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2021-02-09
Per il Papa la scuola al pc è una «catastrofe»
Ansa
«È una catastrofe educativa». L'uomo che scandisce la frase sta parlando degli effetti del lockdown a colori, della psicosi sanitaria, di quel perdurante stato d'emergenza dell'anima che ancora condiziona la nostra società dopo un anno di Covid. Sarà un negazionista? Invece è il Papa. Ricevendo in udienza i rappresentanti del corpo diplomatico accreditato nella Santa Sede, Francesco ribadisce un'immagine a cui tiene parecchio, per definire il disastro di una generazione perduta, quella dei bambini confinati in casa davanti a un computer in una realtà da morbillo permanente.
«Assistiamo a una sorta di catastrofe educativa davanti alla quale non si può rimanere inerti per il bene delle future generazioni e dell'intera società», dice il Pontefice riferendosi soprattutto alla scuola. La sua critica alla Dad (la didattica a distanza, totem degli ex ministri della Salute, Roberto Speranza, dell'Istruzione, Lucia Azzolina) è precisa. Lo fa partendo dalla crisi dei rapporti umani demonizzati dai protocolli. «È l'espressione di una generale crisi antropologica che riguarda la concezione stessa della persona umana e la sua dignità trascendente. La pandemia, che ci ha costretto a lunghi mesi di isolamento e spesso di solitudine, ha fatto emergere la necessità che ogni persona ha di avere rapporti umani».
Il Vaticano che in primavera si arrese subito (e con sorpresa) alle logiche chiusuriste della scienza aumentando lo smarrimento dei cittadini, ora vede nitidamente sulla spiaggia il relitto più doloroso dopo il passaggio dello tsunami sanitario. «Penso soprattutto agli studenti», prosegue papa Francesco. «Penso a coloro che non sono potuti andare regolarmente a scuola e all'università. Ovunque si è cercato di attivare una rapida risposta attraverso le piattaforme informatiche, le quali hanno mostrato una marcata disparità di opportunità educative e tecnologiche. Inoltre, a causa del confinamento e di tante altre carenze già esistenti, molti bambini e adolescenti sono rimasti indietro nel naturale processo di sviluppo pedagogico. Infine l'aumento della didattica a distanza ha comportato una maggiore dipendenza dei bambini e degli adolescenti da Internet e in genere da forme di comunicazione virtuale, rendendoli peraltro più vulnerabili e sovraesposti alle attività criminali online».
La generazione perduta, destinata a recuperi affannosi dopo un anno di Dad, è il cuore del problema. E il grido del Papa può aiutare psicologi, educatori, genitori zittiti quando non ridicolizzati dai media asserviti al conformismo governativo-sanitario con riflessi condizionati da Vopos; i danni delle chiusure disinvolte presentate come unico rimedio all'avanzare del virus potrebbero essere irreversibili non solo per l'economia. Lockdown, una strategia rivelatasi fallimentare perché i Paesi che non hanno imposto misure draconiane (Svezia, Bielorussia, Estonia) e quelli che si sono limitati a chiudere localmente per periodi brevi (Germania, Olanda, Croazia) hanno avuto le stesse curve epidemiologiche rispetto a chi ha imposto regole drastiche come Italia, Francia, Belgio, Spagna e Gran Bretagna.
Papa Francesco non ha finito. Fa gli auguri agli italiani («che per primi in Europa si sono trovati a confrontarsi con le gravi conseguenze della pandemia»), poi torna sul tema principale. «C'è bisogno di un rinnovato impegno educativo. L'educazione è il naturale antidoto alla cultura individualistica che a volte degenera in vero e proprio culto dell'io e nel primato dell'indifferenza. Il nostro futuro non può essere la divisione, l'impoverimento delle facoltà di pensiero e d'immaginazione, di ascolto, di dialogo e di mutua comprensione».
