True
2023-02-23
Intesa Pfizer-Israele: le carte pubblicate sono piene di omissis
Albert Bourla (Ansa)
Sui contratti per i vaccini anti Covid di Pfizer si consuma un paradosso: più se ne sa, meno la faccenda si chiarisce. Prendete l’ultima: in Israele, dopo un’estenuante trafila, sono stati pubblicati gli accordi siglati dal governo con la casa farmaceutica. Un particolare balza all’occhio. Emerge dall’Appendice A al cosiddetto «Term sheet giuridicamente vincolante». Anzi, a voler essere precisi, da quelle pagine non emerge un bel niente. Il capitolo dedicato a «Responsabilità ed erogazione delle indennità», in caso di danni da inoculazione, risulta oscurato. Peraltro, il ministero della Salute israeliano si è vincolato, ai sensi della sezione 10.1, alla massima riservatezza. Risultato: le informazioni più succose, quelle che concernono l’eventualità in cui un vaccinato, danneggiato dal medicinale, avvii una causa in tribunale, sono nascoste da una lunga serie di omissis.
Chi paga per le reazioni avverse? Chi ne risponde in sede penale? Una risposta almeno parziale, qui nell’Ue, ce l’abbiamo. Ad aprile 2021, il quotidiano catalano La Vanguardia tirò fuori le carte della stipula tra Bruxelles e Pfizer, risalente a novembre 2020, per l’acquisto di 200 milioni di dosi di vaccino. Fu accertato che la società sarebbe stata esentata da qualsiasi responsabilità nell’ipotesi di danni a terzi, salvo che fossero stati accertati difetti nella produzione delle fiale. Lo scorso dicembre, durante il Consiglio europeo dei ministri della Salute, Orazio Schillaci aveva aggiunto un dettaglio: gli Stati sono tenuti a pagare le spese legali, se la multinazionale viene portata alla sbarra da un cittadino.
Da un lato, è comprensibile che Big pharma abbia strappato clausole vantaggiose, vista l’emergenza internazionale del 2020. Dall’altro, tocca registrare come le autorità pubbliche e l’Ue, che pure pretende di vantare maggior potere negoziale rispetto alle singole nazioni, abbiano calato le braghe al cospetto dei produttori. Il presunto successo dell’Unione è consistito nel sottostare a condizioni capestro, trattando in modo opaco: è quasi superfluo citare i messaggi privati tra Ursula von der Leyen e il ceo di Pfizer, Albert Bourla.
Chi dovrebbe difendere gli interessi della popolazione s’era invece impegnato a mega acquisizioni, com’è accaduto in Israele, ancor prima che i preparati delle ditte ricevessero le autorizzazioni provvisorie: un preliminare di Gerusalemme con Pfizer risale a luglio 2020, laddove il via libera alle iniezioni della prima agenzia regolatoria al mondo, quella britannica, sarebbe arrivato cinque mesi dopo. Va anche ricordato che Israele, pur di accelerare le consegne, aveva accettato di cedere all’azienda una mole impressionante di dati sanitari, trasformandosi, di fatto, in una sorta di laboratorio a cielo aperto. La campagna di somministrazioni, nel Paese mediorientale, ha funto dunque da studio sul campo. Non è un caso se è lì che ci si è resi conto che l’efficacia dei vaccini scemava rapidamente, che lo scudo da essi conferito veniva aggirato già dalla variante Delta e che, negli adolescenti, le somministrazioni potevano dare luogo a miocarditi e pericarditi. Ciliegina sulla torta: alla fine dello scorso anno, il responsabile del dicastero della Salute, Nitzan Horowitz, sosteneva di non riuscire più a trovare il faldone che illustrava i termini dell’accordo con il colosso farmaceutico.
