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2020-04-13
L’élite francese salvata dal coronavirus grazie ai gilet gialli e Berlino
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Emmanuel Macron (foto Ansa)
Chi l'avrebbe mai detto? Dopo essere stati presi di mira con proiettili di gomma, lacrimogeni, idranti o granate dispersive, dopo aver subito mutilazioni permanenti, il popolo dei gilet gialli lotta per cercare di salvare la Francia e le sue élite politico-economiche dal Covid-19. La lista delle professioni in trincea contro il morbo cinese è lunga. Come avviene in Italia, migliaia di infermieri, medici, autotrasportatori, cassiere, addetti alle pulizie, agricoltori, poliziotti, pompieri e molti altri lavoratori, stanno facendo di tutto per salvare i malati o mantenere una minima attività economica. Solo qualche mese fa queste stesse categorie sociali o professionali scendevano in piazza per protestare contro la perdita di potere d'acquisto e di dignità del proprio lavoro. Ad attenderli c'erano i discorsi mondialisti, lodi sperticate rivolte all'Unione Europea e, soprattutto, manganelli e altri strumenti di mantenimento dell'ordine già citati. Sin dall'inizio del suo mandato al vertice dello stato francese, Emmanuel Macron ha dichiarato una guerra nemmeno troppo nascosta a una certa parte della società d'oltralpe. Uno dei suoi primi atti sono state le ordinanze che hanno ridotto la possibilità di impugnare i licenziamenti senza giusta causa. Uno strappo alla legislazione francese, estremamente protettiva nei confronti dei lavoratori dipendenti. Nei quasi tre anni del suo mandato, l'inquilino dell'Eliseo si è rivolto a più riprese con parole sprezzanti ai suoi compatrioti meno fortunati di lui. Li ha chiamati «Galli refrattari ai cambiamenti». In un'altra occasione ha detto a un giovane disoccupato che bastava «attraversare la strada per trovare un lavoro».
Nel suo discorso alla nazione del 31 dicembre 2018 ha parlato di «una folla piena di odio», alludendo ai gilet gialli che avevano iniziato a protestare nel novembre di quell'anno. Ma se, in patria, Monsieur le Président faceva il forte con i deboli, in ambito europeo suonava tutta un'altra musica. In particolare nei confronti della Germania di Angela Merkel, che ha sempre risposto picche alle proposte di Parigi volte ad alleggerire l'atteggiamento rigorista in campo economico, di Berlino e dei suoi satelliti. Sebbene l'attuale capo dello Stato francese sia, come vari suoi predecessori, ipnotizzato dal mantra del couple franco-allemand (la coppia franco-tedesca, ndr) sembra che a lui, la situazione sia scappata di mano. E questa crisi sanitaria mette in luce l'impossibilità per la Francia di rimanere ancora a lungo genuflessa davanti ai diktat tedeschi. Questo perché forse, anche le ingiunzioni di Berlino hanno contribuito, nel corso degli ultimi due decenni, all'indebolimento del sistema sanitario transalpino in nome del rispetto delle regole di bilancio Ue. Nelle ultime riunioni del Consiglio europeo, convocate per discutere dell'emissione dei coronabond, la Francia è apparsa un po' smarrita. Con mille giravolte ha cercato di ottenere l'emissione delle obbligazioni garantite dai 27 e, allo stesso tempo, di non mancare di rispetto ai falchi d'oltre Reno. Ma mentre chi governa la Francia tenta di mantenere i destini del Paese legati, mani e piedi a quelli della Germania ammantandoli in una dimensione europea, i francesi confinati, mandano un messaggio ben diverso alle loro élite. Chiedono che tutti i cittadini possano beneficiare dignitosamente delle risorse del Paese, che questo piaccia o no alla Germania.
L'emergenza sanitaria e quella tentazione di controllare i cittadini francesi

upload.wikimedia.org
L'emergenza coronavirus ha obbligato il governo e la presidenza della repubblica francesi a intervenire in vari ambiti. Sul fronte economico, il Consiglio dei Ministri del 25 marzo scorso, ha adottato 25 ordinanze. Un record per la produzione di leggi di matrice governativa che non veniva battuto dal 1958. In quell'anno, c'era stato il putsch di Algeri e il generale Charles de Gaulle era stato chiamato a salvare il Paese. Come prevedeva la costituzione della IV Repubblica, venne nominato presidente del consiglio. Con una legge costituzionale,il parlamento gli aveva accordato, per sei mesi, la possibilità di governare attraverso delle ordinanze. de Gaulle fu l'ultimo presidente del consiglio della IV Repubblica. Di lì a poco fece nascere, con un referendum dall'esito bulgaro, la V Repubblica che riconosce poteri molto ampi al Presidente della Repubblica. Un incarico che de Gaulle assunse per primo e che, attualmente, è ricoperto da Emmanuel Macron.
Tornando a oggi, a differenza delle misure prese dal governo de Gaulle, quelle decise dall'esecutivo guidato da Edouard Philippe, hanno soprattutto un carattere economico. Trai cambiamenti più importanti introdotti il 25 marzo 2020, figurano le modifiche al diritto del lavoro. Il numero massimo di ore lavorate a settimana è stato portato a 60. Anche le regole per le ferie sono state modificate. Inoltre è stato varato un fondo di solidarietà per le piccole e piccolissime imprese. Nonostante queste misure abbiano un carattere temporaneo e straordinario, nella patria delle 35 ore, qualcuno ha storto il naso. Il sindacato Force Ouvrière ha definito le misure «un'eresia».
