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2021-02-09
Per il Papa la scuola al pc è una «catastrofe»
Ansa
«È una catastrofe educativa». L'uomo che scandisce la frase sta parlando degli effetti del lockdown a colori, della psicosi sanitaria, di quel perdurante stato d'emergenza dell'anima che ancora condiziona la nostra società dopo un anno di Covid. Sarà un negazionista? Invece è il Papa. Ricevendo in udienza i rappresentanti del corpo diplomatico accreditato nella Santa Sede, Francesco ribadisce un'immagine a cui tiene parecchio, per definire il disastro di una generazione perduta, quella dei bambini confinati in casa davanti a un computer in una realtà da morbillo permanente.
«Assistiamo a una sorta di catastrofe educativa davanti alla quale non si può rimanere inerti per il bene delle future generazioni e dell'intera società», dice il Pontefice riferendosi soprattutto alla scuola. La sua critica alla Dad (la didattica a distanza, totem degli ex ministri della Salute, Roberto Speranza, dell'Istruzione, Lucia Azzolina) è precisa. Lo fa partendo dalla crisi dei rapporti umani demonizzati dai protocolli. «È l'espressione di una generale crisi antropologica che riguarda la concezione stessa della persona umana e la sua dignità trascendente. La pandemia, che ci ha costretto a lunghi mesi di isolamento e spesso di solitudine, ha fatto emergere la necessità che ogni persona ha di avere rapporti umani».
Il Vaticano che in primavera si arrese subito (e con sorpresa) alle logiche chiusuriste della scienza aumentando lo smarrimento dei cittadini, ora vede nitidamente sulla spiaggia il relitto più doloroso dopo il passaggio dello tsunami sanitario. «Penso soprattutto agli studenti», prosegue papa Francesco. «Penso a coloro che non sono potuti andare regolarmente a scuola e all'università. Ovunque si è cercato di attivare una rapida risposta attraverso le piattaforme informatiche, le quali hanno mostrato una marcata disparità di opportunità educative e tecnologiche. Inoltre, a causa del confinamento e di tante altre carenze già esistenti, molti bambini e adolescenti sono rimasti indietro nel naturale processo di sviluppo pedagogico. Infine l'aumento della didattica a distanza ha comportato una maggiore dipendenza dei bambini e degli adolescenti da Internet e in genere da forme di comunicazione virtuale, rendendoli peraltro più vulnerabili e sovraesposti alle attività criminali online».
La generazione perduta, destinata a recuperi affannosi dopo un anno di Dad, è il cuore del problema. E il grido del Papa può aiutare psicologi, educatori, genitori zittiti quando non ridicolizzati dai media asserviti al conformismo governativo-sanitario con riflessi condizionati da Vopos; i danni delle chiusure disinvolte presentate come unico rimedio all'avanzare del virus potrebbero essere irreversibili non solo per l'economia. Lockdown, una strategia rivelatasi fallimentare perché i Paesi che non hanno imposto misure draconiane (Svezia, Bielorussia, Estonia) e quelli che si sono limitati a chiudere localmente per periodi brevi (Germania, Olanda, Croazia) hanno avuto le stesse curve epidemiologiche rispetto a chi ha imposto regole drastiche come Italia, Francia, Belgio, Spagna e Gran Bretagna.
Papa Francesco non ha finito. Fa gli auguri agli italiani («che per primi in Europa si sono trovati a confrontarsi con le gravi conseguenze della pandemia»), poi torna sul tema principale. «C'è bisogno di un rinnovato impegno educativo. L'educazione è il naturale antidoto alla cultura individualistica che a volte degenera in vero e proprio culto dell'io e nel primato dell'indifferenza. Il nostro futuro non può essere la divisione, l'impoverimento delle facoltà di pensiero e d'immaginazione, di ascolto, di dialogo e di mutua comprensione».
