True
2020-04-13
L’élite francese salvata dal coronavirus grazie ai gilet gialli e Berlino
True
Emmanuel Macron (foto Ansa)
Chi l'avrebbe mai detto? Dopo essere stati presi di mira con proiettili di gomma, lacrimogeni, idranti o granate dispersive, dopo aver subito mutilazioni permanenti, il popolo dei gilet gialli lotta per cercare di salvare la Francia e le sue élite politico-economiche dal Covid-19. La lista delle professioni in trincea contro il morbo cinese è lunga. Come avviene in Italia, migliaia di infermieri, medici, autotrasportatori, cassiere, addetti alle pulizie, agricoltori, poliziotti, pompieri e molti altri lavoratori, stanno facendo di tutto per salvare i malati o mantenere una minima attività economica. Solo qualche mese fa queste stesse categorie sociali o professionali scendevano in piazza per protestare contro la perdita di potere d'acquisto e di dignità del proprio lavoro. Ad attenderli c'erano i discorsi mondialisti, lodi sperticate rivolte all'Unione Europea e, soprattutto, manganelli e altri strumenti di mantenimento dell'ordine già citati. Sin dall'inizio del suo mandato al vertice dello stato francese, Emmanuel Macron ha dichiarato una guerra nemmeno troppo nascosta a una certa parte della società d'oltralpe. Uno dei suoi primi atti sono state le ordinanze che hanno ridotto la possibilità di impugnare i licenziamenti senza giusta causa. Uno strappo alla legislazione francese, estremamente protettiva nei confronti dei lavoratori dipendenti. Nei quasi tre anni del suo mandato, l'inquilino dell'Eliseo si è rivolto a più riprese con parole sprezzanti ai suoi compatrioti meno fortunati di lui. Li ha chiamati «Galli refrattari ai cambiamenti». In un'altra occasione ha detto a un giovane disoccupato che bastava «attraversare la strada per trovare un lavoro».
Nel suo discorso alla nazione del 31 dicembre 2018 ha parlato di «una folla piena di odio», alludendo ai gilet gialli che avevano iniziato a protestare nel novembre di quell'anno. Ma se, in patria, Monsieur le Président faceva il forte con i deboli, in ambito europeo suonava tutta un'altra musica. In particolare nei confronti della Germania di Angela Merkel, che ha sempre risposto picche alle proposte di Parigi volte ad alleggerire l'atteggiamento rigorista in campo economico, di Berlino e dei suoi satelliti. Sebbene l'attuale capo dello Stato francese sia, come vari suoi predecessori, ipnotizzato dal mantra del couple franco-allemand (la coppia franco-tedesca, ndr) sembra che a lui, la situazione sia scappata di mano. E questa crisi sanitaria mette in luce l'impossibilità per la Francia di rimanere ancora a lungo genuflessa davanti ai diktat tedeschi. Questo perché forse, anche le ingiunzioni di Berlino hanno contribuito, nel corso degli ultimi due decenni, all'indebolimento del sistema sanitario transalpino in nome del rispetto delle regole di bilancio Ue. Nelle ultime riunioni del Consiglio europeo, convocate per discutere dell'emissione dei coronabond, la Francia è apparsa un po' smarrita. Con mille giravolte ha cercato di ottenere l'emissione delle obbligazioni garantite dai 27 e, allo stesso tempo, di non mancare di rispetto ai falchi d'oltre Reno. Ma mentre chi governa la Francia tenta di mantenere i destini del Paese legati, mani e piedi a quelli della Germania ammantandoli in una dimensione europea, i francesi confinati, mandano un messaggio ben diverso alle loro élite. Chiedono che tutti i cittadini possano beneficiare dignitosamente delle risorse del Paese, che questo piaccia o no alla Germania.
L'emergenza sanitaria e quella tentazione di controllare i cittadini francesi

upload.wikimedia.org
L'emergenza coronavirus ha obbligato il governo e la presidenza della repubblica francesi a intervenire in vari ambiti. Sul fronte economico, il Consiglio dei Ministri del 25 marzo scorso, ha adottato 25 ordinanze. Un record per la produzione di leggi di matrice governativa che non veniva battuto dal 1958. In quell'anno, c'era stato il putsch di Algeri e il generale Charles de Gaulle era stato chiamato a salvare il Paese. Come prevedeva la costituzione della IV Repubblica, venne nominato presidente del consiglio. Con una legge costituzionale,il parlamento gli aveva accordato, per sei mesi, la possibilità di governare attraverso delle ordinanze. de Gaulle fu l'ultimo presidente del consiglio della IV Repubblica. Di lì a poco fece nascere, con un referendum dall'esito bulgaro, la V Repubblica che riconosce poteri molto ampi al Presidente della Repubblica. Un incarico che de Gaulle assunse per primo e che, attualmente, è ricoperto da Emmanuel Macron.
Tornando a oggi, a differenza delle misure prese dal governo de Gaulle, quelle decise dall'esecutivo guidato da Edouard Philippe, hanno soprattutto un carattere economico. Trai cambiamenti più importanti introdotti il 25 marzo 2020, figurano le modifiche al diritto del lavoro. Il numero massimo di ore lavorate a settimana è stato portato a 60. Anche le regole per le ferie sono state modificate. Inoltre è stato varato un fondo di solidarietà per le piccole e piccolissime imprese. Nonostante queste misure abbiano un carattere temporaneo e straordinario, nella patria delle 35 ore, qualcuno ha storto il naso. Il sindacato Force Ouvrière ha definito le misure «un'eresia».
Il segretario generale del sindacato Cgt, Philippe Martinez le ha bollate come «scandalose». Il timore dei sindacati è che con la scusa della pandemia, il governo ne approfitti per smantellare alcuni elementi fondamentali del diritto del lavoro francese. Oltre ai temi economici, l'esecutivo di Parigi - che come quello guidato da Giuseppe Conte in Italia si è fatto trovare assolutamente impreparato di fronte alla pandemia - ha iniziato anche a riflettere su delle iniziative per cercare di arginare la diffusione del virus cinese. Una di queste è l'ipotesi di usare i cellulari per tracciare i movimenti delle persone risultate positive al Covid-19. L'8 aprile scorso, il Segretario di Stato alle questioni digitali Cédric O, ha dovuto tranquillizzare i parlamentari d'oltralpe, preoccupati per l'uso dell'applicazione StopCovid, alla quale sta lavorando il governo. Il rappresentante dell'esecutivo ha garantito che l'app servirà per «tracciare le informazioni e non gli individui». Ma queste spiegazioni all'acqua di rose non fugano i timori di molti parlamentari, giornalisti ed esponenti della Francia "del basso". Questo perché il Segretario di Stato e, più in generale l'intero apparato della macronia, hanno dei precedenti che non lasciano sperare nulla di buono in materia di libertà e di rispetto della privacy. Cedric O, ad esempio, si è sempre detto favorevole all'uso del riconoscimento facciale. Come scriveva Le Monde il 14 ottobre 2019 - quando a Parigi ancora sfilavano ogni settimana manifestazioni di protesta - il Segretario di Stato riteneva «necessario per far avanzare i nostri industriali» che la Francia iniziasse a «sperimentare il riconoscimento facciale». Pochi mesi dopo l'inizio della protesta dei gilet gialli, il parlamento francese ha approvato la «legge anti casseurs» che, tra le altre cose, prevede un anno di carcere per chi nasconde il viso durante una manifestazione. In occasione delle manifestazioni in giallo, svoltesi ogni sabato per oltre un anno, il ministero dell'Interno, guidato da Christophe Castaner, ha praticato ampiamente l'uso del fermo preventivo di persone considerate potenzialmente pericolose dalle forze dell'ordine. Questo però non ha impedito,ad esempio, a dei militanti pro Palestina di aggredire verbalmente, con insulti antisemiti, personalità di spicco come il filosofo e scrittore Alain Finkielkraut.