Il segretario generale del sindacato Cgt, Philippe Martinez le ha bollate come «scandalose». Il timore dei sindacati è che con la scusa della pandemia, il governo ne approfitti per smantellare alcuni elementi fondamentali del diritto del lavoro francese. Oltre ai temi economici, l'esecutivo di Parigi - che come quello guidato da Giuseppe Conte in Italia si è fatto trovare assolutamente impreparato di fronte alla pandemia - ha iniziato anche a riflettere su delle iniziative per cercare di arginare la diffusione del virus cinese. Una di queste è l'ipotesi di usare i cellulari per tracciare i movimenti delle persone risultate positive al Covid-19. L'8 aprile scorso, il Segretario di Stato alle questioni digitali Cédric O, ha dovuto tranquillizzare i parlamentari d'oltralpe, preoccupati per l'uso dell'applicazione StopCovid, alla quale sta lavorando il governo. Il rappresentante dell'esecutivo ha garantito che l'app servirà per «tracciare le informazioni e non gli individui». Ma queste spiegazioni all'acqua di rose non fugano i timori di molti parlamentari, giornalisti ed esponenti della Francia "del basso". Questo perché il Segretario di Stato e, più in generale l'intero apparato della macronia, hanno dei precedenti che non lasciano sperare nulla di buono in materia di libertà e di rispetto della privacy. Cedric O, ad esempio, si è sempre detto favorevole all'uso del riconoscimento facciale. Come scriveva Le Monde il 14 ottobre 2019 - quando a Parigi ancora sfilavano ogni settimana manifestazioni di protesta - il Segretario di Stato riteneva «necessario per far avanzare i nostri industriali» che la Francia iniziasse a «sperimentare il riconoscimento facciale». Pochi mesi dopo l'inizio della protesta dei gilet gialli, il parlamento francese ha approvato la «legge anti casseurs» che, tra le altre cose, prevede un anno di carcere per chi nasconde il viso durante una manifestazione. In occasione delle manifestazioni in giallo, svoltesi ogni sabato per oltre un anno, il ministero dell'Interno, guidato da Christophe Castaner, ha praticato ampiamente l'uso del fermo preventivo di persone considerate potenzialmente pericolose dalle forze dell'ordine. Questo però non ha impedito,ad esempio, a dei militanti pro Palestina di aggredire verbalmente, con insulti antisemiti, personalità di spicco come il filosofo e scrittore Alain Finkielkraut.
Non va dimenticato che Emmanuel Macron ha fatto approvare una legge che consente alle autorità di Parigi di spegnere dei canali e delle emittenti radio straniere, in periodo elettorale. Una legge sospettata di voler chiudere la bocca a Russia Today France. Inoltre, il presidente transalpino non ha mai nascosto la sua ossessione contro le fake news. Questo lo ha spinto molto lontano con immaginazione. Come scriveva il 2 febbraio 2019, Etienne Gernelle, direttore del settimanale Le Point, sul sito del giornale, Macron si era detto pronto a remunerare dei giornalisti con i soldi pubblici. Per fare cosa? Ecco cosa scriveva il direttore del settimanale «Il presidente della Repubblica propone che lo Stato paghi certi giornalisti (presenti) nelle redazioni» perché questi assicurino «la verifica» delle informazioni. Alla luce di queste informazioni, è facile capire perché l'idea di tracciare i cellulari per limitare la diffusione del Covid-19, non piace a molti francesi come ha confermato a La Verità anche il leader dei gilet gialli, Maxime Nicolle, la cui intervista è inclusa in questo focus.
«I soldi pubblici sono stati investiti nei proiettili di gomma, non nei posti letto»

Maxime Nicolle (@ M. Ghisalberti)
Il suo nome in codice è Fly Rider, la barba rossa che porta ben tagliata lo ha reso uno dei volti più riconoscibili del movimento dei gilet gialli, fin dai primi atti. Sebbene sia popolarissimo sui social network e, da qualche mese anche giornalista (*) per un media indipendente chiamato QG, Maxime Nicolle ha tenuto i piedi ben piantati per terra. Come il movimento in giallo, anche Nicolle è stato spesso preso di mira dai media mainstream che lo hanno accusato di essere un complottista. La polizia lo ha multato e fermato come se fosse un soggetto estremamente pericoloso, ma il discorso tenuto da questo trentatreenne non abbia mai inneggiato alla violenza. Tra l'altro, quando in Francia iniziava a farsi strada l'idea della chiusura del Paese per evitare la diffusione del virus cinese, Nicolle era stato tra i leader del movimento in Giallo ad invitare i suoi compagni a non scendere in piazza. Per senso di responsabilità. Intervistato da La Verità, Maxime Nicolle spiega come la Francia "del basso" stia salvando quella "dell'alto", rappresentata dalle élite politico-economiche.
Il leader in giallo non è particolarmente sorpreso dall'azione del governo di Parigi di fronte alla pandemia di Covid-19. Questo perché, secondo lui «la crisi sanitaria è gestita da persone che pensano alla finanza prima che alla gente». Questo vale non solo per il settore sanitario dato che, continua la figura del movimento in giallo, «chi ci governa, ha deciso di: ridurre, tagliare, smettere di produrre localmente o a livello nazionale. Il tutto, per poter privatizzare e risparmiare. Il problema è che questo presunto risparmio ha permesso a dei grandi gruppi di guadagnare soldi e distribuire dividendi agli azionisti». L'enorme numero di decessi registrati in Francia a causa del virus cinese è, per Fly Rider, «una conseguenza diretta del fatto che i soldi pubblici non sono finiti nel posto giusto. Ciò vale, ad esempio il numero crescente di agricoltori costretti a cedere i propri terreni a delle aziende agricole più grandi».
In parallelo sono sempre più numerosi i lavoratori agricoli che finiscono «sotto padrone». Per Maxime Nicolle è vero che la Francia dei "piccoli" sta contribuendo a salvare dal coronavirus la Francia al vertice della piramide sociale. «L'80-90% della gente di questo Paese lavora e produce ricchezza. Sono loro che tengono in piedi la Francia. Ma i politici non sono stati attenti a questa gente» dice il gilet giallo. Per lui «è normale che in una crisi come quella che stiamo vivendo, questa gente semplice riesca ad andare avanti. Sono persone abituate a fare fatica e ad aiutare. Lo dimostrano le varie iniziative solidali nate un po' ovunque. Negli ultimi due anni ne ho vista molta di solidarietà» ricorda Nicolle che, per raggiungere le manifestazioni del sabato, ha spesso ottenuto dei passaggi offerti da altri gilet gialli. «D'altra parte - continua il leader in giallo - c'è una differenza tra i politici, che guadagnano salari mirabolanti, e i cittadini comuni. Questi ultimi, quando non hanno da mangiare, bussano alla porta del vicino per chiedere aiuto. Ci vuole molto coraggio e bisogna mettere da parte la fierezza. I politici non capiscono tutto ciò». Per spiegare le cause dell'impreparazione della Francia di fronte all'emergenza sanitaria, Maxime Nicolle invita a fare un parallelo tra il periodo delle proteste dei gilet gialli e la crisi del coronavirus. «Dove sono stati investiti i soldi pubblici in questi ultimi anni?». Si chiede. «La risposta è semplice. Non nei posti letto in ospedale o nella produzione di gel disinfettante e mascherine. Piuttosto, questi soldi sono stati utilizzati per le protezioni antisommossa destinate alle forze dell'ordine, per acquistare fucili per proiettili di gomma (LBD40), granate anti accerchiamento e gas lacrimogeni. Sono stati spesi i soldi per gestire le proteste dei cittadini ma non per curarli».
