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2019-07-31
Per neutralizzare i tutori dell’ordine ai criminali basta voltare le spalle
Ansa
«I carabinieri non hanno sparato, perché non c'è stata la possibilità di usare armi. Non c'è stato il tempo di reagire, né il carabiniere Andrea Varriale poteva sparare a un soggetto in fuga, poiché sarebbe stato indagato per un reato grave». Il generale Francesco Gargaro, comandante provinciale dei carabinieri di Roma, lo ha detto senza mezzi termini durante la conferenza stampa sullo stato delle indagini per l'omicidio del vicebrigadiere Mario Cercellio Rega. La questione affligge da tempo gli operatori di polizia che, di volta in volta, si trovano a fronteggiare criminali. E sta alla loro discrezione capire, a volte in pochissimi attimi, se poter usare l'arma d'ordinanza oppure se è meglio lasciarla nella fondina. Nel caso di Varriale, il militare non avrebbe potuto sparare mentre gli aggressori erano in fuga. La legislazione su questo punto è ferrea. E prevede una ratio: ci deve essere proporzione tra l'offesa e la difesa, altrimenti si incorrere nell'eccesso colposo. Cosa diversa sarebbe accaduta se Varriale avesse avuto il tempo di capire che uno dei due aggressori era armato. La proporzione fra la difesa e l'offesa, inoltre, va valutata prima, vale a dire riportandosi al momento dell'azione, e tenendo conto di tutte le circostanze del caso concreto. Varriale avrebbe potuto sparare anche se fosse stato aggredito solo il vicebrigadiere. La reazione difensiva, infatti, è ammessa, non solo per salvaguardare un diritto proprio ma anche, così come enunciato nell'articolo 52 del codice penale, un diritto altrui. L'essenziale è che l'oggetto della reazione sia sempre e comunque il reale aggressore. Avrebbe quindi potuto sparare contro chi impugnava il coltello. È l'articolo 54 del codice penale a completare la questione: la legge stabilisce che «non è punibile chi ha commesso il fatto per esservi costretto dalla necessità di salvare sé o altri dal pericolo attuale di un danno grave alla persona, pericolo da lui non volontariamente causato, né altrimenti evitabile, sempre che il fatto sia proporzionato al pericolo». E con l'aggressore in fuga, anche solo una ferita di striscio sarebbe stata considerata sproporzionata. L'altra componente essenziale, infatti, è che il fatto deve essere attuale, ossia sussistente in quel preciso momento. Con l'aggressore in fuga, infatti, il pericolo è considerato passato dalla legislazione vigente. Insomma, la possibilità di impugnare l'arma di ordinanza è considerata l'estrema ratio. L'operatore di polizia può sparare solo è in pericolo di vita. A quel punto viene dichiarato «non punibile». Ossia: ha commesso il reato per uno stato di necessità. Quando i giudici andranno a confrontare il diritto dell'operatore di polizia e quello dell'aggressore, che in slang giuridico viene definito «bilanciamento», il piatto della bilancia penderà verso quello di chi è stato costretto a intervenire.
L'altra questione giuridica legata al caso riguarda la possibilità di bendare un arrestato. L'articolo 64 del codice di procedura penale stabilisce che, «salvo le cautele necessarie per prevenire il pericolo di fuga o di violenze, la persona sottoposta alle indagini interviene libera all'interrogatorio anche se in stato di custodia cautelare o detenuta per altre cause». E infatti i magistrati hanno precisato che all'interrogatorio i due indagati americani erano liberi. In più è previsto che non possono essere applicate all'indagato durante l'interrogatorio le manette o altri mezzi di costrizione, «fatta salva la tutela della sicurezza e dell'incolumità di coloro che partecipano all'interrogatorio». L'immagine scattata in caserma precede però l'interrogatorio. Ma anche in questo caso la legge è rigida: l'articolo 608 del codice penale (abuso di autorità contro arrestati) prende che «il pubblico ufficiale che sottopone a misure di rigore non consentite dalla legge una persona arrestata di cui egli abbia la custodia, anche temporanea (…), è punito con la reclusione fino a 30 mesi».
I tormenti dell’Arma: «Cerciello disarmato e il collega non poteva sparare al ragazzo»
Per sventare una tentata estorsione si è presentato disarmato e con addosso solo le manette. Di certo non poteva immaginare che i due ragazzotti indicati in un primo momento da Sergio Brugiatelli come dei magrebini avessero in tasca un pugnale di tipo militare alla Rambo. E, soprattutto, non poteva immaginare che uno dei due lo avrebbe usato per assassinarlo. Il vicebrigadiere Mario Cerciello Rega era disarmato. La sua pistola d'ordinanza l'hanno trovata i suoi colleghi nell'armadietto che gli era stato assegnato nella caserma del comando stazione Farnese. «Come mai? Lo sa solo lui». Il generale Francesco Gargaro, comandante provinciale dei carabinieri di Roma, affronta la questione, rispondendo ai cronisti, tra i primi punti della conferenza stampa convocata per spiegare quelle che, anche dopo la ricostruzione logica e motivata che il gip ha messo nero su bianco nella sua ordinanza con cui ha privato della libertà statunitensi Finnegan Lee Elder e Christian Gabriel Natale Hjorth, qualcuno fa passare come questioni oscure e melmose.