Le parole del Papa, tese a individuare e a indicare i danni del «dopo epidemia», sono molto importanti perché possono scardinare il pregiudizio, smuovere l'ossessione da mascherina permanente. Nei mesi scorsi si è verificato un combinato disposto micidiale, un mix da laboratorio sociale con tre ingredienti esplosivi: la passività della mediocrazia politica davanti al virus cinese, la continua invadenza dei virologi da talk show a imporre diktat cervellotici e l'appiattimento mediatico su posizioni allarmistiche senza alcuno spirito dialettico.
A conferma dell'allarme del Pontefice sull'eccesso di Dad, arriva una ricerca dell'Unicef in collaborazione con l'università Cattolica sull'impatto della didattica a distanza sui bambini italiani. Risultato: delle 1.028 famiglie chiamate a rispondere, una su tre non è stata in grado di sostenere adeguatamente l'apprendimento a distanza durante il lockdown. Il 27% dei genitori ha detto di non possedere tecnologie adeguate, il 30% di non aver avuto tempo a sufficienza per sostenerli con la didattica a distanza, il 6% non ha potuto partecipare per mancanza di connettività e buchi nella Rete telematica. Un mezzo disastro con precise responsabilità politiche; la pretesa del governo guidato da Giuseppe Conte di applicare all'Italia metodi che potrebbero funzionare in Paesi ben più strutturati come Canada o Svizzera, è costata cara ai nostri ragazzi.
«Il vuoto come unico rimedio per tutelare la salute, la sostituzione definitiva del sociale con il social; nessun dittatore distopico avrebbe osato sognare un delitto tanto perfetto». Prima del Papa era arrivato alla stessa conclusione il mondo accademico con le sue menti più lucide. La frase è di Gianni Canova, rettore dell'università Iulm di Milano. La sua sentenza è definitiva: «Abbiamo rubato un anno di vita ai nostri ragazzi. E gli effetti disastrosi si vedranno fra venti».
Anche a Padova chiusi in cantina 84.000 euro di banchi a rotelle
Oltre 500 banchi a rotelle dimenticati, accatastati in magazzino a prender polvere. È la scoperta fatta ieri dal TgPadova Telenuovo, con un servizio che, con la forza delle immagini, ha raccontato quello che è difficile non ritenere uno spreco. Del migliaio di «sedute innovative» - così vengono chiamati i banchi mobili -, ordinati a inizio anno scolastico dalla provincia di Padova, su input del ministero guidato da Lucia Azzolina, infatti, oltre la metà, 560, son stati respinti dai dirigenti scolastici e ora giacciono accatastati nei depositi.
Considerando che ogni banco costa 150 euro, il probabile sperpero è di 84.000 euro. Non pochi visti i tempi e considerando che sono stati spesi utilizzando i fondi europei. Tanto che il vicepresidente della Provincia, Vincenzo Gottardo, interpellato sul punto non ha nascosto l'auspicio che tali banchi a rotelle possano essere presto «ricollocati», destinandoli a istituti che li richiedessero; diversamente, ha precisato Gottardo, essi finiranno probabilmente «a delle associazioni attive nel volontariato», oppure a «Paesi del mondo» in via di sviluppo.
Tradotto dal politichese: siccome nessuno se li fila, tutto ciò che si può fare con questi banchi, ormai, è evitare che finiscano al macero. Ma non sarà semplice visto e considerato che in tutto il Veneto, non solo nel Padovano, i monoposto a rotelle sono avversati. «Lo stesso Ufficio scolastico regionale», ha precisato qualche giorno fa Elena Donazzan, assessore all'istruzione della Regione Veneto, «ha diramato tempo fa una nota in cui ne sconsigliava l'uso. E quell'Ufficio è la rappresentanza territoriale del ministero».
Ciò nonostante, Lucia Azzolina ha difeso con le unghie e con i denti la scelta di far acquistare questi banchi che, a detta sua, «hanno contribuito a ridurre i contagi nelle scuole». Come faccia la Azzolina a esserne così sicura è un mistero dato che, da un lato, molti di questi banchi non sono neppure mai stati utilizzati e, dall'altro, la didattica è stata a distanza fino a poche settimane fa in gran parte delle Regioni italiane. La tesi dei monoposto - che peraltro risultano scomodi e poco stabili - come argini al Covid è quindi una tesi, lecita ma personalissima, dell'esponente del Movimento 5 stelle.
