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2022-12-22
Più ci si vaccina e più ci si contagia. L’Iss fischietta, all’estero indagano
Che l’incidenza delle infezioni da Covid tenda ad aumentare di pari passo con il numero di dosi ricevute è, ormai, stranoto. L’ultimo bollettino dell’Iss è cristallino: solo nella fascia 60-79 anni i contagi sono più frequenti tra chi si è fermato alla seconda punturina. Tra 12 e 39 anni e tra 40 e 59, i più esposti alla trasmissione del virus sono i tridosati; tra gli over 80, chi s’è sottoposto al primo booster viene colpito dal Sars-Cov-2 più spesso di chi lo ha rifiutato. La quarta dose da meno 120 giorni conferisce una protezione aggiuntiva, ma trascorsi quattro mesi, il tasso d’infezione schizza di nuovo.
Evidenze analoghe sono state riscontrate negli Usa. Con una differenza sostanziale, che riguarda l’atteggiamento degli scienziati. Da noi, l’ente guidato da Silvio Brusaferro sta ignorando il fenomeno. Fino a un mesetto fa, giustificava la bizzarria alludendo a una «sottonotifica delle diagnosi nella popolazione non vaccinata e vaccinata da oltre 120 giorni», senza chiarire perché chi è meno al passo con i richiami, o ha respinto la profilassi, sarebbe meno propenso degli «obbedienti» a denunciare la propria positività. Nelle settimane successive, dai report di Epicentro, è sparita anche questa criptica didascalia.
Al contrario, sull’altra sponda dell’Atlantico, i ricercatori sono sorpresi dal constatare che più ci si vaccina, più ci si contagia. E s’interrogano. Gli autori di un preprint, appena pubblicato online, definiscono la suddetta correlazione «inattesa». Ingenui: credono che il concetto di vaccino implichi il blocco della diffusione della malattia…
I cinque studiosi hanno misurato la (modesta: 30%) efficacia del nuovo bivalente contro Omicron, monitorando, fino al 12 dicembre, oltre 50.000 impiegati del Cleveland clinic, un centro medico universitario che sorge nell’omonima città dell’Ohio. Il gruppo è rimasto colpito, poiché «maggiore è il numero di dosi vaccino precedentemente ricevute, maggiore è il rischio» di contrarre il Covid. I cinque vanno in cerca di una spiegazione: «Quella semplicistica può essere che coloro che hanno ricevuto più dosi avevano più probabilità di essere individui a maggior rischio». Un’ipotesi sensata: è logico che i fragili e gli anziani mostrino più premura di porgere il braccio per schermarsi dal coronavirus. La teoria, tuttavia, non regge: «La maggior parte dei soggetti di questi studio», scrivono i ricercatori, era in genere composta di «giovani e tutti erano candidati ad aver ricevuto almeno tre dosi».
Chi era rimasto senza booster, quindi, aveva deciso di «non seguire le raccomandazioni dei Cdc» e poteva essere il tipo di persona più incline ad assumere comportamenti che moltiplicavano le sue chance di esporsi al virus.
Invece, sorpresa: «Il rischio di contrarre il Covid-19 era inferiore rispetto a quello di chi aveva ricevuto un maggior numero di precedenti dosi di vaccino».
Anche altri studi - e una sfilza di bollettini Iss, appunto - confermano il trend. Il problema è sempre il solito: ciò che in Italia passa inosservato, o si maschera arrampicandosi sugli specchi, all’estero lo prendono piuttosto sul serio.
Il team di Cleveland aveva riscontrato persino che, dopo la guarigione, la somministrazione di due o tre shot del farmaco a mRna «era associata con un maggior rischio di reinfezione rispetto alla somministrazione di una dose singola».
Un altro recente preprint, stavolta basato su rilevazioni condotte in Qatar fino a metà settembre, arrivava a conclusioni altrettanto eloquenti: «Una storia di vaccinazione primaria», cioè le due dosi che ci erano state propinate all’inizio della campagna di inoculazioni, «ha accresciuto la protezione immunitaria contro la reinfezione da Omicron». Al contrario, «una storia di vaccinazione booster ha compromesso» - sottolineiamo, compromesso - «la protezione contro» un secondo contagio da variante sudafricana. Saremmo dinanzi a una sorta di interferenza con l’immunità naturale? Oppure è tutta una coincidenza? Un’illusione, figlia di distorsioni che sfuggono ai metodi statistici?