In merito alla possibilità di ricorrere al tracking dei cellulari per combattere la propagazione del virus cinese, Maxime Nicolle si mostra preoccupato. «Sulla carta potrebbe sembrare un'idea interessante - spiega a La Verità - perché tracciare il contagio, permetterebbe di sapere chi è entrato potenzialmente in contatto con dei malati di Covid-19. Il problema è che quando si gioca con la paura della gente, con la scusa della protezione, si possono costringere i cittadini ad accettare praticamente tutto». Con il coronavirus, ricorda Nicolle, «la prima cosa importante per proteggersi è fare attenzione al proprio comportamento. Per proteggere se stessi e gli altri bisogna usare le maschere, rispettare le distanze sociali, lavarsi le mani frequentemente e adottare i gesti barriera». «Se ognuno facesse queste cose - conclude Maxime Nicolle - non servirebbe un'applicazione per sapere se ci siano o meno stati contatti con persone malate. Se si abitua la gente al fatto che le autorità traccino gli spostamenti con il pretesto della sicurezza, rischiamo di aprire la porta ad altre forme di controllo e di tracciamento».
(*) Maxime Nicolle è l'autore di: Fly Rider Gilet Jaune (Edizioni Au Diable Vauvert, 2019)
«La Francia è ossessionata dal concetto fittizio chiamato "la coppia franco-tedesca"»

Frédéric Farah
Frédéric Farah è un economista e docente di scienze economiche e sociali all'università Paris 1 Panthéon Sorbonne. È ricercatore associato del Laboratorio Phare della Sorbona. Ha scritto il libro Europe la grande liquidation démocratique (*) ed è co-autore, insieme a Thomas Porcher, di Tafta: l'accord du plus fort; e di Introduction inquiète à la Macron-économie. Le projet du Président (**).
Parlando con La Verità, Frédéric Farah spiega che la Francia «è ossessionata dal concetto fittizio chiamato "la coppia franco-tedesca"». A causa di ciò, dagli anni ottanta in poi, Parigi non ha mai smesso di guardare oltre Reno fino ad arrivare ad accettare la cooperazione governativa, proposta da Angela Merkel». Cosi facendo però, secondo l'economista, «la Francia ha smesso di essere quell'interfaccia tra il Nord e il Sud dell'Europa. Parigi ha scommesso sul fatto che rinunciando a una parte della propria sovranità, andando più in avanti rispetto alle attese tedesche e mostrando un certo senso del rigore, le cose avrebbero potuto cambiare. Che la Germania avrebbe modificato la propria posizione in materia dell'economia Ue». Invece sappiamo tutti com'è andata a finire. Fatta questa premessa generale, i rapporti tra Parigi e Roma possono essere osservati sotto una luce diversa. «Tra l'Italia e la Francia ci sono state recentemente molte frizioni, soprattutto ai tempi del governo sostenuto dalla Lega e dal Movimento 5 Stelle» ricorda Farah. Come non ricordare, ad esempio, il richiamo dell'ambasciatore francese in Italia,dopo la visita a sorpresa di Luigi Di Maio e Alessandro Di Battista ad alcuni gilet gialli nel febbraio del 2019. «Con il ritorno del Partito democratico al governo, la Francia ha tirato un sospiro di sollievo». Spiega ancora l'economista che però precisa che «non esiste un'iniziativa franco-italiana (simile a quella franco-tedesca, ndr), o di un sostegno convinto all'Italia da parte di Parigi». Secondo il professore universitario però, la Francia non ha interesse a lasciar cadere l'Italia né a «depredarla». Innanzitutto perché questo presupporrebbe l'esistenza di una strategia di Parigi nei confronti Berlino «ad esempio - spiega l'economista - quella di costringere la Germania a cambiare posizione, o di minacciare l'uscita dall'Unione. Ma dubito che le élite francesi abbiano dei piani simili». «Inoltre - prosegue Farah - non bisogna dimenticare che le banche francesi detengono circa 400 miliardi del debito italiano. La Germania, invece, ha 126 miliardi di euro di debito di Roma nelle proprie banche. Quindi, entrambi entrambi i Paesi devono prestare attenzione alla situazione italiana». Nonostante l'appiattimento di Emmanuel Macron davanti alle posizioni di Angela Merkel, sia inutile, visto che la Germania non molla in tema di rigore, Parigi non sembra voler cambiare direzione. «Già nel 2012, quando Spagna e Italia avevano presentato una posizione comune, la Francia non le ha sostenute. Finché questa élite sarà al potere in Francia, non credo che Parigi prenderà le redini di un fronte sudista per bilanciare quello nordista» dice Frédéric Farah. Nonostante la posizione subalterna di Parigi nei confronti di Berlino però, vista dall'estero, l'ipotesi di un "Ital-Exit" resta per ora remota secondo l'economista che, tuttavia, non esclude che «la crisi potrebbe accelerare». «Negli ambienti mainstream europeisti - commenta il docente universitario - l'idea di un'uscita dell'Italia dall'Ue è vista come una sciagura. Molti non la ritengono realizzabile perché penso impossibile che l'Italia venga lasciata sola, anche perché gli italiani sono sempre stati molto europeisti». «In questi ambienti - commenta Farah - si spera che ad un certo punto arrivi la cavalleria» per salvare il soldato Italia. «Sotto sotto si spera che la Bce intervenga se gli Stati non lo fanno e che, alla fine, prevarrà la ragione».