Le parole del Papa, tese a individuare e a indicare i danni del «dopo epidemia», sono molto importanti perché possono scardinare il pregiudizio, smuovere l'ossessione da mascherina permanente. Nei mesi scorsi si è verificato un combinato disposto micidiale, un mix da laboratorio sociale con tre ingredienti esplosivi: la passività della mediocrazia politica davanti al virus cinese, la continua invadenza dei virologi da talk show a imporre diktat cervellotici e l'appiattimento mediatico su posizioni allarmistiche senza alcuno spirito dialettico.
A conferma dell'allarme del Pontefice sull'eccesso di Dad, arriva una ricerca dell'Unicef in collaborazione con l'università Cattolica sull'impatto della didattica a distanza sui bambini italiani. Risultato: delle 1.028 famiglie chiamate a rispondere, una su tre non è stata in grado di sostenere adeguatamente l'apprendimento a distanza durante il lockdown. Il 27% dei genitori ha detto di non possedere tecnologie adeguate, il 30% di non aver avuto tempo a sufficienza per sostenerli con la didattica a distanza, il 6% non ha potuto partecipare per mancanza di connettività e buchi nella Rete telematica. Un mezzo disastro con precise responsabilità politiche; la pretesa del governo guidato da Giuseppe Conte di applicare all'Italia metodi che potrebbero funzionare in Paesi ben più strutturati come Canada o Svizzera, è costata cara ai nostri ragazzi.
«Il vuoto come unico rimedio per tutelare la salute, la sostituzione definitiva del sociale con il social; nessun dittatore distopico avrebbe osato sognare un delitto tanto perfetto». Prima del Papa era arrivato alla stessa conclusione il mondo accademico con le sue menti più lucide. La frase è di Gianni Canova, rettore dell'università Iulm di Milano. La sua sentenza è definitiva: «Abbiamo rubato un anno di vita ai nostri ragazzi. E gli effetti disastrosi si vedranno fra venti».
Anche a Padova chiusi in cantina 84.000 euro di banchi a rotelle
Oltre 500 banchi a rotelle dimenticati, accatastati in magazzino a prender polvere. È la scoperta fatta ieri dal TgPadova Telenuovo, con un servizio che, con la forza delle immagini, ha raccontato quello che è difficile non ritenere uno spreco. Del migliaio di «sedute innovative» - così vengono chiamati i banchi mobili -, ordinati a inizio anno scolastico dalla provincia di Padova, su input del ministero guidato da Lucia Azzolina, infatti, oltre la metà, 560, son stati respinti dai dirigenti scolastici e ora giacciono accatastati nei depositi.
Considerando che ogni banco costa 150 euro, il probabile sperpero è di 84.000 euro. Non pochi visti i tempi e considerando che sono stati spesi utilizzando i fondi europei. Tanto che il vicepresidente della Provincia, Vincenzo Gottardo, interpellato sul punto non ha nascosto l'auspicio che tali banchi a rotelle possano essere presto «ricollocati», destinandoli a istituti che li richiedessero; diversamente, ha precisato Gottardo, essi finiranno probabilmente «a delle associazioni attive nel volontariato», oppure a «Paesi del mondo» in via di sviluppo.
Tradotto dal politichese: siccome nessuno se li fila, tutto ciò che si può fare con questi banchi, ormai, è evitare che finiscano al macero. Ma non sarà semplice visto e considerato che in tutto il Veneto, non solo nel Padovano, i monoposto a rotelle sono avversati. «Lo stesso Ufficio scolastico regionale», ha precisato qualche giorno fa Elena Donazzan, assessore all'istruzione della Regione Veneto, «ha diramato tempo fa una nota in cui ne sconsigliava l'uso. E quell'Ufficio è la rappresentanza territoriale del ministero».
