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2020-04-13
L’élite francese salvata dal coronavirus grazie ai gilet gialli e Berlino
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Emmanuel Macron (foto Ansa)
Chi l'avrebbe mai detto? Dopo essere stati presi di mira con proiettili di gomma, lacrimogeni, idranti o granate dispersive, dopo aver subito mutilazioni permanenti, il popolo dei gilet gialli lotta per cercare di salvare la Francia e le sue élite politico-economiche dal Covid-19. La lista delle professioni in trincea contro il morbo cinese è lunga. Come avviene in Italia, migliaia di infermieri, medici, autotrasportatori, cassiere, addetti alle pulizie, agricoltori, poliziotti, pompieri e molti altri lavoratori, stanno facendo di tutto per salvare i malati o mantenere una minima attività economica. Solo qualche mese fa queste stesse categorie sociali o professionali scendevano in piazza per protestare contro la perdita di potere d'acquisto e di dignità del proprio lavoro. Ad attenderli c'erano i discorsi mondialisti, lodi sperticate rivolte all'Unione Europea e, soprattutto, manganelli e altri strumenti di mantenimento dell'ordine già citati. Sin dall'inizio del suo mandato al vertice dello stato francese, Emmanuel Macron ha dichiarato una guerra nemmeno troppo nascosta a una certa parte della società d'oltralpe. Uno dei suoi primi atti sono state le ordinanze che hanno ridotto la possibilità di impugnare i licenziamenti senza giusta causa. Uno strappo alla legislazione francese, estremamente protettiva nei confronti dei lavoratori dipendenti. Nei quasi tre anni del suo mandato, l'inquilino dell'Eliseo si è rivolto a più riprese con parole sprezzanti ai suoi compatrioti meno fortunati di lui. Li ha chiamati «Galli refrattari ai cambiamenti». In un'altra occasione ha detto a un giovane disoccupato che bastava «attraversare la strada per trovare un lavoro».
Nel suo discorso alla nazione del 31 dicembre 2018 ha parlato di «una folla piena di odio», alludendo ai gilet gialli che avevano iniziato a protestare nel novembre di quell'anno. Ma se, in patria, Monsieur le Président faceva il forte con i deboli, in ambito europeo suonava tutta un'altra musica. In particolare nei confronti della Germania di Angela Merkel, che ha sempre risposto picche alle proposte di Parigi volte ad alleggerire l'atteggiamento rigorista in campo economico, di Berlino e dei suoi satelliti. Sebbene l'attuale capo dello Stato francese sia, come vari suoi predecessori, ipnotizzato dal mantra del couple franco-allemand (la coppia franco-tedesca, ndr) sembra che a lui, la situazione sia scappata di mano. E questa crisi sanitaria mette in luce l'impossibilità per la Francia di rimanere ancora a lungo genuflessa davanti ai diktat tedeschi. Questo perché forse, anche le ingiunzioni di Berlino hanno contribuito, nel corso degli ultimi due decenni, all'indebolimento del sistema sanitario transalpino in nome del rispetto delle regole di bilancio Ue. Nelle ultime riunioni del Consiglio europeo, convocate per discutere dell'emissione dei coronabond, la Francia è apparsa un po' smarrita. Con mille giravolte ha cercato di ottenere l'emissione delle obbligazioni garantite dai 27 e, allo stesso tempo, di non mancare di rispetto ai falchi d'oltre Reno. Ma mentre chi governa la Francia tenta di mantenere i destini del Paese legati, mani e piedi a quelli della Germania ammantandoli in una dimensione europea, i francesi confinati, mandano un messaggio ben diverso alle loro élite. Chiedono che tutti i cittadini possano beneficiare dignitosamente delle risorse del Paese, che questo piaccia o no alla Germania.
L'emergenza sanitaria e quella tentazione di controllare i cittadini francesi

upload.wikimedia.org
L'emergenza coronavirus ha obbligato il governo e la presidenza della repubblica francesi a intervenire in vari ambiti. Sul fronte economico, il Consiglio dei Ministri del 25 marzo scorso, ha adottato 25 ordinanze. Un record per la produzione di leggi di matrice governativa che non veniva battuto dal 1958. In quell'anno, c'era stato il putsch di Algeri e il generale Charles de Gaulle era stato chiamato a salvare il Paese. Come prevedeva la costituzione della IV Repubblica, venne nominato presidente del consiglio. Con una legge costituzionale,il parlamento gli aveva accordato, per sei mesi, la possibilità di governare attraverso delle ordinanze. de Gaulle fu l'ultimo presidente del consiglio della IV Repubblica. Di lì a poco fece nascere, con un referendum dall'esito bulgaro, la V Repubblica che riconosce poteri molto ampi al Presidente della Repubblica. Un incarico che de Gaulle assunse per primo e che, attualmente, è ricoperto da Emmanuel Macron.
Tornando a oggi, a differenza delle misure prese dal governo de Gaulle, quelle decise dall'esecutivo guidato da Edouard Philippe, hanno soprattutto un carattere economico. Trai cambiamenti più importanti introdotti il 25 marzo 2020, figurano le modifiche al diritto del lavoro. Il numero massimo di ore lavorate a settimana è stato portato a 60. Anche le regole per le ferie sono state modificate. Inoltre è stato varato un fondo di solidarietà per le piccole e piccolissime imprese. Nonostante queste misure abbiano un carattere temporaneo e straordinario, nella patria delle 35 ore, qualcuno ha storto il naso. Il sindacato Force Ouvrière ha definito le misure «un'eresia».
Il segretario generale del sindacato Cgt, Philippe Martinez le ha bollate come «scandalose». Il timore dei sindacati è che con la scusa della pandemia, il governo ne approfitti per smantellare alcuni elementi fondamentali del diritto del lavoro francese. Oltre ai temi economici, l'esecutivo di Parigi - che come quello guidato da Giuseppe Conte in Italia si è fatto trovare assolutamente impreparato di fronte alla pandemia - ha iniziato anche a riflettere su delle iniziative per cercare di arginare la diffusione del virus cinese. Una di queste è l'ipotesi di usare i cellulari per tracciare i movimenti delle persone risultate positive al Covid-19. L'8 aprile scorso, il Segretario di Stato alle questioni digitali Cédric O, ha dovuto tranquillizzare i parlamentari d'oltralpe, preoccupati per l'uso dell'applicazione StopCovid, alla quale sta lavorando il governo. Il rappresentante dell'esecutivo ha garantito che l'app servirà per «tracciare le informazioni e non gli individui». Ma queste spiegazioni all'acqua di rose non fugano i timori di molti parlamentari, giornalisti ed esponenti della Francia "del basso". Questo perché il Segretario di Stato e, più in generale l'intero apparato della macronia, hanno dei precedenti che non lasciano sperare nulla di buono in materia di libertà e di rispetto della privacy. Cedric O, ad esempio, si è sempre detto favorevole all'uso del riconoscimento facciale. Come scriveva Le Monde il 14 ottobre 2019 - quando a Parigi ancora sfilavano ogni settimana manifestazioni di protesta - il Segretario di Stato riteneva «necessario per far avanzare i nostri industriali» che la Francia iniziasse a «sperimentare il riconoscimento facciale». Pochi mesi dopo l'inizio della protesta dei gilet gialli, il parlamento francese ha approvato la «legge anti casseurs» che, tra le altre cose, prevede un anno di carcere per chi nasconde il viso durante una manifestazione. In occasione delle manifestazioni in giallo, svoltesi ogni sabato per oltre un anno, il ministero dell'Interno, guidato da Christophe Castaner, ha praticato ampiamente l'uso del fermo preventivo di persone considerate potenzialmente pericolose dalle forze dell'ordine. Questo però non ha impedito,ad esempio, a dei militanti pro Palestina di aggredire verbalmente, con insulti antisemiti, personalità di spicco come il filosofo e scrittore Alain Finkielkraut.