«Probabilmente è stata una dimenticanza», ha detto il generale, «fatto sta che era disarmato, ma se anche avesse avuto la pistola non avrebbe avuto la possibilità di reagire». In quel momento il generale rappresenta l'Arma. E infatti risponde a nome di tutti, usando il plurale, come se anche lui fosse stato con i suoi uomini in piazza Belli. «Non pensavano di essere aggrediti dopo aver esibito i tesserini». Aspetti che di certo non prestano il fianco a chi a tutti i costi cerca ambiguità nell'operato dei militari. E infatti il generale non nasconde la sua contrarietà, esprimendo «disappunto e dispiacere per ombre e misteri sollevati sulla vicenda». Gargaro ha sottolineato la «linearità dell'intervento effettuato». E le pattuglie che non sono intervenute? «Erano nelle vicinanze», spiega il comandante, «e non dovevano essere riconoscibili. Non c'è stato il tempo di reagire perché tutto è avvenuto in pochi secondi». D'altra parte lo ha confermato nella sua relazione di servizio anche il carabiniere Andrea Varriale, che affiancava il vicebrigadiere nell'operazione. Varriale era armato. «Ma», ha aggiunto il generale con una punta di malcelata amarezza, «non poteva sparare a un soggetto in fuga, altrimenti sarebbe stato lui indagato. E sarebbe stato un reato grave». E anche per la pista dei nordafricani c'è una spiegazione: «L'identikit ci era stato dato subito dopo il fatto da Brugiatelli, che ci ha detto che si trattava di due persone di carnagione scura».
Brugiatelli aveva fatto da tramite con i pusher romani di Trastevere e probabilmente «aveva timore a svelare che conosceva gli autori dell'omicidio», ha precisato l'ufficiale. Brugiatelli, dopo il furto del suo zainetto, ha fermato i militari a Trastevere. In quell'occasione gli è stato detto di denunciare, all'indomani, in qualsiasi posto di polizia. Ma subito dopo ha contattato il suo numero e gli hanno risposto i due americani. È in questo frangente che gli viene chiesto di portare 80 euro e una dose di coca in piazza Belli. In cambio avrebbe ottenuto il suo zaino. «La seconda chiamata di Brugiatelli al 112», spiega ancora l'ufficiale, «è arrivata dal telefono di Medi». Medi è l'uomo che era a Trastevere con Brugiatelli al momento del furto. A quel punto, configurata la tentata estorsione, i militari sono intervenuti subito.
«Brugiatelli», chiarisce il generale, «non è una persona nota, ha dei precedenti datati 10 anni fa e i carabinieri che operavano in quel momento non lo conoscevano, lo hanno identificato quando è giunta la pattuglia di Varriale e Cerciello Rega».
Altro punto considerato strano: perché Varriale non ha sparato un colpo almeno in aria? Il generale spiega: «Perché la sua prima preoccupazione è stata quella di soccorrere il collega e tamponare la ferita. Il vicebrigadiere era impossibilitato a reagire. E gli spari in aria non sono previsti da alcuna normativa». In più, subito dopo l'omicidio del collega, «Varriale era sotto choc», ha detto l'ufficiale, «e non riusciva a ricostruire bene quanto avvenuto». L'altro tema caldo è il ragazzo fotografato bendato in caserma prima dell'interrogatorio. Il generale sostiene che «assolutamente non è stato bendato».
È a questo punto che interviene il procuratore facente funzioni Michele Prestipino: «Gli interrogatori sono avvenuti nel rispetto della legge. Gli indagati sono stati sentiti dai magistrati e sono stati condotti alla presenza dei difensori e degli interpreti e sono stati anche fonoregistrati». Ecco perché gli inquirenti ritengono che non siano inutilizzabili. «Nella fase precedente degli interrogatori, uno degli indagati è stato ritratto seduto bendato», ha detto Prestipino, «e questo fatto è stato oggetto di tempestiva segnalazione da parte della stessa Arma, che ha definito il fatto grave e inaccettabile. Sono state avviate indagini necessarie per definire le responsabilità (potrebbe configurarsi l'abuso di autorità contro arrestati, ndr)». Anche per la Procura buchi neri non ce ne sono. È ovvio però che ci sono dei dettagli ancora da ricostruire. È lo stesso Prestipino a spiegarlo: «Qualche aspetto oscuro c'è ancora. Stiamo facendo indagini per ricostruire ancora più nei particolari la vicenda. E per farlo ci sono degli accertamenti di natura tecnica che non si possono ottenere in una notte, come l'analisi dei tabulati, la perizia medico legale e le verifiche sul coltello».
Lo yankee ruppe la testa a un rivale
Comunque Finn «è un bravo ragazzo», ripetono il padre e lo zio dagli States. Solo, ignorano che se il loro viziatissimo rampollo, imbottito di Xanax già a 19 anni, avesse ammazzato un poliziotto a San Francisco, oggi, con molte probabilità, ne starebbero vegliando il cadavere. Eppure sono gli stessi giornali statunitensi a scavare nel passato di Finnegan Lee Elder, accusato di aver ucciso con 11 coltellate il vicebrigadiere Mario Cerciello Rega, e a scoprire che nel 2016 fu addirittura arrestato per la violenza del pugno con il quale aveva colpito un compagno della squadra di football.
Ieri il San Francisco Chronicle, citando fonti dirette, ha scritto che Finnegan Lee Elder tre anni fa venne arrestato per aver colpito un compagno di classe e di squadra (neppure un avversario) durante una festa notturna. Il pugno era stato talmente violento che, secondo il racconto di chi era presente, causò all'altro ragazzo ferite «potenzialmente letali». Lo zio del presunto assassino, chiamato dai giornalisti, ha ridimensionato l'episodio così: «L'incidente fu uno scontro reciprocamente pre-concordato» e ha assicurato che la scuola poi non prese alcun provvedimento disciplinare contro suo nipote. Forse, stavano provando una scena di cinema, oppure qualche parente poteva calmarlo prima, da minorenne.
