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2019-08-08
Trump pronto a conquistare il suo partito nel caucus dell'Hawkeye State
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Ansa
Il processo vero e proprio delle primarie americane avrà formalmente inizio il 3 febbraio del 2020. In quella data, si terrà infatti l'appuntamento elettorale con cui classicamente si apre la corsa verso la nomination dei rispettivi partiti: il caucus dell'Iowa. Con il nome caucus si designa un sistema elettorale che i due principali partiti statunitensi adottano in determinati Stati, per assegnare alcuni dei delegati da inviare alla Convention estiva. Si tratta, nella fattispecie, di un'assemblea ristretta ai soli attivisti del partito, ragion per cui non prevede la partecipazione di elettori indipendenti (come negli Stati in cui vengono organizzate delle primarie aperte). Sull'origine del nome ci sono opinioni discordanti. Alcuni ipotizzano possa derivare dal greco "kaukos", che significa "boccale", per indicare riunioni così denominate che si svolgevano in passato nei saloon. Secondo altri, il vocabolo si riferirebbe alle assemblee dei capi tribù dei nativi algonchini.
Come che sia, in termini meramente numerici non è che questo appuntamento elettorale garantisca di solito, in entrambi i partiti, grandi quantitativi di delegati. Il punto sta tuttavia nel fatto che, aprendo tradizionalmente il processo delle primarie, goda di un'altissima attenzione mediatica, ragion per cui i candidati – soprattutto gli outsider – lo considerano una vetrina non indifferente. Un buon piazzamento al caucus dell'Iowa può infatti costituire un trampolino di lancio profondamente significativo a livello di notorietà nazionale e – conseguentemente – un'opportunità per incrementare la propria raccolta fondi. D'altronde, anche i front runner guardano con interesse a questa competizione locale: per loro, vincerla significa infatti mettere in ombra eventuali avversari in procinto di sorpasso, dando così un'immagine di sé sicura e in ascesa.
Al momento, Donald Trump sembra avere la strada spianata nel cosiddetto Hawkeye State. La concorrenza interna del libertario Bill Weld non pare infatti particolarmente pericolosa e – salvo sorprese – il caucus repubblicano dell'Iowa dovrebbe rivelarsi una mera formalità per il presidente in carica. Situazione ben diversa si riscontra invece sul fronte dei democratici. Visto l'elevato numero di candidati in lizza, azzardare previsioni per il momento risulta prematuro. Quel che è certo è tuttavia che i vari concorrenti stanno trascorrendo molto tempo nello Stato, battendolo palmo a palmo, pur di incrementare la propria popolarità in loco. Soprattutto l'ex vicepresidente, Joe Biden, il senatore del Vermont, Bernie Sanders, la senatrice del Massachusetts, Elizabeth Warren, e la senatrice della California, Kamala Harris, risultano particolarmente concentrati su questo territorio, girandolo in lungo e in largo tra comizi ed eventi elettorali. Nella fattispecie, nel mese di agosto, i candidati si recheranno alla Iowa State Fair di Des Moines: uno degli eventi fieristici più importanti e antichi dello Stato. Un evento che ha spesso visto accadere episodi importanti nel periodo elettorale. Fu proprio lì per esempio che, nell'agosto del 2011, l'allora candidato alla nomination repubblicana, Mitt Romney, si attirò fischi e contestazioni, dopo aver affermato in un discorso sulla tassazione: «Anche le corporation sono persone».