Non va dimenticato che Emmanuel Macron ha fatto approvare una legge che consente alle autorità di Parigi di spegnere dei canali e delle emittenti radio straniere, in periodo elettorale. Una legge sospettata di voler chiudere la bocca a Russia Today France. Inoltre, il presidente transalpino non ha mai nascosto la sua ossessione contro le fake news. Questo lo ha spinto molto lontano con immaginazione. Come scriveva il 2 febbraio 2019, Etienne Gernelle, direttore del settimanale Le Point, sul sito del giornale, Macron si era detto pronto a remunerare dei giornalisti con i soldi pubblici. Per fare cosa? Ecco cosa scriveva il direttore del settimanale «Il presidente della Repubblica propone che lo Stato paghi certi giornalisti (presenti) nelle redazioni» perché questi assicurino «la verifica» delle informazioni. Alla luce di queste informazioni, è facile capire perché l'idea di tracciare i cellulari per limitare la diffusione del Covid-19, non piace a molti francesi come ha confermato a La Verità anche il leader dei gilet gialli, Maxime Nicolle, la cui intervista è inclusa in questo focus.
«I soldi pubblici sono stati investiti nei proiettili di gomma, non nei posti letto»

Maxime Nicolle (@ M. Ghisalberti)
Il suo nome in codice è Fly Rider, la barba rossa che porta ben tagliata lo ha reso uno dei volti più riconoscibili del movimento dei gilet gialli, fin dai primi atti. Sebbene sia popolarissimo sui social network e, da qualche mese anche giornalista (*) per un media indipendente chiamato QG, Maxime Nicolle ha tenuto i piedi ben piantati per terra. Come il movimento in giallo, anche Nicolle è stato spesso preso di mira dai media mainstream che lo hanno accusato di essere un complottista. La polizia lo ha multato e fermato come se fosse un soggetto estremamente pericoloso, ma il discorso tenuto da questo trentatreenne non abbia mai inneggiato alla violenza. Tra l'altro, quando in Francia iniziava a farsi strada l'idea della chiusura del Paese per evitare la diffusione del virus cinese, Nicolle era stato tra i leader del movimento in Giallo ad invitare i suoi compagni a non scendere in piazza. Per senso di responsabilità. Intervistato da La Verità, Maxime Nicolle spiega come la Francia "del basso" stia salvando quella "dell'alto", rappresentata dalle élite politico-economiche.
Il leader in giallo non è particolarmente sorpreso dall'azione del governo di Parigi di fronte alla pandemia di Covid-19. Questo perché, secondo lui «la crisi sanitaria è gestita da persone che pensano alla finanza prima che alla gente». Questo vale non solo per il settore sanitario dato che, continua la figura del movimento in giallo, «chi ci governa, ha deciso di: ridurre, tagliare, smettere di produrre localmente o a livello nazionale. Il tutto, per poter privatizzare e risparmiare. Il problema è che questo presunto risparmio ha permesso a dei grandi gruppi di guadagnare soldi e distribuire dividendi agli azionisti». L'enorme numero di decessi registrati in Francia a causa del virus cinese è, per Fly Rider, «una conseguenza diretta del fatto che i soldi pubblici non sono finiti nel posto giusto. Ciò vale, ad esempio il numero crescente di agricoltori costretti a cedere i propri terreni a delle aziende agricole più grandi».
In parallelo sono sempre più numerosi i lavoratori agricoli che finiscono «sotto padrone». Per Maxime Nicolle è vero che la Francia dei "piccoli" sta contribuendo a salvare dal coronavirus la Francia al vertice della piramide sociale. «L'80-90% della gente di questo Paese lavora e produce ricchezza. Sono loro che tengono in piedi la Francia. Ma i politici non sono stati attenti a questa gente» dice il gilet giallo. Per lui «è normale che in una crisi come quella che stiamo vivendo, questa gente semplice riesca ad andare avanti. Sono persone abituate a fare fatica e ad aiutare. Lo dimostrano le varie iniziative solidali nate un po' ovunque. Negli ultimi due anni ne ho vista molta di solidarietà» ricorda Nicolle che, per raggiungere le manifestazioni del sabato, ha spesso ottenuto dei passaggi offerti da altri gilet gialli. «D'altra parte - continua il leader in giallo - c'è una differenza tra i politici, che guadagnano salari mirabolanti, e i cittadini comuni. Questi ultimi, quando non hanno da mangiare, bussano alla porta del vicino per chiedere aiuto. Ci vuole molto coraggio e bisogna mettere da parte la fierezza. I politici non capiscono tutto ciò». Per spiegare le cause dell'impreparazione della Francia di fronte all'emergenza sanitaria, Maxime Nicolle invita a fare un parallelo tra il periodo delle proteste dei gilet gialli e la crisi del coronavirus. «Dove sono stati investiti i soldi pubblici in questi ultimi anni?». Si chiede. «La risposta è semplice. Non nei posti letto in ospedale o nella produzione di gel disinfettante e mascherine. Piuttosto, questi soldi sono stati utilizzati per le protezioni antisommossa destinate alle forze dell'ordine, per acquistare fucili per proiettili di gomma (LBD40), granate anti accerchiamento e gas lacrimogeni. Sono stati spesi i soldi per gestire le proteste dei cittadini ma non per curarli».