Non va dimenticato che Emmanuel Macron ha fatto approvare una legge che consente alle autorità di Parigi di spegnere dei canali e delle emittenti radio straniere, in periodo elettorale. Una legge sospettata di voler chiudere la bocca a Russia Today France. Inoltre, il presidente transalpino non ha mai nascosto la sua ossessione contro le fake news. Questo lo ha spinto molto lontano con immaginazione. Come scriveva il 2 febbraio 2019, Etienne Gernelle, direttore del settimanale Le Point, sul sito del giornale, Macron si era detto pronto a remunerare dei giornalisti con i soldi pubblici. Per fare cosa? Ecco cosa scriveva il direttore del settimanale «Il presidente della Repubblica propone che lo Stato paghi certi giornalisti (presenti) nelle redazioni» perché questi assicurino «la verifica» delle informazioni. Alla luce di queste informazioni, è facile capire perché l'idea di tracciare i cellulari per limitare la diffusione del Covid-19, non piace a molti francesi come ha confermato a La Verità anche il leader dei gilet gialli, Maxime Nicolle, la cui intervista è inclusa in questo focus.
«I soldi pubblici sono stati investiti nei proiettili di gomma, non nei posti letto»

Maxime Nicolle (@ M. Ghisalberti)
Il suo nome in codice è Fly Rider, la barba rossa che porta ben tagliata lo ha reso uno dei volti più riconoscibili del movimento dei gilet gialli, fin dai primi atti. Sebbene sia popolarissimo sui social network e, da qualche mese anche giornalista (*) per un media indipendente chiamato QG, Maxime Nicolle ha tenuto i piedi ben piantati per terra. Come il movimento in giallo, anche Nicolle è stato spesso preso di mira dai media mainstream che lo hanno accusato di essere un complottista. La polizia lo ha multato e fermato come se fosse un soggetto estremamente pericoloso, ma il discorso tenuto da questo trentatreenne non abbia mai inneggiato alla violenza. Tra l'altro, quando in Francia iniziava a farsi strada l'idea della chiusura del Paese per evitare la diffusione del virus cinese, Nicolle era stato tra i leader del movimento in Giallo ad invitare i suoi compagni a non scendere in piazza. Per senso di responsabilità. Intervistato da La Verità, Maxime Nicolle spiega come la Francia "del basso" stia salvando quella "dell'alto", rappresentata dalle élite politico-economiche.
Il leader in giallo non è particolarmente sorpreso dall'azione del governo di Parigi di fronte alla pandemia di Covid-19. Questo perché, secondo lui «la crisi sanitaria è gestita da persone che pensano alla finanza prima che alla gente». Questo vale non solo per il settore sanitario dato che, continua la figura del movimento in giallo, «chi ci governa, ha deciso di: ridurre, tagliare, smettere di produrre localmente o a livello nazionale. Il tutto, per poter privatizzare e risparmiare. Il problema è che questo presunto risparmio ha permesso a dei grandi gruppi di guadagnare soldi e distribuire dividendi agli azionisti». L'enorme numero di decessi registrati in Francia a causa del virus cinese è, per Fly Rider, «una conseguenza diretta del fatto che i soldi pubblici non sono finiti nel posto giusto. Ciò vale, ad esempio il numero crescente di agricoltori costretti a cedere i propri terreni a delle aziende agricole più grandi».
In parallelo sono sempre più numerosi i lavoratori agricoli che finiscono «sotto padrone». Per Maxime Nicolle è vero che la Francia dei "piccoli" sta contribuendo a salvare dal coronavirus la Francia al vertice della piramide sociale. «L'80-90% della gente di questo Paese lavora e produce ricchezza. Sono loro che tengono in piedi la Francia. Ma i politici non sono stati attenti a questa gente» dice il gilet giallo. Per lui «è normale che in una crisi come quella che stiamo vivendo, questa gente semplice riesca ad andare avanti. Sono persone abituate a fare fatica e ad aiutare. Lo dimostrano le varie iniziative solidali nate un po' ovunque. Negli ultimi due anni ne ho vista molta di solidarietà» ricorda Nicolle che, per raggiungere le manifestazioni del sabato, ha spesso ottenuto dei passaggi offerti da altri gilet gialli. «D'altra parte - continua il leader in giallo - c'è una differenza tra i politici, che guadagnano salari mirabolanti, e i cittadini comuni. Questi ultimi, quando non hanno da mangiare, bussano alla porta del vicino per chiedere aiuto. Ci vuole molto coraggio e bisogna mettere da parte la fierezza. I politici non capiscono tutto ciò». Per spiegare le cause dell'impreparazione della Francia di fronte all'emergenza sanitaria, Maxime Nicolle invita a fare un parallelo tra il periodo delle proteste dei gilet gialli e la crisi del coronavirus. «Dove sono stati investiti i soldi pubblici in questi ultimi anni?». Si chiede. «La risposta è semplice. Non nei posti letto in ospedale o nella produzione di gel disinfettante e mascherine. Piuttosto, questi soldi sono stati utilizzati per le protezioni antisommossa destinate alle forze dell'ordine, per acquistare fucili per proiettili di gomma (LBD40), granate anti accerchiamento e gas lacrimogeni. Sono stati spesi i soldi per gestire le proteste dei cittadini ma non per curarli».
In merito alla possibilità di ricorrere al tracking dei cellulari per combattere la propagazione del virus cinese, Maxime Nicolle si mostra preoccupato. «Sulla carta potrebbe sembrare un'idea interessante - spiega a La Verità - perché tracciare il contagio, permetterebbe di sapere chi è entrato potenzialmente in contatto con dei malati di Covid-19. Il problema è che quando si gioca con la paura della gente, con la scusa della protezione, si possono costringere i cittadini ad accettare praticamente tutto». Con il coronavirus, ricorda Nicolle, «la prima cosa importante per proteggersi è fare attenzione al proprio comportamento. Per proteggere se stessi e gli altri bisogna usare le maschere, rispettare le distanze sociali, lavarsi le mani frequentemente e adottare i gesti barriera». «Se ognuno facesse queste cose - conclude Maxime Nicolle - non servirebbe un'applicazione per sapere se ci siano o meno stati contatti con persone malate. Se si abitua la gente al fatto che le autorità traccino gli spostamenti con il pretesto della sicurezza, rischiamo di aprire la porta ad altre forme di controllo e di tracciamento».
(*) Maxime Nicolle è l'autore di: Fly Rider Gilet Jaune (Edizioni Au Diable Vauvert, 2019)
«La Francia è ossessionata dal concetto fittizio chiamato "la coppia franco-tedesca"»

Frédéric Farah
Frédéric Farah è un economista e docente di scienze economiche e sociali all'università Paris 1 Panthéon Sorbonne. È ricercatore associato del Laboratorio Phare della Sorbona. Ha scritto il libro Europe la grande liquidation démocratique (*) ed è co-autore, insieme a Thomas Porcher, di Tafta: l'accord du plus fort; e di Introduction inquiète à la Macron-économie. Le projet du Président (**).
