sogno. In vent’anni siamo riusciti a costruire un marchio internazionale restando fedeli ai nostri valori: produzione italiana, qualità, responsabilità e attenzione alle persone. Oggi guardiamo al futuro con la stessa passione, con l’obiettivo di creare qualcosa di duraturo».
Quanto c’è di lei nelle capsule The Indigo Blue e Active Moments?
«Molto. Cerco sempre di raccontarmi attraverso le collezioni. The Indigo Blue nasce dal mio legame con il denim, reinterpretato in chiave sofisticata e contemporanea. Active Moments, invece, riflette il mio stile di vita: sport, benessere e dinamismo. Sono due mondi che mi rappresentano profondamente».
Chi è oggi il cliente Eleventy?
«È una persona che ama la qualità ma non l’ostentazione. Cerca prodotti autentici, ben fatti e dal valore concreto. Apprezza il Made in Italy e riconosce l’equilibrio tra qualità, design e prezzo che caratterizza il nostro marchio».
Come si è evoluto il concetto di smart luxury negli ultimi vent’anni?
«Il principio è rimasto lo stesso: offrire il massimo valore possibile. Oggi, però, lo smart luxury include anche un forte elemento di contemporaneità. Chi sceglie Eleventy cerca qualità e raffinatezza, ma con uno stile più moderno e rilassato».
La collezione introduce volumi più morbidi e nuove interpretazioni della giacca. È cambiato il modo di vivere l’eleganza?
«Sì. Oggi l’uomo desidera capi più confortevoli e versatili. Abbiamo lavorato su nuove proporzioni, nuove tonalità e nuove forme per offrire qualcosa di distintivo, mantenendo sempre coerenza con il nostro Dna».
Come si evolve il concetto di giacca?
«La giacca oggi è più fluida. L’overshirt, per esempio, è diventata una valida alternativa al blazer tradizionale. Abbiamo inoltre reinterpretato modelli ispirati alla tradizione con materiali nobili e costruzioni più contemporanee».
Se dovesse descrivere l’uomo Eleventy della Primavera-Estate 2027?
«Un uomo contemporaneo e sicuro di sé. Lo immagino con una giacca in lino effetto denim della capsule Indigo Blue, pantaloni dai volumi più morbidi e una polo realizzata in filati pregiati. Un guardaroba raffinato ma disinvolto».
Qual è oggi la vostra definizione di eleganza contemporanea?
«È l’incontro tra qualità, discrezione e funzionalità. L’uomo moderno ha bisogno di capi versatili, capaci di accompagnarlo durante tutta la giornata senza rinunciare a comfort ed eleganza».
Quali sono i valori che restano intoccabili?
«La qualità, innanzitutto. Poi la cura artigianale, l’attenzione ai dettagli e la produzione italiana. Sono le fondamenta di tutto ciò che facciamo».
Oggi il prodotto basta ancora?
«Non più. Oggi il prodotto deve essere eccellente, ma da solo non è sufficiente. I clienti cercano esperienze, relazioni e valori condivisi. Per questo stiamo lavorando per costruire una vera community attorno a Eleventy, creando luoghi e occasioni di incontro che vadano oltre l’acquisto. Un primo passo in questa direzione è stato il concept sviluppato a Istanbul, dove abbiamo aperto un flagship store di circa 400 metri quadrati con un caffè integrato. L’idea è offrire ai clienti uno spazio accogliente in cui fermarsi anche senza l’intenzione di acquistare, vivendo l’universo Eleventy attraverso un’esperienza che unisce design, ospitalità e qualità. Il progetto sta dando ottimi risultati e verrà replicato a breve anche a Doha e in Libano. Stiamo inoltre lavorando per arricchire ulteriormente i nostri spazi con contenuti culturali. L’obiettivo è trasformare i negozi in luoghi di ispirazione, dove moda, arte, design e cultura possano dialogare tra loro. A breve presenteremo anche una nuova collaborazione legata al mondo dell’editoria e dei libri, un progetto che contribuirà a rafforzare questa visione».
Quali sono le prossime aperture internazionali?