Poniamo che le cose stiano davvero come sembrano: più ti fai punzecchiare, più ti contagi - e ti ricontagi. Non occorre essere immunologi per farsi cogliere dal sospetto che siano proprio le iniezioni a innescare un meccanismo paradossale: in ogni fascia di età, i vaccinati a vario titolo sono più protetti da ricoveri e morte, rispetto ai non vaccinati. Eppure, i loro anticorpi, così efficaci nel contrastare le forme gravi di Covid, paiono perdere la capacità di limitare le infezioni, man mano che si va avanti con i booster.
È una fesseria? Può darsi. Ma se domandare è lecito, in situazioni simili, rispondere è un dovere. Tanto più che, a tirare in ballo questa idea, non siamo noi profani. È un luminare dalle credenziali accademiche inattaccabili: Mariano Bizzarri. Cinque giorni fa, il prof della Sapienza, sulla Verità, annotava: «Il continuo richiamo vaccinale ha verosimilmente compromesso in tanti casi il sistema immunitario», insieme alle «misure di protezione fisica (lockdown e mascherina)». Se fosse così, qualcuno dovrebbe chiedere scusa. O, almeno, qualificare gli appelli alla quarta dose: per una vastissima fetta di popolazione, la giostra delle inoculazioni potrebbe essere diventata addirittura controproducente.
È complottismo? Suvvia. È più negazionista chi chiede spiegazioni, o chi prova a nascondere sotto al tappeto la polvere di vaccino?
Multe, se ricevute si rischia la mora
Mentre si attende che anche la Camera, entro il prossimo 29 dicembre, dia il via libero al congelamento delle multe per gli over 50 non vaccinati, le cartelle esattoriali continuano ad arrivare ai cittadini che al 15 giugno 2022 non erano in regola con il ciclo anti Covid.
Tra i destinatari di questo iniquo balzello, fortissimamente voluto dall’ex ministro della Salute, Roberto Speranza, e sostenuto dall’allora governo Draghi, c’è anche la signora Maria di Busseto, provincia di Parma. Tra meno di un mese festeggerà gli 89 anni senza malattie e senza essersi mai presa il virus cinese, ma dovrebbe pagare la sanzione perché ha rifiutato la terza puntura.
«Mia mamma non esce mai di casa, si è fatta somministrare due dosi nell’aprile 2021, poi ha detto basta», racconta il figlio Mario. «Non è stata una scelta facile, ogni giorno gli anziani venivano terrorizzati dai telegiornali, ma ha resistito. L’unico richiamo che accetta è quello dell’antinfluenzale».
La signora pensava di aver raggiunto l’età per poter decidere quanto preoccuparsi della sua salute, invece una settimana fa le è stata recapitata una delle tante Caps, comunicazioni di avvio del procedimento sanzionatorio, che dallo scorso aprile sono effettuate dal ministero della Salute tramite l’Agenzia entrate e riscossioni.
Ha tempo dieci giorni, per inviare eventuali certificati di completamento del richiamo o di esenzione dall’obbligo, poi le arriverà «un avviso di addebito, con valore di titolo esecutivo». Come prevedeva il decreto legge del 1 aprile 2021, poi convertito in legge nel maggio dello stesso anno.
E qui rimane irrisolta la questione, sull’obbligo di pagare la sanzione, per chi si è già visto recapitare l’addebito della somma. Infatti, se l’emendamento approvato dal Senato che sospende fino al 30 giugno 2023 «le attività e i procedimenti di irrogazione della sanzione», ricevesse il «sì» anche della Camera, riguarderebbe solo i procedimenti «dalla data di entrata in vigore della legge di conversione del presente decreto».
Quindi dal 29 dicembre, quando le cartelle esattoriali saranno già state notificate a quasi tutti gli over 50 non vaccinati, da punire. «A questi soggetti non rimarrà altra scelta che ricorrere al giudice di pace, con relativi ulteriori costi, se non vorranno correre il rischio di vedere consolidata irrimediabilmente a proprio carico la richiesta sanzionatoria», commenta l’avvocato Mauro Franchi.
Ma c’è un altro problema. «L’emendamento sospende la prima fase», quella della comunicazione dell’avvio del procedimento amministrativo, spiega il legale. La fase dei Caps, per capirci, inviati perlopiù già nei mesi scorsi. «Ma ricevere la cartella di pagamento vuol dire che il procedimento di irrogazione sanzione si è perfezionato», cioè si è concluso. «Occorreva, quindi, prevedere anche la sospensione dei termini processuali per l’opposizione giudiziaria, e non solo quelli del procedimento amministrativo».
