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2020-03-16
Perché credere (e investire) nell'idrogeno
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Una grande nave, la Suiso Frontier, 116 metri per ottomila tonnellate, costruita dalla Kawasaki Heavy Industries, è stata varata l'undici dicembre scorso e oggi trasporta idrogeno per conto del consorzio Hystra dall'Australia, dove il gas viene prodotto, fino al Giappone, dove viene utilizzato. E' la prima porta-idrogeno realizzata appositamente al mondo per questo scopo, un grande frigorifero galleggiante che mantiene il gas allo stato liquido a -253 °C. Nel contempo, Standard & Poor Global Platts, una divisione della grande organizzazione di rating che si occupa di energia, ha da poco incluso nei suoi parametri anche l'indice quotidiano del prezzo dell'idrogeno. Sta accadendo che se da una parte si soffia troppo sulla conversione elettrica del comparto automotive, dall'altra rischia invece di passare un po' in sordina il grande lavoro che in Italia, come in altre parti del mondo, si sta facendo per poter sfruttare le potenzialità dell'idrogeno.
Già nel dicembre scorso Snam aveva raddoppiato al 10% la miscela di idrogeno nella propria rete di trasmissione di gas naturale metano. Lo ha fatto a scopo sperimentale dall'impianto di Contursi Terme, in provincia di Salerno, dopo che alcuni mesi prima, nell'aprile 2019, questa percentuale era stata immessa al 5% per fornire energia a un pastificio e a uno stabilimento per l'imbottigliamento di acqua minerale. La quantità del 10%, se mantenuta, consentirebbe di soddisfare l'equivalente dei consumi annui di tre milioni di famiglie riducendo l'emissione di CO2 in ambiente di 5 milioni di tonnellate. Questo significa che per raggiungere gli obiettivi di abbandono delle fonti di idrocarburi fossili entro il 2050 servirà anche il contributo dell'idrogeno, che potrebbe arrivare a quasi un quarto del totale dell'energia nazionale.
Sono dati di uno studio congiunto Snam-McKinsey secondo i quali l'idrogeno prodotto per elettrolisi da fonti rinnovabili permetterebbe, insieme a queste, di integrare per quasi un quarto le altri fonti e sopperendo alla discontinuità (sole, vento), della produzione verde entro il 2050. Il settore nel quale l'idrogeno può dare il maggiore contributo è quello dei trasporti (treni, camion e autobus), seguito da quello residenziale per il riscaldamento e quindi dai trattamenti industriali che richiedono il raggiungimento di temperature elevate, come l'acciaio e la raffinazione. Per questi motivi Snam ha creato un ramo d'azienda dedicato alla ricerca e allo sviluppo, entrando anche a far parte dell'Hydrogen Council, organizzazione creata nel 2017 durante il World economic forum di Davos e di Hydrogen Europe, un gruppo di cento aziende e di una settantina di istituti di ricerca e una dozzina di associazioni attive nel settore energetico. Il problema dell'idrogeno è da sempre il costo energetico e finanziario della sua produzione, conservazione e trasporto allo stato liquido, condizione nella quale il suo volume si riduce di oltre 800 volte, ma che implica di mantenerlo alla temperatura di -253 °C, cosa possibile soltanto fornendo continuamente altra energia per refrigerare (come avviene anche per il trasporto del gas naturale liquido, Gnl).
Ma abbassando i costi energetici grazie alle fonti rinnovabili e quelli di distribuzione grazie a una rete come quella di Snam, l'energia pulita potrebbe produrre altrettanta. Nel dicembre scorso alla Snam è poi stata la volta dell'uso della block-chain per concludere una serie di compravendite sul Trading Hub italiano del gas gestito proprio dall'azienda milanese e che ha coinvolto i clienti Sorgenia e Axpo Italia. Dopo questi eventi nuove sperimentazioni saranno fatte nel corso di quest'anno per validare progressivamente sempre maggiori applicazioni legate a questa fonte di energia.