Pare che il movente della violenza, andata in scena nel liceo per ricchi Sacred Heart Cathedral Preparatory di San Francisco, fosse maturato durante una festa e a causa di una ragazza. Il malcapitato, comunque, rimase in ospedale diverse settimane e la faccenda fu messa a posto con la massima discrezione tra le due famiglie, visto che si trattava di due minorenni. I giornali dell'epoca raccontarono la storia senza i nomi dei ragazzi coinvolti, scrivendo che quello che oggi sappiamo essere Finn si consegnò, saggiamente, alla polizia. Cosa che non ha fatto qualche notte fa.
L'agenzia AdnKronos ha poi raggiunto una ragazza che aveva frequentato la stessa scuola di Finn, la quale ha confermato l'episodio di violenza e ha spiegato che era ben noto per essere «uno che beveva troppo e che faceva casino». Le droghe, grazie alle quali avrebbe compiuto un omicidio inutilmente efferato, le avrebbe aggiunte dopo. In ogni caso, il tribunale dei minori si occupò del pugno di Finnegan, ma non si sa se sia stato condannato o meno. «Conosco Finn da sempre e non l'ho mai visto violento o perdere la testa», continua a sostenere lo zio, mentre anche il padre continua a raccontare che si tratta di «un bravo ragazzo».
Ethan Elder, questo il nome del genitore, alla Cnn racconta che «Finn è una brava persona» e che la «situazione è precaria», riferendosi all'indagine in corso a Roma sull'omicidio del carabiniere. Sia lui che la moglie, secondo i media Usa, non avrebbero ancora avuto modo di parlare con il figliolo e quindi si sono appellati a un minimo di privacy, pur esprimendo «le più profonde condoglianze alla famiglia del vicebrigadiere Cerciello Rega».
Certo, Finn è un «bravo ragazzo», ma forse i genitori avrebbero potuto dare un'occhiatina anche al suo profilo Instagram, dove traspariva la sua passione per i coltelli e dove si definiva «King of Nothing». Nella breve bio, una anche una perla di saggezza: «La morte è sicura, la vita no». Riletta oggi, con una vedova in più, suona un po' sinistra.
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Secondo le regole di ingaggio, le forze di polizia possono sparare solo in concomitanza con la violenza subita. Se un omicida se la svigna è salvo. La benda non inficia l'interrogatorio, ma chi l'ha messa a Finnegan Lee Elder rischia 30 mesi.Il vicebrigadiere ucciso aveva dimenticato la pistola in caserma. Se il partner avesse fatto fuoco «avrebbe commesso un reato».L'americano accusato dell'uccisione del carabiniere, al liceo rischiò di ammazzare un compagno di squadra con un pugno. Ma il padre lo difende: «È un bravo ragazzo».Lo speciale contiene tre articoli.«I carabinieri non hanno sparato, perché non c'è stata la possibilità di usare armi. Non c'è stato il tempo di reagire, né il carabiniere Andrea Varriale poteva sparare a un soggetto in fuga, poiché sarebbe stato indagato per un reato grave». Il generale Francesco Gargaro, comandante provinciale dei carabinieri di Roma, lo ha detto senza mezzi termini durante la conferenza stampa sullo stato delle indagini per l'omicidio del vicebrigadiere Mario Cercellio Rega. La questione affligge da tempo gli operatori di polizia che, di volta in volta, si trovano a fronteggiare criminali. E sta alla loro discrezione capire, a volte in pochissimi attimi, se poter usare l'arma d'ordinanza oppure se è meglio lasciarla nella fondina. Nel caso di Varriale, il militare non avrebbe potuto sparare mentre gli aggressori erano in fuga. La legislazione su questo punto è ferrea. E prevede una ratio: ci deve essere proporzione tra l'offesa e la difesa, altrimenti si incorrere nell'eccesso colposo. Cosa diversa sarebbe accaduta se Varriale avesse avuto il tempo di capire che uno dei due aggressori era armato. La proporzione fra la difesa e l'offesa, inoltre, va valutata prima, vale a dire riportandosi al momento dell'azione, e tenendo conto di tutte le circostanze del caso concreto. Varriale avrebbe potuto sparare anche se fosse stato aggredito solo il vicebrigadiere. La reazione difensiva, infatti, è ammessa, non solo per salvaguardare un diritto proprio ma anche, così come enunciato nell'articolo 52 del codice penale, un diritto altrui. L'essenziale è che l'oggetto della reazione sia sempre e comunque il reale aggressore. Avrebbe quindi potuto sparare contro chi impugnava il coltello. È l'articolo 54 del codice penale a completare la questione: la legge stabilisce che «non è punibile chi ha commesso il fatto per esservi costretto dalla necessità di salvare sé o altri dal pericolo attuale di un danno grave alla persona, pericolo da lui non volontariamente causato, né altrimenti evitabile, sempre che il fatto sia proporzionato al pericolo». E con l'aggressore in fuga, anche solo una ferita di striscio sarebbe stata considerata sproporzionata. L'altra componente essenziale, infatti, è che il fatto deve essere attuale, ossia sussistente in quel preciso momento. Con l'aggressore in fuga, infatti, il pericolo è considerato passato dalla legislazione vigente. Insomma, la possibilità di impugnare l'arma di ordinanza è considerata l'estrema ratio. L'operatore di polizia può sparare solo è in pericolo di vita. A quel punto viene dichiarato «non punibile». Ossia: ha commesso il reato per uno stato di necessità. Quando i giudici andranno a confrontare il diritto dell'operatore di polizia e quello dell'aggressore, che in slang giuridico