True
2021-02-09
Per il Papa la scuola al pc è una «catastrofe»
Ansa
«È una catastrofe educativa». L'uomo che scandisce la frase sta parlando degli effetti del lockdown a colori, della psicosi sanitaria, di quel perdurante stato d'emergenza dell'anima che ancora condiziona la nostra società dopo un anno di Covid. Sarà un negazionista? Invece è il Papa. Ricevendo in udienza i rappresentanti del corpo diplomatico accreditato nella Santa Sede, Francesco ribadisce un'immagine a cui tiene parecchio, per definire il disastro di una generazione perduta, quella dei bambini confinati in casa davanti a un computer in una realtà da morbillo permanente.
«Assistiamo a una sorta di catastrofe educativa davanti alla quale non si può rimanere inerti per il bene delle future generazioni e dell'intera società», dice il Pontefice riferendosi soprattutto alla scuola. La sua critica alla Dad (la didattica a distanza, totem degli ex ministri della Salute, Roberto Speranza, dell'Istruzione, Lucia Azzolina) è precisa. Lo fa partendo dalla crisi dei rapporti umani demonizzati dai protocolli. «È l'espressione di una generale crisi antropologica che riguarda la concezione stessa della persona umana e la sua dignità trascendente. La pandemia, che ci ha costretto a lunghi mesi di isolamento e spesso di solitudine, ha fatto emergere la necessità che ogni persona ha di avere rapporti umani».
Il Vaticano che in primavera si arrese subito (e con sorpresa) alle logiche chiusuriste della scienza aumentando lo smarrimento dei cittadini, ora vede nitidamente sulla spiaggia il relitto più doloroso dopo il passaggio dello tsunami sanitario. «Penso soprattutto agli studenti», prosegue papa Francesco. «Penso a coloro che non sono potuti andare regolarmente a scuola e all'università. Ovunque si è cercato di attivare una rapida risposta attraverso le piattaforme informatiche, le quali hanno mostrato una marcata disparità di opportunità educative e tecnologiche. Inoltre, a causa del confinamento e di tante altre carenze già esistenti, molti bambini e adolescenti sono rimasti indietro nel naturale processo di sviluppo pedagogico. Infine l'aumento della didattica a distanza ha comportato una maggiore dipendenza dei bambini e degli adolescenti da Internet e in genere da forme di comunicazione virtuale, rendendoli peraltro più vulnerabili e sovraesposti alle attività criminali online».
La generazione perduta, destinata a recuperi affannosi dopo un anno di Dad, è il cuore del problema. E il grido del Papa può aiutare psicologi, educatori, genitori zittiti quando non ridicolizzati dai media asserviti al conformismo governativo-sanitario con riflessi condizionati da Vopos; i danni delle chiusure disinvolte presentate come unico rimedio all'avanzare del virus potrebbero essere irreversibili non solo per l'economia. Lockdown, una strategia rivelatasi fallimentare perché i Paesi che non hanno imposto misure draconiane (Svezia, Bielorussia, Estonia) e quelli che si sono limitati a chiudere localmente per periodi brevi (Germania, Olanda, Croazia) hanno avuto le stesse curve epidemiologiche rispetto a chi ha imposto regole drastiche come Italia, Francia, Belgio, Spagna e Gran Bretagna.
Papa Francesco non ha finito. Fa gli auguri agli italiani («che per primi in Europa si sono trovati a confrontarsi con le gravi conseguenze della pandemia»), poi torna sul tema principale. «C'è bisogno di un rinnovato impegno educativo. L'educazione è il naturale antidoto alla cultura individualistica che a volte degenera in vero e proprio culto dell'io e nel primato dell'indifferenza. Il nostro futuro non può essere la divisione, l'impoverimento delle facoltà di pensiero e d'immaginazione, di ascolto, di dialogo e di mutua comprensione».
Le parole del Papa, tese a individuare e a indicare i danni del «dopo epidemia», sono molto importanti perché possono scardinare il pregiudizio, smuovere l'ossessione da mascherina permanente. Nei mesi scorsi si è verificato un combinato disposto micidiale, un mix da laboratorio sociale con tre ingredienti esplosivi: la passività della mediocrazia politica davanti al virus cinese, la continua invadenza dei virologi da talk show a imporre diktat cervellotici e l'appiattimento mediatico su posizioni allarmistiche senza alcuno spirito dialettico.