Che cosa accade nel mercato energetico mondiale
In poco tempo lo scenario delle energie rinnovabili è cambiato radicalmente. Gli investimenti nell'economia verde sono oggi decuplicati e con loro la sensibilità delle persone verso l'energia alternativa, idee derivanti dalle azioni di personaggi discussi ma popolari come Greta Thumberg ed Elon Musk. Tanto che gli analisti hanno calcolato che dal 2014 a oggi gli investimenti per la mobilità elettrica hanno raggiunto i 2 trilioni di dollari e le ricerche di Bloomberg Nef prevedono che si arriverà a 10 entro i prossimi trent'anni. Non importa tanto quale sia la realtà istantanea, i mercati credono a Tesla dandole il secondo valore dell'intero comparto automotive dopo Toyota. Così, quando qualche giono fa Arabia Saudita e Russia si sono unite in una guerra dei prezzi al pertolio e al gas che ha causato un breve ma grande caos sui mercati globali già scossi dal Covid-19, si è capito che il prezzo di un barile di petrolio rimane un importante indicatore economico, ma anche che la spinta incessante per allontanarsi dai combustibili fossili suggerisce che il suo impatto geopolitico sarà sempre più debole col passare del tempo, grazie all'imperativo di combattere il riscaldamento globale.
La caduta del petrolio a da 55 a 35 dollari al barile ha importanti implicazioni per affrontare il cambiamento climatico. Il prezzo basso incentiva l'uso del petrolio ma riduce i budget delle compagnie petrolifere mettendo in dubbio i progetti di energia pulita e alcuni governi sentono la pressione di dover sostenere le compagnie petrolifere in difficoltà. Tutto ciò fa aumentare le emissioni perché ritarda la loro riduzione, una cattiva notizia per il riscaldamento globale. L'energia rinnovabile è però oggi un'industria più matura di cinque anni fa perché sta diminuendo il rischio per gli investitori che in essa decidono di credere, sempre più numerosi e impegnati, che pongono molto denaro per la realizzazione di progetti che competono con la capacità delle centrali elettriche convenzionali.
Contemporaneamente l'esplorazione petrolifera diventa meno redditizia, con il rischio che crollino i finanziamenti per le nuove ricerche. Nel 2014, quando crollò il prezzo al barile, la crisi del comparto trascinò con sé persino quella dell'industria elicotteristica che stava producendo macchine volanti per il trasporto di personale da e per piattaforme sempre più lontane dalle coste. Di fatto non ha senso ridurre gli investimenti nelle energie rinnovabili in caso di crollo del prezzo del petrolio, mentre è logico ridurre l'investimento nel greggio stesso, decisioni che avvengono via via più spesso. Da quell'anno e fino al 2017, con il pertolio sotto i 30 dollari al barile, nazioni come l'India ridussero i sussidi annuali per i combustibili fossili da 29 a 8 miliardi di dollari aumentando però le tasse sui consumi. Questi fondi dovrebbero servire per raggiungere una produzione elettrica di quasi 180 Gigawatt tramite impianti fotovoltaici ed eolici entro i prossimi due anni, ma questo vorrebbe dire che l'india riuscirebbe a raddoppiare quanto fanno nazioni come il Regno Unito o la Germania. Ed anche se è poco credibile, tali dichiarazioni altro non faranno che rafforzare l'idea di volontà di elettrificazione e decarbonizzazione.
Gli Usa, dall'insediamento di Trump a oggi hanno decuplicato la produzione de petrolio e gas di scisto (ovvero ricavato da rocce), superando per quantità esportate Russia e Arabia Saudita già nel 2018. Ma produrre d scisto è più costoso rispetto ad estrarre il greggio, quindi alcune società potrebbero presto entrare in sofferenza e nessuno vorrebbe più investire in quelle tecnologie. Questo per Trump è un grande problema, perché il fenomeno si presenta in concomitanza all'ondata di Coronavirus e alla sua rielezione. E negli Usa la gente, ma soprattutto gli investitori, potrebbero optare per un presidente più incline alle politiche ambientaliste.