viene definito «bilanciamento», il piatto della bilancia penderà verso quello di chi è stato costretto a intervenire. L'altra questione giuridica legata al caso riguarda la possibilità di bendare un arrestato. L'articolo 64 del codice di procedura penale stabilisce che, «salvo le cautele necessarie per prevenire il pericolo di fuga o di violenze, la persona sottoposta alle indagini interviene libera all'interrogatorio anche se in stato di custodia cautelare o detenuta per altre cause». E infatti i magistrati hanno precisato che all'interrogatorio i due indagati americani erano liberi. In più è previsto che non possono essere applicate all'indagato durante l'interrogatorio le manette o altri mezzi di costrizione, «fatta salva la tutela della sicurezza e dell'incolumità di coloro che partecipano all'interrogatorio». L'immagine scattata in caserma precede però l'interrogatorio. Ma anche in questo caso la legge è rigida: l'articolo 608 del codice penale (abuso di autorità contro arrestati) prende che «il pubblico ufficiale che sottopone a misure di rigore non consentite dalla legge una persona arrestata di cui egli abbia la custodia, anche temporanea (…), è punito con la reclusione fino a 30 mesi».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/per-neutralizzare-i-tutori-dellordine-ai-criminali-basta-voltare-le-spalle-2639523982.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="i-tormenti-dellarma-cerciello-disarmato-e-il-collega-non-poteva-sparare-al-ragazzo" data-post-id="2639523982" data-published-at="1781358004" data-use-pagination="False"> I tormenti dell’Arma: «Cerciello disarmato e il collega non poteva sparare al ragazzo» Per sventare una tentata estorsione si è presentato disarmato e con addosso solo le manette. Di certo non poteva immaginare che i due ragazzotti indicati in un primo momento da Sergio Brugiatelli come dei magrebini avessero in tasca un pugnale di tipo militare alla Rambo. E, soprattutto, non poteva immaginare che uno dei due lo avrebbe usato per assassinarlo. Il vicebrigadiere Mario Cerciello Rega era disarmato. La sua pistola d'ordinanza l'hanno trovata i suoi colleghi nell'armadietto che gli era stato assegnato nella caserma del comando stazione Farnese. «Come mai? Lo sa solo lui». Il generale Francesco Gargaro, comandante provinciale dei carabinieri di Roma, affronta la questione, rispondendo ai cronisti, tra i primi punti della conferenza stampa convocata per spiegare quelle che, anche dopo la ricostruzione logica e motivata che il gip ha messo nero su bianco nella sua ordinanza con cui ha privato della libertà statunitensi Finnegan Lee Elder e Christian Gabriel Natale Hjorth, qualcuno fa passare come questioni oscure e melmose. «Probabilmente è stata una dimenticanza», ha detto il generale, «fatto sta che era disarmato, ma se anche avesse avuto la pistola non avrebbe avuto la possibilità di reagire». In quel momento il generale rappresenta l'Arma. E infatti risponde a nome di tutti, usando il plurale, come se anche lui fosse stato con i suoi uomini in piazza Belli. «Non pensavano di essere aggrediti dopo aver esibito i tesserini». Aspetti che di certo non prestano il fianco a chi a tutti i costi cerca ambiguità nell'operato dei militari. E infatti il generale non nasconde la sua contrarietà, esprimendo «disappunto e dispiacere per ombre e misteri sollevati sulla vicenda». Gargaro ha sottolineato la «linearità dell'intervento effettuato». E le pattuglie che non sono intervenute? «Erano nelle vicinanze», spiega il comandante, «e non dovevano essere riconoscibili. Non c'è stato il tempo di reagire perché tutto è avvenuto in pochi secondi». D'altra parte lo ha confermato nella sua relazione di servizio anche il carabiniere Andrea Varriale, che affiancava il vicebrigadiere nell'operazione. Varriale era armato. «Ma», ha aggiunto il generale con una punta di malcelata amarezza, «non poteva sparare a un soggetto in fuga, altrimenti sarebbe stato lui indagato. E sarebbe stato un reato grave». E anche per la pista dei nordafricani c'è una spiegazione: «L'identikit ci era stato dato subito dopo il fatto da Brugiatelli, che ci ha detto che si trattava di due persone di carnagione scura». Brugiatelli aveva fatto da tramite con i pusher romani di Trastevere e probabilmente «aveva timore a svelare che conosceva gli autori dell'omicidio», ha precisato l'ufficiale. Brugiatelli, dopo il furto del suo zainetto, ha fermato i militari a Trastevere. In quell'occasione gli è stato detto di denunciare, all'indomani, in qualsiasi posto di polizia. Ma subito dopo ha contattato il suo numero e gli hanno risposto i due americani. È in questo frangente che gli viene chiesto di portare 80 euro e una dose di coca in piazza Belli. In cambio avrebbe ottenuto il suo zaino. «La seconda chiamata di Brugiatelli al 112», spiega ancora l'ufficiale, «è arrivata dal telefono di Medi». Medi è l'uomo che era a Trastevere con Brugiatelli al momento del furto. A quel punto, configurata la tentata estorsione, i militari sono intervenuti subito. «Brugiatelli», chiarisce il generale, «non è una persona nota, ha dei precedenti datati 10 anni fa e i carabinieri che operavano in quel momento non lo conoscevano, lo hanno identificato quando è giunta la pattuglia di Varriale e Cerciello Rega». Altro punto considerato strano: perché Varriale non ha sparato un colpo almeno in aria? Il generale