A quel punto, sia che si decida di non pagare, sia che si pensi di non ricorrere al giudice di pace, il rischio è che tra un paio di mesi possa arrivare dall’Agenzia un avviso di mora. Sarà troppo tardi per rivolgersi al giudice di pace, azione che andava fatta entro 30 giorni dalla data di notifica.
«Come avvocati di diverse parti d’Italia, riuniti nel sindacato d’Azione, abbiamo mandato una pec al presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, perché nella sospensione sino al prossimo 30 giugno siano compresi anche i termini processuali per ricorrere avanti al giudice di pace, evitando un inutile aggravio di costi», precisa Franchi.
I tempi sono molto ristretti, difficilmente si potrà intervenire prima che il ddl 274 approdi alla Camera, per questo gli avvocati chiedono che almeno la relazione del governo di accompagnamento «indichi chiaramente che devono considerarsi sospesi anche i termini processuali». Resta, in ogni caso, lo smacco per tutti coloro che avranno ricevuto la cartella prima della conversione in legge.
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Uno studio Usa ribadisce che le infezioni sono più frequenti tra chi ha tre dosi rispetto ai soggetti con meno richiami, anche tra i giovani. Ma, a differenza dell’istituto italiano, i ricercatori stranieri si interrogano.Gli over 50 a cui è già stato recapitato l’avviso della sanzione dovranno rivolgersi al giudice di pace, poiché il procedimento risulta concluso. Il governo può intervenire.Lo speciale contiene due articoliChe l’incidenza delle infezioni da Covid tenda ad aumentare di pari passo con il numero di dosi ricevute è, ormai, stranoto. L’ultimo bollettino dell’Iss è cristallino: solo nella fascia 60-79 anni i contagi sono più frequenti tra chi si è fermato alla seconda punturina. Tra 12 e 39 anni e tra 40 e 59, i più esposti alla trasmissione del virus sono i tridosati; tra gli over 80, chi s’è sottoposto al primo booster viene colpito dal Sars-Cov-2 più spesso di chi lo ha rifiutato. La quarta dose da meno 120 giorni conferisce una protezione aggiuntiva, ma trascorsi quattro mesi, il tasso d’infezione schizza di nuovo. Evidenze analoghe sono state riscontrate negli Usa. Con una differenza sostanziale, che riguarda l’atteggiamento degli scienziati. Da noi, l’ente guidato da Silvio Brusaferro sta ignorando il fenomeno. Fino a un mesetto fa, giustificava la bizzarria alludendo a una «sottonotifica delle diagnosi nella popolazione non vaccinata e vaccinata da oltre 120 giorni», senza chiarire perché chi è meno al passo con i richiami, o ha respinto la profilassi, sarebbe meno propenso degli «obbedienti» a denunciare la propria positività. Nelle settimane successive, dai report di Epicentro, è sparita anche questa criptica didascalia. Al contrario, sull’altra sponda dell’Atlantico, i ricercatori sono sorpresi dal constatare che più ci si vaccina, più ci si contagia. E s’interrogano. Gli autori di un preprint, appena pubblicato online, definiscono la suddetta correlazione «inattesa». Ingenui: credono che il concetto di vaccino implichi il blocco della diffusione della malattia… I cinque studiosi hanno misurato la (modesta: 30%) efficacia del nuovo bivalente contro Omicron, monitorando, fino al 12 dicembre, oltre 50.000 impiegati del Cleveland clinic, un centro medico universitario che sorge nell’omonima città dell’Ohio. Il gruppo è rimasto colpito, poiché «maggiore è il numero di dosi vaccino precedentemente ricevute, maggiore è il rischio» di contrarre il Covid. I cinque vanno in cerca di una spiegazione: «Quella semplicistica può essere che coloro che hanno ricevuto più dosi avevano più probabilità di essere individui a maggior rischio». Un’ipotesi sensata: è logico che i fragili e gli anziani mostrino più premura di porgere il braccio per schermarsi dal coronavirus. La teoria, tuttavia, non regge: «La maggior parte dei soggetti di questi studio», scrivono i ricercatori, era in genere composta di «giovani e tutti erano candidati ad aver ricevuto almeno tre dosi». Chi era rimasto senza booster, quindi, aveva deciso di «non seguire le raccomandazioni dei Cdc» e poteva essere il tipo di persona più incline ad assumere comportamenti che moltiplicavano le sue chance di esporsi al virus. Invece, sorpresa: «Il rischio di contrarre il Covid-19 era inferiore rispetto a quello di chi aveva ricevuto un maggior numero di precedenti dosi di vaccino». Anche altri studi - e una sfilza di bollettini