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2022-12-22
Più ci si vaccina e più ci si contagia. L’Iss fischietta, all’estero indagano
Che l’incidenza delle infezioni da Covid tenda ad aumentare di pari passo con il numero di dosi ricevute è, ormai, stranoto. L’ultimo bollettino dell’Iss è cristallino: solo nella fascia 60-79 anni i contagi sono più frequenti tra chi si è fermato alla seconda punturina. Tra 12 e 39 anni e tra 40 e 59, i più esposti alla trasmissione del virus sono i tridosati; tra gli over 80, chi s’è sottoposto al primo booster viene colpito dal Sars-Cov-2 più spesso di chi lo ha rifiutato. La quarta dose da meno 120 giorni conferisce una protezione aggiuntiva, ma trascorsi quattro mesi, il tasso d’infezione schizza di nuovo.
Evidenze analoghe sono state riscontrate negli Usa. Con una differenza sostanziale, che riguarda l’atteggiamento degli scienziati. Da noi, l’ente guidato da Silvio Brusaferro sta ignorando il fenomeno. Fino a un mesetto fa, giustificava la bizzarria alludendo a una «sottonotifica delle diagnosi nella popolazione non vaccinata e vaccinata da oltre 120 giorni», senza chiarire perché chi è meno al passo con i richiami, o ha respinto la profilassi, sarebbe meno propenso degli «obbedienti» a denunciare la propria positività. Nelle settimane successive, dai report di Epicentro, è sparita anche questa criptica didascalia.
Al contrario, sull’altra sponda dell’Atlantico, i ricercatori sono sorpresi dal constatare che più ci si vaccina, più ci si contagia. E s’interrogano. Gli autori di un preprint, appena pubblicato online, definiscono la suddetta correlazione «inattesa». Ingenui: credono che il concetto di vaccino implichi il blocco della diffusione della malattia…
I cinque studiosi hanno misurato la (modesta: 30%) efficacia del nuovo bivalente contro Omicron, monitorando, fino al 12 dicembre, oltre 50.000 impiegati del Cleveland clinic, un centro medico universitario che sorge nell’omonima città dell’Ohio. Il gruppo è rimasto colpito, poiché «maggiore è il numero di dosi vaccino precedentemente ricevute, maggiore è il rischio» di contrarre il Covid. I cinque vanno in cerca di una spiegazione: «Quella semplicistica può essere che coloro che hanno ricevuto più dosi avevano più probabilità di essere individui a maggior rischio». Un’ipotesi sensata: è logico che i fragili e gli anziani mostrino più premura di porgere il braccio per schermarsi dal coronavirus. La teoria, tuttavia, non regge: «La maggior parte dei soggetti di questi studio», scrivono i ricercatori, era in genere composta di «giovani e tutti erano candidati ad aver ricevuto almeno tre dosi».
Chi era rimasto senza booster, quindi, aveva deciso di «non seguire le raccomandazioni dei Cdc» e poteva essere il tipo di persona più incline ad assumere comportamenti che moltiplicavano le sue chance di esporsi al virus.
Invece, sorpresa: «Il rischio di contrarre il Covid-19 era inferiore rispetto a quello di chi aveva ricevuto un maggior numero di precedenti dosi di vaccino».
Anche altri studi - e una sfilza di bollettini Iss, appunto - confermano il trend. Il problema è sempre il solito: ciò che in Italia passa inosservato, o si maschera arrampicandosi sugli specchi, all’estero lo prendono piuttosto sul serio.
Il team di Cleveland aveva riscontrato persino che, dopo la guarigione, la somministrazione di due o tre shot del farmaco a mRna «era associata con un maggior rischio di reinfezione rispetto alla somministrazione di una dose singola».
Un altro recente preprint, stavolta basato su rilevazioni condotte in Qatar fino a metà settembre, arrivava a conclusioni altrettanto eloquenti: «Una storia di vaccinazione primaria», cioè le due dosi che ci erano state propinate all’inizio della campagna di inoculazioni, «ha accresciuto la protezione immunitaria contro la reinfezione da Omicron». Al contrario, «una storia di vaccinazione booster ha compromesso» - sottolineiamo, compromesso - «la protezione contro» un secondo contagio da variante sudafricana. Saremmo dinanzi a una sorta di interferenza con l’immunità naturale? Oppure è tutta una coincidenza? Un’illusione, figlia di distorsioni che sfuggono ai metodi statistici?
Poniamo che le cose stiano davvero come sembrano: più ti fai punzecchiare, più ti contagi - e ti ricontagi. Non occorre essere immunologi per farsi cogliere dal sospetto che siano proprio le iniezioni a innescare un meccanismo paradossale: in ogni fascia di età, i vaccinati a vario titolo sono più protetti da ricoveri e morte, rispetto ai non vaccinati. Eppure, i loro anticorpi, così efficaci nel contrastare le forme gravi di Covid, paiono perdere la capacità di limitare le infezioni, man mano che si va avanti con i booster.
È una fesseria? Può darsi. Ma se domandare è lecito, in situazioni simili, rispondere è un dovere. Tanto più che, a tirare in ballo questa idea, non siamo noi profani. È un luminare dalle credenziali accademiche inattaccabili: Mariano Bizzarri. Cinque giorni fa, il prof della Sapienza, sulla Verità, annotava: «Il continuo richiamo vaccinale ha verosimilmente compromesso in tanti casi il sistema immunitario», insieme alle «misure di protezione fisica (lockdown e mascherina)». Se fosse così, qualcuno dovrebbe chiedere scusa. O, almeno, qualificare gli appelli alla quarta dose: per una vastissima fetta di popolazione, la giostra delle inoculazioni potrebbe essere diventata addirittura controproducente.