Farah ritiene che questa opinione sia supportata anche dalla presenza dell'attuale governo italiano, poco ostile alla Ue. Per l'economista comunque, «nonostante l'Italia abbia subito un peggioramento del proprio tenore di vita, dopo l'adesione all'Euro, è difficile che gli italiani scelgano di aggiungere incertezza alla crisi». Per questo, per Farah è più probabile «una secessione proveniente dal Nord piuttosto che dal Sud. Ad esempio se la Germania ritenesse di poter continuare da sola,accompagnata dai suoi satelliti: Austria, Olanda e Finlandia». In ogni caso per Frédéric Farah, non ritiene che sia possibile dire che l'Italia rischi di farsi «spolpare» dalla Francia. «Ci troviamo piuttosto in una condizione generalizzata di assenza di solidarietà a livello europeo - conclude l'economista - basato sulla logica di competizione e del tutti contro tutti. Anche per questo l'Ue non può essere una democrazia perché non è una comunità di ridistribuzione della ricchezza».
Note
(*) Europe: la grande liquidation démocratique, Breal Editions (2017)
(**) Introduction inquiète à la Macron-économie - Le projet du président, Editions Les PetitsMatins (2017). Tafta: Les accords du plus fort, Max Milo Editions (2014)
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Questa crisi sanitaria mette in luce l'impossibilità per la Francia di rimanere ancora a lungo genuflessa davanti ai diktat tedeschi. I cittadini però chiedono di beneficiare dignitosamente delle risorse del Paese, che questo piaccia o no alla Germania.Non mancano i problemi in materia di libertà e rispetto della privacy sullo sviluppo da parte del governo dell'applicazione StopCovid per provare ad arginare la diffusione del virus.Il gilet giallo Maxime Nicolle: «Negli ultimi anni i soldi pubblici sono stati usati per comprare proiettili di gomma piuttosto che per finanziare i posti letto negli ospedali».L'economista Frédéric Farah: «La Francia ha smesso di essere quell'interfaccia tra il Nord e il Sud dell'Europa. E non mostra un sostegno convinto all'Italia».Lo speciale contiene quattro articoli.Chi l'avrebbe mai detto? Dopo essere stati presi di mira con proiettili di gomma, lacrimogeni, idranti o granate dispersive, dopo aver subito mutilazioni permanenti, il popolo dei gilet gialli lotta per cercare di salvare la Francia e le sue élite politico-economiche dal Covid-19. La lista delle professioni in trincea contro il morbo cinese è lunga. Come avviene in Italia, migliaia di infermieri, medici, autotrasportatori, cassiere, addetti alle pulizie, agricoltori, poliziotti, pompieri e molti altri lavoratori, stanno facendo di tutto per salvare i malati o mantenere una minima attività economica. Solo qualche mese fa queste stesse categorie sociali o professionali scendevano in piazza per protestare contro la perdita di potere d'acquisto e di dignità del proprio lavoro. Ad attenderli c'erano i discorsi mondialisti, lodi sperticate rivolte all'Unione Europea e, soprattutto, manganelli e altri strumenti di mantenimento dell'ordine già citati. Sin dall'inizio del suo mandato al vertice dello stato francese, Emmanuel Macron ha dichiarato una guerra nemmeno troppo nascosta a una certa parte della società d'oltralpe. Uno dei suoi primi atti sono state le ordinanze che hanno ridotto la possibilità di impugnare i licenziamenti senza giusta causa. Uno strappo alla legislazione francese, estremamente protettiva nei confronti dei lavoratori dipendenti. Nei quasi tre anni del suo mandato, l'inquilino dell'Eliseo si è rivolto a più riprese con parole sprezzanti ai suoi compatrioti meno fortunati di lui. Li ha chiamati «Galli refrattari ai cambiamenti». In un'altra occasione ha detto a un giovane disoccupato che bastava «attraversare la strada per trovare un lavoro».Nel suo discorso alla nazione del 31 dicembre 2018 ha parlato di «una folla piena di odio», alludendo ai gilet gialli che avevano iniziato a protestare nel novembre di quell'anno. Ma se, in patria, Monsieur le Président faceva il forte con i deboli, in ambito europeo suonava tutta un'altra musica. In particolare nei confronti della Germania di Angela Merkel, che ha sempre risposto picche alle proposte di Parigi volte ad alleggerire l'atteggiamento rigorista in campo economico, di Berlino e dei suoi satelliti. Sebbene l'attuale capo dello Stato francese sia, come vari suoi predecessori, ipnotizzato dal mantra del couple franco-allemand (la coppia franco-tedesca, ndr) sembra che a lui, la situazione sia scappata di mano. E questa crisi sanitaria mette in luce l'impossibilità per la Francia di rimanere ancora a lungo genuflessa davanti ai diktat tedeschi. Questo perché forse, anche le ingiunzioni di Berlino hanno contribuito, nel corso degli ultimi due decenni, all'indebolimento del sistema sanitario transalpino in nome del rispetto delle regole di bilancio Ue. Nelle ultime riunioni del Consiglio europeo, convocate per discutere dell'emissione dei coronabond, la Francia è apparsa un po' smarrita. Con mille giravolte ha cercato di ottenere l'emissione delle obbligazioni garantite dai 27 e, allo stesso tempo, di non mancare di rispetto ai falchi d'oltre Reno. Ma mentre chi governa la Francia tenta di mantenere i destini del Paese legati, mani e piedi a quelli della Germania ammantandoli in una dimensione europea, i francesi confinati, mandano un messaggio ben diverso alle loro élite. Chiedono che tutti i cittadini possano beneficiare dignitosamente delle risorse del Paese, che questo piaccia o no alla Germania.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/pezzo-ghisalberti-2645693883.