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2021-10-02
Piccole imprese terrorizzate dal pass
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Ogni tanto mi viene voglia di rimettere i panni del cronista invece di quelli del direttore. Come feci all'inizio della pandemia, per verificare se davvero le farmacie fossero state invase di mascherine a prezzo calmierato come aveva promesso Domenico Arcuri, scoprendo prima che se ne accorgessero i giornaloni che non era vero, nei giorni scorsi ho controllato se nei locali pubblici e sui treni davvero chiedessero il green pass. Comincio dai convogli. Qualche giorno fa ne ho preso uno ad alta velocità. Pensavo che al momento di salire ci fosse un controllore che pretendesse l'esibizione del certificato verde. Invece no: chiunque poteva accomodarsi al proprio posto senza che vi fosse nessuno a chiedergli conto del passaporto vaccinale. Una volta partiti, si è presentata una hostess, ma non per esigere di vedere il famoso Qr code che dovrebbe testimoniare l'immunità al Covid, bensì per offrire gel e salviettine. «Per quello passeremo dopo», mi ha risposto quando io le ho mostrato il documento. Di lì a un po' in effetti si è presentato un controllore, il quale oltre al codice del biglietto ha richiesto anche il quadratino con i puntini bianchi e neri. Tutto ok? Sì e no, perché nel frattempo eravamo partiti da un pezzo e dubito che se un viaggiatore fosse stato trovato senza green pass sarebbe stato sbattuto giù dal treno in mezzo alla campagna. Al massimo sarebbe stato fatto scendere alla prossima fermata, ammesso e non concesso che il convoglio avesse in previsione una sosta. Del resto, controllare tutti i viaggiatori prima che si accomodino in carrozza richiederebbe un controllore per ogni vagone, anzi per ogni porta, con relativo aumento di personale e aggravio di costi. Dunque, i controlli sono ridotti all'essenziale, anche per non incidere sugli orari del convoglio, dato che passare allo scanner il certificato di tutti i passeggeri richiede tempo.
Tuttavia, sul treno, per lo meno su quello ad alta velocità, il certificato è richiesto, anche se a metà viaggio o quasi. Altrove, in bar, alberghi e ristoranti, dopo le iniziali verifiche tutti o quasi se ne sono già dimenticati. Anche qui ho testato di persona vari locali e su sei che ho frequentato nei giorni scorsi non me ne è capitato uno in cui mi sia stato dato l'alto là prima di entrare, vincolando l'ingresso al passaporto vaccinale. Qualcuno potrebbe pensare che io sia un cliente abituale e che i camerieri si siano stancati di pretendere quotidianamente il Qr code. In realtà in alcuni di questi non ero affatto un habitué e comunque, visto che il Qr code non certifica di aver ricevuto il vaccino ma è rilasciato anche a chi si è sottoposto a un tampone, il passaporto potrebbe essere scaduto dopo 48 ore (prossimamente 72) e dunque dovrebbe essere richiesto ogni volta. Si potrebbe obiettare che essendo conosciuto e avendo dichiarato ai quattro venti di essere completamente vaccinato, ristoratori e baristi abbiano data per acquisita l'immunizzazione. Tuttavia, si dà il caso che, essendo io un osservatore, abbia notato che il green pass non sia stato richiesto a me come a molti altri, la maggior parte dei quali dal volto sconosciuto. Insomma, per dirla tutta, il certificato mi pare che resista più nella testa di Roberto Speranza che nella pratica.
Detto ciò, fra due settimane però dovrà essere adottato in tutti i luoghi di lavoro e riguardare 23 milioni di persone. E qui, dopo aver notato come nei locali pubblici il documento sia piuttosto ignorato, non posso trascurare la preoccupazione che si registra nelle piccole e grandi aziende. A cominciare da quelle che si occupano di mobilità. Prendete ad esempio una città come Milano, dove i trasporti sono garantiti da una fitta rete di mezzi pubblici. Ma se il 15 si scopre che un certo numero di tranvieri non è vaccinato che si fa? Si lasciano a terra i passeggeri abolendo linee urbane ed extraurbane? E se gli autisti si mettono tutti insieme in malattia e all'occorrenza rientrano con un tampone per un giorno o due salvo poi restarsene a casa altri giorni causa improvvisi malesseri? Da giorni chi deve occuparsi delle regolarità di autobus e metropolitane ha i brividi, perché un tranviere non si sostituisce in un giorno. Ma anche senza immaginare certificati medici o altro, che succede se l'azienda dei trasporti è costretta a sospendere un certo numero di conduttori? Rimpiazzarli non può, perché non sono lavoratori che si cambiano come la camicia, e licenziarli nemmeno. Dunque, chi fa viaggiare i mezzi pubblici?