Parlando con La Verità, Frédéric Farah spiega che la Francia «è ossessionata dal concetto fittizio chiamato "la coppia franco-tedesca"». A causa di ciò, dagli anni ottanta in poi, Parigi non ha mai smesso di guardare oltre Reno fino ad arrivare ad accettare la cooperazione governativa, proposta da Angela Merkel». Cosi facendo però, secondo l'economista, «la Francia ha smesso di essere quell'interfaccia tra il Nord e il Sud dell'Europa. Parigi ha scommesso sul fatto che rinunciando a una parte della propria sovranità, andando più in avanti rispetto alle attese tedesche e mostrando un certo senso del rigore, le cose avrebbero potuto cambiare. Che la Germania avrebbe modificato la propria posizione in materia dell'economia Ue». Invece sappiamo tutti com'è andata a finire. Fatta questa premessa generale, i rapporti tra Parigi e Roma possono essere osservati sotto una luce diversa. «Tra l'Italia e la Francia ci sono state recentemente molte frizioni, soprattutto ai tempi del governo sostenuto dalla Lega e dal Movimento 5 Stelle» ricorda Farah. Come non ricordare, ad esempio, il richiamo dell'ambasciatore francese in Italia,dopo la visita a sorpresa di Luigi Di Maio e Alessandro Di Battista ad alcuni gilet gialli nel febbraio del 2019. «Con il ritorno del Partito democratico al governo, la Francia ha tirato un sospiro di sollievo». Spiega ancora l'economista che però precisa che «non esiste un'iniziativa franco-italiana (simile a quella franco-tedesca, ndr), o di un sostegno convinto all'Italia da parte di Parigi». Secondo il professore universitario però, la Francia non ha interesse a lasciar cadere l'Italia né a «depredarla». Innanzitutto perché questo presupporrebbe l'esistenza di una strategia di Parigi nei confronti Berlino «ad esempio - spiega l'economista - quella di costringere la Germania a cambiare posizione, o di minacciare l'uscita dall'Unione. Ma dubito che le élite francesi abbiano dei piani simili». «Inoltre - prosegue Farah - non bisogna dimenticare che le banche francesi detengono circa 400 miliardi del debito italiano. La Germania, invece, ha 126 miliardi di euro di debito di Roma nelle proprie banche. Quindi, entrambi entrambi i Paesi devono prestare attenzione alla situazione italiana». Nonostante l'appiattimento di Emmanuel Macron davanti alle posizioni di Angela Merkel, sia inutile, visto che la Germania non molla in tema di rigore, Parigi non sembra voler cambiare direzione. «Già nel 2012, quando Spagna e Italia avevano presentato una posizione comune, la Francia non le ha sostenute. Finché questa élite sarà al potere in Francia, non credo che Parigi prenderà le redini di un fronte sudista per bilanciare quello nordista» dice Frédéric Farah. Nonostante la posizione subalterna di Parigi nei confronti di Berlino però, vista dall'estero, l'ipotesi di un "Ital-Exit" resta per ora remota secondo l'economista che, tuttavia, non esclude che «la crisi potrebbe accelerare». «Negli ambienti mainstream europeisti - commenta il docente universitario - l'idea di un'uscita dell'Italia dall'Ue è vista come una sciagura. Molti non la ritengono realizzabile perché penso impossibile che l'Italia venga lasciata sola, anche perché gli italiani sono sempre stati molto europeisti». «In questi ambienti - commenta Farah - si spera che ad un certo punto arrivi la cavalleria» per salvare il soldato Italia. «Sotto sotto si spera che la Bce intervenga se gli Stati non lo fanno e che, alla fine, prevarrà la ragione».
Farah ritiene che questa opinione sia supportata anche dalla presenza dell'attuale governo italiano, poco ostile alla Ue. Per l'economista comunque, «nonostante l'Italia abbia subito un peggioramento del proprio tenore di vita, dopo l'adesione all'Euro, è difficile che gli italiani scelgano di aggiungere incertezza alla crisi». Per questo, per Farah è più probabile «una secessione proveniente dal Nord piuttosto che dal Sud. Ad esempio se la Germania ritenesse di poter continuare da sola,accompagnata dai suoi satelliti: Austria, Olanda e Finlandia». In ogni caso per Frédéric Farah, non ritiene che sia possibile dire che l'Italia rischi di farsi «spolpare» dalla Francia. «Ci troviamo piuttosto in una condizione generalizzata di assenza di solidarietà a livello europeo - conclude l'economista - basato sulla logica di competizione e del tutti contro tutti. Anche per questo l'Ue non può essere una democrazia perché non è una comunità di ridistribuzione della ricchezza».
Note
(*) Europe: la grande liquidation démocratique, Breal Editions (2017)
(**) Introduction inquiète à la Macron-économie - Le projet du président, Editions Les PetitsMatins (2017). Tafta: Les accords du plus fort, Max Milo Editions (2014)
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Questa crisi sanitaria mette in luce l'impossibilità per la Francia di rimanere ancora a lungo genuflessa davanti ai diktat tedeschi. I cittadini però chiedono di beneficiare dignitosamente delle risorse del Paese, che questo piaccia o no alla Germania.Non mancano i problemi in materia di libertà e rispetto della privacy sullo sviluppo da parte del governo dell'applicazione StopCovid per provare ad arginare la diffusione del virus.Il gilet giallo Maxime Nicolle: «Negli ultimi anni i soldi pubblici sono stati usati per comprare proiettili di gomma piuttosto che per finanziare i posti letto negli ospedali».L'economista Frédéric Farah: «La Francia ha smesso di essere quell'interfaccia tra il Nord e il Sud dell'Europa. E non mostra un sostegno convinto all'Italia».Lo speciale contiene quattro articoli.Chi l'avrebbe mai detto? Dopo essere stati presi di mira con proiettili di gomma, lacrimogeni, idranti o granate dispersive, dopo aver subito mutilazioni permanenti, il popolo dei gilet gialli lotta per cercare di salvare la Francia e le sue élite politico-economiche dal Covid-19. La lista delle professioni in trincea contro il morbo cinese è lunga. Come avviene in Italia, migliaia di infermieri, medici, autotrasportatori, cassiere, addetti alle pulizie, agricoltori, poliziotti, pompieri e molti altri lavoratori, stanno facendo di tutto per salvare i malati o mantenere una minima attività economica. Solo qualche mese fa queste stesse categorie sociali o professionali scendevano in piazza per protestare contro la perdita di potere d'acquisto e di dignità del proprio lavoro. Ad attenderli c'erano i discorsi mondialisti, lodi sperticate rivolte all'Unione Europea e, soprattutto, manganelli e altri strumenti di mantenimento dell'ordine già citati. Sin dall'inizio del suo mandato al vertice dello stato francese, Emmanuel Macron ha dichiarato una guerra nemmeno troppo nascosta a una certa parte della società d'oltralpe. Uno dei suoi primi atti sono state le ordinanze che hanno ridotto la possibilità di impugnare i licenziamenti senza giusta causa. Uno strappo alla legislazione francese, estremamente protettiva nei confronti dei lavoratori dipendenti. Nei quasi tre anni del suo mandato, l'inquilino dell'Eliseo si è rivolto a più riprese con parole sprezzanti ai suoi compatrioti meno fortunati di lui. Li ha chiamati «Galli refrattari ai cambiamenti». In un'altra occasione ha detto a un giovane disoccupato che bastava «attraversare la strada per trovare un lavoro».Nel suo discorso alla nazione del 31 dicembre 2018 ha parlato di «una folla piena di odio», alludendo ai gilet gialli che avevano iniziato a protestare nel novembre di quell'anno. Ma se, in patria, Monsieur le Président faceva il forte con i deboli, in ambito europeo suonava tutta un'altra musica. In particolare nei confronti della Germania di Angela Merkel, che ha sempre risposto picche alle proposte di Parigi volte ad alleggerire l'atteggiamento rigorista in campo economico, di Berlino e dei suoi satelliti. Sebbene l'attuale capo dello Stato francese sia, come vari suoi predecessori, ipnotizzato dal mantra del couple franco-allemand (la coppia franco-tedesca, ndr) sembra che a lui, la situazione sia scappata di mano. E questa crisi sanitaria mette in luce l'impossibilità per la Francia di rimanere ancora a lungo genuflessa davanti ai diktat tedeschi. Questo perché forse, anche le ingiunzioni di Berlino hanno contribuito, nel corso degli ultimi due decenni, all'indebolimento del sistema sanitario transalpino in nome del rispetto delle regole di bilancio Ue. Nelle ultime riunioni del Consiglio europeo, convocate per discutere dell'emissione dei coronabond, la Francia è apparsa un po' smarrita. Con mille giravolte ha cercato di ottenere l'emissione delle obbligazioni garantite dai 27 e, allo stesso tempo, di non mancare di rispetto ai falchi d'oltre Reno. Ma mentre chi governa la Francia tenta di mantenere i destini del Paese legati, mani e piedi a quelli della Germania ammantandoli in una dimensione europea, i francesi confinati, mandano un messaggio ben diverso alle loro élite. Chiedono che tutti i cittadini possano beneficiare dignitosamente delle risorse del Paese, che questo piaccia o no alla Germania.