I governi vorrebbero seguire gli investitori di nuove tecnologie e fonti d'energia, ma per farlo facendo quadrare i conti spesso tassano i prodotti pertoliferi, e questo, per esempio in Francia, ha causato mesi di proteste. Intanto a Bruxelles la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen ha raddoppiato i piani dell'Unione europea per raggiungere la neutralità climatica entro il 2050, e lunedì scorso ha dichiataio: "Oggi non è più questione se ci sarà un accordo europeo green o se l'Unione diventerà neutrale dal punto di vista climatico, ma la domanda è come stiamo procedendo e quanto sarà vasta la transizione."
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Già nel dicembre scorso Snam aveva raddoppiato al 10% la miscela di idrogeno nella propria rete di trasmissione di gas naturale metano.La caduta del petrolio a da 55 a 35 dollari al barile ha importanti implicazioni per affrontare il cambiamento climatico. Il prezzo basso incentiva l'uso del petrolio ma riduce i budget delle compagnie petrolifere mettendo in dubbio i progetti di energia pulita e alcuni governi sentono la pressione di dover sostenere le compagnie petrolifere in difficoltà. Lo speciale contiene due articoliUna grande nave, la Suiso Frontier, 116 metri per ottomila tonnellate, costruita dalla Kawasaki Heavy Industries, è stata varata l'undici dicembre scorso e oggi trasporta idrogeno per conto del consorzio Hystra dall'Australia, dove il gas viene prodotto, fino al Giappone, dove viene utilizzato. E' la prima porta-idrogeno realizzata appositamente al mondo per questo scopo, un grande frigorifero galleggiante che mantiene il gas allo stato liquido a -253 °C. Nel contempo, Standard & Poor Global Platts, una divisione della grande organizzazione di rating che si occupa di energia, ha da poco incluso nei suoi parametri anche l'indice quotidiano del prezzo dell'idrogeno. Sta accadendo che se da una parte si soffia troppo sulla conversione elettrica del comparto automotive, dall'altra rischia invece di passare un po' in sordina il grande lavoro che in Italia, come in altre parti del mondo, si sta facendo per poter sfruttare le potenzialità dell'idrogeno.Già nel dicembre scorso Snam aveva raddoppiato al 10% la miscela di idrogeno nella propria rete di trasmissione di gas naturale metano. Lo ha fatto a scopo sperimentale dall'impianto di Contursi Terme, in provincia di Salerno, dopo che alcuni mesi prima, nell'aprile 2019, questa percentuale era stata immessa al 5% per fornire energia a un pastificio e a uno stabilimento per l'imbottigliamento di acqua minerale. La quantità del 10%, se mantenuta, consentirebbe di soddisfare l'equivalente dei consumi annui di tre milioni di famiglie riducendo l'emissione di CO2 in ambiente di 5 milioni di tonnellate. Questo significa che per raggiungere gli obiettivi di abbandono delle fonti di idrocarburi fossili entro il 2050 servirà anche il contributo dell'idrogeno, che potrebbe arrivare a quasi un quarto del totale dell'energia nazionale. Sono dati di uno studio congiunto Snam-McKinsey secondo i quali l'idrogeno prodotto per elettrolisi da fonti rinnovabili permetterebbe, insieme a queste, di integrare per quasi un quarto le altri fonti e sopperendo alla discontinuità (sole, vento), della produzione verde entro il 2050. Il settore nel quale l'idrogeno può dare il maggiore contributo è quello dei trasporti (treni, camion e autobus), seguito da quello residenziale per il riscaldamento e quindi dai trattamenti industriali che richiedono il raggiungimento di temperature elevate, come l'acciaio e la raffinazione. Per questi motivi Snam ha creato un ramo d'azienda dedicato alla ricerca e allo sviluppo, entrando anche a far parte dell'Hydrogen Council, organizzazione creata nel 2017 durante il World economic forum di Davos e di Hydrogen Europe, un gruppo di cento aziende e di una settantina di istituti di ricerca e una dozzina di associazioni attive nel settore energetico. Il problema dell'idrogeno è da sempre il costo energetico e finanziario della sua produzione, conservazione e trasporto