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="l-emergenza-sanitaria-e-quella-tentazione-di-controllare-i-cittadini-francesi" data-post-id="2645693883" data-published-at="1586609070" data-use-pagination="False"> L'emergenza sanitaria e quella tentazione di controllare i cittadini francesi upload.wikimedia.org L'emergenza coronavirus ha obbligato il governo e la presidenza della repubblica francesi a intervenire in vari ambiti. Sul fronte economico, il Consiglio dei Ministri del 25 marzo scorso, ha adottato 25 ordinanze. Un record per la produzione di leggi di matrice governativa che non veniva battuto dal 1958. In quell'anno, c'era stato il putsch di Algeri e il generale Charles de Gaulle era stato chiamato a salvare il Paese. Come prevedeva la costituzione della IV Repubblica, venne nominato presidente del consiglio. Con una legge costituzionale,il parlamento gli aveva accordato, per sei mesi, la possibilità di governare attraverso delle ordinanze. de Gaulle fu l'ultimo presidente del consiglio della IV Repubblica. Di lì a poco fece nascere, con un referendum dall'esito bulgaro, la V Repubblica che riconosce poteri molto ampi al Presidente della Repubblica. Un incarico che de Gaulle assunse per primo e che, attualmente, è ricoperto da Emmanuel Macron.Tornando a oggi, a differenza delle misure prese dal governo de Gaulle, quelle decise dall'esecutivo guidato da Edouard Philippe, hanno soprattutto un carattere economico. Trai cambiamenti più importanti introdotti il 25 marzo 2020, figurano le modifiche al diritto del lavoro. Il numero massimo di ore lavorate a settimana è stato portato a 60. Anche le regole per le ferie sono state modificate. Inoltre è stato varato un fondo di solidarietà per le piccole e piccolissime imprese. Nonostante queste misure abbiano un carattere temporaneo e straordinario, nella patria delle 35 ore, qualcuno ha storto il naso. Il sindacato Force Ouvrière ha definito le misure «un'eresia».Il segretario generale del sindacato Cgt, Philippe Martinez le ha bollate come «scandalose». Il timore dei sindacati è che con la scusa della pandemia, il governo ne approfitti per smantellare alcuni elementi fondamentali del diritto del lavoro francese. Oltre ai temi economici, l'esecutivo di Parigi - che come quello guidato da Giuseppe Conte in Italia si è fatto trovare assolutamente impreparato di fronte alla pandemia - ha iniziato anche a riflettere su delle iniziative per cercare di arginare la diffusione del virus cinese. Una di queste è l'ipotesi di usare i cellulari per tracciare i movimenti delle persone risultate positive al Covid-19. L'8 aprile scorso, il Segretario di Stato alle questioni digitali Cédric O, ha dovuto tranquillizzare i parlamentari d'oltralpe, preoccupati per l'uso dell'applicazione StopCovid, alla quale sta lavorando il governo. Il rappresentante dell'esecutivo ha garantito che l'app servirà per «tracciare le informazioni e non gli individui». Ma queste spiegazioni all'acqua di rose non fugano i timori di molti parlamentari, giornalisti ed esponenti della Francia "del basso". Questo perché il Segretario di Stato e, più in generale l'intero apparato della macronia, hanno dei precedenti che non lasciano sperare nulla di buono in materia di libertà e di rispetto della privacy. Cedric O, ad esempio, si è sempre detto favorevole all'uso del riconoscimento facciale. Come scriveva Le Monde il 14 ottobre 2019 - quando a Parigi ancora sfilavano ogni settimana manifestazioni di protesta - il Segretario di Stato riteneva «necessario per far avanzare i nostri industriali» che la Francia iniziasse a «sperimentare il riconoscimento facciale». Pochi mesi dopo l'inizio della protesta dei gilet gialli, il parlamento francese ha approvato la «legge anti casseurs» che, tra le altre cose, prevede un anno di carcere per chi nasconde il viso durante una manifestazione. In occasione delle manifestazioni in giallo, svoltesi ogni sabato per oltre un anno, il ministero dell'Interno, guidato da Christophe Castaner, ha praticato ampiamente l'uso del fermo preventivo di persone considerate potenzialmente pericolose dalle forze dell'ordine. Questo però non ha impedito,ad esempio, a dei militanti pro Palestina di aggredire verbalmente, con insulti antisemiti, personalità di spicco come il filosofo e scrittore Alain Finkielkraut.Non va dimenticato che Emmanuel Macron ha fatto approvare una legge che consente alle autorità di Parigi di spegnere dei canali e delle emittenti radio straniere, in periodo elettorale. Una legge sospettata di voler chiudere la bocca a Russia Today France. Inoltre, il presidente transalpino non ha mai nascosto la sua ossessione contro le fake news. Questo lo ha spinto molto lontano con immaginazione. Come scriveva il 2 febbraio 2019, Etienne Gernelle, direttore del settimanale Le Point, sul sito del giornale, Macron si era detto pronto a remunerare dei giornalisti con i soldi pubblici. Per fare cosa? Ecco cosa scriveva il direttore del settimanale «Il presidente della Repubblica propone che lo Stato paghi certi giornalisti (presenti) nelle redazioni» perché questi assicurino «la verifica» delle informazioni. Alla luce di queste informazioni, è facile capire perché l'idea di tracciare i cellulari per limitare la diffusione del Covid-19, non piace a molti francesi come ha confermato a La Verità anche il leader dei gilet gialli, Maxime Nicolle, la cui intervista è inclusa in questo focus. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/pezzo-ghisalberti-2645693883.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="i-soldi-pubblici-sono-stati-investiti-nei-proiettili-di-gomma-non-nei-posti-letto" data-post-id="2645693883" data-published-at="1586609070" data-use-pagination="False"> «I soldi pubblici sono stati investiti nei proiettili di gomma, non nei posti letto» Maxime Nicolle (@ M. Ghisalberti) Il suo nome in codice è Fly Rider, la barba rossa che porta ben tagliata lo ha reso uno dei volti più riconoscibili del movimento dei gilet gialli, fin dai primi atti. Sebbene sia popolarissimo sui social network e, da qualche mese anche giornalista (*) per un media indipendente chiamato QG, Maxime Nicolle ha tenuto i piedi ben piantati per terra. Come il movimento in giallo, anche Nicolle è stato spesso preso di mira dai media mainstream che lo hanno accusato di essere un complottista. La polizia lo ha multato e fermato come se fosse un soggetto estremamente pericoloso, ma il discorso tenuto da questo trentatreenne non abbia mai inneggiato alla violenza. Tra l'altro, quando in Francia iniziava a farsi strada l'idea della chiusura del Paese per evitare la diffusione del virus cinese, Nicolle era stato tra i