Iss, appunto - confermano il trend. Il problema è sempre il solito: ciò che in Italia passa inosservato, o si maschera arrampicandosi sugli specchi, all’estero lo prendono piuttosto sul serio. Il team di Cleveland aveva riscontrato persino che, dopo la guarigione, la somministrazione di due o tre shot del farmaco a mRna «era associata con un maggior rischio di reinfezione rispetto alla somministrazione di una dose singola». Un altro recente preprint, stavolta basato su rilevazioni condotte in Qatar fino a metà settembre, arrivava a conclusioni altrettanto eloquenti: «Una storia di vaccinazione primaria», cioè le due dosi che ci erano state propinate all’inizio della campagna di inoculazioni, «ha accresciuto la protezione immunitaria contro la reinfezione da Omicron». Al contrario, «una storia di vaccinazione booster ha compromesso» - sottolineiamo, compromesso - «la protezione contro» un secondo contagio da variante sudafricana. Saremmo dinanzi a una sorta di interferenza con l’immunità naturale? Oppure è tutta una coincidenza? Un’illusione, figlia di distorsioni che sfuggono ai metodi statistici? Poniamo che le cose stiano davvero come sembrano: più ti fai punzecchiare, più ti contagi - e ti ricontagi. Non occorre essere immunologi per farsi cogliere dal sospetto che siano proprio le iniezioni a innescare un meccanismo paradossale: in ogni fascia di età, i vaccinati a vario titolo sono più protetti da ricoveri e morte, rispetto ai non vaccinati. Eppure, i loro anticorpi, così efficaci nel contrastare le forme gravi di Covid, paiono perdere la capacità di limitare le infezioni, man mano che si va avanti con i booster. È una fesseria? Può darsi. Ma se domandare è lecito, in situazioni simili, rispondere è un dovere. Tanto più che, a tirare in ballo questa idea, non siamo noi profani. È un luminare dalle credenziali accademiche inattaccabili: Mariano Bizzarri. Cinque giorni fa, il prof della Sapienza, sulla Verità, annotava: «Il continuo richiamo vaccinale ha verosimilmente compromesso in tanti casi il sistema immunitario», insieme alle «misure di protezione fisica (lockdown e mascherina)». Se fosse così, qualcuno dovrebbe chiedere scusa. O, almeno, qualificare gli appelli alla quarta dose: per una vastissima fetta di popolazione, la giostra delle inoculazioni potrebbe essere diventata addirittura controproducente. È complottismo? Suvvia. È più negazionista chi chiede spiegazioni, o chi prova a nascondere sotto al tappeto la polvere di vaccino?<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/piu-ci-si-vaccina-e-piu-ci-si-contagia-liss-fischietta-allestero-indagano-2658998224.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="multe-se-ricevute-si-rischia-la-mora" data-post-id="2658998224" data-published-at="1671693653" data-use-pagination="False"> Multe, se ricevute si rischia la mora Mentre si attende che anche la Camera, entro il prossimo 29 dicembre, dia il via libero al congelamento delle multe per gli over 50 non vaccinati, le cartelle esattoriali continuano ad arrivare ai cittadini che al 15 giugno 2022 non erano in regola con il ciclo anti Covid. Tra i destinatari di questo iniquo balzello, fortissimamente voluto dall’ex ministro della Salute, Roberto Speranza, e sostenuto dall’allora governo Draghi, c’è anche la signora Maria di Busseto, provincia di Parma. Tra meno di un mese festeggerà gli 89 anni senza malattie e senza essersi mai presa il virus cinese, ma dovrebbe pagare la sanzione perché ha rifiutato la terza puntura. «Mia mamma non esce mai di casa, si è fatta somministrare due dosi nell’aprile 2021, poi ha detto basta», racconta il figlio Mario. «Non è stata una scelta facile, ogni giorno gli anziani venivano terrorizzati dai telegiornali, ma ha resistito. L’unico richiamo che accetta è quello dell’antinfluenzale». La signora pensava di aver raggiunto l’età per poter decidere quanto preoccuparsi della sua salute, invece una settimana fa le è stata recapitata una delle tante Caps, comunicazioni di avvio del procedimento sanzionatorio, che dallo scorso aprile sono effettuate dal ministero della Salute tramite l’Agenzia entrate e riscossioni. Ha tempo dieci giorni, per inviare eventuali certificati di completamento del richiamo o di esenzione dall’obbligo, poi le arriverà «un avviso di addebito, con valore di titolo esecutivo». Come prevedeva il decreto legge del 1 aprile 2021, poi convertito in legge nel maggio dello stesso anno. E qui rimane