È complottismo? Suvvia. È più negazionista chi chiede spiegazioni, o chi prova a nascondere sotto al tappeto la polvere di vaccino?
Multe, se ricevute si rischia la mora
Mentre si attende che anche la Camera, entro il prossimo 29 dicembre, dia il via libero al congelamento delle multe per gli over 50 non vaccinati, le cartelle esattoriali continuano ad arrivare ai cittadini che al 15 giugno 2022 non erano in regola con il ciclo anti Covid.
Tra i destinatari di questo iniquo balzello, fortissimamente voluto dall’ex ministro della Salute, Roberto Speranza, e sostenuto dall’allora governo Draghi, c’è anche la signora Maria di Busseto, provincia di Parma. Tra meno di un mese festeggerà gli 89 anni senza malattie e senza essersi mai presa il virus cinese, ma dovrebbe pagare la sanzione perché ha rifiutato la terza puntura.
«Mia mamma non esce mai di casa, si è fatta somministrare due dosi nell’aprile 2021, poi ha detto basta», racconta il figlio Mario. «Non è stata una scelta facile, ogni giorno gli anziani venivano terrorizzati dai telegiornali, ma ha resistito. L’unico richiamo che accetta è quello dell’antinfluenzale».
La signora pensava di aver raggiunto l’età per poter decidere quanto preoccuparsi della sua salute, invece una settimana fa le è stata recapitata una delle tante Caps, comunicazioni di avvio del procedimento sanzionatorio, che dallo scorso aprile sono effettuate dal ministero della Salute tramite l’Agenzia entrate e riscossioni.
Ha tempo dieci giorni, per inviare eventuali certificati di completamento del richiamo o di esenzione dall’obbligo, poi le arriverà «un avviso di addebito, con valore di titolo esecutivo». Come prevedeva il decreto legge del 1 aprile 2021, poi convertito in legge nel maggio dello stesso anno.
E qui rimane irrisolta la questione, sull’obbligo di pagare la sanzione, per chi si è già visto recapitare l’addebito della somma. Infatti, se l’emendamento approvato dal Senato che sospende fino al 30 giugno 2023 «le attività e i procedimenti di irrogazione della sanzione», ricevesse il «sì» anche della Camera, riguarderebbe solo i procedimenti «dalla data di entrata in vigore della legge di conversione del presente decreto».
Quindi dal 29 dicembre, quando le cartelle esattoriali saranno già state notificate a quasi tutti gli over 50 non vaccinati, da punire. «A questi soggetti non rimarrà altra scelta che ricorrere al giudice di pace, con relativi ulteriori costi, se non vorranno correre il rischio di vedere consolidata irrimediabilmente a proprio carico la richiesta sanzionatoria», commenta l’avvocato Mauro Franchi.
Ma c’è un altro problema. «L’emendamento sospende la prima fase», quella della comunicazione dell’avvio del procedimento amministrativo, spiega il legale. La fase dei Caps, per capirci, inviati perlopiù già nei mesi scorsi. «Ma ricevere la cartella di pagamento vuol dire che il procedimento di irrogazione sanzione si è perfezionato», cioè si è concluso. «Occorreva, quindi, prevedere anche la sospensione dei termini processuali per l’opposizione giudiziaria, e non solo quelli del procedimento amministrativo».
A quel punto, sia che si decida di non pagare, sia che si pensi di non ricorrere al giudice di pace, il rischio è che tra un paio di mesi possa arrivare dall’Agenzia un avviso di mora. Sarà troppo tardi per rivolgersi al giudice di pace, azione che andava fatta entro 30 giorni dalla data di notifica.
«Come avvocati di diverse parti d’Italia, riuniti nel sindacato d’Azione, abbiamo mandato una pec al presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, perché nella sospensione sino al prossimo 30 giugno siano compresi anche i termini processuali per ricorrere avanti al giudice di pace, evitando un inutile aggravio di costi», precisa Franchi.
I tempi sono molto ristretti, difficilmente si potrà intervenire prima che il ddl 274 approdi alla Camera, per questo gli avvocati chiedono che almeno la relazione del governo di accompagnamento «indichi chiaramente che devono considerarsi sospesi anche i termini processuali». Resta, in ogni caso, lo smacco per tutti coloro che avranno ricevuto la cartella prima della conversione in legge.