Il problema si ripropone, come si è riproposto in certi ospedali dopo la sospensione di medici e infermieri, anche nelle aziende, in particolare quelle piccole, dove lasciare a casa un dipendente necessario al ciclo produttivo senza poterlo rimpiazzare è più semplice a scriversi, con un decreto, che a farsi.
In pratica, da cronista mi tocca registrare che da un lato il green pass è già passato, nel senso che alcuni lo ignorano, e dall'altro che la sua applicazione pratica in tutti i luoghi di lavoro rischia di passare alla storia per un grande caos.
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Piccole imprese terrorizzate dal pass. Unioncamere avverte che in moltissimi casi bastano una o due assenze per fermare l'attività: «I dipendenti chiedono tamponi gratis altrimenti stanno a casa e non sono rimpiazzabili». Lo stesso problema si pone nel trasporto locale. Come previsto, sarà green caos Ogni tanto mi viene voglia di rimettere i panni del cronista invece di quelli del direttore. Come feci all'inizio della pandemia, per verificare se davvero le farmacie fossero state invase di mascherine a prezzo calmierato come aveva promesso Domenico Arcuri, scoprendo prima che se ne accorgessero i giornaloni che non era vero, nei giorni scorsi ho controllato se nei locali pubblici e sui treni davvero chiedessero il green pass. Comincio dai convogli. Qualche giorno fa ne ho preso uno ad alta velocità. Pensavo che al momento di salire ci fosse un controllore che pretendesse l'esibizione del certificato verde. Invece no: chiunque poteva accomodarsi al proprio posto senza che vi fosse nessuno a chiedergli conto del passaporto vaccinale. Una volta partiti, si è presentata una hostess, ma non per esigere di vedere il famoso Qr code che dovrebbe testimoniare l'immunità al Covid, bensì per offrire gel e salviettine. «Per quello passeremo dopo», mi ha risposto quando io le ho mostrato il documento. Di lì a un po' in effetti si è presentato un controllore, il quale oltre al codice del biglietto ha richiesto anche il quadratino con i puntini bianchi e neri. Tutto ok? Sì e no, perché nel frattempo eravamo partiti da un pezzo e dubito che se un viaggiatore fosse stato trovato senza green pass sarebbe stato sbattuto giù dal treno in mezzo alla campagna. Al massimo sarebbe stato fatto scendere alla prossima fermata, ammesso e non concesso che il convoglio avesse in previsione una sosta. Del resto, controllare tutti i viaggiatori prima che si accomodino in carrozza richiederebbe un controllore per ogni vagone, anzi per ogni porta, con relativo aumento di personale e aggravio di costi. Dunque, i controlli sono ridotti all'essenziale, anche per non incidere sugli orari del convoglio, dato che passare allo scanner il certificato di tutti i passeggeri richiede tempo. Tuttavia, sul treno, per lo meno su quello ad alta velocità, il certificato è richiesto, anche se a metà viaggio o quasi. Altrove, in bar, alberghi e ristoranti, dopo le iniziali verifiche tutti o quasi se ne sono già dimenticati. Anche qui ho testato di persona vari locali e su sei che ho frequentato nei giorni scorsi non me ne è capitato uno in cui mi sia stato dato l'alto là prima di entrare, vincolando l'ingresso al passaporto vaccinale. Qualcuno potrebbe pensare che io sia un cliente abituale e che i camerieri si siano stancati di pretendere quotidianamente il Qr code. In realtà in alcuni di questi non ero affatto un habitué e comunque, visto che il Qr code non certifica di aver ricevuto il vaccino ma è rilasciato anche a chi si è sottoposto a un tampone, il passaporto potrebbe essere scaduto dopo 48 ore (prossimamente 72) e dunque dovrebbe essere richiesto ogni volta. Si potrebbe obiettare che essendo conosciuto e avendo dichiarato ai quattro venti di essere completamente vaccinato, ristoratori e baristi abbiano data per acquisita l'immunizzazione. Tuttavia, si dà il caso che, essendo io un osservatore, abbia notato che il green pass non sia stato richiesto a me come a molti altri, la maggior parte dei quali dal volto sconosciuto. Insomma, per dirla tutta, il certificato mi pare che resista più nella testa di Roberto Speranza che nella pratica. Detto ciò, fra due settimane però dovrà essere adottato in tutti i luoghi di lavoro e riguardare 23 milioni di persone. E qui, dopo aver notato come nei locali pubblici il documento sia piuttosto ignorato, non posso trascurare la preoccupazione che si registra nelle piccole e grandi aziende. A cominciare da quelle che si occupano di mobilità. Prendete ad esempio una città come Milano, dove i trasporti sono garantiti da una fitta rete di mezzi pubblici. Ma se il 15 si scopre che un certo numero di tranvieri non è vaccinato che si fa? Si lasciano a terra i passeggeri abolendo linee urbane ed extraurbane? E se gli autisti si mettono tutti insieme in malattia e all'occorrenza rientrano con un tampone per un giorno o due salvo poi restarsene a casa altri giorni causa improvvisi malesseri? Da giorni chi deve occuparsi delle regolarità di autobus e metropolitane ha i brividi, perché un tranviere non si sostituisce in un giorno. Ma anche senza immaginare certificati medici o altro, che succede se l'azienda dei trasporti è costretta a sospendere un certo numero di conduttori? Rimpiazzarli non può, perché non sono lavoratori che si cambiano come la camicia, e licenziarli nemmeno. Dunque, chi fa viaggiare i mezzi pubblici? Il problema si ripropone, come si è riproposto in certi ospedali dopo la sospensione di medici e infermieri, anche nelle aziende, in particolare quelle piccole, dove lasciare a casa un dipendente necessario al ciclo produttivo senza poterlo rimpiazzare è più semplice a scriversi, con un decreto, che a farsi. In pratica, da cronista mi tocca registrare che da un lato il green pass è già passato, nel senso che alcuni lo ignorano, e dall'altro che la sua applicazione pratica in tutti i luoghi di lavoro rischia di passare alla storia per un grande caos.