La pubblicazione degli ultimi documenti non è passata in osservata, nel Vecchio continente. Se n’è accorto Rob Roos, l’eurodeputato olandese che, in audizione alla commissione d’inchiesta, aveva incalzato la rappresentante di Pfizer, Janine Small, costringendola ad ammettere che il vaccino non era mai stato testato per la capacità di bloccare la trasmissione del virus. Riferendosi alle pagine sbianchettate sulla responsabilità per gli effetti collaterali, l’esponente conservatore ha twittato: «È come al Parlamento europeo. Noi, in quanto membri della commissione speciale sul Covid, non abbiamo ancora visto un singolo contratto senza censure! Sono questi i cosiddetti “valori europei”? È questa la “trasparenza” che caratterizza una democrazia?». Intervistata dalla Verità, anche la numero uno del comitato, la socialista belga Kathleen Van Brempt, si era lamentata: «Sono convinta», aveva argomentato, «che i membri della commissione e del Parlamento europeo debbano avere pieno accesso ai contratti, senza parti oscurate, al fine di svolgere propriamente il loro lavoro. Non è accettabile che organismi cui i trattati conferiscono il compito di vigilare sul bilancio non possano accedere a tutte le informazioni rilevanti». Sacrosanto.
Giacché, man mano che affiorano nuovi elementi, la vicenda dei negoziati sui vaccini diventa più torbida, non sarebbe ora di sollevare il velo? Se è filato tutto liscio, se ognuno ha agito per il bene collettivo, cosa c’è nascondere?
L’Aifa fa la guerra alla vitamina D
All’Agenzia italiana del farmaco, la vitamina D è una pillola che proprio non va giù. Nel 2019, con la Nota 96 ne aveva limitato la prescrizione a carico del Sistema sanitario nazionale, pochi giorni fa ha messo nuovi paletti.
Il composto liposolubile, che agisce come un ormone steroideo, non è più rimborsabile se dal dosaggio ematico il valore della vitamina circolante risulta superiore a 30 ng/ml. Nelle precedenti indicazioni, il livello era stato fissato a 50, sotto il quale bisognava intervenire con un apporto supplementare ai fini della prevenzione dell’osteoporosi e delle sue complicanze. Malattia che in Italia colpisce circa cinque milioni di persone, secondo i dati Istat 2020.
Adesso, l’aggiornamento ci dice che prevenire non servirebbe più. E non andrebbero tenuti in considerazione studi corposi, nemmeno il documento dello scorso ottobre che riportava i risultati della quinta conferenza internazionale Controversies in vitamin D che si era tenuta a Stresa dal 15 al 18 settembre 2021 e dove, tra le altre cose , si evidenziava come «obiettivo della salute pubblica», quello «di ridurre il rischio di rachitismo e osteomalacia».
Poco importa, all’Aifa, che la conseguenza di quell’esclusione dal rimborso fu che, in epoca Covid, la riduzione dei consumi colpì soprattutto le persone della fascia 40-60 anni e di quella 60-81, in particolar modo donne. Soggetti a rischio di ipovitaminosi D e di osteoporosi, di cadute in età più avanzata. L’agenzia regolatoria nel report 2021 gongolava per la riduzione della spesa del 25% e per un risparmio medio mensile di circa 4,6 milioni di euro.
La nuova scure, per contenere le spese, è davvero giustificata? Secondo l’Aifa, c’è un’errata convinzione che la D serva per risolvere problematiche ossee e ci sarebbe un ricorso improprio all’assunzione «in persone sane asintomatiche», con rischio soprattutto di ipercalcemia, ovvero di alti livelli di calcio nel sangue. Non si ferma a questa considerazione, che ignora la contrazione dei consumi nelle fasce di età a rischio e le conseguenze, in termini di salute ma anche di costi sanitari, quando poi bisogna intervenire per fratture e altre complicanze. Aggiunge, che l’efficacia della vitamina D «nella lotta al Covid è stata smentita dagli studi progettati e condotti in modo corretto». E che «non esistono elementi» per considerarla «un ausilio importante per la lotta contro il coronavirus». Ancora una volta, l’Aifa esclude a priori benefici e ignora studi che giungono a ben altre conclusioni.
Come quello pubblicato pochi giorni fa su Science, che riporta come in pazienti con Covid sia stato accertato che «la carenza di vitamina D ha aumentato il rischio di morte di 5,6 volte», e «di 3,8 volte» quando i livelli del nutriente erano troppo bassi.