I sondaggi locali mostrano una situazione abbastanza differente da quelli disponibili a livello nazionale. Secondo Real Clear Politics, Biden risulterebbe in testa con il 24% dei consensi, seguìto dalla Harris al 16%. Dietro si collocherebbero poi Elizabeth Warren al 15% e Sanders al 14%. In primo luogo, il vantaggio dell'ex vicepresidente in Iowa appare molto più risicato di quello che deterrebbe attualmente a livello nazionale. L'apparente stranezza in realtà ha una ragione abbastanza precisa. Come detto, i caucus sono assemblee ristrette degli attivisti di partito: assemblee che quindi tendono solitamente a favorire i candidati più ideologizzati e radicali. L'esatto opposto di Biden che – di contro – sta cercando di intestarsi la guida delle correnti centriste interne all'Asinello. Questo spiega quindi il buon risultato di cui attualmente godono la Harris e la Warren, due profili che si collocano molto a sinistra in seno al Partito Democratico. Tutto ciò non deve poi indurre a pensare che i candidati più ideologicamente netti e connotati abbiano la strada automaticamente spianata in Iowa: alle primarie democratiche del 2004, per esempio, a vincere il locale caucus fu un centrista come l'allora senatore del Massachusetts, John Kerry. In secondo luogo, l'altro elemento da notare è la fatica che sembra stia riscontrando Sanders in questo territorio. Nonostante non fosse riuscito a vincere la competizione in loco nel 2016, il suo fu comunque un risultato significativo, perché perse contro Hillary Clinton con uno scarto di appena lo 0,3%. Il senatore del Vermont dovrà quindi fare di tutto per cercare di riguadagnare terreno nell'Hawkeye State: il ruolo cui sta infatti puntando è quello di unico vero rappresentante della sinistra democratica. Un ruolo cui potrebbe essere costretto a dire addio, con un'eventuale vittoria della Harris o della Warren in Iowa.
L'idea di molti outsider democratici sarebbe al momento quella di replicare la strategia adottata da Barack Obama nell'estate nel 2007, quando pose le basi della propria corsa elettorale attraverso una costante presenza proprio nell'Hawkeye State. Quella strategia consentì all'allora senatore dell'Illinois di dare solidità a una candidatura che – avviata nel febbraio di quell'anno – era sino ad allora apparsa debole e sconclusionata. È bene tuttavia sottolineare come – banalmente – fossero altri tempi. Alle primarie democratiche del 2008 i candidati erano appena otto: oggi sono più di venti.
Tra l'altro, al di là delle suddette motivazioni legate all'incremento di notorietà e alla raccolta fondi, vincere questo caucus risulta importante soprattutto per quanto riguarda il processo delle primarie democratiche. È dal 1996 che chi trionfa in questo territorio riesce infatti a conseguire poi la nomination dell'Asinello, anche se poi questo non garantisce la conquista della Casa Bianca (si pensi ad Al Gore nel 2000, a John Kerry nel 2004 e alla stessa Hillary Clinton nel 2016). A livello di General Election il comportamento di questo Stato risulta del resto abbastanza ondivago, visto che, nel corso degli ultimi decenni, ha costantemente oscillato tra repubblicani e democratici.
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Le primarie americane avranno inizio formalmente il 3 febbraio 2020. L'appuntamento più importante è sicuramente il caucus dell'Iowa, un trampolino di lancio a livello mediatico per i candidati alla Casa Bianca.Il processo vero e proprio delle primarie americane avrà formalmente inizio il 3 febbraio del 2020. In quella data, si terrà infatti l'appuntamento elettorale con cui classicamente si apre la corsa verso la nomination dei rispettivi partiti: il caucus dell'Iowa. Con il nome caucus si designa un sistema elettorale che i due principali partiti statunitensi adottano in determinati Stati, per assegnare alcuni dei delegati da inviare alla Convention estiva. Si tratta, nella fattispecie, di un'assemblea ristretta ai soli attivisti del partito, ragion per cui non prevede la partecipazione di elettori indipendenti (come negli Stati in cui vengono organizzate delle primarie aperte). Sull'origine del nome ci sono opinioni discordanti. Alcuni ipotizzano possa derivare dal greco "kaukos", che significa "boccale", per indicare riunioni così denominate che si svolgevano in passato nei saloon. Secondo altri, il vocabolo si riferirebbe alle assemblee dei capi tribù dei nativi algonchini.Come che sia, in termini meramente numerici non è che questo appuntamento elettorale garantisca di solito, in entrambi i partiti, grandi quantitativi di delegati. Il punto sta tuttavia nel fatto che, aprendo tradizionalmente il processo delle primarie, goda di un'altissima attenzione mediatica, ragion per cui i candidati – soprattutto gli outsider – lo considerano una vetrina non indifferente. Un buon piazzamento al caucus dell'Iowa può infatti costituire un trampolino di lancio profondamente significativo a livello