
Finito il breve momento di critica preventiva alle Conferenze sull’Anticristo che Peter Thiel ha tenuto a Roma, si possono ora leggere i resoconti - ottimo quello di Stefano Graziosi - di chi alle conferenze c’è andato davvero, e si può constatare come il giornalismo delle maestrine che corrono a chiudere le orecchie ai bambini che non devono sentire quello che dice un «fascista» [sic] non colga altro risultato se non quello di ribadire la grande ignoranza di chi pensa di parlare di filosofia e teologia ma, in realtà, sta solo obbedendo all’imperativo della sua vita: ribadire di essere un benpensante.
Entrando, invece, nel merito e rivolgendoci a un pubblico realmente interessato ai temi complessi trattati nelle conferenze, è bene chiarire alcuni elementi senza i quali ciò che Thiel ha detto rischia di risultare non del tutto chiaro. Ci sono due premesse teoriche imprescindibili, la prima consiste nel ricordare il «dogma della Tecnica» per come formulato da Martin Heidegger, presupposto senza il quale ogni spunto di Thiel corre effettivamente il rischio di apparire un pro domo sua: nel mondo della Tecnica, se una cosa si può fare allora si deve fare.
L’intrinseca ineluttabilità della Tecnica, che in fondo costituisce la sua spinta anticristica, consiste proprio in questo: se la bomba atomica si può fare allora si deve fare perché comunque ogni rinvio, ogni limite e ogni esitazione saranno destinati a essere travolti da qualcun altro. La Tecnica rende l’umanità una riserva a sua disposizione esattamente per questo: perché non può essere fermata. Sarà poi l’uomo - ma a quel punto fuori dalla Tecnica - a decidere di usare o non usare la bomba atomica mostrando così tutta la tragica tensione esistente tra Tecnica e Mondo. Su questo presupposto si giocano tutte le considerazioni che Thiel fa a proposito dell’Anticristo, giungendo a conclusioni non sempre condivisibili ma senza dubbio dotate di una loro coerenza.
Il secondo presupposto fondamentale da considerare sta nell’annosa questione della sovrapposizione concettuale tra Cristianesimo e progresso. Questa teoria si basa sui Padri della Chiesa, specialmente su Origene, e afferma che se il Nuovo Testamento è un «superamento» dell’Antico - e ciò è una verità di fede - allora tutto il senso della storia deve essere letto come «progresso» graduale, come graduale chiarimento e inveramento del Cristianesimo sino a giungere alla Seconda venuta del Cristo, alla ricapitolazione finale (apocatastasi) e quindi all’Apocalisse. Hegel costruì la sua filosofia della storia su questo presupposto ed è innegabile che esso abbia rappresentato una delle forze imprescindibili nella costruzione della «civiltà cristiana». Non è questa la sede per argomentare i limiti di tale tesi, ma fatto sta che Thiel la considera vera e su questo presupposto egli costruisce la sua interpretazione dell’Anticristo: se il «superamento» è il senso del Cristianesimo, allora impedire quel superamento è proprio dell’Anticristo. Nello specifico, Thiel legge la Tecnica non come un esito tragico ma come il trionfo della volontà umana sulla natura, e vede nella sua corsa verso l’eliminazione delle «conseguenze del peccato» (fatica, lavoro, malattie) una sorta di benedizione che sarebbe malvagio ostacolare.
Ecco dunque entrare in gioco l’Anticristo: secondo Peter Thiel sono ormai decenni che i risultati della Tecnica risultano in realtà ostacolati da limiti e normative ispirati dalle forze anticristiche, cioè dalle forze che promettendo «pace e sicurezza» stanno in realtà lavorando per la costruzione di un governo globale, basato su istituzioni non governative, che tolga la libertà all’uomo e lo sottometta al volere di pochi illuminati occulti. Questa è la prima considerazione difficilmente negabile nell’analisi di Thiel perché, se è vero che ci troviamo oggi di fronte all’Intelligenza artificiale intesa come nuovo strumento in grado di cambiare il paradigma della civiltà umana, è altresì vero che dall’invenzione di Internet in poi la tecnologia non ha fatto grandi salti, né dal punto di vista dell’affinamento della stessa Rete, né per quanto riguarda l’uso esteso delle tecnologie digitali, né per quanto attiene la medicina - giustamente Thiel fa notare che la cura per il cancro, che sembrava a portata di mano nel 1970, non ha conosciuto in realtà progressi decisivi -, né per quanto riguarda il grande orizzonte teoretico dei nostri tempi: la meccanica quantistica.