A conferma dell'allarme del Pontefice sull'eccesso di Dad, arriva una ricerca dell'Unicef in collaborazione con l'università Cattolica sull'impatto della didattica a distanza sui bambini italiani. Risultato: delle 1.028 famiglie chiamate a rispondere, una su tre non è stata in grado di sostenere adeguatamente l'apprendimento a distanza durante il lockdown. Il 27% dei genitori ha detto di non possedere tecnologie adeguate, il 30% di non aver avuto tempo a sufficienza per sostenerli con la didattica a distanza, il 6% non ha potuto partecipare per mancanza di connettività e buchi nella Rete telematica. Un mezzo disastro con precise responsabilità politiche; la pretesa del governo guidato da Giuseppe Conte di applicare all'Italia metodi che potrebbero funzionare in Paesi ben più strutturati come Canada o Svizzera, è costata cara ai nostri ragazzi.
«Il vuoto come unico rimedio per tutelare la salute, la sostituzione definitiva del sociale con il social; nessun dittatore distopico avrebbe osato sognare un delitto tanto perfetto». Prima del Papa era arrivato alla stessa conclusione il mondo accademico con le sue menti più lucide. La frase è di Gianni Canova, rettore dell'università Iulm di Milano. La sua sentenza è definitiva: «Abbiamo rubato un anno di vita ai nostri ragazzi. E gli effetti disastrosi si vedranno fra venti».
Anche a Padova chiusi in cantina 84.000 euro di banchi a rotelle
Oltre 500 banchi a rotelle dimenticati, accatastati in magazzino a prender polvere. È la scoperta fatta ieri dal TgPadova Telenuovo, con un servizio che, con la forza delle immagini, ha raccontato quello che è difficile non ritenere uno spreco. Del migliaio di «sedute innovative» - così vengono chiamati i banchi mobili -, ordinati a inizio anno scolastico dalla provincia di Padova, su input del ministero guidato da Lucia Azzolina, infatti, oltre la metà, 560, son stati respinti dai dirigenti scolastici e ora giacciono accatastati nei depositi.
Considerando che ogni banco costa 150 euro, il probabile sperpero è di 84.000 euro. Non pochi visti i tempi e considerando che sono stati spesi utilizzando i fondi europei. Tanto che il vicepresidente della Provincia, Vincenzo Gottardo, interpellato sul punto non ha nascosto l'auspicio che tali banchi a rotelle possano essere presto «ricollocati», destinandoli a istituti che li richiedessero; diversamente, ha precisato Gottardo, essi finiranno probabilmente «a delle associazioni attive nel volontariato», oppure a «Paesi del mondo» in via di sviluppo.
Tradotto dal politichese: siccome nessuno se li fila, tutto ciò che si può fare con questi banchi, ormai, è evitare che finiscano al macero. Ma non sarà semplice visto e considerato che in tutto il Veneto, non solo nel Padovano, i monoposto a rotelle sono avversati. «Lo stesso Ufficio scolastico regionale», ha precisato qualche giorno fa Elena Donazzan, assessore all'istruzione della Regione Veneto, «ha diramato tempo fa una nota in cui ne sconsigliava l'uso. E quell'Ufficio è la rappresentanza territoriale del ministero».
Ciò nonostante, Lucia Azzolina ha difeso con le unghie e con i denti la scelta di far acquistare questi banchi che, a detta sua, «hanno contribuito a ridurre i contagi nelle scuole». Come faccia la Azzolina a esserne così sicura è un mistero dato che, da un lato, molti di questi banchi non sono neppure mai stati utilizzati e, dall'altro, la didattica è stata a distanza fino a poche settimane fa in gran parte delle Regioni italiane. La tesi dei monoposto - che peraltro risultano scomodi e poco stabili - come argini al Covid è quindi una tesi, lecita ma personalissima, dell'esponente del Movimento 5 stelle.