I ricercatori dell’Università di scienze della salute di Ankara dichiarano che è vero, età e sesso dei pazienti, obesità, qualsiasi malattia cronica, basso livello di vitamina D «hanno influito sulla gravità del Covid», però «il livello sierico di vitamina D, l’unico che può essere modificato tra i suddetti fattori, svolge un ruolo importante non solo nel metabolismo del calcio, ma anche nell’espressione di molti geni e nella regolazione dell’infiammazione», provocata dalla malattia.
Il suggerimento fornito dallo studio è che assumere l’ormone steroideo «potrebbe essere utile nel trattamento e/o nella prevenzione del Covid-19». L’esatto opposto di quanto sostiene la nostra agenzia del farmaco nell’aggiornamento della Nota 96.
«Consiglio la vitamina D, soprattutto quando i livelli sono bassi, inferiori a 50», spiega l’endocrinologo Vanni Frajese. «È un intervento a basso costo, facile da procurare, non vedo il senso di escluderlo da un rimborso, magari a favore di antivirali enormemente più cari». E sui quali l’Italia ha fatto importanti investimenti, come ricordava ieri La Verità, riportando il flop del Paxlovid di Pfizer e di Lagevrio della Merck malgrado i milioni di euro spesi. Pillole super costose, quanto poco funzionanti nel prevenire i contagi.
Continua a leggereRiduci
Cancellata la parte sulla responsabilità in caso di eventi avversi che in Europa cade sugli Stati. Alla faccia della trasparenza...L’Aifa, che durante la pandemia ha ridotto le prescrizioni, ora taglia i rimborsi a chi ne è carente: «Non ha effetti contro il Covid». Eppure vari studi dimostrano il contrario.Lo speciale contiene due articoli.Sui contratti per i vaccini anti Covid di Pfizer si consuma un paradosso: più se ne sa, meno la faccenda si chiarisce. Prendete l’ultima: in Israele, dopo un’estenuante trafila, sono stati pubblicati gli accordi siglati dal governo con la casa farmaceutica. Un particolare balza all’occhio. Emerge dall’Appendice A al cosiddetto «Term sheet giuridicamente vincolante». Anzi, a voler essere precisi, da quelle pagine non emerge un bel niente. Il capitolo dedicato a «Responsabilità ed erogazione delle indennità», in caso di danni da inoculazione, risulta oscurato. Peraltro, il ministero della Salute israeliano si è vincolato, ai sensi della sezione 10.1, alla massima riservatezza. Risultato: le informazioni più succose, quelle che concernono l’eventualità in cui un vaccinato, danneggiato dal medicinale, avvii una causa in tribunale, sono nascoste da una lunga serie di omissis. Chi paga per le reazioni avverse? Chi ne risponde in sede penale? Una risposta almeno parziale, qui nell’Ue, ce l’abbiamo. Ad aprile 2021, il quotidiano catalano La Vanguardia tirò fuori le carte della stipula tra Bruxelles e Pfizer, risalente a novembre 2020, per l’acquisto di 200 milioni di dosi di vaccino. Fu accertato che la società sarebbe stata esentata da qualsiasi responsabilità nell’ipotesi di danni a terzi, salvo che fossero stati accertati difetti nella produzione delle fiale. Lo scorso dicembre, durante il Consiglio europeo dei ministri della Salute, Orazio Schillaci aveva aggiunto un dettaglio: gli Stati sono tenuti a pagare le spese legali, se la multinazionale viene portata alla sbarra da un cittadino.Da un lato, è comprensibile che Big pharma abbia strappato clausole vantaggiose, vista l’emergenza internazionale del 2020. Dall’altro, tocca registrare come le autorità pubbliche e l’Ue, che pure pretende di vantare maggior potere negoziale rispetto alle singole nazioni, abbiano calato le braghe al cospetto dei produttori. Il presunto successo dell’Unione è consistito nel sottostare a condizioni capestro, trattando in modo opaco: è quasi superfluo citare i messaggi privati tra Ursula von der Leyen e il ceo di Pfizer, Albert Bourla. Chi dovrebbe difendere gli interessi della popolazione s’era invece impegnato a mega acquisizioni, com’è accaduto in Israele, ancor prima che i preparati delle ditte ricevessero le autorizzazioni