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Uno studio Usa ribadisce che le infezioni sono più frequenti tra chi ha tre dosi rispetto ai soggetti con meno richiami, anche tra i giovani. Ma, a differenza dell’istituto italiano, i ricercatori stranieri si interrogano.Gli over 50 a cui è già stato recapitato l’avviso della sanzione dovranno rivolgersi al giudice di pace, poiché il procedimento risulta concluso. Il governo può intervenire.Lo speciale contiene due articoliChe l’incidenza delle infezioni da Covid tenda ad aumentare di pari passo con il numero di dosi ricevute è, ormai, stranoto. L’ultimo bollettino dell’Iss è cristallino: solo nella fascia 60-79 anni i contagi sono più frequenti tra chi si è fermato alla seconda punturina. Tra 12 e 39 anni e tra 40 e 59, i più esposti alla trasmissione del virus sono i tridosati; tra gli over 80, chi s’è sottoposto al primo booster viene colpito dal Sars-Cov-2 più spesso di chi lo ha rifiutato. La quarta dose da meno 120 giorni conferisce una protezione aggiuntiva, ma trascorsi quattro mesi, il tasso d’infezione schizza di nuovo. Evidenze analoghe sono state riscontrate negli Usa. Con una differenza sostanziale, che riguarda l’atteggiamento degli scienziati. Da noi, l’ente guidato da Silvio Brusaferro sta ignorando il fenomeno. Fino a un mesetto fa, giustificava la bizzarria alludendo a una «sottonotifica delle diagnosi nella popolazione non vaccinata e vaccinata da oltre 120 giorni», senza chiarire perché chi è meno al passo con i richiami, o ha respinto la profilassi, sarebbe meno propenso degli «obbedienti» a denunciare la propria positività. Nelle settimane successive, dai report di Epicentro, è sparita anche questa criptica didascalia. Al contrario, sull’altra sponda dell’Atlantico, i ricercatori sono sorpresi dal constatare che più ci si vaccina, più ci si contagia. E s’interrogano. Gli autori di un preprint, appena pubblicato online, definiscono la suddetta correlazione «inattesa». Ingenui: credono che il concetto di vaccino implichi il blocco della diffusione della malattia… I cinque studiosi hanno misurato la (modesta: 30%) efficacia del nuovo bivalente contro Omicron, monitorando, fino al 12 dicembre, oltre 50.000 impiegati del Cleveland clinic, un centro medico universitario che sorge nell’omonima città dell’Ohio. Il gruppo è rimasto colpito, poiché «maggiore è il numero di dosi vaccino precedentemente ricevute, maggiore è il rischio» di contrarre il Covid. I cinque vanno in cerca di una spiegazione: «Quella semplicistica può essere che coloro che hanno ricevuto più dosi avevano più probabilità di essere individui a maggior rischio». Un’ipotesi sensata: è logico che i fragili e gli anziani mostrino più premura di porgere il braccio per schermarsi dal coronavirus. La teoria, tuttavia, non regge: «La maggior parte dei soggetti di questi studio», scrivono i ricercatori, era in genere composta di «giovani e tutti erano candidati ad aver ricevuto almeno tre dosi». Chi era rimasto senza booster, quindi, aveva deciso di «non seguire le raccomandazioni dei Cdc» e poteva essere il tipo di persona più incline ad assumere comportamenti che moltiplicavano le sue chance di esporsi al virus. Invece, sorpresa: «Il rischio di contrarre il Covid-19 era inferiore rispetto a quello di chi aveva ricevuto un maggior numero di precedenti dosi di vaccino». Anche altri studi - e una sfilza di bollettini Iss, appunto - confermano il trend. Il problema è sempre il solito: ciò che in Italia passa inosservato, o si maschera arrampicandosi sugli specchi, all’estero lo prendono piuttosto sul serio. Il team di Cleveland aveva riscontrato persino che, dopo la guarigione, la somministrazione di due o tre shot del farmaco a mRna «era associata con un maggior rischio di reinfezione rispetto alla somministrazione di una dose singola». Un altro recente preprint, stavolta basato su rilevazioni condotte in Qatar fino a metà settembre, arrivava a conclusioni altrettanto eloquenti: «Una storia di vaccinazione primaria», cioè le due dosi che ci erano state propinate all’inizio della campagna di inoculazioni, «ha accresciuto la protezione immunitaria contro la reinfezione da Omicron». Al contrario, «una storia di vaccinazione booster ha compromesso» - sottolineiamo, compromesso - «la protezione contro» un secondo contagio da variante sudafricana. Saremmo dinanzi a una sorta di interferenza con l’immunità naturale? Oppure è tutta una coincidenza? Un’illusione, figlia di distorsioni che sfuggono ai metodi statistici? Poniamo che le cose stiano davvero come sembrano: più ti fai punzecchiare, più ti contagi - e ti ricontagi. Non occorre essere immunologi per farsi cogliere dal sospetto che siano proprio le iniezioni a innescare un meccanismo paradossale: in ogni fascia di età, i vaccinati a vario titolo sono più protetti da ricoveri e morte, rispetto ai non vaccinati. Eppure, i loro anticorpi, così efficaci nel contrastare le forme gravi di Covid, paiono perdere la capacità di limitare le infezioni, man mano che si va avanti con i booster. È una fesseria? Può darsi. Ma se domandare è lecito, in situazioni simili, rispondere è un dovere. Tanto più che, a tirare in ballo questa idea, non siamo noi profani. È un luminare dalle credenziali accademiche inattaccabili: Mariano Bizzarri. Cinque giorni fa, il prof della Sapienza, sulla Verità, annotava: «Il continuo richiamo vaccinale ha verosimilmente compromesso in tanti casi il sistema immunitario», insieme alle «misure di protezione fisica (lockdown e mascherina)». Se fosse così, qualcuno dovrebbe chiedere scusa. O, almeno, qualificare gli appelli alla quarta dose: per una vastissima fetta di popolazione, la giostra delle inoculazioni potrebbe essere diventata addirittura controproducente. È complottismo? Suvvia. È più negazionista chi chiede spiegazioni, o chi prova a nascondere sotto al tappeto la polvere di vaccino?<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/piu-ci-si-vaccina-e-piu-ci-si-contagia-liss-fischietta-allestero-indagano-2658998224.