L'unica cosa sicura, tornando a noi, è lo sventurato affare legato a questi prodotti, acquistati per facilitare il distanziamento sociale durante le lezioni e costati 400 milioni di euro di soldi pubblici. Chi ha provveduto al discutibile ma massiccio ordine - ne sono stati comprati 430.000 - è stato il supercommissario Domenico Arcuri, per cui sarebbe sbagliato ascrivere alla sola Azzolina responsabilità che son pure di altri in una questione che ha oggettivamente dell'incredibile. Infatti, al di là del fatto che siano usati o, come succede a Padova, dimenticati nei magazzini, c'è il serio rischio che questi banchi non siano neppure a norma in quanto privi di attestazione Uni, l'Ente nazionale italiano di unificazione.
Così, almeno, la pensa Emidio Salvatorelli, presidente dell'azienda produttrice di arredi scolastici Vastarredo, secondo cui «tutti i prodotti per essere a norma e offrire garanzie devono avere questa certificazione. I banchi a rotelle che sono nelle scuole italiane non ce l'hanno». Riepilogando, questi monoposto son costosi, scomodi, non li vuole nessuno e non è manco detto che siano a norma. In fondo non è dunque così strano che a Padova ce ne 560 ancora imballati. La notizia è che qualcuno ancora li utilizzi.
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Il Pontefice accusa senza mezzi termini l'educazione a distanza, che ha lasciato soli gli studenti. E ha aumentato le disuguaglianze. A seppellire definitivamente il modello Azzolina ci pensa l'Unicef: «Una famiglia su tre non ha potuto seguire i figli nel lockdown».Il maxi investimento del commissario Domenico Arcuri rischia di finire nei Paesi in via di sviluppo.Lo speciale contiene due articoli.«È una catastrofe educativa». L'uomo che scandisce la frase sta parlando degli effetti del lockdown a colori, della psicosi sanitaria, di quel perdurante stato d'emergenza dell'anima che ancora condiziona la nostra società dopo un anno di Covid. Sarà un negazionista? Invece è il Papa. Ricevendo in udienza i rappresentanti del corpo diplomatico accreditato nella Santa Sede, Francesco ribadisce un'immagine a cui tiene parecchio, per definire il disastro di una generazione perduta, quella dei bambini confinati in casa davanti a un computer in una realtà da morbillo permanente.«Assistiamo a una sorta di catastrofe educativa davanti alla quale non si può rimanere inerti per il bene delle future generazioni e dell'intera società», dice il Pontefice riferendosi soprattutto alla scuola. La sua critica alla Dad (la didattica a distanza, totem degli ex ministri della Salute, Roberto Speranza, dell'Istruzione, Lucia Azzolina) è precisa. Lo fa partendo dalla crisi dei rapporti umani demonizzati dai protocolli. «È l'espressione di una generale crisi antropologica che riguarda la concezione stessa della persona umana e la sua dignità trascendente. La pandemia, che ci ha costretto a lunghi mesi di isolamento e spesso di solitudine, ha fatto emergere la necessità che ogni persona ha di avere rapporti umani». Il Vaticano che in primavera si arrese subito (e con sorpresa) alle logiche chiusuriste della scienza aumentando lo smarrimento dei cittadini, ora vede nitidamente sulla spiaggia il relitto più doloroso dopo il passaggio dello tsunami sanitario. «Penso soprattutto agli studenti», prosegue papa Francesco. «Penso a coloro che non sono potuti andare regolarmente a scuola e all'università. Ovunque si è cercato di attivare una rapida risposta attraverso le piattaforme informatiche, le quali hanno mostrato una marcata disparità di opportunità educative e tecnologiche. Inoltre, a causa del confinamento e di tante altre carenze già esistenti, molti bambini e adolescenti sono rimasti indietro nel naturale processo di sviluppo pedagogico. Infine l'aumento della didattica a distanza ha comportato una maggiore dipendenza dei bambini e degli adolescenti da Internet e in genere da forme di comunicazione virtuale, rendendoli peraltro più vulnerabili e sovraesposti alle attività criminali online».La generazione perduta, destinata a recuperi affannosi dopo un anno