In merito alla possibilità di ricorrere al tracking dei cellulari per combattere la propagazione del virus cinese, Maxime Nicolle si mostra preoccupato. «Sulla carta potrebbe sembrare un'idea interessante - spiega a La Verità - perché tracciare il contagio, permetterebbe di sapere chi è entrato potenzialmente in contatto con dei malati di Covid-19. Il problema è che quando si gioca con la paura della gente, con la scusa della protezione, si possono costringere i cittadini ad accettare praticamente tutto». Con il coronavirus, ricorda Nicolle, «la prima cosa importante per proteggersi è fare attenzione al proprio comportamento. Per proteggere se stessi e gli altri bisogna usare le maschere, rispettare le distanze sociali, lavarsi le mani frequentemente e adottare i gesti barriera». «Se ognuno facesse queste cose - conclude Maxime Nicolle - non servirebbe un'applicazione per sapere se ci siano o meno stati contatti con persone malate. Se si abitua la gente al fatto che le autorità traccino gli spostamenti con il pretesto della sicurezza, rischiamo di aprire la porta ad altre forme di controllo e di tracciamento».
(*) Maxime Nicolle è l'autore di: Fly Rider Gilet Jaune (Edizioni Au Diable Vauvert, 2019)
«La Francia è ossessionata dal concetto fittizio chiamato "la coppia franco-tedesca"»

Frédéric Farah
Frédéric Farah è un economista e docente di scienze economiche e sociali all'università Paris 1 Panthéon Sorbonne. È ricercatore associato del Laboratorio Phare della Sorbona. Ha scritto il libro Europe la grande liquidation démocratique (*) ed è co-autore, insieme a Thomas Porcher, di Tafta: l'accord du plus fort; e di Introduction inquiète à la Macron-économie. Le projet du Président (**).
Parlando con La Verità, Frédéric Farah spiega che la Francia «è ossessionata dal concetto fittizio chiamato "la coppia franco-tedesca"». A causa di ciò, dagli anni ottanta in poi, Parigi non ha mai smesso di guardare oltre Reno fino ad arrivare ad accettare la cooperazione governativa, proposta da Angela Merkel». Cosi facendo però, secondo l'economista, «la Francia ha smesso di essere quell'interfaccia tra il Nord e il Sud dell'Europa. Parigi ha scommesso sul fatto che rinunciando a una parte della propria sovranità, andando più in avanti rispetto alle attese tedesche e mostrando un certo senso del rigore, le cose avrebbero potuto cambiare. Che la Germania avrebbe modificato la propria posizione in materia dell'economia Ue». Invece sappiamo tutti com'è andata a finire. Fatta questa premessa generale, i rapporti tra Parigi e Roma possono essere osservati sotto una luce diversa. «Tra l'Italia e la Francia ci sono state recentemente molte frizioni, soprattutto ai tempi del governo sostenuto dalla Lega e dal Movimento 5 Stelle» ricorda Farah. Come non ricordare, ad esempio, il richiamo dell'ambasciatore francese in Italia,dopo la visita a sorpresa di Luigi Di Maio e Alessandro Di Battista ad alcuni gilet gialli nel febbraio del 2019. «Con il ritorno del Partito democratico al governo, la Francia ha tirato un sospiro di sollievo». Spiega ancora l'economista che però precisa che «non esiste un'iniziativa franco-italiana (simile a quella franco-tedesca, ndr), o di un sostegno convinto all'Italia da parte di Parigi». Secondo il professore universitario però, la Francia non ha interesse a lasciar cadere l'Italia né a «depredarla». Innanzitutto perché questo presupporrebbe l'esistenza di una strategia di Parigi nei confronti Berlino «ad esempio - spiega l'economista - quella di costringere la Germania a cambiare posizione, o di minacciare l'uscita dall'Unione. Ma dubito che le élite francesi abbiano dei piani simili». «Inoltre - prosegue Farah - non bisogna dimenticare che le banche francesi detengono circa 400 miliardi del debito italiano. La Germania, invece, ha 126 miliardi di euro di debito di Roma nelle proprie banche. Quindi, entrambi entrambi i Paesi devono prestare attenzione alla situazione italiana». Nonostante l'appiattimento di Emmanuel Macron davanti alle posizioni di Angela Merkel, sia inutile, visto che la Germania non molla in tema di rigore, Parigi non sembra voler cambiare direzione. «Già nel 2012, quando Spagna e Italia avevano presentato una posizione comune, la Francia non le ha sostenute. Finché questa élite sarà al potere in Francia, non credo che Parigi prenderà le redini di un fronte sudista per bilanciare quello nordista» dice Frédéric Farah. Nonostante la posizione subalterna di Parigi nei confronti di Berlino però, vista dall'estero, l'ipotesi di un "Ital-Exit" resta per ora remota secondo l'economista che, tuttavia, non esclude che «la crisi potrebbe accelerare». «Negli ambienti mainstream europeisti - commenta il docente universitario - l'idea di un'uscita dell'Italia dall'Ue è vista come una sciagura. Molti non la ritengono realizzabile perché penso impossibile che l'Italia venga lasciata sola, anche perché gli italiani sono sempre stati molto europeisti». «In questi ambienti - commenta Farah - si spera che ad un certo punto arrivi la cavalleria» per salvare il soldato Italia. «Sotto sotto si spera che la Bce intervenga se gli Stati non lo fanno e che, alla fine, prevarrà la ragione».
Farah ritiene che questa opinione sia supportata anche dalla presenza dell'attuale governo italiano, poco ostile alla Ue. Per l'economista comunque, «nonostante l'Italia abbia subito un peggioramento del proprio tenore di vita, dopo l'adesione all'Euro, è difficile che gli italiani scelgano di aggiungere incertezza alla crisi». Per questo, per Farah è più probabile «una secessione proveniente dal Nord piuttosto che dal Sud. Ad esempio se la Germania ritenesse di poter continuare da sola,accompagnata dai suoi satelliti: Austria, Olanda e Finlandia». In ogni caso per Frédéric Farah, non ritiene che sia possibile dire che l'Italia rischi di farsi «spolpare» dalla Francia. «Ci troviamo piuttosto in una condizione generalizzata di assenza di solidarietà a livello europeo - conclude l'economista - basato sulla logica di competizione e del tutti contro tutti. Anche per questo l'Ue non può essere una democrazia perché non è una comunità di ridistribuzione della ricchezza».