di notorietà nazionale e – conseguentemente – un'opportunità per incrementare la propria raccolta fondi. D'altronde, anche i front runner guardano con interesse a questa competizione locale: per loro, vincerla significa infatti mettere in ombra eventuali avversari in procinto di sorpasso, dando così un'immagine di sé sicura e in ascesa.Al momento, Donald Trump sembra avere la strada spianata nel cosiddetto Hawkeye State. La concorrenza interna del libertario Bill Weld non pare infatti particolarmente pericolosa e – salvo sorprese – il caucus repubblicano dell'Iowa dovrebbe rivelarsi una mera formalità per il presidente in carica. Situazione ben diversa si riscontra invece sul fronte dei democratici. Visto l'elevato numero di candidati in lizza, azzardare previsioni per il momento risulta prematuro. Quel che è certo è tuttavia che i vari concorrenti stanno trascorrendo molto tempo nello Stato, battendolo palmo a palmo, pur di incrementare la propria popolarità in loco. Soprattutto l'ex vicepresidente, Joe Biden, il senatore del Vermont, Bernie Sanders, la senatrice del Massachusetts, Elizabeth Warren, e la senatrice della California, Kamala Harris, risultano particolarmente concentrati su questo territorio, girandolo in lungo e in largo tra comizi ed eventi elettorali. Nella fattispecie, nel mese di agosto, i candidati si recheranno alla Iowa State Fair di Des Moines: uno degli eventi fieristici più importanti e antichi dello Stato. Un evento che ha spesso visto accadere episodi importanti nel periodo elettorale. Fu proprio lì per esempio che, nell'agosto del 2011, l'allora candidato alla nomination repubblicana, Mitt Romney, si attirò fischi e contestazioni, dopo aver affermato in un discorso sulla tassazione: «Anche le corporation sono persone».I sondaggi locali mostrano una situazione abbastanza differente da quelli disponibili a livello nazionale. Secondo Real Clear Politics, Biden risulterebbe in testa con il 24% dei consensi, seguìto dalla Harris al 16%. Dietro si collocherebbero poi Elizabeth Warren al 15% e Sanders al 14%. In primo luogo, il vantaggio dell'ex vicepresidente in Iowa appare molto più risicato di quello che deterrebbe attualmente a livello nazionale. L'apparente stranezza in realtà ha una ragione abbastanza precisa. Come detto, i caucus sono assemblee ristrette degli attivisti di partito: assemblee che quindi tendono solitamente a favorire i candidati più ideologizzati e radicali. L'esatto opposto di Biden che – di contro – sta cercando di intestarsi la guida delle correnti centriste interne all'Asinello. Questo spiega quindi il buon risultato di cui attualmente godono la Harris e la Warren, due profili che si collocano molto a sinistra in seno al Partito Democratico. Tutto ciò non deve poi indurre a pensare che i candidati più ideologicamente netti e connotati abbiano la strada automaticamente spianata in Iowa: alle primarie democratiche del 2004, per esempio, a vincere il locale caucus fu un centrista come l'allora senatore del Massachusetts, John Kerry. In secondo luogo, l'altro elemento da notare è la fatica che sembra stia riscontrando Sanders in questo territorio. Nonostante non fosse riuscito a vincere la competizione in loco nel 2016, il suo fu comunque un risultato significativo, perché perse contro Hillary Clinton con uno scarto di appena lo 0,3%. Il senatore del Vermont dovrà quindi fare di tutto per cercare di riguadagnare terreno nell'Hawkeye State: il ruolo cui sta infatti puntando è quello di unico vero rappresentante della sinistra democratica. Un ruolo cui potrebbe essere costretto a dire addio, con un'eventuale vittoria della Harris o della Warren in Iowa.L'idea di molti outsider democratici sarebbe al momento quella di replicare la strategia adottata da Barack Obama nell'estate nel 2007, quando pose le basi della propria corsa elettorale attraverso una costante presenza proprio nell'Hawkeye State. Quella strategia consentì all'allora senatore dell'Illinois di dare solidità a una candidatura che – avviata nel febbraio di quell'anno – era sino ad allora apparsa debole e sconclusionata. È bene tuttavia sottolineare come – banalmente – fossero altri tempi. Alle primarie democratiche del 2008 i candidati erano appena otto: oggi sono più di venti.Tra l'altro, al di là delle suddette motivazioni legate all'incremento di notorietà e alla raccolta fondi, vincere questo caucus risulta importante soprattutto per quanto riguarda il processo delle primarie democratiche. È dal 1996 che chi trionfa in questo territorio riesce infatti a conseguire poi la nomination dell'Asinello, anche se poi questo non garantisce la conquista della Casa Bianca (si pensi ad Al Gore nel 2000, a John Kerry nel 2004 e alla stessa Hillary Clinton nel 2016). A livello di General Election il comportamento di questo Stato risulta del resto abbastanza ondivago, visto che, nel corso degli ultimi decenni, ha costantemente oscillato tra repubblicani e democratici.