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/pezzo-ghisalberti-2645693883.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="l-emergenza-sanitaria-e-quella-tentazione-di-controllare-i-cittadini-francesi" data-post-id="2645693883" data-published-at="1586609070" data-use-pagination="False"> L'emergenza sanitaria e quella tentazione di controllare i cittadini francesi upload.wikimedia.org L'emergenza coronavirus ha obbligato il governo e la presidenza della repubblica francesi a intervenire in vari ambiti. Sul fronte economico, il Consiglio dei Ministri del 25 marzo scorso, ha adottato 25 ordinanze. Un record per la produzione di leggi di matrice governativa che non veniva battuto dal 1958. In quell'anno, c'era stato il putsch di Algeri e il generale Charles de Gaulle era stato chiamato a salvare il Paese. Come prevedeva la costituzione della IV Repubblica, venne nominato presidente del consiglio. Con una legge costituzionale,il parlamento gli aveva accordato, per sei mesi, la possibilità di governare attraverso delle ordinanze. de Gaulle fu l'ultimo presidente del consiglio della IV Repubblica. Di lì a poco fece nascere, con un referendum dall'esito bulgaro, la V Repubblica che riconosce poteri molto ampi al Presidente della Repubblica. Un incarico che de Gaulle assunse per primo e che, attualmente, è ricoperto da Emmanuel Macron.Tornando a oggi, a differenza delle misure prese dal governo de Gaulle, quelle decise dall'esecutivo guidato da Edouard Philippe, hanno soprattutto un carattere economico. Trai cambiamenti più importanti introdotti il 25 marzo 2020, figurano le modifiche al diritto del lavoro. Il numero massimo di ore lavorate a settimana è stato portato a 60. Anche le regole per le ferie sono state modificate. Inoltre è stato varato un fondo di solidarietà per le piccole e piccolissime imprese. Nonostante queste misure abbiano un carattere temporaneo e straordinario, nella patria delle 35 ore, qualcuno ha storto il naso. Il sindacato Force Ouvrière ha definito le misure «un'eresia».Il segretario generale del sindacato Cgt, Philippe Martinez le ha bollate come «scandalose». Il timore dei sindacati è che con la scusa della pandemia, il governo ne approfitti per smantellare alcuni elementi fondamentali del diritto del lavoro francese. Oltre ai temi economici, l'esecutivo di Parigi - che come quello guidato da Giuseppe Conte in Italia si è fatto trovare assolutamente impreparato di fronte alla pandemia - ha iniziato anche a riflettere su delle iniziative per cercare di arginare la diffusione del virus cinese. Una di queste è l'ipotesi di usare i cellulari per tracciare i movimenti delle persone risultate positive al Covid-19. L'8 aprile scorso, il Segretario di Stato alle questioni digitali Cédric O, ha dovuto tranquillizzare i parlamentari d'oltralpe, preoccupati per l'uso dell'applicazione StopCovid, alla quale sta lavorando il governo. Il rappresentante dell'esecutivo ha garantito che l'app servirà per «tracciare le informazioni e non gli individui». Ma queste spiegazioni all'acqua di rose non fugano i timori di molti parlamentari, giornalisti ed esponenti della Francia "del basso". Questo perché il Segretario di Stato e, più in generale l'intero apparato della macronia, hanno dei precedenti che non lasciano sperare nulla di buono in materia di libertà e di rispetto della privacy. Cedric O, ad esempio, si è sempre detto favorevole all'uso del riconoscimento facciale. Come scriveva Le Monde il 14 ottobre 2019 - quando a Parigi ancora sfilavano ogni settimana manifestazioni di protesta - il Segretario di Stato riteneva «necessario per far avanzare i nostri industriali» che la Francia iniziasse a «sperimentare il riconoscimento facciale». Pochi mesi dopo l'inizio della protesta dei gilet gialli, il parlamento francese ha approvato la «legge anti casseurs» che, tra le altre cose, prevede un anno di carcere per chi nasconde il viso durante una manifestazione. In occasione delle manifestazioni in giallo, svoltesi ogni sabato per oltre un anno, il ministero dell'Interno, guidato da Christophe Castaner, ha praticato ampiamente l'uso del fermo preventivo di persone considerate potenzialmente pericolose dalle forze dell'ordine. Questo però non ha impedito,ad esempio, a dei militanti pro Palestina di aggredire verbalmente, con insulti antisemiti, personalità di spicco come il filosofo e scrittore Alain Finkielkraut.Non va dimenticato che Emmanuel Macron ha fatto approvare una legge che consente alle autorità di Parigi di spegnere dei canali e delle emittenti radio straniere, in periodo elettorale. Una legge sospettata di voler chiudere la bocca a Russia Today France. Inoltre, il presidente transalpino non ha mai nascosto la sua ossessione contro le fake news. Questo lo ha spinto molto lontano con immaginazione. Come scriveva il 2 febbraio 2019, Etienne Gernelle, direttore del settimanale Le Point, sul sito del giornale, Macron si era detto pronto a remunerare dei giornalisti con i soldi pubblici. Per fare cosa? Ecco cosa scriveva il direttore del settimanale «Il presidente della Repubblica propone che lo Stato paghi certi giornalisti (presenti) nelle redazioni» perché questi assicurino «la verifica» delle informazioni. Alla luce di queste informazioni, è facile capire perché l'idea di tracciare i cellulari per limitare la diffusione del Covid-19, non piace a molti francesi come ha confermato a La Verità anche il leader dei gilet gialli, Maxime Nicolle, la cui intervista è inclusa in questo focus. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/pezzo-ghisalberti-2645693883.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="i-soldi-pubblici-sono-stati-investiti-nei-proiettili-di-gomma-non-nei-posti-letto" data-post-id="2645693883" data-published-at="1586609070" data-use-pagination="False"> «I soldi pubblici sono stati investiti nei proiettili di gomma, non nei posti letto» Maxime Nicolle (@ M. Ghisalberti) Il suo nome in codice è Fly Rider, la barba rossa che porta ben tagliata lo ha reso uno dei volti più riconoscibili del movimento dei gilet gialli, fin dai primi atti. Sebbene sia popolarissimo sui social network e, da qualche mese anche giornalista (*) per un media indipendente chiamato QG, Maxime Nicolle ha tenuto i piedi ben piantati per terra. Come il movimento in giallo, anche Nicolle è stato spesso preso di mira dai media mainstream che lo hanno accusato di essere un complottista. La polizia lo ha multato e fermato come se fosse un soggetto estremamente pericoloso, ma il discorso tenuto da questo trentatreenne non abbia mai inneggiato alla violenza. Tra l'altro, quando in Francia iniziava a farsi strada l'idea della chiusura del Paese per evitare la diffusione del virus cinese, Nicolle era stato tra i leader del movimento in Giallo ad invitare i suoi compagni a non scendere in piazza. Per senso di responsabilità. Intervistato da La Verità, Maxime Nicolle spiega come la Francia "del basso" stia salvando quella "dell'alto", rappresentata dalle élite politico-economiche. Il leader in giallo non è particolarmente sorpreso dall'azione del governo di Parigi di fronte alla pandemia di Covid-19. Questo perché, secondo lui «la crisi sanitaria è gestita da persone che pensano alla finanza prima che alla gente». Questo vale non solo per il settore sanitario dato che, continua la figura del movimento in giallo, «chi ci governa, ha deciso di: ridurre, tagliare, smettere di produrre localmente o a livello nazionale. Il tutto, per poter privatizzare e risparmiare. Il problema è che questo presunto risparmio ha permesso a dei grandi gruppi di guadagnare soldi e distribuire dividendi agli azionisti». L'enorme numero di decessi registrati in Francia a causa del virus cinese è, per Fly Rider, «una conseguenza diretta del fatto che i soldi pubblici non sono finiti nel posto giusto. Ciò vale, ad esempio il numero crescente di agricoltori costretti a cedere i propri terreni a delle aziende agricole più grandi».In parallelo sono sempre più numerosi i lavoratori agricoli che finiscono «sotto padrone». Per Maxime Nicolle è vero che la Francia dei "piccoli" sta contribuendo a salvare dal coronavirus la Francia al vertice della piramide sociale. «L'80-90% della gente di questo Paese lavora e produce