di Dad, è il cuore del problema. E il grido del Papa può aiutare psicologi, educatori, genitori zittiti quando non ridicolizzati dai media asserviti al conformismo governativo-sanitario con riflessi condizionati da Vopos; i danni delle chiusure disinvolte presentate come unico rimedio all'avanzare del virus potrebbero essere irreversibili non solo per l'economia. Lockdown, una strategia rivelatasi fallimentare perché i Paesi che non hanno imposto misure draconiane (Svezia, Bielorussia, Estonia) e quelli che si sono limitati a chiudere localmente per periodi brevi (Germania, Olanda, Croazia) hanno avuto le stesse curve epidemiologiche rispetto a chi ha imposto regole drastiche come Italia, Francia, Belgio, Spagna e Gran Bretagna.Papa Francesco non ha finito. Fa gli auguri agli italiani («che per primi in Europa si sono trovati a confrontarsi con le gravi conseguenze della pandemia»), poi torna sul tema principale. «C'è bisogno di un rinnovato impegno educativo. L'educazione è il naturale antidoto alla cultura individualistica che a volte degenera in vero e proprio culto dell'io e nel primato dell'indifferenza. Il nostro futuro non può essere la divisione, l'impoverimento delle facoltà di pensiero e d'immaginazione, di ascolto, di dialogo e di mutua comprensione». Le parole del Papa, tese a individuare e a indicare i danni del «dopo epidemia», sono molto importanti perché possono scardinare il pregiudizio, smuovere l'ossessione da mascherina permanente. Nei mesi scorsi si è verificato un combinato disposto micidiale, un mix da laboratorio sociale con tre ingredienti esplosivi: la passività della mediocrazia politica davanti al virus cinese, la continua invadenza dei virologi da talk show a imporre diktat cervellotici e l'appiattimento mediatico su posizioni allarmistiche senza alcuno spirito dialettico.A conferma dell'allarme del Pontefice sull'eccesso di Dad, arriva una ricerca dell'Unicef in collaborazione con l'università Cattolica sull'impatto della didattica a distanza sui bambini italiani. Risultato: delle 1.028 famiglie chiamate a rispondere, una su tre non è stata in grado di sostenere adeguatamente l'apprendimento a distanza durante il lockdown. Il 27% dei genitori ha detto di non possedere tecnologie adeguate, il 30% di non aver avuto tempo a sufficienza per sostenerli con la didattica a distanza, il 6% non ha potuto partecipare per mancanza di connettività e buchi nella Rete telematica. Un mezzo disastro con precise responsabilità politiche; la pretesa del governo guidato da Giuseppe Conte di applicare all'Italia metodi che potrebbero funzionare in Paesi ben più strutturati come Canada o Svizzera, è costata cara ai nostri ragazzi.«Il vuoto come unico rimedio per tutelare la salute, la sostituzione definitiva del sociale con il social; nessun dittatore distopico avrebbe osato sognare un delitto tanto perfetto». Prima del Papa era arrivato alla stessa conclusione il mondo accademico con le sue menti più lucide. La frase è di Gianni Canova, rettore dell'università Iulm di Milano. La sua sentenza è definitiva: «Abbiamo rubato un anno di vita ai nostri ragazzi. E gli effetti disastrosi si vedranno fra venti». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/per-il-papa-la-scuola-al-pc-e-una-catastrofe-2650405992.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="anche-a-padova-chiusi-in-cantina-84-000-euro-di-banchi-a-rotelle" data-post-id="2650405992" data-published-at="1612814481" data-use-pagination="False"> Anche a Padova chiusi in cantina 84.000 euro di banchi a rotelle Oltre 500 banchi a rotelle dimenticati, accatastati in magazzino a prender polvere. È la scoperta fatta ieri dal TgPadova Telenuovo, con un servizio che, con la forza delle immagini, ha raccontato quello che è difficile non ritenere uno spreco. Del migliaio di «sedute innovative» - così vengono chiamati i banchi mobili -, ordinati a inizio anno scolastico dalla provincia di Padova, su input del ministero guidato da Lucia Azzolina, infatti, oltre la metà, 560, son stati respinti dai dirigenti scolastici e ora giacciono