provvisorie: un preliminare di Gerusalemme con Pfizer risale a luglio 2020, laddove il via libera alle iniezioni della prima agenzia regolatoria al mondo, quella britannica, sarebbe arrivato cinque mesi dopo. Va anche ricordato che Israele, pur di accelerare le consegne, aveva accettato di cedere all’azienda una mole impressionante di dati sanitari, trasformandosi, di fatto, in una sorta di laboratorio a cielo aperto. La campagna di somministrazioni, nel Paese mediorientale, ha funto dunque da studio sul campo. Non è un caso se è lì che ci si è resi conto che l’efficacia dei vaccini scemava rapidamente, che lo scudo da essi conferito veniva aggirato già dalla variante Delta e che, negli adolescenti, le somministrazioni potevano dare luogo a miocarditi e pericarditi. Ciliegina sulla torta: alla fine dello scorso anno, il responsabile del dicastero della Salute, Nitzan Horowitz, sosteneva di non riuscire più a trovare il faldone che illustrava i termini dell’accordo con il colosso farmaceutico. La pubblicazione degli ultimi documenti non è passata in osservata, nel Vecchio continente. Se n’è accorto Rob Roos, l’eurodeputato olandese che, in audizione alla commissione d’inchiesta, aveva incalzato la rappresentante di Pfizer, Janine Small, costringendola ad ammettere che il vaccino non era mai stato testato per la capacità di bloccare la trasmissione del virus. Riferendosi alle pagine sbianchettate sulla responsabilità per gli effetti collaterali, l’esponente conservatore ha twittato: «È come al Parlamento europeo. Noi, in quanto membri della commissione speciale sul Covid, non abbiamo ancora visto un singolo contratto senza censure! Sono questi i cosiddetti “valori europei”? È questa la “trasparenza” che caratterizza una democrazia?». Intervistata dalla Verità, anche la numero uno del comitato, la socialista belga Kathleen Van Brempt, si era lamentata: «Sono convinta», aveva argomentato, «che i membri della commissione e del Parlamento europeo debbano avere pieno accesso ai contratti, senza parti oscurate, al fine di svolgere propriamente il loro lavoro. Non è accettabile che organismi cui i trattati conferiscono il compito di vigilare sul bilancio non possano accedere a tutte le informazioni rilevanti». Sacrosanto. Giacché, man mano che affiorano nuovi elementi, la vicenda dei negoziati sui vaccini diventa più torbida, non sarebbe ora di sollevare il velo? Se è filato tutto liscio, se ognuno ha agito per il bene collettivo, cosa c’è nascondere?<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/pfizer-israele-vaccino-aifa-2659458055.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="laifa-fa-la-guerra-alla-vitamina-d" data-post-id="2659458055" data-published-at="1677159516" data-use-pagination="False"> L’Aifa fa la guerra alla vitamina D All’Agenzia italiana del farmaco, la vitamina D è una pillola che proprio non va giù. Nel 2019, con la Nota 96 ne aveva limitato la prescrizione a carico del Sistema sanitario nazionale, pochi giorni fa ha messo nuovi paletti. Il composto liposolubile, che agisce come un ormone steroideo, non è più rimborsabile se dal dosaggio ematico il valore della vitamina circolante risulta superiore a 30 ng/ml. Nelle precedenti indicazioni, il livello era stato fissato a 50, sotto il quale bisognava intervenire con un apporto supplementare ai fini della prevenzione dell’osteoporosi e delle sue complicanze. Malattia che in Italia colpisce circa cinque milioni di persone, secondo i dati Istat 2020. Adesso, l’aggiornamento ci dice che prevenire non servirebbe più. E non andrebbero tenuti in considerazione studi corposi, nemmeno il documento dello scorso ottobre che riportava i risultati della quinta conferenza internazionale Controversies in vitamin D che si era tenuta a Stresa dal 15 al 18 settembre 2021 e dove, tra le altre cose , si evidenziava come «obiettivo della salute pubblica», quello «di ridurre il rischio di rachitismo e osteomalacia». Poco importa, all’Aifa, che la