leader del movimento in Giallo ad invitare i suoi compagni a non scendere in piazza. Per senso di responsabilità. Intervistato da La Verità, Maxime Nicolle spiega come la Francia "del basso" stia salvando quella "dell'alto", rappresentata dalle élite politico-economiche. Il leader in giallo non è particolarmente sorpreso dall'azione del governo di Parigi di fronte alla pandemia di Covid-19. Questo perché, secondo lui «la crisi sanitaria è gestita da persone che pensano alla finanza prima che alla gente». Questo vale non solo per il settore sanitario dato che, continua la figura del movimento in giallo, «chi ci governa, ha deciso di: ridurre, tagliare, smettere di produrre localmente o a livello nazionale. Il tutto, per poter privatizzare e risparmiare. Il problema è che questo presunto risparmio ha permesso a dei grandi gruppi di guadagnare soldi e distribuire dividendi agli azionisti». L'enorme numero di decessi registrati in Francia a causa del virus cinese è, per Fly Rider, «una conseguenza diretta del fatto che i soldi pubblici non sono finiti nel posto giusto. Ciò vale, ad esempio il numero crescente di agricoltori costretti a cedere i propri terreni a delle aziende agricole più grandi».In parallelo sono sempre più numerosi i lavoratori agricoli che finiscono «sotto padrone». Per Maxime Nicolle è vero che la Francia dei "piccoli" sta contribuendo a salvare dal coronavirus la Francia al vertice della piramide sociale. «L'80-90% della gente di questo Paese lavora e produce ricchezza. Sono loro che tengono in piedi la Francia. Ma i politici non sono stati attenti a questa gente» dice il gilet giallo. Per lui «è normale che in una crisi come quella che stiamo vivendo, questa gente semplice riesca ad andare avanti. Sono persone abituate a fare fatica e ad aiutare. Lo dimostrano le varie iniziative solidali nate un po' ovunque. Negli ultimi due anni ne ho vista molta di solidarietà» ricorda Nicolle che, per raggiungere le manifestazioni del sabato, ha spesso ottenuto dei passaggi offerti da altri gilet gialli. «D'altra parte - continua il leader in giallo - c'è una differenza tra i politici, che guadagnano salari mirabolanti, e i cittadini comuni. Questi ultimi, quando non hanno da mangiare, bussano alla porta del vicino per chiedere aiuto. Ci vuole molto coraggio e bisogna mettere da parte la fierezza. I politici non capiscono tutto ciò». Per spiegare le cause dell'impreparazione della Francia di fronte all'emergenza sanitaria, Maxime Nicolle invita a fare un parallelo tra il periodo delle proteste dei gilet gialli e la crisi del coronavirus. «Dove sono stati investiti i soldi pubblici in questi ultimi anni?». Si chiede. «La risposta è semplice. Non nei posti letto in ospedale o nella produzione di gel disinfettante e mascherine. Piuttosto, questi soldi sono stati utilizzati per le protezioni antisommossa destinate alle forze dell'ordine, per acquistare fucili per proiettili di gomma (LBD40), granate anti accerchiamento e gas lacrimogeni. Sono stati spesi i soldi per gestire le proteste dei cittadini ma non per curarli».In merito alla possibilità di ricorrere al tracking dei cellulari per combattere la propagazione del virus cinese, Maxime Nicolle si mostra preoccupato. «Sulla carta potrebbe sembrare un'idea interessante - spiega a La Verità - perché tracciare il contagio, permetterebbe di sapere chi è entrato potenzialmente in contatto con dei malati di Covid-19. Il problema è che quando si gioca con la paura della gente, con la scusa della protezione, si possono costringere i cittadini ad accettare praticamente tutto». Con il coronavirus, ricorda Nicolle, «la prima cosa importante per proteggersi è fare attenzione al proprio comportamento. Per proteggere se stessi e gli altri bisogna usare le maschere, rispettare le distanze sociali, lavarsi le mani frequentemente e adottare i gesti barriera». «Se ognuno facesse queste cose - conclude Maxime Nicolle - non servirebbe un'applicazione per sapere se ci siano o meno stati contatti con persone malate. Se si abitua la gente al fatto che le autorità traccino gli spostamenti con il pretesto della sicurezza, rischiamo di aprire la porta ad altre forme di controllo e di tracciamento».(*) Maxime Nicolle è l'autore di: Fly Rider Gilet Jaune (Edizioni Au Diable Vauvert, 2019) <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/pezzo-ghisalberti-2645693883.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="la-francia-e-ossessionata-dal-concetto-fittizio-chiamato-la-coppia-franco-tedesca" data-post-id="2645693883" data-published-at="1586609070" data-use-pagination="False"> «La Francia è ossessionata dal concetto fittizio chiamato "la coppia franco-tedesca"» Frédéric Farah Frédéric Farah è un economista e docente di scienze economiche e sociali all'università Paris 1 Panthéon Sorbonne. È ricercatore associato del Laboratorio Phare della Sorbona. Ha scritto il libro Europe la grande liquidation démocratique (*) ed è co-autore, insieme a Thomas Porcher, di Tafta: l'accord du plus fort; e di Introduction inquiète à la Macron-économie. Le projet du Président (**).Parlando con La Verità, Frédéric Farah spiega che la Francia «è ossessionata dal concetto fittizio chiamato "la coppia franco-tedesca"». A causa di ciò, dagli anni ottanta in poi, Parigi non ha mai smesso di guardare oltre Reno fino ad arrivare ad accettare la cooperazione governativa, proposta da Angela Merkel». Cosi facendo però, secondo l'economista, «la Francia ha smesso di essere quell'interfaccia tra il Nord e il Sud dell'Europa. Parigi ha scommesso sul fatto che rinunciando a una parte della propria sovranità, andando più in avanti rispetto alle attese tedesche e mostrando un certo senso del rigore, le cose avrebbero potuto cambiare. Che la Germania avrebbe modificato la propria posizione in materia dell'economia Ue». Invece sappiamo tutti com'è andata a finire. Fatta questa premessa generale, i rapporti tra Parigi e Roma possono essere osservati sotto una luce diversa. «Tra l'Italia e la Francia ci sono state recentemente molte frizioni, soprattutto ai tempi del governo sostenuto dalla Lega e dal Movimento 5 