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Il decreto ministeriale sarà in Gazzetta ufficiale oggi, visto che la domenica non sono previste pubblicazioni. A differenza delle prime edizioni che prevedevano una sforbiciata stabilita preventivamente (nell’ultimo round pari a 6 centesimi per la benzina e 10 per il diesel), questa volta il meccanismo è quello delle accise mobili, ovvero legate a doppio filo all’extra-gettito Iva determinato dai ricari. Il ministero dell’Economia verificherà le maggiori entrate Iva del mese precedente per effetto del rincaro dei carburanti, e sfrutterà il saldo attivo di cassa per abbassare le accise. Questa formula è in linea con le indicazioni della Commissione Ue che ha negato la flessibilità rispetto ai vincoli di bilancio per il taglio delle accise. Il contenimento delle imposte sui carburanti sarebbe possibile perché l’utilizzo dell’extra gettito Iva non fa aumentare il deficit. Quindi è una misura che si autofinanzia. Il meccanismo delle accise mobili verrebbe attivato dopo la prima settimana di ogni mese quando è contabilizzata la cifra del periodo precedente.
Da notare che i recenti cali dei carburanti potrebbero portare un extra-gettito inferiore ai 190 milioni, quantificati in occasione dell’ultimo intervento. Ne consegue che un eventuale nuovo taglio sulla base di un’accisa mobile sarebbe più basso di quello attuale ma con impatto immutato per le tasche dei conducenti, in quanto riparametrato sulla base anche delle oscillazioni del mercato. Il tutto in linea anche con il progressivo esaurimento dello sconto che è comunque nei piani del governo. Tramontata invece l’ipotesi del vaucher per i meno abbienti, circolata nei giorni scorsi, ma che non avrebbe incontrato il favore di tutta la maggioranza con la Lega contraria.
Sempre ieri il ministro dei Trasporti, Matteo Salvini, ha rilanciato l’idea di colpire gli extraprofitti delle banche. «Andate a vedere la trimestrale di Unicredit e Intesa Sanpaolo», ha esortato il vicepremier. «Le prime due banche italiane chiuderanno quest’anno di difficoltà per la stragrande maggioranza delle famiglie e imprese, con 20 miliardi di utile. La Lega chiederà agli istituti che stanno facendo guadagni e profitti senza precedenti un contributo alla crescita economica del Paese. Sono convinto che il governo e la Lega su questo saranno intransigenti». Non risulta però all’ordine del giorno dell’esecutivo un nuovo intervento sul tema come quello introdotto con l’ultima manovra. Ora il focus è comprendere come tradurre in misure i margini di flessibilità concessi dall’Ue per spendere 14 miliardi (in tre anni) al fine di mitigare gli impatti dei rincari dell’energia. «Aspettiamo di leggere come si possono spendere questi soldi nostri e che tipo di paletti ci sono», ha sottolineato Salvini, dicendo di averne parlato con il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti. Tra possibili soluzioni, ci sono quelle di introdurre bonus carburanti e altri tipi di benefit ma attraverso le imprese, che potranno riconoscerli ai dipendenti, con agevolazioni fiscali. L’obiettivo è focalizzare gli interventi sui lavoratori del ceto medio, e anche in quest’ottica sono state finora accantonate ipotesi come quella di un contributo attraverso la «Carta dedicata a te». E comunque le risorse esigue per ora a disposizione avrebbero spinto a non accelerare per evitare interventi di impatto minimo.
«La cosa migliore sarebbe incentivare gli investimenti delle imprese in rinnovabili, subito. Non dateli in giro», suggerisce al governo l’ex presidente di Confindustria, Emma Marcegaglia, su come sfruttare la flessibilità.
Lo sconto sulle accise secondo le associazioni dei consumatori è necessario per sostenere le famiglie che in assenza si ritroverebbero con rincari pari a circa 3 euro per un pieno di benzina verde e di 6 per il diesel. Si avrebbe infatti un aumento dei costi alla pompa di circa 6 centesimi al litro per la benzina e di circa 12 centesimi per il diesel.