Note
(*) Europe: la grande liquidation démocratique, Breal Editions (2017)
(**) Introduction inquiète à la Macron-économie - Le projet du président, Editions Les PetitsMatins (2017). Tafta: Les accords du plus fort, Max Milo Editions (2014)
Continua a leggereRiduci
Questa crisi sanitaria mette in luce l'impossibilità per la Francia di rimanere ancora a lungo genuflessa davanti ai diktat tedeschi. I cittadini però chiedono di beneficiare dignitosamente delle risorse del Paese, che questo piaccia o no alla Germania.Non mancano i problemi in materia di libertà e rispetto della privacy sullo sviluppo da parte del governo dell'applicazione StopCovid per provare ad arginare la diffusione del virus.Il gilet giallo Maxime Nicolle: «Negli ultimi anni i soldi pubblici sono stati usati per comprare proiettili di gomma piuttosto che per finanziare i posti letto negli ospedali».L'economista Frédéric Farah: «La Francia ha smesso di essere quell'interfaccia tra il Nord e il Sud dell'Europa. E non mostra un sostegno convinto all'Italia».Lo speciale contiene quattro articoli.Chi l'avrebbe mai detto? Dopo essere stati presi di mira con proiettili di gomma, lacrimogeni, idranti o granate dispersive, dopo aver subito mutilazioni permanenti, il popolo dei gilet gialli lotta per cercare di salvare la Francia e le sue élite politico-economiche dal Covid-19. La lista delle professioni in trincea contro il morbo cinese è lunga. Come avviene in Italia, migliaia di infermieri, medici, autotrasportatori, cassiere, addetti alle pulizie, agricoltori, poliziotti, pompieri e molti altri lavoratori, stanno facendo di tutto per salvare i malati o mantenere una minima attività economica. Solo qualche mese fa queste stesse categorie sociali o professionali scendevano in piazza per protestare contro la perdita di potere d'acquisto e di dignità del proprio lavoro. Ad attenderli c'erano i discorsi mondialisti, lodi sperticate rivolte all'Unione Europea e, soprattutto, manganelli e altri strumenti di mantenimento dell'ordine già citati. Sin dall'inizio del suo mandato al vertice dello stato francese, Emmanuel Macron ha dichiarato una guerra nemmeno troppo nascosta a una certa parte della società d'oltralpe. Uno dei suoi primi atti sono state le ordinanze che hanno ridotto la possibilità di impugnare i licenziamenti senza giusta causa. Uno strappo alla legislazione francese, estremamente protettiva nei confronti dei lavoratori dipendenti. Nei quasi tre anni del suo mandato, l'inquilino dell'Eliseo si è rivolto a più riprese con parole sprezzanti ai suoi compatrioti meno fortunati di lui. Li ha chiamati «Galli refrattari ai cambiamenti». In un'altra occasione ha detto a un giovane disoccupato che bastava «attraversare la strada per trovare un lavoro».Nel suo discorso alla nazione del 31 dicembre 2018 ha parlato di «una folla piena di odio», alludendo ai gilet gialli che avevano iniziato a protestare nel novembre di quell'anno. Ma se, in patria, Monsieur le Président faceva il forte con i deboli, in ambito europeo suonava tutta un'altra musica. In particolare nei confronti della Germania di Angela Merkel, che ha sempre risposto picche alle proposte di Parigi volte ad alleggerire l'atteggiamento rigorista in campo economico, di Berlino e dei suoi satelliti. Sebbene l'attuale capo dello Stato francese sia, come vari suoi predecessori, ipnotizzato dal mantra del couple franco-allemand (la coppia franco-tedesca, ndr) sembra che a lui, la situazione sia scappata di mano. E questa crisi sanitaria mette in luce l'impossibilità per la Francia di rimanere ancora a lungo genuflessa davanti ai diktat tedeschi. Questo perché forse, anche le ingiunzioni di Berlino hanno contribuito, nel corso degli ultimi due decenni, all'indebolimento del sistema sanitario transalpino in nome del rispetto delle regole di bilancio Ue. Nelle ultime riunioni del Consiglio europeo, convocate per discutere dell'emissione dei coronabond, la Francia è apparsa un po' smarrita. Con mille giravolte ha cercato di ottenere l'emissione delle obbligazioni garantite dai 27 e, allo stesso tempo, di non mancare di rispetto ai falchi d'oltre Reno. Ma mentre chi governa la Francia tenta di mantenere i destini del Paese legati, mani e piedi a quelli della Germania ammantandoli in una dimensione europea, i francesi confinati, mandano un messaggio ben diverso alle loro élite. Chiedono che tutti i cittadini possano beneficiare dignitosamente delle risorse del Paese, che questo piaccia o no alla Germania.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/pezzo-ghisalberti-2645693883.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="l-emergenza-sanitaria-e-quella-tentazione-di-controllare-i-cittadini-francesi" data-post-id="2645693883" data-published-at="1586609070" data-use-pagination="False"> L'emergenza sanitaria e quella tentazione di controllare i cittadini francesi upload.wikimedia.org L'emergenza coronavirus ha obbligato il governo e la presidenza della repubblica francesi a intervenire in vari ambiti. Sul fronte economico, il Consiglio dei Ministri del 25 marzo scorso, ha adottato 25 ordinanze. Un record per la produzione di leggi di matrice governativa che non veniva battuto dal 1958. In quell'anno, c'era stato il putsch di Algeri e il generale Charles de Gaulle era stato chiamato a salvare il Paese. Come prevedeva la costituzione della IV Repubblica, venne nominato presidente del consiglio. Con una legge costituzionale,il parlamento gli aveva accordato, per sei mesi, la possibilità di governare attraverso delle ordinanze. de Gaulle fu l'ultimo presidente del consiglio della IV Repubblica. Di lì a poco fece nascere, con un referendum dall'esito bulgaro, la V Repubblica che riconosce poteri molto ampi al Presidente della Repubblica. Un incarico che de Gaulle assunse per primo e che, attualmente, è ricoperto da Emmanuel Macron.Tornando a oggi, a differenza delle misure prese dal governo de Gaulle, quelle decise dall'esecutivo guidato da Edouard Philippe, hanno soprattutto un carattere economico. Trai cambiamenti più importanti introdotti il 25 marzo 2020, figurano le modifiche al diritto del lavoro. Il numero massimo di ore lavorate a settimana è stato portato a 60. Anche le regole per le ferie sono state modificate. Inoltre è stato varato un fondo di solidarietà per le piccole e piccolissime imprese. Nonostante queste misure abbiano un carattere temporaneo e straordinario, nella patria delle 35 ore, qualcuno ha storto il naso. Il sindacato Force Ouvrière ha definito le misure «un'eresia».Il segretario generale del sindacato Cgt, Philippe Martinez le ha bollate come «scandalose». Il timore dei sindacati è che con la scusa della pandemia, il governo ne approfitti per smantellare alcuni elementi fondamentali del diritto del lavoro francese. Oltre ai temi economici, l'esecutivo di Parigi - che come quello guidato da Giuseppe Conte in Italia si è fatto trovare assolutamente impreparato di fronte alla pandemia - ha iniziato anche a riflettere su delle iniziative per cercare di arginare la diffusione del virus cinese. Una