Stelle» ricorda Farah. Come non ricordare, ad esempio, il richiamo dell'ambasciatore francese in Italia,dopo la visita a sorpresa di Luigi Di Maio e Alessandro Di Battista ad alcuni gilet gialli nel febbraio del 2019. «Con il ritorno del Partito democratico al governo, la Francia ha tirato un sospiro di sollievo». Spiega ancora l'economista che però precisa che «non esiste un'iniziativa franco-italiana (simile a quella franco-tedesca, ndr), o di un sostegno convinto all'Italia da parte di Parigi». Secondo il professore universitario però, la Francia non ha interesse a lasciar cadere l'Italia né a «depredarla». Innanzitutto perché questo presupporrebbe l'esistenza di una strategia di Parigi nei confronti Berlino «ad esempio - spiega l'economista - quella di costringere la Germania a cambiare posizione, o di minacciare l'uscita dall'Unione. Ma dubito che le élite francesi abbiano dei piani simili». «Inoltre - prosegue Farah - non bisogna dimenticare che le banche francesi detengono circa 400 miliardi del debito italiano. La Germania, invece, ha 126 miliardi di euro di debito di Roma nelle proprie banche. Quindi, entrambi entrambi i Paesi devono prestare attenzione alla situazione italiana». Nonostante l'appiattimento di Emmanuel Macron davanti alle posizioni di Angela Merkel, sia inutile, visto che la Germania non molla in tema di rigore, Parigi non sembra voler cambiare direzione. «Già nel 2012, quando Spagna e Italia avevano presentato una posizione comune, la Francia non le ha sostenute. Finché questa élite sarà al potere in Francia, non credo che Parigi prenderà le redini di un fronte sudista per bilanciare quello nordista» dice Frédéric Farah. Nonostante la posizione subalterna di Parigi nei confronti di Berlino però, vista dall'estero, l'ipotesi di un "Ital-Exit" resta per ora remota secondo l'economista che, tuttavia, non esclude che «la crisi potrebbe accelerare». «Negli ambienti mainstream europeisti - commenta il docente universitario - l'idea di un'uscita dell'Italia dall'Ue è vista come una sciagura. Molti non la ritengono realizzabile perché penso impossibile che l'Italia venga lasciata sola, anche perché gli italiani sono sempre stati molto europeisti». «In questi ambienti - commenta Farah - si spera che ad un certo punto arrivi la cavalleria» per salvare il soldato Italia. «Sotto sotto si spera che la Bce intervenga se gli Stati non lo fanno e che, alla fine, prevarrà la ragione».Farah ritiene che questa opinione sia supportata anche dalla presenza dell'attuale governo italiano, poco ostile alla Ue. Per l'economista comunque, «nonostante l'Italia abbia subito un peggioramento del proprio tenore di vita, dopo l'adesione all'Euro, è difficile che gli italiani scelgano di aggiungere incertezza alla crisi». Per questo, per Farah è più probabile «una secessione proveniente dal Nord piuttosto che dal Sud. Ad esempio se la Germania ritenesse di poter continuare da sola,accompagnata dai suoi satelliti: Austria, Olanda e Finlandia». In ogni caso per Frédéric Farah, non ritiene che sia possibile dire che l'Italia rischi di farsi «spolpare» dalla Francia. «Ci troviamo piuttosto in una condizione generalizzata di assenza di solidarietà a livello europeo - conclude l'economista - basato sulla logica di competizione e del tutti contro tutti. Anche per questo l'Ue non può essere una democrazia perché non è una comunità di ridistribuzione della ricchezza».Note(*) Europe: la grande liquidation démocratique, Breal Editions (2017)(**) Introduction inquiète à la Macron-économie - Le projet du président, Editions Les PetitsMatins (2017). Tafta: Les accords du plus fort, Max Milo Editions (2014)
Cirino Pomicino (Ansa)
‘O ministro, 86 anni, era ricoverato nella clinica Quisisana di Roma, afflitto dai postumi degli acciacchi dovuti alla cardiopatia cronica, con infarti ripetuti e due trapianti che gli hanno fatto dire: «Gli altri cambiano la macchina, io cambio gli organi».
Pilastro della Democrazia Cristiana, intelligente e scafato, cresciuto alla scuola di Giulio Andreotti che negli anni 70 cercava in Campania qualcuno da contrapporre ai ras del Sud Antonio Gava e Ciriaco De Mita, Cirino Pomicino ha attraversato la repubblica delle sciabole da protagonista: deputato per sette legislature, due volte ministro (Bilancio e Funzione pubblica), fu vicerè borbonico della corrente del luciferino Giulio. Qualcuno se lo ricorda raffigurato mentre balla da scatenato nel film che ricostruisce (con spreco di luoghi comuni) gli ultimi fuochi del pentapartito e delle convergenze parallele: «Il Divo» di Paolo Sorrentino.
Caustico e diplomatico, faceva risalire alla famiglia la capacità di trovare uno spazio di confronto con tutti. «Ero il quinto di sette figli, con sei maschi che tifavano per sei squadre diverse (lui era milanista - Ndr) e si identificavano in sei partiti diversi. Ci siamo formati alla scuola della tolleranza senza che mai le differenze intaccassero il profondo rapporto fraterno». Chi lo accusava di sprecare i soldi pubblici per accontentare le clientele si sentiva ripetere: «Sono ricco di famiglia, per capirlo guardate i tombini di Napoli». Portavano il nome della fonderia del nonno. Re delle commissioni Bilancio, nei mitici anni 80 inventò l’emendamento vol-au-vent, che le correnti dei partiti riempivano di finanziamenti. Era lo Sportello Pomicino, lui accontentava tutti e si giustificava: «Se lo sportello funziona è perché qualcuno bussa».
Nato a Napoli il 3 settembre 1939, teneva molto all’orario. «Erano le 7 di mattina, alle 11 l’Inghilterra dichiarò guerra alla Germania di Hitler e alle 17 la Francia fece altrettanto. Il mio arrivo consentì a papà di non essere chiamato al fronte, in quanto padre di 5 figli». Laureato in medicina e attivista democristiano, prima della chiamata andreottiana ha lavorato come neurochirurgo all’ospedale Cardarelli. Avvezzo alle comodità, aveva affittato sull’Appia Antica una villa con 20 stanze, costo 5 milioni di vecchie lire all’anno. I suoi eccessi facevano dire a Francesco Cossiga, che non gli era amico: «Siamo un Paese solido che può sopportare come ministro un analfabeta come lui».