Artemis II si prepara all’ammaraggio, previsto oggi al largo della costa di San Diego per le 20:07 circa (ora locale). Secondo l’astronauta Victor Glover, «lo scudo termico e i paracadute» della navicella Orion spacecraft consentiranno all’equipaggio di ammarare «dolcemente». «Non vediamo l’ora – ha aggiunto – di vedere la squadra di sommozzatori e la Marina che verranno a prenderci».
Piazza del Popolo, a Roma, si è tinta di blu per celebrare il 174° anniversario della fondazione della Polizia di Stato. «Comprendere il presente e riuscire a guardare nello stesso tempo il futuro. Questo il nostro compito», ha sottolineato il Capo della Polizia Vittorio Pisani.
Sulle note di «Giocondità», eseguita dalla Banda musicale della Polizia, si è svolta la cerimonia ufficiale. A rendere gli onori al Presidente del Senato, fermatosi davanti alla Bandiera della Polizia di Stato, uno schieramento composto da commissari della Scuola superiore di Polizia, allievi agenti dell’Istituto per ispettori di Nettuno e una formazione del Reparto a cavallo, preceduti dai motociclisti della Polizia stradale.
In tribuna era presente anche una rappresentanza di funzionari della Questura di Roma, con la sciarpa tricolore sugli abiti civili, simbolo della funzione di pubblica sicurezza e dell’impegno a garantire la tutela delle istituzioni democratiche e il corretto svolgimento della vita civile.
In apertura è stato letto il messaggio del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, inviato al Capo della Polizia per la ricorrenza.
Nel suo intervento, Pisani ha ricordato come la sicurezza sia un bene in continua evoluzione, che richiede impegno quotidiano e capacità di adattamento ai cambiamenti sociali e tecnologici. La Polizia di Stato, ha sottolineato, deve saper interpretare i nuovi bisogni dei cittadini con professionalità e sensibilità, rafforzandone la fiducia.
Il momento più toccante della cerimonia è stato il conferimento delle onorificenze e delle promozioni per merito straordinario. Quest’anno il Presidente della Repubblica ha concesso la Medaglia d’oro al Merito civile alla Bandiera della Polizia di Stato per l’attività svolta dagli agenti impegnati nei servizi di scorta e tutela, in Italia e all’estero. Nella motivazione si sottolinea il sacrificio quotidiano delle donne e degli uomini della Polizia, spesso esposti a gravi rischi per garantire la sicurezza e la libertà democratica.
A dare voce a questo impegno è stata l’agente Emanuela Loi, nipote e omonima della prima poliziotta di scorta caduta nella strage di via D’Amelio, che ha letto una poesia del poliziotto Wilhelm Longo.
Tra le storie ricordate, anche quella dell’assistente capo Aniello Scarpati e dell’agente scelto Ciro Cozzolino, travolti durante un servizio notturno a Torre del Greco nel 2025. A entrambi è stata conferita la Medaglia d’oro al Merito civile; per Scarpati l’onorificenza è stata ritirata dal figlio Daniel.
La cerimonia si è conclusa con l’Inno d’Italia eseguito dalla Banda musicale della Polizia e cantato dagli alunni della scuola elementare Mazzarello di Roma, mentre gli operatori del Nocs hanno srotolato il Tricolore dalla terrazza del Pincio.
Le celebrazioni proseguiranno fino a lunedì 13 aprile: Piazza del Popolo ospiterà lo «Spazio della legalità», aperto al pubblico con iniziative e attività per far conoscere da vicino il lavoro della Polizia di Stato. Eventi anche alla Galleria Alberto Sordi, dove è allestita la mostra interattiva «InsospettAbili» della Polizia postale, dedicata alla prevenzione delle frodi informatiche.
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