Tajani, dalla platea del convegno dei giovani imprenditori di Confindustria a Rapallo, ha sottolineato che i provvedimenti sulle accise «sono molto costosi e possono durare per uno, due mesi». L’ultimo decreto aveva utilizzato 191,2 milioni, ma allora il gasolio godeva del taglio più generoso da 24,4 centesimi al litro. Ora potrebbero bastare somme più contenute, per mantenere i prezzi sotto o intorno alla soglia psicologica dei 2 euro al litro (giovedì il costo medio del gasolio era a 1,988 euro al litro e a 1,93 euro per la benzina).
«Dobbiamo abbassare i costi per le famiglie e per le imprese», ha detto Tajani e ha rilanciato la proposta di un mercato unico dell’energia.
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Silvio Berlusconi (Ansa)
Ieri, tra i cronisti, circolavano trascrizioni confuse del decreto che lasciavano una sola certezza: le indagini non sono finite. In quelle righe recuperate da un documento quasi illeggibile si evincerebbe che i pm non si sarebbero giocati tutte le cartucce e ci sarebbero ancora piste da battere. Come quella legata a un ex carabiniere del Ros di stanza a Milano che «avrebbe assistito a incontri» e che «potrebbe essere a conoscenza di circostanze che avrebbe appreso» per motivi di servizio sulle figure di Silvio Berlusconi e l’ex comandante del Ros Mario Mori.
Si preannuncia così l’ennesima sarabanda di rivelazioni e suggestioni sul tema delle stragi. Ma questo comporterà altre investigazioni e, di conseguenza, ulteriori costi. Come se quanto speso in trent’anni d’indagini non fosse più che sufficiente. L’insieme degli otto procedimenti aperti e chiusi contro Berlusconi e Dell’Utri, presunti mandanti delle stragi mafiose, hanno comportato costi sicuramente alti per lo Stato. L’ipotesi di una cifra compresa tra i 15 e i 25 milioni di euro è stata indicata «a spanne» alla Verità da un ex procuratore della Repubblica. Il quale ha suddiviso la sua stima in cinque voci.
La prima e più onerosa riguarda le intercettazioni telefoniche, ambientali e telematiche. Tali captazioni richiedono strumentazioni sofisticate, canoni giornalieri da corrispondere alle società che forniscono i software e i macchinari, migliaia di ore di ascolto e trascrizione da parte della polizia giudiziaria o di periti giurati. Per filoni d’indagine che durano anni, questa voce oscilla facilmente tra i 5 e i 10 milioni di euro complessivi per l’intera serie di inchieste. La seconda voce più alta riguarderebbe il costo del personale (dai 5 ai 7 milioni di euro), ovvero delle ore/lavoro dedicate alle indagini dai magistrati e dalle forze dell’ordine. Otto successive inchieste hanno comportato l’impiego di pool di magistrati, segreterie, sezioni della Direzione investigativa antimafia o reparti speciali, impegnati per mesi o anni esclusivamente nella lettura e stesura di atti o nella redazione di informative.
A questo vanno aggiunte le spese per le trasferte (viaggio, vitto e alloggio) di pm e investigatori per interrogatori, audizioni, riscontri o notifiche, ma anche i costi logistici per lo spostamento in sicurezza dei detenuti o dei testimoni (i procedimenti hanno visto il coinvolgimento di numerosi collaboratori di giustizia dislocati in varie regioni d’Italia). Una stima prudenziale per trent’anni di missioni incrociate tra Toscana, Sicilia, Roma e istituti penitenziari sarebbe tra 1,5 e 3 milioni di euro.
Ci sono, infine, le spese per perizie, consulenze tecniche e traduzioni.
In indagini di questa portata, i magistrati si avvalgono costantemente di esperti per perizie foniche e pulizia di nastri e file registrati dentro e fuori il carcere, ma anche di analisi documentali, storiche e patrimoniali. Ciascuna di queste consulenze comporta parcelle da decine o centinaia di migliaia di euro. Sull’arco di trent’anni, la spesa stimata si aggira tra 1 e 2 milioni di euro.
Nel computo finale rientrano anche spese vive di cancelleria, digitalizzazione degli atti e notifica degli stessi alle parti coinvolte. Parliamo di montagne di documenti e centinaia di migliaia di euro di costi.