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="multe-se-ricevute-si-rischia-la-mora" data-post-id="2658998224" data-published-at="1671693653" data-use-pagination="False"> Multe, se ricevute si rischia la mora Mentre si attende che anche la Camera, entro il prossimo 29 dicembre, dia il via libero al congelamento delle multe per gli over 50 non vaccinati, le cartelle esattoriali continuano ad arrivare ai cittadini che al 15 giugno 2022 non erano in regola con il ciclo anti Covid. Tra i destinatari di questo iniquo balzello, fortissimamente voluto dall’ex ministro della Salute, Roberto Speranza, e sostenuto dall’allora governo Draghi, c’è anche la signora Maria di Busseto, provincia di Parma. Tra meno di un mese festeggerà gli 89 anni senza malattie e senza essersi mai presa il virus cinese, ma dovrebbe pagare la sanzione perché ha rifiutato la terza puntura. «Mia mamma non esce mai di casa, si è fatta somministrare due dosi nell’aprile 2021, poi ha detto basta», racconta il figlio Mario. «Non è stata una scelta facile, ogni giorno gli anziani venivano terrorizzati dai telegiornali, ma ha resistito. L’unico richiamo che accetta è quello dell’antinfluenzale». La signora pensava di aver raggiunto l’età per poter decidere quanto preoccuparsi della sua salute, invece una settimana fa le è stata recapitata una delle tante Caps, comunicazioni di avvio del procedimento sanzionatorio, che dallo scorso aprile sono effettuate dal ministero della Salute tramite l’Agenzia entrate e riscossioni. Ha tempo dieci giorni, per inviare eventuali certificati di completamento del richiamo o di esenzione dall’obbligo, poi le arriverà «un avviso di addebito, con valore di titolo esecutivo». Come prevedeva il decreto legge del 1 aprile 2021, poi convertito in legge nel maggio dello stesso anno. E qui rimane irrisolta la questione, sull’obbligo di pagare la sanzione, per chi si è già visto recapitare l’addebito della somma. Infatti, se l’emendamento approvato dal Senato che sospende fino al 30 giugno 2023 «le attività e i procedimenti di irrogazione della sanzione», ricevesse il «sì» anche della Camera, riguarderebbe solo i procedimenti «dalla data di entrata in vigore della legge di conversione del presente decreto». Quindi dal 29 dicembre, quando le cartelle esattoriali saranno già state notificate a quasi tutti gli over 50 non vaccinati, da punire. «A questi soggetti non rimarrà altra scelta che ricorrere al giudice di pace, con relativi ulteriori costi, se non vorranno correre il rischio di vedere consolidata irrimediabilmente a proprio carico la richiesta sanzionatoria», commenta l’avvocato Mauro Franchi. Ma c’è un altro problema. «L’emendamento sospende la prima fase», quella della comunicazione dell’avvio del procedimento amministrativo, spiega il legale. La fase dei Caps, per capirci, inviati perlopiù già nei mesi scorsi. «Ma ricevere la cartella di pagamento vuol dire che il procedimento di irrogazione sanzione si è perfezionato», cioè si è concluso. «Occorreva, quindi, prevedere anche la sospensione dei termini processuali per l’opposizione giudiziaria, e non solo quelli del procedimento amministrativo». A quel punto, sia che si decida di non pagare, sia che si pensi di non ricorrere al giudice di pace, il rischio è che tra un paio di mesi possa arrivare dall’Agenzia un avviso di mora. Sarà troppo tardi per rivolgersi al giudice di pace, azione che andava fatta entro 30 giorni dalla data di notifica. «Come avvocati di diverse parti d’Italia, riuniti nel sindacato d’Azione, abbiamo mandato una pec al presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, perché nella sospensione sino al prossimo 30 giugno siano compresi anche i termini processuali per ricorrere avanti al giudice di pace, evitando un inutile aggravio di costi», precisa Franchi. I tempi sono molto ristretti, difficilmente si potrà intervenire prima che il ddl 274 approdi alla Camera, per questo gli avvocati chiedono che almeno la relazione del governo di accompagnamento «indichi chiaramente che devono considerarsi sospesi anche i termini processuali». Resta, in ogni caso, lo smacco per tutti coloro che avranno ricevuto la cartella prima della conversione in legge.
Ursula von der Leyen e Giorgia Meloni (Ansa)
Come previsto già dalle prime ore del Consiglio Ue, alla fine l’abolizione degli Ets, ossia il sistema di scambio delle quote di emissione, non è stata neanche discussa. A giugno si parlerà di una sua rimodulazione, ma l’impressione generale è che qualcuno abbia fatto il doppio gioco. L’Italia fin dall’inizio ha chiesto l’abolizione di questi strumenti, convinta che fosse la soluzione migliore per sollevare l’enorme pressione che grava oggi sulle imprese. Eppure, la maggior parte dei Paesi ha ragionato di rivedere gli Ets, non di abolirli, ma con calma, prima dell’estate.
Lo sforzo dell’Italia è stato notevole e qualcosa si è riuscito a ottenere. «Abbiamo portato a casa il risultato che era per noi irrinunciabile e sono soddisfatta di questo lungo Consiglio europeo», ha detto il premier Giorgia Meloni a Bruxelles nella notte tra giovedì e sabato. Scartata l’abolizione degli Ets, si puntava alla revisione. «Siamo riusciti a ottenere la possibilità per gli Stati membri di negoziare con la Commissione per affrontare le distorsioni che alcune regole europee producono», ha aggiunto ieri intervenendo in Rai. «Una di queste, e chiaramente è il nostro obiettivo, è l'Ets, una tassa sulle forme più inquinanti di energia che finisce per determinare un aumento del costo anche per quelle meno inquinanti». «Con il decreto bollette», ha continuato, «puntiamo alla sospensione di questo meccanismo perverso, ma serve un via libera della Commissione europea. E quello che c'è scritto nelle conclusioni del Consiglio ci dà la possibilità di ottenere quel via libera». Per la revisione sistemica, invece, Meloni guarda al prossimo vertice, previsto il 18 e 19 giugno.
«Le conclusioni del Consiglio europeo vanno nella direzione indicata dal governo italiano, grazie un’intensa azione diplomatica del presidente Meloni fatta di pragmatismo e buon senso», ha spiegato l’europarlamentare di Fratelli d’Italia Nicola Procaccini, co-presidente del gruppo dei Conservatori. Per il ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso, «l’Europa si muove sulla strada indicata dall’Italia». Ha parlato di «una svolta storica» in merito «al riconoscimento che la prossima revisione dell’Ets affronterà, da subito, proprio le questioni rilevanti per il nostro Paese, come l’estensione delle quote gratuite per le industrie energivore e la volatilità del prezzo degli Ets, condizionata anche dalla speculazione finanziaria. Altrettanto significativo è che la Commissione lavorerà già da lunedì con il nostro governo proprio su quanto previsto dal decreto Bollette per affrontare le specificità italiane». Tradotto: il governo incassa una prima apertura al decreto Bollette, non ancora notificato a Bruxelles.
