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2021-02-09
Per il Papa la scuola al pc è una «catastrofe»
Ansa
«È una catastrofe educativa». L'uomo che scandisce la frase sta parlando degli effetti del lockdown a colori, della psicosi sanitaria, di quel perdurante stato d'emergenza dell'anima che ancora condiziona la nostra società dopo un anno di Covid. Sarà un negazionista? Invece è il Papa. Ricevendo in udienza i rappresentanti del corpo diplomatico accreditato nella Santa Sede, Francesco ribadisce un'immagine a cui tiene parecchio, per definire il disastro di una generazione perduta, quella dei bambini confinati in casa davanti a un computer in una realtà da morbillo permanente.
«Assistiamo a una sorta di catastrofe educativa davanti alla quale non si può rimanere inerti per il bene delle future generazioni e dell'intera società», dice il Pontefice riferendosi soprattutto alla scuola. La sua critica alla Dad (la didattica a distanza, totem degli ex ministri della Salute, Roberto Speranza, dell'Istruzione, Lucia Azzolina) è precisa. Lo fa partendo dalla crisi dei rapporti umani demonizzati dai protocolli. «È l'espressione di una generale crisi antropologica che riguarda la concezione stessa della persona umana e la sua dignità trascendente. La pandemia, che ci ha costretto a lunghi mesi di isolamento e spesso di solitudine, ha fatto emergere la necessità che ogni persona ha di avere rapporti umani».
Il Vaticano che in primavera si arrese subito (e con sorpresa) alle logiche chiusuriste della scienza aumentando lo smarrimento dei cittadini, ora vede nitidamente sulla spiaggia il relitto più doloroso dopo il passaggio dello tsunami sanitario. «Penso soprattutto agli studenti», prosegue papa Francesco. «Penso a coloro che non sono potuti andare regolarmente a scuola e all'università. Ovunque si è cercato di attivare una rapida risposta attraverso le piattaforme informatiche, le quali hanno mostrato una marcata disparità di opportunità educative e tecnologiche. Inoltre, a causa del confinamento e di tante altre carenze già esistenti, molti bambini e adolescenti sono rimasti indietro nel naturale processo di sviluppo pedagogico. Infine l'aumento della didattica a distanza ha comportato una maggiore dipendenza dei bambini e degli adolescenti da Internet e in genere da forme di comunicazione virtuale, rendendoli peraltro più vulnerabili e sovraesposti alle attività criminali online».
La generazione perduta, destinata a recuperi affannosi dopo un anno di Dad, è il cuore del problema. E il grido del Papa può aiutare psicologi, educatori, genitori zittiti quando non ridicolizzati dai media asserviti al conformismo governativo-sanitario con riflessi condizionati da Vopos; i danni delle chiusure disinvolte presentate come unico rimedio all'avanzare del virus potrebbero essere irreversibili non solo per l'economia. Lockdown, una strategia rivelatasi fallimentare perché i Paesi che non hanno imposto misure draconiane (Svezia, Bielorussia, Estonia) e quelli che si sono limitati a chiudere localmente per periodi brevi (Germania, Olanda, Croazia) hanno avuto le stesse curve epidemiologiche rispetto a chi ha imposto regole drastiche come Italia, Francia, Belgio, Spagna e Gran Bretagna.
Papa Francesco non ha finito. Fa gli auguri agli italiani («che per primi in Europa si sono trovati a confrontarsi con le gravi conseguenze della pandemia»), poi torna sul tema principale. «C'è bisogno di un rinnovato impegno educativo. L'educazione è il naturale antidoto alla cultura individualistica che a volte degenera in vero e proprio culto dell'io e nel primato dell'indifferenza. Il nostro futuro non può essere la divisione, l'impoverimento delle facoltà di pensiero e d'immaginazione, di ascolto, di dialogo e di mutua comprensione».
Le parole del Papa, tese a individuare e a indicare i danni del «dopo epidemia», sono molto importanti perché possono scardinare il pregiudizio, smuovere l'ossessione da mascherina permanente. Nei mesi scorsi si è verificato un combinato disposto micidiale, un mix da laboratorio sociale con tre ingredienti esplosivi: la passività della mediocrazia politica davanti al virus cinese, la continua invadenza dei virologi da talk show a imporre diktat cervellotici e l'appiattimento mediatico su posizioni allarmistiche senza alcuno spirito dialettico.
A conferma dell'allarme del Pontefice sull'eccesso di Dad, arriva una ricerca dell'Unicef in collaborazione con l'università Cattolica sull'impatto della didattica a distanza sui bambini italiani. Risultato: delle 1.028 famiglie chiamate a rispondere, una su tre non è stata in grado di sostenere adeguatamente l'apprendimento a distanza durante il lockdown. Il 27% dei genitori ha detto di non possedere tecnologie adeguate, il 30% di non aver avuto tempo a sufficienza per sostenerli con la didattica a distanza, il 6% non ha potuto partecipare per mancanza di connettività e buchi nella Rete telematica. Un mezzo disastro con precise responsabilità politiche; la pretesa del governo guidato da Giuseppe Conte di applicare all'Italia metodi che potrebbero funzionare in Paesi ben più strutturati come Canada o Svizzera, è costata cara ai nostri ragazzi.