ricchezza. Sono loro che tengono in piedi la Francia. Ma i politici non sono stati attenti a questa gente» dice il gilet giallo. Per lui «è normale che in una crisi come quella che stiamo vivendo, questa gente semplice riesca ad andare avanti. Sono persone abituate a fare fatica e ad aiutare. Lo dimostrano le varie iniziative solidali nate un po' ovunque. Negli ultimi due anni ne ho vista molta di solidarietà» ricorda Nicolle che, per raggiungere le manifestazioni del sabato, ha spesso ottenuto dei passaggi offerti da altri gilet gialli. «D'altra parte - continua il leader in giallo - c'è una differenza tra i politici, che guadagnano salari mirabolanti, e i cittadini comuni. Questi ultimi, quando non hanno da mangiare, bussano alla porta del vicino per chiedere aiuto. Ci vuole molto coraggio e bisogna mettere da parte la fierezza. I politici non capiscono tutto ciò». Per spiegare le cause dell'impreparazione della Francia di fronte all'emergenza sanitaria, Maxime Nicolle invita a fare un parallelo tra il periodo delle proteste dei gilet gialli e la crisi del coronavirus. «Dove sono stati investiti i soldi pubblici in questi ultimi anni?». Si chiede. «La risposta è semplice. Non nei posti letto in ospedale o nella produzione di gel disinfettante e mascherine. Piuttosto, questi soldi sono stati utilizzati per le protezioni antisommossa destinate alle forze dell'ordine, per acquistare fucili per proiettili di gomma (LBD40), granate anti accerchiamento e gas lacrimogeni. Sono stati spesi i soldi per gestire le proteste dei cittadini ma non per curarli».In merito alla possibilità di ricorrere al tracking dei cellulari per combattere la propagazione del virus cinese, Maxime Nicolle si mostra preoccupato. «Sulla carta potrebbe sembrare un'idea interessante - spiega a La Verità - perché tracciare il contagio, permetterebbe di sapere chi è entrato potenzialmente in contatto con dei malati di Covid-19. Il problema è che quando si gioca con la paura della gente, con la scusa della protezione, si possono costringere i cittadini ad accettare praticamente tutto». Con il coronavirus, ricorda Nicolle, «la prima cosa importante per proteggersi è fare attenzione al proprio comportamento. Per proteggere se stessi e gli altri bisogna usare le maschere, rispettare le distanze sociali, lavarsi le mani frequentemente e adottare i gesti barriera». «Se ognuno facesse queste cose - conclude Maxime Nicolle - non servirebbe un'applicazione per sapere se ci siano o meno stati contatti con persone malate. Se si abitua la gente al fatto che le autorità traccino gli spostamenti con il pretesto della sicurezza, rischiamo di aprire la porta ad altre forme di controllo e di tracciamento».(*) Maxime Nicolle è l'autore di: Fly Rider Gilet Jaune (Edizioni Au Diable Vauvert, 2019) <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/pezzo-ghisalberti-2645693883.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="la-francia-e-ossessionata-dal-concetto-fittizio-chiamato-la-coppia-franco-tedesca" data-post-id="2645693883" data-published-at="1586609070" data-use-pagination="False"> «La Francia è ossessionata dal concetto fittizio chiamato "la coppia franco-tedesca"» Frédéric Farah Frédéric Farah è un economista e docente di scienze economiche e sociali all'università Paris 1 Panthéon Sorbonne. È ricercatore associato del Laboratorio Phare della Sorbona. Ha scritto il libro Europe la grande liquidation démocratique (*) ed è co-autore, insieme a Thomas Porcher, di Tafta: l'accord du plus fort; e di Introduction inquiète à la Macron-économie. Le projet du Président (**).Parlando con La Verità, Frédéric Farah spiega che la Francia «è ossessionata dal concetto fittizio chiamato "la coppia franco-tedesca"». A causa di ciò, dagli anni ottanta in poi, Parigi non ha mai smesso di guardare oltre Reno fino ad arrivare ad accettare la cooperazione governativa, proposta da Angela Merkel». Cosi facendo però, secondo l'economista, «la Francia ha smesso di essere quell'interfaccia tra il Nord e il Sud dell'Europa. Parigi ha scommesso sul fatto che rinunciando a una parte della propria sovranità, andando più in avanti rispetto alle attese tedesche e mostrando un certo senso del rigore, le cose avrebbero potuto cambiare. Che la Germania avrebbe modificato la propria posizione in materia dell'economia Ue». Invece sappiamo tutti com'è andata a finire. Fatta questa premessa generale, i rapporti tra Parigi e Roma possono essere osservati sotto una luce diversa. «Tra l'Italia e la Francia ci sono state recentemente molte frizioni, soprattutto ai tempi del governo sostenuto dalla Lega e dal Movimento 5 Stelle» ricorda Farah. Come non ricordare, ad esempio, il richiamo dell'ambasciatore francese in Italia,dopo la visita a sorpresa di Luigi Di Maio e Alessandro Di Battista ad alcuni gilet gialli nel febbraio del 2019. «Con il ritorno del Partito democratico al governo, la Francia ha tirato un sospiro di sollievo». Spiega ancora l'economista che però precisa che «non esiste un'iniziativa franco-italiana (simile a quella franco-tedesca, ndr), o di un sostegno convinto all'Italia da parte di Parigi». Secondo il professore universitario però, la Francia non ha interesse a lasciar cadere l'Italia né a «depredarla». Innanzitutto perché questo presupporrebbe l'esistenza di una strategia di Parigi nei confronti Berlino «ad esempio - spiega l'economista - quella di costringere la Germania a cambiare posizione, o di minacciare l'uscita dall'Unione. Ma dubito che le élite francesi abbiano dei piani simili». «Inoltre - prosegue Farah - non bisogna dimenticare che le banche francesi detengono circa 400 miliardi del debito italiano. La Germania, invece, ha 126 miliardi di euro di debito di Roma nelle proprie banche. Quindi, entrambi entrambi i Paesi devono prestare attenzione alla situazione italiana». Nonostante l'appiattimento di Emmanuel Macron davanti alle posizioni di Angela Merkel, sia inutile, visto che la Germania non molla in tema di rigore, Parigi non sembra voler cambiare direzione. «Già nel 2012, quando Spagna e Italia avevano presentato una posizione comune, la Francia non le ha sostenute. Finché questa élite sarà al potere in Francia, non credo che Parigi prenderà le redini di un fronte sudista per bilanciare quello nordista» dice Frédéric Farah. Nonostante la posizione subalterna di Parigi nei confronti di Berlino però, vista dall'estero, l'ipotesi di un "Ital-Exit" resta per ora remota secondo l'economista che, tuttavia, non esclude che «la crisi potrebbe accelerare». «Negli ambienti mainstream europeisti - commenta il docente universitario - l'idea di un'uscita dell'Italia dall'Ue è vista come una sciagura. Molti non la ritengono realizzabile perché penso impossibile che l'Italia venga lasciata sola, anche perché gli italiani sono sempre stati molto europeisti». «In questi ambienti - commenta Farah - si spera che ad un certo punto arrivi la cavalleria» per salvare il soldato Italia. «Sotto sotto si spera che la Bce intervenga se gli Stati non lo fanno e che, alla fine, prevarrà la ragione».Farah ritiene che questa opinione sia supportata anche dalla presenza dell'attuale governo italiano, poco ostile alla Ue. Per l'economista comunque, «nonostante l'Italia abbia subito un peggioramento del proprio tenore di vita, dopo l'adesione all'Euro, è difficile che gli italiani scelgano di aggiungere incertezza alla crisi». Per questo, per Farah è più probabile «una secessione proveniente dal Nord piuttosto che dal Sud. Ad esempio se la Germania ritenesse di poter continuare da sola,accompagnata dai suoi satelliti: Austria, Olanda e Finlandia». In ogni caso per Frédéric Farah, non ritiene che sia possibile dire che l'Italia rischi di farsi «spolpare» dalla Francia. «Ci troviamo piuttosto in una condizione generalizzata di assenza di solidarietà a livello europeo - conclude l'economista - basato sulla logica di competizione e del tutti contro tutti. Anche per questo l'Ue non può essere una democrazia perché non è una comunità di ridistribuzione della ricchezza».Note(*) Europe: la grande liquidation démocratique, Breal Editions (2017)(**) Introduction inquiète à la Macron-économie - Le projet du président, Editions Les PetitsMatins (2017). Tafta: Les accords du plus fort, Max Milo Editions (2014)
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Questo Libretto nasce dal sogno di riportare - nell’arco di un decennio - molti nuovi o vecchi ex lettori (specie giovani, di qualsiasi età) alla lettura di libri, riviste, giornali, attraverso prodotti e modalità di nuovo tipo, con schemi, approcci, modalità, di nuovo tipo.