accatastati nei depositi. Considerando che ogni banco costa 150 euro, il probabile sperpero è di 84.000 euro. Non pochi visti i tempi e considerando che sono stati spesi utilizzando i fondi europei. Tanto che il vicepresidente della Provincia, Vincenzo Gottardo, interpellato sul punto non ha nascosto l'auspicio che tali banchi a rotelle possano essere presto «ricollocati», destinandoli a istituti che li richiedessero; diversamente, ha precisato Gottardo, essi finiranno probabilmente «a delle associazioni attive nel volontariato», oppure a «Paesi del mondo» in via di sviluppo. Tradotto dal politichese: siccome nessuno se li fila, tutto ciò che si può fare con questi banchi, ormai, è evitare che finiscano al macero. Ma non sarà semplice visto e considerato che in tutto il Veneto, non solo nel Padovano, i monoposto a rotelle sono avversati. «Lo stesso Ufficio scolastico regionale», ha precisato qualche giorno fa Elena Donazzan, assessore all'istruzione della Regione Veneto, «ha diramato tempo fa una nota in cui ne sconsigliava l'uso. E quell'Ufficio è la rappresentanza territoriale del ministero». Ciò nonostante, Lucia Azzolina ha difeso con le unghie e con i denti la scelta di far acquistare questi banchi che, a detta sua, «hanno contribuito a ridurre i contagi nelle scuole». Come faccia la Azzolina a esserne così sicura è un mistero dato che, da un lato, molti di questi banchi non sono neppure mai stati utilizzati e, dall'altro, la didattica è stata a distanza fino a poche settimane fa in gran parte delle Regioni italiane. La tesi dei monoposto - che peraltro risultano scomodi e poco stabili - come argini al Covid è quindi una tesi, lecita ma personalissima, dell'esponente del Movimento 5 stelle. L'unica cosa sicura, tornando a noi, è lo sventurato affare legato a questi prodotti, acquistati per facilitare il distanziamento sociale durante le lezioni e costati 400 milioni di euro di soldi pubblici. Chi ha provveduto al discutibile ma massiccio ordine - ne sono stati comprati 430.000 - è stato il supercommissario Domenico Arcuri, per cui sarebbe sbagliato ascrivere alla sola Azzolina responsabilità che son pure di altri in una questione che ha oggettivamente dell'incredibile. Infatti, al di là del fatto che siano usati o, come succede a Padova, dimenticati nei magazzini, c'è il serio rischio che questi banchi non siano neppure a norma in quanto privi di attestazione Uni, l'Ente nazionale italiano di unificazione. Così, almeno, la pensa Emidio Salvatorelli, presidente dell'azienda produttrice di arredi scolastici Vastarredo, secondo cui «tutti i prodotti per essere a norma e offrire garanzie devono avere questa certificazione. I banchi a rotelle che sono nelle scuole italiane non ce l'hanno». Riepilogando, questi monoposto son costosi, scomodi, non li vuole nessuno e non è manco detto che siano a norma. In fondo non è dunque così strano che a Padova ce ne 560 ancora imballati. La notizia è che qualcuno ancora li utilizzi.
Ecco #EdicolaVerità, la rassegna stampa podcast dell'11 giugno con Carlo Cambi
(Ansa)
Poche ore dopo, Donald Trump si è mostrato spazientito. «L’esercito iraniano è un disastro totale. Gran parte di esso, come la Marina e l’Aeronautica, non esiste nemmeno più: è stato completamente sconfitto», ha dichiarato su Truth, per poi aggiungere: «L’Iran è solo chiacchiere e niente fatti. Il bullo del Medio Oriente è morto! Ci hanno messo troppo tempo a negoziare un accordo che sarebbe stato ottimo per loro, ora dovranno pagarne il prezzo». Non solo. Sempre ieri, il presidente americano ha elogiato il blocco navale imposto ai porti iraniani e, parlando con Fox News, è tornato a ventilare l’ipotesi di ordinare attacchi contro le infrastrutture civili della Repubblica islamica in caso di mancata intesa. A replicare all’inquilino della Casa Bianca è stato il portavoce delle forze armate iraniane, Abolfazl Shekarchi, secondo cui Teheran «non farà un passo indietro». Anche il presidente iraniano, Masoud Pezehskian, ha detto che la Repubblica islamica «rimarrà ferma» davanti alla pressione degli Stati Uniti.