«Il 2026 è un anno particolarmente importante per il nostro sviluppo internazionale. A fine giugno inaugureremo un nuovo store stagionale a Saint-Tropez, in Place des Lices, una delle location più prestigiose della Costa Azzurra. Per noi rappresenta un traguardo significativo perché ci permette di entrare in contatto con una clientela internazionale molto qualificata e di consolidare ulteriormente il nostro posizionamento nel segmento del lusso contemporaneo. A luglio sarà invece la volta di Chicago, una piazza strategica per il mercato americano, che continua a essere uno dei più dinamici e promettenti per il brand. Gli Stati Uniti rappresentano oggi un’area di forte crescita e un mercato particolarmente ricettivo nei confronti dei valori di Eleventy. Prosegue inoltre il dialogo tra moda e hospitality, un ambito in cui crediamo molto. Siamo recentemente approdati a Santorini all’interno del Sandblu Resort, una delle strutture più esclusive delle isole greche. Essere presenti in contesti di questo livello significa intercettare i clienti nei luoghi che frequentano durante il tempo libero, in un momento in cui sono più disponibili a vivere un’esperienza di brand autentica e rilassata».
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Byung-Chul Han (Getty Images)
Grazie alla quale, dice subito di potere «a quasi cento anni di distanza, fare buon uso dei suoi pensieri per dimostrare che, al di là dell’immanenza della produzione e del consumo, e dell’informazione e comunicazione, vi è un’altra realtà più elevata, una trascendenza, in grado di portarci via, lontano da una vita priva di significato, da una straziante carenza di essere, dalla mera sopravvivenza, offrendoci invece la gioiosa pienezza dell’essere».
Così, tanto per non rendere l’impresa troppo facile, Han, sceglie subito di affrontarla con il tema dell’attenzione, che Simone Weil riteneva fosse «nel suo grado più elevato, la stessa cosa della preghiera». Ricavandone che «la crisi della religione è quindi anche una crisi dell’attenzione, dello scrutare e dell’udire». Dunque: «Dio non è morto. È morto l’uomo al quale Dio si rivelò». Il fatto è che: «la percezione è estremamente ingorda. Le manca qualsiasi ampiezza contemplativa. Non fa che mangiare: il consumo è il suo atteggiamento di base. L’abbuffata di video (binge watching) esprime efficacemente questa ingordigia, binge è: divorare senza freni». Se mangi in continuazione però non puoi più vedere, come appunto diceva Simone Weil, magra come una canna dei marais d’Occitania, specificando: «quaggiù, guardare e mangiare sono due. Bisogna scegliere l’uno o l’altro ma entrambi sono chiamati: amare. Tuttavia solo coloro cui talvolta capita di restare per qualche tempo a guardare invece di mangiare hanno qualche speranza di salvezza». (Simone Weil, Quaderni 4, Adelphi).
«L’anima che continua a mangiare senza scrutare finisce col perdere la capacità di contemplare. Invece dell’autofagia, sviluppa obesità. La sua parte mortale, s’allarga e ingrassa, mentre la parte divina si atrofizza e rimpicciolisce». In Simone Weil, racconta Byung-Chul Han, è l’immaginazione che al servizio dell’Io continua a sognare cibo. Il resto della personalità attivo nel Processo di individuazione viene soffocato dal grasso e da tutti gli elementi di ciò che Simone Weil chiamava «pésanteur» - pesantezza -, che impedisce all’anima di muoversi nella dimensione trascendente. Questo indebolimento degli aspetti spirituali della personalità lacera in profondità l’anima, come ha raccontato Simone Weil in L’ombra e la grazia, tradotto in italiano da Franco Fortini. Solo la pienezza assicurata dall’attenzione dell’intera personalità consente all’essere umano di assicurare la guida agli aspetti più spirituali. «L’attenzione profonda, contemplativa, è rivolta a ciò che persiste, permane tiene il punto. Il vero perdura. Chi è incapace di attenzione contemplativa, incapace di scrutare non ha invece accesso alla verità, al vero, all’ordine perdurante delle cose.