L'unica cosa sicura, tornando a noi, è lo sventurato affare legato a questi prodotti, acquistati per facilitare il distanziamento sociale durante le lezioni e costati 400 milioni di euro di soldi pubblici. Chi ha provveduto al discutibile ma massiccio ordine - ne sono stati comprati 430.000 - è stato il supercommissario Domenico Arcuri, per cui sarebbe sbagliato ascrivere alla sola Azzolina responsabilità che son pure di altri in una questione che ha oggettivamente dell'incredibile. Infatti, al di là del fatto che siano usati o, come succede a Padova, dimenticati nei magazzini, c'è il serio rischio che questi banchi non siano neppure a norma in quanto privi di attestazione Uni, l'Ente nazionale italiano di unificazione.
Così, almeno, la pensa Emidio Salvatorelli, presidente dell'azienda produttrice di arredi scolastici Vastarredo, secondo cui «tutti i prodotti per essere a norma e offrire garanzie devono avere questa certificazione. I banchi a rotelle che sono nelle scuole italiane non ce l'hanno». Riepilogando, questi monoposto son costosi, scomodi, non li vuole nessuno e non è manco detto che siano a norma. In fondo non è dunque così strano che a Padova ce ne 560 ancora imballati. La notizia è che qualcuno ancora li utilizzi.
Continua a leggereRiduci
Il Pontefice accusa senza mezzi termini l'educazione a distanza, che ha lasciato soli gli studenti. E ha aumentato le disuguaglianze. A seppellire definitivamente il modello Azzolina ci pensa l'Unicef: «Una famiglia su tre non ha potuto seguire i figli nel lockdown».Il maxi investimento del commissario Domenico Arcuri rischia di finire nei Paesi in via di sviluppo.Lo speciale contiene due articoli.«È una catastrofe educativa». L'uomo che scandisce la frase sta parlando degli effetti del lockdown a colori, della psicosi sanitaria, di quel perdurante stato d'emergenza dell'anima che ancora condiziona la nostra società dopo un anno di Covid. Sarà un negazionista? Invece è il Papa. Ricevendo in udienza i rappresentanti del corpo diplomatico accreditato nella Santa Sede, Francesco ribadisce un'immagine a cui tiene parecchio, per definire il disastro di una generazione perduta, quella dei bambini confinati in casa davanti a un computer in una realtà da morbillo permanente.«Assistiamo a una sorta di catastrofe educativa davanti alla quale non si può rimanere inerti per il bene delle future generazioni e dell'intera società», dice il Pontefice riferendosi soprattutto alla scuola. La sua critica alla Dad (la didattica a distanza, totem degli ex ministri della Salute, Roberto Speranza, dell'Istruzione, Lucia Azzolina) è precisa. Lo fa partendo dalla crisi dei rapporti umani demonizzati dai protocolli. «È l'espressione di una generale crisi antropologica che riguarda la concezione stessa della persona umana e la sua dignità trascendente. La pandemia, che ci ha costretto a lunghi mesi di isolamento e spesso di solitudine, ha fatto emergere la necessità che ogni persona ha di avere rapporti umani». Il Vaticano che in primavera si arrese subito (e con sorpresa) alle logiche chiusuriste della scienza aumentando lo smarrimento dei cittadini, ora vede nitidamente sulla spiaggia il relitto più doloroso dopo il passaggio dello tsunami sanitario. «Penso soprattutto agli studenti», prosegue papa Francesco. «Penso a coloro che non sono potuti andare regolarmente a scuola e all'università. Ovunque si è cercato di attivare una rapida risposta attraverso le piattaforme informatiche, le quali hanno mostrato una marcata disparità di opportunità educative e tecnologiche. Inoltre, a causa del confinamento e di tante altre carenze già esistenti, molti bambini e adolescenti sono rimasti indietro nel naturale processo di sviluppo pedagogico. Infine l'aumento della didattica a distanza ha comportato una maggiore dipendenza dei bambini e degli adolescenti da Internet e in genere da forme di comunicazione virtuale, rendendoli peraltro più vulnerabili e sovraesposti alle attività criminali online».La generazione perduta, destinata a recuperi affannosi dopo un anno di Dad, è il cuore del problema. E il grido del Papa può