Come che sia, Trump, al netto delle minacce, non ha chiuso la porta alla diplomazia. «Dovrebbero firmare l’accordo, è un buon accordo», ha affermato, sostenendo che la proposta in discussione sarebbe stata «completamente negoziata» e che impedirebbe a Teheran di «avere mai un’arma nucleare». «Vogliamo un accordo significativo, vogliamo un accordo che funzioni», ha continuato, per poi aggiungere: «Vedremo cosa succederà, ma ieri li abbiamo colpiti duramente e li colpiremo di nuovo duramente oggi... E vedremo cosa succederà con l’accordo. Eravamo davvero vicini all’accordo, ma continuano a prenderci in giro, continuano a farci fessi».
Il presidente americano ha anche detto che gli Stati Uniti stanno «prelevando milioni di barili di petrolio» dall’Iran. «Sono stati prelevati milioni di barili di petrolio ed è per questo che il prezzo è di 85-90 dollari al barile invece di 250 dollari», ha aggiunto. Nel frattempo, Centcom ha reso noto di aver aperto il fuoco e di aver messo fuori uso una petroliera, battente bandiera di Palau, che aveva cercato di forzare il blocco navale statunitense, trasportando greggio fuori dalla Repubblica islamica. In tutto questo, una fonte del governo israeliano ha riferito ieri al Times of Israel che Trump e Benjamin Netanyahu sarebbero «perfettamente coordinati» per quanto concerne gli ultimi attacchi all’Iran. Tuttavia, sempre ieri, il presidente americano ha definito l’omologo turco, Recep Tayyip Erdogan, un «ottimo amico»: parole che non è detto saranno gradite al premier israeliano, visti i pessimi rapporti di Gerusalemme con Ankara.
Ciò detto, al netto della tensione, ieri i negoziatori del Qatar si sono recati in Iran per cercare di mediare un accordo tra Washington e la Repubblica islamica. Ciò non ha comunque impedito al ministero degli Esteri di Doha di condannare gli attacchi sferrati dal regime khomeinista in Bahrein, Kuwait e Giordania, parlando di «flagrante violazione» della loro sovranità. Una posizione, quella del governo qatariota, di fatto condivisa anche dall’Arabia Saudita. Nel frattempo, la questione del nucleare iraniano sta tornando sotto i riflettori. Ieri, l’Aiea ha approvato una risoluzione, sostenuta dagli Stati Uniti, che invoca l’accesso ai siti atomici della Repubblica islamica. Un documento che è stato tuttavia bollato come «controproducente» dall’ambasciatore iraniano a Vienna, Reza Najafi. «Complica ulteriormente la situazione instabile, il cessate il fuoco precario e i negoziati ancora incompiuti tra Iran e Stati Uniti», ha aggiunto.
Insomma, la situazione complessiva si sta facendo sempre più traballante. Il processo diplomatico è ancora in piedi ma rischia seriamente di deragliare. Frattanto, l’Idf ha reso noto ieri di aver colpito vari obiettivi di Hezbollah nel Libano meridionale. Non dimentichiamo che la questione libanese si interseca con i negoziati tra Stati Uniti e Iran. Teheran ha infatti subordinato il raggiungimento di un accordo con Washington alla conclusione degli attacchi israeliani nel Paese dei Cedri. Se da una parte ha necessità di raffrenare Netanyahu, Trump, dall’altra, ha bisogno di isolare i pasdaran: non è del resto un mistero che costoro stiano remando contro la diplomazia tra Stati Uniti e Iran. Il punto è che, sì, il presidente americano ha necessità di terminare il conflitto per abbassare il costo dell’energia. Al contempo, però, la linea dura delle Guardie della rivoluzione impedisce un allentamento della pressione statunitense: una pressione che, tra le sanzioni e il blocco navale, sta indebolendo significativamente il regime khomeinista sul fronte economico. Al contempo, è possibile che, negli Stati Uniti, i falchi, come il senatore repubblicano Lindsey Graham, cercheranno di spingere la Casa Bianca a riprendere la guerra con Teheran, tentando così di isolare il vicepresidente statunitense J.D. Vance, che è da sempre maggiormente propenso alla soluzione diplomatica.