Il cancelliere tedesco Friedrich Merz, che inizialmente sembrava aperturista sull’abolizione dello strumento finanziario, ha poi virato per una sua modulazione. Anche lui si è mostrato soddisfatto della sua possibile revisione, e esaltandone però la funzione. «Il sistema di scambio delle emissioni (Ets) è un grande successo. Esiste ormai da più di 20 anni, è un sistema basato sul mercato, aperto a diverse tecnologie», ha detto, aggiungendo che l’Unione europea intende apportare «alcuni aggiustamenti» volti «a migliorare e preservare l’Ets, e non di un cambiamento fondamentale che incide sul cuore del sistema». Infine precisa: «Le misure destinate a beneficiare i singoli Stati membri particolarmente colpiti dagli alti prezzi dell’energia sono fatte su misura, mirate e di natura temporanea: riteniamo che questo sia l’approccio giusto».
Merz alla fine diventa così un alleato in più contro il muro «green» di Paesi nordici, Spagna e Portogallo, rafforzato dall’affondo di Pedro Sánchez contro chi «usa la crisi in Medio Oriente per indebolire la politica climatica» e dalla linea del neo premier olandese Rob Jetten, che non è disposta a retromarce.
L’Italia, insieme ai leader di Visegrád, Austria, Croazia, Grecia, Romania e Bulgaria, ha chiesto anche interventi europei incisivi per raffreddare i prezzi e una proroga delle quote gratuite per le industrie energivore. Un’esortazione affiancata dal presidio della linea intransigente rappresentato da Confindustria che, per bocca del presidente Emanuele Orsini, a Bruxelles ha lanciato un «grido d’allarme», chiedendo il congelamento dell’Ets e riportando al centro il tema del debito comune, per evitare che il ricorso ai soli aiuti di Stato finisca per penalizzare ulteriormente l’Italia, frenata dal deficit di bilancio da tenere sotto sorveglianza.
Nell’immediato, è pronto il via libera a una massiccia flessibilità sugli aiuti di Stato per l’industria, già ampiamente utilizzati durante la pandemia e la crisi energetica seguita alla guerra in Ucraina. Ai Paesi membri è stato raccomandato di effettuare «interventi mirati» di stampo nazionale su tasse, reti e sostegno alle industrie energivore. Nel medio periodo, la strada resta quella spiegata dal presidente del Consiglio europeo Antonio Costa: più indipendenza energetica e puntare ancora su rinnovabili e, per fortuna, anche sul nucleare.
In Italia le conclusioni del Consiglio Ue vengono interpretate dalle opposizioni come una sconfitta: «A questo punto il decreto Bollette non è più sostenibile nella sua impostazione attuale», controbatte Sergio Costa del Movimento 5 stelle. Perché «nasce dall’idea di sterilizzare l’Ets, un’opzione che l’Europa ha respinto».
Orbán blocca ancora gli aiuti a Kiev: «Prima garanzie sul greggio russo»
Le tensioni tra l’Unione europea e l’Ungheria hanno raggiunto l’apice dopo che il premier ungherese Viktor Orbán non ha concesso il via libera al prestito di 90 miliardi di euro all’Ucraina.
Durante il Consiglio europeo, infatti, non è arrivata la fumata bianca. A pesare sul veto di Budapest è l’interruzione della fornitura di petrolio che proviene dall’oleodotto di Druzhba attraverso l’Ucraina. L’impianto, dopo essere stato preso di mira dai raid russi, è fuori uso da due mesi perché, a detta dell’Ungheria, Kiev non ha ancora voluto rimetterlo in moto per ragioni politiche. Dunque, nonostante la promessa recente del presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, di riparare l’oleodotto in sei settimane, Orbán è stato inflessibile: «Quello che ho fatto oggi (giovedì, ndr) è stato spezzare il blocco petrolifero imposto da Zelensky. Ho difeso gli interessi del Paese». Peraltro, il premier ungherese ha sottolineato: «Non si tratta solo di far arrivare il petrolio da noi, dobbiamo anche ottenere garanzie dall’Ucraina che questo non accadrà di nuovo».
Ma il dossier relativo a Kiev si intreccia con quello mediorientale sulla questione energetica. E quindi, dopo il rifiuto poco lungimirante di Bruxelles ad aprire al gas e al petrolio di Mosca, Orbán è apparso ancora più intransigente. A tal proposito, ha commentato: «Il comportamento e la strategia degli europei in questo caso sono semplicemente folli» visto che i Paesi dell’Ue hanno bisogno del greggio russo per «sopravvivere».
Che la tensione si tagliasse col coltello, durante il Consiglio, è evidente dalle parole del primo ministro olandese, Rob Jetten: l’atmosfera è stata «gelida». A svelare il dietro le quinte è stato Politico: all’invettiva contro Orbán capeggiata dal presidente del Consiglio europeo, Antonio Costa, sarebbe corrisposta una maggiore comprensione sulle vedute ungheresi da parte di alcuni premier, tra cui Giorgia Meloni e il belga Bart De Wever. Meloni ha però smentito questa versione: «Ho letto delle ricostruzioni bizzarre su quello che avrei detto. Ho sempre detto che la questione è risolvibile e per farlo serve flessibilità».
Di certo, la reazione dei leader europei è stata veemente. Costa ha dichiarato che «nessuno può ricattare le istituzioni europee». Il presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen, ha puntato il dito contro Orbán per «non aver rispettato la parola data». Il cancelliere tedesco, Friedrich Merz, ha affermato che il veto, arrivato dopo il consenso formale a dicembre, «costituisce una grave violazione della lealtà tra gli Stati membri». Per il presidente francese, Emmanuel Macron, l’accordo sul prestito «deve essere attuato senza indugio».