«Il vuoto come unico rimedio per tutelare la salute, la sostituzione definitiva del sociale con il social; nessun dittatore distopico avrebbe osato sognare un delitto tanto perfetto». Prima del Papa era arrivato alla stessa conclusione il mondo accademico con le sue menti più lucide. La frase è di Gianni Canova, rettore dell'università Iulm di Milano. La sua sentenza è definitiva: «Abbiamo rubato un anno di vita ai nostri ragazzi. E gli effetti disastrosi si vedranno fra venti».
Anche a Padova chiusi in cantina 84.000 euro di banchi a rotelle
Oltre 500 banchi a rotelle dimenticati, accatastati in magazzino a prender polvere. È la scoperta fatta ieri dal TgPadova Telenuovo, con un servizio che, con la forza delle immagini, ha raccontato quello che è difficile non ritenere uno spreco. Del migliaio di «sedute innovative» - così vengono chiamati i banchi mobili -, ordinati a inizio anno scolastico dalla provincia di Padova, su input del ministero guidato da Lucia Azzolina, infatti, oltre la metà, 560, son stati respinti dai dirigenti scolastici e ora giacciono accatastati nei depositi.
Considerando che ogni banco costa 150 euro, il probabile sperpero è di 84.000 euro. Non pochi visti i tempi e considerando che sono stati spesi utilizzando i fondi europei. Tanto che il vicepresidente della Provincia, Vincenzo Gottardo, interpellato sul punto non ha nascosto l'auspicio che tali banchi a rotelle possano essere presto «ricollocati», destinandoli a istituti che li richiedessero; diversamente, ha precisato Gottardo, essi finiranno probabilmente «a delle associazioni attive nel volontariato», oppure a «Paesi del mondo» in via di sviluppo.
Tradotto dal politichese: siccome nessuno se li fila, tutto ciò che si può fare con questi banchi, ormai, è evitare che finiscano al macero. Ma non sarà semplice visto e considerato che in tutto il Veneto, non solo nel Padovano, i monoposto a rotelle sono avversati. «Lo stesso Ufficio scolastico regionale», ha precisato qualche giorno fa Elena Donazzan, assessore all'istruzione della Regione Veneto, «ha diramato tempo fa una nota in cui ne sconsigliava l'uso. E quell'Ufficio è la rappresentanza territoriale del ministero».
Ciò nonostante, Lucia Azzolina ha difeso con le unghie e con i denti la scelta di far acquistare questi banchi che, a detta sua, «hanno contribuito a ridurre i contagi nelle scuole». Come faccia la Azzolina a esserne così sicura è un mistero dato che, da un lato, molti di questi banchi non sono neppure mai stati utilizzati e, dall'altro, la didattica è stata a distanza fino a poche settimane fa in gran parte delle Regioni italiane. La tesi dei monoposto - che peraltro risultano scomodi e poco stabili - come argini al Covid è quindi una tesi, lecita ma personalissima, dell'esponente del Movimento 5 stelle.
L'unica cosa sicura, tornando a noi, è lo sventurato affare legato a questi prodotti, acquistati per facilitare il distanziamento sociale durante le lezioni e costati 400 milioni di euro di soldi pubblici. Chi ha provveduto al discutibile ma massiccio ordine - ne sono stati comprati 430.000 - è stato il supercommissario Domenico Arcuri, per cui sarebbe sbagliato ascrivere alla sola Azzolina responsabilità che son pure di altri in una questione che ha oggettivamente dell'incredibile. Infatti, al di là del fatto che siano usati o, come succede a Padova, dimenticati nei magazzini, c'è il serio rischio che questi banchi non siano neppure a norma in quanto privi di attestazione Uni, l'Ente nazionale italiano di unificazione.
Così, almeno, la pensa Emidio Salvatorelli, presidente dell'azienda produttrice di arredi scolastici Vastarredo, secondo cui «tutti i prodotti per essere a norma e offrire garanzie devono avere questa certificazione. I banchi a rotelle che sono nelle scuole italiane non ce l'hanno». Riepilogando, questi monoposto son costosi, scomodi, non li vuole nessuno e non è manco detto che siano a norma. In fondo non è dunque così strano che a Padova ce ne 560 ancora imballati. La notizia è che qualcuno ancora li utilizzi.