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Imagoeconomica
Ovviamente è giusto che un espatriato, seppure di cittadinanza italiana, sia chiamato a pagare nel caso riceva assistenza medica a carico del servizio pubblico. Infatti, se risiede all’estero le tasse le paga nel Paese in cui vive e dunque non può pretendere di godere dei vantaggi di un welfare che i contribuenti mantengono in piedi versando ogni anno migliaia di euro di imposte. Tuttavia, ciò che è giusto in linea di principio poi si scontra con la pratica e, paradossalmente, diventa una discriminazione nei confronti di persone che per lunghi anni sono vissute in Italia e con le loro tasse hanno contribuito a far crescere Pil e servizi. Già, perché agli stranieri senza permesso di soggiorno le cure sono comunque garantite, a prescindere dal reddito e dalla residenza. In teoria, uno straniero può addirittura trasferirsi in Italia proprio per essere curato nei nostri ospedali e nel momento in cui dimostra di non avere soldi può ricevere un’assistenza gratuita a carico del servizio sanitario nazionale.
Quante volte è capitato di trovare i corridoi del Pronto soccorso affollati da clandestini che per di più pretendono di essere curati rapidamente, nonostante i malesseri lamentati non siano da codice rosso? Credo che la fila di stranieri sia capitata a tutti, in quanto spesso gli extracomunitari scambiano il Pronto soccorso per la guardia medica o, addirittura, per il dottore di famiglia e dunque se ne avvalgono anche quando hanno una banale influenza. Beh, sappiate che gli immigrati senza permesso ricevono le cure a spese nostre, anche se non hanno una residenza in Italia e non sono in grado di esibire una carta di credito per pagare ticket o medicinali. Requisiti che invece sono richiesti agli italiani che hanno traslocato fuori dai confini nazionali.
Vi sembra incredibile? Eppure, è così e a ribadirlo, recentemente, è stata la stessa Corte costituzionale. I giudici della legge, hanno stabilito con una sentenza che anche in assenza di un permesso di soggiorno regolare, lo straniero con una invalidità non possa essere chiamato a pagare. Disposizione bizzarra, soprattutto nel momento in cui uno straniero con regolare permesso di soggiorno è tenuto a contribuire al pari degli italiani.
La discriminazione è evidente. Perché è pur vero che centinaia di pensionati si trasferiscono all’estero per godere dei benefici di una tassazione favorevole, ma è altrettanto certo che molti di costoro hanno pagato tasse e contributi per una vita e dunque, anche se espatriati, hanno più titolo per essere curati di un clandestino. Poi c’è il caso dei molti giovani costretti a emigrare, per ragioni di studio o di lavoro. Anche per loro fare le valigie significa sobbarcarsi, nel caso ne abbiano bisogno, del pagamento delle spese mediche in Italia, soprattutto se non sono in grado di dimostrare di essere indigenti.
Obblighi da cui sono invece esentati i migranti, i quali proprio in virtù delle loro condizioni hanno diritto all’assistenza gratuita. Come per altro possono ottenere aiuti per le bollette, corsie preferenziali per gli alloggi pubblici e, qualora abbiano figli minori, pure negli asili. Insomma, è il mondo al contrario, dove lo slogan «Prima gli italiani» è stato trasformato in «Prima gli stranieri».
Con buona pace di quell’altro principio costituzionale che dovrebbe garantire a tutti parità di trattamento.
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