allo stato liquido, condizione nella quale il suo volume si riduce di oltre 800 volte, ma che implica di mantenerlo alla temperatura di -253 °C, cosa possibile soltanto fornendo continuamente altra energia per refrigerare (come avviene anche per il trasporto del gas naturale liquido, Gnl). Ma abbassando i costi energetici grazie alle fonti rinnovabili e quelli di distribuzione grazie a una rete come quella di Snam, l'energia pulita potrebbe produrre altrettanta. Nel dicembre scorso alla Snam è poi stata la volta dell'uso della block-chain per concludere una serie di compravendite sul Trading Hub italiano del gas gestito proprio dall'azienda milanese e che ha coinvolto i clienti Sorgenia e Axpo Italia. Dopo questi eventi nuove sperimentazioni saranno fatte nel corso di quest'anno per validare progressivamente sempre maggiori applicazioni legate a questa fonte di energia.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/perche-credere-e-investire-nellidrogeno-2645498084.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="che-cosa-accade-nel-mercato-energetico-mondiale" data-post-id="2645498084" data-published-at="1767917134" data-use-pagination="False"> Che cosa accade nel mercato energetico mondiale In poco tempo lo scenario delle energie rinnovabili è cambiato radicalmente. Gli investimenti nell'economia verde sono oggi decuplicati e con loro la sensibilità delle persone verso l'energia alternativa, idee derivanti dalle azioni di personaggi discussi ma popolari come Greta Thumberg ed Elon Musk. Tanto che gli analisti hanno calcolato che dal 2014 a oggi gli investimenti per la mobilità elettrica hanno raggiunto i 2 trilioni di dollari e le ricerche di Bloomberg Nef prevedono che si arriverà a 10 entro i prossimi trent'anni. Non importa tanto quale sia la realtà istantanea, i mercati credono a Tesla dandole il secondo valore dell'intero comparto automotive dopo Toyota. Così, quando qualche giono fa Arabia Saudita e Russia si sono unite in una guerra dei prezzi al pertolio e al gas che ha causato un breve ma grande caos sui mercati globali già scossi dal Covid-19, si è capito che il prezzo di un barile di petrolio rimane un importante indicatore economico, ma anche che la spinta incessante per allontanarsi dai combustibili fossili suggerisce che il suo impatto geopolitico sarà sempre più debole col passare del tempo, grazie all'imperativo di combattere il riscaldamento globale.La caduta del petrolio a da 55 a 35 dollari al barile ha importanti implicazioni per affrontare il cambiamento climatico. Il prezzo basso incentiva l'uso del petrolio ma riduce i budget delle compagnie petrolifere mettendo in dubbio i progetti di energia pulita e alcuni governi sentono la pressione di dover sostenere le compagnie petrolifere in difficoltà. Tutto ciò fa aumentare le emissioni perché ritarda la loro riduzione, una cattiva notizia per il riscaldamento globale. L'energia rinnovabile è però oggi un'industria più matura di cinque anni fa perché sta diminuendo il rischio per gli investitori che in essa decidono di credere, sempre più numerosi e impegnati, che pongono molto denaro per la realizzazione di progetti che competono con la capacità delle centrali elettriche convenzionali. Contemporaneamente l'esplorazione petrolifera diventa meno redditizia, con il rischio che crollino i finanziamenti per le nuove ricerche. Nel 2014, quando crollò il prezzo al barile, la crisi del comparto trascinò con sé persino quella dell'industria elicotteristica che stava producendo macchine volanti per il trasporto di personale da e per piattaforme sempre più lontane dalle coste. Di fatto non ha senso ridurre gli investimenti nelle energie rinnovabili in caso di crollo del prezzo del petrolio, mentre è logico ridurre l'investimento nel greggio stesso, decisioni che avvengono via via più spesso. Da quell'anno e fino al 2017, con il pertolio sotto i 30 dollari al barile, nazioni come l'India ridussero i sussidi annuali per i combustibili fossili da 29 a 8 miliardi di dollari aumentando però le tasse sui consumi. Questi fondi