La questione sarà di nuovo al centro del dibattito tra almeno un mese, con i leader del Vecchio continente che auspicano l’assenza di Orbán visto che le elezioni in territorio ungherese sono alle porte. «Sperano che il 12 aprile ci sarà un cambio in Ungheria e che si formerà un governo filo-Bruxelles e filo-ucraino», ha detto in merito il primo ministro ungherese. Che ha pure rincarato la dose: «Abbiamo molte carte in mano. Il 40% dell’approvvigionamento elettrico dell’Ucraina passa attraverso l’Ungheria» e, se l’Ue «vuole dare soldi all’Ucraina nel prossimo bilancio settennale, noi non lo approveremo».
A sostenere la rielezione di Orbán sono i leader oltreoceano. A inizio aprile, il vicepresidente degli Stati Uniti, JD Vance, dovrebbe arrivare in Ungheria per ribadire il suo appoggio. Il viaggio arriva a distanza di un mese da quello del segretario di Stato americano, Marco Rubio. A unire i due Paesi è peraltro la comune visione sulla riapertura al gas russo per far fronte alla crisi energetica. Nel frattempo, oggi Budapest accoglierà il presidente dell’Argentina, Javier Milei, che si incontrerà con il leader ungherese.
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Donald Trump (Ansa)
Ricordiamo infatti che dall’isola dipende circa il 90% delle esportazioni petrolifere iraniane. Probabilmente non a caso, negli scorsi giorni, Washington ha trasferito unità anfibie in Medio Oriente, mentre ieri Reuters riferiva che gli Stati Uniti si stanno accingendo a inviare migliaia di nuovi soldati nella regione. In questo quadro, sempre ieri, un funzionario della Casa Bianca ha detto alla Cbs che Donald Trump «non ha intenzione» di inviare truppe di terra in Iran, ma ha aggiunto che, in caso, l’esercito americano potrebbe prendere Kharg «in qualsiasi momento».
È chiaro che, qualora dovesse schierare militari statunitensi per occupare l’isola, il presidente si troverebbe ad affrontare il rischio di un pantano. Dall’altra parte, Trump ha però estrema necessità di riaprire Hormuz: con le Midterm a novembre, non può infatti permettere che, negli Stati Uniti, il prezzo della benzina continui a salire. Il che potrebbe alla fine convincere il presidente a intervenire su Kharg. È quindi assai verosimile che, in questi giorni, la dialettica interna alla sua amministrazione si sia fatta più serrata.
Insomma, il nodo di Hormuz sta diventando sempre più centrale. E sta anche creando delle significative fibrillazioni nelle relazioni transatlantiche. «Senza gli Stati Uniti, la Nato è una tigre di carta! Non volevano unirsi alla lotta per fermare un Iran dotato di armi nucleari. Ora quella lotta è stata vinta militarmente, con pochissimi rischi per loro», ha dichiarato il presidente americano ieri su Truth, per poi aggiungere: «Si lamentano degli alti prezzi del petrolio che sono costretti a pagare, ma non vogliono contribuire all’apertura dello Stretto di Hormuz, una semplice manovra militare che è l’unica causa degli alti prezzi del petrolio. È così facile per loro farlo, con così pochi rischi. Codardi, non ce ne dimenticheremo!».
«Non mi sembra ci sia stato nessun atto di codardia da parte di nessuno, anzi penso che l’atteggiamento tenuto da molti alleati della Nato sia di aiuto agli americani», ha replicato Guido Crosetto.
Il post di Trump è arrivato nelle stesse ore in cui usciva la notizia del ritiro temporaneo della Nato dall’Iraq. «La missione Nato in Iraq ha riorganizzato la propria strategia, trasferendo in sicurezza tutto il personale dal Medio Oriente all’Europa», recita una nota, diffusa ieri pomeriggio, dell’Alleanza atlantica. «La missione Nato in Iraq proseguirà dal Comando delle Forze congiunte di Napoli», si legge ancora. Nel frattempo, la Polonia ha annunciato l’evacuazione delle sue truppe dall’Iraq, mentre Downing Street ha consentito a Washington di usare le proprie basi militari per le operazioni belliche contro i siti missilistici iraniani a Hormuz. Londra ha comunque precisato che non prenderà attivamente parte ai bombardamenti nell’area. In tutto questo, sempre ieri, Trump è tornato a parlare della situazione iraniana. «Stiamo attraversando un momento difficile. Vorremmo parlare con loro, ma non c’è nessuno con cui parlare. Non abbiamo nessuno con cui parlare. E sapete una cosa? Ci piace così», ha dichiarato. «La loro marina non c’è più. La loro aviazione non c’è più. La loro contraerea non c’è più. È tutto sparito. I loro radar non ci sono più. I loro leader non ci sono più. Ormai nessuno vuole essere un leader laggiù», ha aggiunto. «Non permetteremo loro di avere armi nucleari, perché se le avessero, le userebbero», ha anche detto.
E qui veniamo a un altro nodo che la Casa Bianca deve affrettarsi a sciogliere, se non vuole restare impantanata. Che le capacità militari iraniane siano state decimate è senz’altro vero. Dall’altra parte, dalle parole di Trump emerge un problema: l’assenza di un interlocutore a Teheran in questo momento. Il che potrebbe rivelarsi uno scoglio per la soluzione venezuelana che il presidente americano ha intenzione di adottare in Iran. Soluzione che, per Trump, è fondamentale sotto due punti di vista: ne ha bisogno sia per evitare di restare invischiato in un costoso processo di nation building sia per cooperare in futuro con l’Iran sul fronte della produzione petrolifera. Frattanto, la crisi mediorientale continua a intersecarsi con quella ucraina. Secondo Politico, la Russia avrebbe proposto agli Stati Uniti di interrompere la condivisione di informazioni di intelligence con Teheran qualora Washington accettasse di fare la stessa cosa con Kiev. Un’offerta, quella di Mosca, che, secondo la testata, il governo statunitense avrebbe respinto.