Ricordando un momento lontano - anni Ottanta del Novecento - mi è venuta l’idea di pubblicare un libretto per illustrarne poi, a voce, il testo, esplicitandone i passaggi chiave e il non detto, trasformandolo quindi in una «lezione di vita», in particolare per i giovani di qualsiasi età.
Gianni Agnelli, allora mio presidente, amante di libri di successo, specie saggi, mi raccontò la tecnica che usava per ben assimilarli senza doverli leggere. «Affittava» per un giorno l’autore che doveva raccontargli l’intero processo creativo, leggendo insieme i passaggi e le frasi topiche, seguendo sì l’indice, ma con ampie digressioni e svolazzamenti laterali. In questo caso, mi offro di essere io affittato da voi, però a titolo gratuito.
Questa la mia mission. Per un vecchio autore come me, leggere insieme a un giovane questo libretto significa trasferirgli non solo conoscenze, ma anche l’anima del libro. Tutti noi adulti, soprattutto se colti, ci lamentiamo che i giovani non leggano, ma non andiamo al di là dal fare battute spesso da bar. Di passare dalle chiacchiere al fare, nulla. Il presente libretto, in questo senso, è rivoluzionario, essendo nato come proposta banalmente pratica. Vorrei che casi come questo - ricordiamolo, è una modalità sperimentale - si moltiplicassero all’infinito. Personalmente, sono a disposizione.
Senza il timore di cadere nel velleitarismo, si assume che la Politica e la Scuola siano mature per un nuovo paradigma didattico come questo, interdisciplinare, soprattutto orizzontale, che fornisca non solo lezioni di sapere, ma anche «lezioni di vita». La scommessa insita nel libretto è riuscire a sottomettere la tecnica e l’ideologia della produttività alle regole del modello organizzativo prescelto. In questo caso la modalità di narrazione è più importante del contenuto narrato, puramente strumentale all’obiettivo.
Gli appunti con cui questo libretto è stato costruito hanno un punto fermo: il tema e il contenuto devono far riflettere e cambiare il nostro modo di raccontare la realtà, ma deve essere tassativamente escluso l’indottrinamento, comunque articolato o mascherato.
C’è chi si è chiesto cosa resterà di quella che fu chiamata la Galassia Gutenberg che ha animato la storia della modernità, attraverso libri, riviste, giornali, e se la stampa quotidiana, corpo intermedio per eccellenza, riuscirà ancora a traghettare i meccanismi base dell’informazione delle democrazie liberali, oggi sempre più fragili. Perché fragili e difensivi sono i nostri pensieri e le nostre posture per affrontare e dominare gli scenari futuri. Noi europei intuiamo che quello che chiamiamo «ordine mondiale» con allegato «diritto internazionale», fatto nei secoli a nostra immagine e somiglianza, sta per saltare. E anche il nostro ceo capitalism, ora che vengono alla luce sempre più tabernacoli secondari - per usare la terminologia di «IDEA» - si sta sgonfiando. Questo mi ha portato a scegliere il cosiddetto Scenario 17 come riferimento per questa sperimentazione di orizzontalità culturale.
Il libretto consta di un incipit - concepito per fare una prima conoscenza fra autore e lettore - e di due soli capitoli. Uno ove la narrazione si snoda attraverso un fil rouge studiato dall’autore per assemblare frasi e parole di personaggi della cultura e del giornalismo, di riconosciuta indipendenza e competenza, sperimentando così le «lezioni di vita» su un tema di grande attualità, come «La geopolitica spaziale America-Cina». Ho utilizzato nell’analisi di scenario il «Caso Svizzera» come riferimento politico, economico, culturale, giudicandolo, in questo senso e in questo momento storico, il laboratorio più avanzato dell’Occidente, per la sua interpretazione del dominante e allo stesso tempo decadente ceo capitalism.
Nel secondo capitolo, invece, viene scelto dall’editore-autore, in totale solitudine, lo «scenario» di riferimento (nella fattispecie, il «17» su un ventaglio di 19), avvalendosi dei contributi sapienziali di Giovanni Maddalena, filosofo del gesto. Il libretto raccoglie e sistematizza una serie di appunti, frasi, singole parole, e come tale dev’essere letto, eventualmente usato. Sono «appunti» che vanno a comporre una narrazione vocale autentica, una «lezione di vita» per giovani di qualsiasi età.
In questo progetto-sogno l’editore-autore non intende svolgere forma alcuna di leadership, ma limitarsi a dare contributi, mettendo a disposizione i suoi studi - in un arco temporale di oltre settant’anni - sul management di organizzazioni complesse, sui modelli organizzativi, sulla sua proposta del modello IDEA e sui suoi tabernacoli secondari (rimando alla metafora-definizione di IDEA: «ostie o scadute o decomposte» nelle filiere del potere).
Il libretto è stato scritto in base alle tre assunzioni di IDEA: 1 ragionare per scenari; 2 decidere per controintuizione; 3 parlare e scrivere per metafore. A titolo esemplificativo, qua è stata messa in discussione anche la filiera «scrittore/giornalista-editore-stampatore-distributore-libreria-lettore» e i relativi «pesi», oggi totalmente sbilanciati a favore del business rispetto agli obiettivi editoriali ed educativi. Quindi la scoperta e l’accecamento dei tabernacoli secondari che, col tempo, hanno alterato il meccanismo di creazione di prodotti a forte base culturale.
Per favorire la costituzione di un’editoria che diventi un Chiostro di approfondimento interdisciplinare, questo libretto verrà, in termini promozionali, presentato in Università e in altre organizzazioni culturali che lo vorranno. Verrà usata una tecnica innovativa: l’autore non si limita a scrivere, ma racconta a voce il processo che lo ha portato alla configurazione finale del libretto, esplicitando anche i tanti non detto o gli eventuali tabernacoli secondari che ha dovuto superare.
Riprendo la frase finale con cui si chiude: «Questo libretto, scritto da un ultranovantenne, vissuto in un altro millennio, ma innamorato del futuro in cui vivranno i suoi nipoti, non auspica certo l’imbarazzante mondo qua descritto. Questa tipologia di simulazione del futuro è concepita come ’lezione di vita’ per giovani di qualsiasi età che vogliano assumere una postura culturale per un futuro che si può, con assoluta certezza, ipotizzare diverso dal passato e dal presente. Scrivere scenari è la sintesi del pensare, lo si fa passeggiando nella natura e nella vita, e osservando le persone con lo sguardo del «viandante». Sogno tanti giovani «viandanti», a partire dai miei quattro nipoti, orgogliosamente tutti Gen Z, la generazione che avrà la responsabilità di governare il mondo nel XXI secolo».
Post-Scriptum: questo libretto è uno dei figli prediletti di IDEA, attrezzata per operare nella Rivoluzione Robot-Algoritmi in corso. Questa Rivoluzione, spesso all’insaputa di molti di noi, iniziò negli anni Ottanta del Novecento e in essa e con essa sono vissuto. Infatti, allora come ceo di un’industria di vernici vissi la sua prima fase: si procedette a sostituire la classe operaia, che pur essendo poco pagata non era «competitiva», con i robot di verniciatura. Cinquant’anni dopo ho avuto l’opportunità di vivere come studioso di scenari la seconda fase di quella Rivoluzione, rivolta agli aspetti burocratici e gestionali del rarefatto mondo del business, che riguarderanno miliardi di ore di lavoro, questa volta effettuate in gran parte dalla classe patrizia, molto ben pagata, che ora possono essere svolte meglio e in poco tempo grazie all’Ia. Questa Rivoluzione potrebbe assumere dimensioni rilevanti, con profondi stravolgimenti culturali, sociologici e politici. Mi auguro che venga portata a termine, perché innovazione e progresso sono nel Dna umano e non possono essere contrastati: personalmente suggerisco di cavalcarli.
