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Ci chiameranno la «Pravda» ma era previsto

«Pretenziosa». «Altisonante». «Di sovietica memoria». «Utopica». È tutto vero, quello che è stato detto e quello che è stato scritto. Hanno, avete, abbiamo tutti ragione. Infatti sono d'accordo persino io. Non è stato facile scegliere La Verità come testata per un nuovo quotidiano. Il precedente più celebre e controverso, la Pravda (verità, in russo), sconsigliava vivamente di adottare questo nome. Una Verità (Adevarul, in rumeno) esce a Bucarest. Un'altra Pravda si stampa in Slovacchia. Parentele scomode, assai lontane dallo spirito di questo giornale. Ci siamo anche prefigurati il siparietto all'edicola: «Mi dia La Verità». Ma dài!

Eppure alla fine è parso il modo migliore per rinnovare ogni mattina il contratto ideale che ci lega ai lettori, riaffermando il nostro onesto tentativo quotidiano di raccontare proprio questo, la verità. E abbiamo concluso che le facili ironie sarebbero state il miglior propellente per farci conoscere in giro senza dispendiose campagne pubblicitarie.

Ci voleva un pugno nello stomaco. Il nostro, tanto per cominciare. Poi quello dei lettori. Poi quello dei potenti e dei prepotenti.

Del resto lo cantava Caterina Caselli giusto 50 anni fa: «La verità ti fa male, lo so». Ecco, La Verità farà male ai mascalzoni, ma farà bene ai galantuomini, questo è il compito che ci siamo assegnati.

Abbiamo scelto la testata come un omaggio postumo a Letizia Leviti. Era una giornalista toscana, inviata di Sky Tg24 sui fronti di guerra: Afghanistan, Iraq, Libano. È morta lo scorso 23 luglio, lasciando un marito e tre figli. Aveva 46 anni e da due combatteva contro una malattia che alla fine ha avuto il sopravvento. Poco prima di andarsene, ha registrato un messaggio audio per i colleghi (lo trovate in Internet). Comincia con un filo di voce, un sospiro di smarrimento di fronte alla morte che incombe: «Siamo in onda? Mi ascoltate? Accidenti. Non avrei voluto, pensavo di farcela come tante altre volte. Invece la vita non la decidiamo noi». E termina con un inno sommesso che profuma di comandamento: «Il nostro lavoro è verità. Deve essere verità. Abbiamo un debito verso i telespettatori. Dobbiamo non accontentarli: dobbiamo dire la verità. Ci credono, a quello che noi diciamo».

Una settimana dopo sono accaduti due fatti. Ho incontrato Ernesto Galli della Loggia, editorialista del Corriere della Sera, e all'udire quel nome, La Verità, ha esclamato stupefatto: «Che bello». D'altronde qualche anno fa scrisse sul quotidiano milanese che c'era bisogno di una politica capace di parlare «con verità» e fu rimbrottato dal filosofo Emanuele Severino, il quale gli chiese polemicamente che cosa significasse questa parola.

Ne ho parlato poi con Cesare Lanza, direttore di lungo corso (al Corriere d'Informazione assunse molti giovani di talento, da Ferruccio de Bortoli a Gian Antonio Stella), e mi sono sentito dire la stessa cosa: «La Verità è una gran bella testata». Con un'aggiunta: «Da sola vale 10.000 copie». Orpo.

«Il filosofo ritiene che la verità non esista, il politico che non sia necessaria», sostiene un'aforista ceca alla quale sono molto affezionato, Patricie Holecková. Quanto ha ragione! Ho citato Severino. Per il politico fate voi.

A questo punto valeva la pena di spingersi oltre. Così nella testata abbiamo inserito un cartiglio con due svolazzi: «Quid est veritas?». Una scelta ottocentesca, fuori dal tempo. Ricorda il Capitan Ferruccio, corriere toscano del mattino: «Ogni popolo ha il governo che si merita. Machiavelli». E il Don Marzio, giornale veneziano: «Segna la virtù all'ammirazione del popolo, ed al suo dispregio la disonestà». E la Gazzetta di Catania, quotidiano politico: «Fa' il tuo dovere, avvenga che può». Tutti fogli defunti. La scaramanzia suggeriva di soprassedere.

L'ultimo motto che si ricordi sulla prima pagina di un giornale, «Frangar non flectar» (mi spezzerò ma non mi piegherò), inventato per la Gazzetta Piemontese dall'autore delle Miserie 'd Monsù Travet e poi fatto proprio dalla Stampa, fu eliminato nel 1959 dal direttore Giulio De Benedetti.

Ma «Quid est veritas?» viene da più lontano. È la domanda che il governatore Ponzio Pilato pone a Gesù durante l'interrogatorio che precede la condanna a morte: «Che cos'è la verità?». È anche l'unica, in tutto il Vangelo, alla quale il Nazareno non risponde. Perché? Sant'Agostino riteneva che la replica fosse implicita nella domanda. Basta anagrammarla: «Est vir qui adest», è l'uomo che hai davanti. Sì, la verità parla da sola.

L'Italia ha bisogno di verità, e di dirsi la verità, più dell'aria che respira. Winston Churchill, uno statista talmente lungimirante da credere che non vi fosse investimento migliore del «mettere latte dentro i bambini», riteneva che agli uomini capitasse spesso d'inciampare nella verità, ma che, nella maggior parte dei casi, si rialzassero e continuassero per la loro strada. Ci volle la fantasia da romanziere del suo coetaneo e conterraneo Gilbert Keith Chesterton per arrivare a preconizzare un tempo, quello del relativismo, in cui spade avrebbero dovuto essere sguainate per dimostrare che le foglie sono verdi d'estate e che 2 più 2 fa 4. Mi pare che ci siamo dentro.

Non dovete credere a chi predica che esistono solo verità variabili: semplicemente non è vero. Le verità incontrovertibili, anche se vengono ogni giorno messe in discussione, resistono e sempre resisteranno all'usura delle mode e delle stagioni, perché sono iscritte fra le leggi perenni del consorzio umano e formano la grammatica di un popolo che voglia parlare un'unica lingua e perciò intendersi. È una verità che tutti vogliono essere amati. È una verità che tutti provano paura. È una verità che tutti temono la morte. È una verità che tutti detestano le bugie e la doppiezza. È una verità che un genitore sacrifica la propria vita per salvare quella di suo figlio. È una verità che in natura i bambini nascono da un uomo e da una donna, non da seme congelato e uteri a locazione. È una verità che il coraggio, l'onestà, la lealtà, la coerenza, il rispetto della parola data sono valori per chiunque e a tutte le latitudini. È una verità che nessuno vuole essere tradito. È una verità che a nessuno piace essere derubato (men che meno dalle banche).

Ancora. È una verità che la storia dell'Occidente è stata per sempre spaccata in due da un evento, per cui la distinguiamo fra avanti Cristo e dopo Cristo. È una verità che non c'è mai stata né mai potrà esservi una storia avanti Maometto e dopo Maometto, o dopo Carlo Magno, o dopo Napoleone, o dopo Hitler, o dopo Mussolini, o dopo Stalin, o dopo Mao, o dopo Obama, o dopo Merkel.

Infine c'è un'ultima verità: tutti vogliono la verità. Se fosse così anche in edicola, ne sarebbe valsa la pena. Di cercarla e di scriverla, intendo.