di queste è l'ipotesi di usare i cellulari per tracciare i movimenti delle persone risultate positive al Covid-19. L'8 aprile scorso, il Segretario di Stato alle questioni digitali Cédric O, ha dovuto tranquillizzare i parlamentari d'oltralpe, preoccupati per l'uso dell'applicazione StopCovid, alla quale sta lavorando il governo. Il rappresentante dell'esecutivo ha garantito che l'app servirà per «tracciare le informazioni e non gli individui». Ma queste spiegazioni all'acqua di rose non fugano i timori di molti parlamentari, giornalisti ed esponenti della Francia "del basso". Questo perché il Segretario di Stato e, più in generale l'intero apparato della macronia, hanno dei precedenti che non lasciano sperare nulla di buono in materia di libertà e di rispetto della privacy. Cedric O, ad esempio, si è sempre detto favorevole all'uso del riconoscimento facciale. Come scriveva Le Monde il 14 ottobre 2019 - quando a Parigi ancora sfilavano ogni settimana manifestazioni di protesta - il Segretario di Stato riteneva «necessario per far avanzare i nostri industriali» che la Francia iniziasse a «sperimentare il riconoscimento facciale». Pochi mesi dopo l'inizio della protesta dei gilet gialli, il parlamento francese ha approvato la «legge anti casseurs» che, tra le altre cose, prevede un anno di carcere per chi nasconde il viso durante una manifestazione. In occasione delle manifestazioni in giallo, svoltesi ogni sabato per oltre un anno, il ministero dell'Interno, guidato da Christophe Castaner, ha praticato ampiamente l'uso del fermo preventivo di persone considerate potenzialmente pericolose dalle forze dell'ordine. Questo però non ha impedito,ad esempio, a dei militanti pro Palestina di aggredire verbalmente, con insulti antisemiti, personalità di spicco come il filosofo e scrittore Alain Finkielkraut.Non va dimenticato che Emmanuel Macron ha fatto approvare una legge che consente alle autorità di Parigi di spegnere dei canali e delle emittenti radio straniere, in periodo elettorale. Una legge sospettata di voler chiudere la bocca a Russia Today France. Inoltre, il presidente transalpino non ha mai nascosto la sua ossessione contro le fake news. Questo lo ha spinto molto lontano con immaginazione. Come scriveva il 2 febbraio 2019, Etienne Gernelle, direttore del settimanale Le Point, sul sito del giornale, Macron si era detto pronto a remunerare dei giornalisti con i soldi pubblici. Per fare cosa? Ecco cosa scriveva il direttore del settimanale «Il presidente della Repubblica propone che lo Stato paghi certi giornalisti (presenti) nelle redazioni» perché questi assicurino «la verifica» delle informazioni. Alla luce di queste informazioni, è facile capire perché l'idea di tracciare i cellulari per limitare la diffusione del Covid-19, non piace a molti francesi come ha confermato a La Verità anche il leader dei gilet gialli, Maxime Nicolle, la cui intervista è inclusa in questo focus. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/pezzo-ghisalberti-2645693883.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="i-soldi-pubblici-sono-stati-investiti-nei-proiettili-di-gomma-non-nei-posti-letto" data-post-id="2645693883" data-published-at="1586609070" data-use-pagination="False"> «I soldi pubblici sono stati investiti nei proiettili di gomma, non nei posti letto» Maxime Nicolle (@ M. Ghisalberti) Il suo nome in codice è Fly Rider, la barba rossa che porta ben tagliata lo ha reso uno dei volti più riconoscibili del movimento dei gilet gialli, fin dai primi atti. Sebbene sia popolarissimo sui social network e, da qualche mese anche giornalista (*) per un media indipendente chiamato QG, Maxime Nicolle ha tenuto i piedi ben piantati per terra. Come il movimento in giallo, anche Nicolle è stato spesso preso di mira dai media mainstream che lo hanno accusato di essere un complottista. La polizia lo ha multato e fermato come se fosse un soggetto estremamente pericoloso, ma il discorso tenuto da questo trentatreenne non abbia mai inneggiato alla violenza. Tra l'altro, quando in Francia iniziava a farsi strada l'idea della chiusura del Paese per evitare la diffusione del virus cinese, Nicolle era stato tra i leader del movimento in Giallo ad invitare i suoi compagni a non scendere in piazza. Per senso di responsabilità. Intervistato da La Verità, Maxime Nicolle spiega come la Francia "del basso" stia salvando quella "dell'alto", rappresentata dalle élite politico-economiche. Il leader in giallo non è particolarmente sorpreso dall'azione del governo di Parigi di fronte alla pandemia di Covid-19. Questo perché, secondo lui «la crisi sanitaria è gestita da persone che pensano alla finanza prima che alla gente». Questo vale non solo per il settore sanitario dato che, continua la figura del movimento in giallo, «chi ci governa, ha deciso di: ridurre, tagliare, smettere di produrre localmente o a livello nazionale. Il tutto, per poter privatizzare e risparmiare. Il problema è che questo presunto risparmio ha permesso a dei grandi gruppi di guadagnare soldi e distribuire dividendi agli azionisti». L'enorme numero di decessi registrati in Francia a causa del virus cinese è, per Fly Rider, «una conseguenza diretta del fatto che i soldi pubblici non sono finiti nel posto giusto. Ciò vale, ad esempio il numero crescente di agricoltori costretti a cedere i propri terreni a delle aziende agricole più grandi».In parallelo sono sempre più numerosi i lavoratori agricoli che finiscono «sotto padrone». Per Maxime Nicolle è vero che la Francia dei "piccoli" sta contribuendo a salvare dal coronavirus la Francia al vertice della piramide sociale. «L'80-90% della gente di questo Paese lavora e produce ricchezza. Sono loro che tengono in piedi la Francia. Ma i politici non sono stati attenti a questa gente» dice il gilet giallo. Per lui «è normale che in una crisi come quella che stiamo vivendo, questa gente semplice riesca ad andare avanti. Sono persone abituate a fare fatica e ad aiutare. Lo dimostrano le varie iniziative solidali nate un po' ovunque. Negli ultimi due anni ne ho vista molta di solidarietà» ricorda Nicolle che, per raggiungere le manifestazioni del sabato, ha spesso ottenuto dei passaggi offerti da altri gilet gialli. «D'altra parte - continua il leader in giallo - c'è una differenza tra i politici, che guadagnano salari mirabolanti, e i cittadini comuni. Questi ultimi, quando non hanno da mangiare, bussano alla porta del vicino per chiedere aiuto. Ci vuole molto coraggio e bisogna mettere da parte la fierezza. I politici non capiscono tutto ciò». Per spiegare le cause dell'impreparazione della Francia di fronte all'emergenza sanitaria, Maxime Nicolle invita a fare un parallelo tra il periodo delle proteste dei gilet gialli e la crisi del coronavirus. «Dove sono stati investiti i soldi pubblici in questi ultimi anni?». Si chiede. «La risposta è semplice. Non nei posti letto in ospedale o nella produzione di gel disinfettante e mascherine. Piuttosto, questi soldi sono stati utilizzati per le protezioni antisommossa destinate alle forze dell'ordine, per