Ciò nonostante, Lucia Azzolina ha difeso con le unghie e con i denti la scelta di far acquistare questi banchi che, a detta sua, «hanno contribuito a ridurre i contagi nelle scuole». Come faccia la Azzolina a esserne così sicura è un mistero dato che, da un lato, molti di questi banchi non sono neppure mai stati utilizzati e, dall'altro, la didattica è stata a distanza fino a poche settimane fa in gran parte delle Regioni italiane. La tesi dei monoposto - che peraltro risultano scomodi e poco stabili - come argini al Covid è quindi una tesi, lecita ma personalissima, dell'esponente del Movimento 5 stelle.
L'unica cosa sicura, tornando a noi, è lo sventurato affare legato a questi prodotti, acquistati per facilitare il distanziamento sociale durante le lezioni e costati 400 milioni di euro di soldi pubblici. Chi ha provveduto al discutibile ma massiccio ordine - ne sono stati comprati 430.000 - è stato il supercommissario Domenico Arcuri, per cui sarebbe sbagliato ascrivere alla sola Azzolina responsabilità che son pure di altri in una questione che ha oggettivamente dell'incredibile. Infatti, al di là del fatto che siano usati o, come succede a Padova, dimenticati nei magazzini, c'è il serio rischio che questi banchi non siano neppure a norma in quanto privi di attestazione Uni, l'Ente nazionale italiano di unificazione.
Così, almeno, la pensa Emidio Salvatorelli, presidente dell'azienda produttrice di arredi scolastici Vastarredo, secondo cui «tutti i prodotti per essere a norma e offrire garanzie devono avere questa certificazione. I banchi a rotelle che sono nelle scuole italiane non ce l'hanno». Riepilogando, questi monoposto son costosi, scomodi, non li vuole nessuno e non è manco detto che siano a norma. In fondo non è dunque così strano che a Padova ce ne 560 ancora imballati. La notizia è che qualcuno ancora li utilizzi.
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Il Pontefice accusa senza mezzi termini l'educazione a distanza, che ha lasciato soli gli studenti. E ha aumentato le disuguaglianze. A seppellire definitivamente il modello Azzolina ci pensa l'Unicef: «Una famiglia su tre non ha potuto seguire i figli nel lockdown».Il maxi investimento del commissario Domenico Arcuri rischia di finire nei Paesi in via di sviluppo.Lo speciale contiene due articoli.«È una catastrofe educativa». L'uomo che scandisce la frase sta parlando degli effetti del lockdown a colori, della psicosi sanitaria, di quel perdurante stato d'emergenza dell'anima che ancora condiziona la nostra società dopo un anno di Covid. Sarà un negazionista? Invece è il Papa. Ricevendo in udienza i rappresentanti del corpo diplomatico accreditato nella Santa Sede, Francesco ribadisce un'immagine a cui tiene parecchio, per definire il disastro di una generazione perduta, quella dei bambini confinati in casa davanti a un computer in una realtà da morbillo permanente.«Assistiamo a una sorta di catastrofe educativa davanti alla quale non si può rimanere inerti per il bene delle future generazioni e dell'intera società», dice il Pontefice riferendosi soprattutto alla scuola. La sua critica alla Dad (la didattica a distanza, totem degli ex ministri della Salute, Roberto Speranza, dell'Istruzione, Lucia Azzolina) è precisa. Lo fa partendo dalla crisi dei rapporti umani demonizzati dai protocolli. «È l'espressione di una generale crisi antropologica che riguarda la concezione stessa della persona umana e la sua dignità trascendente. La pandemia, che ci ha costretto a lunghi mesi di isolamento e spesso di solitudine, ha fatto emergere la necessità che ogni persona ha di avere rapporti umani». Il Vaticano che in primavera si arrese subito (e con sorpresa) alle logiche chiusuriste della scienza aumentando lo smarrimento dei cittadini, ora vede nitidamente sulla spiaggia il relitto più doloroso dopo il passaggio dello tsunami sanitario. «Penso soprattutto agli studenti», prosegue