aiutare psicologi, educatori, genitori zittiti quando non ridicolizzati dai media asserviti al conformismo governativo-sanitario con riflessi condizionati da Vopos; i danni delle chiusure disinvolte presentate come unico rimedio all'avanzare del virus potrebbero essere irreversibili non solo per l'economia. Lockdown, una strategia rivelatasi fallimentare perché i Paesi che non hanno imposto misure draconiane (Svezia, Bielorussia, Estonia) e quelli che si sono limitati a chiudere localmente per periodi brevi (Germania, Olanda, Croazia) hanno avuto le stesse curve epidemiologiche rispetto a chi ha imposto regole drastiche come Italia, Francia, Belgio, Spagna e Gran Bretagna.Papa Francesco non ha finito. Fa gli auguri agli italiani («che per primi in Europa si sono trovati a confrontarsi con le gravi conseguenze della pandemia»), poi torna sul tema principale. «C'è bisogno di un rinnovato impegno educativo. L'educazione è il naturale antidoto alla cultura individualistica che a volte degenera in vero e proprio culto dell'io e nel primato dell'indifferenza. Il nostro futuro non può essere la divisione, l'impoverimento delle facoltà di pensiero e d'immaginazione, di ascolto, di dialogo e di mutua comprensione». Le parole del Papa, tese a individuare e a indicare i danni del «dopo epidemia», sono molto importanti perché possono scardinare il pregiudizio, smuovere l'ossessione da mascherina permanente. Nei mesi scorsi si è verificato un combinato disposto micidiale, un mix da laboratorio sociale con tre ingredienti esplosivi: la passività della mediocrazia politica davanti al virus cinese, la continua invadenza dei virologi da talk show a imporre diktat cervellotici e l'appiattimento mediatico su posizioni allarmistiche senza alcuno spirito dialettico.A conferma dell'allarme del Pontefice sull'eccesso di Dad, arriva una ricerca dell'Unicef in collaborazione con l'università Cattolica sull'impatto della didattica a distanza sui bambini italiani. Risultato: delle 1.028 famiglie chiamate a rispondere, una su tre non è stata in grado di sostenere adeguatamente l'apprendimento a distanza durante il lockdown. Il 27% dei genitori ha detto di non possedere tecnologie adeguate, il 30% di non aver avuto tempo a sufficienza per sostenerli con la didattica a distanza, il 6% non ha potuto partecipare per mancanza di connettività e buchi nella Rete telematica. Un mezzo disastro con precise responsabilità politiche; la pretesa del governo guidato da Giuseppe Conte di applicare all'Italia metodi che potrebbero funzionare in Paesi ben più strutturati come Canada o Svizzera, è costata cara ai nostri ragazzi.«Il vuoto come unico rimedio per tutelare la salute, la sostituzione definitiva del sociale con il social; nessun dittatore distopico avrebbe osato sognare un delitto tanto perfetto». Prima del Papa era arrivato alla stessa conclusione il mondo accademico con le sue menti più lucide. La frase è di Gianni Canova, rettore dell'università Iulm di Milano. La sua sentenza è definitiva: «Abbiamo rubato un anno di vita ai nostri ragazzi. E gli effetti disastrosi si vedranno fra venti». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/per-il-papa-la-scuola-al-pc-e-una-catastrofe-2650405992.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="anche-a-padova-chiusi-in-cantina-84-000-euro-di-banchi-a-rotelle" data-post-id="2650405992" data-published-at="1612814481" data-use-pagination="False"> Anche a Padova chiusi in cantina 84.000 euro di banchi a rotelle Oltre 500 banchi a rotelle dimenticati, accatastati in magazzino a prender polvere. È la scoperta fatta ieri dal TgPadova Telenuovo, con un servizio che, con la forza delle immagini, ha raccontato quello che è difficile non ritenere uno spreco. Del migliaio di «sedute innovative» - così vengono chiamati i banchi mobili -, ordinati a inizio anno scolastico dalla provincia di Padova, su input del ministero guidato da Lucia Azzolina, infatti, oltre la metà, 560, son stati respinti dai dirigenti scolastici e ora giacciono accatastati nei depositi. Considerando che ogni banco costa 150 euro, il probabile sperpero è di 