Un conto che è stato saldato, a partire dal 1996, dal ministero della Giustizia, vale a dire dai contribuenti italiani. Chissà quanto denaro dovremo sganciare ancora prima di vedere la fine di questa telenovela giudiziaria.
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I coniugi Moretti (Ansa)
I due, in quanto proprietari, devono rispondere dei reati di omicidio colposo, lesioni personali gravissime colpose e incendio colposo nell’inchiesta per la strage nel locale Constellation, andato a fuoco la notte di Capodanno a Crans-Montana, in Svizzera, dove morirono 41 giovani, tra cui 6 italiani, e 115 rimasero feriti. Per la prima volta la coppia è stata sentita insieme con la formula della procedura del confronto, cioè rispondendo nella stessa stanza alle domande che venivano poste. Anche Jacques ha affermato che «è stato molto male, tanto da non riuscire nemmeno a parlare» dopo la tragedia.
Presenti in aula la procuratrice generale aggiunta del cantone vallese Catherine Seppey e una settantina di legali delle parti civili, tra cui anche l’avvocato Romain Jordan, incaricato dal governo italiano nella costituzione di parte civile, oltre alle famiglie delle vittime e dei sopravvissuti. Gli avvocati hanno contestato la scelta del procedimento che avrebbe dato modo ai due imputati di concordare una versione comune e discapito della spontaneità. E a quel «siamo stati distrutti» di Jessica ha replicato Laetitia Brodar-Sitre, mamma del sedicenne Arthur, morto nel rogo. «Essere distrutti, devastati significa non poter abbracciare i propri figli o doverli assistere in ospedale, questo significa essere distrutti. Non credo che essere indagati in una tragedia significhi vivere una distruzione quando si può rientrare a casa, lavorare al fianco del proprio marito e poter abbracciare i propri figli tutte le mattine».
Nel corso dell’interrogatorio la procura ha contestato a Jessica Moretti anche il reato di falso documentale. Gli addebiti riguardano una fattura del 2015 relativa all’acquisto della schiuma fonoassorbente, con cui era stato rivestito il soffitto del locale e che non era ignifuga. La fattura, palesemente falsificata, riporta infatti l’Iva in vigore in Francia benché sia stata emessa in Germania. Il documento, falsificato probabilmente per scopi fiscali, riporta la data del 3 settembre 2015 e indica un importo di 13.464 euro.
Restano nel mirino degli inquirenti ancora i conti della coppia dopo la segnalazione arrivata dalla Francia alla procura Vallese. Un informatore, in forma anonima, aveva riferito che una carta di credito Revolut era stata inviata a Jessica. La carta non aveva limiti di spesa, cosa che aveva indotto l’informatore a sospettare un possibile collegamento con il riciclaggio di denaro. Un altro dettaglio emerso ieri è sulle bottiglie di champagne con le fontane luminose che avrebbero generato l’incendio. La dipendente Cyanne Panine, poi deceduta, con le fiaccole sulle spalle di un collega è stata indicata come colei che avrebbe inconsapevolmente generato il rogo. Il corteo pirotecnico non sarebbe stato un’iniziativa «spontanea» dei giovani camerieri, ma una pratica dettagliatamente organizzata dalla stessa titolare.
Durante l’interrogatorio sono stati fatti sentire degli audio tratti da una chat di Whatsapp in cui la titolare dà precise istruzioni ai camerieri sulla coreografia: «avrei gradito si facesse» o «potreste farlo». Poi: «Attenzione alle candele perché, se finiscono sulla schiuma, possono bruciare il Constellation». Questi documenti contrastano con la versione sempre sostenuta dagli imprenditori francesi. «Non abbiamo mai obbligato nessuno», ha ribadito la donna. «Era una consuetudine ma quando si svolgeva la sfilata c’erano sempre due camerieri che erano preparati a gestire la situazione», si è difesa la Moretti. Per l’avvocato Romain Jordan quella di ieri è stata «l’ultima occasione che la coppia Moretti aveva per dare risposte alle vittime su tutti i punti che restano oscuri o nebulosi».