papa Francesco. «Penso a coloro che non sono potuti andare regolarmente a scuola e all'università. Ovunque si è cercato di attivare una rapida risposta attraverso le piattaforme informatiche, le quali hanno mostrato una marcata disparità di opportunità educative e tecnologiche. Inoltre, a causa del confinamento e di tante altre carenze già esistenti, molti bambini e adolescenti sono rimasti indietro nel naturale processo di sviluppo pedagogico. Infine l'aumento della didattica a distanza ha comportato una maggiore dipendenza dei bambini e degli adolescenti da Internet e in genere da forme di comunicazione virtuale, rendendoli peraltro più vulnerabili e sovraesposti alle attività criminali online».La generazione perduta, destinata a recuperi affannosi dopo un anno di Dad, è il cuore del problema. E il grido del Papa può aiutare psicologi, educatori, genitori zittiti quando non ridicolizzati dai media asserviti al conformismo governativo-sanitario con riflessi condizionati da Vopos; i danni delle chiusure disinvolte presentate come unico rimedio all'avanzare del virus potrebbero essere irreversibili non solo per l'economia. Lockdown, una strategia rivelatasi fallimentare perché i Paesi che non hanno imposto misure draconiane (Svezia, Bielorussia, Estonia) e quelli che si sono limitati a chiudere localmente per periodi brevi (Germania, Olanda, Croazia) hanno avuto le stesse curve epidemiologiche rispetto a chi ha imposto regole drastiche come Italia, Francia, Belgio, Spagna e Gran Bretagna.Papa Francesco non ha finito. Fa gli auguri agli italiani («che per primi in Europa si sono trovati a confrontarsi con le gravi conseguenze della pandemia»), poi torna sul tema principale. «C'è bisogno di un rinnovato impegno educativo. L'educazione è il naturale antidoto alla cultura individualistica che a volte degenera in vero e proprio culto dell'io e nel primato dell'indifferenza. Il nostro futuro non può essere la divisione, l'impoverimento delle facoltà di pensiero e d'immaginazione, di ascolto, di dialogo e di mutua comprensione». Le parole del Papa, tese a individuare e a indicare i danni del «dopo epidemia», sono molto importanti perché possono scardinare il pregiudizio, smuovere l'ossessione da mascherina permanente. Nei mesi scorsi si è verificato un combinato disposto micidiale, un mix da laboratorio sociale con tre ingredienti esplosivi: la passività della mediocrazia politica davanti al virus cinese, la continua invadenza dei virologi da talk show a imporre diktat cervellotici e l'appiattimento mediatico su posizioni allarmistiche senza alcuno spirito dialettico.A conferma dell'allarme del Pontefice sull'eccesso di Dad, arriva una ricerca dell'Unicef in collaborazione con l'università Cattolica sull'impatto della didattica a distanza sui bambini italiani. Risultato: delle 1.028 famiglie chiamate a rispondere, una su tre non è stata in grado di sostenere adeguatamente l'apprendimento a distanza durante il lockdown. Il 27% dei genitori ha detto di non possedere tecnologie adeguate, il 30% di non aver avuto tempo a sufficienza per sostenerli con la didattica a distanza, il 6% non ha potuto partecipare per mancanza di connettività e buchi nella Rete telematica. Un mezzo disastro con precise responsabilità politiche; la pretesa del governo guidato da Giuseppe Conte di applicare all'Italia metodi che potrebbero funzionare in Paesi ben più strutturati come Canada o Svizzera, è costata cara ai nostri ragazzi.«Il vuoto come unico rimedio per tutelare la salute, la sostituzione definitiva del sociale con il social; nessun dittatore distopico avrebbe osato sognare un delitto tanto perfetto». Prima del Papa era arrivato alla stessa conclusione il mondo accademico con le sue menti più lucide. La frase è di Gianni Canova, rettore dell'università Iulm di Milano. La sua sentenza è definitiva: «Abbiamo rubato un anno di vita ai nostri ragazzi. E gli effetti disastrosi si vedranno fra venti». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/per-il-papa-la-scuola-al-pc-e-una-catastrofe-2650405992.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="anche-a-padova-chiusi-in-cantina-84-000-euro-di-banchi-a-rotelle" data-post-id="2650405992" data-published-at="1612814481" data-use-pagination="False"> Anche a Padova chiusi in cantina 84.000 euro di banchi a rotelle Oltre 500 banchi a rotelle dimenticati, accatastati in magazzino a prender polvere. È la scoperta fatta ieri dal TgPadova Telenuovo, con un servizio che, con la forza delle immagini, ha raccontato quello che è difficile non ritenere uno spreco. Del migliaio di «sedute innovative» - così vengono chiamati i banchi mobili -, ordinati a inizio anno scolastico dalla provincia di Padova, su input del ministero guidato da Lucia Azzolina, infatti, oltre la metà, 560, son stati respinti dai dirigenti scolastici e ora giacciono accatastati nei depositi. Considerando che ogni banco costa 150 euro, il probabile sperpero è di 84.000 euro. Non pochi visti i tempi e considerando che sono stati spesi utilizzando i fondi europei. Tanto che il vicepresidente della Provincia, Vincenzo Gottardo, interpellato sul punto non ha nascosto l'auspicio che tali banchi a rotelle possano essere presto «ricollocati», destinandoli a istituti che li richiedessero; diversamente, ha precisato Gottardo, essi finiranno probabilmente «a delle associazioni attive nel volontariato», oppure a «Paesi del mondo» in via di sviluppo. Tradotto dal politichese: siccome nessuno se li fila, tutto ciò che si può fare con questi banchi, ormai, è evitare che finiscano al macero. Ma non sarà semplice visto e considerato che in tutto il Veneto, non solo nel Padovano, i monoposto a rotelle sono avversati. «Lo stesso Ufficio scolastico regionale», ha precisato qualche giorno fa Elena Donazzan, assessore all'istruzione della Regione Veneto, «ha diramato tempo fa una nota in cui ne sconsigliava l'uso. E quell'Ufficio è la rappresentanza territoriale del ministero». Ciò nonostante, Lucia Azzolina ha difeso con le unghie e con i denti la scelta di far acquistare questi banchi che, a detta sua, «hanno contribuito a ridurre i contagi nelle scuole». Come faccia la Azzolina a esserne così sicura è un mistero dato che, da un lato, molti di questi banchi non sono neppure mai stati utilizzati e, dall'altro, la didattica è stata a distanza fino a poche settimane fa in gran parte delle Regioni italiane. La tesi dei monoposto - che peraltro risultano scomodi e poco stabili - come argini al Covid è quindi una tesi, lecita ma personalissima, dell'esponente del Movimento 5 stelle. L'unica cosa sicura, tornando a noi, è lo sventurato affare legato a questi prodotti, acquistati per facilitare il distanziamento sociale durante le lezioni e costati 400 milioni di euro di soldi pubblici. Chi ha provveduto al discutibile ma massiccio ordine - ne sono stati comprati 430.000 - è stato il supercommissario Domenico Arcuri, per cui sarebbe sbagliato ascrivere alla sola Azzolina responsabilità che son pure di altri in una questione che ha oggettivamente dell'incredibile. Infatti, al di là del fatto che siano usati o, come succede a Padova, dimenticati nei magazzini, c'è il serio rischio che questi banchi non siano neppure a norma in quanto privi di attestazione Uni, l'Ente nazionale italiano di unificazione. Così, almeno, la pensa Emidio Salvatorelli, presidente dell'azienda produttrice di arredi scolastici Vastarredo, secondo cui «tutti i prodotti per essere a norma e offrire garanzie devono avere questa certificazione. I banchi a rotelle che sono nelle scuole italiane non ce l'hanno». Riepilogando, questi monoposto son costosi, scomodi, non li vuole nessuno e non è manco detto che siano a norma. In fondo non è dunque così strano che a Padova ce ne 560 ancora imballati. La notizia è che qualcuno ancora li utilizzi.