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Loperazione chiamata «Luxury Sky» trae origine da mirate analisi di rischio e da un’approfondita valorizzazione del patrimonio informativo disponibile al Corpo, sviluppata attraverso l’incrocio dei dati del traffico aereo con le risultanze delle banche dati istituzionali e con la documentazione fiscale acquisita nel corso degli accertamenti.
Grazie a un accurato lavoro di ricostruzione e analisi, i finanzieri del Comando Provinciale di Firenze hanno esaminato oltre 20.700 movimenti aerei potenzialmente rilevanti sotto il profilo tributario, individuando diffuse irregolarità nel versamento dell’imposta dovuta per i voli privati operati tra il 2020 e il 2023 da oltre 1.000 compagnie aeree estere.
L’attività ispettiva ha consentito di ricostruire nel dettaglio gli spostamenti di oltre 12.900 voli privati transitati sullo scalo fiorentino e di oltre 42.100 passeggeri trasportati, facendo emergere il mancato assolvimento degli obblighi fiscali da parte di numerosi operatori internazionali.
Le verifiche eseguite hanno portato all’individuazione di un’evasione complessiva pari a 4.388.657 euro, riconducibile a 1.052 società risultate irregolari, corrispondenti al 62,32% dei vettori sottoposti a controllo.
Particolarmente significativo il risultato conseguito in termini di recupero delle risorse pubbliche: a seguito degli interventi della Guardia di Finanza, numerose compagnie hanno già provveduto a regolarizzare la propria posizione, consentendo l’effettivo versamento nelle casse dello Stato di oltre 2,6 milioni di euro. Per la quota residua sono in corso le attività di monitoraggio e riscossione previste dalla normativa vigente.
Gli approfondimenti investigativi hanno inoltre evidenziato il frequente ricorso a strutture societarie localizzate in giurisdizioni caratterizzate da elevata opacità fiscale. In numerosi casi, aerei di grande valore economico risultavano formalmente intestati a società domiciliate in territori a fiscalità privilegiata, rendendo particolarmente complessa l’individuazione dei soggetti effettivamente responsabili degli adempimenti tributari.
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Ansa
Il Pontefice ha ricordato ai membri della Fondazione Jérôme Lejeune che la scienza «non può decidere sul destino delle persone». Un intervento frontale nel dibattito in corso sulla legge per il suicidio assistito.
In un’epoca in cui l’efficienza tecnica sembra voler dettare le coordinate dell’esistenza umana, le parole pronunciate ieri da papa Leone XIV sono un chiaro antidoto contro la tentazione di trasformare l’arte medica in uno strumento di selezione: «nessun medico dovrebbe mai presumere, basandosi su algoritmi di laboratorio, di decidere il destino di un embrione o di una persona anziana!
La medicina non può mai diventare serva di una morte programmata!». Ricevendo i membri della Fondazione Jérôme Lejeune in occasione del centenario della nascita del suo fondatore, il pontefice ha voluto ribadire che il valore di una persona non dipende mai da ciò che produce o realizza, ma dalla sua intrinseca dignità.
La Fondazione Jérôme Lejeune, nata negli anni Novanta in Francia, è l’erede diretta dell’opera del Venerabile Jérôme Lejeune, scienziato di fama mondiale che nel 1958 scoprì l’anomalia cromosomica all’origine della trisomia 21. Lejeune non fu solo un grande scienziato; fu un medico che vedeva nei suoi pazienti i «poveri tra i poveri», dedicando la vita a cercare una cura che potesse alleviare la loro condizione. Egli comprese precocemente come la sua scoperta potesse essere strumentalizzata per eliminare i nascituri affetti da disabilità, un «eugenismo nuovo» che definì «razzismo cromosomico». Per questo impegno incondizionato a favore della vita, che gli costò ostilità in certi ambienti scientifici, fu chiamato da Giovanni Paolo II a presiedere la neonata Pontificia Accademia per la Vita. Oggi la Fondazione prosegue questa missione attraverso la ricerca scientifica, la cura presso l’Istituto Jérôme Lejeune di Parigi e la difesa dei più fragili nel dibattito pubblico.