Sposato due volte (la seconda con Lucia Marotta di 27 anni più giovane), il suo destino è stato indissolubilmente legato a Tangentopoli. Le inchieste, i canini affilati delle procure. Indagato 42 volte ma condannato solo due per finanziamento illecito della Dc, Cirino Pomicino uscì clamorosamente di scena la sera in cui, entrato in un ristorante di Napoli con la famiglia, fu costretto ad andarsene dal resto della clientela, che al suo apparire aveva cominciato a far tintinnare i bicchieri con le posate per sloggiarlo. Un affronto volgare e immeritato. Lui si difendeva così: «Nella chiesa è nato il proverbio “senza soldi non si cantano messe”. La politica non mi ha arricchito, non possiedo una casa e non la possiede neppure mia figlia Ilaria».
Testimone di un’epoca dominata anche dal tintinnio delle manette (fu condannato a un anno e mezzo di carcere, fece 17 giorni), qualche anno fa ha rivelato un retroscena inquietante di quella stagione: «Nel 1991 Carlo De Benedetti venne da me e mi chiese: Vuole essere il mio ministro? Lui e l’avvocato Gianni Agnelli avevano deciso un colpo di Stato, spazzare via la Dc per via giudiziaria e consegnare il potere ai comunisti che, orfani di Mosca, sarebbero stati lacchè ai loro ordini. Io dissi no». Arrivò Mani Pulite. Ma a rompere lo schema si materializzò Silvio Berlusconi.
Cirino Pomicino è morto un giorno prima del referendum, lui che della casta dei magistrati non aveva alcuna stima. E ai quali - quando cominciò a scrivere editoriali con lo pseudonimo di Geronimo (chiamato a L’Indipendente e poi al Giornale da Vittorio Feltri) - non risparmiò critiche feroci. «Geronimo era il grande capo Apache che non si arrese alle truppe nordiste e io non mi sono mai arreso ai pm e alle loro truppe mediatiche. Sotto le macerie lasciate dalle inchieste finì tutta la Prima repubblica tranne il Pci che, grazie ai ragazzi della via Pal della procura di Milano, fu solo costretto a cambiare nome». Eppure oggi si sarebbe opposto alla riforma Nordio perché la considerava troppo morbida. «Con lo sdoppiamento del Csm si verrebbe a creare una nicchia dove i pm se la cantano e se la suonano senza controllo, con la possibilità di intimidire non solo la politica ma anche i giudici». Un giorno del 1997, uscito dal sonno indotto dall’anestesia per uno degli infarti, si trovò al capezzale Antonio Di Pietro. «Mi avevano dato tre ore di vita e lui venne a trovarmi. Mi disse che aveva sempre votato Dc. Era convinto che sarei morto e non avrei mai potuto raccontarlo». Invece ha avuto in dono altri 29 anni durante i quali qualcuno gli dava dell’immortale. Lui sorrideva facendo le corna: «Della morte mi spaventa la bara, il corpo chiuso che si decompone. Mi farò cremare». Ora ‘O ministro cammina nell’eternità.
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Lancia «Gamma» berlina del 1976 (Stellantis/Centro Storico Fiat)
Per sei anni la Lancia, regina delle ammiraglie di lusso italiane, era rimasta senza un vero modello di punta. L’ultima delle berline di classe superiore era stata la «Flaminia», prodotta dal 1959 al 1970, mentre l’ultimo modello a tre volumi (ma meno lussuosa) era stata la 2.000, una semplice rivisitazione dell’altrettanto obsoleta Flavia. La casa di Chivasso, assorbita da Fiat dal 1969, decise di non rimpiazzarla temporaneamente. Poi venne la crisi petrolifera mondiale, ed ogni progetto di vetture di alta cilindrata assetate di benzina fu sospeso.
Lancia si riaffacciò al segmento solo dopo alcuni anni, quando la concorrenza di ammiraglie estere come Mercedes e Bmw aveva occupato una buona fetta del mercato europeo. Ci riprovò dopo la metà degli anni Settanta, con la nuova «Gamma», presentata a Ginevra nel marzo del 1976. La crisi del 1973 aveva lasciato il segno, e l’efficienza dei motori in termini di consumi era diventata una priorità. Il mercato italiano era poi condizionato dalla pesante tassazione dei propulsori di cilindrata superiore ai 2 litri, che spesso erano adottati dalle case estere in configurazione 6 cilindri. La Lancia progettò sulla base di queste esigenze un motore tutto nuovo, completamente diverso da quelli dei modelli precedenti. La «Gamma» sarà infatti spinta da un 4 cilindri boxer in alluminio, prodotto nelle due cilindrate di 1,9 e 2,5 litri da 116 e 140 Cv rispettivamente. Quello che colpì maggiormente il pubblico e gli affezionati del marchio fu certamente la linea, che segnava una rottura con la lunga tradizione delle tre volumi. Affidata al blasonato nome di Pininfarina, la nuova ammiraglia lancia era di fatto una 2 volumi e mezzo con coda spiovente e tronca e la trazione era anteriore.
Contemporaneamente alla berlina fu presentata la coupé, una due porte più aggressiva e sportiveggiante, che conservava tuttavia gli ampi spazi interni della 4 porte. I motori garantivano ottime prestazioni, comprese tra i 185 e i 195 km/h nel confort degli interni lussuosamente rifiniti nello stile caratteristico della casa di Chivasso. La «Gamma» fu ben accolta da pubblico e stampa nonostante la evidente rottura con la tradizione delle berline a tre volumi. La sua storia però, passata dal restyling del 1980 che regalò ai motori l’iniezione elettronica, non fu felice. La causa del mancato successo di una vettura coraggiosa e all’avanguardia per lo stile fu la scarsa affidabilità del motore e degli organi ad esso collegati. Per alcune ingenuità di progettazione di un boxer del tutto nuovo, la Gamma soffrì costantemente di problemi (anche gravi) alla distribuzione per la fragilità del sistema, ed al servosterzo che era direttamente collegato alla distribuzione e poteva, se messo sotto sforzo dalla massa non indifferente della vettura, creare gravi danni agli organi meccanici.
La bella ma sfortunata ammiraglia di Chivasso uscì di scena appena 8 anni dopo il suo lancio, nel 1984. Sarà sostituita da una berlina che, per il successo ottenuto nel decennio successivo, proietterà un cono d’ombra sull’immagine dell’antesignana «Gamma», la Lancia «Thema».
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