irrisolta la questione, sull’obbligo di pagare la sanzione, per chi si è già visto recapitare l’addebito della somma. Infatti, se l’emendamento approvato dal Senato che sospende fino al 30 giugno 2023 «le attività e i procedimenti di irrogazione della sanzione», ricevesse il «sì» anche della Camera, riguarderebbe solo i procedimenti «dalla data di entrata in vigore della legge di conversione del presente decreto». Quindi dal 29 dicembre, quando le cartelle esattoriali saranno già state notificate a quasi tutti gli over 50 non vaccinati, da punire. «A questi soggetti non rimarrà altra scelta che ricorrere al giudice di pace, con relativi ulteriori costi, se non vorranno correre il rischio di vedere consolidata irrimediabilmente a proprio carico la richiesta sanzionatoria», commenta l’avvocato Mauro Franchi. Ma c’è un altro problema. «L’emendamento sospende la prima fase», quella della comunicazione dell’avvio del procedimento amministrativo, spiega il legale. La fase dei Caps, per capirci, inviati perlopiù già nei mesi scorsi. «Ma ricevere la cartella di pagamento vuol dire che il procedimento di irrogazione sanzione si è perfezionato», cioè si è concluso. «Occorreva, quindi, prevedere anche la sospensione dei termini processuali per l’opposizione giudiziaria, e non solo quelli del procedimento amministrativo». A quel punto, sia che si decida di non pagare, sia che si pensi di non ricorrere al giudice di pace, il rischio è che tra un paio di mesi possa arrivare dall’Agenzia un avviso di mora. Sarà troppo tardi per rivolgersi al giudice di pace, azione che andava fatta entro 30 giorni dalla data di notifica. «Come avvocati di diverse parti d’Italia, riuniti nel sindacato d’Azione, abbiamo mandato una pec al presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, perché nella sospensione sino al prossimo 30 giugno siano compresi anche i termini processuali per ricorrere avanti al giudice di pace, evitando un inutile aggravio di costi», precisa Franchi. I tempi sono molto ristretti, difficilmente si potrà intervenire prima che il ddl 274 approdi alla Camera, per questo gli avvocati chiedono che almeno la relazione del governo di accompagnamento «indichi chiaramente che devono considerarsi sospesi anche i termini processuali». Resta, in ogni caso, lo smacco per tutti coloro che avranno ricevuto la cartella prima della conversione in legge.
Sono numeri da brivido. L’offensiva della macchina fiscale, come riportato dal Sole 24 Ore, ha bloccato in tre mesi 4,1 miliardi di frodi sotto forma di crediti inesistenti o irregolari, impedendo che venissero utilizzati in compensazione con F24, il che avrebbe reso impossibile o molto difficile recuperarli. L’impatto dell’operazione sui conti pubblici è importante. Senza il lavoro di intercettazione degli uomini del Fisco, queste frodi si sarebbero aggiunte alla mole degli 8,4 miliardi indicati nel Documento di finanza pubblica (Dfp) quali crediti di spesa per il 2025.
Il dato più impressionante emerso dall’analisi è il tasso di irregolarità riscontrato sulle nuove comunicazioni. Il 33% dei crediti è stato ritenuto a rischio e quindi non utilizzabile in compensazione. Praticamente un euro su tre dei crediti che emergono dalle ultime fatture per le spese 2025 è stato fermato per illeciti. Probabilmente questi furbetti hanno voluto cogliere al volo l’ultima opportunità offerta dall’agevolazione pur non avendo i requisiti. Con la chiusura delle finestre temporali e il decalage delle aliquote è scattata una corsa frenetica a salire sull’ultimo vagone del Superbonus.
Il Fisco ha seguito due piste: i controlli preventivi, che hanno consentito di scartare 1,8 miliardi di crediti, e le attività di analisi del rischio attraverso le quali sono stati individuati 2,3 miliardi di euro di crediti da Superbonus che rispondevano a un identikit di pericolosità. Si è arrivati così a 4,1 miliardi di illeciti intercettati e bloccati. Le irregolarità riguardavano anche fatture emesse per lavori che in realtà al 31 dicembre 2025 non sono stati realizzati in parte o del tutto. Le indagini del Fisco hanno dovuto tener conto di una variabile, ovvero che per le spese 2025 i lavori potevano essere completati entro il 31 dicembre dell’anno passato ma le opzioni per cessioni e sconto in fattura potevano essere comunicate all’amministrazione finanziaria fino al 16 marzo scorso. Questo vuol dire avviare un monitoraggio costante senza mai abbassare la guardia.