Un dibattito che in Francia ha raggiunto un punto di rottura. Proprio in queste ore, l’Assemblea nazionale affronta la terza lettura del disegno di legge che mira a legalizzare l’eutanasia e il suicidio assistito. Di fronte a quella che viene percepita come una deriva etica, i vescovi francesi hanno indetto una novena di preghiera dal 21 al 29 giugno (in vista appunto del voto del 30 giugno), invitando i fedeli a chiedere che lo Spirito Santo «illumini le coscienze» dei legislatori. L’episcopato transalpino ha ricordato che non si protegge la vita mettendovi fine, ma accompagnandola fino al termine naturale. Nel lanciare questo appello, i vescovi d’oltralpe hanno richiamato anche, e non a caso, le parole fondamentali pronunciate dal Papa al Parlamento spagnolo durante il suo recente viaggio apostolico a Madrid. In quell’occasione, il Santo Padre aveva chiarito che «ogni vita umana dev’essere riconosciuta e custodita dal concepimento fino al suo naturale tramonto, in ogni circostanza della sua esistenza». Aggiungendo che «la difesa della vita umana non è una questione di interesse particolare né confessionale: è una meta di civiltà». Si tratta di un richiamo diretto al ruolo della politica: le leggi approvate devono essere verificate sulla loro capacità di rispettare la dignità della persona per capire se stiano davvero perseguendo il bene comune.
Queste riflessioni scavalcano le Alpi e arrivano in Italia, dove il Parlamento si trova in una fase di stallo riguardo alla legge sul suicidio assistito. La discussione in Senato, ripresa il 3 giugno, ha mostrato una maggioranza divisa e una situazione di profonda mutazione politica. Al centro di questo cambiamento c’è la nuova fisionomia di Forza Italia, ora guidata in Senato da Stefania Craxi. Il partito ha intrapreso una netta svolta «liberal» sotto l’influenza di Marina Berlusconi, la quale ha dichiarato apertamente di sentirsi più in sintonia con la sinistra su temi come il fine vita, i diritti Lgbt e l’aborto. Nonostante le resistenze interne nella maggioranza (in particolare Fratelli d’Italia e parte della Lega), Forza Italia sta di fatto spingendo per un accordo con le opposizioni, cercando una mediazione che sblocchi l’impasse. Gli emendamenti proposti dalla Craxi e dalla senatrice Daniela Ternullo riflettono questo nuovo corso: puntano ad ampliare i requisiti per l’accesso al suicidio assistito, in particolare la neo proposta azzurra prevede che l’assistenza al suicidio possa essere resa da medici ospedalieri o di medicina generale su base volontaria in regime di intramoenia, con l’impegno del Cnr nel reperimento dei farmaci letali.
Stefania Craxi ha dichiarato di voler «discutere di una norma di civiltà». Eppure, questa visione appare diametralmente opposta a quanto affermato dal Papa a Madrid e ribadito ieri alla Fondazione Lejeune: se per la Craxi la «civiltà» sembra risiedere nella regolamentazione della morte assistita, per il Pontefice la vera «meta di civiltà» risiede esclusivamente nella difesa della vita senza eccezioni. Questa trasformazione di Forza Italia appare ancora più stridente se confrontata con il pensiero del suo fondatore. È solo del 2021 la lettera di Silvio Berlusconi a Il Giornale: «La vita di ogni essere umano è sacra dal momento del concepimento fino alla morte biologica». A cui aggiungeva una sottolineatura riferita proprio al ruolo della Chiesa. «La Chiesa cattolica», scriveva Berlusconi padre, «ha esercitato ed esercita oggi in Italia e nel mondo una funzione essenziale a difesa dei diritti delle persone, di ogni persona e soprattutto dei più deboli». Oggi la Craxi, spinge per una legge che la Chiesa e i movimenti pro-life considerano una «norma di morte». La sfida lanciata da papa Leone XIV è chiara: la civiltà non si costruisce programmando la morte, ma servendo la vita, specialmente quando essa è più fragile e indifesa. I vescovi francesi hanno risposto «presente», ci sarà qualcuno al di qua delle Alpi pronto a fare altrettanto?