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Il Pontefice accusa senza mezzi termini l'educazione a distanza, che ha lasciato soli gli studenti. E ha aumentato le disuguaglianze. A seppellire definitivamente il modello Azzolina ci pensa l'Unicef: «Una famiglia su tre non ha potuto seguire i figli nel lockdown».Il maxi investimento del commissario Domenico Arcuri rischia di finire nei Paesi in via di sviluppo.Lo speciale contiene due articoli.«È una catastrofe educativa». L'uomo che scandisce la frase sta parlando degli effetti del lockdown a colori, della psicosi sanitaria, di quel perdurante stato d'emergenza dell'anima che ancora condiziona la nostra società dopo un anno di Covid. Sarà un negazionista? Invece è il Papa. Ricevendo in udienza i rappresentanti del corpo diplomatico accreditato nella Santa Sede, Francesco ribadisce un'immagine a cui tiene parecchio, per definire il disastro di una generazione perduta, quella dei bambini confinati in casa davanti a un computer in una realtà da morbillo permanente.«Assistiamo a una sorta di catastrofe educativa davanti alla quale non si può rimanere inerti per il bene delle future generazioni e dell'intera società», dice il Pontefice riferendosi soprattutto alla scuola. La sua critica alla Dad (la didattica a distanza, totem degli ex ministri della Salute, Roberto Speranza, dell'Istruzione, Lucia Azzolina) è precisa. Lo fa partendo dalla crisi dei rapporti umani demonizzati dai protocolli. «È l'espressione di una generale crisi antropologica che riguarda la concezione stessa della persona umana e la sua dignità trascendente. La pandemia, che ci ha costretto a lunghi mesi di isolamento e spesso di solitudine, ha fatto emergere la necessità che ogni persona ha di avere rapporti umani». Il Vaticano che in primavera si arrese subito (e con sorpresa) alle logiche chiusuriste della scienza aumentando lo smarrimento dei cittadini, ora vede nitidamente sulla spiaggia il relitto più doloroso dopo il passaggio dello tsunami sanitario. «Penso soprattutto agli studenti», prosegue papa Francesco. «Penso a coloro che non sono potuti andare regolarmente a scuola e all'università. Ovunque si è cercato di attivare una rapida risposta attraverso le piattaforme informatiche, le quali hanno mostrato una marcata disparità di opportunità educative e tecnologiche. Inoltre, a causa del confinamento e di tante altre carenze già esistenti, molti bambini e adolescenti sono rimasti indietro nel naturale processo di sviluppo pedagogico. Infine l'aumento della didattica a distanza ha comportato una maggiore dipendenza dei bambini e degli adolescenti da Internet e in genere da forme di comunicazione virtuale, rendendoli peraltro più vulnerabili e sovraesposti alle attività criminali online».La generazione perduta, destinata a recuperi affannosi dopo un anno di Dad, è il cuore del problema. E il grido del Papa può aiutare psicologi, educatori, genitori zittiti quando non ridicolizzati dai media asserviti al conformismo governativo-sanitario con riflessi condizionati da Vopos; i danni delle chiusure disinvolte presentate come unico rimedio all'avanzare del virus potrebbero essere irreversibili non solo per l'economia. Lockdown, una strategia rivelatasi fallimentare perché i Paesi che non hanno imposto misure draconiane (Svezia, Bielorussia, Estonia) e quelli che si sono limitati a chiudere localmente per periodi brevi (Germania, Olanda, Croazia) hanno avuto le stesse curve epidemiologiche rispetto a chi ha imposto regole drastiche come Italia, Francia, Belgio, Spagna e Gran Bretagna.Papa Francesco non ha finito. Fa gli auguri agli italiani («che per primi in Europa si sono trovati a confrontarsi con le gravi conseguenze della pandemia»), poi torna sul tema principale. «C'è bisogno di un rinnovato impegno educativo. L'educazione è il naturale antidoto alla cultura individualistica che a volte degenera in vero e proprio culto dell'io e nel primato dell'indifferenza. Il nostro futuro non può essere la divisione, l'impoverimento delle facoltà di pensiero e d'immaginazione, di ascolto, di dialogo e di mutua comprensione». Le parole del Papa, tese a individuare e a indicare i danni del «dopo epidemia», sono molto importanti perché possono scardinare il pregiudizio, smuovere l'ossessione da mascherina permanente. Nei mesi scorsi si è verificato un combinato disposto micidiale, un mix da laboratorio sociale con tre ingredienti esplosivi: la passività della mediocrazia politica davanti al virus cinese, la continua invadenza dei virologi da talk show a imporre diktat cervellotici e l'appiattimento mediatico su posizioni allarmistiche senza alcuno spirito dialettico.A conferma dell'allarme del Pontefice sull'eccesso di Dad, arriva una ricerca dell'Unicef in collaborazione con l'università Cattolica sull'impatto della didattica a distanza sui bambini italiani. Risultato: delle 1.028 famiglie chiamate a rispondere, una su tre non è stata in grado di sostenere adeguatamente l'apprendimento a distanza durante il lockdown. Il 27% dei genitori ha detto di non possedere tecnologie adeguate, il 30% di non aver avuto tempo a sufficienza per sostenerli con la didattica a distanza, il 6% non ha potuto partecipare per mancanza di connettività e buchi nella Rete telematica. Un mezzo disastro con precise responsabilità politiche; la pretesa del governo guidato da Giuseppe Conte di applicare all'Italia metodi che potrebbero funzionare in Paesi ben più strutturati come Canada o Svizzera, è costata cara ai nostri ragazzi.