Il Fisco è impegnato dal 2021 nell’azione di monitoraggio di tutti i bonus edilizi, quindi non solo del Superbonus. Cinque anni fa, infatti, fu necessario intervenire d’urgenza con il decreto antifrodi per bloccare i fenomeni di irregolarità che si stavano verificando. Da allora la quantità dei crediti rifiutati per tutti gli interventi ha quasi raggiunto i 9,4 miliardi di euro. Il Superbonus si aggiudica l’Oscar delle truffe (circa 6,8 miliardi) ma anche il bonus facciate non è da meno: gli stop del Fisco agli utilizzi in compensazione sono arrivati a superare 1,3 miliardi nel corso degli anni in cui poteva essere utilizzato.
Emerge anche la realtà di 4.000 condomini che sono rimasti in una sorta di limbo. Cioè vittime di imprese spuntate dal nulla, dall’oggi al domani, dopo il 2021, per cavalcare l’onda del Superbonus. Hanno preso delle commesse, che in parte hanno eseguito, lasciandole poi a metà. I condomini, committenti di questi lavori, si trovano alle prese con detrazioni non maturate, somme da pagare in contanti, crediti fiscali fruiti in modo formalmente illegittimo, e possibili verifiche future da parte dell’Agenzia delle entrate.
Dai dati del ministero dell’Economia, dell’Istat e dell’Agenzia delle entrate, emerge che l’impatto complessivo del Superbonus sui conti pubblici è di 174 miliardi. Una cifra vicina all’intero valore del Pnrr, che tra fondi europei e nazionali vale 194 miliardi. Quindi una gigantesca misura di spesa pubblica. Un’onda che si è ingigantita nel tempo (all’inizio le previsioni parlavano di poche decine di miliardi), quando è parso chiaro che il provvedimento poteva anche essere cavalcato in modo illecito e non solo per utili e regolari interventi edilizi. Senza l’intervento della Guardia di finanza con le contestazioni e i sequestri dei crediti fiscali dichiarati in modo fraudolento, l’onere per il bilancio pubblico sarebbe stato di circa 183 miliardi, quindi ben superiore alla cifra di 174 miliardi a cui si è arrivati. Cifre che rendono chiaramente l’idea del peso del Superbonus sul deficit.
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Emmanuel Macron (Ansa)
Il presidente francese ha annunciato investimenti per 23 miliardi di euro (27 miliardi di dollari) durante il vertice Africa Forward in Kenya, parlando di un partnership paritaria e con obiettivi comuni. Un significativo cambiamento di atteggiamento, che appare però palesemente ricalcato sul Piano Mattei per l’Africa, che dopo due anni di lavoro sta producendo i primi risultati. Parigi sta faticosamente tentando di recuperare terreno dopo aver visto la cacciata dei propri militari dalle basi africane, ad oggi presenti soltanto nella repubblica di Gibuti, e sostituiti dai russi che hanno orchestrato tutti i colpi di Stato a partire dal 2020.
Macron sa benissimo che il suo Paese è ad una svolta storica nei rapporti con il continente africano e la co-presidenza con il keniano William Ruto nasce con l’idea di proporre un nuovo modello di relazioni. Parigi ha organizzato vertici di questo tipo fin dal 1973, ma esclusivamente con le nazioni francofone che erano sotto la sua influenza. «L’Africa sta avendo successo. È il continente più giovane del mondo ed ha bisogno di investimenti per diventare più autosufficiente», ha ribadito il presidente francese, «non siamo qui semplicemente per investire insieme a voi, ma abbiamo bisogno che i grandi imprenditoriali africani vengano ad investire nel nostro Paese». Macron ha aggiunto che gli investimenti, fra pubblici e privati, creeranno 250.000 posti di lavoro sia in Africa che in Francia in settori come la transizione energetica, il digitale, l’intelligenza artificiale, l’economia marittima e l’agricoltura. Il leader francese vuole utilizzare il meeting di Nairobi per arginare l’influenza degli ex emerging powers come Russia, Cina e Turchia, ma per frenare anche l’Italia che sta investendo in molte nazioni.