acquistare fucili per proiettili di gomma (LBD40), granate anti accerchiamento e gas lacrimogeni. Sono stati spesi i soldi per gestire le proteste dei cittadini ma non per curarli».In merito alla possibilità di ricorrere al tracking dei cellulari per combattere la propagazione del virus cinese, Maxime Nicolle si mostra preoccupato. «Sulla carta potrebbe sembrare un'idea interessante - spiega a La Verità - perché tracciare il contagio, permetterebbe di sapere chi è entrato potenzialmente in contatto con dei malati di Covid-19. Il problema è che quando si gioca con la paura della gente, con la scusa della protezione, si possono costringere i cittadini ad accettare praticamente tutto». Con il coronavirus, ricorda Nicolle, «la prima cosa importante per proteggersi è fare attenzione al proprio comportamento. Per proteggere se stessi e gli altri bisogna usare le maschere, rispettare le distanze sociali, lavarsi le mani frequentemente e adottare i gesti barriera». «Se ognuno facesse queste cose - conclude Maxime Nicolle - non servirebbe un'applicazione per sapere se ci siano o meno stati contatti con persone malate. Se si abitua la gente al fatto che le autorità traccino gli spostamenti con il pretesto della sicurezza, rischiamo di aprire la porta ad altre forme di controllo e di tracciamento».(*) Maxime Nicolle è l'autore di: Fly Rider Gilet Jaune (Edizioni Au Diable Vauvert, 2019) <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/pezzo-ghisalberti-2645693883.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="la-francia-e-ossessionata-dal-concetto-fittizio-chiamato-la-coppia-franco-tedesca" data-post-id="2645693883" data-published-at="1586609070" data-use-pagination="False"> «La Francia è ossessionata dal concetto fittizio chiamato "la coppia franco-tedesca"» Frédéric Farah Frédéric Farah è un economista e docente di scienze economiche e sociali all'università Paris 1 Panthéon Sorbonne. È ricercatore associato del Laboratorio Phare della Sorbona. Ha scritto il libro Europe la grande liquidation démocratique (*) ed è co-autore, insieme a Thomas Porcher, di Tafta: l'accord du plus fort; e di Introduction inquiète à la Macron-économie. Le projet du Président (**).Parlando con La Verità, Frédéric Farah spiega che la Francia «è ossessionata dal concetto fittizio chiamato "la coppia franco-tedesca"». A causa di ciò, dagli anni ottanta in poi, Parigi non ha mai smesso di guardare oltre Reno fino ad arrivare ad accettare la cooperazione governativa, proposta da Angela Merkel». Cosi facendo però, secondo l'economista, «la Francia ha smesso di essere quell'interfaccia tra il Nord e il Sud dell'Europa. Parigi ha scommesso sul fatto che rinunciando a una parte della propria sovranità, andando più in avanti rispetto alle attese tedesche e mostrando un certo senso del rigore, le cose avrebbero potuto cambiare. Che la Germania avrebbe modificato la propria posizione in materia dell'economia Ue». Invece sappiamo tutti com'è andata a finire. Fatta questa premessa generale, i rapporti tra Parigi e Roma possono essere osservati sotto una luce diversa. «Tra l'Italia e la Francia ci sono state recentemente molte frizioni, soprattutto ai tempi del governo sostenuto dalla Lega e dal Movimento 5 Stelle» ricorda Farah. Come non ricordare, ad esempio, il richiamo dell'ambasciatore francese in Italia,dopo la visita a sorpresa di Luigi Di Maio e Alessandro Di Battista ad alcuni gilet gialli nel febbraio del 2019. «Con il ritorno del Partito democratico al governo, la Francia ha tirato un sospiro di sollievo». Spiega ancora l'economista che però precisa che «non esiste un'iniziativa franco-italiana (simile a quella franco-tedesca, ndr), o di un sostegno convinto all'Italia da parte di Parigi». Secondo il professore universitario però, la Francia non ha interesse a lasciar cadere l'Italia né a «depredarla». Innanzitutto perché questo presupporrebbe l'esistenza di una strategia di Parigi nei confronti Berlino «ad esempio - spiega l'economista - quella di costringere la Germania a cambiare posizione, o di minacciare l'uscita dall'Unione. Ma dubito che le élite francesi abbiano dei piani simili». «Inoltre - prosegue Farah - non bisogna dimenticare che le banche francesi detengono circa 400 miliardi del debito italiano. La Germania, invece, ha 126 miliardi di euro di debito di Roma nelle proprie banche. Quindi, entrambi entrambi i Paesi devono prestare attenzione alla situazione italiana». Nonostante l'appiattimento di Emmanuel Macron davanti alle posizioni di Angela Merkel, sia inutile, visto che la Germania non molla in tema di rigore, Parigi non sembra voler cambiare direzione. «Già nel 2012, quando Spagna e Italia avevano presentato una posizione comune, la Francia non le ha sostenute. Finché questa élite sarà al potere in Francia, non credo che Parigi prenderà le redini di un fronte sudista per bilanciare quello nordista» dice Frédéric Farah. Nonostante la posizione subalterna di Parigi nei confronti di Berlino però, vista dall'estero, l'ipotesi di un "Ital-Exit" resta per ora remota secondo l'economista che, tuttavia, non esclude che «la crisi potrebbe accelerare». «Negli ambienti mainstream europeisti - commenta il docente universitario - l'idea di un'uscita dell'Italia dall'Ue è vista come una sciagura. Molti non la ritengono realizzabile perché penso impossibile che l'Italia venga lasciata sola, anche perché gli italiani sono sempre stati molto europeisti». «In questi ambienti - commenta Farah - si spera che ad un certo punto arrivi la cavalleria» per salvare il soldato Italia. «Sotto sotto si spera che la Bce intervenga se gli Stati non lo fanno e che, alla fine, prevarrà la ragione».Farah ritiene che questa opinione sia supportata anche dalla presenza dell'attuale governo italiano, poco ostile alla Ue. Per l'economista comunque, «nonostante l'Italia abbia subito un peggioramento del proprio tenore di vita, dopo l'adesione all'Euro, è difficile che gli italiani scelgano di aggiungere incertezza alla crisi». Per questo, per Farah è più probabile «una secessione proveniente dal Nord piuttosto che dal Sud. Ad esempio se la Germania ritenesse di poter continuare da sola,accompagnata dai suoi satelliti: Austria, Olanda e Finlandia». In ogni caso per Frédéric Farah, non ritiene che sia possibile dire che l'Italia rischi di farsi «spolpare» dalla Francia. «Ci troviamo piuttosto in una condizione generalizzata di assenza di solidarietà a livello europeo - conclude l'economista - basato sulla logica di competizione e del tutti contro tutti. Anche per questo l'Ue non può essere una democrazia perché non è una comunità di ridistribuzione della ricchezza».Note(*) Europe: la grande liquidation démocratique, Breal Editions (2017)(**) Introduction inquiète à la Macron-économie - Le projet du président, Editions Les PetitsMatins (2017). Tafta: Les accords du plus fort, Max Milo Editions (2014)
Fabrizio Palermo (Imagoeconomica)
Dopo ISS, anche Glass Lewis si schiera per la lista del cda in vista dell’assemblea del 15 aprile che deciderà la nuova squadra di comando.