«Il vuoto come unico rimedio per tutelare la salute, la sostituzione definitiva del sociale con il social; nessun dittatore distopico avrebbe osato sognare un delitto tanto perfetto». Prima del Papa era arrivato alla stessa conclusione il mondo accademico con le sue menti più lucide. La frase è di Gianni Canova, rettore dell'università Iulm di Milano. La sua sentenza è definitiva: «Abbiamo rubato un anno di vita ai nostri ragazzi. E gli effetti disastrosi si vedranno fra venti». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/per-il-papa-la-scuola-al-pc-e-una-catastrofe-2650405992.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="anche-a-padova-chiusi-in-cantina-84-000-euro-di-banchi-a-rotelle" data-post-id="2650405992" data-published-at="1612814481" data-use-pagination="False"> Anche a Padova chiusi in cantina 84.000 euro di banchi a rotelle Oltre 500 banchi a rotelle dimenticati, accatastati in magazzino a prender polvere. È la scoperta fatta ieri dal TgPadova Telenuovo, con un servizio che, con la forza delle immagini, ha raccontato quello che è difficile non ritenere uno spreco. Del migliaio di «sedute innovative» - così vengono chiamati i banchi mobili -, ordinati a inizio anno scolastico dalla provincia di Padova, su input del ministero guidato da Lucia Azzolina, infatti, oltre la metà, 560, son stati respinti dai dirigenti scolastici e ora giacciono accatastati nei depositi. Considerando che ogni banco costa 150 euro, il probabile sperpero è di 84.000 euro. Non pochi visti i tempi e considerando che sono stati spesi utilizzando i fondi europei. Tanto che il vicepresidente della Provincia, Vincenzo Gottardo, interpellato sul punto non ha nascosto l'auspicio che tali banchi a rotelle possano essere presto «ricollocati», destinandoli a istituti che li richiedessero; diversamente, ha precisato Gottardo, essi finiranno probabilmente «a delle associazioni attive nel volontariato», oppure a «Paesi del mondo» in via di sviluppo. Tradotto dal politichese: siccome nessuno se li fila, tutto ciò che si può fare con questi banchi, ormai, è evitare che finiscano al macero. Ma non sarà semplice visto e considerato che in tutto il Veneto, non solo nel Padovano, i monoposto a rotelle sono avversati. «Lo stesso Ufficio scolastico regionale», ha precisato qualche giorno fa Elena Donazzan, assessore all'istruzione della Regione Veneto, «ha diramato tempo fa una nota in cui ne sconsigliava l'uso. E quell'Ufficio è la rappresentanza territoriale del ministero». Ciò nonostante, Lucia Azzolina ha difeso con le unghie e con i denti la scelta di far acquistare questi banchi che, a detta sua, «hanno contribuito a ridurre i contagi nelle scuole». Come faccia la Azzolina a esserne così sicura è un mistero dato che, da un lato, molti di questi banchi non sono neppure mai stati utilizzati e, dall'altro, la didattica è stata a distanza fino a poche settimane fa in gran parte delle Regioni italiane. La tesi dei monoposto - che peraltro risultano scomodi e poco stabili - come argini al Covid è quindi una tesi, lecita ma personalissima, dell'esponente del Movimento 5 stelle. L'unica cosa sicura, tornando a noi, è lo sventurato affare legato a questi prodotti, acquistati per facilitare il distanziamento sociale durante le lezioni e costati 400 milioni di euro di soldi pubblici. Chi ha provveduto al discutibile ma massiccio ordine - ne sono stati comprati 430.000 - è stato il supercommissario Domenico Arcuri, per cui sarebbe sbagliato ascrivere alla sola Azzolina responsabilità che son pure di altri in una questione che ha oggettivamente dell'incredibile. Infatti, al di là del fatto che siano usati o, come succede a Padova, dimenticati nei magazzini, c'è il serio rischio che questi banchi non siano neppure a norma in quanto privi di attestazione Uni, l'Ente nazionale italiano di unificazione. Così, almeno, la pensa Emidio Salvatorelli, presidente dell'azienda produttrice di arredi scolastici Vastarredo, secondo cui «tutti i prodotti per essere a norma e offrire garanzie devono avere questa certificazione. I banchi a rotelle che sono nelle scuole italiane non ce l'hanno». Riepilogando, questi monoposto son costosi, scomodi, non li vuole nessuno e non è manco detto che siano a norma. In fondo non è dunque così strano che a Padova ce ne 560 ancora imballati. La notizia è che qualcuno ancora li utilizzi.
Trevallion
Qualora gli sarà consentito, non prima di un mese, di riavere vicino i propri figli, i Trevallion non saranno più la famiglia del bosco ma una famiglia come le altre. Abiteranno in una casetta squadrata fornita dal Comune, manderanno i bambini al doposcuola, si dovranno scordare la vita silvestre con l’asinello e i cavalli: saranno vaccinati e normalizzati, anzi a dirla tutta lo sono già. La dignità della Repubblica è salva, i tre piccini non saranno più selvaggi allo stato brado ma aspiranti bravi cittadini, messi al sicuro lontano dalla foresta.
E mentre questa grande vittoria della civiltà si consuma senza che nessuno si opponga, molto lontano dalla bicocca di Palmoli, a Bergamo per la precisione, c’è un ragazzino per niente boschivo, con due genitori normalissimi, il bagno in casa, regolari vaccinazioni e regolarissima iscrizione alla scuola pubblica che tenta di ammazzare la sua professoressa di francese dopo essersi conciato come una specie di giustiziere della notte. Il minorenne in questione, 13 anni, non risulta vivesse con equini e somari, non andava per funghi tra le fronde, pare anche che si cambiasse di abito più di una volta la settimana. Di certo sapeva scrivere, e infatti ha pubblicato online un delirante manifesto in cui prometteva morte e distruzione. Sapeva anche usare il computer e i social network, tanto che ha pensato bene di trasmettere in diretta il suo attacco all’insegnante a colpi di coltello.