conseguenza di quell’esclusione dal rimborso fu che, in epoca Covid, la riduzione dei consumi colpì soprattutto le persone della fascia 40-60 anni e di quella 60-81, in particolar modo donne. Soggetti a rischio di ipovitaminosi D e di osteoporosi, di cadute in età più avanzata. L’agenzia regolatoria nel report 2021 gongolava per la riduzione della spesa del 25% e per un risparmio medio mensile di circa 4,6 milioni di euro. La nuova scure, per contenere le spese, è davvero giustificata? Secondo l’Aifa, c’è un’errata convinzione che la D serva per risolvere problematiche ossee e ci sarebbe un ricorso improprio all’assunzione «in persone sane asintomatiche», con rischio soprattutto di ipercalcemia, ovvero di alti livelli di calcio nel sangue. Non si ferma a questa considerazione, che ignora la contrazione dei consumi nelle fasce di età a rischio e le conseguenze, in termini di salute ma anche di costi sanitari, quando poi bisogna intervenire per fratture e altre complicanze. Aggiunge, che l’efficacia della vitamina D «nella lotta al Covid è stata smentita dagli studi progettati e condotti in modo corretto». E che «non esistono elementi» per considerarla «un ausilio importante per la lotta contro il coronavirus». Ancora una volta, l’Aifa esclude a priori benefici e ignora studi che giungono a ben altre conclusioni. Come quello pubblicato pochi giorni fa su Science, che riporta come in pazienti con Covid sia stato accertato che «la carenza di vitamina D ha aumentato il rischio di morte di 5,6 volte», e «di 3,8 volte» quando i livelli del nutriente erano troppo bassi. I ricercatori dell’Università di scienze della salute di Ankara dichiarano che è vero, età e sesso dei pazienti, obesità, qualsiasi malattia cronica, basso livello di vitamina D «hanno influito sulla gravità del Covid», però «il livello sierico di vitamina D, l’unico che può essere modificato tra i suddetti fattori, svolge un ruolo importante non solo nel metabolismo del calcio, ma anche nell’espressione di molti geni e nella regolazione dell’infiammazione», provocata dalla malattia. Il suggerimento fornito dallo studio è che assumere l’ormone steroideo «potrebbe essere utile nel trattamento e/o nella prevenzione del Covid-19». L’esatto opposto di quanto sostiene la nostra agenzia del farmaco nell’aggiornamento della Nota 96. «Consiglio la vitamina D, soprattutto quando i livelli sono bassi, inferiori a 50», spiega l’endocrinologo Vanni Frajese. «È un intervento a basso costo, facile da procurare, non vedo il senso di escluderlo da un rimborso, magari a favore di antivirali enormemente più cari». E sui quali l’Italia ha fatto importanti investimenti, come ricordava ieri La Verità, riportando il flop del Paxlovid di Pfizer e di Lagevrio della Merck malgrado i milioni di euro spesi. Pillole super costose, quanto poco funzionanti nel prevenire i contagi.
iStock
Di conseguenza, carta e penna per alcuni, ma per fortuna non per tutti, hanno perduto anche il loro fascino. Quanta mistica e quanta epica che hanno sempre contornato lo scrivere a mano, per molti è stata sostituita senza colpo ferire, anzi con gioia, da quella dello scrivere elettronico…
Eppure… Pensate alle firme degli analfabeti, così frequenti nel passato, quando la scuola era un lusso inaccessibile nell’infanzia di tanti che diventavano quegli adulti ai quali veniva riconosciuta la firma in forma di croce, di x, cioè di segno, utile a dire «Tizio ha letto e sottoscritto questa cosa», ma nel solo modo in cui riusciva a sottoscrivere, non sapendo scrivere la sua firma per esteso. Dietro la scrittura a mano c’è un universo, impossibile da rintracciare in quella scrittura digitale che non crea niente di nuovo, ma fagocita e sostituisce ciò che creazione ex novo è stata. Ed è, e resta. Oggi tutto il manuale è traslato sul digitale e questo suscita meraviglia, in molti. Meraviglia che per molti altri è stolta. È lo zoccolo duro del carta e penna, al quale appartiene anche chi scrive queste parole.