Clamoroso: il tribunale dell'Aquila vieta alla garante dell'infanzia di visitare la famiglia nel bosco accompagnata da esperti imparziali. L'ennesimo smacco ai Trevallion.
L’intelligenza artificiale non è più soltanto una tecnologia destinata ai laboratori di ricerca o alle grandi aziende digitali. Sta rapidamente entrando anche nel cuore delle strategie militari. E secondo un nuovo rapporto dedicato alla sicurezza del continente africano, il processo è già iniziato. Il documento, intitolato «Artificial Intelligence for Africa’s Defense Forces – A Toolkit for Defense Sector AI Strategy and Adoption», descrive come l’AI stia modificando la natura dei conflitti e invita i governi africani a prepararsi a una trasformazione destinata ad accelerare nei prossimi anni.
L’idea di fondo è semplice ma radicale: la guerra del futuro sarà sempre più guidata dai dati. Sensori, satelliti, droni, reti digitali e sistemi di analisi automatica stanno cambiando il modo in cui le informazioni vengono raccolte, interpretate e trasformate in decisioni operative. In questo contesto, l’intelligenza artificiale diventa il moltiplicatore di potenza che permette di elaborare enormi quantità di informazioni in tempi rapidissimi, offrendo ai comandanti una visione più ampia e precisa del campo di battaglia. Secondo gli autori del report, il continente africano si trova in una posizione particolare. Da un lato è uno dei territori dove i conflitti contemporanei — dal terrorismo jihadista alle guerre civili — sono più diffusi. Dall’altro lato è anche uno dei contesti dove l’adozione di nuove tecnologie può produrre cambiamenti più rapidi, proprio perché molte infrastrutture di sicurezza sono ancora in fase di sviluppo. L’intelligenza artificiale potrebbe quindi rappresentare una scorciatoia tecnologica per modernizzare gli apparati militari.
Il rapporto identifica diversi ambiti nei quali l’AI può avere un impatto diretto sulle operazioni militari. Uno dei più importanti riguarda l’intelligence e la sorveglianza. Le forze armate moderne raccolgono ogni giorno una quantità enorme di dati: immagini satellitari, video di droni, intercettazioni elettroniche, informazioni provenienti dai social network e da altre fonti digitali. Senza strumenti automatizzati, analizzare tutto questo materiale sarebbe praticamente impossibile. Gli algoritmi di machine learning possono invece individuare pattern ricorrenti, segnalare movimenti sospetti e identificare segnali di minacce emergenti.
Un altro settore cruciale è quello della cybersicurezza. I conflitti contemporanei non si combattono soltanto con armi tradizionali ma anche con attacchi informatici. Governi, infrastrutture energetiche, reti di comunicazione e sistemi finanziari sono diventati bersagli privilegiati di operazioni digitali. L’intelligenza artificiale viene sempre più utilizzata per individuare intrusioni, riconoscere anomalie nei sistemi informatici e bloccare malware prima che possano diffondersi. Allo stesso tempo, però, gli stessi strumenti possono essere impiegati da attori ostili per sviluppare attacchi sempre più sofisticati. Tra le applicazioni più visibili dell’intelligenza artificiale in ambito militare ci sono i sistemi autonomi, in particolare i droni. Negli ultimi anni questi velivoli senza pilota hanno acquisito capacità sempre più avanzate di navigazione, riconoscimento degli obiettivi e coordinamento operativo. In alcuni casi sono già in grado di identificare e ingaggiare un bersaglio con un livello di autonomia molto elevato. Questo sviluppo solleva interrogativi etici e strategici, perché introduce sul campo di battaglia macchine capaci di prendere decisioni potenzialmente letali.
Ma l’AI non serve solo per combattere. Il rapporto evidenzia come gli algoritmi possano migliorare anche l’organizzazione interna delle forze armate. Sistemi di analisi predittiva possono anticipare guasti nei mezzi militari, riducendo i tempi di manutenzione e i costi operativi. Altri strumenti possono ottimizzare la logistica, pianificando in modo più efficiente la distribuzione di carburante, munizioni e materiali. Persino la gestione del personale può essere supportata da modelli di analisi dei dati, utili per monitorare competenze, carriere e bisogni formativi.