Certo, si potrebbe risolverla dicendo che il disagio e i perturbamenti dell’animo si possono annidare ovunque. Ma il caso bergamasco, a ben vedere, non è un unicum: è solo appena più estremo di altri. Nei giorni scorsi a Fondi, in provincia di Latina, un ragazzino di 14 anni ha accoltellato un altro ragazzo di 16 anni, fortunatamente limitandosi a ferirlo. Prima di essere fermato e consegnato ai servizi sociali ha fatto in tempo a vantarsi dell’impresa sui soliti social. A riguardo, la Garante regionale dell’infanzia e dell’adolescenza del Lazio, Monica Sansoni, dice che «episodi come quello accaduto non possono essere letti come fatti isolati. Sono segnali che ci interrogano profondamente come comunità educante e come istituzioni. È necessario vigilare e monitorare in maniera adeguata i disagi giovanili, ma soprattutto intervenire con strumenti educativi, sociali e relazionali capaci di prevenire l’escalation della violenza».
Interroghiamoci pure, per carità. Ma oggi esprimersi sulla pericolosità dei social network è diventato perfino banale. Persino Barbara Berlusconi, ieri, commentava l’episodio di Bergamo sostenendo che servano limitazioni per i minori all’uso delle piattaforme online. Su Avvenire, un esperto molto celebrato come Alberto Pellai invece insisteva sulla dipendenza che tali piattaforme riescono a creare (del resto sono progettate appositamente per questo).
In giro per il mondo sono ormai parecchi gli Stati che hanno imposto restrizioni: Australia, Spagna, Danimarca, Norvegia. Tutto ciò per dire che sono noti e stranoti i problemi anche gravi causati dai dispositivi digitali e dall’uso costante e compulsivo della Rete. È studiata la dipendenza, è studiata l’ansia. Sono studiati l’isolamento sociale, il bullismo, i danni alla concentrazione, i problemi fisici e psichici, i danni causati al rendimento scolastico. Sappiamo tutto, e da anni. È persino difficile sostenere, alla luce delle conoscenze di cui disponiamo, che esista qualche valido motivo per lasciare lo smartphone in mano ai minorenni (sugli adulti meglio sorvolare). C’è pure qualche politico che tenta di porre un argine, il ministro Valditara almeno ci ha provato. Ma la realtà ci dice una cosa precisa: l’Italia perseguita una famiglia che vive nel bosco, toglie ai genitori bambini che stanno con gli animali e non hanno il telefono, e ignora tutti coloro che passano ore e ore sulla Rete, sprofondati negli schermi nella quotidiana normalità delle famiglie ordinarie.
Chiaro: poi si piange e ci si indigna per qualche giorno se l’ennesimo insospettabile accoltella e si riprende in diretta. Si dibatte per mesi sulla serie Adolescence e si sfornano tante bellissime teorie. Ma è tutta ipocrisia. Se volessimo realmente proteggere i minori dovremmo tenerli al riparo da social e dispositivi. Dovremmo sottrarli al mondo artificiale in cui crescono e rimetterli a contatto con la realtà, la terra e il creato. In questo quadro, la famiglia del bosco è un modello, magari perfettibile, ma comunque un modello. Lo stile di vita che i Trevallion hanno proposto ai loro figli è più sano, equilibrato e psicologicamente costruttivo di quello a cui sono sottoposti troppi minorenni italiani ed europei. Eppure loro sono perseguitati e rieducati, mentre i genitori che non riescono o non vogliono allontanare i figli dal tablet non hanno problemi.
Vero: il bosco può essere pieno di pericoli, ostile. Ma i mostri, quelli più pericolosi, stanno in città. Fra di noi.
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Tifosi bosniaci in trasferta a Cardiff. Nel riquadro, l’esultanza degli azzurri al fischio finale di Galles-Bosnia (Ansa)
Dopo aver sofferto nel girone contro avversari come Israele e Moldavia e aver battuto non senza difficoltà una modestissima Irlanda del Nord, 69ª nel ranking Fifa e composta perlopiù da giocatori che mediamente galleggiano tra Championship e League One - per intenderci le nostre serie B e C - gli azzurri si preparano a volare a Sarajevo con delle premesse tutt’altro che rassicuranti. A cominciare dalla scena del post partita di Bergamo mandata in onda in diretta dalla Rai. Tra un commento e l’altro di telecronisti e opinionisti, a un certo punto le telecamere inquadrano un gruppetto di calciatori della Nazionale, da Federico Dimarco a Pio Esposito, da Guglielmo Vicario ad Alex Meret e Sandro Tonali, tutti raccolti davanti a uno schermo, sorridenti e soddisfatti dell’esito dei calci di rigore che ha decretato la Bosnia nostro prossimo avversario, anziché il Galles.