spiega: «Perché la sua prima preoccupazione è stata quella di soccorrere il collega e tamponare la ferita. Il vicebrigadiere era impossibilitato a reagire. E gli spari in aria non sono previsti da alcuna normativa». In più, subito dopo l'omicidio del collega, «Varriale era sotto choc», ha detto l'ufficiale, «e non riusciva a ricostruire bene quanto avvenuto». L'altro tema caldo è il ragazzo fotografato bendato in caserma prima dell'interrogatorio. Il generale sostiene che «assolutamente non è stato bendato». È a questo punto che interviene il procuratore facente funzioni Michele Prestipino: «Gli interrogatori sono avvenuti nel rispetto della legge. Gli indagati sono stati sentiti dai magistrati e sono stati condotti alla presenza dei difensori e degli interpreti e sono stati anche fonoregistrati». Ecco perché gli inquirenti ritengono che non siano inutilizzabili. «Nella fase precedente degli interrogatori, uno degli indagati è stato ritratto seduto bendato», ha detto Prestipino, «e questo fatto è stato oggetto di tempestiva segnalazione da parte della stessa Arma, che ha definito il fatto grave e inaccettabile. Sono state avviate indagini necessarie per definire le responsabilità (potrebbe configurarsi l'abuso di autorità contro arrestati, ndr)». Anche per la Procura buchi neri non ce ne sono. È ovvio però che ci sono dei dettagli ancora da ricostruire. È lo stesso Prestipino a spiegarlo: «Qualche aspetto oscuro c'è ancora. Stiamo facendo indagini per ricostruire ancora più nei particolari la vicenda. E per farlo ci sono degli accertamenti di natura tecnica che non si possono ottenere in una notte, come l'analisi dei tabulati, la perizia medico legale e le verifiche sul coltello». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/per-neutralizzare-i-tutori-dellordine-ai-criminali-basta-voltare-le-spalle-2639523982.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="lo-yankee-ruppe-la-testa-a-un-rivale" data-post-id="2639523982" data-published-at="1781358004" data-use-pagination="False"> Lo yankee ruppe la testa a un rivale Comunque Finn «è un bravo ragazzo», ripetono il padre e lo zio dagli States. Solo, ignorano che se il loro viziatissimo rampollo, imbottito di Xanax già a 19 anni, avesse ammazzato un poliziotto a San Francisco, oggi, con molte probabilità, ne starebbero vegliando il cadavere. Eppure sono gli stessi giornali statunitensi a scavare nel passato di Finnegan Lee Elder, accusato di aver ucciso con 11 coltellate il vicebrigadiere Mario Cerciello Rega, e a scoprire che nel 2016 fu addirittura arrestato per la violenza del pugno con il quale aveva colpito un compagno della squadra di football. Ieri il San Francisco Chronicle, citando fonti dirette, ha scritto che Finnegan Lee Elder tre anni fa venne arrestato per aver colpito un compagno di classe e di squadra (neppure un avversario) durante una festa notturna. Il pugno era stato talmente violento che, secondo il racconto di chi era presente, causò all'altro ragazzo ferite «potenzialmente letali». Lo zio del presunto assassino, chiamato dai giornalisti, ha ridimensionato l'episodio così: «L'incidente fu uno scontro reciprocamente pre-concordato» e ha assicurato che la scuola poi non prese alcun provvedimento disciplinare contro suo nipote. Forse, stavano provando una scena di cinema, oppure qualche parente poteva calmarlo prima, da minorenne. Pare che il movente della violenza, andata in scena nel liceo per ricchi Sacred Heart Cathedral Preparatory di San Francisco, fosse maturato durante una festa e a causa di una ragazza. Il malcapitato, comunque, rimase in ospedale diverse settimane e la faccenda fu messa a posto con la massima discrezione tra le due famiglie, visto che si trattava di due minorenni. I giornali dell'epoca raccontarono la storia senza i nomi dei ragazzi coinvolti, scrivendo che quello che oggi sappiamo essere Finn si consegnò, saggiamente, alla polizia. Cosa che non ha fatto qualche notte fa. L'agenzia AdnKronos ha poi raggiunto una ragazza che aveva frequentato la stessa scuola di Finn, la quale ha confermato l'episodio di violenza e ha spiegato che era ben noto per essere «uno che beveva troppo e che faceva casino». Le droghe, grazie alle quali avrebbe compiuto un omicidio inutilmente efferato, le avrebbe aggiunte dopo. In ogni caso, il tribunale dei minori si occupò del pugno di Finnegan, ma non si sa se sia stato condannato o meno. «Conosco Finn da sempre e non l'ho mai visto violento o perdere la testa», continua a sostenere lo zio, mentre anche il padre continua a raccontare che si tratta di «un bravo ragazzo». Ethan Elder, questo il nome del genitore, alla Cnn racconta che «Finn è una brava persona» e che la «situazione è precaria», riferendosi all'indagine in corso a Roma sull'omicidio del carabiniere. Sia lui che la moglie, secondo i media Usa, non avrebbero ancora avuto modo di parlare con il figliolo e quindi si sono appellati a un minimo di privacy, pur esprimendo «le più profonde condoglianze alla famiglia del vicebrigadiere Cerciello Rega». Certo, Finn è un «bravo ragazzo», ma forse i genitori avrebbero potuto dare un'occhiatina anche al suo profilo Instagram, dove traspariva la sua passione per i coltelli e dove si definiva «King of Nothing». Nella breve bio, una anche una perla di saggezza: «La morte è sicura, la vita no». Riletta oggi, con una vedova in più, suona un po' sinistra.