L’intelligenza artificiale può inoltre essere utilizzata nella formazione militare. Simulatori avanzati, alimentati da algoritmi di apprendimento automatico, possono ricreare scenari di combattimento complessi e adattarsi al comportamento dei partecipanti. In questo modo è possibile addestrare ufficiali e soldati in ambienti virtuali sempre più realistici, migliorando la preparazione operativa senza dover ricorrere continuamente a esercitazioni sul campo. Tuttavia, il rapporto sottolinea che l’adozione dell’AI nel settore della difesa comporta anche rischi significativi. Molti Paesi africani dispongono ancora di infrastrutture digitali limitate, con reti internet instabili, capacità di calcolo ridotte e accesso limitato a grandi quantità di dati. Senza queste basi tecnologiche, sviluppare sistemi di intelligenza artificiale avanzati diventa estremamente difficile. Un’altra sfida riguarda la formazione del personale. Le competenze necessarie per progettare, gestire e utilizzare sistemi basati sull’intelligenza artificiale sono ancora relativamente rare, soprattutto nel settore pubblico. Data scientist, ingegneri informatici e specialisti di cybersecurity sono figure molto richieste anche nel settore privato, il che rende difficile per le istituzioni militari attrarre e trattenere talenti.
C’è poi il tema della dipendenza tecnologica. Gran parte delle piattaforme di intelligenza artificiale, delle infrastrutture cloud e dei sistemi di calcolo ad alte prestazioni è sviluppata e controllata da aziende straniere. Questo significa che molti Paesi africani rischiano di diventare dipendenti da tecnologie prodotte all’estero, con implicazioni che riguardano non solo l’economia ma anche la sicurezza nazionale e la sovranità digitale. Per questo motivo il report suggerisce ai governi africani di elaborare strategie specifiche per l’intelligenza artificiale nel settore della difesa. Alcuni Paesi potrebbero integrare l’AI nelle strategie digitali già esistenti, altri inserirla nei documenti di sicurezza nazionale, mentre i più avanzati potrebbero sviluppare vere e proprie strategie militari dedicate. Il punto centrale è evitare che l’adozione dell’intelligenza artificiale avvenga in modo casuale o frammentato. Senza una visione strategica, le nuove tecnologie rischiano di creare più problemi che benefici, amplificando vulnerabilità esistenti o introducendo nuove forme di instabilità.
La conclusione del rapporto è che l’intelligenza artificiale non è ancora il fattore decisivo nei conflitti africani, ma la sua influenza è destinata a crescere rapidamente. Man mano che algoritmi, sensori e sistemi autonomi diventeranno più accessibili, anche attori non statali — gruppi terroristici, milizie e organizzazioni criminali — potrebbero sfruttare queste tecnologie. In questo scenario, la capacità di controllare e sviluppare l’intelligenza artificiale diventa una questione di sicurezza strategica. Chi riuscirà a integrare più rapidamente queste tecnologie nelle proprie strutture militari avrà un vantaggio significativo. Non soltanto sul campo di battaglia, ma anche nella competizione geopolitica globale che sempre più si gioca sul terreno dell’innovazione tecnologica.
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Ecco #DimmiLaVerità dell'11 marzo 2026. Il nostro Gianluigi Paragone spiega perché il governo deve muoversi in fretta contro i rincari dei prezzi di gas e benzina.