dovrebbero servire per raggiungere una produzione elettrica di quasi 180 Gigawatt tramite impianti fotovoltaici ed eolici entro i prossimi due anni, ma questo vorrebbe dire che l'india riuscirebbe a raddoppiare quanto fanno nazioni come il Regno Unito o la Germania. Ed anche se è poco credibile, tali dichiarazioni altro non faranno che rafforzare l'idea di volontà di elettrificazione e decarbonizzazione.Gli Usa, dall'insediamento di Trump a oggi hanno decuplicato la produzione de petrolio e gas di scisto (ovvero ricavato da rocce), superando per quantità esportate Russia e Arabia Saudita già nel 2018. Ma produrre d scisto è più costoso rispetto ad estrarre il greggio, quindi alcune società potrebbero presto entrare in sofferenza e nessuno vorrebbe più investire in quelle tecnologie. Questo per Trump è un grande problema, perché il fenomeno si presenta in concomitanza all'ondata di Coronavirus e alla sua rielezione. E negli Usa la gente, ma soprattutto gli investitori, potrebbero optare per un presidente più incline alle politiche ambientaliste. I governi vorrebbero seguire gli investitori di nuove tecnologie e fonti d'energia, ma per farlo facendo quadrare i conti spesso tassano i prodotti pertoliferi, e questo, per esempio in Francia, ha causato mesi di proteste. Intanto a Bruxelles la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen ha raddoppiato i piani dell'Unione europea per raggiungere la neutralità climatica entro il 2050, e lunedì scorso ha dichiataio: "Oggi non è più questione se ci sarà un accordo europeo green o se l'Unione diventerà neutrale dal punto di vista climatico, ma la domanda è come stiamo procedendo e quanto sarà vasta la transizione."
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In venti contro 4 li aggrediscono armati di spranghe. Le immagini sono al vaglio della Digos. Uno dei quattro militanti è stato trasportato in ospedale in codice giallo.
Getty images
Domani 9 gennaio a Milano arrivano migliaia di trattori per dire no all’accordo; si mobilitano da Rivolta agricola, agli allevatori piemontesi, fino ai Comitati degli agricoltori ormai diffusi in tutto il Nord e Centro Italia. Fanno quello che sta succedendo in Francia dove da settimane il Paese è bloccato dalle proteste, in Polonia dove alla fine dell’anno i trattori hanno bloccato le autostrade, in Ungheria, in Romania e in Repubblica Ceca dove oltre al no al trattato commerciale con Brasile, Argentina, Uruguay e Paraguay a cui si aggiunge la Bolivia, c’è anche il no all’ingresso dell’Ucraina nell’Ue. Queste proteste stanno raffreddando i governi e l’intesa che appena 48 ore fa era data per fatta dopo che Giorgia Meloni aveva ottenuto la disponibilità di Ursula von der Leyen a mettere sulla prossima Pac 45 miliardi (all’Italia ne andrebbero 10 con un miliardo di vantaggio rispetto alla quota consolidata) è tornata in discussione.
Ieri il presidente della Commissione aveva favorito una riunione dei ministri agricoli dei 27 con i commissari all’agricoltura e al commercio per arrivare alla ratifica del Mercosur. Il nostro ministro Francesco Lollobrigida ha detto: «Firmiamo solo se ci sono delle garanzie. Guardiamo agli accordi che eliminano le barriere tariffarie e non tariffarie con uno sguardo positivo, ma non si può mettere in discussione il nostro sistema economico o una parte di questo». Tradotto: senza clausola di reciprocità (sui fitofarmaci, sui controlli sanitari e di qualità, sull’utilizzo di manodopera regolare) il Mercosur non passa. Lollobrigida ha rivendicato che la Commissione si è «convinta ad accettare la proposta italiana sulla Pac che torna centrale nelle politiche europee. La dotazione finanziaria», ha specificato, «deve garantire alcuni settori rispetto alle fluttuazioni di mercato. Ma non ci interessa pagare il funerale a qualcuno, ci interessa che qualcuno resti in vita e continui a produrre». La preoccupazione è per un’invasione di prodotti del Sudamerica (il Brasile è già il primo fornitore dell’Ue di materia agricola per quasi 10 miliardi): dalla carne alla soia, dal riso allo zucchero.