La capogruppo di di Fratelli d'Italia in Commissione Covid Alice Buonguerrieri contro Giuseppe Conte: «Emergono fatti gravissimi su presunte provvigioni milionarie per le commesse della struttura di Domenico Arcuri e l'ex premier usa il ruolo di commissario come scudo per non farsi udire. Chi non ha nulla da nascondere si dimetta dalla commissione e venga a riferire la verità agli italiani».
iStock. Nel riquadro, la locandina dell'evento
Nell’area «Bimb*», con la schwa (che storpia ogni parola pur di risultare linguaggio inclusivo e non binario) al posto dell’asterisco, sabato 20 giugno a partire dalle 15 ci saranno intrattenimenti vari, come il momento «Letture» a cura delle famiglie Arcobaleno.
Stiamo parlando dell’associazione «genitori Lgbtqi+, in coppia, single o separati che hanno realizzato il proprio progetto di genitorialità, o che aspirano a farlo», e che purtroppo suggeriscono perfino quali libri far leggere a innocenti creature. Un campionario delle loro scelte si può trovare sul sito ufficiale.
Da Perché hai due mamme? e Perché hai due papà di Francesca Pardi, «nato per aiutare i bambini con due genitori dello stesso sesso nel rispondere alle curiosità degli altri», a un altro libro della stessa autrice dal titolo Qual è il segreto di papà?, spiegato come «un racconto che parla di omosessualità con parole semplici e dirette». Età di lettura consigliata: «Dai 4 anni». Certo, perché a 48 mesi si è già in grado di comprendere temi delicatissimi quali sessualità e identità di genere.
Per non parlare del Giorno specialissimo di Marlon Bundo, di Jill Twiss, storia gay di un coniglietto «che si innamora di un altro coniglietto di nome Wesley e decide di sposarsi con lui», e di cui già si è occupata La Verità. Consigliato ai piccoli dai 5 ai 10 anni, come L’importante è che siamo amici, dove l’orsacchiotto Thomas preferisce essere Tilly. L’autrice, Jessica Walton, voleva scrivere una storia con un protagonista transgender per raccontare al figlio l’esperienza del padre diventato trans e aveva cercato finanziamenti su un sito crowdfunding, ricevendo montagne di soldi.
Ecco un campionario di buone letture con le quali intrattenere dei bimbi, che già dovranno assistere a sfilate di personaggi dall’apparenza affatto normale. Sul palco pomeridiano «spazio di resistenza intersezionale, transfemminismo ed arte, all’insegna di interventi politici, DJ set e performance», saliranno infatti personaggi come Sofia Mehiel, in arte «la papessa», responsabile del progetto per la sezione trans del carcere di Reggio Emilia e che «ha guidato la carovana di genere per l’Ucraina».
E ci sarà Bianca Bonzagni, attivista transgender, classificatasi al secondo posto nel concorso Miss Trans Europa 2025. Soprattutto non mancheranno i «Bear gay», gli «orsi» omosessuali, «sottocultura gay», come la definisce gay.it, in cui si riconosce il soggetto «abbastanza grosso o robusto, con i peli sul petto e una barba lunga, incolta, generalmente un estimatore del cuoio e dei collari».
Sono richiamati dal collettivo Lgbtqi+ Discorso Bear Party, nato nella periferia di Carpi e con base principale al Circolo Mattatoyo. «Al centro del loro percorso c’è la cura e la valorizzazione dei corpi che escono dai canoni estetici imposti: uno spazio libero da etichette rigide per combattere lo stigma grassofobico ed estetico che colpisce tuttə* noi», informano gli organizzatori del Pride a Modena.
I bambini li vedranno, poveretti loro. Respireranno l’atmosfera di questo raduno e ascolteranno gli slogan che verranno ripetuti. Lo dichiara il manifesto politico del Pride modenese, quello che verrà urlato durante la sfilata: «È sin dall’insediamento di questo governo fascista, nel 2022, che è iniziata una vera e propria offensiva nei confronti delle famiglie omogenitoriali, con il preciso intento di delegittimare la genitorialità delle persone Lgbtqia+. Dapprima con la circolare del ministro dell’Interno Piantedosi, che poneva di fatto divieto a sindac* di registrare il genitore intenzionale all’anagrafe, […] ed è culminata con l’approvazione, nell’ottobre 2024, della legge Varchi, che ha reso la gestazione per altre persone reato universale […]. Una legge dal chiaro impianto ideologico, studiata e fortemente voluta dalla maggioranza per punire le coppie di aspiranti padri».
Già, perché sarebbe normale essere due mamme o due papà per una creatura, magari ottenuta servendosi di un utero in affitto? Le famiglie Arcobaleno che porteranno al Pride i bimbi, nati con il seme di un donatore sconosciuto e attraverso la procreazione medicalmente assistita, o con la pratica della maternità surrogata, li faranno assistere a tutto il repertorio in programma? Magari anche alla sosta degli adulti allo stand salute, dove sarà possibile testarsi «in maniera rapida e gratuita» per Hiv e sifilide «con l’aiuto del reparto malattie infettive dell’ospedale di Modena». Terminata la sfilata, lo stand invece si trasformerà in una sala giochi «per poter vincere gadget, sex toys, preservativi femminili e maschili e tanti lubrificanti».
Ma non pensiate che sia solo esibizione di muscoli e altro. Ci sono contenuti anticipati con orgoglio: «Il Modena Pride 2026 è antifascista, contro il razzismo, il colonialismo e i genocidi presenti e passati, antimilitarista, solidale con il popolo palestinese, per la giustizia climatica antiabilista».