L’inquilino dell’Eliseo ha pesato ogni parola durante il vertice, definendo l’Africa come un unico insieme e cercando di promuovere l’Europa come un partner commerciale più affidabile rispetto alla Cina ed anche agli Stati Uniti. In Kenya sono arrivati più di 30 leader africani e rappresentanti dell’Unione Africana, insieme all’imprenditore nigeriano Aliko Dangote, considerato l’uomo più ricco del continente, mentre da Parigi sono volati a Nairobi dirigenti di importanti aziende come TotalEnergies ed Orange. Macron ha parlato anche all’Università di Nairobi, dove ha sostenuto che l’Africa ha bisogno di investimenti per diventare più sovrana e che non ha più bisogno né vuole più sentire gli europei dire loro di cosa hanno bisogno. Parallelamente sta andando avanti il processo di restituzione delle opere d’arte africane saccheggiate durante l’era coloniale e il Parlamento francese ha approvato una legge per la restituzione dei manufatti.
Il Kenya ha reagito positivamente alle proposte di Parigi e il ministro degli Esteri Musalia Mudavadi l’ha definita come un’opportunità per l’Africa di iniziare a parlare all’unisono. Nairobi ha firmato un accordo quinquennale di difesa con la Francia che comprende anche l’intelligence e operazioni militari congiunte nell’Oceano Indiano e a marzo un contingente di 800 soldati francesi è arrivato al porto di Mombasa, oggetto di grandi investimenti del gruppo francese Cma Cgm . Sul tema della riduzione della presenza militare Macron ha detto che il ritiro delle truppe non è stato un’umiliazione, ma una risposta logica a una data situazione. «Quando la nostra presenza non era più gradita dopo i colpi di Stato, ce ne siamo andati e sono convinto che dobbiamo lasciare che questi Stati e i loro leader, persino i golpisti, traccino la propria strada». Nessuna delle nazioni africane in mano a giunte militari ha partecipato al vertice e la strategia intrapresa da Parigi appare debole e tardiva per cambiare gli equilibri continentali.
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Il presidente Usa Donald Trump è atterrato a Pechino per un vertice con Xi Jinping. Si tratta della prima visita di un presidente americano in Cina da quasi un decennio, in un incontro volto a ridurre le tensioni tra le due superpotenze.
Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump è arrivato a Pechino, dove è atteso per un vertice di alto profilo con il leader cinese Xi Jinping. L’incontro si inserisce in un contesto di forti tensioni tra Washington e Pechino e punta ad avviare un confronto diretto tra le due principali potenze globali.
Si tratta della prima visita di un presidente americano in Cina dopo quasi dieci anni, un passaggio considerato significativo sul piano diplomatico. Trump è atterrato all’aeroporto internazionale della capitale cinese a bordo dell’Air Force One, dando così avvio a una missione osservata con grande attenzione dalla comunità internazionale. All’arrivo a Pechino, Trump è stato accolto dal vice presidente cinese Han Zheng in una cerimonia sulla pista dell’aeroporto, tra tappeto rosso, saluti ufficiali e la presenza di una delegazione di bambini. Subito dopo lo sbarco dall’Air Force One, il tycoon ha stretto la mano al suo omologo cinese e ha ricevuto un omaggio floreale prima di salire sulla limousine presidenziale.
Sul piano geopolitico, da Pechino è arrivato un messaggio di apertura alla collaborazione: il ministero degli Esteri ha parlato di una volontà di «gestire le divergenze e ampliare la cooperazione» con Washington. Un clima che si inserisce in un contesto internazionale teso, segnato anche dalle dichiarazioni provenienti dall’Iran, dove un portavoce militare ha ipotizzato un possibile aumento dell’arricchimento dell’uranio fino al 90% in caso di nuova escalation. Secondo alcune indiscrezioni rilanciate dai media statunitensi, inoltre, l’amministrazione americana starebbe valutando nuove opzioni operative in caso di fallimento delle attuali trattative, con l’ipotesi di una ridefinizione delle operazioni militari legate allo scenario iraniano. Sullo sfondo, l’agenda della visita di Trump a Pechino include anche colloqui sul Medio Oriente e sulla questione di Taiwan, dossier centrali nei rapporti tra le due superpotenze.
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Friedrich Merz (Ansa)
Davanti a lui, a Berlino, i 400 delegati sindacali fremono, contestano e rimandano al mittente la ricetta; nessuna voglia di lacrime e sangue dopo 30 anni di benessere diffuso. La scena mai vista prima nella storia è il fulcro dello speech del cancelliere al congresso della Federazione dei Sindacati (Dgb) e segna due punti critici: il no alle riforme e il crollo della popolarità dopo solo un anno di governo.