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Trevallion
Qualora gli sarà consentito, non prima di un mese, di riavere vicino i propri figli, i Trevallion non saranno più la famiglia del bosco ma una famiglia come le altre. Abiteranno in una casetta squadrata fornita dal Comune, manderanno i bambini al doposcuola, si dovranno scordare la vita silvestre con l’asinello e i cavalli: saranno vaccinati e normalizzati, anzi a dirla tutta lo sono già. La dignità della Repubblica è salva, i tre piccini non saranno più selvaggi allo stato brado ma aspiranti bravi cittadini, messi al sicuro lontano dalla foresta.
E mentre questa grande vittoria della civiltà si consuma senza che nessuno si opponga, molto lontano dalla bicocca di Palmoli, a Bergamo per la precisione, c’è un ragazzino per niente boschivo, con due genitori normalissimi, il bagno in casa, regolari vaccinazioni e regolarissima iscrizione alla scuola pubblica che tenta di ammazzare la sua professoressa di francese dopo essersi conciato come una specie di giustiziere della notte. Il minorenne in questione, 13 anni, non risulta vivesse con equini e somari, non andava per funghi tra le fronde, pare anche che si cambiasse di abito più di una volta la settimana. Di certo sapeva scrivere, e infatti ha pubblicato online un delirante manifesto in cui prometteva morte e distruzione. Sapeva anche usare il computer e i social network, tanto che ha pensato bene di trasmettere in diretta il suo attacco all’insegnante a colpi di coltello.
Certo, si potrebbe risolverla dicendo che il disagio e i perturbamenti dell’animo si possono annidare ovunque. Ma il caso bergamasco, a ben vedere, non è un unicum: è solo appena più estremo di altri. Nei giorni scorsi a Fondi, in provincia di Latina, un ragazzino di 14 anni ha accoltellato un altro ragazzo di 16 anni, fortunatamente limitandosi a ferirlo. Prima di essere fermato e consegnato ai servizi sociali ha fatto in tempo a vantarsi dell’impresa sui soliti social. A riguardo, la Garante regionale dell’infanzia e dell’adolescenza del Lazio, Monica Sansoni, dice che «episodi come quello accaduto non possono essere letti come fatti isolati. Sono segnali che ci interrogano profondamente come comunità educante e come istituzioni. È necessario vigilare e monitorare in maniera adeguata i disagi giovanili, ma soprattutto intervenire con strumenti educativi, sociali e relazionali capaci di prevenire l’escalation della violenza».
Interroghiamoci pure, per carità. Ma oggi esprimersi sulla pericolosità dei social network è diventato perfino banale. Persino Barbara Berlusconi, ieri, commentava l’episodio di Bergamo sostenendo che servano limitazioni per i minori all’uso delle piattaforme online. Su Avvenire, un esperto molto celebrato come Alberto Pellai invece insisteva sulla dipendenza che tali piattaforme riescono a creare (del resto sono progettate appositamente per questo).
In giro per il mondo sono ormai parecchi gli Stati che hanno imposto restrizioni: Australia, Spagna, Danimarca, Norvegia. Tutto ciò per dire che sono noti e stranoti i problemi anche gravi causati dai dispositivi digitali e dall’uso costante e compulsivo della Rete. È studiata la dipendenza, è studiata l’ansia. Sono studiati l’isolamento sociale, il bullismo, i danni alla concentrazione, i problemi fisici e psichici, i danni causati al rendimento scolastico. Sappiamo tutto, e da anni. È persino difficile sostenere, alla luce delle conoscenze di cui disponiamo, che esista qualche valido motivo per lasciare lo smartphone in mano ai minorenni (sugli adulti meglio sorvolare). C’è pure qualche politico che tenta di porre un argine, il ministro Valditara almeno ci ha provato. Ma la realtà ci dice una cosa precisa: l’Italia perseguita una famiglia che vive nel bosco, toglie ai genitori bambini che stanno con gli animali e non hanno il telefono, e ignora tutti coloro che passano ore e ore sulla Rete, sprofondati negli schermi nella quotidiana normalità delle famiglie ordinarie.
Chiaro: poi si piange e ci si indigna per qualche giorno se l’ennesimo insospettabile accoltella e si riprende in diretta. Si dibatte per mesi sulla serie Adolescence e si sfornano tante bellissime teorie. Ma è tutta ipocrisia. Se volessimo realmente proteggere i minori dovremmo tenerli al riparo da social e dispositivi. Dovremmo sottrarli al mondo artificiale in cui crescono e rimetterli a contatto con la realtà, la terra e il creato. In questo quadro, la famiglia del bosco è un modello, magari perfettibile, ma comunque un modello. Lo stile di vita che i Trevallion hanno proposto ai loro figli è più sano, equilibrato e psicologicamente costruttivo di quello a cui sono sottoposti troppi minorenni italiani ed europei. Eppure loro sono perseguitati e rieducati, mentre i genitori che non riescono o non vogliono allontanare i figli dal tablet non hanno problemi.
Vero: il bosco può essere pieno di pericoli, ostile. Ma i mostri, quelli più pericolosi, stanno in città. Fra di noi.
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Tifosi bosniaci in trasferta a Cardiff. Nel riquadro, l’esultanza degli azzurri al fischio finale di Galles-Bosnia (Ansa)
Dopo aver sofferto nel girone contro avversari come Israele e Moldavia e aver battuto non senza difficoltà una modestissima Irlanda del Nord, 69ª nel ranking Fifa e composta perlopiù da giocatori che mediamente galleggiano tra Championship e League One - per intenderci le nostre serie B e C - gli azzurri si preparano a volare a Sarajevo con delle premesse tutt’altro che rassicuranti. A cominciare dalla scena del post partita di Bergamo mandata in onda in diretta dalla Rai. Tra un commento e l’altro di telecronisti e opinionisti, a un certo punto le telecamere inquadrano un gruppetto di calciatori della Nazionale, da Federico Dimarco a Pio Esposito, da Guglielmo Vicario ad Alex Meret e Sandro Tonali, tutti raccolti davanti a uno schermo, sorridenti e soddisfatti dell’esito dei calci di rigore che ha decretato la Bosnia nostro prossimo avversario, anziché il Galles.
Come a dire: meglio così, ostacolo più morbido, trasferta meno insidiosa. Un riflesso istintivo e umano, forse, ma anche un segnale profondamente sbagliato e sintomatico di almeno due fattori: il primo, lo stato di paura e ansia da prestazione che da tempo accompagna questa Nazionale; il secondo, la dimostrazione che il gruppo non ha recepito il grado di difficoltà rappresentato dalla trasferta che li attende nei Balcani. Tra tre giorni i nostri azzurri troveranno un clima che definire infuocato è quasi un eufemismo. E non solo per il catino bollente in cui si giocherà. Ma partiamo da qui. Si chiama Bilino Polje, ed è un impianto stretto e incastonato dentro il tessuto industriale di Zenica, città a 70 chilometri a Nord rispetto a Sarajevo. È lì che la federazione bosniaca ha scelto di trascinare l’Italia per lo spareggio mondiale. Altro che stadi moderni o quel Millennium Stadium di Cardiff che tanto terrorizzava gli azzurri.
Qui si gioca addosso alla gente, tra palazzi, fabbriche e colline che chiudono l’orizzonte. Un’acustica roboante. Capienza di 13.362 posti a sedere, ridotti a 8.800 a causa di sanzioni imposte dalla Fifa per «comportamento scorretto della squadra, discriminazione, razzismo, utilizzo di materiale pirotecnico, disturbo durante gli inni nazionali e mancanza di ordine e disciplina dentro e fuori lo stadio» dopo il match contro la Romania dello scorso 15 novembre. Facile dunque aspettarsi un’accoglienza e un’atmosfera durissima, quasi soffocante. Per avere un’idea più chiara di che tipo di tifoseria si tratta, alla vigilia di Galles-Bosnia, alcuni ultrà dello Zrinjski Mostar, squadra bosniaca di etnia croata, hanno teso un agguato a un gruppo di connazionali tifosi dell’altra squadra della città, il Velez Mostar, che si recavano all’aeroporto di Sarajevo per volare in Galles a sostenere la propria Nazionale. Inoltre, sullo sfondo c’è un’altra questione ambientale non di poco conto che va tenuta in considerazione e che richiama direttamente l’orgoglio di una Nazione che si alimenta anche di rivalità e memorie recenti.