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Ansa
Nelle ultime ore dichiarazioni provenienti da Teheran, Washington e dagli organismi internazionali hanno mostrato quanto il percorso verso un accordo resti fragile e pieno di ostacoli. Ad alimentare le polemiche è stata l’agenzia iraniana Fars News, secondo la quale i negoziati tra Iran e Stati Uniti sarebbero stati sospesi. La decisione, secondo la ricostruzione diffusa da Teheran, sarebbe legata a presunti attacchi americani contro navi commerciali nelle vicinanze delle coste meridionali iraniane e al proseguimento delle operazioni militari israeliane in Libano. La versione iraniana è stata però respinta dal Comando centrale degli Stati Uniti. Il Pentagono ha definito false le notizie secondo cui unità iraniane avrebbero aperto il fuoco contro navi da guerra americane nel Golfo di Oman, costringendole a ritirarsi. Washington ha precisato che le proprie forze continuano a operare normalmente nell’area e che non si è verificato alcun incidente di questo tipo. A confermare le difficoltà del negoziato è stato Mohsen Rezaei, consigliere militare della Guida suprema Mojtaba Khamenei. In un’intervista alla Cnn ha affermato che un eventuale accordo dipenderà dalla decisione dell’amministrazione Trump di scongelare 24 miliardi di dollari di beni iraniani bloccati all’estero. «I negoziati sono in uno stallo e Trump deve romperlo», ha dichiarato. Rezaei ha inoltre minacciato un allargamento del conflitto qualora gli Stati Uniti dovessero tornare all’opzione militare, sostenendo che l’Iran potrebbe colpire altre basi americane nella regione.
Nel frattempo Washington continua la pressione economica. Il Comando Indo-Pacifico ha annunciato l’intercettazione e l’ispezione della petroliera MT Davina nell’Oceano Indiano, una nave sanzionata dagli Stati Uniti per il trasporto di petrolio iraniano verso la Cina. Inoltre gli Stati Uniti hanno imposto nuove sanzioni contro l’Iran e i suoi alleati, prendendo di mira una rete accusata di aver esportato illegalmente verso l’Asia grandi quantità di gas di petrolio liquefatto iraniano per un valore di centinaia di milioni di dollari. Secondo Washington, il sistema si avvaleva di società di copertura negli Emirati Arabi Uniti e in Cina, oltre che della cosiddetta «flotta ombra» iraniana, per eludere le sanzioni e nascondere l’origine del carburante. Il direttore generale dell’Aiea, Rafael Grossi, ha espresso ottimismo sulla possibilità che Stati Uniti e Iran raggiungano un accordo sul programma nucleare, definendolo una cornice utile per affrontare successivamente le questioni più controverse. Intanto a Ginevra gli ambasciatori di Iran, Cina e Russia presso l’Aiea hanno incontrato Grossi per discutere i temi all’ordine del giorno della prossima riunione del Consiglio dei governatori dell’agenzia. Dal canto suo, Trump ha dichiarato che «Gli Stati Uniti non hanno bisogno di alcun accordo per ottenere l'uranio arricchito iraniano». Nel frattempo il Libano, bersagliato da altri raid israeliani, è entrato direttamente nella disputa. In un’intervista alla Cnn il presidente Joseph Aoun ha accusato l’Iran di utilizzare il suo Paese come «merce di scambio nei negoziati con gli Stati Uniti». Aoun ha sottolineato che le decisioni sulla sicurezza e sulla stabilità del Libano devono restare nelle mani delle istituzioni nazionali, lasciando intendere che il ruolo di Hezbollah continui a rappresentare uno dei principali strumenti attraverso cui Teheran esercita la propria influenza nella regione. Le accuse sono state respinte dai pasdaran.
A complicare ulteriormente il quadro è intervenuta anche la polemica tra Azerbaigian e Cnn. Baku ha respinto come «completamente infondate» le indiscrezioni secondo cui Israele avrebbe utilizzato il territorio azero per operazioni di intelligence contro l’Iran durante il recente conflitto. Il governo ha accusato l’emittente americana di aver ignorato la posizione ufficiale del Paese e ha ribadito di non aver mai consentito attività militari straniere dirette contro Stati confinanti. A raffreddare ulteriormente le aspettative di un rapido disgelo è intervenuto anche il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi, che ha escluso qualsiasi possibilità di un incontro tra Donald Trump e Mojtaba Khamenei. Una posizione che conferma come, nonostante gli spiragli evidenziati dall’Aiea, il percorso verso un’intesa resti ancora irto di ostacoli politici, militari ed economici.
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