84.000 euro. Non pochi visti i tempi e considerando che sono stati spesi utilizzando i fondi europei. Tanto che il vicepresidente della Provincia, Vincenzo Gottardo, interpellato sul punto non ha nascosto l'auspicio che tali banchi a rotelle possano essere presto «ricollocati», destinandoli a istituti che li richiedessero; diversamente, ha precisato Gottardo, essi finiranno probabilmente «a delle associazioni attive nel volontariato», oppure a «Paesi del mondo» in via di sviluppo. Tradotto dal politichese: siccome nessuno se li fila, tutto ciò che si può fare con questi banchi, ormai, è evitare che finiscano al macero. Ma non sarà semplice visto e considerato che in tutto il Veneto, non solo nel Padovano, i monoposto a rotelle sono avversati. «Lo stesso Ufficio scolastico regionale», ha precisato qualche giorno fa Elena Donazzan, assessore all'istruzione della Regione Veneto, «ha diramato tempo fa una nota in cui ne sconsigliava l'uso. E quell'Ufficio è la rappresentanza territoriale del ministero». Ciò nonostante, Lucia Azzolina ha difeso con le unghie e con i denti la scelta di far acquistare questi banchi che, a detta sua, «hanno contribuito a ridurre i contagi nelle scuole». Come faccia la Azzolina a esserne così sicura è un mistero dato che, da un lato, molti di questi banchi non sono neppure mai stati utilizzati e, dall'altro, la didattica è stata a distanza fino a poche settimane fa in gran parte delle Regioni italiane. La tesi dei monoposto - che peraltro risultano scomodi e poco stabili - come argini al Covid è quindi una tesi, lecita ma personalissima, dell'esponente del Movimento 5 stelle. L'unica cosa sicura, tornando a noi, è lo sventurato affare legato a questi prodotti, acquistati per facilitare il distanziamento sociale durante le lezioni e costati 400 milioni di euro di soldi pubblici. Chi ha provveduto al discutibile ma massiccio ordine - ne sono stati comprati 430.000 - è stato il supercommissario Domenico Arcuri, per cui sarebbe sbagliato ascrivere alla sola Azzolina responsabilità che son pure di altri in una questione che ha oggettivamente dell'incredibile. Infatti, al di là del fatto che siano usati o, come succede a Padova, dimenticati nei magazzini, c'è il serio rischio che questi banchi non siano neppure a norma in quanto privi di attestazione Uni, l'Ente nazionale italiano di unificazione. Così, almeno, la pensa Emidio Salvatorelli, presidente dell'azienda produttrice di arredi scolastici Vastarredo, secondo cui «tutti i prodotti per essere a norma e offrire garanzie devono avere questa certificazione. I banchi a rotelle che sono nelle scuole italiane non ce l'hanno». Riepilogando, questi monoposto son costosi, scomodi, non li vuole nessuno e non è manco detto che siano a norma. In fondo non è dunque così strano che a Padova ce ne 560 ancora imballati. La notizia è che qualcuno ancora li utilizzi.
L'amministratore delegato di Stellantis Antonio Filosa (Ansa)
Le parole di ieri dell’amministratore delegato Antonio Filosa, subentrato lo scorso maggio al dimissionario Carlos Tavares, lo riconoscono con chiarezza: «I nostri risultati riflettono il costo della sopravvalutazione del ritmo della transizione energetica e della necessità di reimpostare il nostro business mettendo al centro la libertà dei clienti di scegliere all’interno di una gamma completa di tecnologie: elettrica, ibrida e a combustione interna».
La correzione di rotta sull’elettrico e la decisione di cambiare strategia hanno comportato un onere straordinario di 25,4 miliardi. Stellantis ha chiuso il 2025 con 153,3 miliardi di euro di ricavi, in calo del 2% rispetto all’anno prima, ma, ha detto Filosa, «nella seconda metà dell’anno abbiamo iniziato a vedere i primi segnali positivi di progresso, grazie ai risultati iniziali delle azioni intraprese per migliorare la qualità, alla solida esecuzione dei lanci della nostra nuova ondata di prodotti e al ritorno alla crescita del fatturato». Parole che hanno sospinto in Borsa il titolo, che ha chiuso a 6,778 euro, in rialzo del 4,24% (da inizio anno il titolo ha perso il 30%, negli ultimi 12 mesi il 50%).