Come a dire: meglio così, ostacolo più morbido, trasferta meno insidiosa. Un riflesso istintivo e umano, forse, ma anche un segnale profondamente sbagliato e sintomatico di almeno due fattori: il primo, lo stato di paura e ansia da prestazione che da tempo accompagna questa Nazionale; il secondo, la dimostrazione che il gruppo non ha recepito il grado di difficoltà rappresentato dalla trasferta che li attende nei Balcani. Tra tre giorni i nostri azzurri troveranno un clima che definire infuocato è quasi un eufemismo. E non solo per il catino bollente in cui si giocherà. Ma partiamo da qui. Si chiama Bilino Polje, ed è un impianto stretto e incastonato dentro il tessuto industriale di Zenica, città a 70 chilometri a Nord rispetto a Sarajevo. È lì che la federazione bosniaca ha scelto di trascinare l’Italia per lo spareggio mondiale. Altro che stadi moderni o quel Millennium Stadium di Cardiff che tanto terrorizzava gli azzurri.
Qui si gioca addosso alla gente, tra palazzi, fabbriche e colline che chiudono l’orizzonte. Un’acustica roboante. Capienza di 13.362 posti a sedere, ridotti a 8.800 a causa di sanzioni imposte dalla Fifa per «comportamento scorretto della squadra, discriminazione, razzismo, utilizzo di materiale pirotecnico, disturbo durante gli inni nazionali e mancanza di ordine e disciplina dentro e fuori lo stadio» dopo il match contro la Romania dello scorso 15 novembre. Facile dunque aspettarsi un’accoglienza e un’atmosfera durissima, quasi soffocante. Per avere un’idea più chiara di che tipo di tifoseria si tratta, alla vigilia di Galles-Bosnia, alcuni ultrà dello Zrinjski Mostar, squadra bosniaca di etnia croata, hanno teso un agguato a un gruppo di connazionali tifosi dell’altra squadra della città, il Velez Mostar, che si recavano all’aeroporto di Sarajevo per volare in Galles a sostenere la propria Nazionale. Inoltre, sullo sfondo c’è un’altra questione ambientale non di poco conto che va tenuta in considerazione e che richiama direttamente l’orgoglio di una Nazione che si alimenta anche di rivalità e memorie recenti.
L’inchiesta sul cosiddetto «Sarajevo Safari» e sui presunti «turisti di guerra» italiani accusati di essere andati in Bosnia tra il 1992 e il 1996 per assassinare civili per puro divertimento, si porta dietro un carico simbolico e mediatico che non può e non deve essere trascurato e che contribuisce a creare un clima già incandescente e che non aveva alcun bisogno di essere alimentato ulteriormente. In un contesto simile, ogni gesto, ogni atteggiamento può essere amplificato. Infatti, la scena dell’esultanza degli azzurri davanti alla tv ha immediatamente provocato reazioni di sfida dai nostri prossimi avversari: «Guardate che mancanza di rispetto degli italiani.
E che arroganza. Hanno festeggiato la nostra vittoria ai rigori: ne terremo conto a Zenica». Una scenetta del tutto fuori luogo e della quale, ne siamo quasi certi, il primo a esser scontento è Gennaro Gattuso, che dopo la vittoria con l’Irlanda del Nord ha provato immediatamente a riportare tutti sulla terra ricordando che martedì servirà «scalare una montagna» per andare al Mondiale. Non solo per i motivi ambientali di cui sopra. Anche tecnicamente, la squadra capitanata da Edin Dzeko non è da sottovalutare: sia perché è superiore all’Irlanda del Nord con cui abbiamo fatto fatica, sia perché è andata a espugnare, seppur ai rigori, quel Millennium Stadium di Cardiff che tanto incuteva terrore ai nostri.
Pure il tribunale dei social ha bocciato il facile entusiasmo degli azzurri: «Questa esultanza la pagheremo a caro prezzo». «Imbarazzante. Non ci qualifichiamo dai tempi di Ponzio Pilato e abbiamo pure il coraggio di fare gli sbruffoni». «È già scritto che siamo fuori. Il karma poi torna indietro». «La disfatta di Zenica». «La figura di m… è alle porte». «Ottimo, lo psicodramma è stato apparecchiato a dovere». Sono solo alcuni dei commenti tra i più gettonati, ma più che mai eloquenti di un fatto, più che di un’opinione: mentre i giocatori della nostra Nazionale si divertono davanti alla tv, a Zenica la Bosnia giocherà la partita della vita e avrà tutto da guadagnare, mentre l’Italia tutto da perdere. Dove il tutto è rappresentato dalla qualificazione a un Mondiale dopo 12 anni. E a questo punto, dopo lo sfottò, anche la faccia da non perdere. Perché gli ingredienti perfetti per la ricetta di un disastro sembrano esserci proprio tutti.
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Ursula von der Leyen con Donald Trump (Getty Images)
Non si tratta semplicemente di personalità o di cicli politici, né può essere spiegata dallo stile di una singola amministrazione. Si tratta di un cambiamento strutturale nel modo in cui gli Stati Uniti si rapportano ai propri alleati, un cambiamento che ha reso la politica meno prevedibile e più esposta a variazioni improvvise. La cooperazione tra Stati Uniti ed Europa resta significativa, con un dialogo politico attivo a più livelli e legami economici profondamente radicati. Il coordinamento prosegue inoltre in diversi ambiti, anche attraverso la Nato quando necessario, a dimostrazione di una relazione che continua a funzionare sul piano operativo. Questa continuità non deve però essere confusa con solidità, perché i governi europei non gestiscono più divergenze all’interno di un quadro prevedibile. Si trovano invece a operare in una relazione esposta a cambiamenti repentini, nella quale la direzione politica può mutare con rapidità e con effetti immediati.