Tra le tante attività che si possono compiere scrivendo con carta e penna, ce n’è una particolare: scrivere il diario. In questi giorni si parla del diario di Andrea Sempio, figura il cui nome è recentemente risalito alla ribalta nel delitto di Garlasco. Ma a parte questo caso specifico legato alla cronaca, sono tanti a tenere un diario. Tanti che lo fanno da sempre e tanti che hanno iniziato a farlo da poco, spinti anche dai consigli di wellness e miglioramento personale che si trovano sul web e trovano consigliata la pratica definita journaling, che poi vuol dire scrivere i propri pensieri giornalmente a mano o digitalmente, quindi tenere un diario. E sapete perché sono tanti? Perché fa bene. Ancora più bene scrivendo a penna sulla carta che digitando o dettando sullo smartphone.
Un diario si può tenere per tanti motivi. Innanzitutto, per tenere memoria della propria vita. Così come scattiamo fotografie che ci ricordano i momenti, tappe della nostra personale partita di gioco che è la vita, possiamo trasportare su carta, descrivendole, le nostre giornate, alla fine delle stesse o mentre le viviamo, a maggior ragione se sono state belle. È sempre molto tenero andare a rileggere pagine di diario scritte anni o addirittura decenni addietro, è come guardarsi in uno specchio che ha riflettuto e conservato l’evoluzione della nostra biografia filtrata attraverso la nostra interiorità. Altro aspetto positivo del tenere un diario è che consente di ragionare sulla propria vita mentre la si vive. Uno degli aspetti più insalubri della modernità è che presi dalle cose da fare spesso non si trova tempo per fermarsi a riflettere. Le giornate scorrono veloci e piene come tabelle di marcia, si deve fare questo e quello, non c’è tempo di pensare ad altro, figurarsi a sé stessi, alle propria interiorità. Scrivere un diario, anche poche righe al giorno, rappresenta una pausa utile proprio a riconnettersi con sé stessi. E anche una pausa utile a liberare la propria creatività. Non differentemente da una tela bianca per pittori, la pagina bianca del diario da riempire rappresenta uno spazio a nostra disposizione per esprimerci, volendo, anche in modo creativo. Esprimere le proprie emozioni più intime, usare quindi il diario come strumento per la propria espressione emotiva, è altrettanto positivo. Tenere sempre dentro le emozioni, sia positive, sia negative, non fa bene e metterle nero su bianco è un modo privato, non condiviso con altri, ma efficace di tirarle fuori da sé. Nel caso di emozioni negative che certamente hanno procurato stress e ansia, trascriverle può ridurre quello stress e quell’ansia. Si chiama «scarico emotivo»: spostando i propri pensieri da sé stessi al diario si diminuiscono i pensieri ricorrenti sullo stress e sulle sue cause e si sposta l’attenzione dall’ansia che lo stress può aver creato. Anche in caso di problemi da affrontare, il trasporto sulla carta può essere di aiuto: esporre attraverso la scrittura diaristica il problema a sé stessi e poi i pro e i contro di ogni possibile soluzione, magari insieme con dettagliati appunti su come ci si sente sia in relazione al problema, sia di fronte a ogni possibile soluzione, può aiutare a non sentirsi sovrastati e inermi. Mettere nero su bianco quello a cui si è pensato razionalmente può anche sbloccare i pensieri e far venire in mente ulteriori soluzioni.
Anche nei periodi in cui non si vive alcun problema, si può usare il diario per registrare cose belle avvenute durante la giornata oppure per annotare i propri progressi in una particolare attività che si sta svolgendo, dalla dieta dimagrante all’impegno in palestra, dal superamento di una fobia all’apprendimento di una lingua straniera. Ancora prima dell’annotazione dei progressi, appuntare l’obiettivo e la strategia per perseguirlo su un diario può aumentare la motivazione. Molti viaggiatori portano con sé un diario del viaggio, da compilare durante il viaggio. Se è un viaggio impegnativo o magari in solitaria, avere un diario come sostegno e come compagnia può, ancora, mantenere alta la motivazione. Tenere il diario aiuta a mettere in ordine i pensieri e tenere un diario può migliorare la propria capacità analitica e l’efficacia espositiva non solo scrivendo, ma, poi, anche nella vita reale. Scrivere un diario è una forma di autocoscienza che migliora anche l’autoconsapevolezza: scrivendo con regolarità, anche se non per forza tutti i giorni, ci si può osservare da fuori e si possono riconoscere comportamenti e schemi di pensiero che non piacciono e decidere se li si vuole cambiare. Se si riconoscono abitudini e modi di vedere le cose che, invece, piacciono, si può decidere di incrementarli. In questo modo si impara qualcosa dal proprio vissuto personale, cosa che semplicemente vivendolo può non avvenire.