Intanto però il gruppo ha deciso che non ci saranno né dividendi per gli azionisti né bonus per i lavoratori, eccezion fatta per i dipendenti in Sudamerica, Nord Africa e Medio Oriente. «Questo conferma che, laddove l’azienda decida di investire, come sta facendo in Nord Africa, anche i salari delle lavoratrici e dei lavoratori ne traggono beneficio», ha commentato la Fiom, che vede in questa decisione una conferma della «chiara volontà» di Exor, azionista di riferimento di Stellantis, di «disimpegno delle attività industriali in Italia». In una nota unitaria, Fiom, Fim, Uilm e sigle sindacali minori hanno chiesto a Stellantis di «puntare con decisione sui modelli ibridi e di allocarli in tutte le fabbriche italiane», mentre hanno invitato l’Unione europea ad «adottare i principi di neutralità tecnologica e di libertà di scelta dei consumatori, nonché abolire immediatamente il famigerato sistema delle multe».
Per i lavoratori italiani il mancato bonus, che negli scorsi anni ammontava in media a circa 2.000 euro, rappresenta un danno notevole, considerando anche che più di un dipendente su due si trova in cassa integrazione o con un contratto di solidarietà. Con in sovrappiù la beffa di aver visto premiato un anno fa Tavares, il grande sostenitore della scommessa sull’elettrico, con una buonuscita di 12 milioni di euro, che il manager portoghese ha intascato nel 2025. Ieri lo stabilimento di Pomigliano si è fermato per uno sciopero e altri scioperi sono annunciati per oggi.
Se la linea sull’elettrico è stata bruscamente rettificata dalla nuova dirigenza di Stellantis, rimane invece confermato l’approccio orientato alla stretta collaborazione con il partner cinese Leapmotor. «Quella con Leapmotor», ha sottolineato ieri Filosa, «è una partnership forte dal punto di vista commerciale, grazie alla quale abbiamo aumentato la nostra copertura del mercato ma anche una partnership tecnica che ci porta a livelli superiori in materia di elettrificazione». Una collaborazione, ha aggiunto l’amministratore delegato, che «verrà migliorata sul piano tecnologico». Molti hanno letto in queste parole una conferma alle indiscrezioni secondo cui Stellantis sarebbe intenzionata a utilizzare la tecnologia di Leapmotor per i motori elettrici dei propri marchi europei.
Continua a leggereRiduci
Imagoeconomica
È l’ennesimo atto di un percorso a ostacoli, in cui a cominciare dai sequestri ordinati dai giudici nel 2012, sono andati in fumo, secondo stime, circa 40 miliardi di euro, in larga parte come mancato Pil e mancato export, ai quali vanno aggiunti 1,5 miliardi tra risorse versate da Invitalia in Acciaierie d’Italia e assorbite dalla cig e 4 miliardi che ArcelorMittal sostiene di aver investito nel gruppo.
Ora il pronunciamento del Tribunale di Milano, genera forti preoccupazioni anche per il negoziato in corso per la vendita al fondo Flacks, nonché sulle sorti del prestito ponte autorizzato di recente dalla Commissione europea fino a un massimo di 390 milioni.
La decisione della magistratura già ha provocato la dura e immediata reazione di due parlamentari di Fratelli d’Italia, il deputato Silvio Giovine e il senatore Matteo Gelmetti. «Questa sentenza», ha dichiarato Giovine, «mette a rischio l’industria italiana che non potrà più approvvigionarsi dagli stabilimenti Ilva e fa saltare anche il piano straordinario di manutenzione». E Gelmetti dice che «sono a rischio ben 25.000 posti di lavoro tra diretti e indiretti».