Per fortuna, a metà pomeriggio per i bimbi è prevista una non precisata area «sgambamento», immaginiamo riservata a esercizi fisici. O per darsela a gambe, anche solo con la fantasia.
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Guido Crosetto (Ansa)
Il progetto è contenuto in uno schema di Disegno di legge dal titolo «Disposizioni per la costituzione di Forze di riserva, in materia di personale militare nonché delega al governo per la revisione dello strumento militare», che abbiamo avuto modo di visionare.
Naturalmente, lo schema dovrà innanzitutto essere presentato dal ministro Guido Crosetto in Consiglio dei ministri: una volta licenziato dal Cdm, passerà all’esame del Parlamento, che potrà apportare eventuali modifiche. Dalla Difesa apprendiamo che a illustrare i contenuti del Ddl saranno anche esponenti di vertice delle Forze armate, attraverso specifiche audizioni. Veniamo ai dettagli. Per incrementare la capacità operativa dello strumento militare nazionale, si legge nello schema del Ddl, è istituita la riserva operativa, al fine di disporre di un adeguato bacino di personale addestrato e prontamente impiegabile, in grado di supportare e integrare le Forze armate e il Corpo unico della Sanità militare, anche in tempo di pace. Ne farà parte personale militare in congedo da non più di cinque anni, che potrà essere richiamato in servizio, ma chi vorrà potrà fare domanda per una proroga. Il personale della riserva operativa può essere richiamato in servizio annualmente per lo svolgimento delle attività di addestramento finalizzate allo sviluppo e al mantenimento della prontezza operativa, secondo modalità definite dalla Forza armata di appartenenza. La riserva volontaria specialistica nasce invece al fine di disporre di un adeguato bacino di personale in possesso di peculiari competenze professionali, in grado di supportare e integrare le Forze armate e il Corpo unico della Sanità militare, sin dal tempo di pace, per l’assolvimento dei compiti di cui all’articolo 89.
È costituita da ufficiali, marescialli, sergenti e graduati di complemento. Chi ne fa parte, può essere richiamato in servizio, a domanda, per specifiche esigenze della Forza armata di appartenenza o del Corpo unico della Sanità militare. Infine, la riserva territoriale: stando allo schema del Ddl, questo personale è impiegato in attività addestrative, operative e logistiche, limitatamente al territorio nazionale, presso comandi, enti, reparti e unità dislocati nell’area geografica o regione di arruolamento, ferma restando la possibilità di schieramento, addestramento e formazione al di fuori dell’area geografica o regione di assegnazione. Questa riserva ha l’obiettivo di avere a disposizione un bacino di personale radicato sul territorio nazionale, rapidamente impiegabile a supporto delle esigenze funzionali delle Forze armate, incluso quello a supporto delle Forze di polizia, alla gestione delle emergenze e delle calamità, al soccorso e all’assistenza. Per partecipare alle procedure selettive per il reclutamento dei volontari della riserva territoriale occorre avere un’età non inferiore a 25 anni e non superiore a 35, e un diploma di terza media. I vincitori delle procedure selettive sono ammessi alla ferma prefissata di dodici mesi e sono disponibili, limitatamente al territorio nazionale, per l’assegnazione a comandi, enti, reparti e unità dislocati nell’area geografica o regione di arruolamento, ferma restando la possibilità di schieramento, addestramento e formazione al di fuori dell’area geografica o regione di assegnazione.
Come dicevamo l’obiettivo è raggiungere gradualmente le 40.000 unità in più, a seconda delle risorse disponibili (un membro della riserva operativa richiamato in servizio, ad esempio, viene pagato 130 euro per ogni giornata di lavoro) e delle effettive capacità di reclutamento, con questo cronoprogramma: un massimo di 5.071 unità per il 2028, 5.321 per il 2029, 7.001 per il 2030, 7.444 per il 2031, 7.500 per il 2032 e 7.663 per il 2033. Questo aumento, a regime, porterebbe le forze armate italiane a superare le 200.000 unità. Intanto l’Italia si appresta a tagliare in maniera consistente rispetto a quanto previsto la somma da chiedere in prestito al fondo Safe (Security Action for Europe), uno strumento finanziario europeo da 150 miliardi di euro nato per sostenere gli Stati membri negli investimenti nel settore della difesa e negli appalti congiunti. Al nostro Paese è stata riservata una quota di prestiti agevolati pari a 14,9 miliardi di euro, ma l’intenzione del governo è ridurre i prestiti previsti a circa 5 miliardi di euro per dare priorità alle misure contro il caro energia. Del resto, come ha spesso ripetuto il premier Giorgia Meloni, se non si affronta la drammatica crescita dei prezzi dei carburanti, in Italia resterà ben poco da difendere.
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Volodymyr Zelensky (Getty Images)
Non gli bastano le centinaia di miliardi sborsati dall’Ue, macché: secondo quanto riferisce Politico.eu avrebbe chiesto ulteriori 20 miliardi di dollari. E stavolta li ha chiesti alla Nato. Proprio così. Venti miliardi cash che dovrebbero uscire dalle casse dell’Alleanza atlantica e finire diritti diritti all’esercito di Kiev, cessi d’oro permettendo. E a cosa serviranno questi soldi? A difendere la democrazia? Macché: ad attaccare la Russia. Sono gli stessi ucraini, alti funzionari della difesa, ad ammetterlo: «Tutti vedono che la Russia sta bruciando, noi vogliamo che bruci ancor di più». Quindi la Nato paghi subito e senza fare storie perché, dicono, «la finestra di opportunità potrebbe chiudersi». Chiaro, no? Per non chiudere le finestre d’opportunità, bisogna aprire i portafogli.