Continua a leggereRiduci
Sandy Skoglund, The Green House (1990) .Courtesy Paci Contemporary Gallery (Brescia - Porto Cervo) © 1990, Sandy Skoglund
Un percorso ricco ed emozionante suddiviso in sei sale, che immagine dopo immagine invita il visitatore a una profonda riflessione sul linguaggio e sul significato più recondito della fotografia, che è memoria visiva del genere umano, strumento in grado di raccontare ciò che siamo stati, ciò che siamo e ciò che possiamo diventare. Ogni fotografia racconta «la Storia» e «una storia», il passato e il presente, le cadute e le rinascite, le tragedie e le grandi conquiste dell’umanità. Una foto può immortalare un fatto di cronaca o essere opera d’arte e sperimentazione pura, può essere testimone veritiera o bugiarda, ambigua o chiarissima, ma in ogni caso, ogni immagine porta con sé un momento preciso e una parte del mondo. Da 200 anni a questa parte.
Era infatti il 1826 quando il francese Joseph Nicéphore Niépce, dopo ben 8 ore di esposizione, immortalò la vista dalla finestra di casa sua a Le Gras, rivoluzionando per sempre – e forse inconsapevolmente – il mondo dell’immagine e della comunicazione. Una storia lunga due secoli, che la bella mostra allestita al MUDEC narra con le 100 immagini che più hanno arricchito l’eredità del nostro tempo. Una scelta sicuramente impegnativa e non facile quella fatta da Denis Curti (curatore della mostre e autorevole voce critica della fotografia italiana e internazionale), ma che centra appieno l’obiettivo di regalare al visitatore un viaggio per immagini nella storia. Dell’uomo e della fotografia. O meglio, dell’umanità che si fotografa mentre cambia…
La Mostra
Aperto da un’ affascinante sala introduttiva che fa da spartiacque fra una «società senza immagini e una società con le immagini», il percorso espositivo vero e proprio ha inizio con la sezione dedicata alle sperimentazioni visive, dove trovano spazio i tentativi tecnici di Niépce e Daguerre, i ritratti visionari di Julia Margaret Cameron, le elaborazioni politiche e allegoriche di Hippolyte Bayard e le fotografie di Roger Fenton, tra i primi a tradurre in immagine la devastazione della guerra di Crimea nel 1855: tra le immagini più iconiche della sezione e degli albori della fotografia la notissima Femme a la balle (1887) dell’inglese Eadweard Muybridge, pioniere della fotografia del movimento e di una nuova concezione del tempo e del corpo nell’immagine, innovazioni tecniche che daranno poi un contributo fondamentale anche alla nascita del cinema.
Senza seguire un ordine cronologico preciso, dalla nascita della fotografia si passa ad una modernità « più spinta», a quando le immagini si aprono alla sperimentazione, a nuovi linguaggi visivi e a una raffinata ricerca formale: è qui, nella seconda sezione, che si incontrano i capolavori surrealisti di Man Ray, le inquadrature avanguardiste di Aleksandr Rodcenko, la raffinatezza di Horst P. Horst (in mostra la sua celebre Mainbocher Corset, Parigi, 1939), il Maestro Henri Cartier-Bresson e il grande ritrattista Philippe Halsman, rappresentato al MUDEC dal Dali Atomicus, una performance più che una fotografia… Una sezione particolarmente interessante questa ( completata dalle «composizioni» di Mario Giacomelli e dalla fotografia concettuale dello spagnolo Joan Fontcuberta), che raduna artisti di anni, nazioni e scuole diverse, tutti ugualmente importanti nell’aprire la strada ai linguaggi ibridi delle generazioni successive.