Secondo Thiel, la causa di questi esiti deludenti è da imputare alle forze anticristiche che vogliono ostacolare il progresso tecnologico per controllarlo unilateralmente e impostarlo secondo i propri fini ideologici. A questo punto Thiel propone la sua soluzione, che è in fondo anche quella di Elon Musk, la quale, presupponendo il dogma della Tecnica e della sua ineluttabilità, prevede l’assunzione degli esiti della Tecnica in prima persona garantendo così una «salvaguardia umanista» e sottraendo gli esiti ultimi della Tecnica all’uso che ne farebbero i nichilisti. Qui alcuni osservatori hanno sollevato dubbi sulla buona fede del proprietario di Palantir, il quale starebbe in pratica dicendo che, visto che il panoptikon e il controllo esteso dell’umanità è ineluttabile, meglio che in questa corsa arrivino per primi i tecnolibertari occidentali che la Cina. I dubbi sono più che giustificati e, malgrado la superficialità di chi vive mentalmente in un eterno 1979 e parla di «capitalismo fascista che punta a massimizzare i profitti», emergono in questo senso anche voci articolate e competenti.
Nel richiamare al grande pubblico i tributi che Peter Thiel deve a René Girard, col quale si laureò, segnatamente all’idea di Cristianesimo come di evento che rompe il meccanismo calcolante dell’atto sacrificale alla base delle società, Antonio Spadaro, riferendosi alle Conferenze, obietta che Girard, soprattutto in Portando Clausewitz all’estremo, in realtà ipotizzò la possibile neutralizzazione etica del nichilismo e delle dinamiche mimetiche nella storia, ma tale obiezione riposa sulla criticità di non individuare con chiarezza quale umanità - la Chiesa? - dovrebbe farsi carico di ciò e come. A maggior ragione appaiono già obsolete, oltre che singolarmente funzionali all’idea di «governo globale» o peggio di «partito unico», le teorie onniregolamentative che pensano di poter scendere a patti con il mostro tecnologico imponendogli una «algoretica» quando, seppur ancora non entrati nella singolarità, si stiano già verificando, nell’ambito dell’Ia, fenomeni eversivi e ostili contro gli umani, e ciò malgrado i limiti etici impostati. Non sbaglia però Spadaro quando fa notare che non è semplice parlare di Anticristo senza parlare di Cristo ma, se è plausibile l’accusa a Thiel di configurare soluzioni che sembrano proprio su misura delle sue imprese, lo stesso tipo di rischio si corre quando, per richiamare a Cristo, lo si fa ricorrendo alla categoria sociologica dei «poveri» - coloro che «avremo sempre con noi» - ricadendo forse nello stesso immanentismo di Thiel, un immanentismo che nega nei fatti il significato escatologico della Redenzione, antecedente a storia e società perché trascendente.
Rimane senza dubbio il grande paradosso accelerazionista di chi dice che per limitare bisogna togliere i limiti ma, chiarendo il fatto che ogni accelerazionismo è un messianismo e, in quanto tale, negante la funzione redentrice della Resurrezione, per comprendere questo snodo cruciale occorre rifarsi, più che a Leo Strauss o a René Girard, al convitato di pietra che raramente viene citato dai commentatori di Thiel: Nick Land. L’originalissimo pensatore inglese, tra i vari concetti elaborati nel corso degli anni, ha proposto l’idea secondo la quale, nel mondo governato dalla Tecnica giunta al suo massimo sviluppo, non sia il passato a condizionare il futuro quanto in realtà il futuro a «trascinare verso di sé» il passato e il presente retroagendo su di essi nei modi di una «iperstizione». In questo presupposto risiede l’accelerazionismo di Thiel cioè, in fin dei conti, ancora nell’imprescindibilità del dogma heideggeriano e nel tentativo di elaborazione di strategie di gestione della Tecnica: una sorta di presa d’atto del rischio ontologico che l’Apocalisse implica insieme alla venuta dell’Anticristo. Saremmo perduti se, laddove cresce il pericolo, non crescesse anche ciò che salva, e l’anticipazione heideggeriana della fase nella quale ci troviamo si svela come l’unica possibilità di pensare in termini di risposta alla Tecnica.
Certo, quando Heidegger parlò del nostro «dover dire sì e no allo stesso tempo» indicò una direzione e non un metodo, e a noi che viviamo nel mondo della natura corrotta non resta forse che approntare le difese, i confini, i castelli e le isole di libertà nelle quali rifugiarci per stabilire l’esistenza di un mondo possibile e alternativo a quello che la Tecnica sta costruendo. E se per riflettere su tutto ciò lo stimolo viene dal miliardario che ha inventato Palantir, dobbiamo avere l’onestà di ammettere che, se le fonti preposte a ciò tacciono, allora la Provvidenza sta facendo parlare le pietre.