Tre sviluppi definiscono oggi la relazione tra Europa e Stati Uniti, contribuendo a un cambiamento che non appare più reversibile. Non si tratta di deviazioni temporanee, ma di una trasformazione che incide sulla natura stessa del rapporto. Il primo è il passaggio dalla continuità all’oscillazione, poiché amministrazioni successive adottano approcci profondamente diversi nei confronti degli alleati. Questo crea un effetto pendolare che indebolisce la credibilità americana e rende più difficile per l’Europa pianificare nel lungo periodo. Il secondo è il crescente peso della politica interna sulla politica estera, con decisioni a Washington sempre più influenzate dalle aspettative elettorali e dalla percezione dell’opinione pubblica. In questo contesto, le alleanze non sono più giustificate da principi o storia condivisa, ma devono dimostrare la propria utilità in termini concreti. Il terzo è l’evoluzione del concetto stesso di partnership, con gli Stati Uniti che non considerano più le alleanze come pilastri immutabili del proprio ruolo globale. I rapporti vengono valutati in termini di risultati, dove contributo economico, allineamento politico e impegno nella sicurezza diventano fattori determinanti.
La prima conseguenza è l’incertezza, perché i governi europei non possono più assumere che la politica statunitense resti coerente nel tempo. Ogni ciclo elettorale introduce una variabile che non può essere ignorata e che incide direttamente sulla pianificazione strategica. La seconda conseguenza è la pressione, che ha spinto i Paesi europei ad aumentare la spesa per la difesa e ad assumere un ruolo più attivo nella gestione della sicurezza regionale. Questo riflette le aspettative di Washington, ma anche una realtà che l’Europa non può più permettersi di sottovalutare, come dimostra la guerra in Ucraina e la postura sempre più assertiva della Russia. La terza conseguenza è la condizionalità, perché il sostegno degli Stati Uniti non è più considerato automatico ma sempre più legato al contributo. L’allineamento politico non basta più, se non è accompagnato da impegni concreti e visibili.
Una futura amministrazione democratica, qualora dovesse emergere, non può essere data per scontata allo stato attuale, e questa incertezza è parte integrante del problema. Anche nell’ipotesi di un cambiamento politico, la traiettoria della relazione non potrebbe essere semplicemente invertita. Se tale amministrazione dovesse insediarsi, la volontà di rassicurare l’Europa sarebbe probabilmente forte, e il linguaggio della cooperazione tornerebbe al centro del discorso politico. Tuttavia, questo non sarebbe sufficiente a ricostruire il rapporto nella sua forma originaria, perché la credibilità oggi dipende dalla coerenza nel tempo e non da dichiarazioni immediate.
Esiste inoltre una consapevolezza crescente negli Stati Uniti del fatto che il modello precedente non fosse sostenibile, in particolare per quanto riguarda la distribuzione degli oneri e l’equilibrio del rapporto. Questa consapevolezza è ormai radicata, e limita in modo significativo qualsiasi tentativo di ritorno al passato. Qualora una amministrazione democratica dovesse assumere il potere, l’esito più realistico sarebbe una stabilizzazione accompagnata da una ridefinizione del rapporto, piuttosto che un ritorno alla situazione precedente. Le relazioni potrebbero diventare meno conflittuali, ma resterebbero più esigenti.
Questo riflette un cambiamento più ampio nel modo in cui gli Stati Uniti concepiscono il proprio ruolo globale, con un coinvolgimento europeo che continuerà ma in forma più selettiva e condizionata. La partnership non è più un punto di partenza, ma un risultato da dimostrare. Al centro di questa trasformazione si trova l’elettorato americano, il cui peso nel determinare la politica estera è oggi più diretto e meno filtrato rispetto al passato. Questo introduce una dinamica che i governi europei devono considerare, anche se non hanno alcuna capacità di influenzarla.
Per molti elettori, l’Europa non è più percepita come un pilastro strategico imprescindibile, ma come una relazione che deve giustificarsi in termini pratici. Le alleanze devono essere eque, e l’impegno internazionale deve produrre benefici tangibili. Questo non si traduce in isolamento, perché l’interdipendenza economica e la natura globale delle sfide rendono il disimpegno impraticabile, ma impone limiti chiari a ciò che qualsiasi amministrazione può promettere.
La relazione tra Europa e Stati Uniti non si sta interrompendo, ma sta cambiando in modo profondo e probabilmente irreversibile. Questo cambiamento non è una parentesi, ma l’inizio di una fase diversa. Per l’Europa, la conclusione è inevitabile, anche se politicamente scomoda. Gli Stati Uniti restano indispensabili, ma non sono più affidabili nel senso tradizionale del termine.
La stabilità non può più essere presunta, e dovrà essere costruita attraverso comportamenti coerenti e verificabili nel tempo, in una relazione che continua a esistere ma che ha definitivamente perso la sua natura automatica.