Ieri si è svolto anche un vertice dei Paesi di Visegrad. I ministri di Polonia, Ungheria, Slovacchia e Repubblica Ceca hanno detto: «Siamo qui per difendere i nostri agricoltori, la sicurezza alimentare non deve essere oggetto dei giochi politici». L’ungherese Itsvan Nagy ha aggiunto: «Sono a Bruxelles sul campo di battaglia, le preoccupazioni degli agricoltori sono giustificate». Gianmarco Centinaio, vicepresidente del Senato (Lega, ex ministro agricolo) annuncia: «La Commissione europea non può pensare che le garanzie chieste dai nostri agricoltori siano in vendita. Un conto sono le risorse per la Pac, finalmente aumentate grazie al governo italiano, un altro conto è l’accordo Mercosur, per il quale serve reciprocità. Condivido la richiesta degli agricoltori e venerdì andrò ad ascoltare quanti scenderanno in piazza a Milano».
Del pari la Coldiretti sta in guardia sul Mercosur: un sì dell’Italia senza clausola di reciprocità è inaccettabile. Ettore Prandini, presidente, e Vincenzo Gesmundo, segretario, in una nota sostengono: l’annuncio dei 10 miliardi in più sulla Pac «ottenuto grazie al ruolo determinante svolto dal governo e dal ministro Lollobrigida» così come la marcia indietro sui tagli e le modifiche al fondo sulle aree rurali sono positivi, ma ora «devono seguire atti legislativi europei». Coldiretti non si fida della «tecnocrazia di Bruxelles» e annuncia: «Proseguiamo la mobilitazione permanente: dal 20 gennaio e fino alla fine del mese manifestazioni coinvolgeranno oltre 100.000 soci; inizieremo con Lombardia, Piemonte, Veneto e Lazio e si proseguirà in Emilia-Romagna, Toscana, Puglia, Campania, Sicilia e Sardegna. Saranno le occasioni per difendere le conquiste ottenute sulla Pac e chiarire la nostra contrarietà a un accordo Mercosur che non garantisca parità di trattamento tra agricoltori europei e sudamericani».
In Francia i trattori stanno preparando l’assedio di Parigi. Ieri è stato approvato un decreto che blocca l’import dal Sudamerica e l’ex ministro dell’Interno Bruno Retailleau ha detto: «Se Emmanuel Macron firma il Mercosur presento la mozione di sfiducia al governo». La baronessa Von der Leyen deve attendere.
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Ansa
Cupi riverberi, brividi bipartisan senza senso, rigurgiti di una stagione dialetticamente isterica nelle piazze e pure dentro le istituzioni; tutti ricordano Maurizio Landini che pochi mesi fa da un palco invocava «la rivolta sociale». Sull’aggressione romana, le forze dell’ordine hanno sintetizzato i racconti delle vittime: gli assalitori erano a volto coperto, in possesso di coltelli e di radio per comunicare senza il rischio di essere intercettati. Il presidente di Gioventù nazionale Roma, Francesco Todde, ha parlato di «un commando di più di 20 professionisti dell’odio politico» e ha spiegato: «I nostri ragazzi sono stati aggrediti con violenza mentre affiggevano un manifesto che parla di libertà, con l’obiettivo di ricordare come figli d’Italia tutti i ragazzi caduti in quegli anni di violenza infame, mentre l’odio politico portava al massacro di chi credeva nelle sue idee. Mai il nostro movimento si è contraddistinto per attacchi pianificati e violenti per ragioni politiche; al contrario questo episodio si aggiunge alla lunga lista di aggressioni ai nostri danni. Speriamo che la stampa, che un anno fa fece un gran rumore sul pericolo fascismo in Gioventù nazionale, parli anche di questo».