«Aumentare la produttività, diminuire l’assenteismo, riformare la Sanità pubblica, tagliare le pensioni». Lo scenario molto italiano (do you remember la stagione Mario Monti?) fa sanguinare le orecchie di chi ascolta. Ma la verità di Merz non può aspettare oltre. «Abbiamo fallito nel modernizzare il nostro Paese, adesso ne paghiamo le conseguenze. La sfida più difficile sarà la riforma del sistema pensionistico obbligatorio. La commissione di esperti incaricata presenterà le sue proposte fra qualche settimana, le decisioni arriveranno in estate. Un lavoratore non può sostenere il costo di due pensionati. Nulla di tutto ciò è dovuto a cattiveria da parte mia o del governo federale, si tratta semplicemente di demografia e matematica. I problemi strutturali rimandati per anni si sono aggravati».
In una tumultuosa mattina di maggio la Germania scende definitivamente dal piedistallo. E scopre che le otto ore giornaliere di lavoro sono poche (la proposta è di arrivare a 12 con compensazioni settimanali), che la leggendaria produttività è crollata a livelli mediterranei. E che, come sottolinea un Merz sempre più in imbarazzo, «gli alti costi e la burocrazia stanno danneggiando le imprese mettendo a rischio i posti di lavoro e la prosperità delle generazioni future». Per i rappresentanti dei lavoratori è uno shock senza precedenti. Da sempre favorevoli alle riforme nei convegni, nei Paesi ad alto tasso di sviluppo i sindacati di ogni latitudine sono i garanti dell’immobilismo, del corporativismo, del privilegio. Così, dopo avere dormito sugli allori, fischiano, urlano e andranno in piazza.
Dopo due anni di recessione, gli indicatori hanno fatto segnare una crescita troppo flebile per essere rassicurante. E la prima conseguenza del giro di vite annunciato a Berlino è il crollo dei consensi. L’ultimo sondaggio Forsa, pubblicato dalla Bild, è una sentenza: dopo soli 12 mesi di governo la coalizione annaspa, con i conservatori di Cdu-Csu al 22% e i socialisti di Spd (responsabili del ballo sul Titanic) al 12%. Tutto ciò mentre Alternative für Deutschland vola al 27%. A livello personale Merz è al 13%. Commento dei sondaggisti: «Ci sono stati picchi negativi anche per i cancellieri precedenti, ma che qualcuno scendesse sotto il 15% non si era mai visto. I partiti di governo hanno perso un terzo della loro già risicata sostanza, un altro dato mai visto».
Sembra uno scherzo della nemesi. Qualche giorno fa il cancelliere, che a differenza di molti suoi colleghi ha il pregio di dire ciò che pensa (più o meno come Giancarlo Giorgetti), ha dichiarato con aria depressa: «Mi capita di svegliarmi la mattina e chiedermi se questo non sia solo un brutto sogno». La locomotiva si è fermata su un binario morto per quattro motivi sotto gli occhi di tutti, che riguardano anche la geopolitica internazionale.
Ecco i pilastri della prosperità che oggi vacillano. 1) La sovranità energetica è un ricordo, il gas russo a basso costo non c’è più e l’attentato angloamericano al Nordstream 2 (con manovalanza ucraina) ha dato il colpo di grazia; 2) l’ombrello militare americano sta sparendo per via del disimpegno di Donald Trump e gli investimenti sono concentrati sulla difesa (1.000 miliardi); 3) la potenza esclusivamente economica mostra la corda per il crollo delle esportazioni e dell’automotive; 4) la supremazia politica nei confronti dell’Unione europea con diktat di indirizzo (regole draconiane per gli altri, solo sviluppo per Berlino) è diventata un boomerang. A tal punto che il Bundestag ha dovuto sconfessare l’amato Patto di stabilità e iniziare la stagione del debito, sconfessando le strategie di Angela Merkel e del falco Wolfgang Schauble.
Gli errori a ripetizione sul Green deal alla base del suicidio energetico (rinnovabili) e di quello industriale (auto elettriche) hanno fatto il resto. Con l’ottusa complicità di Ursula von del Leyen, peraltro teleguidata da Berlino mentre si gettava dal balcone. Come va ripetendo da anni Alberto Bagnai, «i tedeschi non tornano indietro solo per non ammettere di avere sbagliato, esattamente come 85 anni fa». Questa volta hanno tagliato il ramo sul quale erano seduti. E le bordate di fischi dei sindacati a Merz hanno il rumore di un tonfo.
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