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Petroliera cinese (Getty Images)
La National Development and Reform Commission (Ndrc), il principale organismo di pianificazione economica cinese, ha ordinato ai grandi raffinatori statali di sospendere le esportazioni di carburante per aerei, diesel e cherosene. Sinopec, il maggior raffinatore del Paese, ha tagliato l’attività del 5% a marzo per conservare le riserve di greggio, e il vicepresidente Zhao Dong ha confermato che la priorità è garantire le forniture interne. Le scorte strategiche cinesi ammontano a circa 1,4 miliardi di barili, ma per altre fonti potrebbero essere ben più alte, attorno a 1,9 miliardi di barili.
Secondo alcune stime, solo circa il 6% del consumo energetico primario della Cina è direttamente esposto alle interruzioni dello Stretto di Hormuz, ma intanto il governo ha anche introdotto, per la prima volta dal 2013, controlli sui prezzi interni della benzina.
Le restrizioni all’export di carburante stanno già creando problemi concreti. Il Vietnam importa quasi il 70% del suo carburante per aerei, con circa il 60% proveniente da Cina e Thailandia, ma i fornitori garantiscono gli approvvigionamenti solo fino ad aprile. I costi operativi delle compagnie aeree vietnamite sono aumentati fino al 70%.
L’Australia dipende dalla Cina per circa un terzo del suo jet fuel e figura tra i principali importatori di diesel cinese. Per cercare di arginare il problema, il governo di Canberra ha già convocato un gabinetto straordinario per gestire la crisi.
La Ndrc ha anche ordinato agli esportatori cinesi di fertilizzanti di sospendere le spedizioni verso alcuni mercati. Questione rilevantissima, perché la Cina è il secondo esportatore mondiale di fertilizzanti dopo la Russia. Non c’è stato nessun annuncio ufficiale, poiché l’ordine è stato dato in via informale agli operatori del settore, secondo quanto riportato da alcuni organi di stampa. La direttiva di cessare le esportazioni si applicherebbe in particolare all’India, che importa circa il 10% del proprio fabbisogno di fertilizzanti dalla Cina.
Pechino ha contestualmente rilasciato riserve statali di fertilizzanti sul mercato interno in questi giorni, per garantire prezzi stabili agli agricoltori. L’associazione dei produttori cinesi ha persino indicato un tetto ai prezzi, invitando le imprese a non vendere al di sopra di quel livello. A quanto pare, dunque, Xi Jinping sembra intenzionato a garantire che i fertilizzanti rimangano in patria al servizio del mercato interno, prima di considerare qualsiasi esportazione.
Si prospettano poi ulteriori restrizioni su alluminio e plastica. I prezzi dell’alluminio erano saliti bruscamente all’inizio del conflitto per i timori di interruzioni nelle forniture, visto che il Medio Oriente rappresenta circa il 9% della produzione mondiale nel 2025. Dopo un breve calo, i prezzi stanno riprendendo a salire, e un aumento del 10% dei costi delle materie prime può ridurre i margini lordi dei principali produttori cinesi di elettrodomestici fino al 6%. Per questo Pechino cercherà di proteggere innanzitutto il proprio mercato.
Proprio qui, infatti, si stanno verificando le prime crepe, poiché le restrizioni all’export e l’aumento dei costi energetici stanno colpendo duramente le piccole e medie imprese cinesi. I margini dell’industria tessile e dell’abbigliamento sono scesi al 4,1%, il livello più basso dal 2017. Il settore della plastica e della gomma ha registrato due anni consecutivi di erosione dei margini, al 5,3%.
Nello Zhejiang le esportazioni verso il Medio Oriente avevano superato i 120 miliardi di dollari nel 2025, con una crescita del 23% nei primi due mesi dell’anno verso Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita. Ora i compratori della regione sono quasi scomparsi, mentre i costi di trasporto verso il Golfo Persico sono aumentati del 35% a marzo e i premi assicurativi del 143%.
In questo contesto, il ministro del Commercio cinese Wang Wentao ha dichiarato, a margine della quattordicesima riunione ministeriale dell’Organizzazione mondiale del commercio in Camerun, che la Cina è disposta a espandere «attivamente» le importazioni dall’Unione europea. Wang, che ha incontrato il commissario europeo per il commercio Maroš Šefčovič, ha anche chiesto a Bruxelles di allentare i controlli sulle esportazioni di alta tecnologia verso la Cina, invitando l’Ue ad «astenersi dallo strumentalizzare politicamente le questioni commerciali» e a considerare lo sviluppo cinese in modo «razionale e obiettivo».
La dichiarazione arriva mentre Pechino è impegnata su diversi tavoli. Proseguono infatti le trattative commerciali con Washington in vista del vertice tra Donald Trump e Xi Jinping a metà maggio, mentre ci sono indagini reciproche sulle pratiche commerciali. L’apertura verso Bruxelles appare in questo senso anche una mossa per diversificare i canali diplomatici e commerciali in una fase di forte pressione.
L’Europa è molto esposta. Non dispone di fornitori alternativi di taglia mondiale per i fertilizzanti, visto che l’unico altro grande esportatore è la Russia, già sotto sanzioni. Il blocco dei fertilizzanti, in coincidenza con l’inizio della stagione primaverile, lascia davvero poco tempo per trovare alternative.
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