L’inchiesta sul cosiddetto «Sarajevo Safari» e sui presunti «turisti di guerra» italiani accusati di essere andati in Bosnia tra il 1992 e il 1996 per assassinare civili per puro divertimento, si porta dietro un carico simbolico e mediatico che non può e non deve essere trascurato e che contribuisce a creare un clima già incandescente e che non aveva alcun bisogno di essere alimentato ulteriormente. In un contesto simile, ogni gesto, ogni atteggiamento può essere amplificato. Infatti, la scena dell’esultanza degli azzurri davanti alla tv ha immediatamente provocato reazioni di sfida dai nostri prossimi avversari: «Guardate che mancanza di rispetto degli italiani.
E che arroganza. Hanno festeggiato la nostra vittoria ai rigori: ne terremo conto a Zenica». Una scenetta del tutto fuori luogo e della quale, ne siamo quasi certi, il primo a esser scontento è Gennaro Gattuso, che dopo la vittoria con l’Irlanda del Nord ha provato immediatamente a riportare tutti sulla terra ricordando che martedì servirà «scalare una montagna» per andare al Mondiale. Non solo per i motivi ambientali di cui sopra. Anche tecnicamente, la squadra capitanata da Edin Dzeko non è da sottovalutare: sia perché è superiore all’Irlanda del Nord con cui abbiamo fatto fatica, sia perché è andata a espugnare, seppur ai rigori, quel Millennium Stadium di Cardiff che tanto incuteva terrore ai nostri.
Pure il tribunale dei social ha bocciato il facile entusiasmo degli azzurri: «Questa esultanza la pagheremo a caro prezzo». «Imbarazzante. Non ci qualifichiamo dai tempi di Ponzio Pilato e abbiamo pure il coraggio di fare gli sbruffoni». «È già scritto che siamo fuori. Il karma poi torna indietro». «La disfatta di Zenica». «La figura di m… è alle porte». «Ottimo, lo psicodramma è stato apparecchiato a dovere». Sono solo alcuni dei commenti tra i più gettonati, ma più che mai eloquenti di un fatto, più che di un’opinione: mentre i giocatori della nostra Nazionale si divertono davanti alla tv, a Zenica la Bosnia giocherà la partita della vita e avrà tutto da guadagnare, mentre l’Italia tutto da perdere. Dove il tutto è rappresentato dalla qualificazione a un Mondiale dopo 12 anni. E a questo punto, dopo lo sfottò, anche la faccia da non perdere. Perché gli ingredienti perfetti per la ricetta di un disastro sembrano esserci proprio tutti.
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Ursula von der Leyen con Donald Trump (Getty Images)
Non si tratta semplicemente di personalità o di cicli politici, né può essere spiegata dallo stile di una singola amministrazione. Si tratta di un cambiamento strutturale nel modo in cui gli Stati Uniti si rapportano ai propri alleati, un cambiamento che ha reso la politica meno prevedibile e più esposta a variazioni improvvise. La cooperazione tra Stati Uniti ed Europa resta significativa, con un dialogo politico attivo a più livelli e legami economici profondamente radicati. Il coordinamento prosegue inoltre in diversi ambiti, anche attraverso la Nato quando necessario, a dimostrazione di una relazione che continua a funzionare sul piano operativo. Questa continuità non deve però essere confusa con solidità, perché i governi europei non gestiscono più divergenze all’interno di un quadro prevedibile. Si trovano invece a operare in una relazione esposta a cambiamenti repentini, nella quale la direzione politica può mutare con rapidità e con effetti immediati.
Tre sviluppi definiscono oggi la relazione tra Europa e Stati Uniti, contribuendo a un cambiamento che non appare più reversibile. Non si tratta di deviazioni temporanee, ma di una trasformazione che incide sulla natura stessa del rapporto. Il primo è il passaggio dalla continuità all’oscillazione, poiché amministrazioni successive adottano approcci profondamente diversi nei confronti degli alleati. Questo crea un effetto pendolare che indebolisce la credibilità americana e rende più difficile per l’Europa pianificare nel lungo periodo. Il secondo è il crescente peso della politica interna sulla politica estera, con decisioni a Washington sempre più influenzate dalle aspettative elettorali e dalla percezione dell’opinione pubblica. In questo contesto, le alleanze non sono più giustificate da principi o storia condivisa, ma devono dimostrare la propria utilità in termini concreti. Il terzo è l’evoluzione del concetto stesso di partnership, con gli Stati Uniti che non considerano più le alleanze come pilastri immutabili del proprio ruolo globale. I rapporti vengono valutati in termini di risultati, dove contributo economico, allineamento politico e impegno nella sicurezza diventano fattori determinanti.
La prima conseguenza è l’incertezza, perché i governi europei non possono più assumere che la politica statunitense resti coerente nel tempo. Ogni ciclo elettorale introduce una variabile che non può essere ignorata e che incide direttamente sulla pianificazione strategica. La seconda conseguenza è la pressione, che ha spinto i Paesi europei ad aumentare la spesa per la difesa e ad assumere un ruolo più attivo nella gestione della sicurezza regionale. Questo riflette le aspettative di Washington, ma anche una realtà che l’Europa non può più permettersi di sottovalutare, come dimostra la guerra in Ucraina e la postura sempre più assertiva della Russia. La terza conseguenza è la condizionalità, perché il sostegno degli Stati Uniti non è più considerato automatico ma sempre più legato al contributo. L’allineamento politico non basta più, se non è accompagnato da impegni concreti e visibili.
Una futura amministrazione democratica, qualora dovesse emergere, non può essere data per scontata allo stato attuale, e questa incertezza è parte integrante del problema. Anche nell’ipotesi di un cambiamento politico, la traiettoria della relazione non potrebbe essere semplicemente invertita. Se tale amministrazione dovesse insediarsi, la volontà di rassicurare l’Europa sarebbe probabilmente forte, e il linguaggio della cooperazione tornerebbe al centro del discorso politico. Tuttavia, questo non sarebbe sufficiente a ricostruire il rapporto nella sua forma originaria, perché la credibilità oggi dipende dalla coerenza nel tempo e non da dichiarazioni immediate.
Esiste inoltre una consapevolezza crescente negli Stati Uniti del fatto che il modello precedente non fosse sostenibile, in particolare per quanto riguarda la distribuzione degli oneri e l’equilibrio del rapporto. Questa consapevolezza è ormai radicata, e limita in modo significativo qualsiasi tentativo di ritorno al passato. Qualora una amministrazione democratica dovesse assumere il potere, l’esito più realistico sarebbe una stabilizzazione accompagnata da una ridefinizione del rapporto, piuttosto che un ritorno alla situazione precedente. Le relazioni potrebbero diventare meno conflittuali, ma resterebbero più esigenti.
Questo riflette un cambiamento più ampio nel modo in cui gli Stati Uniti concepiscono il proprio ruolo globale, con un coinvolgimento europeo che continuerà ma in forma più selettiva e condizionata. La partnership non è più un punto di partenza, ma un risultato da dimostrare. Al centro di questa trasformazione si trova l’elettorato americano, il cui peso nel determinare la politica estera è oggi più diretto e meno filtrato rispetto al passato. Questo introduce una dinamica che i governi europei devono considerare, anche se non hanno alcuna capacità di influenzarla.
Per molti elettori, l’Europa non è più percepita come un pilastro strategico imprescindibile, ma come una relazione che deve giustificarsi in termini pratici. Le alleanze devono essere eque, e l’impegno internazionale deve produrre benefici tangibili. Questo non si traduce in isolamento, perché l’interdipendenza economica e la natura globale delle sfide rendono il disimpegno impraticabile, ma impone limiti chiari a ciò che qualsiasi amministrazione può promettere.
La relazione tra Europa e Stati Uniti non si sta interrompendo, ma sta cambiando in modo profondo e probabilmente irreversibile. Questo cambiamento non è una parentesi, ma l’inizio di una fase diversa. Per l’Europa, la conclusione è inevitabile, anche se politicamente scomoda. Gli Stati Uniti restano indispensabili, ma non sono più affidabili nel senso tradizionale del termine.
La stabilità non può più essere presunta, e dovrà essere costruita attraverso comportamenti coerenti e verificabili nel tempo, in una relazione che continua a esistere ma che ha definitivamente perso la sua natura automatica.
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