Infine, è emerso un dato interessante: nonostante si registrino spaccature tra giornalisti e commentatori trumpisti sul conflitto in corso, gli elettori d’area appaiono ancora in gran parte fidarsi dell’inquilino della Casa Bianca. Ieri, un sondaggio di Politico ha rilevato che, tra i sostenitori di Trump, l’81% dei Maga e il 61% dei non appartenenti al movimento Maga appoggiano, almeno per ora, i bombardamenti statunitensi in Iran.
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Un elicottero «Apache» dell'Idf (Ansa)
Secondo fonti militari americane, velivoli d’attacco a bassa quota ed elicotteri Apache sono stati impiegati per colpire assetti navali iraniani e neutralizzare sistemi senza pilota utilizzati dalla Repubblica islamica.
Come riportato dal Wall Street Journal, saranno necessarie diverse settimane per disarticolare la rete militare costruita da Teheran lungo le proprie coste. Solo in una fase successiva Washington potrebbe valutare il dispiegamento di unità navali nello stretto e l’eventuale scorta ai convogli commerciali. Nel frattempo prosegue il rafforzamento del dispositivo militare statunitense: il Pentagono ha autorizzato l’invio altre tre unità da guerra e di un contingente compreso tra 2.200 e 2.500 marines destinati al comando centrale responsabile delle operazioni in Medio Oriente.
Sul fronte iraniano, le Guardie Rivoluzionarie hanno confermato la morte del portavoce Ali Mohammad Naini, precisando che «è stato martirizzato nel vile e criminale attacco terroristico condotto dalla parte americano-sionista all’alba». Contestualmente, l’esercito israeliano (Idf) ha reso noto che nella stessa operazione è stato eliminato anche Esmail Ahmadi, figura di rilievo dell’intelligence della Forza Basij. In una nota ufficiale, le Idf hanno sottolineato che «Ahmadi ha svolto un ruolo centrale nell’organizzazione e nell’esecuzione di attacchi terroristici e nella repressione delle proteste interne, attraverso arresti di massa e uso sistematico della violenza contro civili». Gli scontri hanno provocato nuove vittime anche sul territorio iraniano. A Tabriz, tredici membri dei Basij sono stati uccisi e diciotto feriti in un attacco contro un posto di blocco, con un bilancio destinato a salire. Nel clima di crescente tensione, il presidente statunitense Donald Trump ha dichiarato: «I leader dell’Iran sono andati, i prossimi leader sono andati e nessuno vuole più esserlo». E ha aggiunto: «Vogliamo parlare con Teheran, ma non c’è nessuno con cui parlare. E sapete una cosa? Ci piace così».
Sul piano internazionale, la Nato ha annunciato il completamento del trasferimento del proprio personale dall’Iraq all’Europa, chiarendo che «la missione in Iraq proseguirà dal Comando delle Forze Congiunte di Napoli». L’Alleanza ha ribadito che il proprio ruolo rimane limitato al supporto e alla consulenza delle forze locali, senza coinvolgimento diretto nei combattimenti.
Tuttavia, l’instabilità crescente rischia di aprire nuovi spazi operativi per altre minacce, a partire dallo Stato islamico. Da Teheran arrivano intanto segnali di ulteriore irrigidimento. Il portavoce dell’esercito iraniano Sardar Shekarchi ha affermato che «l’assassinio dei funzionari dello Stato e dei comandanti delle forze armate è frutto della disperazione e dell’impotenza del nemico», aggiungendo minacce dirette: «Stiamo monitorando i vostri funzionari, i vostri piloti e i vostri soldati. Non passerà molto tempo prima che vengano trascinati fuori dai loro nascondigli e puniti».
L’avvertimento più esplicito riguarda la sicurezza globale: «D’ora in poi, i centri turistici e ricreativi di tutto il mondo non saranno più sicuri per i nemici». Il presidente turco Recep Tayyip Erdogan ha rilanciato i suoi toni incendiari invocando la distruzione di Israele: «Possa Egli, il dominatore (Al-Kahrar), schiacciare e distruggere Israele». Le dichiarazioni sono state pronunciate al termine della preghiera del venerdì a Rize, città sul Mar Nero legata alle sue origini familiari. Erdogan ha inoltre aggiunto: «Che Dio ci protegga e ci liberi dalla calamità dei sionisti». Nel messaggio diffuso per la festività del Nowruz e attribuito a Mojtaba Khamenei si legge: «Auspico un anno ricco di vittorie e di aperture materiali e spirituali per il nostro popolo e per le nazioni musulmane, in particolare per il fronte della resistenza. La comunicazione arriva mentre si moltiplicano le indiscrezioni sulla presunta morte dello stesso Mojtaba Khamenei. Nelle ultime 24 ore il Kuwait ha intercettato un missile balistico e abbattuto 15 dei 25 droni ostili rilevati. Due velivoli senza pilota hanno colpito una raffineria della Kuwait Petroleum Corporation causando un incendio, poi domato senza feriti. Altri otto droni sono caduti fuori dall’area di rischio senza conseguenze. Droni hanno colpito una sede diplomatica americana nei pressi dell’aeroporto internazionale di Baghdad, provocando forti esplosioni, secondo fonti di sicurezza citate da al-Arabiya e dall’agenzia iraniana Mehr.