Difficile. Ancora più difficile che qualcuno si scomodi per la targa distrutta a Milano in memoria dell’agente ucciso dagli ultrà della rivoluzione permanente. Perché a tenere banco sono i proiettili alla Cgil, nella logica molto gauchiste dei «dos pesos y dos misuras» (copyright Paolo Pillitteri). Su quelli, con dinamiche e retroscena tutti da scoprire, si è immediatamente scatenata la grancassa del campo largo. Elly Schlein ha lanciato l’allarme selettivo: «Quanto accaduto a Primavalle è inaccettabile, esplodere colpi d’arma da fuoco contro la sede di un sindacato è un gesto di gravità inaudita. È urgente alzare la guardia, i sindacati sono presidi di democrazia e nessuna intimidazione ne depotenzierà il valore».
Più equilibrato Roberto Gualtieri, che si è ricordato di essere sindaco anche del Tuscolano: «Roma è una città che ripudia ogni forma di violenza politica, sia quando si manifesta contro sedi di partito, sindacati e associazioni, sia quando prende la forma di aggressione di strada come avvenuto nella notte in via Tuscolana ai danni dei militanti di Gioventù nazionale mentre affiggevano manifesti. La libertà di espressione e il confronto civile sono gli unici strumenti attraverso cui si costruisce la convivenza democratica».
Riguardo all’idiosincrasia nei confronti delle commemorazioni altrui, gli anni di piombo rimangono un nervo scoperto per la sinistra, che non ha mai voluto farci i conti tramandando alle galassie studentesche e ai centri sociali la mistica fasulla dei «compagni che sbagliano» e dei ragazzi «che volevano fare la rivoluzione». Dipinti come pulcini teneri e inconsapevoli, in realtà erano assassini, ben consci che le P38 sparavano proiettili veri ad altezza d’uomo. È surreale come, a distanza di mezzo secolo, quella parte politica faccia una fatica pazzesca a sopportare che chi ha avuto dei morti (in campo avverso o fra le forze dell’ordine) possa pretendere di ricordarli.
La commemorazione delle vittime (Franco Bigonzetti, Francesco Ciavatta, Stefano Recchioni) nel 48° anniversario di Acca Larenzia ha dato spunto a Giorgia Meloni per rilanciare un richiamo non certo alla memoria condivisa - dopo 50 anni a sinistra non si riesce neppure a condividere la pietà per i defunti -, ma a una pacificazione nazionale. Era l’obiettivo di Francesco Cossiga, Carlo Azeglio Ciampi e Luciano Violante ma oggi, con il governo di centrodestra in sella, per l’opposizione è più facile evocare toni da guerra civile. Con indignazione lunare a giorni alterni per il pericolo fascismo.
La premier ha sottolineato come «quelli del terrorismo e dell’odio politico sono stati anni bui, in cui troppo sangue innocente è stato versato, da più parti. Ferite che hanno colpito famiglie, comunità, l’intero popolo italiano a prescindere dal colore politico. L’Italia merita una vera e definitiva pacificazione nazionale». Riferendosi alla battaglia politica attuale, Meloni ha aggiunto: «Quando il dissenso diventa aggressione, quando un’idea viene zittita con la forza, la democrazia perde sempre. Abbiamo il dovere di custodire la memoria e di ribadire con chiarezza che la violenza politica, in ogni sua forma, è sempre una sconfitta. Non è mai giustificabile. Non deve mai più tornare».
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Ecco #DimmiLaVerità dell'8 gennaio 2026. Il commento del nostro Fabio Amendolara: «Gli immigrati che delinquono vengono espulsi ma restano comunque in Italia. E a volte uccidono».