Guido Guidesi e Massimo Bitonci
L’accordo è stato siglato ieri da Guido Guidesi, assessore allo Sviluppo economico lombardo, e da Massimo Bitonci, assessore veneto alle Attività Produttive, a Desenzano del Garda, in provincia di Brescia. Una scelta simbolica: la località affacciata sul lago rappresenta infatti un punto di contatto naturale tra Lombardia e Veneto, quasi un ponte tra due sistemi economici profondamente integrati. Il patto nasce dalla consapevolezza che le due Regioni a guida leghista rappresentano due dei sistemi economici più dinamici del panorama nazionale e continentale, caratterizzati da una fitta rete di piccole e medie imprese, da distretti industriali altamente specializzati e da una forte vocazione all’export. Rafforzare la collaborazione tra le due Regioni significa quindi valorizzare complementarità produttive e creare nuove opportunità di sviluppo per imprese e territori.
«Facciamo squadra – ha spiegato Guidesi - per aiutare le nostre imprese ad essere competitive, in un contesto molto complicato; è molto importante che i territori maggiormente produttivi e molto influenti sul Pil nazionale collaborino e siano propositivi al fine di fare sentire la voce e le esigenze del ecosistema lombardo-veneto e di tutto il Nord». Sulla stessa linea Bitonci. «Con questo accordo – dichiara l’ex viceministro - rafforziamo concretamente la collaborazione tra le due grandi regioni del Nord, cuore manifatturiero e uno dei principali motori economici d’Europa. Veneto e Lombardia condividono un modello di sviluppo fondato su distretti industriali, pmi, innovazione diffusa e una forte vocazione all’export. Mettere in rete le nostre politiche industriali significa creare nuove opportunità per le aziende, favorire l’integrazione tra filiere complementari e rendere più efficaci gli strumenti di sostegno agli investimenti. Ma non solo: le imprese lombardo-venete chiedono meno burocrazia, accesso più semplice al credito, strumenti finanziari adeguati per sostenere innovazione, digitalizzazione e transizione energetica. Da oggi Veneto e Lombardia parleranno ad una sola voce, mettendo a sistema competenze, risorse e strumenti operativi per accompagnare le nostre imprese».
Tra le principali direttrici dell’intesa c’è il rafforzamento delle filiere produttive complementari, con programmi congiunti tra distretti industriali e poli tecnologici dei due territori. Parallelamente le amministrazioni lavoreranno alla costruzione di strumenti coordinati di supporto al credito, facilitando l’accesso delle imprese – in particolare delle piccole e medie aziende – a finanziamenti destinati agli investimenti in innovazione, digitalizzazione e transizione energetica. Un ruolo centrale sarà svolto anche dalla collaborazione tra le finanziarie regionali, con l’obiettivo di sviluppare meccanismi condivisi di garanzia, co-investimento e sostegno agli investimenti produttivi.
L’accordo è economico ma evidentemente ha un valore nettamente politico: si inserisce in un percorso più ampio avviato negli ultimi anni dalla Lombardia per costruire una rete tra le principali aree produttive italiane. Infatti nel 2023 Lombardia, Piemonte e Liguria hanno dato vita alla Cabina Economica del Nord Ovest, mentre lo scorso maggio è arrivata anche un’intesa con l’Emilia-Romagna, nonostante sia una Regione guidata da uno schieramento politico opposto a quello che governa il resto del Nord. L’ingresso del Veneto rafforza ora questo disegno e rilancia l’idea di un coordinamento stabile tra i territori più produttivi del Paese, con l’obiettivo di incidere con maggiore forza nelle politiche industriali italiche e specialmente europee, coordinando la rappresentanza degli interessi dei sistemi produttivi lombardo-veneti nei grandi dossier industriali dell’Unione.
L’obiettivo è ambizioso: dialogare con altre grandi regioni industriali del continente, dai Land tedeschi ad alcune delle principali aree manifatturiere spagnole, costruendo una piattaforma di cooperazione tra territori accomunati da una forte vocazione industriale. D’altronde, a indicare questa direzione, è lo stesso mondo imprenditoriale, le cui organizzazioni chiedono un maggiore coordinamento tra le istituzioni dei territori più industrializzati, convinte che la competizione globale richieda politiche più coerenti e una rappresentanza più incisiva. Il tutto in attesa dell’autonomia differenziata.
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