Ma vediamo esattamente di cosa si tratta. Dopo la richiesta di residenti del comune di Taranto, il Tribunale civile di Milano ha ordinato, come si diceva, la sospensione dell’attività produttiva dell’area a caldo, con una decisione nella quale si parla di «rischi attuali e di pregiudizi alla salute». Il decreto allo sato non è esecutivo e lo diventerà solo se non verrà impugnato. Più precisamente il Tribunale di Milano ha disapplicato parzialmente il provvedimento che autorizza l’attività produttiva dello stabilimento, cioè l’Autorizzazione integrata ambientale (Aia) del 2025. »La disapplicazione dell’Aia», scrivono i giudici, «è stata disposta con riferimento ad alcune prescrizioni»: in sostanza dovranno essere adottate misure che modifichino in modo sostanziale alcun condizioni produttive ritenute dannose per la salute. Il decreto spiega il Tribunale, è stato emesso non solo a tutela dei ricorrenti, ma anche dei residenti a Taranto, Statte e nei quartieri limitrofi allo stabilimento, «in applicazione di quanto previsto dalla sentenza della Corte di giustizia dell’Unione europea del 25 giugno 2024 a cui era stata rimessa la questione».
L’ordine di sospensione dell’attività produttiva cesserà di avere effetto quando la società siderurgica avrà adempiuto agli interventi indicati dal Tribunale di Milano. L’azienda avrebbe così sei mesi di tempo per scongiurare il rischio di blocco dell’impianto. È chiaro che a questo punto emergono una serie di interrogativi e di problemi. Da un lato i tempi concessi per gli interventi necessari ad evitare la chiusura, dall’altro soprattutto l’impatto della sentenza sul negoziato con il fondo Flacks. Secondo fonti vicine al dossier, citate dall’Agi, si teme che l’investitore possa defilarsi ritenendo il nuovo quadro mutato rispetto a quello sul quale si stava trattando. «Se la vendita dovesse eventualmente saltare e l’investitore dovesse manifestare il suo disimpegno perché il contesto complessivo è cambiato, non c’è nemmeno più la condizione per il prestito autorizzato dalla Ue, che è stato concesso a fronte di una trattativa con un potenziale acquirente» osservano sempre le fonti citate dall’Agi. Inoltre, si afferma, la richiesta di riscrittura di alcune prescrizioni Aia da parte del Tribunale di Milano, ha sicuramente un impatto di maggiori costi economici che adesso andrà valutato con molta attenzione, pone limiti più severi alla produzione di acciaio, ma soprattutto cambia le regole con una gara per la vendita in corso e che è stata lanciata ai primi di agosto proprio sulla base dell’Aia autorizzata dal Mase (ministero dell’Ambiente), i cui elementi erano noti.
Intanto i sindacati sono sul piede di guerra. Il ministero del Lavoro li ha convocati per discutere la proroga della cassa integrazione straordinaria richiesta da Acciaierie d’Italia, in amministrazione straordinaria, misura che riguarda 4.450 lavoratori di cui 3.800 nello stabilimento di Taranto a partire dal 1 marzo 2026 per una durata di 12 mesi. Ma i sindacati dei metalmeccanici, Fiom, Fim e Uilm, hanno chiesto di essere convocati dal governo per conoscere lo stato della discussione sul futuro di Taranto e sul destino complessivo dei 20.000 dipendenti del gruppo. Lamentano di non avere avuto risposta a questa richiesta e hanno deciso di auto convocarsi a Roma, a Palazzo Chigi, il 9 marzo. Per Valerio D’Alò, segretario nazionale Fim Cisl, «non c’è tempo da perdere: non basta discutere soltanto di ammortizzatori sociali».