Ma per chi, come la sottoscitta, al concettualismo e alla finzione preferisce la verità storica, sarà nella terza sezione (Fotografia come documento) che troverà «La Fotografia » che registra il mondo e gli eventi storici, dallo sbarco dell’uomo sulla luna (documentata dalla celebre - e anche contestata - foto diffusa dalla NASA), a Ground Zero, dalle guerre ai fenomeni migratori. E’ qui, in questa straordinaria sala, che trova spazio l’intenso scatto di Dorothea Lange Migrant Mother (1936), l‘immagine in assoluto più significativa della Grande Depressione; la drammatica foto della caduta del Muro di Berlino, immortalata nel 1989 da Carol Guzy; la tragedia dell’11 settembre catturata dall’obiettivo di Joel Meyerowitz unico fotografo autorizzato a oltrepassare le barriere di sicurezza per mostrare al mondo quel disastro disumano. Immagini di storia contemporanea forti e potenti, che hanno scosso il mondo e contribuito a creare la nostra memoria collettiva.
Scatti di fotoreporter e documentaristi che sono stati e sono «gli occhi del mondo», poli opposti dei «mirror» ( esposti nella quarta sezione della mostra), magistrali indagatori del mondo interiore, del corpo e delle sue nudità, dell’altro rispetto al «sè», dell’ambiguità e di una memoria che va altre il visibile. Le loro opere sono teatrali e trasgressive, a tratti disturbanti, nel caso di Robert Mapplethorpe (in mostra con una sola, significativa immagine, Bob Love del 1979) rasentano la perfezione di forme e proporzioni : solo lui, «il Michelangelo della fotografia», con rara potenza simbolica e formale ha saputo trasformare il corpo in scultura, gesto e icona. Con ironia, e una leggerezza che non è superficialità…
«Occhi del mondo» e « Mirror», agli antipodi sino a qualche decennio fa, nell’ultimo quarto di secolo si sono uniti per dare vita a un linguaggio misto, in cui documentazione e introspezione non sono più in contrapposizione, ma coesistono in una tensione continua. Oggi, in un tempo caratterizzato da una produzione incontrollata di immagini , la fotografia è parte integrante delle nostre vite (ogni momento è buono per un selfie, uno scatto con lo smart, un’instagrammata…), è realtà e finzione, è il mondo com’è e come vorremmo che fosse. Il Novecento, oramai alle spalle, non è sparito, ma vive in una sorta di memoria vibrante, accanto ad un futuro che impone nuovi scenari e orizzonti. Il passato si trasforma in una sorta di «risonanza emotiva» in cui la fotografia non rappresenta più il fatto oggettivo, ma diventa metafora, evocazione e finzione. E’ questo ciò che racconta la quinta sezione, interamente dedicata all’ambiguità del linguaggio visivo fotografico, a immagini che sono metafore, simboli, stratificazioni, opere che reinventano il reale attraverso la finzione: è qui che, fra glia altri , sono esposte le scenografie visionarie di David LaChapelle e l’immaginario surreale di Sandy Skoglund, in mostra con The Green House, stravagante rappresentazione onirica di cani viola adagiati in una stanza completamente verde, arredi compresi… A chiudere il percorso espositivo la sala dedicata all’ «oggi», ai nuovi autori e ai nuovi immaginari del XXI secolo: i temi affrontati sono quelli del nostro tempo ( dai conflitti ai disastri ambientali, dalle migrazioni alle identità di genere) e ad accomiatare i visitatori, i lavori dell’artista visiva Alba Zari ; Hold Me Close, dell’artista ghaneano Carlos Idun-Tawiah, intensissimo e commovente nel rappresentare il legame tra comunità, affetti e storia individuale; la fragilità del rapporto tra essere umano e natura immortalata nella straordinaria immagine Lake Undecided del fotografo iraniano Ebrahim Noroozi.
Il valore di questa mostra
Una mostra di 100 scatti è un azzardo. Potrebbe «lasciartene addosso» nessuno, solo uno o pochi altri. In questo caso non si corre il rischio, perché, al di là delle foto, ciò che in questa mostra fa la differenza è la filosofia che ne sta alla base, quell’invito a fermarsi, rallentare e riflettere con calma sul senso delle immagini e della loro storia. Che è anche la nostra…
Continua a leggereRiduci
Ecco #DimmiLaVerità del 25 maggio 2026. Con la nostra Flaminia Camilletti commentiamo i risultati elettorali e le ultime dichiarazioni di Vannacci.