E già qui si intravede il paradosso: quando i proxy advisor sono d’accordo, il mercato tira un sospiro di sollievo. Quando non lo sono, ancora di più, perché almeno c’è un po’ di suspense.
Nel caso specifico, però, la suspense è durata poco. Glass Lewis, con l’aplomb di chi ha visto tutto e giudicato tutto, ha deciso che la lista del consiglio uscente è quella «meglio posizionata per offrire una cornice di governance bilanciata e stabile durante un periodo di transizione strategica». In altre parole: non è il momento di mettersi a fare esperimenti creativi con una banca che di esperimenti ne ha già fatti abbastanza.
Glass Lewis, l’attuale numero uno di Acea mostra «esperienza rilevante per l’attuale fase». Che è un modo elegante per dire: ha visto tempeste peggiori e, soprattutto, sa dove mettere le mani quando il quadro si complica. Operazioni complesse? Ok. Contesti istituzionali? Ok. Integrazione con Mediobanca? Vedremo, ma almeno sulla carta il curriculum regge.
Poi c’è Nicola Maione il presidente che fa parte del cda dal 2017. Qui la musica presenta qualche stecca. Perché se ISS aveva storto il naso sulla riconferma, Glass Lewis decide invece di premiare la continuità: meglio tenersi l’usato sicuro che rischiare il nuovo incerto. In fondo, «i benefici di mantenere l’esperienza nel ruolo superano le preoccupazioni sulla sua performance». Una frase meravigliosa, perché dentro ci sta tutto: il passato, il presente e anche un pizzico di indulgenza.
Per il resto va in onda la liturgia delle bocciature eccellenti su cui i due sacerdoti della governance di trovano d’accordo. Inviato a non votare Alessandro Caltagirone (figlio dell'azionista Francesco Gaetano Caltagirone), Elena De Simone (manager espressione del gruppo Caltagirone) e del presidente del comitato nomine, Domenico Lombardi. Bocciate anche le liste che presentano candidature «credibili ma non adatte al momento». Riferimento trasparente a quella dell’ex amministratore delegato Luigi Lovaglio. Credibile, sì. Opportuno, no. Perché nelle fasi delicate la parola chiave non è talento, ma continuità. O, in alternativa, prevedibilità. Lovaglio, dopo essere stato costretto alle dimissioni, non si è dato per vinto candidandosi in una lista alternativa. Pierluigi Tortora, numero uno della holding Plt, in un'intervista pubblicata oggi su Milano Finanza, si è detto comunque fiducioso sulle possibilità di successo di Lovaglio. «Credo che il mercato possa premiare la bontà della lista, la trasparenza, la coerenza a un progetto sul quale il mercato si è già espresso Secondo me con il 20-22% ce la giochiamo».
A Siena, lato Fondazione Monte dei Paschi di Siena, si osserva la scena con quella miscela di nostalgia e apprensione che solo chi ha già dato (e perso) molto può permettersi. E qui la memoria torna impietosa: oltre cinque miliardi di patrimonio bruciati nel tentativo di mantenere il controllo. Un falò di sofferenze e di risorse.
La Fondazione Monte dei Paschi, ora teme che la sfida per la governance possa cambiare la visione dell’istituto. Che è un po’ come dire: abbiamo già visto cosa succede quando si cambia troppo, troppo in fretta. E non è stato un bello spettacolo.
Così il 15 aprile, a Siena, non si voterà solo un consiglio di amministrazione. Si voterà una linea di galleggiamento. Tra chi vuole ridisegnare la banca e chi, più prudentemente, preferisce tenerla dritta mentre attraversa l’ennesimo tratto di mare agitato. E, a giudicare dal coro dei proxy, il messaggio è chiaro: dopo il successo della scalata a Mediobanca occorre mettere ordine tra Siena e Milano. Anche se, in Italia, il pilota automatico ha spesso bisogno di qualcuno che controlli che funzioni davvero.
Continua a leggereRiduci
Il giuramento del nuovo ministro del Turismo Gianmarco Mazzi davanti al presidente della Repubblica Sergio Mattarella (Ansa)
Il segnale è chiaro: il governo è solido e procede senza tentennamenti. La squadra è concentrata sulle sue responsabilità, senza farsi distrarre dagli strepiti delle opposizioni e da gossip di vario genere. La scelta di Mazzi parla da sola. In tre anni e mezzo di lavoro, mentre al Mic si passava da Gennaro Sangiuliano ad Alessandro Giuli, con cambiamenti dei relativi staff, il neoministro non ha mai alimentato polemiche o attriti di alcun tipo.
«Il turismo è un mondo ricco di fascino e grandi professionalità che richiede cura attenta perché rappresenta un pilastro dell’economia italiana. Sono onorato di questo incarico e ringrazio il presidente della Repubblica e il presidente del Consiglio per la fiducia accordatami», ha detto Mazzi subito dopo il giuramento. La scelta dell’ex sottosegretario alla Cultura interrompe il totonomi che nei giorni scorsi aveva alimentato l’ipotesi della promozione del consigliere di Daniela Santanché, Gianluca Caramanna, grande conoscitore della macchina ministeriale, della candidatura di Giovanni Malagò, ex presidente del Coni ora in corsa per la poltrona della Fgci, e di Luca Zaia, il doge trevigiano con il solo neo di non appartenere a Fratelli d’Italia. La casella del Turismo, con il suo enorme impatto sul Pil italiano, doveva restare in quota al partito di maggioranza relativa. Immediate sono arrivate le congratulazioni di Santanché che ha definito quella di Mazzi «una scelta giusta, grazie alla quale l’industria turistica italiana potrà contare su una figura di assoluto spessore».