Continua a leggereRiduci
Christine Lagarde (Ansa)
E mentre le famiglie stringono i cordoni della borsa, i conti correnti del comitato esecutivo Bce sorridono. Come emerge dal bilancio dell’istituto nel 2025, lo stipendio di Christine Lagarde è salito a 492.204 euro, in aumento del 5,6% rispetto ai 466.092 euro del 2024. Considerando che l’inflazione è stata solo del 2% la signora presidente, sempre assai rigorosa in fatto di buste paga, si è concessa un bel bonus. Un aumento difficile da spiegare soprattutto considerando che la sua retribuzione è quattro volte più alta di quella del collega Jerome Powell che guida la Fed. Ma perchè questa differenza? C’è anche da dire che l’extra-large di Christine non è un caso isolato. Tutto il consiglio direttivo della banca si è fatto un bel regalo portando a 2,3 milioni di euro il totale dei compensi. Il vice presidente Luis de Guindos si accontenta di 421.908 euro; Piero Cipollone, Frank Elderson, Philip R. Lane e Isabel Schnabel si consolano con 351.576 euro ciascuno. La morale? Quando l’inflazione non morde, si aumenta lo stipendio. Quando morde, si alza la voce. Ma qui entra in gioco un dettaglio che merita un applauso ironico. Il nome di Christine Lagarde compare anche nelle conversazioni via mail di Jeffrey Epstein. Al finanziere pedofilo un mittente oscurato la descrive con grande sintesi e grande lusinga: «Really smart lady».
Sì, proprio così. Non «capace», non «competente», ma «proprio intelligente». E se qualcuno stava pensando a un complimento innocuo, aggiungiamo un contesto. Nelle mail di Peter Mandelson, esponente di punta del Partito laburista britannico finito in galera proprio per via dei su antichi rapporti con Epstein, il nome della Lagarde compare nella cabina di regia, insieme a Trichet e Sarkozy del cosiddetto «massacro della Grecia» del 2010. All’epoca era ministro dell’Economia in Francia. Poi, come direttore generale del Fmi, non ha certo brillato per interventi risolutivi. Eppure, il suo stipendio sale e il mondo guarda, tra ironia e incredulità, come se il tempo e i conti pubblici fossero concetti marginali rispetto al potere e alla reputazione.
Ah la Grecia. Nella sua mail di tanti anni fa Mandelson lo spiega senza mezzi termini: gli eurofans non si occupano per niente delle sofferenze della popolazione. Certi atteggiamenti non sembrano essere cambiati. Le «elite» guardano solo il loro ombelico.
«Avanti tutta», dice Lagarde, con il suo aumento del 5,6% appena approvato. La stabilità, per lei, significa crescita dei conti correnti del comitato esecutivo e continuità del proprio stipendio, mentre le famiglie contano ogni centesimo al supermercato e gli scaffali si svuotano. Un binomio perfetto tra realtà e percezione: l’inflazione «misurata» può scendere, quella «vissuta» resta in aumento.
E i file di Epstein? Non sono solo curiosità, ma un vero sigillo di intelligenza - almeno secondo il criminale che si ammantava di buone intenzioni e ospitava i potenti del mondo. «Really smart lady». Sì, ma mentre il mondo contava euro e debiti, Epstein annotava giudizi personali, che oggi risuonano quasi come una vignetta satirica in versione «noir» sulla politica europea.
Se i file di Epstein aggiungono ironia, le mail di Peter Mandelson aggiungono dramma. Lagarde, insieme a Trichet e Sarkozy, viene citata come regista del disastro greco. Un sipario tragico tra obbligazioni, piani fiscali e mercati pronti a scatenare il panico. Non solo numeri: responsabilità politica, scelte strategiche, effetti sul continente. Il tutto mentre il presidente della Bce aumenta il suo stipendio e sorride davanti alle telecamere, incurante di chi paga le conseguenze.
I cittadini europei vivono la spesa quotidiana come un campo minato: latte, pane, pasta, carne, tutto più caro di ieri. La presidente della Bce spiega che l’inflazione è diminuita, ma la percezione resta alta. È il paradosso della politica monetaria: misurata e vissuta non coincidono mai. E mentre le famiglie sospirano, Lagarde firma il proprio aumento e guarda avanti, con l’aria di chi sa di essere davvero intelligente
Così Christine Lagarde avanza sul palcoscenico europeo: stipendio in crescita, famiglie in difficoltà, Grecia al centro del dramma, file di Epstein e mail di Mandelson a testimoniare un ruolo da protagonista, silenziosa e potente. E il mondo osserva, tra ironia, incredulità e un po’ di sbalordimento: perché nella finanza internazionale, come in una commedia tragica, ci sono eroi, cattivi, spettatori e, naturalmente, «really smart ladies».
Continua a leggereRiduci