A Gerusalemme è stato registrato un impatto dopo l’attivazione delle sirene antimissile, con frammenti caduti nei pressi del Muro del Pianto. Non si registrano vittime. Si tratta dell’ottavo missile lanciato dall’Iran nella stessa giornata. Nelle ultime 24 ore il conflitto ha causato 150 nuovi ricoveri negli ospedali israeliani, portando il totale dei feriti dal 28 febbraio a 4.099. Il conflitto intanto si estende anche alla Siria. L’aviazione israeliana ha colpito obiettivi militari nel Sud del Paese, tra cui centri di comando e depositi di armi, in risposta ad attacchi contro civili drusi. Le Idf hanno ribadito che non tollereranno minacce alla comunità drusa e continueranno a intervenire per proteggerla, mantenendo elevato il livello di allerta nell’area.
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Augusto Barbera (Imagoeconomica)
Alla fine sono arrivato alla conclusione che sia il sottoscritto che il professor Barbera semplicemente ci ispiriamo al buon senso, che in vista del referendum sulla giustizia e per districarsi dalle bufale di una campagna orrenda è strumento assolutamente necessario.
Riassumo qui i punti che ho condiviso con uno dei più autorevoli giuristi del campo avverso a quello dell’attuale maggioranza. Punto primo: la separazione delle carriere. Anche chi non è esperto in materia, capisce che pm e giudici fanno due lavori diversi. Il primo sostiene l’accusa e il secondo deve stabilire se quell’accusa sia fondata o meno. In pratica, uno è il controllore del lavoro dell’altro. Possono stare sullo stesso piano, condividere le carriere e pure i provvedimenti disciplinari? Ovvio che no. Il buon senso, quello di cui sopra, prevede che il pm stia sullo stesso piano del difensore. Il pubblico ministero se ha gli elementi esercita l’azione penale, l’avvocato tutela il suo assistito. Sopra di loro c’è il giudice.
Da questo semplice assunto consegue tutto il resto. Il Consiglio superiore della magistratura, se le carriere di pm e giudici sono divise dev’essere anch’esso separato, perché altrimenti gli uni e gli altri risulterebbero disgiunti in un’aula di tribunale ma riuniti poi quando devono ottenere promozioni o sanzioni, soprattutto se entrambe sono frutto di un accordo politico fra le fazioni di cui è composta la categoria. L’ho spiegato altre volte: le correnti sono un’anomalia, così come lo è l’Anm, ossia un sindacato che esercita un’influenza totale sulla gestione della giustizia. Il Csm è un organo amministrativo anche se ente costituzionale. Ma l’Associazione magistrati, che è privata come ogni sindacato, che titolo ha per occupare manu militari l’organismo che sovrintende a nomine e rimozioni di un ordine così delicato e vitale come quello della magistratura? A mio parere nessuno.
E qui veniamo al tema che riguarda l’Alta corte disciplinare e il sorteggio dei suoi componenti. Per i sostenitori del No la scelta affidata all’estrazione fra i 9.000 magistrati è sbagliata perché si rischia di nominare chi non ha competenza. Premetto che la platea dei candidati si riduce, perché si sceglie non tra chi ha appena indossato la toga, ma fra chi fa il magistrato da almeno vent’anni. Dunque, non proprio inesperti. Sostenere che un giudice o un pm che abbia esercitato così a lungo le proprie funzioni non sia in grado di valutare un illecito contestato a un collega è piuttosto sorprendente e getta luci inquietanti sulla categoria. Se quello stesso giudice o pm può giudicare o accusare un comune cittadino, perché non può stabilire se un magistrato ha sbagliato oppure no? La verità è che ,separando le carriere e soprattutto evitando che le sanzioni e le promozioni siano decise dalle correnti, si impedisce l’influenza di gruppi di pressione politica su tribunali e Procure e si restituisce indipendenza e autonomia a ogni singolo magistrato.
L’altra obiezione che ho sentito spesso riguarda l’indebolimento dei pm, i quali se separati dai giudici sarebbero più condizionabili dalla politica. E anche qui, premesso che gli articoli della Costituzione a tutela della magistratura continueranno a valere anche per i pubblici ministeri come per i giudici, i contrari alla riforma dovrebbero decidersi, perché se la legge Nordio rende vulnerabile chi esercita l’azione penale non può creare 2.000 Torquemada che non risponderanno a nessuno, come pure il fronte del No sostiene. È evidente che le due cose insieme non possono stare e questo evidenzia la debolezza delle argomentazioni, oltre che la malafede. Dicono che la riforma serve a mettere i magistrati sotto il controllo del governo e che questo è necessario per garantire l’immunità di una Casta fatta di politici e ricchi. In realtà, a subire i danni degli errori compiuti da pm e giudici non sono né gli onorevoli né i miliardari, ma la povera gente. Basta vedere chi sono le vittime degli orrori compiuti nelle aule di tribunale: pastori, muratori, contadini, operai, impiegati, pescatori. Non propriamente persone che si possano permettere principi del foro. Uomini e donne innocenti a cui, pur avendo trascorso periodi più o meno lunghi dietro le sbarre, nessuno ha mai chiesto scusa.
Mi sono trovato d’accordo anche con un’altra frase di Augusto Barbera: «L’Anm è scesa in campo come un partito politico» e la sinistra vi si è accodata. Forse per comodità, forse per debolezza. E questo è ciò che mi spaventa di più. Uso ancora le parole dell’ex presidente della Corte costituzionale, uomo di sinistra: «Così come i rappresentanti del potere esecutivo e legislativo devono rispettare le sentenze, non sarebbe male che la magistratura rispettasse le leggi e le riforme». Altrimenti, ma queste sono parole mie e non di Barbera, più che in una Repubblica democratica scivoleremmo in una Repubblica giudiziaria. Dove non c’è il turbante degli ayatollah, ma la toga.
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