Il Parlamento europeo ha calcolato che fra febbraio 2022 e febbraio 2026 nelle casse ucraine siano finiti circa 200 miliardi di euro. Di questi oltre 15 miliardi sono stati pagati dai cittadini italiani. Poi poche settimane fa, dopo un lungo tiramolla, c’è stato un ulteriore stanziamento di 90 miliardi di euro. Uno pensa: si accontenteranno. Invece no. Invece, come quei figli spendaccioni, che più gli aumenti la paghetta e più scialano, e non ne hanno mai abbastanza, Zelensky è tornato a bussare quattrini. Vuole 20 miliardi di dollari, cioè 17,3 miliardi di euro al cambio attuale. E stavolta li chiede alla Nato che ovviamente li chiederà agli Stati membri. Risultato: pagano sempre i cittadini. Compresi i cittadini italiani che già non sono felici di dover versare più soldi alla Nato (il famoso 5 per cento del Pil), mentre la sanità è a pezzi e le pensioni restano da fame. Se poi gli dici che devono dare ancor più soldi alla Nato per dare ancor più soldi a Zelensky, perché deve andare a bombardare Mosca, che diranno secondo voi?
Eppure stando alle indiscrezioni autorevolmente riportate da Politico.eu, sembra tutto apparecchiato. La proposta verrà ufficialmente presentata il 18 giugno in occasione della prossima riunione del Gruppo di contatto per la difesa dell’Ucraina, noto anche come «formato Ramstein». E poi sarà discussa nel vertice dei leader della Nato che si terrà a luglio ad Ankara, al quale parteciperà il questuante Zelensky.
«A ciascun alleato verrà chiesto un contributo tra i 2 e i 6 miliardi di dollari per raggiungere l’obiettivo di 20 miliardi», dicono gli alti funzionari ucraini aggiungendo, bontà loro, che «potrà trattarsi di aiuti o di prestiti». In pratica: i Paesi della Nato potranno scegliere se donare i soldi a fondo perduto o fingere che i soldi siano prestati, anche se non torneranno mai indietro. Non è meraviglioso? In compenso a Kiev sanno già come spenderli quei soldi, sempre al netto dei cessi d’oro, s’intende: acquisteranno «più droni, munizioni, apparecchiature per la guerra elettronica e soprattutto strumenti con capacità a lungo raggio». Ovvio: la Russia brucia, ora brucerà di più. E intanto bruciano anche un po’ dei nostri risparmi.
Comunque sembra tutto deciso. E, per portarsi avanti, ieri Zelensky ha annunciato aumenti di stipendio per i militari ucraini, che saranno operativi, retroattivamente, dal 1 giugno. Si alza il livello minimo della retribuzione, vengono «introdotti nuovi contratti molto più vantaggiosi» e anche premi di produzione legati al numero di combattimenti cui i soldati parteciperanno. In pratica più ne ammazzi, più bonus avrai in busta paga. «L’Ucraina ha le risorse per aumentare gli stipendi nelle Forze armate», ha annunciato trionfante Zelensky con apposito video. Dimenticando di dire che quelle risorse l’Ucraina ce l’ha perché gliele abbiamo gentilmente offerte noi…
Ora però non resta che aspettare il momento in cui i Paesi Nato gli offriranno il resto. E sarà bello sentire come lo spiegheranno ai loro cittadini: scusate, cari italiani, lo sappiamo che abbiamo già dato una barcata di miliardi a quel signore di Kiev, lo sappiamo che grazie ai nostri soldi lui può fare contratti vantaggiosi ai militari ucraini mentre gli stipendi nostri continuano a essere miseri, lo sappiamo che abbiamo già applicato venti pacchetti di sanzioni alla Russia che hanno fatto più male a noi che a loro, lo sappiamo che, come Ue, abbiamo appena stanziato 90 miliardi per sostenere gli eroici combattenti ucraini, ma adesso, scusateci, dobbiamo aggiungerne un’altra ventina, tutti insieme, e a noi italiani ne toccano non meno di due. Abbiate pazienza, ma così va il mondo oggi: lacrime, sangue e oro a Kiev. Non siete contenti? Lo sappiamo. Ma già che ci siamo vorremmo farvi una confidenza: sapete quello che vi abbiamo sempre detto, cioè che i vostri soldi servono per difendere l’Ucraina? Ecco: non è così. Quei soldi oggi non servono per difendere l’Ucraina: servono per attaccare la Russia. Dunque pagate e bombardate con noi: è il momento del lungo raggio, non del braccio corto.
Eppure vi ricordate quanta prudenza c’era all’inizio della guerra, quando cominciarono i primi finanziamenti all’Ucraina? «Daremo solo armi difensive», si diceva. Poi dopo un po’ la correzione: no, daremo anche armi offensive, ma solo leggere. Poi: no, daremo armi offensive e anche pesanti. Cioè i carri armati. Poi anche i super carri armati. Poi i missili a corto raggio. Poi a medio raggio. Poi a lungo raggio e pure i caccia. Ora si arriva direttamente al finanziamento Nato per «far bruciare la Russia». In pratica: si trascina la Nato in guerra per interposto quattrino. Non è uno scherzo: passo dopo passo ci siamo arrivati. Se la richiesta sarà avanzata e accettata, in effetti, la Nato parteciperà di fatto all’attacco alla Russia, in modo esplicito, senza per altro che una dichiarazione di guerra sia mai stata presentata e votata dai Parlamenti degli stati membri. Il prossimo che dice che così difendiamo la democrazia merita altri 20 miliardi. Ma di calci nel sedere.
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