Veronese, 65 anni, sposato con Evelina Smarrito, schiva quanto lui, laureato in giurisprudenza con una tesi sull’«Intervento pubblico nel campo dello spettacolo fra promozione culturale e mercato», il neoministro ha alle spalle un lungo percorso come agente, manager e organizzatore di eventi di respiro internazionale. Poco più che ventenne, nel 1981 è promotore con Mogol, Gianni Morandi e Gianluca Pecchini della Nazionale cantanti. Il mondo dell’intrattenimento diventa il suo campo d’azione privilegiato. Da Caterina Caselli apprende i primi segreti del mestiere. Ma le collaborazioni importanti si susseguono: Fabrizio De André, i Pooh, Lucio Dalla. La più duratura è quella con Adriano Celentano, Claudia Mori e il Clan, «la mia famiglia», confida a Sette del Corriere della Sera. Nel 2000 con la Nazionale cantanti organizza all’Olimpico di Roma la «Partita del Cuore per la pace». Nella tribuna autorità ci sono il presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi, Shimon Peres e Yasser Arafat, oltre a personalità come Pelè, Michael Schumacher e Sean Connery. Nell’aprile 2003, con Morandi e Luca Barbarossa, in piena crisi con l’Iraq, porta a Baghdad gli aiuti umanitari della Croce Rossa italiana, iniziativa per la quale la delegazione riceverà un riconoscimento dei Nobel per la Pace, consegnato dal Dalai Lama e Mikhail Gorbaciov. Nei primi anni Duemila cura gli show di Celentano su Rai 1, Francamente me ne infischio, 125 milioni di caz…te e Rockpolitik, tra gli show più dirompenti della storia della televisione. Mazzi abbina intuizione, pazienza e doti manageriali che si rivelano risolutive nelle situazioni più complesse. Tra il 2006 e il 2012, affiancato da Lucio Presta, è per cinque volte direttore artistico del Festival di Sanremo. Cura l’organizzazione della cerimonia d’apertura di Expo 2015 dalla Piazza del Duomo di Milano. Seguono le collaborazioni con Riccardo Cocciante, Vasco Rossi, Dario Fo, Vasco Rossi e Massimo Giletti. Dal 2017 al 2022 porta l’Arena di Verona, di cui è direttore artistico, al centro del circuito dell’intrattenimento italiano e internazionale. Nel settembre 2022 viene eletto alla Camera con Fratelli d’Italia. Concreto e riservato, è il nuovo ministro del Turismo del governo Meloni.
Continua a leggereRiduci
iStock
La scena, filmata con il telefonino di uno dei passeggeri che non sarebbe intervenuto perché gli aggressori «possedevano armi da taglio», mostra una povera donna ripetutamente colpita con furia bestiale, strattonata mentre si sente il suono tremendo delle strisce di cuoio che si abbattono su tutto il suo corpo.
Il raptus sarebbe scattato dopo «un semplice sguardo», hanno raccontato gli altri passeggeri a RadioGold News Alessandria che ha pubblicato il video. «La donna è salita sul bus insieme al figlio e a un certo punto uno degli aggressori si è rivolto a lei chiedendo che cosa avesse da guardare». I due si sono avvicinati e hanno iniziato a parlarle, a spintonare il ragazzino e quando la signora si è alzata per difenderlo dicendo di lasciare stare il figlio, contro di lei si è scatenato l’inferno.
Un maranza ha cominciato a sferrare cinghiate con ferocia inaudita, l’altro è sceso dal mezzo «per aprire lo zaino e prendere un’altra cintura» e usarla contro la donna che tentava inutilmente di difendersi da colpi rabbiosi sul volto e sul corpo. Il tutto, nell’immobilità di chi viaggiava su quell’autobus e che come massima reazione si è limitato a filmare il pestaggio.
Inevitabile pensare al tredicenne della scuola media Leonardo Da Vinci di Trescore Balneario, nella Bergamasca, che pur vedendo un suo coetaneo armato di coltello non ha esitato a prenderlo a calci, facendolo scappare e contribuendo così a salvare la vita dell’insegnante di francese Chiara Mocchi.
I due giovani sono fuggiti appena l’autista ha fermato il mezzo e chiamato il 112, la mamma è stata portata in ospedale ad Alessandria dove ha dovuto ricorrere a cure mediche. Che si trattasse di due maranza minorenni l’ha scoperto dopo poche ore la Squadra mobile anche grazie alle immagini delle telecamere sul bus. Diffuso online, il video ripreso dai social è stato commentato con parole di sdegno e di incredulità. «Non sembra che sia Italia», è stato il post che forse meglio spiega lo sconcerto dei cittadini davanti a una violenza inflitta a una donna da due minorenni nordafricani.
«L’aggressione avvenuta sul bus numero 5 è un fatto gravissimo, che scuote profondamente la nostra comunità. Una donna e suo figlio sono stati vittime di una violenza brutale, in pieno giorno, su un mezzo pubblico. Questo non è accettabile. Alessandria merita sicurezza, rispetto e protezione», ha commentato Davide Buzzi Langhi, consigliere comunale di Forza Italia.
Due maranza balordi, anzi delinquenti, come quelli che Concita De Gregorio ha provato a giustificare poche settimane fa, ospite del programma su Rete4 È sempre Cartabianca. Sarebbero vittime di un «Paese che non vuole questi ragazzi», secondo l’editorialista di Repubblica, un Paese che «li rifiuta, li respinge, li condanna all’origine che hanno. […] È razzismo».
Allora giustifichiamo il loro disagio che si manifesta con vili quanto feroci aggressioni, scatenate da motivi banali quali un semplice sguardo? Bisogna chinare il capo e dire poveretti, sono emarginati e si sfogano così? Vediamo quali attenuanti troverà il magistrato, per rimettere in libertà non un minorenne ma un uomo di 37 anni, di origini extracomunitarie e senza fissa dimora, con precedenti, arrestato nel Lazio dai carabinieri con l’ipotesi di reato di violenza sessuale aggravata su una minore di Leonessa.
A dare l’allarme è stata la mamma della ragazzina, segnalando che la figlia stava subendo molestie da uno sconosciuto mentre era su un autobus di linea diretto a Rieti. Lo straniero, incapace di frenare i suoi istinti, avrebbe importunato pesantemente la giovane, tentando inoltre di riprenderla con il proprio telefono cellulare. L’Arma, subito intervenuta, l’ha sottoposto a fermo.
Giovedì, a Treviso una signora di 79 anni che stava andando a fare la spesa in bicicletta è stata buttata a terra da uno straniero che l’aveva affiancata su un monopattino per rubarle la borsa nel cestino. La poveretta ha riportato ferite al ginocchio e alla mano, l’extracomunitario è riuscito a dileguarsi con il bottino malgrado l’inseguimento da parte di due giovani accorsi in aiuto della donna.
Sempre due giorni fa, un tunisino di 27 anni ha seminato il panico nel centro di Ravenna, danneggiando auto tra le quali un veicolo di proprietà del gruppo di volontariato e di Protezione civile, colpendo con pugni alla schiena un passante che stava camminando con il proprio cane, dopo avergli strappato il guinzaglio di mano. Inutili i tentativi di calmarlo, il giovane con numerosi precedenti ha reagito con violenza e tre agenti hanno riportato lesioni. Solo con l’intervento di rinforzi l’extracomunitario è stato arrestato. Già, perché se si reagisce con durezza la colpa è sempre delle forze dell’ordine.
Continua a leggereRiduci